08 nov 2014

Sul Taé, una delle cime più belle d’Ampezzo

Conosco abbastanza bene il Taé, cima del crinale del Col Bechei che svetta nel recesso più meridionale del gruppo della Croda Rossa e fa capolino - tra altre vette - già da Cortina. 
La sua sagoma arrotondata pare quasi in bilico sulla sottostante Val de Fanes, e la parete sud, levigata come un enorme tagliere, si erge imponente sopra le cascate del Rio omonimo. Caratterizzato da strati che si diramano a ventaglio da sinistra verso l’alto, formando cenge e tetti strapiombanti affrontati dai rocciatori solo nel 1953, il Taé è, a mio modesto giudizio, una delle vette più belle da salire nel Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo. 
Già noto anticamente ai cacciatori, fu raggiunto a scopo esplorativo dai carinziani Domenigg, Geith e Thiel nel 1906; oggi è sicuramente più conosciuto per le vie estreme, che si concentrano sul versante della Val de Fanes, che non per la via normale, rivalutata di recente da tanti escursionisti. Essa inizia dietro il Cason de Antruiles con il sentiero, segnato dal Cai nel 1989, che risale le Ruoibes de Fora e passa per il Ciadin del Taé, una conca erbosa e sassosa racchiusa tra il Taé stesso e il Col Bechei. 
Iside sulla cima, undici anni fa 
(foto E.M.)
Il luogo merita una sosta, allietata da un rivolo d’acqua che ha qui le sorgenti ma subito s’inabissa, per ricomparire più a valle. Volgendo lo sguardo alla cima, si hanno due modi per continuare: sul lato est della conca, superando una fascia franosa e proseguendo poi per la cresta, con un lungo, ma comodo giro. Più veloce, ma alpinistico, è traversare la distesa di blocchi che si allunga verso l’antistante Taburlo, superare una singolare formazione geologica a "trincea", e portarsi ad una rampa, sul bordo di una grande placca. Si risale con attenzione la rampa (1° grado), si doppia un'anticima e per un canalino friabile (1° grado) si riprende la via normale poco sotto la cima. Lungo il percorso ricordo un unico ometto, per cui forse è meglio ricorrere a qualcuno pratico dell’itinerario, intuitivo ma non scontato. 
Per il rientro, oltre alla via di salita, nel 2003 trovammo un'alternativa. Tornati alla cresta toccata all'andata, proseguimmo alti sopra gli Spalti di Col Bechei lungo pascoli cosparsi di rocce. Risalito un breve diedro e scesa una paretina esposta che interrompono la continuità dei pascoli, ci abbassammo facilmente per ghiaie nel Ciadin del Taé e in breve riprendemmo il sentiero del Bechei. 
Ernesto sulla cima, dieci anni fa 
(foto F.C.)
Il Taé, la cui vetta ospita pochi ruderi di un avamposto della 1^ Guerra Mondiale, riserva una visuale a 360° sul Col Bechei, Lainores, Val di Fanes, Valon Bianco, Taburlo, Col Rosà, Tofana e Pomagagnon. Noi non abbiamo mai diviso lo spazio della vetta con alcuno, e lungo il sentiero di avvicinamento, in questi anni, abbiamo raramente incontrato persone. Oltre il bivio con la traccia che va sul Col Bechei, i bolli rossi cessano. Là inizia la montagna che abbiamo sempre cercato e amato: non difficile, ma neppure esente da insidie, che richiede fatica e attenzione, ma offre una grande gratificazione.

2 commenti:

  1. Il Taé è una montagna stupenda, "Parco nel Parco".
    Speriamo che non passino mai di là i verniciatori che negli anni hanno spruzzato bollini su decine di altre cime, e non ne rompano la magia.
    Bravo a chi ebbe l'idea, nel 2000, di portare su un libro di vetta, che prima non esisteva.

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  2. Sono salito tre volte sul Taè, con grandissima gioia e credo di aver percorso tutte le alternative che descrivi. Tanto tempo fa mi era venuta l'idea di provare a salire dalla Val di Fanes, un po' sulla sinistra, in un punto in cui i gradoni sembravano più abbordabili ... ma l'idea non si è mai conretizzata. Ho invece sempre abbinato l'ascensione alla traversata Antruiles-Lago di Limo, che considero forse la più bella escursione di tutte le Dolomiti Ampezzane. La percorsi la prima volta all'inizio di settembre del 1968 con tre amici veneziani e allora di bolli non c'era neppure l'ombra. L'ho ripetuta penso, una decina di volte, spesso da solo, altre in piacevole compagnia; nel 1982 fu la seconda gita in Dolomiti che offersi alla mia fidanzata, fino ad allora quasi digiuna di montagna; nel 2006 fu l'ultima (ma mai dire mai) escursione che ci vide tutti e quattro assieme: con me c'erano mia moglie e le mie due figlie. Non avevo intenzione di scrivere queste due righe di miei ricordi, ma non ho saputo resistere alla foto che apre ora il tuo blog (mi piaceva molto anche quella dello Zigar, sotto il quale sono passato una volta, in un mio solitario peregrinare dalle sponde del Boite al Zoco, senza sentiero e senz'altro scopo se non di "fuggire ... ove vestigio human l'arena stampi").
    Ciao

    Saverio

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