05 dic 2015

Mesto ritorno da un Campanile

La passione per la montagna mi ha offerto - in numerose giornate di discreta levatura, appassionanti e gratificanti - di scoprire tante cime e vie, sognarne altre, fare progetti, conseguire soddisfazioni e qualche sconfitta. 
Anche queste fanno comunque parte dell’esperienza dell'alpinista e si ricordano con piacere e magari un velo di nostalgia, salvo che non siano state dolorose. 
Solo per parlare di vie alpinistiche, rientrammo con le pive nel sacco dalla Mazzorana sulla parete della Cima del Laudo franata poco tempo fa (II grado, roccia paurosa), dalla Von Glanvell su una delle Cime Campestrin (I-II grado, stesso problema e forse un errore di itinerario), dalla Von Glanvell sulla prima Cima Campale (I-II grado, scariche incessanti di pietre), e poi dalle più difficili Lacedelli sulla Torre Grande d’Averau, Dibona sulla Torre Grande di Falzarego, Dimai sul Campanile Dimai del Pomagagnon... 
Specialmente quest’ultima prometteva di essere una grande salita e il ritiro mi dispiacque. Eravamo giovani e abbastanza ben allenati; il ripiegamento non si dovette, comunque, a incapacità della cordata, ma soltanto a un temporale, che ci prese a metà via e ci costrinse a ripiegare in fretta. 
Avevamo già salito varie lunghezze (le 
Punta Fiames, Punta della Croce e Campanile Dimai,
dai prati sotto Mietres, (foto E.M., novembre 2003)
due più difficili erano ancora sopra di noi), quando si scatenò il diluvio. A scanso di guai, mediante fortunate cenge baranciose riuscimmo a traversare in quota verso la Punta della Croce e raggiungere il grande e impraticabile canale che separa quest'ultima dalla Punta Fiames, sulla verticale dello spigolo Jori. 
Sul tratto di cengia che attraversa la Punta della Croce, proprio ai piedi della via Pott, c'era una lattina vuota di Coca Cola, abbandonata da poco. Quindi, qualcuno passava anche in quei luoghi dimenticati! Giunti sul bordo del canalone, mentre studiavamo una discesa che non pareva scontata, intravedemmo due chiodi rugginosi. 
Con due calate mettemmo quindi felicemente piede nel canalone, poco sopra il sentiero del Calvario. Lungo l'impluvio c’era di tutto, cordini putridi, chiodi spezzati, moschettoni e persino i frantumi di un casco: roba sfuggita a salitori dello spigolo, che sperammo se la fossero ugualmente cavata (ossa, grazie a Dio, non ce n'erano)... 
Il ritorno da quel Campanile fu particolarmente mesto, ma eravamo comunque soddisfatti: tempo dopo, l'amico risalì e completò la via sudando le proverbiali sette camicie, perché - grazie all'intuito e alla bravura del vecchio Tone Dimai, che l'aveva salita nell'agosto del 1905 con Tino Verzi e le indomabili sorelle ungheresi Eotvos - essa si era rivelata assai meno semplice di quello che avevamo immaginato.

12 commenti:

  1. Parlando di sconfitte, ne ho anch'io parecchie nel curriculum. Spesso, tenta che ritenta, sono riuscito nel mio intento; ma alcune sono rimaste tali e due mi pesano in particolare.
    La prima è la traversata dalla Cima Parom al Piz de la Varela: ho calcato entrambe le cime parecchie volte: l'ultima sia con mia moglie (2 volte) sia, non molti anni fa, con le mie due figlie, discendendo poi per la bellissima Val Parom. Ma in altre due occasioni, una volta raggiunto il Piz Parom, ho intrapreso la discesa in direzione del Piz de la Varela e in entrambe le occasioni sono tornato indietro. Non vi era alcuna traccia di passaggio e il terreno era assai friabile, ma non avevo incontrato alcuna vera difficoltà: tuttavia un profondo senso di insicurezza mi invase e mi impedì di andare avanti. Probabilmente se non fossi stato da solo ce l'avrei fatta; sicuramente chi ha un po' più di tecnica alpinistica, mi dirà che quella discesa è semplicissima per chi non sia ... troppo fifone. Sta di fatto che ogni anno mi ripropongo di ritentarla, ma poi non se ne fa nulla.
    La seconda, ancora in zona, è il Sass da les Nu. Con Giorgio eravamo partiti dalla Dlijia dla Santa Crusc, avevamo raggiunto il Sass da les Disc e, proseguendo fuori sentiero sull'altopiano di Fanes, eravamo saliti sulla cresta del Sass da les Nu. Avevamo letto sul Berti che l'ascesa era facile, ma ci si doveva spostare sul versante Nord e vincere un breve camino nascosto. Purtroppo il camino era stato nascosto così bene che non riuscimmo a trovarlo e ridiscendemmo mogi mogi verso il Ju de Sant'Antone e, con lunga traversata per prati, fino a Pedraces dove arrivammo tardissimo. In conclusione, oltre allo smacco, dovemmo sorbirci i rimproveri delle nostre, giustamente preoccupate, famiglie. Purtroppo la cresta è stata di recente attrezzata e non mi interessa più di tanto.
    In realtà, un'altra parziale sconfitta me l'ha riservata la Cima Fanis di Mezzo. Ancora con Giorgio, dopo essere saliti per la Tomaselli alla Cima Sud ed essere discesi alla Selletta, ci dirigemmo verso la sommità del Cadin di Fanis e, per la galleria di guerra, sbucammo sulla cengia Veronesi. Già dalla Selletta un altro escursionista, senza dire una parola, ci seguiva a pochi passi di distanza. A questo punto, invece di percorrere il sentiero Veronesi ci inerpicammo su di un canale che si sviluppava a lato dell'uscita della grotta e che, misteriosamente, presentava alcuni tratti di corda metallica, apparentemente nuovi di zecca. Sempre accompagnati dal nostro silenzioso compagno raggiungemmo la Cima Fanis di Mezzo. A quel punto ero sicuro che avrei trovato facilmente la via elementare di discesa per il versante opposto (Antonella Fornari mi ha confermato che è elementare), ma non ci ruscii e tornai indietro per la cresta percorsa all'andata. Solo quando rimettemmo piede sulla Veronesi, il nostro compagno si presentò: era un escursionista polacco e aveva molto gradito quell'inatteso diversivo. Ma a me la via di discesa dalla Cima di Mezzo è rimasta indigesta.
    Chiedo scusa per questa lunga digressione, ma noi vecchi amiamo cullarci nei ricordi.
    Ciao a tutti


    Saverio

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  2. Purtroppo frequento troppo poco (per i miei gusti) i monti di Cortina per avere molte sconfitte alle spalle. Quest'estate ho finalmente pareggiato i conti con la cima Le Bance, dietro al Cristallo, dopo 6 anni di attesa. Infatti nel 2009 con l'amico Paolo provammo la salita, ma eravamo di fretta e la tarda ora ci impose di abbandonare la salita poco dopo aver lasciato la val Le Bance (o val Bance?) ed aver intrapreso la via normale vera e propria. Quest'estate con Paolo e con Federico e molto più tempo a disposizione abbiamo raggiunto la meta, veramente panoramica e con una via di salita "vecchio stile" spettacolare, con un passaggio di 1° grado esposto (noi abbiamo portato 20 m di corda per far sicura sui mughi) ed un camino di 1°-1+ non esposto ma friabile.
    Ma sempre quest'estate si è aperto un altro conto: abbiamo tentato di salire al Taburlo dalla Val di Fanes, ma senza successo. Infatti, contro tutte le indicazioni che avevamo raccolto, che ci suggerivano di partire dalla cascata bassa di Fanes, abbiamo deciso di provare a seguire delle vecchie tracce segnate sulla cartina, che partivano sopra alla cascata alta di Fanes. Dopo oltre 2 ore di tentativi eravamo ancora "annegati" nei mughi, senza trovare alcuna traccia (evidentemente si sono inselvatichite) e senza via di uscita. Ci sembrava fattibile invece di tentare per un altro passaggio a valle della cascata alta di Fanes (cosa che a posteriori ci è stata confermata come fattibile), ma abbiamo preferito desistere e seguire sentieri battuti, salendo alla cima del Col Bechei.
    Un terzo sospeso, che credo non chiuderò mai, è stato con la Croda da Lago. In un'epoca in cui tentavo di farmi appassionare alle scalate, decisi di provare la vetta della Croda da Lago con una guida. Ma sbagliammo via e ci trovammo su una linea con difficoltà eccessive per le mie braccia. Complice anche la caduta di un masso che ci passò vicino con un sinistro fruscìo, decidemmo di tornare indietro a meno di metà via(comunque fu una giornata piacevole e divertente). Ora ho meno interesse verso questo genere di alpinismo, preferendo i gradi più bassi, quindi credo che la Croda da Lago non mi vedrà sulla sua vetta.

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  3. Caro Riccardo,
    in una data fatidica, 11/9/2001, insieme ad Albert, sono salito alla forcella tra Taburlo e Tae partendo dalla Val di Fanes. Il maniaco delle bombolette rosse, in un suo libro, parla di un accesso al lungo canale tra le due cime attraverso una cengia esposta, proprio partendo dal limitare ultimo dei baranci sottostanti la cima del Taburlo. Nella nostra esplorazione (il libro non era ancora apparso) perlustrammo dapprima la sponda destra, salendo, del canalone e non trovammo alcun passaggio evidente (solo molto in alto, forse, scendendo per uno stretto canale molto marcio, vi era qualche possibilità), ma notammo sulla sponda opposta una comoda cengia che scendeva nel canalone dal fitto baranceto sovrastante. Come riferimento prendemmo un grosso larice che, isolato, emergeva tra i mughi. Decidemmo allora di riprendere la strada della Val di Fanes, fino al lago e poco prima di questo, traversammo il torrente. Il bosco presentava numerosi segni della guerra e utilizzando a ritroso una serie di tracce-trincee in salita arrivammo in una specie di largo anfiteatro delimitato in alto da una fascia di rocce marce e solcato da alcuni stretti ma facili canali ghiaiosi che si insinuavano tra i baranci. Scendemmo per uno di questi (con bomba inesplosa) e al suo termine traversammo in quota il baranceto. Mi sembra che già da quel punto eravamo riusciti ad individuare, ad una quota inferiore alla nostra, il larice. Con discesa non troppo agevole a causa dell'intrico dei rami, raggiungemmo il larice e di lì in breve la comoda cengia ed il canale. La risalita non presentò alcun problema (anche se verso l'alto la parte percorribile si rivelò molto stretta e friabile; curiosità: a metà canale trovammo un ometto di sassi molto esile, ma molto alto; segnalava forse un qualche percorso di approccio al canale dal lato opposto?). Noi poi piegammo verso il Tae`. Sono sicuro che da qualche parte ho conservato la relazione; in queste poche righe sono andato a memoria. Spero ti possano essere utili. Ciao

    Saverio

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    1. Aggiungo solo una cosa (non conosco la discesa sul terreno): anni fa era apparsa sullo Scarpone la relazione di due alpinisti trevigiani, che consideravano la loro salita da Progoito per il canalone alla sella Taé-Taburlo come una via nuova, con passaggi fino al III. Osservai che la salita/discesa era già stata sicuramente effettuata in tempo di guerra, data la posizione del canale, e comunque anche in tempo da pace da alpinisti ampezzani, che me lo riferirono direttamente; quindi nulla di nuovo. Io però continuo a preferire l'approccio al Taburlo (anche al Taé, volendo) dalla Val de Antruiles, che spero il maniaco delle bombolette non abbia rovinato, anche perché con le intemperie fra qualche anno si rovinerà da solo.
      Ciao a tutti e due gli appassionati navigatori.
      Ernesto

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    2. Credo che i passaggi di III si riferiscano unicamente al salto con cui il suddetto canalone termina in Val di Fanes. Più in alto ti assicuro che è elementare (I inferiore ad essere proprio abbondanti). Sono d'accordo con te che l'approccio da Antruilles è più bello, ma l'estetica di questo canale è superba.

      Saverio

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  4. Grazie a Saverio e ad Ernesto per le indicazioni. Abbiamo traversato il torrente poco a valle del lago, abbiamo provato a seguire delle tracce, ma tutte sono inesorabilmente finite nei mughi prima di avvicinarci anche solo un po' al canale tra Taé e Taburlo. Sicuramente abbiamo scontato il fatto di aver fatto troppo poca ricognizione in precedenza e di esserci affidati alla sorte. Ritenteremo...
    Invece posso portare la mia esperienza sulla dorsale dei Fanis, sempre risalente all'estate 2015. Con l'amico Francesco abbiamo percorso la cresta che da Forcella Casale (raggiunta da Falzarego attraverso il Gasser Depot e Forcella del Mortaio) ci ha portati fino alla Cima Fanis Nord. Da qui siamo poi scesi alla Forcella Fanis, abbiamo attraversato vicini al filo di cresta fino alla selletta poco sotto la Cima Fanis di Mezzo e da qui siamo rientrati per la Cengia Veronesi.
    Non abbiamo salito la Cima Fanis di Mezzo, lasciandola alle prossime estati. La nostra idea sarebbe di partire dalla Cengia Veronesi, salire alla Cima di Mezzo, poi ritornare alla Forcella Fanis e da qui scendere nel Ciadin di Fanis. Ma non abbiamo intuito l'esistenza di quel cavo che cita Saverio all'uscita della galleria e sicuramente lo andremo a cercare appena possibile.

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    1. Penso che tu sia rimasto troppo basso. Per vincere la resistenza dei baranci siamo saliti parecchio e poi siamo scesi di almeno un centinaio di metri per raggiungere il larice e di altri 30-40 metri per arrivare al canale. Se invece mi fornisci qualche dettaglio sul tratto Forcella Casale-Cima Nord te ne sarei grato (sono salito e sceso da Forcella Fanis nel 1990; le notizie che ho sulla salita da Forcella Casale sono frammentarie e contradditorie). Quanto al famoso cavo risale al 1980: uscito dalla galleria, devi procedere a destra rasentando la parete finchè non trovi un canale prevalentemente ghiaioso (nel mio ricordo) che sale in cresta, quest'ultima poi ti conduce, molto bella ed aerea, ma senza difficoltà, in cima. Sono molti anni che non passo da quelle parti, ma più volte, dal basso, ho cercato di ritrovare, con lo sguardo, il mio canale, ma senza successo. In ogni caso, esiste!
      Apprezzo il fatto di come, parlare di sconfitte, sia molto più stimolante che ricordare i successi.

      Saverio

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    2. Chiedo scusa a Ernesto se approfitto del suo blog per tirar fuori i miei ricordi e per relazionare su qualche gita…
      Noi abbiamo traversato da Forcella Casale verso la Cima Fanis Nord. Pochissimo frequentato (in agosto non abbiamo visto tracce “fresche” del 2015, ma probabilmente neanche di qualche anno passato), ci è sembrato per qualche ora di essere lontani da tutto, nel vasto cuore sconosciuto del gruppo dei Fanis, con panorami insoliti e paesaggi selvaggi d’alta quota.
      Il terreno è marcio come pochi (direi come, o peggio della, Croda Rossa). Come difficoltà: vari passaggi all’incirca di I+ o forse II, sia in salita sia in discesa, mai più lunghi di 6/7 metri e non molto esposti, ma su roccia marcissima (l’unica sicurezza è… il sedere); ci sono invece altri quattro o cinque tratti non difficili come grado, ma molto esposti su terreno marcio (in particolare una cengetta scavata durante la guerra, lunga una ventina di metri, larga circa mezzo metro, in piano, coperta di detrito e con appigli per le mani che si muovono in modo impressionante). Il resto è comunque tutto traverso su pendii ripidi di ghiaie instabili. Le difficoltà si distribuiscono in modo uniforme su tutta la cresta, quindi conviene tenere alta l’attenzione per tutto il percorso: se dopo il primo passaggio ostico uno si sentisse in difficoltà, consiglierei di tornare indietro piuttosto che sperare che le cose migliorino; al contrario, se dopo un paio di passaggi difficili ci si sentisse sicuri, si potrebbe allora proseguire fino alla fine senza paura che le cose peggiorino (a meno di crolli negli anni futuri, cosa che in un ambiente del genere potrebbe sicuramente succedere).
      Saliti al monte Casale, una traccia evidente scende dal lato opposto; dove tale traccia abbandona la cresta per scendere nel vallone di Campestrin, la si lascia e si continua a seguire il filo di cresta e qui iniziano le difficoltà: subito un caminetto in discesa, poi un altro in salita, poi la famosa cengia. Da segnalare che fino al termine della cengetta si trovano, infilati nella roccia, dei perni filettati recenti, segno che qualcuno ha tentato (o sta tentando) di attrezzare una ferrata. Sui perni non sono mai stati avvitati anelli, quindi difficilmente ci si potrebbe assicurare ad essi, ma in alcuni punti costituiscono gli unici appoggi solidi per le mani. Terminata la cengetta, inizia un lungo alternarsi di sali-scendi, dorsali, altre cengette, gradini di roccia, fili di cresta, fino alla meta.
      Un tratto mi ha colpito, oltre la metà del percorso: in tale area, la cresta tende a cadere verticale in versante Fanes, inclinata in lato Travenanzes. Noi traversavamo un ripido pendio coperto di ghiaie in versante Travenanzes, molto vicini al filo di cresta, quando ci siamo trovati davanti ai piedi un piccolo buco nelle ghiaie attraverso il quale si vedeva la Val di Fanes. Ci siamo resi conto che quel tratto era costituito da lame di roccia strapiombanti sulla Val di Fanes, con fessure tra una e l’altra, dove solo la ghiaia incastrata in tali fessure sosteneva quello che a noi sembrava un pendio uniforme. Per una attimo ci è sembrato di camminare sul vuoto! All’istante ci siamo abbassati di qualche metro, continuando a traversare il pendio più lontani dal filo di cresta, per sentirci su terreno più solido.
      Da Forcella Casale a Cima Fanis Nord considererei 2h 30 min, ma dipende molto dall’abilità di muoversi su terreno marcio. Per il giro Falzarego-Gasser Depot-Forcella del Mortaio-Forcella Casale-Monte Casale-Cima Fanis Nord- Forcella Fanis-Forcelletta alla base della Cima Fanis di Mezzo-Cengia Veronesi-Galleria-Selletta Fanis-Gasser Depot-Falzarego abbiamo impiegato circa 10 ore, pause incluse.
      Inutile dire che in una delle prossime estati mi candido volentieri ad accompagnarti, se vuoi.

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    3. La tua esperienza di "camminare sul vuoto" non è rarissima. L'ho vissuta un paio d'anni fa sulla Cengia Garibaldi nel versante N del Marguareis; la cengia in genere molto ampia, a metà parete, praticamente muore e ci si deve arrampicare sulla destra per una 50-ina di metri. Quando mi sembrò che la cengia ritornasse a dimensioni accettabili, cominciai a scendere. A un tratto la mia attenzione fu attratta da una caratteristica anomala del ghiaietto che la ricopriva: la prima cosa che mi venne in mente fu la trappola che la larva del formicaleone costruisce nella sabbia per catturare le sue prede. Ed infatti di una trappola si trattava! La ghiaia formava un piccolo cratere che al centro sprofondava nel vuoto per buoni 100 metri. Decisi quindi di restare sulla paretina, d'altra parte facile e poco inclinata, finchè la cengia riacquistò il suo bel fondo roccioso e solido (ed un'ampiezza considerevole).
      Un'altra volta, tantissimi anni fa, con Albert, dopo aver valicato la Sella di punta Nera ed essere saliti per la ferrata Vandelli ci accingevamo ad imboccare il sentiero Minazio. Mi ricordavo di aver letto che vi erano due alternative, ma noi, involontariamente ne seguimmo una terza, evidentemente sbagliata, che ci portò in mezzo ai baranci. Mentre cercavamo di avanzare e di riguadagnare il sentiero perduto, Albert mi suggerì di guardare bene sotto i miei piedi: tra l'intrico di (per fortuna) robustissimi rami che ci sostenevano apparivano ogni tanto scorci ... del fondovalle. Un giorno vi racconterò del vecchio austriaco che quel giorno ci seguì lungo il Minazio e che, nonostante tutti i nostri sforzi, non riuscimmo a seminare, e della pozza sospesa su un'alta cengia, che Albert intravide sulla parete di fronte, al di là della valle, e del rocambolesco itinerario che seguì l'anno dopo per raggiungerla.

      Saverio

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  5. Guarda caso, questo che era partito come un post nostalgico e un po' rinunciatario, ha trovato nella rinuncia, nell'indecisione, nell'incertezza il motivo per iniziare un dibattito (soltanto a tre, ma pur sempre un dibattito).
    Se volete, potremmo fondare una "rubrica" sugli insuccessi alpinistici: ho citato i miei che ricordo meglio, soprattutto di alpinismo "ripido", ma pensandoci bene ne ho molti altri, fra cui persino il placido Monte Pore, fallito a metà strada a causa del freddo e del vento del 7 novembre di dieci anni fa...
    Magari dibattere su rinunce, indecisioni, incertezze e dubbi può portare a costruire nuove certezze su alcune salite selvagge dei nostri monti: prima che vi si scatenino altri verniciatori o qualche malato di anemia sideropenica, che vorrebbero corde di ferro su ogni montagna (e purtroppo, su alcune, le stanno ottenendo).
    Ciao.

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  6. Caro Ernesto, credo le sconfitte contribuiscano a rafforzare la passione per la montagna, almeno in coloro che hanno già una fiamma che arde all’interno.
    All’età di 10-12 anni avevo il desiderio di andare al Rifugio Biella e ogni estate con mia nonna provavo a salirci da Foses. Ci sono voluti 3 tentativi falliti prima di riuscire, dove la rinuncia fu causata due volte dalla nebbia ed una da un temporale. Ma ogni anni la voglia cresceva e quando l’ho raggiunto la prima volta mi sono sentito fortissimo e pronto a sfide maggiori.
    Sempre con la nonna (che pazienza ha avuto con me!) una volta abbiamo tentato di salire agli scudi della muraglia di Giau, lato Lastoi de Formin, partendo dalla zona di Ciou de ra Maza. Ma a causa del terreno bagnato e scivoloso e dell’assenza di tracce preferimmo desistere. Solo in estate 2014 ho riprovato con successo (salendo poi sulle Penes de Formin e ritornando per la Val Formin), un giorno in cui mia moglie, in dolce attesa, mi aspettava a casa. Mi è sembrata una gita in uno degli ambienti più belli di Cortina e ho sentito di chiudere un cerchio che rimaneva aperto da 20 anni!
    Sono d'accordo: parliamo di zone selvagge ed evitiamo nuovi segni e nuove ferrate! A proposito di queste ultime, nel territorio di Cortina ne ho trovate due iniziate ma mai completate (e che spero rimangano tali!): una a Ra Vales de Sote, l'altra proprio sulla cresta tra il Monte Casale e la Cima Fanis Nord; di entrambe è stata realizzata la chiodatura ma non è mai stata installata la fune. Potremmo dibattere se ne esistono altre!

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    1. A quanto mi risulta (notizie di Albert) in Ra Vales de Sote c'erano fino a non molti anni fa (magari anche 20) delle vecchie corde fisse, che sono state poi tolte perchè, in mancanza di manutenzione, potevano diventare pericolose per chi, poco esperto e invogliato dalle attrezzature, si fosse avventurato in quei luoghi. Mi sembra poi di aver letto moltissimi anni fa, all'epoca in cui si sono (ri)attrezzati Vallon Bianco e Cime di Furcia Rossa, che era in progetto di proseguire fino a Fanis Nord, ma che poi non se ne era fatto nulla per la pessima qualità della roccia. Sicuramente Ernesto ne sa più di me. Quanto a strane corde fisse, ne ricordo una che ho incontrato (in ottimo stato ... ma 30 anni fa) risalendo dalla Val di Landro per la Gola Molino (durante la "mitica" traversata Dosso Scabro-Dosso Piano con mia moglie e Albert). Si staccava per breve tratto, sulla sinistra, a metà della gola e conduceva a vaghissime tracce su pale erbose molto inclinate. Le seguimmo per una ventina di minuti, ma non capendo dove portavano, ritornammo sui nostri passi e concludemmo la "mitica" traversata.

      Saverio

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