20 lug 2017

Dal "Tofana" al "Cantore" e al "Giussani": tre nomi per un rifugio

16.8.1886: due settimane prima della morte del novantenne capostipite delle guide alpine ampezzane Francesco Lacedelli “Chéco da Melères”, che aveva accompagnato Paul Grohmann sia sulla Tofana di Mezzo (29.8.1863) che su quella di Ròzes (29.8.1864), apriva la Tofanahütte in Forcella Fontananegra. 
Secondo ricovero ampezzano in alta quota dopo la Sachsendank in cima al Nuvolàu, la capanna - voluta dalla giovane Sezione locale del Club Alpino Tedesco-Austriaco col sostegno della Sezione di Salisburgo del medesimo Club - si trovava a 2545 m d'altezza sulla sella detritica alla testata del "Valon", tra la prima e la seconda Tofana e distava da Cortina quattro ore di cammino.
Testimone delle imprese ottocentesche sulle vette circostanti, semidistrutta durante la Prima Guerra Mondiale perché venutasi a trovare in posizione strategica, il 5.9.1921 la capanna fu sostituita dalla caserma italiana eretta al suo fianco.  La Sezione Cai Cortina, rinata l'anno precedente, intitolò il grande rifugio al “Papà degli Alpini”, il Generale Antonio Cantore, ucciso il 20.7.1915 mentre da una trincea scrutava i movimenti nelle postazioni austriache attorno alla Forcella. 
Il rifugio dedicato ad  Antonio Cantore
in una storica cartolina (archivio  E.M.)
Condotto per molte stagioni dalle guide Angelo Colle Nèno (1869-1960) e Serafino Siorpaes de Valbòna (1870-1945), nel 1928 e poi nel 1930 il Cantore fu interessato da interventi di miglioria, che lo resero sempre più confortevole. 
Fortunatamente non patì danni sostanziali a causa del secondo conflitto, e nel dopoguerra la sua gestione venne affidata dapprima a Giuseppe Ghiretti "Bepino Mòidel", e in seguito alla guida Bruno Menardi Madèrla ("Gim").
Il 17.9.1972 s'inaugurò sulla Forcella un terzo rifugio, progettato dall'ingegnere Luigi Menardi Malto, finanziato dalla Banca Commerciale Italiana e dalla Sottosezione Comit del Cai Milano e donato al Cai Cortina, che fu intitolato a Camillo Giussani (1879-1960), avvocato, alpinista, dirigente d'azienda e scrittore milanese. 
Il Cantore fu abbandonato, mentre la capanna Tofana, accuratamente ripristinata, venne riaperta il 18.6.1994 con una festicciola che ricordiamo bene, rallegrata - fra i tanti - da alcune guide oggi scomparse: Bruno Menardi, ultimo gestore del Cantore, Luigi Ghedina Bibi e Lino Lacedelli. Da allora, lo storico edificio funge da bivacco invernale del Giussani. 
Punto d’appoggio per la via normale e per la via ferrata Giovanni Lipella in Tofana di Ròzes, nonché per le salite sulle pareti circostanti, la Cengia Paolina, la traversata in Val Travenanzes e per altre possibilità, il rifugio Giussani è stato condotto per 38 anni da Vittorio Dapoz e famiglia. 
Con il ritiro nel 2011 di "Tòio", simpatico e apprezzato conduttore, la Sezione Cai proprietaria ha affidato la gestione dell'immobile al figlio Mauro, maestro di sci e attuale capo della Stazione ampezzana del Soccorso Alpino.

3 commenti:

  1. Non vorrei essere invadente, ma commento anche questa. Per me il rifugio della Tofana è sempre stato il Cantore. Il ricordo va indietro nel tempo, quando, a 11 anni, dopo essere salito fino al rifugio con mia madre, le comunicai che volevo raggiungere la cima della Rozes. Riuscii a vincere le sue perplessità, solo quando lei trovò una coppia che si assunse la responsabilità di accompagnarmi. Salvo che, appena iniziata la salita, "decisi" che l'andatura era troppo lenta e partii con il mio passo. Incontrai di nuovo la coppia, quando stavo scendendo, e dopo essermi scusato con loro per il mio comportamento non proprio irreprensibile, mi precipitai verso il rifugio, pensando, tra me e me, che, per fortuna, dal Cantore non si vedeva il percorso di salita alla cima e che quindi l'avrei "fatta franca". Mi sbagliavo. Mia madre, che mi conosceva bene, era salita fino in forcella e mi accolse con un tagliente "Sei salito da solo, vero?".
    Otto anni dopo, quando eravamo già in vista del rifugio, lei si fermò e mi disse che sentiva che non sarebbe mai più salita fin lassù. Conservo un ricordo indelebile dell'impressione che mi fece quel "mai più", tanto che mi ribellai con forza a quell'affermazione "ma cosa dici, mamma?". Ma la sua sensazione era stata corretta.
    In quegli otto anni il Cantore e la successiva salita alla Rozes erano diventati una consuetudine. In un'occasione trovai in cima una compagnia di alpini che erano saliti insieme al loro capitano: quest'ultimo decise di scendere per la "direttissima di Punta Marietta" ed io mi accodai. A un certo punto si doveva affrontare un lastrone inclinato piuttosto liscio ed io osservavo con commiserazione la discesa alquanto sgangherata di alcuni dei componenti della compagnia. Quando fu il mio turno iniziai la discesa con tronfia baldanza, ma la finii alla "gatto Silvetro" con le unghie che incidevano il lastrone per rallentare la scivolata, sotto gli occhi divertiti dell'intero plotone. Ciononostante, giunti al rifugio, il capitano mi fece i complimenti, affermando che avrebbe voluto che tutti i ragazzi della sua compagnia avessero il mio entusiasmo per la montagna. Credo che dal Dibona tutti mi videro scendere a causa della coda di pavone (o forse di tacchino) che mi era spuntata per quei complimenti.
    Finiamo con un'altra mamma preoccupata, ma questa volta al Giussani. La mia figlia più grande aveva da poco compiuto otto anni quando pensai, era settembre, che anche per lei era venuto il momento di salire sulla "mia" Tofana. Fino al Giussani ci accompagnarono mia moglie e la piccola Silvia (5 anni) e dalle finestre del rifugio seguirono, insieme al gestore del rifugio che ci guardava con il binocolo, non senza una certa apprensione. Perchè era settembre, metà settembre e quel versante presentava parecchi tratti ghiacciati e vedere quel puntino che seguiva diligentemente un adulto un po' invasato suscitava tenerezza, ma non solo. Fui prudente. Ci fermammo all'uscita (alta) della Lipella. Il battesimo della Rozes era rimandato di un anno ed anche la piccola Silvia ebbe l'onore di salirvi tre anni dopo, in occasione del suo nono compleanno.
    Chiedo scusa a tutti i lettori del blog, ma i post di Ernesto, mi fanno rivivere tanti bei momenti della mia vita e mi piace condividerli con altri.
    Ciao a tutti

    Saverio

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  2. Anch'io se penso al Giussani non riesco a non scrivere.
    Da piccolo i nonni mi portavano spesso a giocare o a far merenda al Dibona. Da lì vedevo l'attacco del sentiero e le funi della teleferica che salivano al "Cantore" (nonostante fosse già stato costruito il Giussani da 15 anni, i miei nonni parlavano comunque di Cantore) e fantasticavo di cosa ci fosse in alto. In particolare l'immagine delle funi della teleferica che si perdevano in neri nuvoloni bassi che presagivano temporale mi faceva pensare del "Cantore" come un luogo da alpinisti duri!
    Quando fui abbastanza grande da essere portato per la prima volta lassù, mi sentivo a 2 passi dal cielo e ricordo benissimo la telefonata che feci alla sera ai miei genitori per raccontare dell'impresa.
    In tempi più recenti, quando ancora trascorrevo settimane intere di vacanza a Cortina, ogni tanto mi divertivo a salire al Giussani nelle ore più disparate, al mattino presto per il gusto di fare li colazione o al pomeriggio tardi per vedere le luci del tramonto. Ogni volta mi sedevo e mi piaceva ascoltare le chiacchierate di Toio con gli avventori, ancora meglio se in dialetto. Ricordo che in dialetto utilizzava alcune espressioni che descrivevano situazioni o ricordi, che in Italiano avrebbero richiesto giri di parole molto più complessi.

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  3. Le funi della teleferica ravvivano il ricordo di quanto ero (scioccamente) spaccone da giovane. Non mi ricordo che cosa avevo fatto quel giorno, ma giunto al Dibona, mi ero fermato per una birretta, quando incontro mio cugino Bruno. Chiacchierando, il discorso cade sulla Rozes e su quanto tempo occorra per salire e scendere; non so come, tra una parola e l'altra, salta fuori un tempo: due ore e mezza. Con una spavalderia di cui un po' (ma solo un po') mi vergogno, affermo che sono in grado di salire e scendere in un tempo inferiore. Scatta una scommessa. Bruno mi cronometrera` e se io falliro` dovro` offrire da bere a lui e a tutti i suoi compagni (erano una ventina), se riuscirò, mi accontenterò della gloria. In 1 ora e 37 sono in cima. Per la discesa, giunto al Cantore, opto per il canale di ottima ghiaia per cui passa la teleferica. Solo che l'ora era piuttosto tarda e la teleferica era in funzione, per cui il cavo era molto basso ed io dovevo passargli sotto. Non ci penso due volte, mi distendo sulla ghiaia e rotolo sotto la fune (incosciente!!). Alla fine arrivo in due ore e 20. Scommessa vinta! Mi mancava solo un cartello sulla schiena con la scritta "Esempio da non imitare" (citazione da Messner, a proposito di una sua discesa per la ferrata del Marmol).
    Non ho più fatto simili sciocchezze, ma la mania di correre in montagna mi è rimasta.
    Ciao

    Saverio

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