9 ago 2014

Sullo spigolo Castiglioni della Cresta Val d'Inferno

Cresta Val d’Inferno: guglie dal nome un po' truce, sul filo tra il Cadore e la Carnia e facente parte della dorsale dei Brentoni. 
Sono cime fuori mano, angoli dove forse c’è ancora qualcosa da scoprire: questo offre la Cresta, ambiente marginale rispetto agli "hits" alpinistici e ancora ben preservato. Dalla cresta emerge un torrione, non ardito ma con una personalità propria, che si spinge verso Forcella Camporosso e i boschi che scendono in Val Frison. 
Lo spigolo sud del torrione è segnato da una via classica della zona, che chi scrive ha salito due volte. L’aprirono nel giugno 1938 due personaggi illustri, Castiglioni e Detassis, che esploravano le Alpi Carniche in vista della stesura dell’omonima guida, uscita solo nel 1954.
I Brentoni e la Cresta Val d'Inferno, da Casera Doana
(foto E.M., 27/6/2010)
La via non è molto succulenta come scalata, ma vi trovammo comunque alcuni pregi che la fanno ricordare come un gioiellino, godibile se si ama un certo tipo di alpinismo. Ci piacque salire nel fresco mattino verso lo spigolo, dalla strada di Razzo per Forcella Losco, Camporosso e i pendii dominati dal Torrione. Abituati a quelli di casa, lassù i panorami erano insoliti: le Carniche, le Giulie e le Dolomiti si avvicendavano in  piani diversi, cui anche l’occhio più distratto era interessato. 
Nessun rumore; a metà giugno, e ancor di più a fine ottobre, forse il periodo migliore per aggirarsi sui Brentoni, lassù trovammo grandi silenzi. Ci piacque salire con calma, godendo ogni passaggio, mai banale: rampe, paretine, un piccolo liscio diedro, la cresta finale. Poi ci abbandonammo al sole sulla cima, volando col pensiero sui monti che si proponevano alla vista, mai così nitidi come in quelle giornate. 
La fine di entrambe le gite ci vide scendere allegri per la "normale" di quella cima, una serie di viscidi salti e cenge con ghiaia, erbe e tracce di camosci, e lasciare la solitudine dell'altopiano avvicinandoci alla sera. 
Valeva le due visite, il torrione della Cresta Val d’Inferno, nei Brentoni. Mi piacerebbe che quella bella salita fosse sempre ripetuta in silenzio, pensando all’incanto che tanti anni fa trovammo ancora tra quei monti. Chi lo farà, ne sarà certamente ricompensato.

6 ago 2014

Campanile Rosà, cima demodé

Non ricordo esattamente quando ci avventurammo, con alcuni amici, verso ,la cima di una montagna che, sfortunatamente, oggi manca al mio piccolo album dolomitico: il Campanile Rosà, nel gruppo della Tofana. 
Il pinnacolo, alto circa cento metri, fronteggia il versante sud-orientale dell'omonimo Col, e si distingue bene solo da vicino, oppure in particolari condizioni di luce. 
Il Campanile, scendendo per la Val Fiorenza 
(foto E.M., 16/8/2008)
Le prime a porvi piede erano state le guide Angelo Dibona, sempre lui!, e Celestino de Zanna con l'albergatore ampezzano Amedeo Girardi e il medico trentino Leopoldo Paolazzi, il 17/8/1910. La via, un 4° grado di vecchio stampo dove Dibona dovette lasciare un paio di chiodi, fu di moda per qualche tempo, ma è stata anche teatro di alcune disgrazie (Cleto Verocai nel 1924, Giulio Fox e suo figlio nel 1977...), a causa della roccia spesso malsicura. 
Nel 1931, sullo scarso spazio della guglia, i mantovani Dallamano e Ghirardini intuirono una seconda via, esposta e di un certo impegno: dieci anni dopo, infine, le guide Celso Degasper e Beppe Dimai conclusero, con i fratelli Melloni, la breve storia alpinistica del Campanile, correggendo la via Dibona con un tiro di corda di 6°. 
Riprendendo il discorso, il nostro primo (e ultimo) approccio al Campanile Rosà non ebbe proprio fortuna: ben presto si mise a diluviare e, dato l'ambiente non proprio ospitale, credemmo igienico retrocedere e scendere verso casa. Fu sicuramente meglio così: forse avevamo anche sbagliato via, perché - convinti di essere sulla Dibona (dietro mie indicazioni ...) - in realtà dovevamo avere pasticciato sulla Dallamano. 
Non ho più avuto occasione di esplorare da vicino il Campanile Rosà, bello per la forma, l’isolamento, la storia alpinistica che vanta anche nomi noti (mi vengono in mente, fra i tanti, Fritz Terschak, Gianangelo Sperti, il Re Alberto dei Belgi, il fisico Edoardo Amaldi, Mario Salvadori ...) 
Quante visite avrà ricevuto il Campanile, in oltre un secolo? Oggi mi piacerebbe sapere, da chi vi è salito, che cosa ha provato spuntando in mezzo ai mughi della cima su quella lama affilata, nascosta agli occhi del grande pubblico ed oggi fatalmente demodé.
Lo invito magari a scrivermi su questo blog!

2 ago 2014

Spigolo del Sas de Stria, 1939-2014

Mi è sfuggito per un giorno, ma qui non posso tralasciare questo anniversario: il 75° compleanno dello spigolo del Sas de Stria, salito per la prima volta dai vicentini Andrea Colbertaldo e Lorenzo Pezzotti l'1/8/1939, ripetuto in prima invernale nel marzo 1953 da Marino Dall'Oglio e compagni e in solitaria moltissime volte.
Negli anni ’70, ’80 e ’90 la via, che percorre lo spigolo SE dell’appuntita cima che incornicia il Passo Falzarego, per noi fu una meta classica. L'itinerario segue diligentemente l'affilato spigolo SE e sotto il ripido salto terminale presenta due soluzioni: l'originale è quella più bella, quella più semplice confluisce in un itinerario di Von Saar e compagni del 1908. 
Il Sas de Stria: a sinistra, lo spigolo (foto E.M.)
Resa sicura da chiodi fissi, la Colbertaldo è una via sempre frequentata, soprattutto nelle stagioni intermedie, da scuole di roccia e per allenamento. Accesso e il rientro sono quasi da falesia: alla base dello spigolo si giunge in una ventina di minuti per ripida traccia, dalla strada che sale al Passo Valparola, e al ritorno si segue la via normale, che non ha difficoltà di rilievo, anche se prestare un po' di attenzione non è superfluo. 
Dall'ottobre 1977 (quando, portandomi lassù, Enrico  mi fece un regalo per il mio compleanno n° 19) ai primi di giugno 1993, quando rifeci ancora una volta lo spigolo con Claudio, penso di averlo salito una ventina di volte, gustandomi sempre appieno la salita, non troppo lunga, varia e divertente, ricca di situazioni caratteristiche e su roccia sicura. Tra tute, non dimentico quella del giugno 1987 con Nicola, quando - sul tratto più impegnativo - venni colto da un misterioso malore e feci un voletto che poteva avere gravi conseguenze, ma per fortuna mi costò solo un grosso livido sulla schiena e un paio di pantaloni da buttare. 
L’ultima volta, condussi lassù un amico di pianura, che credo non avesse mai arrampicato. Giunti in cima, convintissimo che - data la bella giornata, poco meno che primaverile, e la salita rilassata che avevamo compiuto - Claudio fosse rimasto soddisfatto, mi aspettavo un apprezzamento sulle rocce dove "ero di casa" da oltre un quindicennio. 
Con aria di sufficienza, l’amico invece brontolò che una scalata che raggiunge una cima su cui si sale a piedi senza difficoltà, ci si ferma a far merenda allegramente e magari si lasciano rifiuti a non finire (ma quante cime così ci sono...), per lui non aveva tanto senso. 
Forse anche un po’ colpito da questa risposta, da allora non salii più il divertente spigolo del Sas de Stria.

30 lug 2014

Villa Sant'Hubertus e la sua triste fine (400° post di ramecrodes!)

La villa di caccia denominata "Sant'Hubertus" a Cortina fu costruita alla fine dell'800 per iniziativa di due ricche donne, la contessa inglese Emily Howard Bury e l’americana Anna Powers Potts, 
La realizzazione dell'edificio o, per lo meno, i progetti e le richieste alla Regola Alta di Larieto, proprietaria del terreno, di acquistare un appezzamento sui prati detti “de Castèl”, erano già iniziate nel 1896. 
Le ricche signore volevano 3-4000 mq di terra, un'estensione impensabile per i regolieri, che diedero loro risposta negativa. Esse allora si rivolsero al Comune, che  da una decina d'anni amministrava i boschi e i pascoli della zona, e con una certa facilità ebbero il permesso di costruire la villa desiderata sul piccolo colle presso il Tornichè, a sinistra della stradina che sale a Ra Stua. 
Raro disegno della Villa Sant'Hubertus
(photo courtesy of bellunopress.it)
Ai regolieri d'Ampezzo non rimase altro che chiedere il compenso per il mancato esercizio del diritto di erbatico sui 5200 mq ceduti dal Comune alle nobili, pretendere il ripristino del luogo dal quale era stata estratta la ghiaia per la costruzione (che si trovava di fronte al colle, sul lato destro della strada) e il risarcimnto dei danni subiti dal pascolo. 
Nel 1898 le signore ottennero dal Comune anche il permesso di caccia in tutta la zona N della valle d'Ampezzo, che esercitarono fino al 1908. La loro casa, splendidamente arredata, venne abitata dalla fine del secolo, ma non ebbe fortuna. 
Allo scoppio della guerra venne a trovarsi proprio a cavallo dei due fronti, e i soldati di entrambe le linee la saccheggiarono e la cannoneggiarono senza ritegno, finché non ne rimasero che ruderi. 
Qualche anno fa i discendenti di Pietro Siorpaes "Piero de Santo" (1868-1953), guida alpina e fidato guardacaccia delle due signore, che aveva ereditato da loro il colle dove sorgeva la villa, hanno provveduto a far diradare la fitta boscaglia che soffocava gli ultimi ruderi. 
Così, intorno alla fu Villa "Sant'Hubertus" adesso si curiosa, con una brevissima passeggiata dal Tornichè ma con un certo dispiacere, pensando a come doveva essere quel luogo nell'epoca di maggior fulgore.

24 lug 2014

Pezovico, canale S: una via "nuova" del 1986

Grazie all'intermediazione di Saverio, ho avuto in mano un'interessante "pagina di diario". In essa Albert, nipote di Amedeo Angeli (Sindaco di Cortina nel 1956-65, a sua volta nipote di Amedeo Girardi, l'albergatore che nel 1910-11 salì - con le guide Angelo Dibona e Celestino de Zanna - il Campanile Rosà, la parete N della Cima N della Torre Grande e la Torre Quarta d'Averau), descriveva la prima (e anche l'unica?) salita del canale che divide le due cime del Pezovico, la quota 1933 a sinistra guardando da Fiames, e la quota 2014 a destra, entrambe ben visibili dall'ex aeroporto. Nel ringraziare l'autore della salita, meravigliatosi che la pagina di diario interessasse qualcuno a distanza di un trentennio, e l'amico Saverio, assiduo navigatore di questo blog, rilevo due cose. Albert, allora molto giovane, ebbe proprio del fegato ad affrontare in solitaria il canale meridionale del Pezovico, nel quale si notano sospesi alcuni grandi massi di tenuta piuttosto aleatoria; poi, la salita anticipò, e azzerò, una delle pazzie che forse avrebbe attratto anche chi scrive, passato più volte in quell'angolo selvaggio quant'altri mai che è il Pezovico. 
Il Pezovico, col canale salito da Albert nel 1986
 (autunno 2011, foto I.D.F.)
22.9.1986
Salita dell’ultimo canale esposto a S della dorsale del Pomagagnon. Visto il nome del monte alla sua sinistra (salendo), lo chiamo “Canale Pezovico”, e considero che porti alla Forcella Pezovico (Forcella Bassa, N.d.R.)
Salite le ghiaie, si affronta il canale direttamente (15 m., 3) o sulla destra. Risalitolo ancora per ghiaie, si giunge ad un masso incastrato che si supera sulla rosea parete di sinistra (4). N.B. Si può arrivare sopra il suddetto masso per cengette sulla destra, fin dall’inizio del canale (viaz di camosci, non so quanto agevole). Si risale nuovamente per ghiaie e si giunge ad altri enormi massi incastrati che si superano sulla parete di destra (10 m., 4+). Ancora per ghiaie, si arriva dove enormi macigni occludono il canale per più di 20 m. Si superano sulle rocce friabili di sinistra o, come ho fatto, seguendo una cengia che si diparte, guardando la parete di destra, dapprima verso destra poi a sinistra (3). Giunti poco sopra i massi la cengia si interrompe, ed è necessario un aereo salto in lunghezza (3 m), facilitato dal fatto che ci si trova sopra il “piano” di atterraggio (sbagliare può significare volare per i succitati 20 m). Si sale poi comodamente per 30 m fino alla Forcella Bassa. Da qui si scende per mughi a sinistra di un canale che divalla in Val Felizon (Granda, N.d.R.). Centralmente si rinvengono tracce di camosci. Si giunge così al ponte della ferrovia.
Note: impiegate 7 h, tempo eccessivo per i 600 m di dislivello dalla strada asfaltata. Al salto, perso lo zaino con la macchina fotografica, recuperato il giorno dopo, risalendo lungo il percorso di discesa (faticosissimo). Gita che non vale la fatica, comunque si passa. Sulla sella tracce di postazioni italiane e sentieri che si diramano verso destra: è quindi possibile raggiungere l’altra sella erbosa posta più ad E (Forcella Alta, N.d.R.).
Albert Brizio

23 lug 2014

Lido Capo Verde: escursionisti in spiaggia

Apprendo con dispiacere che "Lido Capo Verde", la spiaggia (unica nella valle d'Ampezzo) che sorge in riva al Boite un paio di chilometri a N di Fiames, servita da un ristoro in legno e da un piccolo parco giochi, quest'estate è chiusa. 
La sospensione si deve ad una questione amministrativa insorta con il Comune, in cui non mi addentro, lasciando l'incarico di dipanarla a chi di dovere. 
Osservo però che "Capo Verde", nato una ventina di anni fa sul luogo di una cava di inerti bonificata, grazie alla testarda inventiva di Alessandro Zardini Nòce, il noto “Zóco”, che acquisì con fatica lo spazio dal Demanio e con altrettanta fatica ne fece un angolo turisticamente appetibile, non merita una fine ingloriosa. 
Gestito a lungo da Clara e Alessandro, poi per un breve periodo da Marzia e Marco e oggi da Marcella e Benito, il Lido non serve all'alpinista, ma è al centro di escursioni e passeggiate a piedi e in Mtb, di vario impegno e lunghezza: oltre che in automobile, vi si arriva da Fiames per il Bosco dell'Impero o dal Camping Olimpia per Pian de ra Spines o dal Tornichè per la strada di Pian de Loa, e da qui si può proseguire per lo Sbarco di Fanes, il Ponte dei Cadoris, Antruiles e Ra Stua, il Castello di Podestagno, o addirittura salire sul Col Rosà. 
Peccato dover rinunciare all'unica stagione che il Lido ha, al relax garantito soprattutto nei giorni più caldi, quando il sole arroventa le ghiaie delle rive del Boite e consente di godere di una spiaggia di ciottoli a 1300 m d'altitudine, pasteggiando o sorseggiando una bibita finché i bimbi giocano tranquilli e sicuri all'ombra degli alberi. 
Capo Verde, settembre 2013
(foto I.D.F)

Peccato: in agosto era già previsto di portarci Elisabetta, che a 4 anni non ha ancora visto le nostre montagne; è il luogo ideale per avvicinarla alle Dolomiti, prima esplorando il  Bosco dell'Impero e poi magari raccogliendo i sassolini più levigati nelle anse in cui il giovane Boite scorre ancora pulito. 
Auspichiamo che gli impedimenti trovino un accomodamento soddisfacente, prima di tutto per i gestori che s'impegnano in questa struttura; poi per il sempre più breve turismo estivo di cui vive Cortina; ancora, per l'opportunità di avere centri d'attrazione nella natura e facilmente accessibili come questo; infine per chi non può o non vuol camminare, e qui trova il riposo dopo mezz'ora di passeggiata o una breve pedalata pianeggiante, condite da una bevanda fresca e dal sole, che spesso dardeggia implacabile ai piedi del Col Rosà. 
Sarà per l'anno prossimo?

18 lug 2014

Col Rosà, via normale "controcorrente"

Un oronimo ampezzano che pare facile da interpretare, ma presuppone invece un'indagine etimologica piuttosto “sottile”, è quello della cima che incontra lo sguardo di tutti coloro che, lungo la Strada 51 d'Alemagna, salgono da Cortina verso Dobbiaco: il Col Rosà. 
Denominato in tempi remoti "Crepo del Cetrosa" e "Monte Ola", due nomi oggi del tutto dimenticati, il Col Rosà potrebbe essere debitore del nome attuale, che non ha nulla a che fare con la rosa o l'omonimo colore, alla stessa radice di Monte Rosa, Plateau Rosà, Roisetta, Tète des Roèses e forse qualche altro, perlopiù localizzato nel territorio della Valle d'Aosta. 
Iside sul Col Rosà,
29 maggio 2005 (foto E.M.)
Nel patois locale, “Rosa” voleva semplicemente dire "ghiaccio". Si potrebbe allora arguire che l'oronimo sia tanto antico, da essere stato coniato in tempi in cui la zona era ancora occupata da neve e ghiaccio perenne? La suggestione è del tutto personale, magari anche aggredibile, ma piace pensarla così. 
Comunque, linguisticamente, è bello l'oronimo “Monte Ola”, che si ricollega senza dubbio al retrostante Valon de ra Ola, il canalone detritico (un tempo divertentissimo da scendere, oggi sempre più fastidioso), incuneato fra gli Orte de Tofana e le ultime balze del crestone che scende da Tofana de Inze. Nell'ampezzano di una volta, “óla” voleva dire "pentola", dunque la somiglianza sarebbe derivata da un catino tondeggiante o qualcosa del genere. 
Ma non lasciamoci prendere da disquisizioni accademiche: il Col Rosà è una delle prime montagne d'Ampezzo che chi scrive ha avuto modo di conoscere, giungendo sulla sommità per la prima volta dalla via ferrata “Ettore Bovero” appena inaugurata, 47 anni fa. 
Abbandonate le ferrate, in anni abbastanza vicini abbiamo rivalutato il sentiero 447, quello che fu fatto sistemare a fine '800 dalle nobili Anna Powers Potts e Emily Howard Bury, proprietarie della sottostante, Villa St. Hubertus per salire in vetta ... a cavallo.
In due ore e mezza di salita, questo ripido sentiero collega Pian de ra Spines alla cima; lo abbiamo salito “controcorrente”, visto che esso viene perlopiù seguito in discesa dai ferratisti, per una mezza dozzina di volte. L'ultima, per adesso, in una torrida e indimenticata giornata di fine maggio 2005.

14 lug 2014

Malga Valparola: ... bella scoperta!

Stranamente, non avevo mai fatto caso che esistesse una malga di nome Valparola; se l'avevo notata su qualche cartina, mai avrei pensato che fosse aperta al pubblico e così simpatica! 
La malga ha un curioso, triplice primato: vi si accede dall'Armentarola in Alta Badia, ma ricade per poco in Provincia di Belluno - Comune di Livinallongo del Col di Lana, ed è gestita da una famiglia della Val Pusteria.
Complice un nuovo libro di Oswald Stimpfl su 61 malghe del Sudtirolo, acquistato domenica scorsa in un'altra malga a noi cara, la San Silvestro tra Dobbiaco e S. Candido, abbiamo deciso di andare a curiosare a Malga Valparola: e ci è parsa veramente una bella scoperta.
Il luogo ha interesse per la storia, dato che nella valle che scende da Passo Valparola a In Pré de Vì, o Armentarola, sino al 17° secolo erano attivi i forni fusori del ferro, estratto nelle miniere del Fursil e condotto lassù per la "Strada de la Vena"; in tedesco, infatti, il toponimo "Valparola" è tradotto "Eisenofen", Forno per il ferro.
Un gruppo di fabbricati rustici sul bordo di un pascolo circondato dal bosco, ai piedi della dorsale rocciosa del Settsass (del quale non dimentico la faticosa salita alla cima, sotto il sole cocente, qualche anno fa); capre, cavalli, conigli, galline; un istruttivo panorama sulle cime del Gruppo Cunturines, che spuntano proprio di fronte; un sacco di gente, fra cui tanti bambini, poiché la malga è una meta facile e ideale per i piccoli; un gustoso piatto di salumi e formaggi; da ultimo, i nuvoloni e la solita pioggia che frena quest'inizio d'estate e ci ha scacciato anzitempo da lassù: questi gli elementi principali della visita a un luogo interessante per un'escursione, più vicino a casa nostra dei siti pusteresi che conosciamo, ma mai considerato nelle nostre ricerche di nuove mete.
I cavalli di Malga Valparola (foto E.M., 13/7/2014)
C'è un'allegra confusione a Malga Valparola; ci si rilassa sui vecchi tavoli all'aperto; si mangia bene; il locale è caratteristico; l'accesso non è lungo né faticoso. Merita proprio andare a darci un'occhiata! 
Se poi  la malga rimarrà ancora per un po' così com'è (a me ha ricordato subito il vecchio rifugio Fodara Vedla, tutto di legno e odoroso di omelettes e patate saltate...), costituirà un tuffo all'indietro per i nostalgici di una certa montagna!

12 lug 2014

Sull'Alpe di Lerosa, cinquant'anni fa

Verso la metà degli anni '60, mio padre ricevette l'incarico di "Marigo" della Regola Alta di Lareto; per questo, tra giugno e settembre, doveva salire spesso sull'Alpe di Lerosa, per verificare col pastore la situazione e gli eventuali problemi e necessità del pascolo e del bestiame.
Nell'estate 1965, e forse anche in quella successiva, salimmo dunque lassù quasi ogni domenica, rigorosamente a piedi dal curvone di Podestagno, dove riuscivamo a farci scaricare dal benevolo autista della linea Cortina-Dobbiaco: io avevo solo sette anni, ma ricordo una sensazione strana: che la valle d'Ampezzo fosse tutta chiusa lì, tra Ra Stua, Lerosa e Gotres!
Lassù alla baita che serviva d'appoggio al pascolo conobbi il pastore, un bel tipo poco più che quarantenne che si chiamava Francesco e veniva da Arina, un paesino del basso Bellunese che ancora oggi non conosco, e la sua famiglia.
Con quale stupore, e senza capire il perché, il pastore mi disse che non poteva mangiare zucchero, e per questo aveva sempre al seguito una scatoletta di saccarina! 
Aveva accanto la moglie, di cui ho dimenticato il nome ma ricordo bene che era “bianca e rossa come un pomo” e quando scendeva a Cortina ci portava i panetti di burro coi fiorellini, e quattro figli: Teofilo, Gianna, Antonio e Luciano. Vivevano tutti insieme nel ristretto ambiente del Cason per l'intera estate, sempre a contatto con il bestiame, il sole, il vento, la luna, la neve, la pioggia. Confesso che un pochino li invidiai davvero!
L'Alpe di Lerosa con la sua baita
(photo courtesy G. Mendicino, archivio LDB)
Mi sovviene di aver seguito un giorno Teofilo, che aveva forse undici anni ma era ormai un aiuto pastore navigato, lungo la Val di Gotres fin quasi alla Statale d'Alemagna, per recuperare una manzetta sfuggita dal pascolo; rivedo le bottiglie verdi col latte che i ragazzi usavano per catturare le vipere, le cui teste allora venivano compensate dal Comune con 500 lire l'una; ricordo la confidenza con cui Antonio e Luciano giocavano con le mucche, infilando le dita nelle loro narici umide...; mi pare di risentire ancora le chiacchiere dei grandi, riflesso di un'epoca più semplice, ormai del tutto tramontata.
Al termine dell'incarico, che durò qualche anno, la famiglia scese nella Pedemontana trevigiana per gestire un'attività commerciale, e laggiù uno dei due ragazzi più giovani morì in un incidente stradale. 
Chissà se gli altri familiari sono ancora tra noi, dove vivono, se si ricordano delle estati trascorse in Lerosa, abitando e lavorando sui “pascoli del dio Manitù”, come aveva battezzato l'Alpe il compianto amico giornalista Mario Caldara...

10 lug 2014

Pala del Asco e Pala de ra Fedes, due proposte molto diverse

Nel gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo, ai celebrati pascoli di Lerosa fanno la guardia due elevazioni d'interesse puramente escursionistico, vicine e accomunate da oronimi  dedicati agli ovini. 
Una è la Pala del Asco (del montone, 2300 m), cupola erbosa apprezzata dagli sciatori ma meta anche di una facile escursione estiva fuori dalle tracce segnalate. 
Discesa dalla Pala del Asco verso i Tremonti
(foto E.M., estate 2003)
L'altra è la Pala de ra Fedes (delle pecore, 2733 m), primo dente della cresta NO della Croda Rossa, salita (forse a scopo militare) dall'austriaco Franz Nieberl nel 1915 e in seguito poco visitata. 
Nominata da Antonio Berti e da poche altre fonti, la Pala de ra Fedes richiede un accesso abbastanza delicato, al limite dell'alpinismo. Per la salita, ripida e su terreno instabile, occorre disinvoltura nel muoversi su un terreno friabile, con detriti e poco meno che vergine. In discesa, poi, sul versante opposto a quello di salita si incontra un erto colatoio con salti rocciosi e tracce di camosci, che va a finire in Val Montejela.
Mentre la Pala de ra Fedes è riservata a chi non ha bisogno di Internet, tabelle segnaletiche e bolli di vernice, quella del Asco può essere al centro di un più semplice “tour” naturalistico e panoramico in entrambe le stagioni, magari da completare salendo anche sul Castel de ra Valbònes (2380 m), caratteristico “guscio di tartaruga” incastonato nella vasta fiumana ghiaiosa del Graon de Inpó Castel (ghiaione dietro il Castello). 
Ricordo bene le mie due salite sulla Pala de ra Fedes e la scoperta dei due ometti che al tempo abbellivano la piccola sommità, deserta e riservata a “buongustai” di un certo modo di andare sui monti. Ma non dimentico i vagabondaggi sulla Pala del Asco, sia verde che innevata, i morbidi pendii di magro pascolo e, soprattutto, i tanti camosci che animavano le ghiaie circostanti. 
Peccato non sciare: mi piacerebbe confrontare la Pala del Asco estiva con quella invernale, sulla quale si spinge una sci-alpinistica che so essere frequentata e certamente remunerativa.

29 giu 2014

Malga Stolla, a due passi dalla confusione

La Stollaalm-Malga Stolla, posta a 1930 m di quota sul versante orientale della Croda Rossa d'Ampezzo in Comune di Braies, è un luogo non molto noto, ma con un "che" di particolare. 
Malga Stolla,
photo courtesy commons.wikimedia.org
Pur distando solo mezz'ora dal frequentato altopiano di Pratopiazza, tutto sommato è un angolo appartato, dove di solito non si transita ma occorre recarsi apposta. 
Quando ripetevamo ogni anno la via normale della Punta del Pin, passammo a Malga Stolla un paio di volte: la dimessa capanna era chiusa e pareva quasi abbandonata, per cui non suscitò in noi alcuna  curiosità. Con sorpresa la trovammo aperta e gestita nel luglio 2003, quando arrivammo fin lì con un paio di amici divagando da Pratopiazza, dopo aver salito la Val dei Canopi. 
Qualche tempo dopo tornammo in condizioni nettamente invernali, un 20 novembre, risalendo da Ponticello la valle da cui la malga prende il nome. 
Salendo mi colpì in modo particolare la stradina d'accesso, che d'inverno si copre di numerose cascatelle d'acqua gelata nel freddo tratto inferiore e di neve in quello superiore: quel giorno si camminava bene, ma senza ramponi ci volle tutta l'attenzione possibile, dalla partenza all'arrivo. Il fascino della piccola conca che ospita la malga, seppure questa fosse deserta, in quella giornata "alaskana" è rimasto nel ricordo. 
Immagino che Malga Stolla, ammodernata di recente con una seconda costruzione al fianco e l'allargamento della stradina che viene dalla valle, non voglia/possa aprire anche d'inverno perché, fra l'altro, forse non sopporterebbe un pesante afflusso turistico e non potrebbe garantire un servizio adeguato. 
Il luogo, anche senza mucche al pascolo e pur avaro di sole, riveste comunque un certo fascino anche fuori stagione. 
Quel 20 novembre, unica nostra visita d'inverno, prima di lasciare la silenziosa conca ci pensammo un attimo: ma un brivido di freddo ci diede il "la", obbligandoci a fare gli ultimi due passi e affrontare la consueta, bonaria confusione che pervade Pratopiazza quasi tutto l'anno.

26 giu 2014

Croda de Pousa Marza, meta nobile e illustre

La via comune della Croda de Pousa Marza (m 2504), nel sottogruppo del Popena, non rientra di sicuro nei canoni delle scalate dolomitiche di gran moda. 
Scoperta il 29/7/1884 dalla guida pusterese Michl Innerkofler, che  salì dapprima in vetta da solo e nella stessa giornata risalì portando in cima la giovane cliente boema Mitzl Eckerth, consente di conseguire un torrione esteticamente molto elegante, specie se lo si osserva dalla Strada 48 bis delle Dolomiti, nei pressi del ponte sul torrente Rudavoi. 
Esclusa quella estetica, non ritengo però che la Croda abbia altre pregevolezze: la roccia piuttosto malsicura, oltre alla comune, ha consentito di aprirvi un'unica altra via, ad opera degli Scoiattoli Raniero Valleferro e Alberto Dallago (parete SO, 4/4/1976).
Attratto dalla breve relazione che ne avevo letto su una guida in lingua tedesca, ripetei la via comune della Croda de Pousa Marza con l’amico Roberto giusto vent'anni fa, il 9/7/1994, ed entrambi la giudicammo una vietta simpatica. Tutto sommato, l’Innerkofler-Eckerth non è tanto malvagia, ma originale e godibile: lo ammise anche Visentini, nella sua guida del Cristallo pubblicata nel 1996 e dalla quale ho tratto numerosi spunti per vagabondare fra quelle crode. 
La Croda con il versante di salita, 
dal Corno d'Angolo
(foto E.M., agosto 2008)
Sono circa 100 m di 2° abbondante con due tratti più difficili, su una parete esposta, di roccia non granitica ma neppure infame. Chiodi non ne trovammo, e per sicurezza bastarono vari spuntoni e clessidre: per scendere ci affidammo a tre doppie su cordini, rimasti lassù a memoria della nostra visita. 
La cima era pulita, senza alcuna traccia umana, anche se hanno visitato la Croda in anni lontani alpinisti nobili e illustri: Severino Casara, Alberto Re dei Belgi con le guide Antonio e Angelo Dimai di Cortina (1926), Dino Buzzati con la guida Giuseppe Quinz di Misurina (1930) e molti altri. 
Il passaggio chiave, uno strapiombo di qualche metro da superare di slancio da una cengetta, è solido e atletico. La via conserva tutto il sapore pionieristico ed esplorativo proprio dei suoi 130 anni di età: sommata all’accesso per il circo esterno dei due dominati dal Piz Popena e alla discesa per quello parallelo, ancor meno battuto, riempì di gioia quella lontana giornata.

9 giu 2014

Cima NE di Marcoira, una bella via normale

Pensate che a Cortina, soprattutto nella stagione di maggior fermento, non esistano quasi più gli angoli di tranquillità? Sottovalutate Cortina! 
“Via dalla pazza folla” (e senza voler offendere la folla), solo allargando di poco il facile orizzonte di comodi rifugi e famose vie ferrate e spostandosi di qualche passo dai soliti sentieri, Cortina svela  - infatti - un ventaglio di boschi silenziosi, cime deserte, forcelle solitarie, valli isolate, dove la sola compagnia è quasi sempre quella di se stessi. 
Esempio, vissuto più volte negli anni e sempre con grande piacere? La normale della Cima NE di Marcoira (un satellite minore del Sorapìs, con l'accento sulla i), di accesso semplice seppure non banale, gratificante e poco noto anche ai locali. La Cima NE di Marcoira (o Malquoira, 2422 m), è ben visibile dal Passo Tre Croci, e i suoi fianchi, per fortuna, sono ben distanti dalla saturazione di presenze umane. 
In cima, verso le Tofane, 19/7/2003 
(foto E.M.)
La Cima cominciò a ricevere qualche visita in più dalla fine degli anni '90 grazie a un articolo che chi scrive pubblicò sulla rivista "Cortina", e alla posa in vetta del primo libretto per le firme, avvenuta il 10/10/1999. 
Anche se Forcella Marcoira e la vicina Forcella del Ciadin, trovandosi lungo i sentieri che collegano Faloria e il Passo Tre Croci con il Lago del Sorapis, sono luoghi abbastanza reclamizzati, la Cima NE di Marcoira, che si abbassa verso le citate forcelle con un enorme, ripido pascolo costellato di stelle alpine, gode da sempre una invidiabile tranquillità. 
Frequentata da antichi pastori, i quali alpeggiavano gli ovini nella conca del Ciadin del Lòudo che si stende ai suoi piedi, e da rari scalatori, che fin dagli anni Venti del '900 aprirono alcune vie sulle sue pareti, la cima è un vero gioiello ambientale.
Se ne raggiunge l'angusta sommità da Forcella Marcoira, seguendo labili tracce di ovini e ungulati, che richiedono solo un piede abbastanza fermo. Se già tra gli alberi di Tardeiba, man mano che ci si alza è palpabile l'isolamento da ogni rumore, sulla sommità della Cima ci si sente proprio distanti da tutto: lo confermano le numerose salite di un "Bergvagabunde" che ha sempre cercato mete simili, scoprendone numerose ed estendendo sempre le sensazioni provate lassù a chi era con lui.
Per una giornata, magari intorno a Ferragosto, "la Marcoira" potrebbe rivelarsi un’esperienza da provare!

1 giu 2014

10 anni fa crollava la Torre Trephor

La Trephor, la più piccola ma anche la più scorbutica delle Torri d’Averau, fu salita per la prima volta nel settembre del 1927, ultima fra le undici guglie del gruppo. 
La scalata spettò a tre guide di Cortina: Angelo Dibona Pilato (1879-1956), quasi cinquantenne che, dopo la frenetica attività  degli anni giovanili, saliva ancora montagne difficili; Luigi Apollonio Longo (1899-1978), che  di Dibona fu spesso compagno di cordata; Angelo Verzi Scèco (1901-86). 
Fu quest’ultimo, il “bocia” del trio, a porre per primo i piedi sulla Torre. Lanciando una corda da un pinnacolo adiacente, fu improvvisata una teleferica che permise a Verzi di portarsi in cima alla Trephor, strapiombante su ogni lato. Egli provvide poi ad agevolare gli altri componenti la cordata che, aiutati dall’alto, trovarono difficoltà tra il ginnico e l'alpinistico. 
Pare che il nome della guglia, per quanto storpiato, si rifaccia a quello di Edward de Trafford, britannico residente a Madera (1892-1960), che tra gli anni '20 e i '30 del Novecento venne spesso a Cortina, e arrampicò molto con Dibona e Apollonio.
Come la Torre del Diavolo, la Guglia de Amicis, il Campanile Paola, anche la Trephor fu scalata dal basso soltanto alcuni anni dopo la conquista. La prima salita se l’aggiudicò nel 1939 "Piero Longo", fratello di Luigi e anche lui guida, che sul breve percorso incontrò difficoltà abbastanza elevate. 
Ciò che resta oggi della Torre Trephor
(foto E.M., 27/6/09)

Nonostante le misure della torre, negli anni seguenti su di essa furono scoperte altre sei vie: alla fine degli anni '50 salì la guida Marino Bianchi, non si sa per quale tracciato; una via in artificiale fu aperta da Paolo Michielli Strobel con A. Zanier nel 1967; altri quattro itinerari di tipo "sportivo" comparvero fra gli anni ’80 e i ‘90.
Penso che ultimamente la cima della Trephor non ospitasse più tanti scalatori, almeno quelli amanti delle classiche: il mio personale è un buon ricordo, avendola salita tre volte  lungo la via di Piero Longo. 
La guglia era una delle cime più minute delle Alpi, ma nel suo piccolo vantava una storia animata e di un certo interesse: esattamente dieci anni fa, il 4 giugno del 2004, si accasciò all'improvviso su se stessa, lasciando un posto vuoto in mezzo alle torri d'Averau e un po' di rimpianto nella memoria di chi l'aveva conosciuta.

28 mag 2014

Il Lago de Ciou de ra Maza: piccolo, isolato, silenzioso

“Lago di capo del bastone”: tradotto in italiano, il nome stride un po', e forse non ha corrispondenze in nessun altro luogo. L'amica Lorenza suggeriva che il significato letterale è sì poco chiaro, ma la vicina presenza della Muraglia di Giau potrebbe alludere ai contrastati rapporti che intercorsero nei secoli fra gli ampezzani e i sanvitesi per questioni di pascolo. 
Il "Lago de Ciou de ra Maza" è il piccolo, isolato, silenzioso specchio d'acqua affondato a 1891 m di quota nella fitta selva che copre le pendici dei Lastoi del Formin. La maggior parte dell'area denominata "Ciou de ra Maza" appartiene alle Regole di San Vito di Cadore, e sotto il laghetto si snoda una strada forestale poco battuta, che sale da Rocurto e si interrompe sul limite confinario sancito nel 1753 con la Muraglia di Giau. 
Se non è un'antica espressione, un'interiezione usata dai pastori, il nome si potrebbe leggere come “l'inizio/la fine del bastone”, cioè del territorio ampezzano; oppure, più semplicemente, come “il bandolo della matassa/il motivo del contendere”, visto che il lago fornisce le prime acque al modesto ruscello che  in basso si rinforza, diventando il torrente Costeana, col quale gli ampezzani “ostacolavano” i vicini sanvitesi nella marcia verso i pascoli di Giau. 
Ciou de ra Maza in versione tardo-autunnale,
21/10/2012 (foto I.D.F.)

Se il toponimo di questo luogo di confine dalla parte di Cortina suscita insicure interpretazioni, quello cadorino forse è un po' più evidente: nell'Atlante toponomastico del territorio sanvitese pubblicato di recente, si legge che i  vicini chiamano la zona “Laghete de Iou/Giou de la Maza”, riferendosi all'antico letto di un torrente che probabilmente bagnava la zona, o forse proprio al letto di quello che oggi si denomina Ra Costeana. 
Il circondario è davvero suggestivo: a Ciou de ra Maza - dominato da arcane propaggini dei Lastoi del Formin che forse non hanno ancora attirato le brame degli scalatori - le stagioni passano senza vedere tanta gente. 
La plaga che lo avvolge è abbastanza intricata e aspra, e sfiorando il Lago in una tiepida giornata d'autunno, sulla neve che già ne imbiancava la riva ombrosa ci parve di aver notato le impronte delle anguane dai pie' di capra, che escono dalle loro dimore per risciacquare i panni, ma fuggono non appena le si disturba.

23 mag 2014

Lerosa, ovvero i "pascoli del dio Manitù"

A metà degli anni '60, mio padre ricoprì il tradizionale incarico di "Marigo" della Regola Alta di Lareto. Per questo, durante la stagione estiva, doveva recarsi di frequente in Lerosa, per informarsi con il pastore che al tempo sorvegliava il pascolo, sulla situazione del bestiame alpeggiato e su eventuali problemi e necessità da risolvere. 
Nell'estate 1965 (forse anche in quella seguente), ci portò dunque in Lerosa quasi tutte le domeniche: io avevo sette anni, ma mi pare di rivivere la sensazione che avevo: che la valle d'Ampezzo fosse tutta lì, racchiusa tra Ra Stua, Lerosa e Gotres! 
Nel Cason che domina i pascoli conoscemmo il pastore Francesco, di Arina di Lamon (con quale stupore, ma senza capire bene perché, scoprii che non poteva consumare lo zucchero, e aveva sempre in tasca una scatolina di saccarina!), e i suoi familiari. 
C'era la consorte, che non ho presente come si chiamasse, ma ricordo che era “bianca e rossa come un pomo” e che qualche volta scendeva a Cortina a portare i panetti di burro con i fiorellini, e poi i figli: Teofilo, Gianna, Antonio e Luciano. 
Vivevano in sei nel piccolo Cason a 2039 m di quota per tutta l'estate,  quotidianamente a contatto con la natura e gli animali. Un pochino li ho invidiati davvero! 
Il Cason  sui pascoli  di Lerosa
(photo  G. Mendicino, courtesy "Le Dolomiti Bellunesi")
Piccoli flash di quelle domeniche: mi sovviene quando scesi con Teofilo - che avrà avuto 11-12 anni, ma era ormai un vice-pastore esperto - per la Val de Gotres a riprendere un capo allontanatosi dal pascolo; rivedo le bottiglie con un goccio di latte usate dai ragazzi per catturare le vipere, che decapitate e portate in Municipio a Cortina fruttavano 500 lire l'una (!); ricordo la disinvoltura con cui Antonio e Luciano, non tanto più grandi di me, attiravano a sé le mucche, infilando le dita nelle grandi narici...; mi pare di risentire le chiacchiere degli adulti, riflesso di un'epoca più semplice, ormai tramontata. 
Mi pare che poi la famiglia si fosse trasferita intorno a Valdobbiadene per gestire un minigolf o qualcosa di simile, e che uno dei figli più giovani fosse scomparso, ancora ragazzo, in un incidente d'auto. 
Chissà se gli altri familiari sono ancora in vita, dove si trovano, se ricordano il periodo passato nel Cason della Regola Alta di Lareto, lavorando e scorrazzando sui “pascoli del dio Manitù”, come l'amico giornalista Mario Caldara definì una volta la Monte de Lerosa ...

18 mag 2014

Chi entra (o esce) ancora per la Porta del Cristallo?

La Porta del Cristallo è un caratteristico crepaccio naturale delle Dolomiti Ampezzane, nel quale scende il rio alimentato dalle nevi che riempiono il grande colatoio tra la Cima principale e quella di Mezzo del Cristallo. 
I primi a traversarla, per studiare la parete SO della montagna soprastante, furono Leone Sinigaglia con le guide Pietro Dimai de Jènzio e Zaccaria Pompanin de Radéschi, ai primi di settembre 1893. Dopo centoventi anni, oggi il luogo è sicuramente visitato molto di rado; vi regnano i camosci e dal punto di vista esplorativo ha un che di arcano. 
Nel 1980 e poi nel 1981, con gli amici di allora "uscii" per due volte dalla Porta. Saliti sul Col da Varda per il sentiero 221 che porta al Passo del Cristallo, si traversava per pascolo e detriti alla scomoda cengia a volta che introduce nel catino sopra il crepaccio, entrambe le volte innevato, essendo primavera. Ci si calava poi in fila indiana nella spaccatura, superando due strettoie: non ho ricordi di difficoltà insuperabili, se non la neve e il ghiaccio, e ricordo l'arrivo - tutti bagnati, ma senza problemi - sulla pista di sci che scende a Rio Gere. 
Il Cristallo e, tra due alberi, la Porta
da Faloria, 3/8/2003 (foto Ernesto Majoni)

Nel 1994 tornai lassù per la terza volta. Da poco avevo letto su una rivista che, con la ablazione delle rocce da parte dell’acqua di fusione, scavalcare la Porta comportava ora difficoltà fino al IV, ma non mi sembrava possibile che - dopo solo una dozzina d'anni - quei 20 metri fossero diventati all'improvviso così scabrosi.
Scesi dunque sul bordo della spaccatura, tentando di uscire a destra e a sinistra, ma presto dovetti desistere: disarrampicare su quelle placche ripide e lisce senza avere corda e chiodi era un po' troppo impegnativo. Forse era veramente un quarto grado!
Non riconoscendo il varco dove io ero sceso la prima volta a ventun anni, in condizioni quasi invernali, senza attrezzi e calzando le mitiche scarpe Clarks, rinunciammo alla Porta e per tracce di camosci traversammo i pendii che circondano il selvaggio catino, scendendo poi al Rifugio Sonforca. 
Fu un'escursione originale, che non ho più ripetuto; mi lasciò però l'amaro in bocca la constatazione che il “difficile passo d’appoggio”, citato nella relazione originale della Via Sinigaglia, in pochi anni pareva essere aumentato di un grado, o forse anche di due!

13 mag 2014

Il crocifisso del Porteléto a Ra Stua e tanti ricordi

Un simbolo devozionale sicuramente notato da chi passa per la strada che sale da Podestagno a Ra Stua, ma al quale non tutti fanno caso, è la cosiddetta "Crosc del Porteléto" (de Ra Stua).
Questo crocifisso sorge circa 1,5 km oltre il Tornichè di Podestagno, alla fine del primo tratto della salita, nel punto in cui - durante la 1^ Guerra Mondiale - parte della strada fu scavata in roccia. Siamo a 1470 m di quota, su un esposto risalto roccioso coperto di vegetazione, all'inizio del tratto mediano della carreggiabile della Val de Rudo, da qui e per un buon tratto (detto "i Pianes de ra Stua") quasi pianeggiante.
Il crocifisso, collocato lassù dalle Regole Ampezzane in epoca imprecisata, sorge in una superba posizione panoramica: da qui, infatti, si possono scorgere le cime del Pomagagnon, della Tofana, di Fanes e parte di quelle del Gruppo della Croda Rossa.
Il crocifisso del Porteléto de Ra Stua, 
all'inizio dell'inverno (foto E.M., 2003)
Ho tanti ricordi della croce del Porteléto, perché già da piccoli, passando da quelle parti (all'epoca sempre a piedi), non si mancava mai di raggiungerla.
Per la cronaca, fino al 1972 la strada che sale a Ra Stua era sterrata e polverosa, priva di traffico d'estate e mai battuta d'inverno, così come era mestamente chiuso il Brite al suo termine...
Nei pressi della croce un tempo si trovava un cancello di legno ("Porteléto"), che impediva al bestiame monticato in Antruiles di allontanarsi dal pascolo; un altro cancello con analogo scopo si trovava più avanti, alle porte dell'alpe di Ra Stua. Rifatto in metallo negli anni Sessanta, poco tempo fa è stato demolito, perché intralciava una situazione che ammorba il millenario alpeggio, soprattutto in bassa stagione, ma non solo: il crescente, caotico viavai di mezzi motorizzati.
Sull'onda dei ricordi, desidero ora ripensare a coloro che ho conosciuto frequentando Ra Stua e le vicine Lerosa, Sennes e Fodara Vedla in anni che si vanno via via allontanando: penso, fra i tanti, ad Alfredo “Lète”, per decenni ieratico pastore di Ra Stua; al buon Vigilio di Sennes; a Francesco Gaio da Arina di Lamon, che d'estate abitava il Brite de Lerosa con moglie e figli; a Mariano "Baldo" che - avrò avuto cinque-sei anni - mi tirò fuori, fradicio e incosciente del rischio, dalle anse dell'Aga de Cianpo de Crosc, in cui ero scivolato; ad Ambrogio Cazzetta, che quasi ogni domenica era lassù, con la sua fisarmonica e tanta allegria.
Piccoli frammenti di storia e di vita, che meriterebbero tutti un post a sé stante, e che custodisco volentieri nel cuore.

7 mag 2014

Il ponticello senza nome

Alle falde del Col Rosà (nel Gruppo della Tofana), a circa 1350 m di quota si trova un ponte pedonale di legno, sconosciuto ai più, che scavalca il neonato torrente Boite e non mi risulta abbia un nome specifico: per questo motivo, mi sono permesso di battezzarlo “Ponte sote el Col Rosà”. 
Il manufatto, del quale non trovo notizie in alcuna fonte recente, unisce le due sponde del Boite partendo dalla strada, oggi asfaltata e chiusa al traffico, che dall'Ufficio Informazioni del Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo presso il Ponte Felizon porta a Pian de Loa e sale poi lungo la Val de Fanes.
Fu ricostruito qualche anno fa dal Parco, sfruttando il rudere di una vecchia passerella già utilizzata dai cacciatori per accedere al boscoso e impervio fianco del Col Rosà che lambisce il Boite. 
Questo stretto ponte non ha valenza escursionistica, anche perché di là da esso le tracce non proseguono a lungo, ma unicamente storica. 
Il ponte sotto il Col Rosà
(foto E.M., 5.5.2012)
Al riguardo, ho notato che – secondo una pubblicistica ormai obsoleta – chi aspirava al Col Rosà un tempo non disponeva solo del sentiero, oggi numerato col 447 e ben ristrutturato dalle maestranze del Parco, che sale dal Pian de ra Spines e verso la fine dell'800 era stato fatto sistemare dalle nobili Anna Power Potts e Emily Howards Bury (proprietarie della lussuosa Villa Sant'Ubertus, sul Tornichè di Podestagno), per poter salire in vetta anche a cavallo (!). 
Pare che esistessero, infatti, altri due accessi al Colle, uno dei quali prendeva forse le mosse proprio dal ponte o dalle immediate adiacenze, dopo aver necessariamente oltrepassato il Boite, qui spesso tumultuoso. 
Pur avendolo salito circa dieci volte, non ho mai esplorato - se non sulle cartine - le varianti di salita diretta da Pian de Loa al Col Rosà, una cima che oggi i camminatori ignorano: mi piacerebbe farlo, per riscontrare sul terreno un frammento di storia andato ormai perduto.

5 mag 2014

Alessandro Zardini, una guida sfortunata

Nella storia dell'alpinismo ampezzano, due guide morirono tragicamente durante la stagione invernale. La prima in ordine di tempo fu Alessandro Cassiano Zardini (Nòce, da Staulin), nato il 24/4/1887 e seppellito con altri trecento compagni d'arme dalla colossale valanga caduta in località Gran Poz (Marmolada) il 13/12/1916. 
Zardini era stato promosso guida a venticinque anni, insieme col coetaneo Simone Lacedelli Juscia. Non aveva ancora all'attivo grandi cose: solo la seconda salita, nell'agosto 1916 col Tenente Norbert Gatti, della via aperta due anni prima da F. Laufenbichler e G. Langes sulla parete N della Roda del Mulon, una cima poco nota che sorge a fianco del Gran Vernèl (800 m, da III a V: la terza salita fu compiuta dalla guida  di Canazei Luigi Micheluzzi coi triestini Leo Krauss e Piero Slocovich, nell'agosto 1929). 
E' facile credere, visti gli eventi successivi, che la salita sia stata dovuta a motivi più tattici e strategici che schiettamente alpinistici; infatti, da quest'ultimo punto di vista, essa passò inosservata. 
Zardini lasciò sola a Staulin la consorte Maria e tre bambini; Stefania, la figlia minore, è scomparsa per ultima, nel gennaio 2001. Il nome della guida alpina è stato riportato - in maniera incompleta - nella cappella, e di recente sulla lapide esterna al cimitero, che ricordano entrambe i centotrentaquattro caduti ampezzani durante la Prima Guerra Mondiale. 
Purtroppo, oltre a un biglietto trovato negli anni '50 del Novecento sulla Roda del Mulon (raggiunta per la prima volta il 13/8/1909 dalle guide Angelo Dibona Pilato e Luigi Rizzi con Guido e Max Mayer), non so se esistano altri documenti sulla breve attività alpinistica del Nòce.
Alessandro Cassiano Zardini Nòce
("memoria" diffusa a Cortina dopo la morte"

Sarebbe interessante reperirne qualcuno, e aggiungere un altro frammento a un tragico fatto storico. Ad un pezzo sulla guida sta attualmente lavorando l'amico dottor Mario Ferruccio Belli: per parte mia, ho scritto di Alessandro Zardini già in due occasioni, nell'estate 1996 sulla rivista Cortina e qualche anno dopo sul Notiziario di Cortina.
Sarebbe sempre utile e doveroso rischiarare, se e per quanto possibile, l'esistenza di personaggi come questo: un uomo appena avviato alla vita personale e alpinistica e rimasto vittima di assurde strategie superiori, culminate nella collocazione di un accampamento in uno degli angoli più rischiosi del fronte della Marmolada.

1 mag 2014

Il 1° maggio, sulle Ciadénes

Quante volte avrò raggiunto il solitario culmine delle Ciadénes, la cupola boscosa che appartiene alla dorsale dei Zuoghe e domina la Chiesa di San Nicolò, San Biagio e Sant'Antonio, a Ospitale d'Ampezzo?
Decine, fin dal 1° maggio 1972, quando mi ci condussero per la prima volta i miei genitori e - lieto della nuova scoperta - all'interno della casamatta più alta lasciai un’iscrizione, che però trent'anni dopo non ritrovai più. 
Eppure, anche ritenendomi abbastanza pratico di quel luogo (peraltro modificato, stagione dopo stagione, da frane e valanghe), vi sono sempre tornato con emozione, talora anche due o tre volte l’anno. 
Lassù mi piaceva ritrovare, come vecchi amici salutati da poco, il sentiero militare - oggi ancora evidente, anche se a tratti malridotto - che risale la ripida costa alberata, le casematte sul culmine, tutto quello che in quel silenzioso angolo di mondo si può ammirare e respirare. 
Il luogo, a mio giudizio, è ammaliante: me lo ha confermato anche un sanvitese che non lo conosceva e vi è salito, seguendo un mio articolo uscito qualche tempo fa sul semestrale “Le Dolomiti Bellunesi”. 
I “foresti” che battono le Ciadénes sono pochi, e si tratta sempre di veri appassionati: uno lo trovammo lassù una dozzina di anni fa, veniva da Treviso ed era stato ispirato anche lui da un mio pezzo pubblicato su un altro semestrale di montagna, “Le Alpi Venete”, nel 1991. Un'altra ancora, che conosceva tutti i toponimi della zona ma non la cima, la portai su io nel 2004, e penso che ricordi ancora la gita con una certa soddisfazione. 
Un momento caratteristico della salita,
1° maggio 2005
Pur amandoli in modo particolare, non sono mai stato geloso di quei luoghi, tutt’altro: soltanto, mi dispiacerebbe che, visti i tempi e gli anniversari, anche le Ciadénes diventassero una palestra di sfogo, più che per gli escursionisti, per i “ricercatori” che setacciano le montagne col cercametalli e il piccone, alla caccia frenetica di reperti bellici, spesso di scarso valore! 
Per quanto riguarda me, 42 anni dopo la prima visita alle Ciadénes, conservo tanti ricordi di quella salita, che ho compiuto in ogni stagione, in compagnia ma qualche volta anche in solitudine.
Spero che l’aria che inonda quei boschi e quelle rocce, insanguinate in guerra ma oggi pervase da una pace infinita, resti inalterata come l’ho conosciuta e apprezzata, per sempre.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...