9 mag 2013

Dov'è il Sas del Rana?

Ho notato con piacere che i post che contengono proposte di luoghi e itinerari poco noti, condite magari con briciole di storia e di toponomastica, piacciono particolarmente, per cui insisto presentando un sito ampezzano che si vede bene dalla "vasca" di Corso Italia, ma ben pochi conoscono e sicuramente nessuno frequenta: il Sas del Rana, ai piedi del Pomagagnon.
Sulle pendici meridionali della Punta Erbing, chi guarda da Cortina può notare un roccione che emerge dalla vegetazione con un dirupo giallastro, ricoperto da conifere nella parte superiore.
Quel roccione porta l'oronimo, quantomeno originale, di Sas del Rana, che non abbisogna di traduzioni. Secondo una fonte autorevole come Illuminato De Zanna - Camillo Berti, "Monti boschi e pascoli ampezzani nei nomi originali" (Bologna, 1983), ripresa anche da altri, l'oronimo si legherebbe al soprannome di una famiglia del sottostante villaggio di Chiave, o forse di un unico individuo, magro e scattante come l’anfibio di cui portava il nome.
Il collegamento del masso alla famiglia però non è immediato, e deriva abbastanza sicuramente da motivi silvopastorali. Alla base del Sas transita la piacevole strada boschiva che collega Fiames con Mietres e Larieto, ma la salita sul Sas - ammesso che si abbiano motivi validi per compierla, e forse quella domenica d'estate di qualche anno fa Iside e io li avevamo, ma non la completammo ugualmente - non pare di gran valore escursionistico o alpinistico.
Il Sas del Rana: in alto a sinistra Croda dei Cestelis,
a destra Punta Erbing (photo: courtesy of idieffe, 9/5/2013)
Anche la breve parete che guarda Cortina, ad un esame sommario, non attrae i patiti di roccia: l’interesse che riveste il Sas è più che altro oronomastico, magari per cercare di individuare antiche connessioni (un'idea che azzardo ...) di carattere esoterico, o chissà che altro.
Personalmente fino al 1976, pur avendolo guardato mille volte, non sapevo che quel macigno avesse un nome. Me lo disse l’anziana guida ampezzana Angelo Dimai Déo, originario di Chiave, che la zona la conosceva per averla praticata, forse per cercarvi funghi, legna o altro o forse per ripetere la via sulla Punta Erbing da sud, aperta dal padre Antonio con un cliente tedesco nel 1905.
Conservo l’informazione come un bel ricordo di un’illustre figura dell’alpinismo, con cui parlai più volte e dalla quale appresi diverse cose interessanti. Quando uscì la guida di De Zanna e Berti, ricordo che pensai con un certo sussiego “... questa storia del Rana, io la conoscevo già... ”.

7 mag 2013

Il “Trói del Jandàrmo”, tra leggenda e storia


Non so se risponda a verità o sia solo una leggenda (di quelle che facevano la gioia di scrittori come Casara, Degregorio e altri), l’origine del cosiddetto “Trói del Jandàrmo”, il “sentiero del poliziotto”.
E' quello che unisce Ciànpo de Crósc, poco oltre il Brite de Ra Štua, con Rudo de Sóte (Fodàra Védla): fino ad una ventina d’anni fa era quasi ignoto, e in seguito è stato riportato sommessamente “alla luce” dal Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo. 
Da quanto sono riuscito a sapere, l’apertura di quel sentiero anticipò di molto la costruzione della carrareccia militare che da Ciànpo de Crósc rimonta con ampi tornanti la pendice boscosa che scende dalle pendici delle Lavinòres, valica il confine Ampezzo - Marebbe e porta a Fodàra Védla e poi verso Sennes, o Rudo de Sóra. 
Anticamente un poliziotto, finanziere o doganiere, abitava in Marebbe ma prestava il proprio servizio a Cortina. Dovendo andare e tornare, forse con cadenza quotidiana, dal lavoro e non esistendo probabilmente all’epoca un valico agevole attraverso la Mónte de Rudo, costui studiò un percorso tra alberi e rocce, dai Órte de Ra Štua fin quasi al lago di Rudo. 
Quel tracciato consentì, a lui e poi ad altri, di superare lungo la direttrice meno lunga e complessa possibile l'accidentata e selvaggia fascia che si estende tra Ra Štua e Fodàra Védla, sveltendo la marcia da e verso casa. 
Fodara, con la carrareccia militare
che sale da Ra Stua (photo: courtesy of skiforum.it)
Oggi il sentiero è quasi come poteva essere secoli fa: mi risulta indicato soltanto dai segni di vernice che bastano a non fare confusione, individuando due strettoie rocciose attraverso le quali bisogna passare e l’inizio del tracciato presso Fodàra; lungo il percorso, gli ometti di pietre sono radi e gli animali del bosco e delle crode pascolano indisturbati. 
Da alcuni anni più di qualche escursionista, locale e non, conosce il sentiero, non indicato né reclamizzato in alcun luogo. Non va percorso di certo per passare più rapidamente da Ra Štua a Fodàra, ma credo - ed è quello che ho sempre fatto – soltanto per il gusto d’immergersi in un ambiente splendido di acque, cespugli, conifere, detriti, macigni, mughi, dove l’uomo s’intromette in punta di piedi. 
Un paio di metri di roccia, dove la leggenda afferma che, un tempo, una scaletta di legno agevolasse il passaggio, si superano mediante una radice che fa da appiglio: ma quando la radice non ci sarà più?

2 mag 2013

Per Luca, da Ernesto e Iside


Non è facile scrivere di un amico scomparso in montagna senza incappare nei consueti luoghi comuni di cui spesso abusano le cronache: vorremmo evitarlo, chiedendo solo poche parole al nostro cuore. Luca di Udine, che la “Grande Vergine”, nelle Alpi Giulie, ha voluto tenere con sé proprio il giorno del suo 43° compleanno, è stato un amico; di un’amicizia nata per mail e consolidatasi con telefonate, lettere, incontri sia in città sia in mezzo alle crode. 
Ci siamo trovati insieme solo sulla Croda de r'Ancona e a Malga Ra Stua, nelle Dolomiti Ampezzane, ma un filo sottile ci ha legato per anni. La  notizia della disgrazia c’è giunta da Treviso, mentre viaggiavamo verso il santuario mariano più noto dell’Europa dell'Est, impedendoci di rendergli l’ultimo saluto e avere la dedica sul suo secondo libro (cui avremmo tenuto), ma dandoci l’occasione per una preghiera particolare e, ebbene sì, per una lacrima. 
Davanti agli occhi e nelle orecchie abbiamo ancora il suo sguardo un po' malinconico, la sua voce, i fervidi discorsi di montagna e libri che facemmo lungo le nostre strade, vicine ma dirette a destinazioni distinte; lui alpinista affermato e iperattivo in ogni stagione, in preda ad un furore quasi dionisiaco, noi inclini a goderci un alpinismo pacioso, paghi di un quarantennio di fortunate avventure, rivivendo le crode nella scrittura, lettura e fotografia e invitando un po' “kugyanamente” altri a ripetere le nostre scoperte o a farne di nuove. 
Alla mesta notizia della perdita forse potremmo aggiungere tante cose (o anche nessuna): non ce la sentiamo, non vogliamo inoltrarci a cercare quel “Perché?” che solo lui conosce. 
Ci stringiamo alla sua Alessia in un abbraccio; a Luca auguriamo che dal vertice di una delle mille cime di roccia, di ghiaccio, d'erba che ha calpestato in ogni stagione, sorrida oltre le nuvole a tutti noi, che oggi ci sentiamo un tantino più poveri.

22 apr 2013

G. Herold, Carneade delle Dolomiti


Punta Nera dai Tondi di Faloria
(photo: courtesy of A. Bernardi)
Nel 1912, un tale G. (l’iniziale potrebbe stare per George) Herold, che se ne andava in giro a scalare montagne da solo e tra il 1895 e il 1905 aveva già aperto una decina di itinerari in diversi angoli delle Dolomiti, passò a Cortina, forse con l’intento di cercare anche lì una via nuova.
L’8 agosto, infatti, l’anglosassone salì senza compagni la parete O della Punta Nera, cima che fino agli anni ’30 si raggiungeva da Cortina o dal Passo Tre Croci senza facilitazioni meccaniche ed anche oggi è rimasta abbastanza remota e solitaria, nonché poco seducente per gli amanti della roccia pura. 
Il fianco scelto da Herold per salire dovrebbe essere quello che affonda in Val Orita, sulla destra dell'immagine: il tracciato e la descrizione della via, la difficoltà e il tempo impiegato per portarla a termine (notizie che forse avrebbero potuto spingere qualcun altro a frequentarla) non sono note, almeno dopo aver scorso le fonti accessibili in italiano.
“Dolomiti Orientali” di Antonio Berti riporta solo la stringata citazione della salita: “Itinerario non descritto”, in calce alla quale compaiono due riferimenti bibliografici poco utili, giacché non tutti gli alpinisti sono anche topi di biblioteca e, viceversa, tanti topi di biblioteca non vanno a scalare montagne.
Chissà poi se la via di Herold, seconda in ordine cronologico dopo quella di Alessandro Lacedelli da Meleres (1876), delle tre che fino ad oggi raggiungono la Punta Nera, esisterà ancora, data la fatale tendenza a disgregarsi di questa montagna?
Forse gli aspiranti salitori oggi avrebbero qualche dubbio nel sapere dove si trova esattamente, come si svolge e se una salita sarebbe utile a esplorare una cima solitaria, posta al margine dal circuito dolomitico, che chi scrive ha salito varie volte e sempre apprezzato.

18 apr 2013

Proposte per brevi gite in un libro di Idea Montagna


"Brevi escursioni panoramiche" di Nicolò Miana (Idea Montagna Editoria e Alpinismo 2012, pp. 279, € 22): un nuovo catalogo di gite dolomitiche?
"Ce ne sono già tanti in giro ..." potrebbe dire qualcuno. Ma questo libro è un po' diverso. Prima di tutto, le escursioni descritte sono tutte abbastanza brevi, mediamente facili e molto panoramiche: specie il secondo aspetto, in un mondo sempre più spinto alla prestazione e ai record come quello di oggi, può essere un grosso pregio.
Alcune poi, al margine di vette e sentieri celebri, sono proprio originali e potranno fare da stimolo a chi “ha fatto tutto o quasi tutto”. In terzo luogo, il volume è abbellito da immagini molto belle.
Di certo Miana è un appassionato camminatore, ma anche un ottimo fotografo: non necessariamente le due cose camminano di pari passo, ed è logico che sia così.
In montagna non è facile carpire il momento giusto per fotografare, trovarsi in vetta  con le luci del tramonto o su un pascolo spolverato di neve, intravvedere il sole radente in un bosco, sorprendere un fiore alla prima gelata, immortalare una nuvola dalle forme strane o lo spettro di Brocken.
Tanti di noi amano camminare e scattare fotografie  senza fare grande attenzione alla qualità, ma solo per il piacere di immortalare certi luoghi, momenti e passaggi, conservare e riguardare le immagini, magari pubblicarle dopo accurati restyling.
L'autore invece, mentre sale sulle cime, manovra magistralmente la sua macchina fotografica: sa aspettare, scegliere la prospettiva migliore, bloccare l'attimo fuggente, dipingere panorami nuovi che poi regala in questo volume secondo della collana “Sentieri d'autore”, dell'amico editore Francesco Cappellari.
Le proposte del libro sono 50: 9 nelle Pale di San Martino, 3 intorno ai passi San Pellegrino e San Nicolò, 11 nelle Dolomiti Agordine, 9 in quelle di Zoldo e 18 in quelle Ampezzane.
Dislivelli e difficoltà sono diversi seppure omogenei, ci sono molte cime ma anche forcelle, laghi e rifugi; appaiono escursioni classiche e super frequentate ed altre semisconosciute, sorprese sicuramente piacevoli  per chi vagabonda in montagna con l'occhio attento e il cuore palpitante. 
A chi scrive, amante delle statistiche, è piaciuto scoprire che le proposte nelle “sue” Dolomiti d'Ampezzo le conosce tutte 18 (e quelle nelle Dolomiti Agordine in buona parte): per questo, nelle stagioni a venire potrebbe uscire dal guscio.

15 apr 2013

15 aprile 1973; Lino e Renè sulla N della Quarta Alta

Quarant'anni fa come oggi, il 15 aprile 1973, due grandi alpinisti di Cortina già vicini al mezzo secolo, Lino Lacedelli e Renato De Pol (caduto due settimane dopo sullo spigolo Jori della Punta Fiames), aprirono una via sulla parete N della Torre Quarta Alta, di cui poche fonti riportano la notizia.
Valutata di 6° grado, fu l'ultima apertura di Lacedelli, ad un  trentennio dalla prima sulla Cima O della Torre Grande. Breve ma impegnativa, in seguito la via Lacedelli-De Pol è stata ripetuta alcune volte e forse viene ancora salita.
La Quarta Alta emerge come un enorme dente storto dalla selva delle torri d'Averau ed era già stata salita  su tutti i fianchi: la via normale da O è una scalata le cui caratteristiche fanno sicuramente sorridere gli alpinisti di oggi, abituati a valutare le ascensioni in base a cocktail di cifre e lettere e non più coi semplici numeri che una volta marchiavano senza possibilità d’errore le difficoltà di roccia.
Un centinaio di metri di 3° grado e poco più, su roccia  verticale, solida e sicura quanto basta, in un ambiente quasi più di palestra che montano: una via che per me ha una certa importanza, per due motivi.
Il primo perché il 7 ottobre 1979 (non avevo ancora ventun anni!), per sfidare arcani timori che da qualche tempo mi accompagnavano, la salii tenendo sempre la corda nello zaino.
Il secondo, perché la normale da O della penultima delle Cinque Torri è opera nientepopodimeno che del grande Angelo Dibona Pilato, che la salì con l'albergatore Amadio Girardi de Amadìo, un giorno imprecisato di settembre del 1911.
Torre Quarta Alta e Bassa da O,
27 giugno 2009
Nel 1979 l’avevo già percorsa, e qualche altra volta lo feci anche dopo. Certo è che in quella grigia domenica d’autunno riuscii a calcare senza nessuno davanti né dietro la piatta cima, dove ricordo un malandato libro di vetta, costellato anche da qualche firma illustre. Quando mi sentii soddisfatto, venne fame: tre rapide calate a corda doppia ed eccomi sotto l’ampio tetto giallo al piede O della Torre, dove le ragazze stavano friggendo salsicce per ristorare la compagnia.

11 apr 2013

Di croci e d'altri simboli sui monti

Propongo il mio modesto parere in merito alla polemica su croci e simboli vari che deturperebbero le cime, alla quale il quotidiano "Corriere delle Alpi" di oggi riserva due pagine.
Mi auguro  che gli attivisti di MW e tutti coloro che si schierano contro le croci (che sembrano l'"autentico" problema della montagna) abbiano campionato le croci e i simboli che svettano su numerose cime: magari hanno anche preso atto che di quelli esagerati e orripilanti (ma qual è il criterio per definirli tali? La misura? Il materiale? Il disegno?) non se ne trovano molti, ed essi sono spesso iniziative private di varie associazioni, anche non montane, con motivi non sempre sacri. 
Croce, panchina, libro di vetta
(Lutterkopf, Val Casies, luglio 2010)

Praticamente ogni cima, grande e piccola, del Sudtirolo e dell'Austria ha la sua bella croce, cui spesso si affiancano panchine e tavoli; ne ho salite molte, e non ho mai avuto notizia di crociate moralizzatrici a riguardo. Così butto là due pensieri, che non hanno pretese sociologiche.
Riterrei importante che chi decide di alzare una croce o altri simboli su una montagna, consultasse, almeno per rispetto, i proprietari del terreno, Demanio o Comuni o privati; non credo che questo venga sempre fatto.
Grande croce su una piccola cima
(Golzentipp, Tirolo, luglio 2012)
 
Per parte mia, mi trovano

abbastanza consenziente le iniziative, purché siano pacate, per limitare il proliferare sulle vette di croci e simboli vari, specie se ingombranti, futuribili o fuori luogo: ma anche qui "est modus in rebus"! 
Piccola croce su una grande cima
(Taé, Cortina, agosto 2004)

Più che di croci (tenendo conto che alcune, come quelle sul Cervino, sul Grossglockner o in Dolomiti sulla Cima Grande di Lavaredo, sulla Croda del Beco, sul Picco di Vallandro, appartengono ormai alla storia!), potrebbe essere interessante che il Cai o chi per lui, come fa l'AVS in Sudtirolo, gestisse la posa e la conservazione dei "libri di vetta".
Se sono riempiti  di cose serie e utili, con essi si può ripercorrere la storia delle nostre montagne, e possono servire anche ai soccorritori in caso di bisogno.

10 apr 2013

Prime emozioni d’arrampicata dolomitica


Intorno al 1880 la scoperta delle Dolomiti si trasforma, con l’assalto alle vette minori e più impegnative del territorio.
Il 17 settembre di quell’anno Giuseppe Ghedina  di Angelo, detto "Tomaš de Sote", nato nel 1842 e guida alpina dal 1875, sale con l’inglese C. G. Wall la Torre Grande, la più alta delle guglie che formano il bizzarro gruppo, fino allora inesplorato, delle Torri d'Averau.
I due alpinisti salgono sulla cima Nord della Torre dal versante che guarda le Tofane, scoprendone l’accesso meno difficile, ancora oggi usato da qualche alpinista nostalgico. Per salire sulla guglia la cordata impiega tre ore, e due ore e quaranta per scendere: tempi che, anche considerando i mezzi e la tecnica del tempo, si possono ritenere un po' esagerati.
In più, la guida si lascia sfuggire un secco giudizio sulla scalata, che non sarà ignorato dalle cronache del tempo: “… in not one of these mountains here is the most little bit as hard as the easiest in this …”, “… su nessuna di queste montagne, il più breve passaggio è duro come il più facile di questa …”.
Con la prima salita della Grande, Giuseppe Ghedina si merita l’encomio dei sedici colleghi, rappresentati dal maturo pioniere Santo Siorpaes, ormai vicino a chiudere la sua lunga carriera e che nell'estate del 1881 sceglierà proprio Ghedina come seconda guida per le sue ultime salite. 
Le guide di Cortina sono orgogliose che uno di loro abbia vinto “… l’ultimo picco inaccesso delle Dolomiti ampezzane ...”, ed augurano al collega altre imprese e successi, che il povero Giuseppe riuscirà a portare a termine soltanto in piccola parte.
Inaugurazione Sachsendankhuette, oggi Rifugio Nuvolau,
11/8/1883 (photo: courtesy of archivio D. Colli)
L’11 agosto 1883, infatti, giorno dell’inaugurazione del primo rifugio costruito in Ampezzo, la capanna Sachsendank sul monte Nuvolau,  Ghedina precipita dal piazzale antistante il rifugio. La guida ha solo quarant’anni, lascia la sposa Antonia e i piccoli figli Erminio, Eligia e Giusto: i familiari non vorranno mai conoscere a fondo i motivi della disgrazia, che fin da subito non parve accidentale.
In ogni caso il Tomaš non sarà dimenticato, e il nome resta legato alla sua più celebre salita: la Torre Grande d’Averau, una guglia sulla quale, oggi quasi come centotrent'anni fa, si possono provare le prime emozioni dell’arrampicata dolomitica.

5 apr 2013

La "Madonna della Solitudine" su Ra Jeralbes

A nord di Cortina c’è un sacello, che credo non siano in molti a conoscere; e neppure molti sapranno da dove deriva il suo nome, promosso negli anni addirittura a toponimo: la "Madonna della Solitudine".
Il sito si trova a 2000 m circa sulle pendici occidentali di Ra Jeralbes, che racchiudono a nord-ovest la Val Montejela. Siamo nel cuore del Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo, suppergiù nel punto in cui il sentiero che da Ra Stua sale al dismesso Bivacco Dall'Oglio si biforca, incrociando quello aperto nel 1964 e numerato con lo 0, che giunge alla Crosc del Grisc e prosegue verso i laghi di Fosses.
Bivacco Dall'Oglio, verso le Tofane
In una nicchia naturale ai piedi di Ra Jeràlbes (anche se il toponimo significa "ghiaie bianche",le loro rocce sono grigie), il 29 settembre 1946 due ampezzani, Illuminato de Zanna e l’amico Guido Ghedina, collocarono una statuetta della Madonna. Da allora sono passati oltre sessant'anni: i due appassionati sono scomparsi da tempo e lassù la statuetta veglia ancora i viandanti, ha assegnato il nome al sito e negli anni Novanta del ‘900 è stata affiancata da una formella di ceramica "abusiva", per ricordare un'alpinista scomparsa.
A questa zona è legato un fatto curioso: qualche decennio fa nelle vicinanze della “Madonna” qualcuno cadde in un colossale equivoco, avendo trovato il toponimo "Val Ponùco" e tentato di decifrarne l’etimologia, alquanto oscura. Forse era un pesce d’aprile: risultò poi che il nome, del tutto inventato, veniva dall’appellativo di famiglia del Ghedina salito con de Zanna a collocare la statuetta, vicino alla quale dovrebbero esserci ancora le iniziali dei due ampezzani e la data dell’operazione, dipinti sulla roccia. Però, siccome non salgo alla Madonna da alcuni anni, i miei ricordi potrebbero non essere aggiornati!
Da romantico cultore delle memorie patrie, mi piacerebbe che la statuetta, una delle tante testimonianze di fede di cui è ricco il territorio di Cortina, restasse sempre al suo posto, o almeno che non andasse perduto il toponimo, a ricordo di chi la pose lassù in un momento della storia che vedeva l’Italia uscire da anni tristi e bui.

27 mar 2013

Peccato per il K2, e peccato per gli uomini del K2!

Come tanti compatrioti e in più come ampezzano, appassionato di montagna e nipote di Lino Lacedelli, ho assistito un po' trepidante alla fiction “K2 Montagna degli italiani”, trasmessa da Raiuno il 18-19 marzo.
Vista quella e altri prodotti simili, mi sono fatto un convincimento: la televisione italiana, probabilmente perché deve accontentare spettatori da Courmayeur a Lipari, alpinisti e no, non è capace di raccontare la montagna in modo obiettivo e verosimile.  
Lacedelli al Campo Base del K2,
50 anni dopo (fine luglio 2004)

Dopo tutte le puntate della soap-opera sostenuta con valige di euro dall'Autonome Provinz  Bozen, in cui un Terence Hill imambolato caccia il lupo (!) dietro l'Hotel sul Lago di Braies e molte altre amenità del genere, la fiction sulla prima salita del K2, fatto sofferto e controverso della nostra storia del secondo dopoguerra, pare ne abbia seguito le orme.
Si scorrazza da dialoghi banali ("ciò, 'ndemo a mona ..." dicono un paio di volte i giovani candidati, come nei sexy movies italiani degli anni '70) a personaggi spesso falsati (la “morosa” di Lino, da una lucente cucina, di formica ben poco montanara, va in stalla con scarpe nere e tacchi a spillo; Lino indossa solo un "eskimo" per sfidare il vento dei 5000, scala l'improbabile campanile di una chiesa che non è quella di Cortina e parla come il suo omonimo Lino Toffolo; Bonatti sale in alto con la giacca a vento aperta, senza berretto né guanti, e pare Ricky Memphis; Cassin abita in una baita d’alta montagna come un selvaggio, anziché nella operosa città di Lecco …); da paesaggi incongruenti (ma ci sarà erba tra le rocce a quota 7000?) a ricostruzioni alpinistiche un po’ ridicole (scalatori impacciati anche su terreno facile; zaini stracolmi di corde ingarbugliate in modo poco professionale, Lacedelli e Compagnoni che arrivano in cima pestando ... orme già tracciate!).
Con zio Lino a Malga Federa, 9/2/2003
(photo: courtesy of idieffe)
L’unico personaggio con un po' di realismo mi è parso il professor Desio, militaresco organizzatore della spedizione. Per il resto, seppure fosse un film “di regime”, era meglio “Italia K2″ di Marcello Baldi.
Persino il Cai nazionale (vedi i quotidiani odierni) ha preso le distanze da questo lavoro con un secco comunicato stampa. Peccato per il K2, e peccato per gli uomini del K2!

25 mar 2013

Prima salita scialpinistica del Picco di Vallandro


Dal lato sud, quello più in vista e usualmente praticato sia con gli scarponi sia con le pelli di foca, non offre di certo motivi che ne giustifichino il pomposo nome di Picco.
E’ un vasto, lungo, un po’ noioso pendio di pascolo e ghiaie, solcato da un sentiero “à vaches”, che solo nell’ultimo tratto si fa un po’ più interessante, perché zig-zaga fra roccette, scavalca l’anticima con un passo esposto reso sicuro da una catena metallica e porta in vetta.
Il Picco di Vallandro con il sentiero d'accesso,
dal Col Rotondo dei Canopi (foto E.M., 16/10/2011)
Il Picco di Vallandro (2839 m), in tedesco Dürrenstein, è una grande montagna, rinomata fin da epoca antica per l'ampio panorama a giro d’orizzonte, che la rende una delle mete più note e frequentate di tutto il circondario pusterese.
Grazie al semplice accesso, che richiede comunque due ore e mezzo per superare 850  m di dislivello dall'altopiano di Pratopiazza, non si sa chi e quando lo salì la prima volta.
Quanto alla storia alpinistica, che conta anche nomi illustri, ho trovato la notizia della probabile prima ascensione in sci, compiuta il 29 aprile 1934 da Federico Terschak, Silvio Manassero e Giuseppe Degregorio per la via normale, che poi quest'ultimo raccontò nel volume di racconti "Cortina e le sue montagne" (1952)  ed oggi molto frequentata.
Il Picco mi ha visto in vetta solo un paio di volte, l’ultima abbastanza di recente. Della salita, compiuta a fine giugno, mi rimane il flash dell'alta cornice di neve fra l’anticima e la cima, che dissuadeva i presenti da un approccio sicuro al punto più alto.
Fin quando un agile pusterese prese l’iniziativa e la bucò con la piccozza, aprendo la traccia che consentì agli aspiranti salitori di godere la bella visuale sulla Pusteria e le Dolomiti, che si dispiega dalla croce di vetta.

20 mar 2013

Appunti di cinema: come nacque il lungometraggio "Cavalieri della Montagna"


Un caro ricordo: la cartolina del Rif. Passo Staulanza
inviatami da Severino Casara per il Natale 1977
(archivio E.M.)
Il 13 marzo, al Circolo AUSER di Domegge di Cadore, ho tenuto una lezione su "Severino Casara e il Cadore".
Avendo conosciuto l'alpinista in gioventù, mi è parso bello ricordare ancora una volta una vita tutta votata alla montagna, estrinsecata in centinaia di ascensioni, 14 libri, conferenze, fotografie, amicizie e soprattutto in 27 corto- e lungometraggi.
Oggi, ad un mese dal 110° anniversario della nascita dell'alpinista vicentino, rievoco l'episodio della nascita del suo primo lungometraggio, "Cavalieri della Montagna", che ho rivisto qualche tempo fa ad Auronzo, in occasione di un'indovinata rassegna di cinematografia curata dalla Sezione del Cai.
Natale 1947: Casara e l'amico Walter Cavallini giungono in sci a Forcella Longeres, dove alcuni operai lavorano alla sostituzione del tetto del rifugio, volato sui pendii della Val Marzon a causa della bufera.
I due ripetono la via normale sulla Cima Ovest. Salendo, rimangono affascinati dalla particolarità di pareti, stalattiti di ghiaccio e placche vetrate, sotto l’effetto di una luce che definiscono "da Tabor".
Casara esprime un desiderio, che egli stesso però ritiene quasi un'utopia: girare d'inverno sulle Dolomiti auronzane, e in particolare sulle Tre Cime. Un'utopia soprattutto per quei tempi, in quanto girare un film in quelle condizioni avrebbe comportato costi molto elevati.
Cima Ovest di Lavaredo, dalla Croda de l'Arghena
(photo: courtesy of C.B., 25/5/2008)
Scesi al rifugio, discutono del loro sogno con alcuni operai auronzani. L’idea giunge in Comune, dove nei giorni seguenti l'avvocato viene ricevuto dal Sindaco, che plaude all’idea, offrendo subito l’appoggio logistico dell’Amministrazione.
Ma girare un film richiede una grossa somma, replica l’alpinista. Claudio Bombassei, suocero del Sindaco, offre il denaro necessario, dicendo a Casara: “ Lei è matto per le crode, io per la mia terra. Due matti insieme fanno un savio”.
L’offerta viene subito accettata, con l’impegno di restituire il denaro qualora il film dovesse rivelarsi una fonte di guadagno.
Nei mesi seguenti, quindi, fervono i preparativi per girare il primo film d'inverno sulle Dolomiti. Attori: Casara interpreta Emilio Comici, Cavallini Paul Preuss, Angelo Dibona il custode del Rifugio Longeres. In una piccola parte c'è anche la giovane guida Valerio Quinz. Protagonista: la Montagna.
Il maltempo prolunga le riprese sulla roccia e sulla neve, ma Casara non molla e dopo molto lavoro può scendere a Milano con le pizze del primo negativo interamente girato d'inverno sulle crode dolomitiche.
E' l'inizio di una fortunata carriera, che consoliderà l'amore di Casara per la montagna e ne conserverà il ricordo ancora oggi.

18 mar 2013

Lo strudel dello Jora

In arrivo al Rifugio Jora
(il luogo è sicuramente più bello della fotografia!)
Prima che questo squinternato e per noi fiacco inverno 2012-2013 portasse ancora neve (mentre scrivo fiocca per benino e al suolo ce ne saranno almeno 30 cm, che sembrano voler aumentare), a quattro giorni dall'inizio della primavera abbiamo completato la "esplorazione" dei rifugi dell'area tra San Candido e Sesto Pusteria, dove fare una passeggiata e, perché no, gustare qualcosa di buono.
Circa a metà strada tra San Candido e il Rifugio Gigante Baranci, nostra meta favorita per un paio di volte l'anno, c'è un altro esercizio, che finora mancava alla nostra raccolta. E' un ristorante d'alta quota in elegante stile tirolese, ai piedi di una sciovia che lo collega al Gigante Baranci: il Rifugio Jora, quota 1317 m., meta della camminata di ieri.
D'inverno, i pedoni vi possono salire dalla strada San Candido - Sesto, portandosi prima ai diroccati Bagni di San Candido e poi alla chiesetta di S. Salvatore. Qui un bivio a destra indica una strada forestale che scende un po', traversa un'ampia zona recintata con sorgenti idriche, piega ancora a destra nel fitto bosco e con una lunga diagonale quasi pianeggiante esce presso il rifugio.
Il panorama durante la salita purtroppo è molto ridotto, ma il camminare è piacevole e tranquillo: il rifugio si scorge già dalla Piazza del Magistrato di San Candido e d'estate vi si può arrivare direttamente dal paese per una stradina sterrata. Dopo la passeggiata facile e godibile, lunga quasi come quella del soprastante Gigante Baranci, ... una lieta sorpresa: il migliore strudel con salsa di vaniglia che, almeno fino ad oggi, abbiamo assaggiato in una pasticceria, una malga, un rifugio della zona. E non ce ne vogliano tutti gli altri, dove comunque torneremo.
Così ristorati, Iside e io, che ieri eravamo fra i pochi saliti al rifugio a piedi, abbiamo messo in "saccoccia" una nuova, gradevole e golosa meta per una bella gita. Grazie Jora!

14 mar 2013

Cu de ra Badessa, montagna "irriverente"


Parlando con alcuni amici, sono rimasto meravigliato del fatto che due o tre di loro conoscessero la cima detta Croda del Béco, ma non sapessero come mai essa veniva, e da alcuni viene ancora denominata anche “Cu de ra Badessa”.
Il motivo è più serio di quanto il toponimo possa far pensare, e così ho cercato di capire qualcosa di più di una questione che meriterebbe un bell'approfondimento storico e toponomastico.
A chi conosce il territorio ampezzano non occorre che dica dov'è la Croda del Béco, massiccia cima del gruppo della Croda Rossa che tocca i 2810 m d’altezza, domina a S con inconfondibili lastroni di calcare grigio-argento i pascoli di Fosses e a N cade verso il Lago di Braies con una parete di oltre un chilometro.
La Croda fa da confine tra Cortina, Marebbe (dove si chiama Gran Sas dla Porta) e Braies (dove si chiama Grosser Seekofel). Proviamo a guardarla anche da lontano, per esempio dal rettilineo poco prima di Fiames, venendo da Cortina: per l'analogia del doppio dosso finale (la croce si trova su quello sinistro) con due gigantesche natiche, nel Medioevo gli antenati battezzarono la Croda, forse già salita da pastori e cacciatori, “cu de ra Badessa”, “fondoschiena della Badessa”.
Croda del Béco e Rifugio Biella
(foto E.M., 22/7/2007)
Da dove viene un nome così irriverente? Il crinale della Croda del Béco fu per secoli il confine tra il territorio ampezzano e quelli amministrati dal Castello di Sonnenburg, oggi Castel Badia presso Brunico. A metà del 1400 la più nota delle badesse di Sonnenburg, l'energica e guerriera Verena von Stuben, tentò di annettere con la forza la ricca conca ampezzana ai territori amministrati dal Castello, con i quali la montagna confinava.
Dalla cima della Croda del Bèco, la Piccola Croda del Bèco
e i monti di Braies (foto E.M., 21/7/2007)
Dopo vari scontri e mediazioni, nel 1471 la badessa (tra l'altro ribellatasi più volte al potente Vescovo di Bressanone, il Cardinale filosofo Nicolò Cusano) dovette desistere e la vertenza per l'annessione finì. Ma allora gli ampezzani iniziarono a chiamare con sdegno e feroce ironia il monte dalla forma arrotondata, che ricordava loro la prosperosa e odiata religiosa, “cu de ra Badessa”.
Questa è la genesi storica del toponimo popolare, che rischia di non essere più compreso perché oggi sanguinose vertenze per i confini non se n’accendono più, le carte e le guide riportano solo il nome Croda del Béco e a chi la sale dal Rifugio Biella interessa l’ampio panorama, forse qualche stambecco che talvolta si incontra sui lastroni meridionali, e al riferimento alla storia medievale non fa proprio più caso.

9 mar 2013

La prima invernale della Croda Rossa per la via normale

Sessant’anni fa gli Scoiattoli di Cortina valorizzarono le montagne di Cortina - che esploravano assiduamente ormai da una dozzina d'anni - con tre prime invernali e due salite di VI.
Iniziarono la serie Lino Lacedelli, Guido Lorenzi e Albino Michielli, salendo il 18 gennaio in 9 ore la S della Tofana di Rozes, per la via aperta nel 1901 da Antonio Dimai, Agostino Verzi e Giovanni Siorpaes con le baronesse Ilona e Rolanda von Eötvös.
Dalla scalata, compiuta dagli Scoiattoli con l'idea di affrontare lo stesso inverno un percorso ben diverso, la Solleder sulla parete NO del Civetta (salita poi nel 1963), Michielli uscì con un congelamento ai piedi.
Poco dopo, sul Cristallo, Beniamino Franceschi, Candido Bellodis e Elio Valleferro superarono in giornata la via Dallamano-Ghirardini per parete O.
Il 9 marzo, infine, fu realizzata l'invernale che oggi ricordo, sessant’anni dopo. Ne fu teatro la Croda Rossa d’Ampezzo, affrontata per la prima volta nel 1865 da Paul Grohmann con Angelo Dimai Deo e il cacciatore Angelo Dimai Pizo.
La Croda Rossa da Valfonda, 23/10/2011
Poco prima della vetta, i tre commisero un errore di giudizio che fece fallire la salita: il successo toccò poi a Whitwell con Christian Lauener e Santo Siorpaes, nel 1870.
Nel 1915-18 l’Esercito austriaco installò un posto d’osservazione in vetta, che forse doveva   funzionare tutto l’anno, ma non si sa se fu usato. Per la prima invernale della Croda Rossa si dovrà attendere il secondo dopoguerra.
Vi riuscirono, infatti, Lino Lacedelli, Ugo Pompanin, Guido Lorenzi e Angelo Menardi Milar, allora Segretario del Cai di Cortina, il 9 marzo 1953.
Passata la notte al Cason dei Cazadore, i quattro si mossero prima dell’alba, in una giornata che si preannunciava splendida, e per la Val Montejela giunsero in cima alla levata del sole.
Prescindendo dalle difficoltà della salita che. peraltro, d'inverno furono certamente maggiori, la prima invernale della Croda Rossa fu una bella salita. Nel febbraio 2003, a Malga Federa, Lacedelli mi raccontava che per il quartetto, allenato com’era, fu “soltanto una gran bella gita”, compiuta per “soffiare” la primogenitura ai romani che battevano a tappeto le montagne d’Ampezzo e di Braies.
Dal 1953 la Croda Rossa, forse l’ultima grande cima dolomitica salita d'inverno, è stata raggiunta altre volte tra dicembre e marzo. La seconda ascensione, nel 1967, spettò proprio a uno dei ”romani”, Marino Dall’Oglio, ottimo conoscitore della zona, con la moglie Klara e la guida Bruno Menardi Gimmi.
Secondo Dall’Oglio la salita fu più facile di quella estiva, perché il freddo bloccava tutte le pietre mobili rendendo più sicura la roccia, nota per la sua consistenza che in qualche luogo è inquietante.
Oggi, per quanto siano cambiati i tempi e le attrezzature, la cima non è mai affollata nemmeno d'estate; ad onore della storia, mi è parso doveroso ricordare i quattro (dei quali  rimane ancora solo Pompanin come testimone), che il 9 marzo 1953 chiusero la conquista "pionieristica" dei nostri monti.

7 mar 2013

Torre Wundt, prima ripetizione della via Mazzorana-del Torso


Torre Wundt, in vista della Via Mazzorana,
anni '90 (photo: courtesy of idieffe)
Tempo fa ripensavo alla torre dei Cadini di Misurina dedicata nel 1893 a Theodor Wundt e in particolare alla fessura E, percorsa 75 anni fa da Piero Mazzorana e Sandro del Torso, quando mi capitò di leggere la notizia della prima ripetizione della via (molto frequentata grazie alla vicinanza del Rifugio Fonda Savio, il quale alla Torre Wundt deve il suo celebre e remunerativo “Hüttenberg”).
La prima ripetizione di quell'itinerario, intuito dalla guida alpina di Longarone salita ad Auronzo in compagnia del forte alpinista udinese classe 1883, risale al 14 agosto 1942.
Essa si dovette a due mantovani ventenni, Mario Pavesi e Cesare Carreri, che in quei giorni si stavano godendo tra le Dolomiti di Sesto una breve licenza dal servizio militare, prima di rientrare al Corso Ufficiali di Artiglieria.
La notizia, fino ad allora sicuramente inedita, venne da un libro pubblicato dalla figlia di Cesare Carreri, Cecilia, “Alpinismo degli anni ’40. Frammenti di alpinismo dedicati a mio padre”, a cura di Mare Verticale.
Fra l’altro, secondo il testo, i due mantovani avrebbero salito solo parte della via originale, ma non è chiaro dove passi la loro variante, di cui mancano altri riscontri.
Secondo la testimonianza di Carreri e Pavesi, nel 1938 Mazzorana lungo il percorso aveva lasciato   un solo chiodo, forse lo stesso cui si riferirono tutti i ripetitori fino all'"attualizzazione" della fessura, eseguita dal figlio del gestore del rifugio a metà luglio '86: un simpatico chiodo ad anello ai piedi della paretina nera che schiude l'accesso al camino finale. 
Mentre sfogliavo il piacevole omaggio della dottoressa Carreri alla memoria del padre, mi vedevo ancora una volta, ragazzo entusiasta, salire per quel "budello" di roccia solida e spesso priva di sole, dove tra il 1981 e il 1996 ho speso una ventina di  giornate liete in compagnia di tanti cari amici.

4 mar 2013

Per sei volte sulla Ponta del Pin

Incuriosito dalla brevissima relazione che compare nella guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti, nell’agosto 1990 mi avventurai coi soliti amici sulla Ponta del Pin.
E’ questa la massiccia cima tondeggiante, quotata 2682 m, che fronteggia la parete E della Croda Rossa d’Ampezzo, ti viene quasi incontro dall'altopiano di Pratopiazza e demarca il confine fra Cortina e Dobbiaco.
La salita, non molto impegnativa ma neppure banale, mi era stata testimoniata da Camillo Berti, figlio di Antonio, che mi disse di averla fatta con il padre già negli anni Trenta del '900.
La Ponta del Pin con a sinistra il foro della cresta,
dal Col Rotondo dei Canopi, 16/10/2011
Questa montagna isolata e impervia, fatta di placche instabili, detriti faticosi e rocce aguzze, battuta dai camosci, regala un grandioso panorama, in primis sulla Croda Rossa e sulle Cime Campale che le stanno di fianco. Non credo goda della frequenza di molti, anche perché la prima descrizione dettagliata su come arrivarci è stata pubblicata ad opera di chi scrive, soltanto un anno fa.
La via normale, che oscilla fra l'escursionismo e il facile alpinismo, si può arricchire dando un'occhiata anche al grosso foro che buca la cresta, già visibile da Pratopiazza. Dalla cima si dominano numerose altre cime e la Strada d’Alemagna che, 1200 metri più in basso, pare lontanissima con i suoi rumori!
La Ponta mi piacque a tal punto che, nel corso di nove stagioni, la rifeci per sei volte, l'ultima anche con mia moglie. Interessato da un mio scritto, nel 1999 l'accademico Dall’Oglio (a proposito, ciao Marino!) ripeté la salita e poi, con le guide Obojes e Tschurtschenthaler, aprì sullo sperone opposto alla via normale (a 75 anni di età!) una delle sue ultime vie nuove, su buona roccia.
In più, due anni prima tre sudtirolesi avevano scalato la parete compatta e strapiombante che guarda il Cadin di Croda Rossa, lungo un itinerario estremo. Quindi qualche cosa di alpinisticamente prelibato c'è anche lassù.
Per giungere in cima non si chiedono equilibrismi e attrezzature, ma attenzione e fatica, dato il tipo di terreno; la salita però compensa senz'altro chi desideri spingersi per qualche ora fuori da passi già troppe volte percorsi.
Non so se e quando rivisiterò la Ponta del Pin, una cima misconosciuta e disertata della conca ampezzana: certo è che l’ho salita, l'ho sempre apprezzata e ne sono soddisfatto.

24 feb 2013

Salendo la Croda de Pousa Marza


Propongo un ricordo della salita per la via normale sulla Croda de Pousa Marza (2504 m), piccola cima del gruppo del Cristallo, di rilevanza limitata ma calcata da alpinisti illustri.
La Croda de Pousa Marza,
dalla via normale del Corno d'Angolo
(foto E.M., 31/8/2008)
Dopo la conquista da parte della guida pusterese Michl Innerkofler con la giovane Mitzl Eckerth, avvenuta il 29/7/1884, la salirono anche personaggi famosi: da Severino Casara a Dino Buzzati con la guida Giuseppe Quinz, dagli Scoiattoli Raniero Valleferro e Alberto Dallago per una via nuova nell'aprile 1976 all'amico bellunese scomparso Claudio Cima, fino a Luca Visentini, che nella sua guida "Gruppo del Cristallo" ne propose una relazione completa ed esauriente.
Già due anni prima che uscisse il volume di Visentini, però, dopo averla osservata a sufficienza dalla dirimpettaia, più semplice ma altrettanto poco nota cima del Corno d’Angolo,  m'ero inventato di salire sulla Croda, e lo feci il 9/7/1994 con Roberto, sfruttando la descrizione, laconica ma soddisfacente, che trovai nella guida Berti.
Salimmo così una lunga parete di roccia buona fra il II e il III grado di difficoltà, senza trovare chiodi né alcun'altra traccia umana; ritenemmo la via interessante, perché ci schiuse l’accesso ad una montagna abbastanza massiccia e dalle belle forme, ma misconosciuta dagli alpinisti.
La seconda salita della Via Innerkofler dovette attendere sei anni esatti dalla prima, e fu appannaggio del germanico Emil Artmann, non si sa se in solitaria o con altri, il 29/7/1890. Lo testimonia il terzo volume di ”Die Erschliessungen der Ostalpen” (1894).
In sé la notizia dirà molto poco, ma dimostra che un secolo fa e più le cronache annotavano tutte le prime salite e le prime ripetizioni anche delle cime dolomitiche meno appariscenti, qual è proprio la Croda de Pousa Marza, che né Roberto né io abbiamo dimenticato e additiamo all'altrui curiosità..

18 feb 2013

Una visita alla "Malga del sacrestano"


Con gli amici veronesi, davanti alla Messneralm
17/2/13 (photo by courtesy of idieffe)

Forse negli anni in cui miravamo "sempre più in alto", non la degnammo neppure di uno sguardo; o forse semplicemente non c'era ancora, la malga che abbiamo scoperto ieri in Casies, la valle dove andiamo sempre più spesso a camminare, d'inverno come d'estate.
Si tratta della "Malga del sacrestano", in tedesco Messneralm, un bel fabbricato di legno con tanto di parco giochi per bambini che sorge a 1659 m di quota sul lato destro orografico del rio Pidig, una decina di minuti più in basso della Kradorferalm, che visitiamo almeno una volta l'anno, se non due.
La Messneralm ha l'aspetto nuovo e fresco di un piccolo ristorante, dista un'ora di salita e 200 m di dislivello dal centro di Santa Maddalena ed è costruita su un ripiano al limitare del bosco.
Messneralm, dalla strada della Kradorferalm 1/1/2012
(photo by courtesy of idieffe)
Da qui il panorama si apre un po' verso nord e un po' verso sud, in direzione della vetta che Iside ed io ricordiamo spesso con soddisfazione: l'Hochstein, salito con Franca e Giacomo intorno a Ferragosto del 2008.
Ieri, in una domenica livida e abbastanza fredda che, al ritorno verso Cortina, ci ha regalato anche una breve bufera di neve, abbiamo aggiunto un altro tassello alla frequentazione della Valle di Casies; è stata una scoperta piacevole, arricchita dalla conoscenza di due coppie di veronesi attratti, al pari di noi, da luoghi alpini come questo: un po' fuori mano ma non troppo, un po' rustici, dove si mangia bene a prezzi umani e dove si può trascorrere una giornata nella natura, senza impegnarsi in imprese.
Ovviamente, la Messneralm è entrata nel nostro carnet di malghe pusteresi, per l'inverno e non solo; penso che non mancheremo di rifarle una visita, magari d'estate con la nostra nipotina Elisabetta!

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...