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| Sulla parete, agosto '82 |
Le mie montagne, con la loro storia e le vicende di chi le ha vissute e amate e oggi le conserva nei pensieri: anzitutto le montagne ampezzane, ma qualche volta anche altre. Berg Heil!
15 mag 2021
Scalando la Punta Fiames
11 mag 2021
I Bagni di Campo, un'impresa turistica di scarsa fortuna
Molto tempo prima che nella regione dolomitica prendesse piede la moda di salire sulle cime, gli stranieri che venivano a conoscere i Monti Pallidi erano indirizzati verso i paesi della Val Pusteria (Braies, Dobbiaco, Monguelfo, San Candido, Villabassa) dall’opportunità di usufruire di bagni termali di varia ampiezza e valore terapeutico.
Anche nella valle d’Ampezzo, nel villaggio di Campo di Sotto e sulla riva della Costeana, il torrente che scende dal lago di Ciou de ra Maza sotto il valico del Giau, già all'inizio dell’800 era stata trovata una fonte di acqua minerale, leggermente solforosa. Prevedendo un possibile business, ci fu subito chi partì per Innsbruck con alcuni campioni del prezioso liquido al seguito, da sottoporre al parere di tale dottor Öllacher, rinomato chimico.
Dopo aver appurato che, sia per qualità che per combinazione degli elementi minerali presenti, le acque ampezzane non erano certo inferiori a quelle della Pusteria e avrebbero potuto fornire anch’esse un valido aiuto per curare affezioni, soprattutto reumatiche, Gaetano Ghedina Tomàsc (1804-1877), proprietario dell'Albergo Aquila Nera e riconosciuto mentore dello sviluppo turistico nella conca ampezzana, si attivò per costruire uno stabilimento termale, che dal 1831 venne gradualmente ingrandito, fino a disporre di dodici vasche per abluzioni in legno di cirmolo.
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| I Bagni di Campo, in una vecchia stampa |
Nel corso degli anni, però, la somma delle frequentazioni (122 bagnanti nel 1869; 98 nel 1870; soltanto 25 dieci anni dopo) e i risultati finanziari dell'impresa dei Bagni di Campo si dimostrarono sempre più deludenti, rispetto alle ottimistiche previsioni iniziali. Fu così che nell’autunno 1882, quando una rovinosa inondazione (la celebre «agajon del otantadoi», narrata in un drammatico resoconto dal giovanissimo testimone Gian Antonio Gillarduzzi de Jobe, che colpì la Pusteria e non risparmiò nemmeno la valle d'Ampezzo) sommerse l’edificio dei Bagni, nessuno ebbe voglia di farlo rivivere.
All'inizio del '900, nelle immediate vicinanze di quello che era stato lo stabilimento, la guida alpina Angelo Maioni Bociastòrta costruì invece un ristorante, in seguito ampliato ad albergo e intitolato al grande pittore Tiziano. che la leggenda narra avesse visto la luce nel 1490 in una povera casa là vicino.
30 apr 2021
Piz Ciampèi, "Carneade" delle Dolomiti
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| In vetta al Piz Ciampèi |
16 apr 2021
Sulla Torre Quarta d'Averau
| La Torre Quarta, foto E.M. |
La torre, divisa in due cime adiacenti, emerge come un enorme dente fra le guglie d'Averau ed è stata salita da ogni lato: la via normale è una esperienza le cui peculiarità possono far sorridere chi arrampica, abituato oggi a valutare le avventure con cocktail di cifre e lettere e non più con i numeri che un tempo marchiavano le difficoltà.
9 apr 2021
La Croda del Béco, o Cu de ra Badéssa, cima ricca di storia
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| La Croda del Béco con il sottostante rifugio Biella |
22 mar 2021
Montagne d'inverno, o quasi
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| Punta Nera, marzo 2021 (foto I.D.F.) |
9 mar 2021
La Torre Lusy
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| La Torre Lusy (foto E.M.) |
27 feb 2021
Punta Nera: 80 anni fa la prima salita invernale
| In vetta alla Punta Nera, luglio 2008 |
27 gen 2021
Dedicato a Ivo Zardini, guida alpina e amico
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| Ivo Zardini (1958-2021) |
13 gen 2021
Compleanno speciale sul Becco di Mezzodì
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| Bepi Degregorio, nel 1966 (raccolta E.M.) |
30 dic 2020
La variante della Dimai sulla Fiames: curiosità storiche
22 dic 2020
Vagabondando fra i nomi delle montagne d'Ampezzo
Chi scrive ha nel cassetto, in attesa di tempi migliori, una collezione personale di toponimi ed oronimi del territorio ampezzano che vantano origini post-belliche o alpinistiche, per cui in genere non si perdono nelle tenebre medievali e distinguono forcelle, rifugi, vette e luoghi vari scoperti in conseguenza dell'utilizzo turistico delle nostre montagne.
Finora nella collezione se ne sono accumulati oltre 120, a partire da quelli coniati nel 1860-70 da Paul Grohmann, il “primo salitor delle montanie d'Ampezzo” come ebbe a definirlo una delle sue guide, Angelo Dimai Deo senior, e fino a tempi recenti.
Alcuni oronimi e toponimi sono legati a peculiarità morfologiche del territorio, altri a persone - alpinisti o meno - che ebbero qualche relazione con i luoghi o con la storia locale; altri ancora vanno ricondotti ad uomini o cose di cui - man mano che il tempo avanza - è sempre più complesso ricostruire i contorni.
| Punta Erbing, oronimo coniato nel 1905 (foto E.M.) |
Diversi nomi erano ignoti nella valle d'Ampezzo prima della Grande Guerra (ad esempio, sono di formazione bellica almeno: Becco Muraglia, Castelletto, Col Gallina, Col Pistone, Testaccio); altri sono nati negli ultimi decenni (Guglia Raffaele, Torre Elisabetta e Torre Paola sono creazioni della guida Franz Dallago poco più che "adolescenti", del 1996), altri ancora derivano da toponimi ladini originali "addolciti" ad uso turistico (Cima Prati, Ra Valles, Rio Gere, Forcella Rossa, Vitelli). Tutti insieme formano un gruppo compatto e abbastanza folto di termini, e non tutti sono stati analizzati a fondo dagli autori e dai testi che si sono occupati della toponomastica ampezzana.
Insomma, lavoro da fare al riguardo ce n'é ancora, e sicuramente nel prosieguo delle indagini - che contiamo di fare, complice l'attuale maggior disponibilità di tempo libero - usciranno magari notizie e curiosità stimolanti per chi attende a questi studi, preziosi e particolari.
18 dic 2020
Quarant'anni fa sulla Cima, o Torre del Lago
8 dic 2020
Il Calvario della Punta Fiames nelle Dolomiti
L'appassionato che conosca la Punta Fiames, cima emergente dal profilo della valle d'Ampezzo verso nord-est, quasi certamente conoscerà anche il "Calvario". Nota agli scalatori perché è utile soltanto a loro, è la traccia, oggi più definita ma ancora un po' arcana, che unisce le pendici cosparse di mughi del Pomagagnon, dette “Cojinàtes”, con gli attacchi degli itinerari sulla parete sud-ovest della Punta: le classiche Dimai e Jori, la Direttissima, la Centrale, la moderna Paolo Rodèla.
Per capire il perché del nome di Calvario, assegnato alla traccia in epoca e da persone ignote e trasmesso solo oralmente, si provi a percorrerlo in un giorno di sole; data l'impietosa esposizione a sud, risulterà torrido e faticoso. Si aggiunga la mancanza di acqua lungo l'accesso, che dalla zona ospedaliera di Cortina, base di partenza per molti scalatori, richiede oltre un'ora (se non si sbagli sentiero), e il quadro è completo.
Il Calvario, non facile - e in ogni caso, illogico - per i semplici escursionisti, poiché ad un certo momento la traccia è sbarrata da un camino di 20 m, di roccia buona ma verticale e sprotetto (3° inf.), fu scoperto dalle guide Antonio Dimai e Agostino Verzi ad inizio secolo, mentre perlustravano la parete cercando la prima via, sulla quale poi accompagnarono il 7 luglio 1901 il cliente J.L. Heath.
Desta senz'altro ammirazione l'intuito dei due ampezzani, che almeno fino alla Grande Guerra formarono una solida e celebre cordata, nell'insinuarsi fra ghiaie, mughi, rocce e terra verso la terrazza inclinata emergente sullo zoccolo, dalla quale iniziano le vie.
Il Calvario prende avvio ai piedi della Punta della Croce, un po' spostato rispetto alla verticale della Fiames; sale sinuosamente, piega verso la Fiames, valica il canale che la stacca dalla Punta della Croce e continua infine sullo zoccolo fino ad una macchia di ghiaie che spicca già da Cortina.
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| Punta Fiames e Calvario (foto I.D.F. novembre 2020) |
Il primo tratto del percorso, che nasce dal sentiero di Forcella Pomagagnon ai piedi del grande ghiaione e traversa dapprima quasi in piano superando vari canali detritici, che ogni anno mutano forma e aspetto, è agevolato da qualche segnavia, che rassicura chi non conosce la zona.
Il 16 dicembre 1984, una giornata tiepida e quasi estiva, salii il Calvario con Roberto, che desiderava conoscerlo. Giunti alla macchia di ghiaie, facendo merenda gli illustrai il percorso della soprastante via Dimai, che quell'anno avevo salito due volte; dopo un bagno di sole, prendemmo contenti la via di casa e per pranzo eravamo a tavola.
Ricordo come molto piacevole quella pur "illogica" divagazione; avendo l'attrezzatura, sarebbe stato bello proseguire per la Dimai, una via che - per chi crede a queste cose - oltre ad un valore alpinistico, ne ha anche uno storico e ambientale. Dopo molti anni, la ricordo bene.
24 nov 2020
L'enigma della Torre Fragele
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| Giovanni Cesare Siorpaes Salvador, più noto come Jan de Santo |
19 nov 2020
Gli inglesi e e la scoperta delle Dolomiti
15 nov 2020
Quattro passi sul Lago Bianco
| Il Lago Bianco con il Knollkopf (foto E.M.) |
11 nov 2020
Pfalzgauhütte, il rifugio dolomitico costruito quattro volte
| Il rifugio Pfalzgau, con la Zesta sullo sfondo (archivio E.M.) |
1 nov 2020
Il segreto della Cima Cason de Formin
Negli anni Ottanta, percorremmo più volte la classica via aperta nel 1970 da Franz Dallago e Dino Constantini sul diedro O della Cima Cason di Formin, snella propaggine della Croda da Lago.
La prima salita si verificò a Ferragosto del 1982. Seguendo la relazione della guida “Berti”, trovammo poi subito il "segreto" per scendere dalla vetta: un sinuoso foro tra due massi, in cui ci si doveva infilare senza zaino e quasi trattenendo il respiro; era l'unica possibilità per schivare una zona di roccia friabile e malsicura.
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| Cima Cason de Formin dalla valle omonima (cartolina anni '30, raccolta E.M.) |
Sfruttammo tranquillamente il foro dopo altre salite, fino al 1987. Quella volta ero con A.: ma, al momento di scendere… il foro non si trovò più! I massi che lo formavano, dopo secoli erano crollati uno sull’altro, e per risolvere la situazione si doveva uscire e affrontare una paretina esposta, più ripida di tutto il diedro sottostante.
Nulla di strano sulle montagne, dove fin dall'inizio dei tempi la morfologia cambia di continuo: una sorpresa però per noi, che ci eravamo abituati a gattonare ogni volta in un foro molto stretto, ma protetto e comodo. Sicuro non lo era: ma noi questo non lo avevamo previsto.
23 ott 2020
Ricordando Silvana Rovis
| Silvana Rovis a La Tor - Forni di Sopra, 7.10.2017 (foto I.D.F.) |
Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria
Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...
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Lainores da S con uno degli itinerari qui descritti (foto E.M., ottobre 2003) Il passaggio ai piedi del Taburlo, che unisce le Ruoibes...
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La salita nel luglio scorso, da parte di tre amici, di una vetta dolomitica tra le meno battute, la Cima d’Ambrizzola (Pónta d'Anbrizòra...
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Nel gruppo del Cristallo, sottogruppo del Popena, svetta una cima rilevante, che da più di 120 anni ricorda una figura fondamentale per l...












