30 nov 2010

Tino, dieci anni dopo

Il 9/9/2000, dopo breve malattia, si spegneva a Pieve di Cadore Agostino Girardi de Jesuè, classe 1929, un uomo che ha fatto e lasciato molte cose per la cultura ampezzana. Dal 1965, anno in cui uscì il primo numero di “Due Soldi”, indimenticato mensile della Cassa Rurale che diresse per quasi 8 anni e nel quale, grazie alla collaborazione di vari studiosi, confluirono cronache, curiosità, documenti, fatti e personaggi d’Ampezzo che rischiavano di essere facilmente dimenticati, fino a poco prima della scomparsa, Tino studiò la cultura, la lingua, la storia paesana con ingegno, passione e versatilità. Alla sua maniera, certamente disordinata e poco affidabile (avrebbe dovuto collaborare anche al notiziario delle Regole d'Ampezzo, ma presto se ne ritrasse), ma conobbe e studiò Cortina con lucidità e profondità. Ne sono testimoni, oltre ad articoli e collaborazioni disperse in ogni dove, gli otto fascicoli di "Cemódo che se diš par anpezan" (1988-1994), in cui catalogò commentandole centinaia di frasi idiomatiche, locuzioni, modi di dire ampezzani antichi e attuali, facendo uso della sua vasta cultura e della grande memoria e condendo il tutto con ironia ed un bello stile affinato negli anni. Oltre che parente, ne fui amico e collaboratore in qualche avventura editoriale, e lo seguii fin quasi alla fine. Ricordo con piacere e nostalgia le lunghe chiacchierate con Tino, le sue conoscenze sugli argomenti più diversi; i consigli che dispensava; le critiche al mondo paesano, osservato con distacco e forse con delusione; l’entusiasmo per la ricerca, che ne avrebbe sicuramente fatto un intellettuale di rilievo, non solo per la nostra valle. Da lui, fra l’altro, ricevetti l’impulso a studiare i nostri soprannomi di famiglia e a non strafare nell’uso e nella divulgazione dell’ampezzano scritto, che riteneva una forzatura, data la secolare oralità del ladino. Non ho seguito tutti i suoi consigli, ma di tutti ho fatto tesoro. Oggi, a oltre vent’anni dall’uscita, mi piacerebbe rivalutare quegli 8 fascicoli che Tino scrisse con lentezza e pignoleria, rigorosamente a mano con la stilografica, e volle fossero stampati in anastatica, sotto forma di modesti quaderni dalla copertina color cammello. Modesti forse ma ricchi, per l’inesauribile miniera di notizie che contengono e il quadro dell’ampezzanità d’un tempo che compongono con garbo e intelligenza. Prima che la memoria di Tino de Jesuè vada a disperdersi nel vorticoso meccanismo della nostra vita, lancio un’idea: gli si renda in qualche modo il dovuto merito di ricercatore. Penso che Tino de Jesuè possa sicuramente fare compagnia a Bruno Apollonio, Angelo Majoni, Illuminato de Zanna, Rodolfo Girardi, Rinaldo Zardini e agli altri che hanno dato dignità alla cultura e all’idioma d’Ampezzo, studiandoli e valorizzandoli. Per non dimenticare.

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