23 ott 2013

La Gusèla de Padeon, un luogo diverso

A fine luglio 1991 giunsi per la prima volta su una cima dolomitica che mi regalò suggestioni molto diverse dal solito: la Gusèla (in ampezzano Bujèla) de Padeon, sulla dorsale del Pomagagnon. 
Questo 'ago' è una singolare cupola rocciosa, ben visibile dalla SS51 d’Alemagna nei pressi di Ospitale. Sino agli anni '80 del Novecento, il suo interesse era limitato alla disertata via normale: il 28/7/1985 sulla grigia placca – residuo di un remoto franamento – rivolta verso la Val Pomagagnon - gli Scoiattoli Paolo Bellodis e Massimo Da Pozzo aprirono la via “Gipsy”, poi ripetuta e apprezzata varie volte. 
La Bujèla era stata salita  dai carinziani Viktor Wolf Von Glanvell e Karl Günther Von Saar esattamente 85 anni prima degli Scoiattoli, il 28/7/1900, lungo la “cengia a spirale”, che contorna la guglia con una certa regolarità. 
Due giorni dopo il più anziano della "Squadra della Scarpa Grossa", Karl Domenigg, tornò in vetta per l'“alto e liscio camino” che incrocia la via originaria e riserva qualche difficoltà in più. La via Glanvell, percorsa di rado ma giudicata da Luca Visentini nel suo libro sul Cristallo del 1996 una delle più godibili vie normali della zona, si aggira sul 1° grado superiore. 
La Bujèla dalla Val Padeon:
photo: courtesy of Roberto Vecellio, Cortina
Non è certo una semplice escursione, ma neppure una scalata da corda e chiodi: percorrendola s’incontrano tanti mughi, detriti, un breve tratto roccioso compatto e quasi verticale, e in fin dei conti - per conseguire una sommità piatta, erbosa e sorprendentemente comoda, dove lo scorso anno gli amici Roberto e Angelo hanno collocato il libro di vetta – è richiesta fatica ed una certa disinvoltura. 
Dopo il primo fortunato approccio, ritornai sulla Gusèla a metà novembre '92, trovando gran parte del percorso ghiacciato e assai poco gradevole, e poi ancora nel settembre '95: in seguito, mi pare di non aver più avuto occasione di calcare la vetta (ma come si dice, “le montagne sono sempre là...”). 
La Bujèla è un luogo diverso; magari prima che qualche altro franamento sconvolga la “cengia a spirale” e limiti un accesso tutto sommato non troppo complesso né difficile, gli appassionati del “selvaggio” potrebbero farle una visita.

16 ott 2013

Cima Campestrin N, cronaca di un mesto ritorno

In diverse occasioni, mi è occorso d’intraprendere con entusiasmo la salita a monti poco noti - magari vicini a casa - fidando su relazioni il più delle volte terribilmente obsolete, ma tornare a casa con le pive nel sacco per non aver trovato l’attacco, aver frainteso lo sviluppo delle vie, aver sbattuto il naso su difficoltà inattese, spesso dovute a modifiche morfologiche che al relatore della via erano ignote
Ricordo, tra esse, l’itinerario aperto dalla “Squadra della Scarpa Grossa” di Viktor Wolf von Glanvell nell'estate 1899 per la prima salita della Cima Campestrin N, che con la vicina Cima S forma il recesso più arcano delle crode di Fanes. 
Seguendo la descrizione di Berti, probabilmente stesa ancora da Glanvell, quella volta prendemmo una solenne cantonata. Dalla relazione pareva che, dal sentiero tra l’Armentarola e Fanes, all’altezza del Plan de Ciaulunch si dovesse rimontare la conoide detritica che sostiene il castello della cima. 
Da qui per una serie di camini, cenge e salti valutati di 1° o giù di lì, si poteva giungere su una vetta, che - secondo l'amico Claudio Cima, scrittore di montagna prematuramente scomparso – dopo un secolo  non era stata salita più di due-tre altre volte. 
Eravamo in quattro, era pieno agosto: giunti sconvolti alla sommità dell'implacabile e friabile pendio che dalla Cima scende verso la Val Badia, due rinunciarono alla vetta (uno aveva il Rolex nuovo al polso da difendere ...) accomodandosi in un anfratto sotto alcuni massi, mentre gli altri due, col fido “Berti” alla mano, cercarono la via degli austriaci. 
photo: courtesy by
www. magichedolomiti.it
Ponendosi mille domande, gli intrepidi scalarono in libera un lungo camino, inclinato ma con difficoltà certamente superiori a quelle previste, che scaricava senza posa. Quando l’ennesima frana sfuggì loro sotto i piedi puntando dritta ai due rinunciatari ormai quasi assopiti al tepore meridiano, pensammo che forse Glanvell non era passato proprio di là, che il camino era un altro, che una via di 1°  grado non poteva essere tanto infida. 
Alla fine ... lasciammo correre. La Campestrin N sarà certamente una cima misteriosa, suggestiva, fotogenica, ma che orrore, caro Viktor …!

12 ott 2013

Pace con le crode ampezzane

Quasi cento anni fa, anche nella valle d'Ampezzo i professionisti e gli appassionati della montagna avevano altro da pensare che andare "in croda”. 
C'erano centinaia di baracche, trincee, camminamenti, salme da recuperare, e aggirandosi fra le cime era inevitabile imbattersi in gallerie franate, ordigni inesplosi, reticolati rugginosi ed altro. 
Più che gli scalatori, in quegli anni sui monti si aggiravano i recuperanti, inventatisi un mestiere alla ricerca di legno, ferro, piombo, rame, stagno per arrotondare le poco liete condizioni di quegli anni disgraziati. 
Eppure c'erano anche alcuni, più fortunati, che ricominciavano a mettere le mani sulla dolomia. Il ventinovenne Federico Terschak, che già dal 1910 scalava su buone difficoltà ed era stato segretario della Sezione Ampezzo dell'Alpenverein, e Isidoro Siorpaes, un valligiano di qualche anno più anziano e con buone doti di alpinista, il 10 agosto del '19 si unirono per tentare l'interminabile cresta S della Punta Nera, che scende per oltre mille metri di roccia, mughi e detriti dai 2847 m della vetta fino alla base della parete, alta sui ghiaioni sopra Dogana, sull'ex confine fra il Tirolo e l'Italia. 
La cresta S della Punta Nera,
dal Pònte del Vénco (maggio 2009)
Per aggiudicarsi la cresta, ci vollero sette ore: la via Terschak-Siorpaes non passò alla storia come un'impresa memorabile, ma fu il primo tentativo di riprendere la familiarità con le crode, dopo un lustro in cui le Dolomiti avevano visto solo assalti all'arma bianca, cannonate, spari, morti, feriti, distruzione. 
In un certo senso, "Fritz" e "Doro Pear" fecero la pace con le crode ampezzane martoriate da una grande sciagura, dalla quale 140 compaesani non avevano fatto ritorno.

9 ott 2013

"La pelle dell'orso" di Matteo Righetto, un bel libro di montagna

Righetto, classe 1972, insegna materie letterarie a Padova. Parlandoci al telefono, nella sua voce ho percepito l'entusiasmo di chi si avvia verso una nuova attività: nel suo caso, lo scrittore di montagna. Questo è il suo primo romanzo "alpestre", dal quale prossimamente il regista Marco Paolini trarrà un lungometraggio.
"Menego", il protagonista della storia, fa la seconda media ad Agordo ed è sempre vissuto a Posalz, poche case alle pendici del Pore. Le montagne sono il suo mondo, e per lui non hanno segreti. Gli piace guardarsele quando va a scuola, dove ascolta dalla maestra le avventure di Tom Sawyer; gli piace vagabondare per i boschi e andare a pesca sul Codalonga, immaginando vicende fuori dal comune. Appena può va sul torrente, anche se da tempo i paesani sono in fibrillazione: c'è il rischio di incontrare “El Diàol”, il gigantesco orso che si aggira ai piedi del Póre, e il paese lo teme. Per Colle, il plantigrado è una leggenda: enorme, feroce e pauroso come forse non se ne sono mai incontrati.
Il piccolo “Menego” non riesce a credere che suo padre Pietro, sempre scostante, spesso ubriaco e annegato in una solitudine quasi anaffettiva, sia lo stesso uomo che ad un certo momento, attratto anche dalla prospettiva di una grossa taglia, gli propone di partire con lui a dare la caccia all'orso; solo loro due, per giorni e giorni nei boschi a contatto con una natura aspra e selvaggia, dove l'unica presenza umana è un saggio eremita, il vecchio Pepi. E così andrà avanti la storia.
“Menego” vivrà attimi terribili, esaltanti e dolorosi, rendendosi conto che la natura, per quanto pericolosa, non sarà mai crudele quanto gli uomini. 
"La pelle dell'orso" è un romanzo d'avventura ambientato in terra ladina, l'intenso racconto della formazione di un ragazzo, di ciò che accade per la prima volta e poi sarà per sempre. 
Ferdinando Camon ha scritto: “Spesso mi domando: nascerà un nuovo scrittore, capace di raccontare la nuova Natura … la grandezza del piccolo uomo che affronta la Grande Bestia? ...D'improvviso, in silenzio, ecco, il romanzo della nuova natura”.
(Matteo Righetto, La pelle dell'orso, Ugo Guanda Editore  2013, 153 pagine, 14,00 Euro)

1 ott 2013

Frane, frane, frane!

Le nostre montagne crollano ... 
Già si sa, non c'è nulla di nuovo sotto il pallido sole di primo autunno: ma ogni volta i giornali ne parlano, i fatti colpiscono e magari preoccupano anche un po'. 
L'ultimo bersaglio è stato il gruppo del Sorapìs, noto per non essere certo il regno del granito. Lunedì scorso l'instabilità geologica si è palesata sulla parete settentrionale della Cima O del Laudo (2670 m).
Da questa poco nota vetta che, con l'adiacente Cima E, domina l'omonimo Ciadin e il sentiero da Faloria al Rifugio Vandelli, si sono staccati 1000, forse 2000 mc di roccia; comunque, per misera consolazione, è una vetta che pochissimi salgono e ai rocciatori offre soltanto una brutta via di Piero Mazzorana, di cui ho scritto qui il 30 agosto scorso. 
Cima del Laudo O con la parete franata
(dalla Cima NE de Marcoira, estate 2003)
Pare che la frana non abbia sconvolto i vari sentieri della zona, se non la traccia che taglia le ghiaie sotto le Cime del Laudo, abbreviando il percorso da Forcella del Ciadin allo sperone del "Laudo" (il breve passaggio attrezzato che consente di scendere verso il Rifugio Vandelli);  tutto sommato non è sembrata una catastrofe.
Che dire? Piuttosto che sciocchezze, nulla: sono fenomeni naturali che ormai, per merito dei cambiamenti climatici, si ripetono ciclicamente;  in qualche caso (vedi l'enorme frana del 12 ottobre 2007 sulla Cima Una, che ha fatto vendere fotografie e cartoline) diventano un'attrazione turistica, in altri (vedi lo smottamento sulla parete N del Pelmo del 31 agosto 2011) portano lutto e dolore.
Fra un po', quando l'eco di queste ferite si sbiadirà, inevitabilmente si tornerà ancora sulle montagne, intuendo forse nuovi passaggi per aggirare le zone franate e instabili, e magari riscrivendo qualche fatto della storia.
Il divenire delle montagne è questo, lo dobbiamo accettare e adattarci.

17 set 2013

Sas Peron, storia di un'utopia

Sette lustri fa o giù di lì, tre o quattro di noi partirono a piedi da Cortina, muniti di un’attrezzatura alpinistica piuttosto raccogliticcia e assemblata di nascosto dalle famiglie, con l’intenzione di dare la scalata al Sas Peron. 
Questo roccione, dall’oronimo tautologico di “Sasso Pietrone”, sorge in destra orografica del Boite nella zona di Nighelònte, proprio di fronte alla fabbrica “Lacedelli”. Se ne lambisce la base percorrendo il comodo sentiero 413, che congiunge il Ponte de ra Sia presso Fiames con Cortina (o meglio, le case di Ciadin de Sora). 
La sua sommità si dovrebbe poter raggiungere in poco tempo, annaspando tra la fitta vegetazione, dalla strada che dal citato Ponte de ra Sia sale al Lago Ghedina, attualmente chiusa al traffico (e piacevole da percorrere a piedi). 
Ovviamente, la prima ascensione della parete, qualche decina di metri di roccia grigio-giallastra e all'apparenza friabile, perché piena d'erba, che volevamo compiere, non andò a buon fine: meglio così. 

Quello che ho ricordato l'altro ieri pomeriggio, tornando con moglie dopo decenni nei paraggi del Sas Peron, è la dose di sfrontatezza con cui, armati di un po’ di ciarpame e di poca tecnica ma "gasati" come pochi, avremmo voluto crearci, con almeno 15 anni d’anticipo sulle scoperte di Son Pòuses e Crepe d’Oucèra, una palestra di arrampicata vicina a Cortina e a bassa quota (1342 m), dove speravamo di incrementare le nostre nozioni alpinistiche. 
Esse s'incrementarono senz'altro un po', con risultati piuttosto diseguali per ciascuno dei membri del gruppo originario, mediante un semplice rimedio: salire, salire montagne vere e proprie, mirare in alto senza andare a impegolarsi su massi friabili in mezzo al bosco; se nessuno vi aveva mai pasticciato prima, ci sarà pure stata una ragione ...

14 set 2013

Tracce di un alpinismo antico

Dalla dorsale che la Croda Rossa d'Ampezzo protende verso E, emerge una cima tanto massiccia e ben visibile già da Cimabanche, quanto poco nota al grande pubblico.
Dal ramo che essa si allunga verso il valico, scende un costone in alto roccioso e in basso coperto di alberi e mughi, che limita sulla destra orografica la Val dei Chenòpe, al confine tra Cortina e Dobbiaco.
Il costone si chiama Costa del Pin perché gli alberi che lo ricoprono sono perlopiù pini silvestri; la cima sovrastante, salita per la prima volta da austriaci poco più di un secolo fa, ha lo stesso nome, Ponta del Pin, e raggiunge la quota di 2682 m.
Si tratta di un angolo ben conservato dei nostri monti, soprattutto perché privo di sentieri d'accesso. Lungo la dorsale della Costa del Pin, si sviluppa l'attuale limite confinario fra il Veneto e l'Alto Adige, del quale - in mezzo a mughi inestricabili – si nascondono alcuni capisaldi. 
Sulla Punta invece si sale dall'altipiano di Pratopiazza, con un minimo impegno alpinistico. 
Nell'agosto 1990, quando calcai per la prima volta la sommità della Punta del Pin, dalla quale si gode una insolita visuale sulla Croda Rossa, ero preparato. 
La Ponta del Pin, da Pratopiazza, 30/8/13
(photo: courtesy of idieffe)
Mi aveva incuriosito e guidato la laconica relazione della salita che Antonio Berti inserì nella sua guida delle Dolomiti Orientali, e mi era occorso di parlarne col figlio Camillo, profondo conoscitore delle nostre montagne, che mi confermò di avere salito la Punta col padre quando aveva forse una decina d'anni. 
Dopo il 1990 vi sono risalito un'altra mezza dozzina di volte, ripercorrendo dimenticate tracce di un alpinismo antico, privo di vernici e cartelli, in un ambiente magnifico e che non si può dimenticare.

7 set 2013

Per il 75° della Fessura Mazzorana sulla Torre Wundt

Per gli amanti delle statistiche, ricorre oggi il settantacinquesimo compleanno di un itinerario alpinistico molto apprezzato dagli estimatori dell’arrampicata classica: una via comoda e panoramica, su roccia buona e protetta, con una discesa veloce e un punto d’appoggio nei pressi. 
Sto citando l'amata fessura sulla parete SE della Torre Wundt nei Cadini di Misurina, proprio di faccia al Rifugio Fonda Savio. Scopritori dell’itinerario in questione, salito per la prima volta il 7/9/1938, furono due personaggi che potevano essere padre e figlio. Capo cordata era il longaronese Piero Mazzorana (1910-80), trapiantato ad Auronzo e guida alpina a Misurina da tre stagioni. Il suo secondo era il conte udinese Sandro Del Torso (1883-1967), che aveva scoperto le Dolomiti in età matura e nel decennio 1932-42, coi migliori alpinisti e guide del periodo, aprì 34 vie fino al 6° grado. 
Quell’estate Del Torso poté iscrivere nel suo carnet ben cinque prime salite, mentre Mazzorana ne scoprì tre, fra le quali un’altra – parallela, ma non altrettanto godibile - sulla stessa parete della Torre Wundt, il 20 settembre con la veneziana Ilde Scarpa. 
Durante una delle mie tante salite, 
27/8/1984
Passarono quattro anni prima della seconda salita dell'itinerario, destinato a divenire una classica dolomitica ancora di moda (merito dei mantovani Mario Pavesi e Cesare Carreri, il 14/8/1942), diciotto per registrare la prima invernale (effettuata da Bruno Baldi e Sergio Scarpa l’11/3/1956), e quarantatré per la prima salita di chi scrive, che conobbe la Wundt il 12/8/1981 con l'amico bolognese Mario Sanvito.
Il sottoscritto, che in quegli anni si era attaccato a quella via in maniera quasi maniacale, rifacendola una ventina di volte nello spazio di tre lustri, il 7/9/1988 era pronto per salire al Rifugio Fonda Savio e festeggiare degnamente con l’ennesima salita il mezzo secolo di vita dell’itinerario. 
Sarebbe stata un’occasione di rilievo, ma all’ultimo momento l'amica interpellata diede forfait senza motivo, e la giornata fu dirottata sulla più semplice, ma ugualmente piacevole, via ferrata “Bovero” sul Col Rosà. 
Buon 75° dunque, carissima Fessura Mazzorana!

5 set 2013

La Montagna di mio padre

A quindici anni dalla scomparsa, dedico questo pezzo a mio padre e alle salite che riuscì a compiere in gioventù. 
Si destreggiò in roccia solo per un breve periodo e, dati i tempi, conseguì anche onesti risultati. Pur frequentando “Scoiattoli” e guide dell’epoca, non ebbe la possibilità e poi il tempo materiale di fare di più, giacché metà dei suoi vent’anni volò via a Napoli, in Corsica e in Sardegna con la divisa addosso. 
Mio padre comunque non si dispiacque mai di non aver salito grandi vie, e andò in montagna per tutta la vita, amando specialmente i sentieri, le ferrate e i rifugi d’Ampezzo e non solo, e comunicando spesso a noi, prima piccoli incantati e poi più grandi saputelli, tante sue avventure giovanili. 
Tempo fa trovai in casa diverse fotografie di montagna, risalenti agli anni a cavallo della II Guerra Mondiale: d’inverno in Sennes, Fodara e Fanes, d’estate sul Cristallo e sulla Marmolada, sulla parete S della Punta Fiames, sulla via Inglese della Tofana II, sulla via Miriam della Torre Grande. 
Giuseooe Majoni sulla Punta Fiames,
24/8/1941
Mancavano quelle, se mai ce n’erano, di un’altra via nota ai primi del ‘900 e oggi dimenticata, che mi raccontò di aver tentato con un collega di banca: il Camino Barbaria del Becco di Mezzodì. Il freddo e l’umidità dell'autunno, la stanchezza o chissà che altro, li obbligarono a desistere, e da allora non tornò più su sul Becco, una montagna un tempo nota per le vie che offriva ma oggi messa abbastanza in disparte. 
Intorno al 1985, a me e mio fratello sarebbe piaciuto riportarlo sulla “paré” della Fiames, che secondo il libretto di via, mio padre aveva salito quattro volte tra il '40 e il '47 e di cui conservo due belle immagini. 
Non riuscimmo a combinare. Chissà come sarebbe andata ... Penso che sia un peccato non aver portato a termine con lui quella salita, in cui si sono arrischiate decine d’ampezzani, noi compresi! 

30 ago 2013

Cima del Laudo N, una parete lasciata a metà

Debbo confessare una verità, che mi brucia un po’: non ho  mai trovato il "la" per salire le due Cime del Laudo, che dominano la  conca verde del Ciadin del Loudo. 
Sono passato spesso ai loro piedi, ho anche scrutato dall’alto il canale che consentirebbe di salirle, con fatica ma senza grandi difficoltà, ma mi è mancato lo sprint per conseguire due vette ignorate dalla massa dei camminatori.
Ho poi saputo che per alcuni anni un amico vi saliva almeno una volta a stagione: di certo uno dei rarissimi estimatori della zona! Di una delle due cime però, qualcosa so: qualche lustro fa cercammo di salire l’unica via di roccia della Cima O, aperta da Piero Mazzorana e compagni nel luglio del 1935 sulla parete N, ai piedi della quale si dipana il sentiero che traversa da Forcella Faloria al Rifugio Vandelli. 
La parete in questione, dalla Cima NE di Marcoira,
luglio 2003
La parete su cui sale l’itinerario, una delle poche vie alpinistiche sulle due cime, è cupa: non ombrosa ma strana, stratificata a pance grigie e friabili. Secondo le fonti, la via presenterebbe difficoltà limitate, sulle quali però la guida Mazzorana usò anche un chiodo di sicurezza. All’epoca, già provati dalla marcia d’avvicinamento da Tre Croci, attaccammo molto gasati: le prime cordate erano friabili e malsicure, ma speravamo che, salendo, le cose migliorassero. 
Le soste erano tutte da inventare: quando avvolsi una fettuccia per fermarmi attorno a un pilastrino coperto di licheni bluastri, questo (evidentemente disturbato, dopo millenni di quiete), oscillò paurosamente, minacciando di rovinarci addosso. La cosa minò le nostre  motivazioni e ci fece cambiare idea in fretta. 
Parte in arrampicata e parte a corda doppia, rifacemmo in fretta la metà di via già superata, tornammo a casa con le pive nel sacco e da quella volta la Cima del Laudo N scomparve definitivamente dalle nostre fantasie. 
Sarà anche per quello che non ho più osato curiosare nemmeno sulla via normale, che peraltro raggiunge le due sommità dal più inclinato versante opposto?

26 ago 2013

Eckhorn, uno dei miei "luoghi del cuore"

Il mese prossimo si potrebbe ricordare un ennesimo "anniversario alpinistico", minore ma legato a due figure storicamente importanti: l'ottantesimo della prima salita dello spigolo S del Corno d’Angolo, compiuta il 20/9/1933 dal grande triestino Emilio Comici con il Conte Sandro del Torso.
Nove anni fa ...
Il Corno è il pilastro angolare del sottogruppo del Popéna che  domina la strada 48 delle Dolomiti all’altezza del ponte sul Rudavoi con una parete squadrata, fotogenica anche se non proprio monolitica. 
Noto come "Eckhorn" già al tempo dei pionieri, il monte fu sicuramente salito in antico da cacciatori e pastori dall’alta Val Popena, sull'appartata testata N della quale si distende con brevi gradoni, mediamente impegnativi.
Certamente noto all'ingegnere boemo Wenzel Eckerth e alla sua guida preferita Michl Innerkofler già a fine '800, nel corso della loro metodica esplorazione della zona che fruttò il volume "Die Gebirgsgruppe des Monte Cristallo" (1891), il Corno d’Angolo assunse forse un briciolo di fama con l'apertura della via Comici (5° e 6° grado): essa conta alcune ripetizioni, anche ad opera degli Scoiattoli di Cortina, ma a causa della roccia friabile e dell'accesso non proprio elementare non fa parte delle classiche delle Dolomiti. 
Negli anni '50, due germanici tracciarono un altro percorso sulla parete in vista dal ponte Rudavoi, di cui non ci sono notizie, e nel 2009 due triestini ne hanno tracciato un terzo, piuttosto impegnativo.Ma certamente, la cima non rimarrà nella storia come palestra di arrampicate.
Cinque anni fa ...
Qualcuno sale anche d'inverno il Corno, che rientra fra gli obiettivi scialpinistici ricercati del circo del Popena. D’estate è solo una piccola cima in un ambiente solitario, raccomandabile a chi cerca angoli appartati e poco noti ma non per questo meno attraenti, che offrono colpi d’occhio diversi e si salgono con passi non consumati e spesso da reinventare. 
Il Corno d'Angolo, o Eckhorn come mi piace chiamarlo, è uno dei tanti miei "luoghi del cuore": salito quattro volte sempre con piacere, l'ultima cinque estati fa con alcuni amici del Cai Cortina che non lo conoscevano e l'hanno molto apprezzato.

21 ago 2013

Punta Marietta, una giornata riuscita in parte

Nel luglio 1994 mi misi in testa di festeggiare a modo mio un centenario alpinistico minore. 
Volevo salire sulla Punta Marietta, il torrione che spicca sul dorso orientale della Tofana de Rozes e si vede bene dal versante S della conca d’Ampezzo. 
Battezzata "Marietta" durante la 1^ Guerra Mondiale dai militari italiani, che la occuparono a scopo strategico il 2/8/1915, il torrione era stato conquistato il 4/7/1894 da J. Müller con Angelo Zangiacomi Şacheo, ampezzano, e Luigi Bernard, fassano. Pare però che le due guide l'avessero già salito, per spianare la strada al cliente. 
Dopo di allora,  vi fu aperto un secondo itinerario di salita dal cadorino Oliviero Olivo (1923), e - pare - un terzo da Bruno Menardi Gim, guida e custode del Rifugio Cantore tra gli anni ’60 e '70. 
photo: courtesy of www.frontedolomitico.it
Saliti al Rifugio Giussani, rimontammo così il friabile ghiaione a destra della Punta e ci aggirammo sul versante N, dove doveva esserci l’attacco, che a dire il vero non riuscimmo a intuire. Andammo allora a cercare la Via Olivo, a sinistra di una parete gialla e verticale, sotto una colata nera da stillicidio d’acqua. Questo lo scoprimmo, e così – convenientemente attrezzato - mi avventurai per primo sull’esposta traversata orizzontale che dà il la alla via. Dopo trenta metri la qualità della roccia mi convinceva assai poco e così, spaziando con lo sguardo a destra e sinistra, tormentato dai dubbi e dal freddo pungente di quella mattina d’inizio estate, decisi seduta stante di lasciar correre. 
Facemmo merenda sulla silenziosa forcella fra la Punta e la Tofana, ancora bianca di neve, e poi scendemmo a S per un bel ghiaione con salti rocciosi. Incrociata l'ardita ed esposta cengia utilizzata per il rientro da chi percorre il 1° Spigolo di Rozes, per essa tornammo al Giussani, dove una birra santificò la delusione di una giornata riuscita solo a metà ma ugualmente remunerativa.

19 ago 2013

Dal libro di vetta del Piz Popena

Nel settembre 1981 alcuni soci del Cai Cortina, saliti sul Piz Popéna, recuperarono il libro di vetta installato lassù dal 1910, che conteneva numerose firme di alpinisti illustri. 
Il documento è custodito negli archivi della Sezione ampezzana: oltre al libro, i soci portarono a valle anche una serie di biglietti da visita, lasciati in vetta da alpinisti in prevalenza stranieri, dalla fine del XIX secolo. 
Scorrendo i biglietti, molti dei quali purtroppo rovinati dalle intemperie e leggibili a stento, ne trovai numerosi di guide locali. Il più curioso, scritto in francese, fu lasciato nel 1906 da “Ange Gaspari, guide du Club Alpin”, Angelo Gaspari Moròto, caduto sul Cristallo il 26/8/1911. Bortolo Barbaria Zuchin, che salì sul Popéna almeno fino al 1939, “speaks English”; Angelo Colle è “guida del CAI” (quindi dopo il 1920). Un altro biglietto apparteneva a Florindo Pompanin de Chéco, guida dal 1905 al 1914.
Un documento molto interessante è quello lasciato il 26/8/1899 da “Bruno Wolf cand. Iur.” (laureando in giurisprudenza), condotto sul Popéna da Alessandro Lacedelli Melères, al tempo l’unica ancora in attività tra le guide che avevano operato al servizio dei pionieri delle Dolomiti. Nel 1899, Lacedelli aveva sessantatré anni, evidentemente era ancora in forze e ogni tanto saliva le sue montagne. 
Piz Popéna da Col de Varda (12/12/2010, foto E.M.)
Dai biglietti, oltre a tanti nomi interessanti sia per quanto riguarda le guide sia per i clienti, si evince che a cavallo tra il XIX e il XX secolo il Piz Popéna – vetta notoriamente non semplice, la cui ascensione rimane sempre lunga e severa – era abbastanza frequentato. 
Le vie utilizzate erano due: quella tracciata da Whitwell con Santo Siorpaes Salvador e Christian Lauener nel 1870, e la “Inglese”, aperta nel 1898 da Phillimore e Raynor con Antonio Dimai Déo, Zaccaria Pompanin de Radéšchi e Michele Innerkofler jr.

29 lug 2013

Torre Toblin, ripetizione del camino Casara

Sono trascorsi quasi trentacinque anni da quel 14  agosto del '77, giorno in cui, elettrizzati dall'idea offertaci dall’alpinista Severino Casara, salimmo la via Casara-Baldi-Rosenberg lungo il camino N della Torre Toblin, alle spalle del Rifugio Locatelli-Innerkofler alle Tre Cime di Lavaredo.
Avevamo trentasei anni in due; alla fine di quello stesso mese una guida di Cortina ci avrebbe regalato la via Miriam alla Torre Grande d’Averau (che per ambedue fu il “battesimo del fuoco”), e la Torre Toblin ci sembrò un bell’allenamento.
Ripensandoci, mi chiedo però che cosa pensavamo di trovare in quella “cloaca di corvi”, come la definì Goedeke nel suo bel libro sulle Dolomiti di Sesto del 1983.
Io ricordo un cunicolo stretto e buio, di roccia friabile e umida, dove lo zaino passava a stento e il gusto della salita fu in gran parte sopraffatto dal tormento di uscire senza danni da quel putridume.
photo courtesy of panoramio.com
Forse la cordata di giovani vicentini che l’aveva salito più di mezzo secolo prima, l’avrà giudicato attraente: il fatto è che a noi piacque assai di più la discesa, tutta a corda doppia su chiodoni residuati dalla guerra, nei camini dove due estati dopo sarebbe stata inaugurata la via ferrata che - sfruttando le memorie della 1^ guerra mondiale - ha reso nota la Torre.
Ho ancora negli occhi le fotografie che ci scattammo e mandammo a Vicenza a Casara: in una mi rivedo carico di ferri su una vetta marginale, come fossi reduce da chissà quale impresa.
Oggi, in tempi che rifiutano quel genere di salite, non proporrei ad alcuno di ricalcare le nostre orme: la ferratina sul lato opposto della Torre è molto più luminosa, sicura e panoramica.
Se qualcuno però salisse il Camino Casara, mi piacerebbe sapere se sia ancora al suo posto il primo dei due-tre chiodi che piantai nella mia carriera, per sostare in equilibrio lungo quel tunnel ghiaioso senza luce né grandi qualità!

24 lug 2013

Per Matteo

Non ho parole per descrivere l'incredulità, lo sgomento, lo strazio per la scomparsa di Matteo Menardi Diornista, appassionato frequentatore delle sue montagne.
Il 23 luglio al tramonto la Croda d'Antruiles, il "mons horribilis" del quale ho scritto più volte, l'ha voluto con sè.
Non ha accolto, non ha premiato la sua voglia di salire in alto: in 113 anni dalla prima scalata, credo non siano più di 5-6 le cordate che sono riuscite a toccare quella vetta fotogenica, ma friabile e infida, del Gruppo della Croda Rossa, che comunque fino ad oggi non aveva mai fatto vittime.
Croda d'Antruiles dalla strada di Ra Stua, inverno 2012-2013

Davanti all'ennesimo incidente che colpisce dolorosamente famiglie, parenti, amici, la comunità degli appassionati di montagna, tutta Cortina, ora non so davvero trovare una parola, una frase che serva a mitigare il dolore per questo giovane di appena 34 anni.
Chissà ... Forse è proprio vero che il nostro destino è già scritto ... Ci rimane tanta tristezza, e il fatto che la Croda d'Antruiles ricorderà per sempre Matteo.
Un abbraccio forte forte alla mamma, al papà, ad Angela e a tutti coloro che gli hanno voluto bene.

19 lug 2013

Becco di Mezzodì, briciole di storia


Il 5/7/1872 Santo Siorpaes Salvador, guida di Cortina quarantenne e dinamica, portò William Emerson Utterson Kelso, militare scozzese quarantatreenne interessato alle Dolomiti, su una vetta di dimensioni ridotte, ma pur sempre grintosa: il Becco di Mezzodì, antichissima “meridiana” dei valligiani ampezzani.
Prima dell'ascensione, Santo aveva sicuramente circuito il Becco, il cui unico versante accessibile con difficoltà ridotte non è quello verso Cortina, ma quello opposto, quindi all'epoca di Santo verso l'Italia.
La breve salita non fu facile: i due dovettero superare con le scarpe chiodate, un aspro camino alto quasi venti metri, le cui difficoltà sono valutate ancora oggi di terzo grado inferiore.
Nel camino centrale, 14/7/2005
Secondo turista a giungere sul Becco fu Gottfried Merzbacher, nell’estate 1878. Lo accompagnava ancora Siorpaes, colui che aveva trovato la chiave d'accesso alla cima. La storia afferma che il germanico si trovò un po' a mal partito nel superare il camino centrale, dove oggi un chiodo non è proprio del tutto superfluo.
Prima a violare il Becco d’inverno fu l'olandese Jeanne Immink con la guida Antonio Dimai, nel dicembre 1891. Primo a salire invece la cima d'inverno e da solo fu Giuseppe “Bepi” Degregorio, che il 13/1/1925 festeggiò lassù il suo trentaseiesimo compleanno. Centotrè anni e nove giorni dopo Santo Siorpaes e Utterson Kelso, un giovanissimo Majoni poneva a sua volta piede sulla cima, che ha ospitato il suo esordio e, per ora, il suo "canto del cigno" nell'arrampicata dolomitica.

17 lug 2013

La “Croš de Šiora Ester”, rinata per merito di alcuni ampezzani

Oreste Lacedelli, uno dei cittadini di Cortina autori del recente rifacimento del sacello della Madonna sulla SP638, che da Pocol sale al Passo Giau, informa con il giusto orgoglio di avere sistemato anche un altro dei segni devozionali che qualificano il territorio ampezzano e possono essere meta di brevi escursioni tra natura e storia: la cosiddetta “Croš de Ester” (o “de Šiora Ester”, secondo Oreste ed altri). 
Il Pomagagnon, salendo da Lacedel a Pocol
(photo: courtesy of panoramio.com)

Il recupero del manufatto è stato eseguito qualche tempo fa, e la notizia è uscita solo su un paio di periodici locali, con tanto di fotografie.
Oreste, il figlio Michele e i vicini Ilario e Andrea Zardini Lacedelli, dopo aver radunato alcune note storiche ed aver recuperato dalla sig.ra Paola Majoni il "santino" cartaceo che ricorda la defunta, hanno deciso di ridare nuova vita alla croce, prima che il tempo la cancellasse.
Posta sulla strada bianca che sale a Pocol da Lacedel, a pochi minuti dalle case di questì'ultima frazione, la croce ricorda Ester Victoria Sprood, consorte inglese di Antonio Constantini calzolaio, che in quel luogo si accasciò all'improvviso (colpita da un fulmine o da un infarto, non si sa bene) l'8 agosto del 1889, a settantatré anni.
A lungo trascurata, la croce è stata ricostruita, protetta con un piccolo tetto di lamiera verniciata e vi è stata aggiunta una targa in ricordo della “Šiora” arrivata da Bristol fin sotto la Tofana e morta all'ombra dei massi di Crepa, a pochi passi da casa. 
Con l'operazione si è ridato vita ad una pubblica testimonianza della riverenza verso i segni della storia che Cortina ancora possiede: è importante constatare che dopo 124 anni la Croš de (Šiora) Ester continua a vivere in quel luogo tranquillo alla periferia di Cortina, dando lustro ad una piccola memoria paesana che altrimenti correva il rischio di scomparire.

4 lug 2013

Forcella Zumeles, balcone privilegiato


Forcella Zumeles, incisa nella dorsale dei Crepe omonimi nel gruppo del Pomagagnon, consente di passare da Cortina alla Val Padeon ed è un prezioso balcone sulla conca ampezzana.
Vi giunge dalla sella di Sonforcia, alla testata della valle, la carrareccia ex militare n. 205 che sottende quasi senza dislivelli, in un bosco silenzioso e magico, i Crepe de Zumeles.
Dal lato di Cortina vi sale invece il sentiero 204, rimasto per anni in cattive condizioni e rimesso a nuovo nel 1998 dalla Sezione del Cai locale con notevole dispendio finanziario.
Il sentiero si dirama dalla strada forestale che da Larieto porta a Mietres, e rimonta i ripidi pendii prativi, ricchi di toponimi e un tempo tutti falciati, delle Pale di Perosego.

Dopo il maltempo dell’autunno 1997, che diede il colpo di grazia ad un tracciato già penalizzato dalla natura del terreno su cui scorre, il sentiero venne rinforzato con traversine e passerelle e oggi offre un percorso abbastanza comodo, ma non banale soprattutto se affrontato in discesa e con pioggia o neve.
Vicino alla Forcella, accessibili dal sentiero 204 per un’angusta galleria, sempre più bassa perché va riempiendosi di ghiaia, si trovano i miseri resti di una postazione della 1a Guerra Mondiale affacciata su Cortina, dove anni fa, la sera del 14 agosto, brillava uno dei tanti falò in onore della Madonna.
Dalla Forcella, per una buona traccia segnata, si può raggiungere la Punta Erbing, ultimo rilievo del Pomagagnon, oppure scendere al Brite de Padeon, nel cuore della valle omonima.
Meta delle nostre gite fin da piccoli, quando si aveva poco tempo a disposizione, il valico merita anche solo una visita a sè, magari in autunno, quando le conifere che ammantano il versante N dei Crepe de Perosego si tingono di tonalità magnifiche.
Ricordo che tempo fa si vociferava di un impianto seggioviario che avrebbe dovuto sormontare la forcella partendo da Mietres, per allacciare questa zona al comprensorio del Cristallo.
Non mi competono giudizi di carattere tecnico od economico; penso soltanto che, naturalisticamente parlando, sarebbe una follia seppellire sotto ferro e cemento il lembo di natura selvaggia che attornia Zumeles e Perosego!

30 giu 2013

Due passi al Rifugio Fondovalle

Per arrivarci basta poco, 35 minuti di strada pianeggiante e 90 m di dislivello ai piedi del pilastro della Cima Una dalla quale il 12/10/2007 si staccarono 60.000 mc. di roccia, che rovinarono a valle coprendo boschi, prati, case di cinque cm di polvere, senza causare danni a persone; ma vale sempre la pena di fare un salto alla Talschlusshütte - Rifugio Fondovalle, graziosa capanna di legno posta a 1548 m in Comune di Sesto Pusteria.
Vale la pena non solo per la posizione del rifugio: nel soleggiato piano che chiude la Val Fiscalina ci si trova, infatti, all'ingresso del Parco Naturale delle Dolomiti di Sesto e si può godere di un bel panorama. Intorno al rifugio si ergono vette sulle quali sono state scritte grandi pagine di storia dolomitica: dalla Croda Rossa di Sesto alla Cima Una, dalla Croda dei Toni all'imponente e turrita Punta dei Tre Scarperi.

Il rifugio è una meta piacevole per grandi e piccoli: c'è un parco giochi, d'estate e d'inverno lo si suò raggiungere con una slitta a cavalli, con la neve si scia lungo la pista di fondo che parte da Moso e sale in uno scenario ammantato di bianco.
La capanna è accogliente ed offre una grande Stube e alcune stanze foderate di legno che ricordano Heidi: a pranzo propone i piatti più golosi della cucina locale, fra i quali possiamo consigliare la minestra d'orzo, quella di gulasch, lo strudel, la Linzertorte. 
In poche parole, alla Talschlusshütte, rinomata e sempre affollata, si può trovare tutto ciò che rende l’ambiente della montagna piacevole e allettante, proposto in un modo unico.
Nonostante l'accesso richieda un'ora buona di automobile da Cortina e spesso il Piano Fiscalino sia affollato come un parcheggio di una grande città, se non si ha tempo né voglia di camminare l'escursione merita proprio un pensiero, che oggi abbiamo rifatto.
In Val Fiscalina non ci sarà di certo la sempre vagheggiata solitudine alpina, ma dieci minuti oltre la capanna iniziano comunque i sentieri per i rifugi Zsigmondy-Comici, Locatelli-Innerkofler, Prati di Croda Rossa e quelli che salgono più in alto, verso le crode ...

27 giu 2013

Tentativo fallito a Punta Mosca


Galvanizzato dai suggerimenti dati da Luca Visentini nel suo libro "Gruppo del Cristallo", nell'estate del '96 con l'amico Prini mi recavo in Val Popena Alta per tentare di salire la Punta Mosca (2701 m), massiccio quanto arcano satellite del Cristallino di Misurina.
Visentini ci prometteva un'ascensione di difficoltà contenute, per quanto di grande lunghezza e buon dislivello dal fondovalle. Non so dire dove ci confondemmo, ma so che arrivammo  molto in alto, su un'esposta cresta ghiaiosa dove stava infisso un misterioso bastone, e lì ci fermammo , per l’ora tarda e la delusione di non essere riusciti a interpretare la via.
Le Tre Cime di Lavaredo da S
(photo: courtesy of M. Tonello)
Credo che non tornerò più a curiosare sulle punte del Cristallino (Clementina, Elfie, Mosca e Ilde),  che come soldatini sorvegliano sull'orizzonte i passanti fin dal Lago di Dobbiaco. Mi è rimasta però la curiosità, alla quale presto l'amico Mirco risponderà con una delle sue magistrali ricerche storiche, di sapere qualcosa di più sulla guida di Auronzo il cui nome rimane scolpito su quella cima dolomitica: Giovanni Frigo Mosca.
Leggendo nella bacheca delle guide nel centro auronzano, qualche anno fa appresi che Frigo era nato nel 1856, fu guida dalla fine dell’800 e visse a lungo a Casera Mosca in Val Popena Bassa, a  quattro passi dal confine col Tirolo. Aprì una  via - che mi è stato detto non semplice - sulla parete S della Cima Grande di Lavaredo (“Camino Mosca”, con E. Stűbler, 1903), scalò da solo la Punta in questione, forse nel 1913, e durante la guerra fu internato in Sicilia perché - abitando sul confine - era stato sospettato di chissà quali connivenze con gli Austriaci.
Laggiù, tra i limoni e i fichi d’India, splendidi ma troppo diversi dalle creste e dalle guglie del Cristallino che conosceva a menadito, il povero Giovanni uscì di senno; tornato in patria visse male gli ultimi anni, morendo nel 1924. Una dozzina di anni fa, le guide auronzane più anziane ebbero la felice idea di ricordare con un cippo nel prato davanti a Casera Mosca il suo solitario abitante, un italiano che lavorava perlopiù in Tirolo ma veniva osteggiato da ambo le parti.
Se fossi riuscito a giungere in vetta alla Punta Mosca, oggi avrei nel carnet una montagna molto interessante e forse avrei fatto qualche ricerca in più sul suo conquistatore: adesso aspetto quella di Mirco!

24 giu 2013

Erbing 1905-2013


Tone Déo (Antonio Dimai), celebre e rinomata guida d’Ampezzo, conosceva bene la dorsale del Pomagagnon, dove aprì cinque vie nuove: due nel 1899, una nel 1901 e due nel 1905.
L’ultima fu la parete S della cima più orientale della dorsale, con il collega Tino Scèco (Agostino Verzi) e un tale G. Erbing, forse tedesco, il cui nome appare come una meteora nella storia dolomitica, ma da oltre un secolo identifica la punta.
In cima con Giorgio e Giacomo, 20/8/2009
Nel 1903, Tone aveva lasciato la vergine parete S della prospiciente Croda Zestelis ai colleghi più anziani Zacar de Radeschi (Zaccaria Pompanin) e Pizenin Zacheo, (Angelo Zangiacomi), che salirono col cliente Robert Grauer, ma due stagioni più tardi, in un giorno imprecisato d'estate di 108 anni fa, si rifece, battezzando una punta non ancora considerata da alcuno.
Nel 1942 Luigi Menardi e Toni Zanettin aggiunsero alla via del Dèo un altro percorso più difficile, ripetuto d'inverno da quattro veneti nel 1953: da molti anni però, entrambe le ascensioni sono disertate.
La Punta si accosta abbastanza tranquillamente a piedi, sia deviando dal sentiero attrezzato della III Cengia del Pomagagnon, sia seguendo a ritroso l’itinerario di rientro da quella, che fa capo a Forcella Zumeles, è segnalato, poco difficile ed ha un certo, buon sapore d’antico.
Sono salito diverse volte sulla Erbing, in compagnia e da solo; mi ha sempre dato soddisfazione inerpicarmi sulla rampa terrosa che frana ogni anno di più, superare le successive roccette, seguire l’esposta cresta finale fino ai due rami incrociati che segnalano il vertice di una montagna magari di scarsa importanza, ma pregevole per il panorama e la pace che vi si godono.

3 giu 2013

Renzo e lo spigolo

Sabato scorso parlavo di questa avventura con una delle figlie del co-protagonista, e ho pensato di riportarla anche sul blog, ricordando che - salvo errori - oggi l'amico Renzo avrebbe 80 anni. 
Ne parlo per sottolineare, in barba a chi non tollera le croci sulle crode, quanto invece conti per qualcuno raggiungere, vedere, toccare quei simboli che caratterizzano i nostri monti. 
Il 1° settembre di qualche anno fa, con Sandro a capo della cordata, salimmo lo Spigolo Dibona della Cima Grande di Lavaredo. Una via famosa, che ricordo lunga ma non estremamente impegnativa, magari un po' adrenalica per le scariche di sassi che può smuovere chi sale, ma storicamente importante anche per il nome che tramanda:  quello di Angelo Dibona.
Giunti sulla cengia anulare sotto la cima, il tempo cambiò, ma Renzo (che aveva passato la cinquantina e avrebbe potuto essere nostro padre) insistette per salire ai 2999 m della croce. Gli interessava sì il panorama che si gode dalla vetta, ma contava soprattutto sul fatto che forse lassù non sarebbe mai più salito e gli avrebbe fatto piacere “conquistare” la cima, che oggi tanti alpinisti giudicano superflua.
Noi obbedimmo. Giunti alla croce Sandro e io firmammo sul libro: lui non volle farlo, timoroso che qualcuno potesse riconoscere il suo nome e raccontare poi la salita alla consorte, poco propensa alle sue fughe.
Mangiammo qualcosa e, visti i nuvoloni, ci sbrigammo a scendere. Lungo la parete però ci colse un furibondo temporale, che ci bagnò fino alle ossa, trasformò le rocce in un scivoloso torrente, rese difficili le manovre di corda e ... tutto quello che ne consegue.
Cima Grande e Cima Piccola di Lavaredo
(photo Marco Colleselli,
courtesy of Istituto Ladin de la Dolomites)
Giurammo che, una volta a terra, avremmo festeggiato come si deve lo scampato pericolo, e così fu. Da Molin a Misurina ci buttammo prima sul tè con rum, cui seguì il vino, poi ancora  la grappa, cosicché la discesa a Cortina fu molto più "alpinistica" della salita.
Quando incontravo Renzo, pur a distanza di anni, quasi sempre il discorso cadeva sullo spigolo, sulla croce di vetta che lui non rivide più, sul temporale, sulla "bàla" che portammo a casa tutti e tre.
Undici anni dopo tornai un'altra volta sulla Grande, non per lo Spigolo Dibona: ma per me, e specialmente per l'amico, la Cima rimane senza dubbio legata a quel ricordo.

30 mag 2013

Pala Perosego: roccia così così, ambiente super!


Il primo giorno d'autunno del 2000, da solo salii sulla Pala Perosego, l'ultimo piccolo rilievo della cresta che corre parallela alla Val Padeon e conclude la catena del Pomagagnon.
Non immaginavo certamente che il libro di vetta che avevo nello zaino, riposto in una scatola di plastica e collocato sotto i sassi dell'ometto, nelle successive cinque stagioni si sarebbe riempito con le firme di 30 visitatori!
Pensavo che quanto avevo voluto installare su quella cima sconosciuta fosse solo uno sfizio personale, per il piacere un po' autoreferenziale di rileggere un domani il mio nome e quello di pochi altri patiti di sentieri selvaggi.
Non è stato così: sulla Pala Perosego sono saliti ampezzani, italiani e stranieri, e qualcuno anche più volte: di ciò ho avuto ulteriore conferma nel maggio 2007, quando salii a sostituire la scatola e il libro, rovinati da fulmini, vento e piogge.
La cima! (maggio 2005)

Ma faccio un passo indietro: a Ferragosto 2002, scendevo con Iside dalla Punta Erbing, altra bella meta della zona. Sulla Pousa de Zumeles trovammo Paolo che tornava con una famiglia di amici ... proprio dalla Pala Perosego, salita già diverse volte senza mai farne parola, essendo amante di luoghi dove non circola anima viva.
Diamine, la mia stessa passione, anche se spesso, per sfuggire alla folla che brulica nei luoghi più noti d’Ampezzo, sceglievamo cime anche più corpose della Pala! In ogni caso, solo dal 2000 al 2005, almeno trenta persone scelsero di inerpicarsi sui quindici metri di rocce che cingono la vetta della Pala, e percorsero l'impressionante crestina erbosa che termina sulla minuscola vetta, sospesa sulle franose Pale di Zumeles.
Le rocce sommitali (maggio 2007)

Lassù il silenzio è davvero teso: “climbers”, dalle difficili e friabili vie della Pala penso non ne spuntino mai, ed escursionisti dalla mulattiera militare che da Sonforcia corre fra i larici fino a Forcella Zumeles, credevo neppure. Invece, qualcuno aveva persino sfruttato una giornata serena di un inverno avaro di neve, per guadagnare una montagna minore, umile, irrilevante per chi fa incetta di cime alla moda, dove sicuramente non occorre pagare il biglietto e fare la fila.

26 mag 2013

Quota 2014, cima senza nome


Quante saranno le cime senza nome, intorno a Cortina? Boh! Fra esse, alla fine di maggio di vent'anni fa, con Antonio e Roberto ne salii una (rifatta poi qualche anno dopo) che, pur imponendosi con evidenza da Fiames, pare possedere solo la quota altimetrica, 2014.
E' l’elevazione rocciosa coperta di mughi che insieme alla Quota 1933 – dalla quale la divide l'intaglio di Forcella Bassa, che sprofonda verso Fiames con un profondo canale - costituisce il Pezovico, fortificato dagli Italiani durante la 1^ Guerra Mondiale e conservatosi ancora come uno fra i più misteriosi luoghi d'Ampezzo.
Q. 1933, Forc. Bassa, Q. 2014 e Forc. Alta, da Fiames
(photo: courtesy of idieffe, 14/10/2011)


Quota 2014 cade con una parete rocciosa inclinata sulla incisione che la divide dalla prospiciente Quota 1933, mentre scende con un breve pendio di mughi su Forcella Alta, dalla quale la ricordo raggiungibile senza gravi ostacoli. Lassù compimmo una bella traversata, salendo sulla Quota 1933 per l'accesso "normale” da N (di cui avevo trovato notizia in un libro-guida in tedesco sul Pomagagnon-Cristallo), che inizia nei pressi del ponte dell’ex ferrovia sul Felizon e per vaghe tracce di camosci supera la dorsale visibile dall'antistante colle di Podestagno.
Dalla sommità scendemmo poi a Forcella Bassa e guadagnammo la quota 2014 per i delicati resti di un sentiero militare scavato nella parete. Doppiammo Forcella Alta e, intuendo tra le rocce i pochi segni rimasti dell’accesso di guerra italiano che saliva da Fiames, aggirammo il Torrione Scoiattoli.
Per il canalone ai piedi delle Pale delle Pezories, invaso qualche anno fa da una grande frana, ritornammo sull’ex ferrovia, poco a valle del ponte.
Nonostante il dislivello contenuto, ricordo l’esplorazione come psicologicamente impegnativa perché faticosa, non semplice né sempre evidente: si svolge in un ambiente selvaggio e riveste buon valore storico e ambientale, per le testimonianze belliche che s’incontrano.
Quota 2014 e Forcella Alta sono forse i due luoghi meno “ostici” toccati in quelle giornate: essi mi fecero apprezzare in pieno l’unicità della zona e le attrattive di queste cime deserte eppur così ben visibili dal fondovalle.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...