12 lug 2014

Sull'Alpe di Lerosa, cinquant'anni fa

Verso la metà degli anni '60, mio padre ricevette l'incarico di "Marigo" della Regola Alta di Lareto; per questo, tra giugno e settembre, doveva salire spesso sull'Alpe di Lerosa, per verificare col pastore la situazione e gli eventuali problemi e necessità del pascolo e del bestiame.
Nell'estate 1965, e forse anche in quella successiva, salimmo dunque lassù quasi ogni domenica, rigorosamente a piedi dal curvone di Podestagno, dove riuscivamo a farci scaricare dal benevolo autista della linea Cortina-Dobbiaco: io avevo solo sette anni, ma ricordo una sensazione strana: che la valle d'Ampezzo fosse tutta chiusa lì, tra Ra Stua, Lerosa e Gotres!
Lassù alla baita che serviva d'appoggio al pascolo conobbi il pastore, un bel tipo poco più che quarantenne che si chiamava Francesco e veniva da Arina, un paesino del basso Bellunese che ancora oggi non conosco, e la sua famiglia.
Con quale stupore, e senza capire il perché, il pastore mi disse che non poteva mangiare zucchero, e per questo aveva sempre al seguito una scatoletta di saccarina! 
Aveva accanto la moglie, di cui ho dimenticato il nome ma ricordo bene che era “bianca e rossa come un pomo” e quando scendeva a Cortina ci portava i panetti di burro coi fiorellini, e quattro figli: Teofilo, Gianna, Antonio e Luciano. Vivevano tutti insieme nel ristretto ambiente del Cason per l'intera estate, sempre a contatto con il bestiame, il sole, il vento, la luna, la neve, la pioggia. Confesso che un pochino li invidiai davvero!
L'Alpe di Lerosa con la sua baita
(photo courtesy G. Mendicino, archivio LDB)
Mi sovviene di aver seguito un giorno Teofilo, che aveva forse undici anni ma era ormai un aiuto pastore navigato, lungo la Val di Gotres fin quasi alla Statale d'Alemagna, per recuperare una manzetta sfuggita dal pascolo; rivedo le bottiglie verdi col latte che i ragazzi usavano per catturare le vipere, le cui teste allora venivano compensate dal Comune con 500 lire l'una; ricordo la confidenza con cui Antonio e Luciano giocavano con le mucche, infilando le dita nelle loro narici umide...; mi pare di risentire ancora le chiacchiere dei grandi, riflesso di un'epoca più semplice, ormai del tutto tramontata.
Al termine dell'incarico, che durò qualche anno, la famiglia scese nella Pedemontana trevigiana per gestire un'attività commerciale, e laggiù uno dei due ragazzi più giovani morì in un incidente stradale. 
Chissà se gli altri familiari sono ancora tra noi, dove vivono, se si ricordano delle estati trascorse in Lerosa, abitando e lavorando sui “pascoli del dio Manitù”, come aveva battezzato l'Alpe il compianto amico giornalista Mario Caldara...

10 lug 2014

Pala del Asco e Pala de ra Fedes, due proposte molto diverse

Nel gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo, ai celebrati pascoli di Lerosa fanno la guardia due elevazioni d'interesse puramente escursionistico, vicine e accomunate da oronimi  dedicati agli ovini. 
Una è la Pala del Asco (del montone, 2300 m), cupola erbosa apprezzata dagli sciatori ma meta anche di una facile escursione estiva fuori dalle tracce segnalate. 
Discesa dalla Pala del Asco verso i Tremonti
(foto E.M., estate 2003)
L'altra è la Pala de ra Fedes (delle pecore, 2733 m), primo dente della cresta NO della Croda Rossa, salita (forse a scopo militare) dall'austriaco Franz Nieberl nel 1915 e in seguito poco visitata. 
Nominata da Antonio Berti e da poche altre fonti, la Pala de ra Fedes richiede un accesso abbastanza delicato, al limite dell'alpinismo. Per la salita, ripida e su terreno instabile, occorre disinvoltura nel muoversi su un terreno friabile, con detriti e poco meno che vergine. In discesa, poi, sul versante opposto a quello di salita si incontra un erto colatoio con salti rocciosi e tracce di camosci, che va a finire in Val Montejela.
Mentre la Pala de ra Fedes è riservata a chi non ha bisogno di Internet, tabelle segnaletiche e bolli di vernice, quella del Asco può essere al centro di un più semplice “tour” naturalistico e panoramico in entrambe le stagioni, magari da completare salendo anche sul Castel de ra Valbònes (2380 m), caratteristico “guscio di tartaruga” incastonato nella vasta fiumana ghiaiosa del Graon de Inpó Castel (ghiaione dietro il Castello). 
Ricordo bene le mie due salite sulla Pala de ra Fedes e la scoperta dei due ometti che al tempo abbellivano la piccola sommità, deserta e riservata a “buongustai” di un certo modo di andare sui monti. Ma non dimentico i vagabondaggi sulla Pala del Asco, sia verde che innevata, i morbidi pendii di magro pascolo e, soprattutto, i tanti camosci che animavano le ghiaie circostanti. 
Peccato non sciare: mi piacerebbe confrontare la Pala del Asco estiva con quella invernale, sulla quale si spinge una sci-alpinistica che so essere frequentata e certamente remunerativa.

29 giu 2014

Malga Stolla, a due passi dalla confusione

La Stollaalm-Malga Stolla, posta a 1930 m di quota sul versante orientale della Croda Rossa d'Ampezzo in Comune di Braies, è un luogo non molto noto, ma con un "che" di particolare. 
Malga Stolla,
photo courtesy commons.wikimedia.org
Pur distando solo mezz'ora dal frequentato altopiano di Pratopiazza, tutto sommato è un angolo appartato, dove di solito non si transita ma occorre recarsi apposta. 
Quando ripetevamo ogni anno la via normale della Punta del Pin, passammo a Malga Stolla un paio di volte: la dimessa capanna era chiusa e pareva quasi abbandonata, per cui non suscitò in noi alcuna  curiosità. Con sorpresa la trovammo aperta e gestita nel luglio 2003, quando arrivammo fin lì con un paio di amici divagando da Pratopiazza, dopo aver salito la Val dei Canopi. 
Qualche tempo dopo tornammo in condizioni nettamente invernali, un 20 novembre, risalendo da Ponticello la valle da cui la malga prende il nome. 
Salendo mi colpì in modo particolare la stradina d'accesso, che d'inverno si copre di numerose cascatelle d'acqua gelata nel freddo tratto inferiore e di neve in quello superiore: quel giorno si camminava bene, ma senza ramponi ci volle tutta l'attenzione possibile, dalla partenza all'arrivo. Il fascino della piccola conca che ospita la malga, seppure questa fosse deserta, in quella giornata "alaskana" è rimasto nel ricordo. 
Immagino che Malga Stolla, ammodernata di recente con una seconda costruzione al fianco e l'allargamento della stradina che viene dalla valle, non voglia/possa aprire anche d'inverno perché, fra l'altro, forse non sopporterebbe un pesante afflusso turistico e non potrebbe garantire un servizio adeguato. 
Il luogo, anche senza mucche al pascolo e pur avaro di sole, riveste comunque un certo fascino anche fuori stagione. 
Quel 20 novembre, unica nostra visita d'inverno, prima di lasciare la silenziosa conca ci pensammo un attimo: ma un brivido di freddo ci diede il "la", obbligandoci a fare gli ultimi due passi e affrontare la consueta, bonaria confusione che pervade Pratopiazza quasi tutto l'anno.

26 giu 2014

Croda de Pousa Marza, meta nobile e illustre

La via comune della Croda de Pousa Marza (m 2504), nel sottogruppo del Popena, non rientra di sicuro nei canoni delle scalate dolomitiche di gran moda. 
Scoperta il 29/7/1884 dalla guida pusterese Michl Innerkofler, che  salì dapprima in vetta da solo e nella stessa giornata risalì portando in cima la giovane cliente boema Mitzl Eckerth, consente di conseguire un torrione esteticamente molto elegante, specie se lo si osserva dalla Strada 48 bis delle Dolomiti, nei pressi del ponte sul torrente Rudavoi. 
Esclusa quella estetica, non ritengo però che la Croda abbia altre pregevolezze: la roccia piuttosto malsicura, oltre alla comune, ha consentito di aprirvi un'unica altra via, ad opera degli Scoiattoli Raniero Valleferro e Alberto Dallago (parete SO, 4/4/1976).
Attratto dalla breve relazione che ne avevo letto su una guida in lingua tedesca, ripetei la via comune della Croda de Pousa Marza con l’amico Roberto giusto vent'anni fa, il 9/7/1994, ed entrambi la giudicammo una vietta simpatica. Tutto sommato, l’Innerkofler-Eckerth non è tanto malvagia, ma originale e godibile: lo ammise anche Visentini, nella sua guida del Cristallo pubblicata nel 1996 e dalla quale ho tratto numerosi spunti per vagabondare fra quelle crode. 
La Croda con il versante di salita, 
dal Corno d'Angolo
(foto E.M., agosto 2008)
Sono circa 100 m di 2° abbondante con due tratti più difficili, su una parete esposta, di roccia non granitica ma neppure infame. Chiodi non ne trovammo, e per sicurezza bastarono vari spuntoni e clessidre: per scendere ci affidammo a tre doppie su cordini, rimasti lassù a memoria della nostra visita. 
La cima era pulita, senza alcuna traccia umana, anche se hanno visitato la Croda in anni lontani alpinisti nobili e illustri: Severino Casara, Alberto Re dei Belgi con le guide Antonio e Angelo Dimai di Cortina (1926), Dino Buzzati con la guida Giuseppe Quinz di Misurina (1930) e molti altri. 
Il passaggio chiave, uno strapiombo di qualche metro da superare di slancio da una cengetta, è solido e atletico. La via conserva tutto il sapore pionieristico ed esplorativo proprio dei suoi 130 anni di età: sommata all’accesso per il circo esterno dei due dominati dal Piz Popena e alla discesa per quello parallelo, ancor meno battuto, riempì di gioia quella lontana giornata.

9 giu 2014

Cima NE di Marcoira, una bella via normale

Pensate che a Cortina, soprattutto nella stagione di maggior fermento, non esistano quasi più gli angoli di tranquillità? Sottovalutate Cortina! 
“Via dalla pazza folla” (e senza voler offendere la folla), solo allargando di poco il facile orizzonte di comodi rifugi e famose vie ferrate e spostandosi di qualche passo dai soliti sentieri, Cortina svela  - infatti - un ventaglio di boschi silenziosi, cime deserte, forcelle solitarie, valli isolate, dove la sola compagnia è quasi sempre quella di se stessi. 
Esempio, vissuto più volte negli anni e sempre con grande piacere? La normale della Cima NE di Marcoira (un satellite minore del Sorapìs, con l'accento sulla i), di accesso semplice seppure non banale, gratificante e poco noto anche ai locali. La Cima NE di Marcoira (o Malquoira, 2422 m), è ben visibile dal Passo Tre Croci, e i suoi fianchi, per fortuna, sono ben distanti dalla saturazione di presenze umane. 
In cima, verso le Tofane, 19/7/2003 
(foto E.M.)
La Cima cominciò a ricevere qualche visita in più dalla fine degli anni '90 grazie a un articolo che chi scrive pubblicò sulla rivista "Cortina", e alla posa in vetta del primo libretto per le firme, avvenuta il 10/10/1999. 
Anche se Forcella Marcoira e la vicina Forcella del Ciadin, trovandosi lungo i sentieri che collegano Faloria e il Passo Tre Croci con il Lago del Sorapis, sono luoghi abbastanza reclamizzati, la Cima NE di Marcoira, che si abbassa verso le citate forcelle con un enorme, ripido pascolo costellato di stelle alpine, gode da sempre una invidiabile tranquillità. 
Frequentata da antichi pastori, i quali alpeggiavano gli ovini nella conca del Ciadin del Lòudo che si stende ai suoi piedi, e da rari scalatori, che fin dagli anni Venti del '900 aprirono alcune vie sulle sue pareti, la cima è un vero gioiello ambientale.
Se ne raggiunge l'angusta sommità da Forcella Marcoira, seguendo labili tracce di ovini e ungulati, che richiedono solo un piede abbastanza fermo. Se già tra gli alberi di Tardeiba, man mano che ci si alza è palpabile l'isolamento da ogni rumore, sulla sommità della Cima ci si sente proprio distanti da tutto: lo confermano le numerose salite di un "Bergvagabunde" che ha sempre cercato mete simili, scoprendone numerose ed estendendo sempre le sensazioni provate lassù a chi era con lui.
Per una giornata, magari intorno a Ferragosto, "la Marcoira" potrebbe rivelarsi un’esperienza da provare!

1 giu 2014

10 anni fa crollava la Torre Trephor

La Trephor, la più piccola ma anche la più scorbutica delle Torri d’Averau, fu salita per la prima volta nel settembre del 1927, ultima fra le undici guglie del gruppo. 
La scalata spettò a tre guide di Cortina: Angelo Dibona Pilato (1879-1956), quasi cinquantenne che, dopo la frenetica attività  degli anni giovanili, saliva ancora montagne difficili; Luigi Apollonio Longo (1899-1978), che  di Dibona fu spesso compagno di cordata; Angelo Verzi Scèco (1901-86). 
Fu quest’ultimo, il “bocia” del trio, a porre per primo i piedi sulla Torre. Lanciando una corda da un pinnacolo adiacente, fu improvvisata una teleferica che permise a Verzi di portarsi in cima alla Trephor, strapiombante su ogni lato. Egli provvide poi ad agevolare gli altri componenti la cordata che, aiutati dall’alto, trovarono difficoltà tra il ginnico e l'alpinistico. 
Pare che il nome della guglia, per quanto storpiato, si rifaccia a quello di Edward de Trafford, britannico residente a Madera (1892-1960), che tra gli anni '20 e i '30 del Novecento venne spesso a Cortina, e arrampicò molto con Dibona e Apollonio.
Come la Torre del Diavolo, la Guglia de Amicis, il Campanile Paola, anche la Trephor fu scalata dal basso soltanto alcuni anni dopo la conquista. La prima salita se l’aggiudicò nel 1939 "Piero Longo", fratello di Luigi e anche lui guida, che sul breve percorso incontrò difficoltà abbastanza elevate. 
Ciò che resta oggi della Torre Trephor
(foto E.M., 27/6/09)

Nonostante le misure della torre, negli anni seguenti su di essa furono scoperte altre sei vie: alla fine degli anni '50 salì la guida Marino Bianchi, non si sa per quale tracciato; una via in artificiale fu aperta da Paolo Michielli Strobel con A. Zanier nel 1967; altri quattro itinerari di tipo "sportivo" comparvero fra gli anni ’80 e i ‘90.
Penso che ultimamente la cima della Trephor non ospitasse più tanti scalatori, almeno quelli amanti delle classiche: il mio personale è un buon ricordo, avendola salita tre volte  lungo la via di Piero Longo. 
La guglia era una delle cime più minute delle Alpi, ma nel suo piccolo vantava una storia animata e di un certo interesse: esattamente dieci anni fa, il 4 giugno del 2004, si accasciò all'improvviso su se stessa, lasciando un posto vuoto in mezzo alle torri d'Averau e un po' di rimpianto nella memoria di chi l'aveva conosciuta.

28 mag 2014

Il Lago de Ciou de ra Maza: piccolo, isolato, silenzioso

“Lago di capo del bastone”: tradotto in italiano, il nome stride un po', e forse non ha corrispondenze in nessun altro luogo. L'amica Lorenza suggeriva che il significato letterale è sì poco chiaro, ma la vicina presenza della Muraglia di Giau potrebbe alludere ai contrastati rapporti che intercorsero nei secoli fra gli ampezzani e i sanvitesi per questioni di pascolo. 
Il "Lago de Ciou de ra Maza" è il piccolo, isolato, silenzioso specchio d'acqua affondato a 1891 m di quota nella fitta selva che copre le pendici dei Lastoi del Formin. La maggior parte dell'area denominata "Ciou de ra Maza" appartiene alle Regole di San Vito di Cadore, e sotto il laghetto si snoda una strada forestale poco battuta, che sale da Rocurto e si interrompe sul limite confinario sancito nel 1753 con la Muraglia di Giau. 
Se non è un'antica espressione, un'interiezione usata dai pastori, il nome si potrebbe leggere come “l'inizio/la fine del bastone”, cioè del territorio ampezzano; oppure, più semplicemente, come “il bandolo della matassa/il motivo del contendere”, visto che il lago fornisce le prime acque al modesto ruscello che  in basso si rinforza, diventando il torrente Costeana, col quale gli ampezzani “ostacolavano” i vicini sanvitesi nella marcia verso i pascoli di Giau. 
Ciou de ra Maza in versione tardo-autunnale,
21/10/2012 (foto I.D.F.)

Se il toponimo di questo luogo di confine dalla parte di Cortina suscita insicure interpretazioni, quello cadorino forse è un po' più evidente: nell'Atlante toponomastico del territorio sanvitese pubblicato di recente, si legge che i  vicini chiamano la zona “Laghete de Iou/Giou de la Maza”, riferendosi all'antico letto di un torrente che probabilmente bagnava la zona, o forse proprio al letto di quello che oggi si denomina Ra Costeana. 
Il circondario è davvero suggestivo: a Ciou de ra Maza - dominato da arcane propaggini dei Lastoi del Formin che forse non hanno ancora attirato le brame degli scalatori - le stagioni passano senza vedere tanta gente. 
La plaga che lo avvolge è abbastanza intricata e aspra, e sfiorando il Lago in una tiepida giornata d'autunno, sulla neve che già ne imbiancava la riva ombrosa ci parve di aver notato le impronte delle anguane dai pie' di capra, che escono dalle loro dimore per risciacquare i panni, ma fuggono non appena le si disturba.

23 mag 2014

Lerosa, ovvero i "pascoli del dio Manitù"

A metà degli anni '60, mio padre ricoprì il tradizionale incarico di "Marigo" della Regola Alta di Lareto. Per questo, durante la stagione estiva, doveva recarsi di frequente in Lerosa, per informarsi con il pastore che al tempo sorvegliava il pascolo, sulla situazione del bestiame alpeggiato e su eventuali problemi e necessità da risolvere. 
Nell'estate 1965 (forse anche in quella seguente), ci portò dunque in Lerosa quasi tutte le domeniche: io avevo sette anni, ma mi pare di rivivere la sensazione che avevo: che la valle d'Ampezzo fosse tutta lì, racchiusa tra Ra Stua, Lerosa e Gotres! 
Nel Cason che domina i pascoli conoscemmo il pastore Francesco, di Arina di Lamon (con quale stupore, ma senza capire bene perché, scoprii che non poteva consumare lo zucchero, e aveva sempre in tasca una scatolina di saccarina!), e i suoi familiari. 
C'era la consorte, che non ho presente come si chiamasse, ma ricordo che era “bianca e rossa come un pomo” e che qualche volta scendeva a Cortina a portare i panetti di burro con i fiorellini, e poi i figli: Teofilo, Gianna, Antonio e Luciano. 
Vivevano in sei nel piccolo Cason a 2039 m di quota per tutta l'estate,  quotidianamente a contatto con la natura e gli animali. Un pochino li ho invidiati davvero! 
Il Cason  sui pascoli  di Lerosa
(photo  G. Mendicino, courtesy "Le Dolomiti Bellunesi")
Piccoli flash di quelle domeniche: mi sovviene quando scesi con Teofilo - che avrà avuto 11-12 anni, ma era ormai un vice-pastore esperto - per la Val de Gotres a riprendere un capo allontanatosi dal pascolo; rivedo le bottiglie con un goccio di latte usate dai ragazzi per catturare le vipere, che decapitate e portate in Municipio a Cortina fruttavano 500 lire l'una (!); ricordo la disinvoltura con cui Antonio e Luciano, non tanto più grandi di me, attiravano a sé le mucche, infilando le dita nelle grandi narici...; mi pare di risentire le chiacchiere degli adulti, riflesso di un'epoca più semplice, ormai tramontata. 
Mi pare che poi la famiglia si fosse trasferita intorno a Valdobbiadene per gestire un minigolf o qualcosa di simile, e che uno dei figli più giovani fosse scomparso, ancora ragazzo, in un incidente d'auto. 
Chissà se gli altri familiari sono ancora in vita, dove si trovano, se ricordano il periodo passato nel Cason della Regola Alta di Lareto, lavorando e scorrazzando sui “pascoli del dio Manitù”, come l'amico giornalista Mario Caldara definì una volta la Monte de Lerosa ...

18 mag 2014

Chi entra (o esce) ancora per la Porta del Cristallo?

La Porta del Cristallo è un caratteristico crepaccio naturale delle Dolomiti Ampezzane, nel quale scende il rio alimentato dalle nevi che riempiono il grande colatoio tra la Cima principale e quella di Mezzo del Cristallo. 
I primi a traversarla, per studiare la parete SO della montagna soprastante, furono Leone Sinigaglia con le guide Pietro Dimai de Jènzio e Zaccaria Pompanin de Radéschi, ai primi di settembre 1893. Dopo centoventi anni, oggi il luogo è sicuramente visitato molto di rado; vi regnano i camosci e dal punto di vista esplorativo ha un che di arcano. 
Nel 1980 e poi nel 1981, con gli amici di allora "uscii" per due volte dalla Porta. Saliti sul Col da Varda per il sentiero 221 che porta al Passo del Cristallo, si traversava per pascolo e detriti alla scomoda cengia a volta che introduce nel catino sopra il crepaccio, entrambe le volte innevato, essendo primavera. Ci si calava poi in fila indiana nella spaccatura, superando due strettoie: non ho ricordi di difficoltà insuperabili, se non la neve e il ghiaccio, e ricordo l'arrivo - tutti bagnati, ma senza problemi - sulla pista di sci che scende a Rio Gere. 
Il Cristallo e, tra due alberi, la Porta
da Faloria, 3/8/2003 (foto Ernesto Majoni)

Nel 1994 tornai lassù per la terza volta. Da poco avevo letto su una rivista che, con la ablazione delle rocce da parte dell’acqua di fusione, scavalcare la Porta comportava ora difficoltà fino al IV, ma non mi sembrava possibile che - dopo solo una dozzina d'anni - quei 20 metri fossero diventati all'improvviso così scabrosi.
Scesi dunque sul bordo della spaccatura, tentando di uscire a destra e a sinistra, ma presto dovetti desistere: disarrampicare su quelle placche ripide e lisce senza avere corda e chiodi era un po' troppo impegnativo. Forse era veramente un quarto grado!
Non riconoscendo il varco dove io ero sceso la prima volta a ventun anni, in condizioni quasi invernali, senza attrezzi e calzando le mitiche scarpe Clarks, rinunciammo alla Porta e per tracce di camosci traversammo i pendii che circondano il selvaggio catino, scendendo poi al Rifugio Sonforca. 
Fu un'escursione originale, che non ho più ripetuto; mi lasciò però l'amaro in bocca la constatazione che il “difficile passo d’appoggio”, citato nella relazione originale della Via Sinigaglia, in pochi anni pareva essere aumentato di un grado, o forse anche di due!

13 mag 2014

Il crocifisso del Porteléto a Ra Stua e tanti ricordi

Un simbolo devozionale sicuramente notato da chi passa per la strada che sale da Podestagno a Ra Stua, ma al quale non tutti fanno caso, è la cosiddetta "Crosc del Porteléto" (de Ra Stua).
Questo crocifisso sorge circa 1,5 km oltre il Tornichè di Podestagno, alla fine del primo tratto della salita, nel punto in cui - durante la 1^ Guerra Mondiale - parte della strada fu scavata in roccia. Siamo a 1470 m di quota, su un esposto risalto roccioso coperto di vegetazione, all'inizio del tratto mediano della carreggiabile della Val de Rudo, da qui e per un buon tratto (detto "i Pianes de ra Stua") quasi pianeggiante.
Il crocifisso, collocato lassù dalle Regole Ampezzane in epoca imprecisata, sorge in una superba posizione panoramica: da qui, infatti, si possono scorgere le cime del Pomagagnon, della Tofana, di Fanes e parte di quelle del Gruppo della Croda Rossa.
Il crocifisso del Porteléto de Ra Stua, 
all'inizio dell'inverno (foto E.M., 2003)
Ho tanti ricordi della croce del Porteléto, perché già da piccoli, passando da quelle parti (all'epoca sempre a piedi), non si mancava mai di raggiungerla.
Per la cronaca, fino al 1972 la strada che sale a Ra Stua era sterrata e polverosa, priva di traffico d'estate e mai battuta d'inverno, così come era mestamente chiuso il Brite al suo termine...
Nei pressi della croce un tempo si trovava un cancello di legno ("Porteléto"), che impediva al bestiame monticato in Antruiles di allontanarsi dal pascolo; un altro cancello con analogo scopo si trovava più avanti, alle porte dell'alpe di Ra Stua. Rifatto in metallo negli anni Sessanta, poco tempo fa è stato demolito, perché intralciava una situazione che ammorba il millenario alpeggio, soprattutto in bassa stagione, ma non solo: il crescente, caotico viavai di mezzi motorizzati.
Sull'onda dei ricordi, desidero ora ripensare a coloro che ho conosciuto frequentando Ra Stua e le vicine Lerosa, Sennes e Fodara Vedla in anni che si vanno via via allontanando: penso, fra i tanti, ad Alfredo “Lète”, per decenni ieratico pastore di Ra Stua; al buon Vigilio di Sennes; a Francesco Gaio da Arina di Lamon, che d'estate abitava il Brite de Lerosa con moglie e figli; a Mariano "Baldo" che - avrò avuto cinque-sei anni - mi tirò fuori, fradicio e incosciente del rischio, dalle anse dell'Aga de Cianpo de Crosc, in cui ero scivolato; ad Ambrogio Cazzetta, che quasi ogni domenica era lassù, con la sua fisarmonica e tanta allegria.
Piccoli frammenti di storia e di vita, che meriterebbero tutti un post a sé stante, e che custodisco volentieri nel cuore.

7 mag 2014

Il ponticello senza nome

Alle falde del Col Rosà (nel Gruppo della Tofana), a circa 1350 m di quota si trova un ponte pedonale di legno, sconosciuto ai più, che scavalca il neonato torrente Boite e non mi risulta abbia un nome specifico: per questo motivo, mi sono permesso di battezzarlo “Ponte sote el Col Rosà”. 
Il manufatto, del quale non trovo notizie in alcuna fonte recente, unisce le due sponde del Boite partendo dalla strada, oggi asfaltata e chiusa al traffico, che dall'Ufficio Informazioni del Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo presso il Ponte Felizon porta a Pian de Loa e sale poi lungo la Val de Fanes.
Fu ricostruito qualche anno fa dal Parco, sfruttando il rudere di una vecchia passerella già utilizzata dai cacciatori per accedere al boscoso e impervio fianco del Col Rosà che lambisce il Boite. 
Questo stretto ponte non ha valenza escursionistica, anche perché di là da esso le tracce non proseguono a lungo, ma unicamente storica. 
Il ponte sotto il Col Rosà
(foto E.M., 5.5.2012)
Al riguardo, ho notato che – secondo una pubblicistica ormai obsoleta – chi aspirava al Col Rosà un tempo non disponeva solo del sentiero, oggi numerato col 447 e ben ristrutturato dalle maestranze del Parco, che sale dal Pian de ra Spines e verso la fine dell'800 era stato fatto sistemare dalle nobili Anna Power Potts e Emily Howards Bury (proprietarie della lussuosa Villa Sant'Ubertus, sul Tornichè di Podestagno), per poter salire in vetta anche a cavallo (!). 
Pare che esistessero, infatti, altri due accessi al Colle, uno dei quali prendeva forse le mosse proprio dal ponte o dalle immediate adiacenze, dopo aver necessariamente oltrepassato il Boite, qui spesso tumultuoso. 
Pur avendolo salito circa dieci volte, non ho mai esplorato - se non sulle cartine - le varianti di salita diretta da Pian de Loa al Col Rosà, una cima che oggi i camminatori ignorano: mi piacerebbe farlo, per riscontrare sul terreno un frammento di storia andato ormai perduto.

5 mag 2014

Alessandro Zardini, una guida sfortunata

Nella storia dell'alpinismo ampezzano, due guide morirono tragicamente durante la stagione invernale. La prima in ordine di tempo fu Alessandro Cassiano Zardini (Nòce, da Staulin), nato il 24/4/1887 e seppellito con altri trecento compagni d'arme dalla colossale valanga caduta in località Gran Poz (Marmolada) il 13/12/1916. 
Zardini era stato promosso guida a venticinque anni, insieme col coetaneo Simone Lacedelli Juscia. Non aveva ancora all'attivo grandi cose: solo la seconda salita, nell'agosto 1916 col Tenente Norbert Gatti, della via aperta due anni prima da F. Laufenbichler e G. Langes sulla parete N della Roda del Mulon, una cima poco nota che sorge a fianco del Gran Vernèl (800 m, da III a V: la terza salita fu compiuta dalla guida  di Canazei Luigi Micheluzzi coi triestini Leo Krauss e Piero Slocovich, nell'agosto 1929). 
E' facile credere, visti gli eventi successivi, che la salita sia stata dovuta a motivi più tattici e strategici che schiettamente alpinistici; infatti, da quest'ultimo punto di vista, essa passò inosservata. 
Zardini lasciò sola a Staulin la consorte Maria e tre bambini; Stefania, la figlia minore, è scomparsa per ultima, nel gennaio 2001. Il nome della guida alpina è stato riportato - in maniera incompleta - nella cappella, e di recente sulla lapide esterna al cimitero, che ricordano entrambe i centotrentaquattro caduti ampezzani durante la Prima Guerra Mondiale. 
Purtroppo, oltre a un biglietto trovato negli anni '50 del Novecento sulla Roda del Mulon (raggiunta per la prima volta il 13/8/1909 dalle guide Angelo Dibona Pilato e Luigi Rizzi con Guido e Max Mayer), non so se esistano altri documenti sulla breve attività alpinistica del Nòce.
Alessandro Cassiano Zardini Nòce
("memoria" diffusa a Cortina dopo la morte"

Sarebbe interessante reperirne qualcuno, e aggiungere un altro frammento a un tragico fatto storico. Ad un pezzo sulla guida sta attualmente lavorando l'amico dottor Mario Ferruccio Belli: per parte mia, ho scritto di Alessandro Zardini già in due occasioni, nell'estate 1996 sulla rivista Cortina e qualche anno dopo sul Notiziario di Cortina.
Sarebbe sempre utile e doveroso rischiarare, se e per quanto possibile, l'esistenza di personaggi come questo: un uomo appena avviato alla vita personale e alpinistica e rimasto vittima di assurde strategie superiori, culminate nella collocazione di un accampamento in uno degli angoli più rischiosi del fronte della Marmolada.

1 mag 2014

Il 1° maggio, sulle Ciadénes

Quante volte avrò raggiunto il solitario culmine delle Ciadénes, la cupola boscosa che appartiene alla dorsale dei Zuoghe e domina la Chiesa di San Nicolò, San Biagio e Sant'Antonio, a Ospitale d'Ampezzo?
Decine, fin dal 1° maggio 1972, quando mi ci condussero per la prima volta i miei genitori e - lieto della nuova scoperta - all'interno della casamatta più alta lasciai un’iscrizione, che però trent'anni dopo non ritrovai più. 
Eppure, anche ritenendomi abbastanza pratico di quel luogo (peraltro modificato, stagione dopo stagione, da frane e valanghe), vi sono sempre tornato con emozione, talora anche due o tre volte l’anno. 
Lassù mi piaceva ritrovare, come vecchi amici salutati da poco, il sentiero militare - oggi ancora evidente, anche se a tratti malridotto - che risale la ripida costa alberata, le casematte sul culmine, tutto quello che in quel silenzioso angolo di mondo si può ammirare e respirare. 
Il luogo, a mio giudizio, è ammaliante: me lo ha confermato anche un sanvitese che non lo conosceva e vi è salito, seguendo un mio articolo uscito qualche tempo fa sul semestrale “Le Dolomiti Bellunesi”. 
I “foresti” che battono le Ciadénes sono pochi, e si tratta sempre di veri appassionati: uno lo trovammo lassù una dozzina di anni fa, veniva da Treviso ed era stato ispirato anche lui da un mio pezzo pubblicato su un altro semestrale di montagna, “Le Alpi Venete”, nel 1991. Un'altra ancora, che conosceva tutti i toponimi della zona ma non la cima, la portai su io nel 2004, e penso che ricordi ancora la gita con una certa soddisfazione. 
Un momento caratteristico della salita,
1° maggio 2005
Pur amandoli in modo particolare, non sono mai stato geloso di quei luoghi, tutt’altro: soltanto, mi dispiacerebbe che, visti i tempi e gli anniversari, anche le Ciadénes diventassero una palestra di sfogo, più che per gli escursionisti, per i “ricercatori” che setacciano le montagne col cercametalli e il piccone, alla caccia frenetica di reperti bellici, spesso di scarso valore! 
Per quanto riguarda me, 42 anni dopo la prima visita alle Ciadénes, conservo tanti ricordi di quella salita, che ho compiuto in ogni stagione, in compagnia ma qualche volta anche in solitudine.
Spero che l’aria che inonda quei boschi e quelle rocce, insanguinate in guerra ma oggi pervase da una pace infinita, resti inalterata come l’ho conosciuta e apprezzata, per sempre.

17 apr 2014

Pomagagnon: perché non promuoverlo a Parco Naturale?

Domenica 27 aprile, l'Assemblea Generale Ordinaria dei Regolieri d’Ampezzo sarà chiamata, tra l'altro, a esaminare e deliberare una proposta di modifica dei confini del Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo, in località Padeon e Felizon. Le Regole hanno in progetto di espandere gli odierni confini del Parco, per includervi la selvaggia asta fluviale del Ru Bosco e il bacino circostante, interessati da due ipotesi di costruzione di centraline idroelettriche.
Personalmente mi allargherei ancora un po': proporrei, in seconda battuta, di promuovere a Parco, o almeno a Riserva, l'intera dorsale del Pomagagnon, dal bicuspide Pezovico al Campanile Perosego e alla sella di Sonforcia.
Ritengo che il versante N del Pomagagnon sia uno dei settori ancora meno sfruttati d'Ampezzo; a parte le due strade forestali che risalgono le valli Padeon e Granda, non vi sono arterie di penetrazione; i sentieri segnalati e numerati dal Cai sono quattro (202, 203, 204, 205), il resto è fatto di boschi fitti ed avventurosi, pieni di piante e animali, di cime poco o punto frequentate dove c'è spazio per qualche piccola scoperta estiva o invernale, di interessanti resti di guerra...
Sul versante S qualcosina di “turistico” c'è: due note e apprezzate vie ferrate, la “Strobel” sulla Punta Fiames (che ho percorso una cinquantina di volte, in salita e discesa, d'estate e d'inverno, in compagnia e da solo) e la Terza Cengia, e la forestale che sottende in buona parte la dorsale da Fiames a Mietres, ma oltre a questo? Tanti sassi, ghiaia, mughi e rocce... 
Pomagagnon, lato  N, dalla Ponta del Pin
 (foto E.M)

Immagino che anche il Pomagagnon, come la Croda Rossa, la Tofana e le cime di Fanes, meriti attenzione, sia per le sue virtù ambientali intrinseche sia anche per contenere eventuali future manomissioni di ogni sorta.
Lo dico perché da quarantasette anni ho camminato e arrampicato spesso su quelle pendici, godendo della wilderness della dorsale, del suo florido equilibrio ambientale, della ridotta conoscenza di tante cime e impluvi, spesso anche da parte di noi locali, della solitudine e della pace di alcune vette, su cui le presenze stagionali si possono contare sulle dita di una mano. 
Tutti argomenti che mi hanno fatto riflettere, e sostenere a gran voce: “Non potrebbe essere Parco, o Riserva, anche il Pomagagnon?”

10 apr 2014

Il crocifisso delle Ruoibes de Inze

Nel corso di uno studio sui crocifissi campestri della valle d'Ampezzo (al momento, non sono stati esaminati tutti, manca una parte di quelli che adornano le frazioni di Cortina e quelli - rustici, ma non sempre - che ci accolgono sulle nostre montagne), ho rivisto le immagini scattate una domenica di luglio, in una visita alla riserva ambientale del "Bosco de ra Ciòces", ai piedi della Croda d'Antruiles nel Gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo.
Ho provato così a raccogliere qualche notizia sulla croce che abbiamo fotografato alla base del Bosco. Si tratta di un piccolo crocifisso montato su una piastra metallica chiara e ricoperto da un tettuccio a capanna, affisso ad una grossa conifera nell'impluvio di Ra Ruoibes de Inze, lungo il sentiero che dalla Monte de Antruiles porta in alto, verso il Ciadin del Taé, il Taburlo, il Taé e il Col Bechéi. 
Nonostante abbia contattato persone competenti e che avevano presente il crocifisso, non sono riuscito a sapere chi possa aver collocato lassù quel segno di devozione, e quando lo abbia fatto.
Il crocifisso delle Ruoibes de Inze
(photo courtesy of idieffe)
Nell'ultimo venticinquennio ho percorso Ra Ruoibes de Inze un buon numero di volte, ma non mi sembra di avere mai fatto particolare attenzione a quella croce. Essa dovrebbe essere abbastanza recente, dato l'aspetto del manufatto; ai suoi piedi, a mo' di vaso da fiori, è stata appesa una bomba (ovviamente privata della spoletta e della polvere), secondo una pratica assai diffusa almeno mezzo secolo fa, che contemplava il riciclo di residuati bellici come contenitori di materiali vari, spesso fiori e piante.
In ogni caso, porto una grande simpatia a colui che, magari a ricordo di una persona cara o anche soltanto come ringraziamento a "Chi, finché gli piace, ci lascia camminare per le sue montagne" (la frase è del letterato Manara Valgimigli), ha arricchito Ra Ruoibes de Inze e il sentiero che le risale, tra le pendici del Col Bechéi a destra e quelle del Taburlo a sinistra, con un simbolo cristiano. 
Sotto il crocifisso, fresco o di plastica, vorrei che non mancasse mai almeno un fiore.

6 apr 2014

Passo Popena: dove non si passa più

Nel gruppo dolomitico del Cristallo c'è un passo dove oggi ... non si passa. 
E’ il Passo Popena, apertura tra la Croda de Poussa Marza e il Piz Popena, utilizzato in passato da guide e alpinisti perché consentiva di avvicinarsi alla Val Popena Alta e all’attacco del Piz direttamente dal versante ampezzano (incluso nel vecchio Tirolo) o eventualmente di traversare dal Passo Tre Croci a Carbonin.
In un’esplorazione precedente alla frana del 5/9/1997 che tanti danni fece nella zona, avevamo provato a scendere il largo – e a prima vista non tanto ostile – canalone detritico che cala verso il Ponte Rudavoi. 
Dopo pochi passi, però, ci parve igienico retrocedere, a causa del fondo durissimo e scivoloso della colata e di infidi lastroni cosparsi di ghiaino, inciampare sui quali si sarebbe rivelato sicuramente pericoloso. 
Il Passo Popena, in centro
(photo courtesy summitpost.org)
Assunte informazioni a Cortina, seppi che – fino agli anni ’60 del Novecento – quel Passo veniva valicato tranquillamente e senza eccessive difficoltà. La guida “Dolomiti Orientali” lo cita come transitabile, anche se ripido e non facile. 
Poco dopo il tentativo di discesa, il tenace amico che era stato con noi lo riprovò in salita, uscendo in Val Popena dopo notevoli sforzi e qualche passo d’arrampicata su roccette e ghiaia dura come il cemento, dove suppongo che avesse visto i “sorci verdi”. 
Anche lassù, come in altri angoli dolomitici, eseguire lavori di adeguamento alle esigenze escursionistiche non credo che sarebbe utile, poiché la zona è talmente soggetta all’erosione (vedi la frana del Rudavoi, che ha valicato la Strada 48 bis), che sarebbero tempo, energie e denaro sprecati. 
Del Passo Popena restano le testimonianze storiche di Orazio De Falkner, Wenzel Eckerth e altri che lo valicarono: oggi comunque lo si può ugualmente raggiungere dalla Val Popena Alta, ammirare il notevole panorama che si svela  da lassù, magari far merenda sugli spuntoni meno esposti del valico per evitare sgraditi scivoloni e concludere così una bella gita.

31 mar 2014

Il Sas da Pèra, Angelo Dibona, Pierosà ...

Una bella immagine, risalente forse agli anni Venti del '900, ritrae la guida Angelo Dibona sul Sas da Pèra, il roccione sotto il Pomagagnon che pare fosse la sua palestra preferita.
Oltre a confermarmi che anche nei tempi andati gli alpinisti si tenevano in forma salendo montagne in miniatura, magari vicine al fondovalle (Dibona abitava a Chiave, poco lontano dal Sas da Pèra), quest'antica “palestra” mi aveva incuriosito già molto prima di vedere la fotografia.
photo courtesy derstandard.at
Da giovanissimo ero stato in zona, ma il ricordo di quella prima esplorazione era ormai sbiadito. Così, vi siamo ritornati un giorno di settembre, salendo prima lungo l’ex skilift fin sul colle di Pierosà, ai piedi del quale raccomando il Bar omonimo dell'amico Paolo; è un grazioso "rifugio" a 15 minuti a piedi dal centro, il posto giusto per riposare, prendere il sole, ristorarsi con ottimi dolci, lasciare i bimbi a divertirsi nel parco giochi e soprattutto gustare un superbo panorama sulle montagne ampezzane.
Dal colle, il "Picheto" di quando eravamo ragazzi, traversando in alto sopra Staulin per tracce nel bosco e passando ai piedi del famoso Sas, chiudemmo la breve escursione pomeridiana a Col Tondo. Solo che ... il roccione dei tempi di Dibona non c'era più. Mi fu detto in seguito che era stato in parte sbancato anni prima, e usato per lavori all’Hotel Savoia. Quello che ne resta oggi, è soffocato da alberi, cespugli, erbe alte e la falesia a due passi dalle case non è più distinguibile.
La piccola zona prativa e boschiva fra Verocai e Chiave è comunque interessante da esplorare, perché il “Picheto”, sul quale in tanti muovemmo i primi passi con gli sci, è tornato quasi vergine. Basi e tralicci dei due impianti sono stati smantellati, e la natura si è ripresa ciò che aveva dato in prestito agli uomini. Anche la possibilità di vedere la palestra sulla quale il “Pilato” si sgranchiva in previsione delle sue imprese.
Verso il colle di Pierosà, 3/9/2003
(foto E.M.)
Domenica scorsa, passeggiando da quelle parti, ho elaborato un'idea forse stramba: sul colle di Pierosà, che considero una cima vera e propria (ha anche la sua quota, 1413 m) non starebbe male una piccola croce di vetta (il libro firme magari è troppo). 
Il "Picheto", che si raggiunge con una salita un po' ripida, ma breve e panoramica, potrebbe essere più frequentato - da Grava e Pierosà ho calcolato circa 130 m di dislivello -, e diventare l'Hüttenberg, o cima del rifugio, del Bar sottostante; ormai quasi ogni rifugio alpino ha la sua!

26 mar 2014

Un angolo della vecchia Cortina che non c'è più

Il più noto e frequentato belvedere sulla conca d'Ampezzo è senz'altro la “Galarìa de Pocòl”. Il nome dialettale indica il tunnel stradale di soli 20 m di lunghezza, scavato nella viva roccia del soprastante roccione di Crépa oltre un secolo fa, durante la costruzione dell'ultimo tratto della “Strada delle Dolomiti”, proveniente da Bolzano per Arabba e ufficialmente inaugurata l'11 settembre 1909. 
La galleria si trova ad una quota di 1400 m circa, a 4 chilometri dal centro del paese: poco più a valle, sulla destra, uno slargo protetto da una ringhiera offre una visuale decisamente suggestiva, soprattutto di notte o dopo una spolverata di neve, su tutta la valle ampezzana e le montagne che le fanno corona. 
Il punto panoramico è assai famoso, e attrae in modo particolare i motociclisti, soprattutto stranieri. Le possibilità di usufruirne in sicurezza però sono ridotte e, nella buona stagione, spesso tutte occupate; eventualmente, è meglio lasciare i veicoli un po' più avanti scendendo, nei pressi di un enorme macigno isolato che incombe sulla strada. 
La "Galarìa de Pocol", oggi (foto E.M.)
Non lontano dal macigno, sul limitare del bosco di Sote Crepa, quasi un secolo fa sorse il Ristorante Miravalle, una caratteristica osteria in muratura e legno. Costruito all'inizio degli anni '20 del Novecento, fra le due guerre mondiali il Miravalle fu gestito dalle sorelle Angela Teresa (Anjelina) e Rosa (Rosele) Colli, dette "ra Saèries" e figlie di quel Giacomo (1855-1918), che fu guida alpina dal 1889 e fino agli anni '10 custodì l'Ospizio Falzarego.
L'esercizio, abbastanza comodo da raggiungere a piedi dal paese e perciò obiettivo di belle passeggiate domenicali in un'epoca di traffico assai ridotto, nell'immediato secondo dopoguerra fu demolito, perché minacciato dall'instabilità del terreno sul quale era stato eretto. 
Scompariva così un angolo caratteristico della vecchia Cortina, che nessuno - salvo l'amico Luciano Cancider, nel suo bel volume “Cronache dalla valle d'Ampezzo”, edito nel 2012 dalle Regole - ha mai pensato di far rivivere.

22 mar 2014

Rauhkofel, una piacevole ascensione

Un dato che nella guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti non c'è, e magari può interessare bibliofili e curiosi, è quello della prima salita turistica del Rauhkofel-Monte Scabro (non Rauchkofel-Monte Fumo, come riportano alcune fonti), piccolo satellite del gruppo del Cristallo. 
L'erto dosso ricoperto di mughi, d'importanza soltanto escursionistica, s'impone sopra Carbonin con tre vette allineate, e da quel lato ostruisce la visuale verso le cime del Cristallo. Vi si può salire mediante un sentiero militare, non banale e in parte esposto, che circa trent'anni fa fu ripristinato col concorso della Fondazione Antonio Berti e battezzato “Standschützenweg”. 
La conquista della quota 2126 m, oggetto in guerra di ardite azioni, tra le quali risalta quella del 30/3/1916, spettò a Wenzel Eckerth. L'ingegnere boemo giunse in vetta per primo con la sua fidata guida Michele Innerkofler (che sicuramente aveva già esplorato tutte le cime per ragioni venatore), il 2/7/1883. La notizia è confermata nel volume che nel 1891 Eckerth dedicò al gruppo del Cristallo, ristampato in prima traduzione italiana dalla Cooperativa di Cortina nel 1989. 
Quota 2126 m del Rauhkofel 
da Carbonin, 16.3.2014
(foto idieffe)
Intorno alla scoscesa quota 2126 m ruota un interessante giro ad anello, che prevede la salita dal versante incombente su Carbonin e la discesa lungo la Val di San Sigismondo, regno di accanite cacce al camoscio della guida Innerkofler, che dal 1872 lavorò presso l'Hotel Ploner di Carbonin. 
Il sottoscritto la compì integralmente due volte, una delle quali in "beata solitudo". La sommità salita di solito è la prima, guardando dal fondovalle; una sporgenza rocciosa coperta di pascolo da camosci e di mughi, sulla quale - in un pomeriggio di metà settembre del 2000 - mi riuscì di schiacciare una delle più meritate, comode e saporite pennichelle di vetta che ricordi. 
Quella domenica, lassù, non c'era anima viva: unico compagno mi fu un tiepido sole, preludio del primo acquazzone d’autunno che poi mi seguì per tutta la discesa lungo la Val di San Sigismondo, quel giorno diventata quasi tetra.

20 mar 2014

Sulla Costa del Bartoldo, una cima interessante

In questi giorni, non sembra più incappucciata da tanta neve: ma chissà come sarà a nord, visto che proprio da lì deve passare (magari fra qualche mesetto) l'aspirante salitore! 
A me piace ammirarla da Cortina, e così voglio prendermi la soddisfazione di salirla virtualmente, ancora una volta. Ovviamente è una cima, ma quale?
Ventiquattro anni fa d'agosto, con alcuni amici che la conoscevano già, finalmente giunsi anch'io sulla Costa del Bartoldo, la sommità più nota del Pomagagnon. Mi piacque molto; quaranta giorni dopo vi tornai di nuovo e poi ancora, con una certa regolarità, fino al 1997.
Per otto anni, quindi, le mie estati furono cadenzate da almeno una visita alla cima dove - scriveva una dozzina di anni fa un amico giornalista giunto in vetta - “ci vanno in pochi, pochissimi, perché si fa fatica, non ci sono impianti a fune e neppure rifugi, non c’è proprio un sentiero e quella traccia non è segnata, niente cartelli.”
Tra i sassi, in un barattolo del caffè, oggi arrugginito ma forse ancora sufficiente alla bisogna, il 28/9/1996 posi un quadernetto che due estati fa era ancora presente e - ho saputo - sempre utilizzato.
Libro di vetta della Costa del Bartoldo
(photo courtesy F. Menardi, estate 2012)
La rustica croce di legno e lamiera che dal luglio 1950 sfidava bufere e nevicate, giusto mezzo secolo dopo fu spazzata via dal vento, e al suo posto ne sorse un'altra, robusta e splendente; passato però il lampo di celebrità dell'estate in cui fu celebrata con una festa la nuova posa, sulla Costa è calato di nuovo un silenzio discreto.
Io vi sono tornato ancora nel 2002 e nel 2005. La prima volta ero solo, e mentre riposavo sfogliai il quaderno lasciato lassù sei anni prima. C'erano 164 firme: quindi, fino ad allora, una trentina di persone l'anno aveva seguito le orme di Von Glanvell e compagni, scesi dalla cima centodue anni prima, dopo esservi arrivati traversando per cresta dalla Croda del Pomagagnon.
La Costa è meta di soddisfazione e non scontata, consigliabile all'escursionista curioso. Dalla cima il panorama è grande: tutta Cortina, stesa 1200 metri più in basso, e tante cime - quasi a giro d'orizzonte - che rinviano a mille ricordi e progetti.
Chiudo gli occhi e mi rivedo lassù con gli amici: come un tempo, ripercorro il rio asciutto che s’interna fra le rocce, il vallone di ghiaie e verdi dove saltava sempre il camoscio, il divertente lastrone inclinato e solcato da canali che porta in cresta, e gli ultimi, esposti passi verso la croce.
E il pensiero mi è dolce, in questo inizio di primavera.

18 mar 2014

Basta neve!

Brutto tempo, neve, macchina rotta,  impegni vari: sono quasi cinquanta giorni che non camminiamo, se non casa-ufficio, ufficio-casa e poco più. Urge una soluzione! 
Domenica 16 marzo: bella giornata, anche se si rivelerà un po' ventosa. Si parte: ma per dove? Sempre le stesse mete, ora basta! E allora? Val Fiscalina, Rifugio Fondovalle? Pochetto, più in macchina che a piedi, ma meglio di niente. 
Prima sorpresa: il parcheggio di Campo Fiscalino, seppur abbastanza grande, è strapieno, il semaforo d'entrata segna rosso e vi sono cinque automobili (di italici volponi) in vana attesa che qualcuno già se ne vada, alle 11 del mattino. Retro, e la lasciamo come i selvaggi, lungo la strada. 
Partenza. Fin dai primi passi la neve è fradicia, la strada è scivolosa, piena di gobbe, buche colme d'acqua, resti dei cavalli che trainano le slitte (ne incontreremo almeno cinque, in andata e in ritorno). 
Poi ci sorpassano anche due jeep che zigzagano sulla strada, fiancheggiata da muri di neve più alti di me: ma sono il Soccorso Alpino e la Finanza ... 
Sapremo il perché, una volta al Rifugio. Tra i tavoli esterni e quelli interni, ci saranno 500 persone: molti si sono ammassati qui per una gara di scialpinismo, che - ci è stato possibile capire - saliva al Rifugio Comici, passava al Locatelli, traversava (intorno?) al Sasso di Sesto e scendeva di nuovo fino qui. 
Per leggere, bisogna ... chinarsi!
(foto idieffe)
Un'ora e trentadue, dicono, per il vincitore (un vicino di tavolo dice: " in un'ora e trentadue me ne vado al mare a Jesolo, ma in macchina!" 
Comunque, al rifugio si respira la vera "solitudine alpina": è pieno quasi da scoppiare, c'è un cicaleccio assordante, bambini e fisarmoniche. 
Per fortuna, rimediamo due sedie a un tavolo già occupato da quattro locali; intorno a noi, le cameriere corrono come trottole, stracolme di piatti e bicchieri. Chapeau!
Riusciamo in ogni caso a mangiare, bene, come ogni volta. Dopo un'oretta, basta uno sguardo. Pago e via; di nuovo la strada piena di gobbe, buche colme d'acqua, resti dei cavalli che trainano le slitte, e adesso c'è anche il vento, sembra gennaio ... 
Proviamo a spostarci sul bordo della pista di fondo: la neve è un po' migliore, ma il guadagno non è granché. Una veloce sosta "tecnica" al bar di Campo Fiscalino e poi via, ... più veloci della luce... 
Escursioni invernali ne abbiamo fatte di migliori: però, volete mettere Croda dei Toni, Cima Una, Punta dei Tre Scarperi, Croda Rossa di Sesto, bianche contro il cielo azzurro, come il Fitz Roy che abbiamo visto in Patagonia? Pareva di toccarle con un dito! 
Infine, una chicca: la Val Fiscalina, come quella d'Ampezzo, è patrimonio dell'Unesco ma, a differenza di Cortina, te lo sa sbattere in faccia ad ogni piè sospinto, anche sui tovaglioli del Rifugio!

15 mar 2014

Punta Col de Varda: l'ultima salita di Piero Mazzorana

Il 4/9/1977 avevo appena finito il liceo. Con Enrico - diciassettenne ma già proiettato verso l'alpinismo di alto livello - ripetei  per la prima volta la via aperta l'1/9/1934 (N.B.: fra poco saranno 80 anni!) da Emilio Comici e Sandro del Torso sulla parete orientale della Punta Col de Varda, che guarda il Lago di Misurina. 
La via Comici è nota per un mix di fattori, che la rendono ancora oggi un itinerario amato e frequentato. In uno degli ultimi tiri di corda c'è un tratto aereo e difficile, che a me diede sempre una piccola emozione in più. 
Punta Col de Varda dal Rifugio omonimo
(foto E.M., 12.12.2010)
In un barattolo fra i sassi della vetta trovai un biglietto, che già allora lessi con l'interesse dello storico. Il biglietto testimoniava che, il giorno prima, era salito sulla Punta nientemeno che Piero Mazzorana, famosa guida auronzana e gestore fino a poco tempo prima del Rifugio Auronzo, ma soprattutto autore di circa sessanta vie nuove, perlopiù sui Cadini di Misurina, alcune delle quali avrei apprezzato negli anni a venire. 
Quel 3 settembre, Mazzorana aveva salito da solo la “Via Obliqua”, che incrocia la Comici, con la stessa passione che fin da ragazzo lo aveva visto esplorare i gruppi dei Brentoni, Cadini, Cristallo-Popena, Croda dei Toni, Popera, Sella, Tre Cime  ecc. 
Avere in mano quel pezzettino sgualcito di carta mi colpì, solo pensando che allora Mazzorana aveva già 67 anni e, nonostante tutto. la voglia di Dolomiti non lo aveva ancora abbandonato. 
Quando, nella primavera del 1980, seppi da mio padre - che lo conosceva - che era scomparso dopo breve malattia, mi dispiacque di non aver fotografato quella firma tremolante nascosta in mezzo ai sassi. 
Forse era l’ultima testimonianza alpinistica della guida Piero Mazzorana.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...