15 giu 2015

Un rifugio, una cima: il Bonnerhutte e il Corno Fana di Dobbiaco

Perché gli escursionisti potessero apprezzare il panoramico Toblacher Pfannhorn (Corno Fana di Dobbiaco, già salito e raccomandato da Paul Grohmann) e i monti circostanti, nel 1880 la Sezione Hochpustertal  della Deutsch und Oesterreichischer Alpen Verein tracciò un sentiero da Wahlen (Val San Silvestro) alla vetta del Corno, erbosa, detritica e priva di difficoltà. 
Nel 1894 il Comune di Dobbiaco concesse alla Sezione pusterese un terreno sulle pendici della montagna, su cui il Club Alpino edificò un rifugio, donandone due anni dopo la proprietà alla Sezione di Bonn.
Nacque così la Bonnerhütte, appollaiata su un costone prativo a 2340 m di quota, inaugurata il 28 giugno 1897 e arricchita nel 1904 dalla Bonner Höhenweg, una traversata di cresta che la collegava a Sankt Jakob in Defereggental. 
Con la ferrovia, che dal 1871 unì Vienna al Nord Italia, iniziarono a giungere a Dobbiaco numerosi turisti, che raggiungevano la Bonnerhütte in portantina, coi cavalli o i muli, per percorrere la Bonner Höhenweg. Da Sankt Jakob, gli escursionisti proseguivano poi in carrozza fino a Lienz e tornavano a Dobbiaco con il treno. Nel 1907 il Rifugio registrò circa cinquecento passaggi. 
Sulla panoramica terrazza del rifugio Bonner (foto I.D.F.)
Dopo la Grande Guerra e la conseguente tracciatura del confine italo-austriaco, il Regno d’Italia espropriò la costruzione, che fino al 1971 fu destinata a scopi militari e poi abbandonata. Divenne una stalla per le pecore e così, malinconicamente, la ricordo, quando salii per la prima volta sul Corno Fana, nell'ottobre 1988. Nel 2001 le rovine sono state acquisite dal Comune di Dobbiaco, che le ha affittate ad Alfred Stoll. L'intraprendente falegname locale ha preso in mano la struttura diroccata e ne ha tratto un grazioso rifugio, inaugurato il 30 giugno 2007, adattando anche il sentiero d'accesso per portare i rifornimenti con un mezzo a motore. 
Quando abbiamo fatto conoscenza col Bonner, primo rifugio alpino costruito sui Monti di Casies, tra il Passo Stalle e il valico di Prato Drava, purtroppo - per le condizioni meteo e il forte vento - non siamo riusciti a rimettere piede sul Corno Fana, facile e rinomato belvedere della Val Pusteria. 
Come si fa visita alla Bonnerhütte? Seguendo per un paio d'ore abbondanti il sentiero 25, che inizia dai masi di Kandellen in Val San Silvestro (a 5 km da Dobbiaco); dal rifugio, con un’altra ora di ripido cammino, si raggiunge poi la vetta del Corno Fana.

8 giu 2015

Lo spigolo della Punta Fiames: breve storia di una magnifica via

Lo spigolo sud-est della Punta Fiames, una delle strutture dolomitiche più eleganti d’Ampezzo, già visibile dalle ultime case di San Vito di Cadore, fu salito il 19.8.1909 dall'intrepida Miss Käthe Bröske con la guida ventenne Francesco Jori (+1960) di Alba di Canazei. 
Dopo di allora, complice anche la sospensione di ogni attività in montagna a causa della Grande Guerra, per tredici anni sullo spigolo non si avventurò nessuno. 
Il 3.8.1922 Angelo Dibona Pilàto (ormai ultra quarantenne e che aveva ripreso l'attività di guida, dopo aver svolto il servizio militare su metà dell’arco alpino) si aggiudicò la prima ripetizione del severo itinerario. 
Con lui c'erano Enrico Gaspari Becheréto (+1948), guida dal 1921, e due dilettanti, coetanei della classe 1896: l'ingegner Giulio Apollonio Varentin, che negli anni a seguire conseguì varie benemerenze alpinistiche come progettista di bivacchi fissi, e Agostino Cancider, padre dell'amico Luciano (scomparso stamattina, e al quale dedico queste note), coautore nel 1920 di una originale traversata per corda dell'ostico Campanile Rosà, da una guglia adiacente. 
La parete S della Punta Fiames,
con lo spigolo Jori a destra
(photo courtesy on-ice.it)
Le cordate impiegarono sette ore dalla base per ripercorrere lo spigolo, che stranamente era sfuggito ai rocciatori ampezzani. La terza salita fu delle guide Antonio (+1948) e Angelo Dimai Deo (+1986), padre e figlio, che il 6.9.1926 vi portarono il Re Alberto dei Belgi e P. Noll; la quarta fu ancora di Angelo Dibona, che salì il 29 settembre dello stesso 1926 col compagno Luigi Apollonio Lòngo (+1978) e il britannico Edward de Trafford. 
La quinta salita fu anche la prima ripetizione ad opera di una donna: il 15.5.1927,  Marianna Dimai, figlia poco più che ventenne di Antonio Deo, superò brillantemente lo spigolo con due giovani guide, coetanee della classe 1903: suo fratello Giuseppe (+1946), in attività da due stagioni, e Celso Degasper Menegùto (+1984), patentato cinque anni prima. 
Dopo d’allora, nonostante lungo lo spigolo fosse stato posto anche un libro di via, fu sempre più difficile riuscire a contare le ripetizioni della Via Jori. Ancora oggi, dopo oltre cent'anni, essa passa - specialmente nell’ambiente alpinistico tedesco - come una magnifica via dolomitica.

27 mag 2015

Agostino Girardi, uomo di cultura e amico ampezzano (1929-2000)

15 anni fa, nel settembre 2000, si spegneva all’ospedale di Pieve di Cadore Agostino Girardi, un uomo che fece e lasciò molte cose alla cultura ampezzana. Nato a Pecol l’1 aprile 1929, era il primogenito di Guido de Jesuè, prozio di chi scrive per parte materna, e di Berta Pompanin de Radéschi. Dopo aver frequentato il ginnasio nel Seminario Vescovile "Vinzentinum" a Bressanone, iniziò gli studi di medicina a Padova, che però interruppe, e dal 1963 al 1973 lavorò presso la Cassa Rurale ed Artigiana di Cortina.
Dalla fondazione - avvenuta mezzo secolo fa - di "Due Soldi ", mensile della banca, che diresse fino alla chiusura e in cui (grazie a ricerche capillari e alla collaborazione di buone penne) raccolse cronache, curiosità, documenti e fece conoscere fatti e persone che altrimenti rischiavano l’oblio, Girardi s'interessò di cultura locale fino alla scomparsa, analizzando alla sua maniera, lucida e profonda ma naif e spesso poco affidabile, le pieghe nascoste dell'amata Cortina, con ingegno, passione e versatilità.
Ne sono prova, oltre a contributi sparsi, gli 8 fascicoli di "Cemódo che se diš par anpezan", pubblicati tra il 1989 e il 1994. In essi, servendosi di una profonda cultura e una vivace memoria, Girardi raccolse e commentò una moltitudine di locuzioni idiomatiche, detti e proverbi, arricchendoli con ironia e bello stile, affinato negli anni.
Chi scrive gli fu amico, collaborò con lui a iniziative culturali e lo seguì fino alla fine. Ricordo spesso le nostre chiacchierate e le sue divagazioni sui temi più svariati; i consigli che dispensava e le critiche al piccolo mondo paesano, osservato con distacco, forse con delusione; l’entusiasmo per la ricerca, che ne avrebbe sicuramente fatto un intellettuale di vaglia, non solo per Cortina.
Agostino e la piccola Maria Pia Ghedina, al lavoro
sulla Mont d'Andrac,  estate 1986 (foto G. Ghedina)
15 anni dopo la sua morte, sarebbe bello almeno rivalutare i suoi 8 fascicoli, scritti lentamente e con meticolosità, a mano con la stilografica, e usciti in copia fotostatica come "quaderni" dalla copertina color tabacco. Modesti forse all'aspetto, ma invero molto ricchi, per la miniera di notizie che contenevano e l’acuto e garbato quadro dell’ampezzanità d’un tempo che seppero comporre.
Prima che tutto si disperda nel turbinare della vita, rilancio un pensiero che faccio da tempo: omaggiare in qualche maniera questo ricercatore. "Tino de Jesuè" può sicuramente accompagnarsi a Bruno Apollonio, Angelo Majoni, Illuminato de Zanna, Rodolfo Girardi, Rinaldo Zardini, Giuseppe Richebuono e a tanti altri che hanno onorato Cortina, studiando e valorizzando la sua cultura col lavoro di una vita. Non è giusto che siano dimenticati.

25 mag 2015

Sul campanile più bello del mondo

Nel corso della mia piccola storia d’alpinista mi è occorso di salire, sotto la guida dell'amico Enrico, anche il “campanile più bello del mondo”, quello di Val Montanaia. 
La salita risale all’11 settembre 1981: partiti il giorno prima da Trieste - dove frequentavamo l’Università - muniti di pane, prosciutto e una bottiglia d’aranciata, parcheggiammo la 127 bordeaux alla fine della Val Cimoliana, poco sotto il Rifugio Pordenone. 
Le nostre finanze non ci autorizzavano a soggiornare al rifugio, e così ci limitammo a visitarlo la sera e berci qualcosa in compagnia. Non c’era quasi nessuno. In un angolo cenavano due alpinisti, che si presentarono come Vincenzo Altamura di Milano e Stanislav Gilić di Fiume, instancabili esploratori delle Dolomiti d’Oltrepiave, che pochi giorni prima avevano aperto una lunga via sulla Croda Cimoliana. 
Dormimmo in macchina, stretti e male, infastiditi per gran parte della notte dal gracidio di rane e rospi in una pozza vicina: così, alle cinque eravamo già in cammino lungo l’erto sentiero che porta alla base del Campanile. 
Sulla celeberrima traversata
(foto E.L.)
La salita fu tranquilla, una lunghezza a testa e senza particolari patemi, a parte il volo della mia giacca a vento dalla seconda cordata, che al ritorno m'impose di risalire un bel pezzo in libera, per recuperarla. 
La traversata, di cui è nota l'allarmante descrizione della guida Berti, non sembrò un granché: più dura la Fessura Cozzi, levigata da ottant'anni di strusciamenti, e scomodo il Camino Glanvell, dove ricordo il mio povero zaino, che dovevo tirarmi dietro e grattava dappertutto. 
In cima, con sorpresa, trovammo un sacchetto da pane con la firma di Mauro Corona, salito poco prima - mi sembra - per l’82a volta; mancava però la celebre campana, collocata lassù da diciannove alpinisti veneti nel 1926 e che ogni “audace” dovrebbe far risuonare. Proprio quell’estate era stata smontata e portata a Pordenone, per essere riparata! 
L'aerea calata sugli Strapiombi Nord ci divertì assai: nel tardo pomeriggio eravamo già a Cortina, pronti a raccontare agli amici la nostra ascensione ad una delle vette più note e idealizzate dell’arco dolomitico.

20 mag 2015

Ricordando "Rosa de chi de Ico" (1928-2015)

Ormai da un mese tace la voce di Rosa Menardi. Di "Rosa de chi de Ico", che per una vita intera ha giocato il ruolo di paladina della cultura, dell'idioma, della storia e delle usanze d'Ampezzo, la valle nativa che ha amato con tutte le energie. 
Di Rosa, che con Emma Lacedelli Juscia (1898-2001), Rachele Padovan Mouta (1916-1999), Teresa Michielli Pelele (1922-2012) e Amelia Menardi del Belin (1930-2013) formò un quintetto di donne che hanno interpretato, ognuna nel suo campo, i più schietti e profondi valori di Cortina: dalla gastronomia all'abbigliamento e ai gioielli della tradizione, dalla prosa e poesia in vernacolo ad aneddoti, figure e storie di un universo ormai impallidito.
Rosa Menardi  con i suoi antenati
photo: courtesy lausc.it
Si è già scritto di Rosa, e ancora lo si farà perché - come è stato promesso - una parte della sua antica casa di Gilardon un domani dovrebbe alloggiare il Museo delle Tradizioni Ampezzane. A me interessa far conoscere più che altro la competente, costante e vivace opera prestata da Rosa Menardi per oltre vent'anni, facendo squadra con molti amici quasi tutti scomparsi, per la stesura dei due vocabolari che hanno codificato la parlata ampezzana, usciti nel 1986 e nel 1997. 
Ai lavori per quest'ultimo, per quasi cinque anni prese parte anche il sottoscritto, che da Rosa ebbe sempre stima e affetto. Con lei discutemmo, lavorammo, progettammo, talora ci scontrammo, ma sempre bonariamente e avendo come ultimo, volontaristico fine la coltivazione delle nostre radici. 
Fino al settembre 2014, quando sul bimestrale "Ciasa de ra Regoles" si verificò un fatto passato forse in sordina. Il titolo della rubrica d'apertura dedicata agli "aggiornamenti di vita regoliera", fissato da anni in "Inze e fora da 'l bosco", dopo una vivace discussione con Rosa e la condivisione delle sue ragioni, fu modificato in "Inze e fora par el bosco". Fino all'ultima telefonata col sottoscritto, non molto tempo prima della scomparsa, Rosa ha sempre difeso la sua opinione, a favore del nuovo titolo che per lei - oltre ad essere linguisticamente corretto - qualificava il nostro venticinquennale notiziario, di cui Rosa amava  leggere ogni pezzo. 
Forse non è gran cosa, ma a chi l'ha conosciuta può dare la dimensione e l'incisività della personalità di Rosa, che ha sempre saputo custodire l'anima della Cortina lontana dai salotti e dai clamori, della Cortina "antica" anche se via via più moderna, della Cortina fatta di normalità e quotidianità. 
Lo ha fatto con fede, entusiasmo e tenacia, e ci lascia un esempio che vogliamo ricordare con deferenza e simpatia.

17 mag 2015

Le Dolomiti appartate: la Cima Falzarego

Il 1° ottobre 2006, grazie al suggerimento del sito Vienormali.it - al quale qualche volta collaboro - toccavamo con curiosità e soddisfazione una delle vette ampezzane di difficoltà escursionistica che, stranamente, non avevo ancora mai considerato: la Cima Falzarego. 
Posta immediatamente a sud-est di Forcella Travenanzes, nel gruppo di Fanes e poco lontano dal Passo omonimo, la Cima (m 2563) ha le stesse peculiarità dei vicini Lagazuoi Piccolo e Col dei Bos: alte e ripide pareti verso la Val Costeana e dolce declinazione verso la Val Travenanzes. 
Dalla vetta si staccano verso ovest le due Torri di Falzarego, note per le solide vie di arrampicata sulle quali ha messo le mani la maggior parte degli appassionati delle Dolomiti. 
L'oronimo "Cima Falzarego" è alpinistico, e potrebbe anche precedere la prima salita della parete sud, che si protende verso la Strada delle Dolomiti, compiuta il 7 agosto 1909 da Angelo Dibona e Luigi Rizzi con Guido e Max Mayer. La Cima, occupata da reparti del 45° Fanteria nel luglio 1915, venne dotata di una teleferica a motore che dalla Strada delle Dolomiti saliva fino a un canalone sotto la punta.
photo courtesy
www.frontedolomitico.it
Sull'arrotondata cupola sommitale, fonte di interesse anche dal punto di vista geologico e accessibile in breve tempo e senza dover affrontare roccette da Forcella Travenanzes, la Grande Guerra ha lasciato numerosi resti di gallerie, postazioni e trincee. Negli anni '50, infine, il versante sud della Cima era stato individuato dalle truppe alpine per farvi scuola di roccia. 
Credevo che oggigiorno fosse tenuta in scarsa considerazione: invece in quella umida domenica d'autunno, sulla vetta - caratterizzata da dossi erbosi e avvallamenti bucherellati da bombe e proiettili e ornati da varie rustiche croci a ricordo - saremo stati almeno una quindicina.

11 mag 2015

Le Dolomiti nascoste: il Sasso del Pozzo-Allwartstein

Il  Serla, dalla cresta N del Sasso del Pozzo (foto E.M.)
Scrivo questo post in omaggio a Valentino, l'alpinista di Villabassa che venerdì 8 maggio mi ha fermato a Dobbiaco, complimentandosi per Ramecrodes e del fatto che riservo spesso attenzione anche ai monti "d'oltre Cortina".
Tempo addietro in Val di Braies, dove andavamo spesso, anche in vista della stesura di un contributo escursionistico per "Le Alpi Venete", scoprimmo una cima minore, mai notata prima, che salimmo con piacere per due volte in un mese e mezzo, e poi per altre due negli anni a seguire: il Sasso del Pozzo-Allwartstein, nel gruppo del Picco di Vallandro.  
Dorsale boscosa e rocciosa né imponente né tanto meno appariscente, il Sasso incombe con salti scoscesi sui Prati Camerali - Kameriodwiesen, sopra i Bagni abbandonati di Braies Vecchia - Altprags. Pur non toccando una grande altezza, la vetta (che si ferma a quota 1954 m, ed è costituita da un morbido prato), offre un bel panorama: davanti la Val di Braies e le cime che fronteggiano il Sasso, il Monte Serla - Sarlkopf e il Monte Lungo di Braies - Lungkopf, e via via i Monti di Casies - Gsieser Berge e le più lontane Alpi Aurine - Ahrntaler Berge. 
La traversata del Sasso, che in genere si svolge da S a N con difficoltà escursionistiche, ha luogo in un ambiente boschivo, non comporta un forte impegno né per dislivello né per lunghezza ed è godibile fino a stagione avanzata. Credo che la migliore delle nostre quattro visite, dopo la prima - ispirata da "Escursioni sulle cime del Sudtirolo" di Hanspaul Menara e che costituì un gradevole diversivo - è stata quella compiuta con Carlo a metà novembre, in una giornata da cartolina. 
Dai Prati Camerali per una stradina che fiancheggia  il rio e quindi per un umido vallone raggiungemmo il Passo del Capro - Buchsenriedl, stretto valico tra gli alberi che separa il Sasso del Pozzo dal Serla; da esso, previa brevissima discesa, merita una visita la silente Malga Pozzo - Putzalm. 
Dal Passo. seguendo i segnavia lungo una staccionata per il bestiame e poi per la ripida cresta, in meno di due ore dalla partenza eravamo sulla cima erbosa, poco ardita e caratteristica per la presenza di piante spezzate dai fulmini. 
In vetta, verso il Monte Lungo di Braies (foto E.M.)
Ogni volta, dopo esserci riposati in beata solitudine, scegliemmo di non rifare gli stessi passi, ma di scendere per la cresta N, che divalla tra gli alberi, traversa un prato e si abbassa per un erto pendio di bosco fitto, tagliando una stradina ai piedi delle rocce e terminando tra gli edifici dei Bagni di Braies Vecchia, vicinissimi al punto di partenza. 
Le quattro escursioni hanno svelato, a noi e a chi ha seguito con piacere i nostri passi, una sorpresa dolomitica, in un angolo comunque noto: il Sasso del Pozzo è una cima minore e di poco rilievo ma semplice, molto panoramica, ideale per chi si trova tra i monti di Braies e ha poco tempo da spendere e soprattutto quasi sconosciuta al di fuori del Sudtirolo.

6 mag 2015

Quando uscimmo dal Cason di Lerosa "a riveder le stelle"

Questo post non ha radici nella montagna, come di solito avviene nel mio diario, ma l'idea nasce un sabato in casa, dopo pranzo. 
Il caffè liscio, nero o come si desidera chiamarlo, non mi ha mai attratto, a meno che non sia il nèro che si gusta a Trieste; solo che in frigo non c'era latte, e così "macchiai" l'indispensabile tazzina che corona ogni pranzo con una sorsata di vino. 
Riassaggiando così, dopo anni che me ne mancava il gusto, il cafè da bosco, rustica bevanda usualmente gradita a boscaioli, cacciatori, cavallai, contadini, pastori di un tempo e oggi rivalutata come “specialità” in una festa paesana estiva. 
Caffè d'orzo (o, erroneamente, nero), meglio se fatto sullo sporer come quello, indimenticato, che ci offriva la buona Lucia nella sua cucina di Coiana quando si andava a farle visita tra gli anni '60 e '70, un goccio di buon rosso e un po' di zucchero.
Forse a qualche gourmet il miscuglio farà storcere il naso; a me invece piace, anche perché evoca epoche lontane, inverni nevosi, lavoro e fatica dei nostri predecessori. 
Sferzante se bevuto in giusta quantità, il cafè da bosco ci eccitò un po' troppo quel sabato in cui (era quasi novembre del 1977), con Enrico, mio fratello Federico e Fabio salimmo al Caśon de Lerosa, accogliente e ideale meta delle nostre escursioni e dei primi pernottamenti giovanili, per passare un week-end in montagna. 
Il vecchio Cason de Lerosa, ai piedi della Pala de ra Fedes
(foto G. Mendicino, archivio LDB)
I "pize” avevano nello zaino qualche buona bottiglia,  forse sprecata per la nostra mistura. Lassù ci aspettava Stefano, scomparso ancor giovane nel 1996, che era salito da solo in Lerosa da qualche giorno, per fotografare animali selvatici. Stefano mise sul fuoco una grande caffettiera, miscelammo caffè e vino, li zuccherammo e ne saltò fuori un beverone che animò a dovere la serata, piena di scherzi, risate e ... mal di testa.
Durante la notte  fummo costretti ad uscire “a riveder le stelle”; mi parve allora di vederne molte di più di quelle che realmente brillavano sulla volta celeste, sopra i magici pascoli di Lerosa.

3 mag 2015

Il Taé, la montagna dipinta

Di recente ho avuto modo di  rivedere nella Pinacoteca Rimoldi a Cortina un intrigante dipinto di Luigi de Zanna (1858-1918), pittore ampezzano che apprezzo molto. 
Premetto che de Zanna, in buona parte dei suoi lavori  dipingeva solitudini e montagne, ed è per questo che mi piace la sua arte; un'opera che prediligo è quella che l'artista realizzò il 3 novembre 1909 a Nighelònte, tra Ra Era e Fiames, poi rifatta in varie versioni e formati e dalla quale hanno preso spunto anche altri artisti. 
Al centro del dipinto, avvolta da una luce che ne sbalza in modo straordinario  la fisionomia, campeggia una montagna: il Taé, una delle sei elevazioni del sottogruppo di Bechei, appendice della Croda Rossa e cima ambivalente. 
Sul lato nord, infatti, il Taè si "sfascia" in una cupola detritica che si sale abbastanza facilmente per le Ruoibes de Inze e attraverso un'ampia distesa di blocchi, che porta in cresta. A sud, invece, una parete verticale, stratificata e multicolore, domina la Val de Fanes con strapiombi incisi da sottili cenge, evidenti soprattutto d'inverno. L’analogia della parete con un tagliere rigato dal coltello balza all'occhio, e il nome si rifà proprio a quell’utensile. 
Forse De Zanna non fu un alpinista, ma credo che conoscesse comunque i monti che ritraeva. Il Taé, peraltro, era già noto prima che l'artista gli dedicasse quel magico quadro. Il pascolo di Antruiles alle sue pendici, infatti, è popolato da secoli dagli ovini, che i pastori rincorrevano spesso lungo i pendii sovrastanti, spingendosi fin su nel Ciadin del Taé e, visto che c’erano, raggiungendo probabilmente anche la vetta. Lassù bazzicavano pure i cacciatori, poiché, solitario e silenzioso com’è, il Taè offre un ottimo albergo agli ungulati.
In vetta (foto E.M., giugno 2003)
Nel 1906, i primi a far conoscere il Taé agli alpinisti furono tre tedeschi, saliti da Progoito per il canale che lo separa dal più basso Taburlo. Solo nel 1953, Albino Michielli Strobel e Beniamino Franceschi Mescolin superarono per primi la liscia piastra del "tagliere", dove poi sono stati tracciati altri duri percorsi. 
Il Taé, protagonista di un emozionante dipinto del pittore ampezzano Luigi de Zanna, sembra quasi scontare lo stesso destino dell'artista: non troppo noto e apprezzato, infatti, resta appannaggio di pochi appassionati, anche se per “dominarlo” non servono acrobazie, basta una robusta camminata.

27 apr 2015

Gli stambecchi della Piccola Croda Rossa

Non è (almeno, fino a qualche tempo fa non era) poi tanto infrequente incontrare stambecchi sui monti di Cortina, soprattutto per chi si avventura in determinati recessi un po' fuori mano nel settore nord della valle. 
Chi scrive bazzicava spesso in molti di quei recessi, e ricorda in particolare un incontro con due stambecchi risalente a meno di vent'anni fa, che ebbe davvero del magico. 
Con l'amica scrittrice Lorenza Russo, stavamo risalendo i dossi di rocce e magro pascolo - habitat ideale di una colonia di ungulati - che dall'asfittica pozza del Lago de ra Remeda Rosses conducono al dosso omonimo, antiporta della nota Piccola Croda Rossa. 
Ero un po' davanti, sprofondato nei miei pensieri, quando sentii un fischio acuto e prolungato, a brevissima distanza. 
Alzai la testa e me lo vidi, forse ad un metro. 
Era un grande e bell'esemplare, con un palco degno di un foto servizio. Mi stava di fronte, immobile, e mi osservava con l'aria un po' sorniona e un po' beota tipica di quegli ungulati. 
photo courtesy 
commons.wikipedia.org
Lo guardai: mi guardò: ci guardammo, e per un periodo indefinito, forse uno o due minuti, rimasi quasi estraniato, a scrutare uno degli esseri viventi più alteri e misteriosi della montagna. 
Com'era comparso, poi lo stambecco se ne andò, con la sua flemma e lasciando il posto a un altro. Per fissare anche quello (avevo a disposizione soltanto gli occhi, nessuna macchina!) mi sedetti, e rimasi qualche altro lungo minuto quasi immobile, ad ammirare quel congegno naturale così possente e potente. 
Per me e Lorenza, in quel terso pomeriggio d'agosto, arrivare in vetta alla Piccola Croda Rossa fu più piacevole, sapendoci soli ma in buona compagnia.

22 apr 2015

Sulla parete sud della Punta Fiames, con mio Padre

Oggi mio Padre compirebbe 95 anni; è scomparso già da tempo, ma il suo ricordo è sempre ben presente in me, e oggi voglio dedicare alcuni pensieri a lui e alle salite che riuscì a realizzare in gioventù.
Frequentò le pareti d'Ampezzo per poco tempo e, considerati i tempi, con onesti risultati. Pur conoscendo Scoiattoli e guide dell’epoca, non ebbe però la possibilità né il tempo materiale di fare di più, poiché metà dei suoi vent’anni volò via a Napoli, in Corsica e in Sardegna con una divisa addosso.
Comunque, papà non si dispiaceva di aver fatto poche cose "in croda", e andò per i monti fino a qualche mese prima della scomparsa, amando i sentieri, le ferrate e i rifugi d’Ampezzo e dei dintorni, e comunicando a noi, dapprima bimbi incantati e poi giovani saputelli, tante sue avventure e conoscenze.
Un giorno, scoprii in casa alcune fotografie, databili agli anni a cavallo della II Guerra Mondiale: gite sciistiche ai prediletti rifugi Sennes, Fodara Vedla e Fanes, salite estive sul Cristallo e sulla Marmolada, arrampicate sulla parete S della Punta Fiames, sulla via Inglese in Tofana di Mezzo, sulla via Myriam della Torre Grande d'Averau.
Punta Fiames, via Dimai-Verzi, estate 1941
(foto archivio E.M.)

Di alcune feci subito le copie, e le conservo come affettuoso ricordo. Non ce n’erano, invece, di una via in voga all'inizio del ‘900 e poi dimenticata, che mio Padre mi raccontò di aver provato col collega di lavoro Arnaldo nel 1942: il Camino Barbaria sul Becco di Mezzodì. L’umidità e il freddo di fine autunno, la stanchezza o altro li obbligarono a desistere, e così non tornò più sul Becco, un tempo meta celebre e frequentata, oggi irrimediabilmente obsoleto. 
A metà degli anni Ottanta del '900, a me e mio fratello sarebbe piaciuto riportarlo sulla via Dimai-Verzi della Punta Fiames che – consultando il libro presente sulla via per un quarto di secolo - mio Padre aveva percorso ben quattro volte tra il 1940 e il 1947 e di cui conservo qualche fotografia. 
Però, non osammo proporgliela. Chissà come sarebbe potuta andare ... 
Oggi mi dispiace che mi manchi il ricordo di un'unica ascensione con lui, e proprio di quella parete su cui hanno messo le mani decine e decine di ampezzani, me compreso, che la frequentai per 18 volte.

17 apr 2015

Il Moròto e il suo triste destino

Si avvicinano i centocinquant'anni da quando, ai primi di luglio del 1865, nel villaggio di Chiave d'Ampezzo alle falde del Pomagagnon, nacque un uomo che avrebbe lasciato un'impronta nella storia di Cortina per il suo destino: fu, infatti, l'unica guida di montagna locale a morire nell'esercizio dell'attività. 
Era Angelo Gaspari Moròto, falegname, che divenne "Autorisierte Bergführer" poco più che trentenne, nel 1896, e come tale è registrato, con altri ventidue colleghi, nella “Tariffa per le guide di montagna del Distretto Giudiziario d'Ampezzo” emanata nel 1898. 
Le guide alpine di Cortina nel 1901
(foto raccolta E.M.)
Gaspari ebbe una buona fama nel suo mestiere, e al suo nome si associa un paio di prime salite: il camino sulla parete S della Gusèla, salito nell'estate 1901 col collega Angelo Maioni Bociaštòrta (1866-1953) e le non meglio individuate sorelle Schmitt (di quello stretto, strapiombante e scivoloso camino credo sappia qualcosa mio fratello, che lo salì con scarpe del tutto inadeguate...), e una variante alla via normale sull'avancorpo sud della Torre dei Sabbioni, aperta il 26 agosto 1911 con E. Heimann. 
Due giorni dopo il povero Gaspari, terzo da sinistra in seconda fila nello storico ritratto delle guide alpine di Cortina scattato davanti all'Osteria Al Parco il 2 novembre 1901, scivolò sulla via solita del Monte Cristalloprobabilmente dall'esposto passaggio della “Lasta”, ferendosi a morte nel disperato tentativo di trattenere con la corda il cliente, che aveva perso l'appiglio. 
La vedova e il figlio settenne Giovanni, futuro famoso imprenditore nella costruzione degli sci, furono i primi a Cortina a poter usufruire della previdenza economica stabilita dalla “Cassa di sussidio per malattie e infortuni”, in breve “Cassa Schmidt” dal nome dell'alpinista tedesco Anton Schmidt, che nel 1896 ne aveva suggerito l'istituzione e in seguito sostenne generosamente. 
Un'ultima curiosità: negli anni Ottanta del secolo scorso, in vetta al Piz Popena, tra gli altri, fu recuperato un bel biglietto da visita datato 1906; era del Moròto, che in esso si qualificava curiosamente in francese “Ange Gaspari, guide du Club Alpin”.

13 apr 2015

“1° grado, terreno straordinariamente marcio, ore 3”

Il 2 agosto 1908, in piena epoca pionieristica dell'alpinismo, L. Geith e W. Thiel – due austriaci probabilmente dotati di una buona propensione per le esplorazioni in ambienti selvaggi – giungevano sulla Punta del Col Bechéi di Sopra.
L’imponente rilievo del gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo, comunemente noto come Col Bechéi, signoreggia dall'alto dei suoi 2794 m sul Lago di Limo, al limite fra le vallate di Marebbe e di Cortina, ed era stato raggiunto molto tempo prima da ignoti pastori e cacciatori valligiani. Gli accessi, dal Passo di Limo per i marebbani e dalla Monte de Antruiles sul lato ampezzano, non presentano, infatti, difficoltà su roccia. Anzi, costituiscono un impagabile approccio a una montagna elevata e importante, che riserva magistrali colpi d'occhio verso quelle che la circondano e anche molto più lontano. 
Col Bechéi, Croda d'Antruiles e Forzela Camin,
salendo verso Ra Stua (E.M., 27 gennaio 2013)
Gli austriaci, però, non erano partiti dagli alpeggi di Fanes o di Antruiles, come si fa oggi, ma avevano preso le mosse dalla remota, pochissimo frequentata Forzela Camin (Furcela dal Lé per i nostri vicini) e si erano inerpicati per il costone che guarda la forcella stessa, trovando difficoltà abbastanza contenute ma un fondo disastroso; “1° grado, terreno straordinariam. marcio, ore 3”, recita testualmente la relazione della guida di Antonio Berti. 
Non conosco purtroppo l’itinerario e non ho idea se sia mai stato ripetuto (forse sì, da cacciatori) né se potrebbe rivelarsi utile, ad esempio, per una traversata alta, attraverso la cima, dalle Ruoibes de Inze a quelle de Fora, ovvero dalla Val de Mèso a quella d’Antruiles. 
Ricordo però che - avevo diciassette anni, quindi ero nel periodo dei primi fermenti alpinistici - un giorno mio padre se ne uscì con l’idea, chissà quando elaborata e poi messa da parte, di provare a raggiungere il Col Bechéi, sul quale eravamo già saliti tempo prima, per la via Geith-Thiel da Forzela Camin. 
Non se ne fece niente, e forse fu un peccato. In ogni caso, il 27 giugno 1976 salimmo con lui a Forzela Camin per le Ruoibes de Inze, per poi risalire a Furcela Valun Gran sotto la Croda Camin e scendere per il Bancdalsè a Fodara Vedla. Un'escursione magnifica in un contesto grandioso, che ripetei in senso contrario con gli amici  nel giugno del 1981 e poi nell'estate del 1990.

8 apr 2015

Sulla Torre Falzarego, in ogni stagione

Fin da domenica 11 aprile 1976 - quando vi feci la quarta salita della mia vita - ho percorso svariate volte, in ogni stagione e anche in condizioni invernali, la "Direttissima Scoiattoli" sulla parete SE della Torre (Piccola di) Falzarego. 
Aperta dagli Scoiattoli Luigi Ghedina Bibi (1924-2009), Albino Michielli Strobel (1928-64) e Arturo Zardini Tamps (1931-89) il 6 giugno 1954, la via sale nel centro della parete con difficoltà classiche e nel tratto finale s'impenna con una cordata d'impegno sostenuto che, però, percorremmo una sola volta. 
C'è, infatti, anche la vigliacca possibilità di schivare la ripida parete sotto la punta, uscendo a destra verso l'incassata forcella che separa le due Torri e dà inizio al canale di discesa, oppure obliquando a sinistra per congiungersi alla consumata Via delle Guide, soluzione che scegliemmo quasi sempre. 
Torre Piccola e Torre Grande di Falzarego, versante sud
Se forse non riusciremo mai a sapere il nome del primo che si cimentò in solitaria su quella via, sempre battuta in grazia della solida dolomia, della ottima esposizione al sole, delle protezioni abbondanti e sicure e della vicinanza delle Torri a un parcheggio e un ristorante, sappiamo invece chi la percorse per primo d’inverno. 
Da una vecchia Rivista Mensile del Cai, infatti, ho rilevato che il primo ad avventurarsi nella stagione invernale sulla "Direttissima Scoiattoli" fu proprio uno di loro, Guido Lorenzi dai Pale (1929-56), con un cliente, o un compagno, ignoto. 
La salita fu realizzata in un paio d'ore a San Giuseppe del 1956, due giorni prima della fine della stagione e pochi mesi prima che lo Scoiattolo e guida Lorenzi soccombesse per i postumi di un incidente sul lavoro. 
Se il 20 aprile fosse considerato ancora inverno, un'invernale sulla "Direttissima" la portai a termine anch'io, giusto tre decenni fa, con Ivano e Roberto. Magari se la ricorderanno anche loro, non fosse altro che per le risate che ci facemmo durante la discesa lungo il canale stracolmo di neve!

28 mar 2015

Sulla Torre Inglese, "fiore dei miei vent'anni"

La "quinta" delle nobili Cinque Torri d'Averau, famosa e rinomata palestra degli Scoiattoli  - che in realtà non sono soltanto cinque, ma dieci, dopo il crollo della piccola Trephor - da oltre un secolo si denomina Torre Inglese
Come per molti altri oronimi, la cui storia spesso è abbastanza recente, anche in questo caso il nome alpinistico ha poco più di un secolo. 
La guglia, alta cinquantatré metri e individuabile già dal fondovalle (ad esempio, dalla località Pezié) per la sua forma a corno, fu scalata, infatti, per la prima volta da sud-est durante l'estate 1901. 
Il trio che raggiunse la bassa, ma slanciata sommità era formato dalle guide ampezzane Angelo Maioni Bociastòrta (1866-1953) e Sigismondo Menardi (Mondo de Jacòbe, 1869-1944), che accompagnavano il cliente James William Wyatt (1857-1939). In omaggio a Wyatt, da quel giorno d'inizio secolo lo snello pinnacolo  fu detto Torre Inglese. 
La Torre Inglese da nord,
foto E.M., 27 giugno 2009
Obiettivo di una salita breve, divertente e adatta ai neofiti (sono due lunghezze di 35 m, 3/3+), sulla solida dolomia della Torre Inglese hanno lasciato il loro nome alcuni noti alpinisti: nel 1924 il giovanissimo Severino Casara tracciò, per sbaglio, una variante alla via originaria; una dozzina d'anni dopo Gino Soldà salì da solo i 25 metri del liscio spigolo est, e nel 1960 Bepi Pellegrinon e Vittorio Fenti si attribuirono la prima salita del fotogenico spigolo ovest. 
L'Inglese fu la mia prima scalata in assoluto, legato alla corda dello Scoiattolo Luciano Da Pozzo (1974), e la quarta cima raggiunta in autonomia con la "ferraglia", dopo il Becco di Mezzodì. la Torre Lusy e la Torre Quarta Bassa. Ero con Luciano Ghezze, il 4 aprile del 1976.
Fu infine una delle rare salite che compii in solitaria, "nel fiore dei miei vent'anni".

19 mar 2015

La "Gran Piastra": una via che c'insegnò qualcosa

Alla fine di giugno del 1993, su proposta di Enrico – amico guida, con un debole per le cose originali - facemmo una via grunge, come si dice nel lessico moderno, divertente e del tutto fuori del consueto. 
Si trattava della via della Gran Piastra sul versante SSE del Piz dles Cunturines, il maestoso 3000 che domina la visuale lungo la strada che dal Passo Valparola scende verso la Val Badia. 
La cima, cui si accede abbastanza facilmente per l'interminabile vallone ghiaioso del Büsc da stlü (buco da chiudere), e in alto per un bel percorso attrezzato, ai rocciatori offre poco, per cui alpinisticamente non ha rilievo. 
La via della Gran Piastra, aperta il 27/6/1954 dal compianto Marino Dall’Oglio con L. Magni e L. Coni, inizia dal cengione del Bandiarac’ (percorrere il quale, oggi, è divenuto quasi un problema). Risale lo spigolo destro della piramide addossata al versante orientale del Piz  (la Piastrae incisa da un tipico solco orizzontale e dalla sua sommità, per canali, cenge e pareti, giunge ai 3064 m della vetta.
Il Piz dles Conturines, salendo al Piz Ciampei
9 settembre 2012 (foto E.M.)
E’ una via d’altri tempi, di difficoltà media ma lunga e tortuosa: dubito fortemente che in sessant'anni molti altri, oltre a Enrico e me, ci abbiano messo le mani! 
Vi trovammo diversi tratti bagnati e innevati, detriti dappertutto, un unico chiodo per di più rotto. L'ascensione in se stessa non mi diede grandi emozioni; i tiri di corda, alcuni dei quali comunque gradevoli, furono forse più di quindici e, dato che i passaggi meno facili si celano alla fine, per uscire in vetta ci occorsero circa otto ore dal parcheggio in Val Sciarè. La discesa in Val di Fanes sulla neve marcia del Büsc da Stlü, fu una tortura, ma ce la prendemmo comoda perché avevamo deciso di pernottare al Rifugio Lavarella e il giorno dopo fare un'altra via
La Gran Piastra non costituirà di certo un percorso da antologia, ma almeno c'insegnò qualcosa, se già non lo sapevamo: l'orientarci ad alta quota,  lo scalare un versante di rocce poco solide, il cercare i passaggi su una parete enorme, tutto sommato abbordabile ma isolata e complessa. 
Un particolare che non ho dimenticato? Giunto in vetta sfinito, mi sedetti per riprendere fiato: senza accorgermi urtai il casco che avevo appoggiato sulle ghiaie, facendolo precipitare per 500-600 metri nei meandri della parete e dando così il mio piccolo contributo all’inquinamento del selvaggio Piz dles Cunturines.

17 mar 2015

L'"Atlante toponomastica di Vodo di Cadore", omaggio alla Montagna

Ampezzo vanta l'Atlante del territorio silvo pastorale delle Regole e del Comune di Fiorenzo Filippi, affiancato tre anni fa dall'Atlante toponomastico d'Ampezzo curato da Stefano Lorenzi; a San Vito l'Union Ladina d'Oltreciusa ha edito nel 2009 la Bozza di atlante dei nomi dei luoghi del territorio sanvitese; sui toponimi di Borca avevano scritto Bolcato, Zanetti e Sala nel 1998 e, di recente, a Selva è stata edita una cartina; a Venàs sembra che un lavoro sia quasi fatto, ma qualcuno dovrebbe curarne l'edizione.
Ora, quasi a quadrare il cerchio fra comunità vicine, esce l'"Atlante toponomastica di Vodo di Cadore", frutto della passione di Luigi (Jijio) Belfi e del figlio Domenico. In tre tavole di dettaglio e una d'insieme di 125x96 cm, corredate da un volumetto con l’indice dei nomi per una migliore consultazione, gli autori hanno riunito 928 nomi di luogo e 191 di taulàs da monte (fienili di montagna) rinvenuti sui 4.688 ha. del Comune di Vodo. Jijo e Nico, architetto che continua a cercare, camminando, conferme toponomastiche sul terreno, hanno condensato nell'Atlante anni di ricerche, condotte con dedizione e attaccamento al loro paese.
Ritengo quest'operazione di grande valore culturale per le nostre comunità, in cui fino a tempi non antichi baite, boschi, campi, prati, persino rocce avevano tutti un nome, il cui significato spesso si è perso nel vortice della storia ed oggi è sempre meno facile comprendere.
Col declino delle attività agro-silvo-pastorali e il conseguente sfasamento del millenario rapporto dell'uomo con l'ambiente, la toponomastica montana andrebbe purtroppo a perdersi, se non fosse per la fissazione su supporti cartacei o magnetici, da parte di volenterosi appassionati, dei nomi noti o ricavati dai documenti e dal sapere di persone competenti.
Lasciando a chi di dovere l'incarico di analizzare l'etimologia dei toponimi vodesi, molti dei quali comunque appaiono anche nei territori vicini e sembrano chiari da capire, è importante sottolineare l'originalità e la bellezza di tanti nomi di luogo a Vodo, Peaio e Vinigo. E inoltre, il fatto che i Belfi hanno recuperato, fissandola all'anno 2000, anche l'onomastica di un “vanto” vodese: i quasi duecento taulàs da monte che – solo per fare un paragone - sui 25.457 ha. di Cortina (dove sono denominati caśoi)) sono soltanto una quarantina, quasi tutti di proprietà regoliera.
L'Atlante, sostenuto dal Comune, Magnifica Regola Grande, Regola Staccata di Vodo e Union Ladina d'Oltreciusa e patrocinato dall'Istituto Ladin de la Dolomites, è stato presentato nella Sala della Regola a Vodo il 14 marzo scorso, davanti a un centinaio di interessati. Il lavoro ha sancito la passione di Jijio e Nico per la cose di casa, e con esso la toponomastica ladina ha guadagnato un altro tassello, di un puzzle multicolore e sempre da completare.
Un suggerimento a chi si procurerà un cofanetto: non lasciarlo esposto sullo “scaffale ladino” di casa, ma, se può, farsi magari plastificare qualche tavola e portarla con sé nel bosco, sui monti, a funghi, nei fienili, dovunque insomma possa tornargli utile. 
Concludo con un auspicio: che l'atlante toponomastico di Vodo s'imponga come un strumento di valore per conoscere, rispettare e amare il patrimonio inesauribile che è il territorio delle nostre comunità.

13 mar 2015

Bortolo Barbaria e il suo impegnativo camino

“Bortolìn Zuchìn”, al secolo Bortolo Barbaria, membro di un ceppo familiare estintosi poco meno di vent'anni fa e che ha dato a Cortina quattro guide di montagna, ebbe i natali nel villaggio di Bigontina il 9 aprile 1873. 
Primogenito di Giovanni (1850-1939), avventuroso personaggio che fu guida dal 1875 al 1910 circa, e agli inizi del Novecento costruì sulle rive del Lago di Federa il rifugio Barbaria, ceduto nel 1905 alla Sezione di Reichenberg del Club Alpino Tedesco-Austriaco, Bortolo era falegname, e si distinse anche come valente intarsiatore. 
Promosso guida nel 1901, negli anni '10, con i colleghi Angelo Dibona e Celestino de Zanna, divenne uno dei primi tre istruttori, o maestri di sci, di Cortina. 
Barbaria fra Bruno Verzi (sin.) e Celso Degasper, anni '40
(da Fini-Gandini, Le guide di Cortina d'Ampezzo, 1983)
Fu conosciuto come “l'uomo dei camini” poiché amava scalarli, e alcuni portano il suo nome. Il più celebre è senz'altro il “Camino Barbaria” (impegnativo ancora oggi!), sulla parete N del Becco di Mezzodì, salito con il collega Giuseppe Menardi Berto, Francesco Berti e Ludovico Miari di Venezia, il 19 agosto 1908. 
Ci sono poi altri due “camini Barbaria”, sulla Torre Wundt (Cadini di Misurina, salito con Secklmann, 1909) e sull'Averau (salito con S. Greenough, 1910). 
Nell'estate del 1913 Barbaria fece da guida all'accademico triestino Marino Lusy; con lui, il 1° agosto si spinse sulla più bassa delle tre vette che formano la Torre Seconda d'Averau, dedicata poi a Lusy dalle guide di Cortina. 
“Bortolìn”, che secondo il libro di vetta del Piz Popena, nell'estate del 1939 risultava ancora attivo come accompagnatore, morì nel febbraio 1953. 
Chi scrive, ovviamente, ha conosciuto questo alpinista solo in forma ideale, frequentando spesso - come migliaia d'altri appassionati - la via originaria della Torre Lusy, una classica delle Cinque Torri, che per oltre ottant'anni è stata associata per errore alla pur valente guida “Śacar de Radešchi”, alias Zaccaria Pompanin da Zuel.

5 mar 2015

Quando il Becco di Mezzodì "indossa il berretto"

Benedetta sapienza degli avi! Il Becco di Mezzodì, guglia di dolomia che svetta lungo il confine fra Cortina e San Vito, accompagna sulla destra orografica la conca di Cortina e si scorge nitidamente in quasi tutta la valle, si chiama così per una ragione astronomica: sulla sua sommità, infatti, il sole culmina a mezzogiorno in punto. 
Questo "orologio solare" fu sempre un punto di riferimento per i valligiani, boscaioli, cacciatori, contadini e pastori. Sembra però che le radici dell'oronimo  non siano poi così antiche: in Ampezzo, infatti, una volta la montagna - già riportata sulla carta dell'Anich a metà del '700, come "Sasso di Mezzodì" - era denominata Ra Ziéta, la civetta. 
Dal nome, che non si sa perché fosse stato affibbiato al torrione, nasce il detto “Canche ra Ziéta bete su ra bareta, inze poco tenpo ra peta” (“Quando il Becco di Mezzodì indossa il berretto, poco dopo picchierà”), ovvero, quando il Becco di Mezzodì si copre di nuvole (e la cosa, con il maltempo, non è certamente infrequente), presto cadrà la grandine. 
Corda doppia dal Becco di Mezzodì
sotto il diluvio, 1980 (foto E.M.)

Chiedendo venia del presenzialismo, a questo punto non posso tacere di aver vissuto anch'io le conseguenze della “bareta” del Becco. Un giorno d'estate dell'80, con gli amici del tempo, andai a salire la cima per la via normale (Siorpaes-Utterson Kelso, 1872), cui sono molto legato perché nel '75 fu la mia prima vera scalata, ed esattamente trent'anni dopo l'ultima. 
Mentre riposavamo beatamente in cima, il Becco "indossò il berretto": il tempo cambiò di brutto, tuoni e lampi scossero il cielo e scese il diluvio. Riunite le nostre cose, ci buttammo a rotta di collo verso valle ma, dovendo preparare le corde doppie necessarie per scendere i larghi camini della via normale, i tempi si allungarono e così ci beccammo tutta l'acqua del mondo. 
Varcammo la soglia del Rifugio Croda da Lago bagnati come pulcini: il rovescio era cessato e il Becco rifulgeva di nuovo nel tramonto dorato di quella giornata.

3 mar 2015

"Sonéte", poesie d'occasione in ladino d'Ampezzo, di Ernesto Majoni

Sonéte. Poesia modernes de ocajion par anpezan di Ernesto Majoni Coleto, 4° titolo della collana di poesia patrocinata dall'Istituto Ladin de la Dolomites di Borca di Cadore, contiene sedici sonéte, poesie d'occasione composte secondo la tradizione ampezzana - un tempo assai vivace - di onorare fatti paesani, soprattutto festosi, con componimenti nell'idioma locale.
Dal 19° secolo, con Don Bortolo Zardini Zesta (1852) e Firmiliano Degasper Meneguto (1860), nella letteratura d'Ampezzo si contano centinaia di sonéte: il verseggiatore  più prolifico al riguardo fu certamente Arcangelo Dandrea (Canjelo Magro, 1895-1966), singolare esempio di autodidatta, autore anche di testi teatrali, attivo alla metà del '900. 
Se ne facevano per nascite, battesimi, genetliaci, sposalizi, coscrizioni, Carnevale, ordinazioni sacerdotali, ingresso di Parroci, inaugurazioni, spettacoli, persone in luce nel paese. Negli anni '80 e '90 del Novecento, l'autore ha voluto rinverdire l'usanza, dedicando versi in ladino anche a lauree, cittadini attivi nello sport, pensionamenti o dimissioni dal lavoro, oppure solo per il gusto di verseggiare, senza motivi specifici da onorare.
Alcuni componimenti seguono le regole del sonetto italiano (14 endecasillabi, con 4 rime alternate AB AB AB AB e 2 ripetute (CDE CDE); altri sono liberi; in tutti, comunque, l'autore ha sempre cercato di valorizzare l'assonanza delle parole rimate fra loro.
Non si tratta forse di letteratura avviata all'immortalità, ma l'autore ricorda con soddisfazione che i sonéte, quando furono offerti ai destinatari, riscossero un buon gradimento. I sonéte di questa piccola pubblicazione riguardano comunque un periodo tramontato, persone che hanno seguito strade diverse o sono scomparse, anni d'ispirazione poetica fervida ma poi rapidamente affievolitasi.
Vanno letti, dunque, senza impegno; vanno visti dal lettore come quadretti di vita locale di un quarto di secolo fa e più: gli anni della gioventù, in cui l'alienazione dei “social network” era ancora di là da venire, v'erano maggiori occasioni di ritrovarsi e stare insieme, e, in momenti festosi, qualcuno si prendeva il tempo di arricchirli con un soneto.
Questo, l'autore crede sia un po' venuto a mancare oggi. Ma forse non tutto è perduto.
Ernesto Majoni Coleto. Sonéte / Poesia modernes de ocajion / par anpezan, pagine 31, Tipografia Ghedina - Cortina d'Ampezzo 2015, € 6,00

25 feb 2015

Pubblicata la biografia di Paul Grohmann, lo scopritore delle Dolomiti

La casa editrice bolzanina Athesia ha pubblicato un libro di notevole spessore e interesse per gli amanti della montagna: si tratta di “Paul Grohmann. Erschließer der Dolomiten und Mitbegründer des Alpenvereins”. 
Il libro, realizzato a più mani, propone un'esauriente ritratto di Paul Grohmann (1838-1908), scopritore delle Dolomiti e cofondatore del Club Alpino Austriaco, molto legato a Cortina, Auronzo e all'alta Pusteria, valli in cui tra il 1863 e il 1875 raggiunse per primo le vette più rilevanti. 
L'opera arriva, tra l'altro, anche a ricordare due dei 150mi alpinistici del 2015, che interessano specificamente Cortina: la conquista della Tofana Terza (27 agosto 1865, guida Angelo Dimai) e quella del Cristallo (14 settembre 1865, guide Angelo Dimai e Santo Siorpaes).
"Paul Grohmann", curato dal ricercatore di Dobbiaco Wolfgang Strobl, è un libro che dovrebbe varcare l'ambito germanofono ma, essendo redatto in tedesco, purtroppo rimarrà accessibile solo ad una fascia ristretta di lettori. In ogni modo, esso si divide in diversi capitoli. All'autobiografia, che l'alpinista viennese compilò nel 1899, succede il racconto, dello stesso salitore, della conquista della Cima Grande di Lavaredo, portata a termine da Grohmann il 20 agosto 1869 con le guide Peter Salcher di Luggau e Franz Innerkofler di Sesto. Hubert Kerner presenta poi una ricerca sulla genealogia della famiglia di Grohmann; Hans-Günter Richardi inquadra l'uomo che, nel 7°-8° decennio dell'Ottocento, esplorò con un puntiglio tutto tedesco i monti ampezzani, cadorini e pusteresi; Florian Trojer analizza il rapporto di Grohmann con il Club Alpino austriaco, che il giovane fondò nel 1862 insieme al Barone von Sommaruga e al geologo von Mojsisovics. 
La gardenese Ingrid Runggaldier delinea quindi l'attività di Grohmann come scrittore di montagna, mentre Egon Kühebacher affronta il tema della toponomastica, allora incerta e destinata a subire varie modifiche, che il viennese raccolse durante le sue gite dolomitiche e nel 1875 usò nella “Karte der Dolomit Alpen”. Da ultimo, Wolfgang Strobl scrive del rapporto privilegiato di Grohmann con il paese di Dobbiaco durante le sue visite nelle Dolomiti.
L'appendice contiene gli elenchi delle maggiori ascensioni di Grohmann e dei suoi saggi di montagna, nonché della letteratura che lo riguarda. Il volume dovrebbe essere la prima biografia completa del precursore dell'alpinismo dolomitico, ricordato a Cortina (che lo nominò cittadino onorario nel 1873 e gli intitolò una via cittadina nel 1933), a Dobbiaco (che nell'autunno scorso gli ha dedicato la lunga, un po' noiosa strada ex militare della Val di Specie, da Carbonin a Pratopiazza), a Ortisei (dove c'è un monumento in suo onore), e a Vienna (in cui una via della città porta il suo nome). 
Esso documenta in maniera precisa la vita di un uomo, di uno studioso e di un alpinista, che ha avviato e illuminato l'esplorazione delle nostre montagne.
Wolfgang Strobl (a cura di), Paul Grohmann. Erschließer der Dolomiten und Mitbegründer des Alpenvereins, pagine 256 con immagini in bianco e nero e a colori, Athesia – Bozen 2014, € 24,90

20 feb 2015

"Anche il mio Luigino era una buona guida ..."

Luigi Apollonio, del ceppo dei “Lònghe”, nato nella borgata di Alverà nel luglio 1899, fu l'ultima guida alpina d'Ampezzo a vedere la luce nell'800. Di professione carpentiere, arruolato giovanissimo col Genio nella Prima Guerra Mondiale, nel 1925 fu autorizzato dal Cai di Cortina a svolgere il mestiere di guida alpina, e fu in attività almeno fino al 1965.
Spesso compagno di Angelo Dibona, nel 1926 fu insignito di una medaglia d'argento al valor civile, per una complessa operazione di soccorso alpino. Nella sua carriera, Apollonio partecipò ad almeno quattro prime salite, a partire dal luglio 1927, quando con il cliente Edward de Trafford salì per primo la Cima Sud-Ovest di Marcuoira (Gruppo del Sorapis). Nel settembre dello stesso anno, con Dibona e Angelo Verzi, toccò la vetta della Trephor, la più piccola delle Torri d'Averau, traversando lungo la corda da una guglia adiacente.
Nel luglio 1930, con Angelo Dibona e i fratelli Olga e Rinaldo Zardini, si aggiudicò la parete ovest della Cima Cason de Formin, sulla dorsale della Croda da Lago; in settembre, ancora con Dibona e lo statunitense Paul Leroy Edwards, salì lo spigolo sud-sud-ovest della Tofana de Rozes; nel settembre 1933, infine, con Ignazio Dibona - figlio di Angelo - e Giovanni Barbaria, fu primo sullo spigolo sud-est della Croda Marcora, che domina San Vito. Apollonio, che negli anni '30 aveva fatto da guida, tra gli altri, anche allo scrittore Dino Buzzati, morì a Cortina nel 1978.
Luigi Apollonio a destra, con Angelo Dibona,
intorno al 1930 (raccolta E.M.)
Di “Ijuco Longo”, che abitava giusto di fronte alla Chiesa della B.V. della Difesa, mi permetto di rievocare un ricordo personale, collocabile nel 1976. Per i primi programmi in ampezzano che l'amico Cesare e io tenevamo a Radiocortina, mi era venuto in mente di sentire una vecchia guida, e per questo avevo pensato a Celso Degasper, con il quale avevo un po' di confidenza, perché frequentava spesso casa mia per la sua attività. Una sera di novembre, registrammo l'intervista in casa del verboso Celso: soltanto le prime due domande occuparono tre quarti d'ora, esaurendo la cassetta e lasciando inutilizzate le altre dieci che avevo predisposto.
Qualche giorno dopo incontrai i coniugi Apollonio. La consorte di Luigi, “Adelina Spazacamina”, un po' seccata ci tenne a farmi sapere che “Anche el mè Ijuco l ea na bona guida ...”. Come dire “Perché non hai voluto intervistare (anche) lui?” Preso alla sprovvista, non seppi come motivare la mia scelta, e diventai rosso come un peperone.


Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...