13 ago 2012

Il Col Pionbin a Ferragosto

Quest'anno va un po' a rilento.
Impegni, non solo lavorativi, che cascano anche di domenica; schiena e ginocchia bizzose; feste campestri e qualche "happy hour"; la sveglia che non vuol mai suonare a tempo debito; indecisione e ripetitività nel scegliere le mete; insomma, in montagna ci si va comunque, ma con un po' di comodità in più; e da ultimo, non sono più 30, né 40 e nemmeno 50!
Succede così anche in questi giorni di Ferragosto.
Ripesco allora dalla riserva , ormai in rapido esaurimento, delle salite "ampezzane" ancora da fare una piccola cima che alla fine si rivelerà una gradevole scoperta: il Col Pionbin (2313 m), cupola verde con qualche roccetta di fronte al Cernera, che domina i pascoli di Giau e ai piedi della quale siamo passati tante volte senza degnarla di uno sguardo.
Tofana di Rozes fra le nuvole,
dalla cima del Col Pionbin
Non è sicuramente una meta per alpinisti, ma il Col Pionbin rileva nella storia locale, perché tra il '500 e il '700 sulle sue pendici furono scoperti alcuni giacimenti di galena per estrarne piombo, che alimentarono lavoro, guadagni e persino minacce di aggressioni armate fra i "todeschi" e i sanvitesi, proprietari della zona.
Insomma, partiamo per questo Col Pionbin, che si può salire da più versanti: in un'ora scarsa dal quantomai caotico Passo Giau siamo già in vetta, dopo aver rimontato il pendio erboso ripido e senza tracce che guarda la Val di Zonia; e una volta lassù?
Inconfondibili, numerose tracce di "scalate" bovine, un ometto con un palo a mo' di croce che mi premuro di rialzare perché si noti anche dal Passo, un bel panorama sui monti ampezzani (notevoli Tofana di Rozes e Lastoi de Formin, ma anche Torre Grande d'Averau, Becco Muraglia ...) e quelli agordini (Marmolada in primis, ma anche Pore, Col di Lana, Setsas ...), fino al Boè e ai passi Pordoi e Gardena.
Meno di cento metri sotto di noi, che ci siamo stesi al sole in uno degli avvallamenti erbosi sommitali. passano escursionisti incolonnati da e per Forcella Giau e l'Uomo di Mondeval.
Quassù, a occhio e croce, ne arriverà forse un paio l'anno.

9 ago 2012

Il leone sullo scoglio

Il Leone murato sullo Scoglio di San Marco nel 2006
(foto E.M., 25/5/2008)
Cercando mete non troppo note e il meno affollate possibile, fra il 2006 e il 2008 ho salito per sei volte con familiari e amici una cima della quale fino allora non sapevo alcunché, pur trovandosi a  soli15 km da Cortina.
Seppure la sommità si noti fin da Misurina, la via di salita, aperta da fanti e mitraglieri della Brigata Marche durante la I Guerra Mondiale e poi abbandonata, fino a sette anni fa non era quasi più rintracciabile. E' stata riscoperta, pulita e segnata con misura da alcuni membri del CAI di Auronzo, che l'hanno dedicata a Silvano De Romedi, ingegnere trevigiano mio coetaneo, appassionato di percorsi fuori traccia e scomparso a 47 anni.
La cima in questione è lo Scoglio di San Marco (2005 m), sulle pendici della Cima O di Lavaredo. E' una cupola che fa da massiccio contrafforte alla Croda de l’Arghena, coperta di conifere e fitti mughi e incisa da una lunga trincea.
Oltre all'ambiente, lo Scoglio è interessante per la storia perché – ne fa fede il toponimo – fu per secoli l'avamposto della Serenissima in Val d'Ansiei più proteso verso il Tirolo, ed oggi segna il limite fra Auronzo e Dobbiaco. Ai suoi piedi, in Val Rinbon, sorge poi il cippo confinario del Sasso Gemello, anch’esso meritevole di una visita.
Per salirlo, si lascia l’automobile al casello della strada delle Tre Cime e ci si porta per sterrata a Malga Rinbianco. Nei pressi della malga s’imbocca un sentiero che scende per pascoli e nel bosco, si destreggia in un lariceto e risale quindi la baranciosa, poco ripida Costa dei Lares. Dopo circa 1,15 h si raggiunge quasi inavvertitamente la piatta cima, tagliata da un lungo e caratteristico caminamento, pulito e interamente percorribile.
Oltre un passaggio scosceso facilitato da una corda fissa, la trincea termina in una breve galleria e apre l’accesso ad un osservatorio scavato proprio sulla “prua” dello Scoglio, di fronte al Monte Piana e al Monte Rudo.
Dall’osservatorio, in cui è stato murato un Leone di San Marco in gesso e lasciato il libro di vetta, si dominano la Val Rinbon, la piana di Landro, nonché cime ed orizzonti vicini e lontani.
Meta di una passeggiata di poco più di mezza giornata, come detto, lo Scoglio di San Marco è una cima curiosa per varie ragioni: la storia che vi fu scritta dal Medioevo alla 1^ Guerra Mondiale; la natura incontaminata in cui s’inserisce; l'ampia visuale che offre; il silenzio delle sue pendici, che si collegano alla soprastante Croda de l’Arghena tramite un'interessante traccia militare.
Quest’ultima qualità, il silenzio alpino, oggi merce rarefatta a seguito dell’inevitabile, per quanto pacifico, dilagare stagionale del turismo, è il dono che cerchiamo e gustiamo sempre di più: una caratteristica che vorremmo distinguesse sempre anche lo Scoglio di San Marco.

7 ago 2012

La prima vera invernale sulle Dolomiti Ampezzane? (250° post del nuovo corso di Ramecrodes: auguri!)

Si dice che la prima montagna delle Dolomiti di Cortina salita d'inverno sia stata il Cristallo, conquistato il 22 novembre (o 22 febbraio?) 1882 dalla guida alpina Pietro Dimai Deo con l'I.R. Maestro Stradale Bortolo Alverà de Pol.
Allargando la visuale per includere nel discorso i limitrofi monti della Valle del Boite, troviamo però quattro prime salite invernali precedenti a quella e tutte ascrivibili al  medesimo alpinista.
Le più importanti sono quelle dell’Antelao (15/1/1882) e del Pelmo (18/1/1882), ma in quel periodo il Tenente veneziano degli Alpini Pietro Paoletti ne compì altre tre: rimane comunque il dubbio se ascriverle all'alpinismo invernale, poiché le date di effettuazione ineriscono piuttosto all'autunno, per quanto freddo potesse essere quello del 1881.
Giunto all’Albergo Antelao di San Vito per soggiornarvi alcuni mesi (molto probabilmente, su ordine del Regio Esercito, doveva "spiare" la situazione del confine col Tirolo), Paoletti iniziò la sua campagna alpinistica il 17 ottobre, salendo con la guida GioBatta Zanucco "Nasèla" di San Vito “la Rocchetta dal versante italiano”.
Non è noto quale delle Rocchette sia stata la meta dei due alpinisti. Poiché le elevazioni della catena sono cinque e nel periodo pionieristico di solito gli alpinisti miravano prima alle cime maggiori, reputo che la Rocchetta salita sia stata quella di Prendera, la più alta, posta al limite sinistro della catena guardando dalla Valle del Boite.
Alla base delle Rocchette, versante N
(foto Gianluca Calamelli, 17/72012)
10 giorni dopo con le sue guide, Paoletti salì il Becco di Mezzodì "dal versante italiano" e il 26 novembre (non è ancora inverno...), Paoletti con le guide sanvitesi, Arcangelo e Giuseppe Pordon "Masarié", si aggiudica una cima ben più difficile e prestigiosa: la Punta di Sorapis dal versante di San Vito, con la quale furono poste le basi per le imprese del Pelmo e dell'Antelao, fondamentali nella storia dolomitica.
La salita della Rocchetta de Prendera, una buona camminata più che una scalata, è interessante perché fu compiuta “dal versante italiano”, cioè da meridione, dato che sulla cresta delle Rocchette, oggi inavvertibile confine tra Ampezzo e Cadore, correva allora la frontiera fra il Tirolo e l'Italia. Comunque pastori e cacciatori vi salivano regolarmente anche dall'altro versante, che guarda il Lago di Federa presso Cortina.
Scavalcando in un gelido giorno d’ottobre ("- 9 gradi in vetta", scrisse Paoletti) un confine ancora pacifico, nel 1881 il militare veneziano portò dunque a termine la prima scalata invernale sui monti attorno a Cortina, che la storia ufficiale forse non considera.

3 ago 2012

Compagni e amici scomparsi


E' difficile dimenticare i compagni con i quali abbiamo vissuto giornate in montagna e non ci sono più, soprattutto se ci hanno lasciato in circostanze tragiche.
Ricordo tante cime, forcelle, ghiacciai, traversate, vie in compagnia di amici che “sono andati avanti”, e soffermarmi su questi pensieri mi lascia sempre un po' di tristezza.
Da Severino, anziano scrittore e cineasta che accompagnammo alle cascate di Fanes nel lontano 1976, ad Angelo, famosa guida alpina che quasi ottantenne ci condusse su una via attrezzata delle Tofane ancor prima che venisse inaugurata; da Luciano, mio primo capocordata sulla Torre Inglese, a Orazio, che animò un'allegra traversata da Malga Ciapela a Canazei passando ai piedi della parete S della Marmolada; da Bepi, accanto al quale salimmo la "Diretta" della Torre Falzarego, a Gigi, compagno di salita al Teston di Monte Rudo e alla Rocchetta di Campolongo, poi scomparso sulle strade bellunesi; da Claudio, col quale fui in cordata sul 2° Campanile di Popera e sulla via Ampferer del Catinaccio nonché nella traversata di Forcella Fanes, caduto dalla Punta dei Tre Scarperi, ad Alfonso, con cui divisi per quasi 10 anni escursioni e salite; da Luciano, che scalava meglio di me, ma ebbi l’onore di portare da primo di cordata sulla “Via della rampa” del Ciavazes, a Mario, con il quale, oltre a Paola, Adriano e Mirco, ho condiviso quattro anni fa le salite della Punta Nera e del Corno d'Angolo. Per non dimenticare mio Padre, che mi ha avviato ai monti fin da bambino, insegnandomi un cammino che ancora oggi continuo a percorrere.
Queste mie constatazioni potranno forse apparire cosa ovvia o retorica; ma ripensando a queste cose, è inevitabile considerare la fragilità della vita e la pregnanza di certi momenti che restano vividamente impressi.
E’ più che logico: il mondo va avanti, chi si ferma è perduto, e penso che continuerò a frequentare la montagna finché mi sarà possibile, cercando sempre nuove sensazioni ed emozioni. Ma i ricordi non si cancellano, e ripercorrendo passi già seguiti con compagni e amici scomparsi, ci sarà sempre un pensiero anche per loro.

31 lug 2012

Ricordo di Sepp Mayerl (1937-2012)

Sepp Mayerl (Photo Kleinezeitung.at Günther Hatz)

Il 27 luglio Sepp Mayerl, famoso alpinista austriaco, è caduto arrampicando sulle Dolomiti di Lienz.  Classe 1937, negli anni '60- ’70 il “Blasl-Seppl” aveva salito il Lhotse Shar e aperto nuove vie in Dolomiti, alcune delle quali in cordata con  Messner, che l’ha definito uno dei suoi grandi maestri.
L’incidente si è verificato sabato mattina. Secondo la stampa austriaca, Mayerl stava salendo con un amico una via non difficile sulla parete N dell’Adlerwand. Pare che i due volessero giungere in cima per vedere la nuova croce, ma lungo la parete una frana improvvisa avrebbe strappato dalla roccia il noto alpinista. A nulla è servito, purtroppo, l’intervento dei soccorritori.
Mayerl era nato a Dölsach, presso Lienz, nel 1937. Oltre a salite in Himalaya, tra cui quella del Lhotse Shar (cima secondaria del Lhotse), l’alpinista tirolese sarà sempre ricordato per il diedro sul Sass dla Crusc - Cunturines (con M. Rohracher, 1962) e per le prime invernali della parete N e dello spigolo N dell'Agner, realizzate con Reinhold Messner ed altri nel 1967 e 1968.
Nel 1967 inoltre con Messner, Reali e Holzer aprì la “Via degli Amici” sulla parete NO della Civetta, grande itinerario in libera. Coi fratelli Messner tornò sull’Agner nel 1968, scalando la parete NE per una via nuova in prima invernale. Nel 1970 aprì una via anche sulla Punta Civetta, con il meranese Leo Breitenberger.
Personalmente, mi rimane l'orgoglio di aver conosciuto Sepp Mayerl lo scorso agosto a Sesto Pusteria, quando l'amico Bepi Pellegrinon me lo presentò prima della serata incentrata sul nuovo volume, edito da Nuovi Sentieri, "Michl", che racconta la storia di Michl Innerkofler e delle guide alpine di Sesto.

28 lug 2012

Breve, ma interessante: il Col Siro

È stata sicuramente una buona idea, prendere un giorno di ferie per guidare l'amico Mirco, venuto apposta da Treviso con questo singolare "pallino", sul Col Siro, che salivo per la terza volta ed ero lieto di fargli conoscere.
Il Col Siro, dall'etimo quantomai strambo, è un rialzo tondeggiante quotato circa 2300 m, magramente pascolivo sul lato che guarda la Zesta e la Punta Nera, le due elevazioni più imponenti della diramazione ampezzana del Sorapis, e roccioso sul lato opposto. Domina isolato la Monte de Faloria, e può rappresentare una facile e gradevole, quanto sconosciuta passeggiata con base ai rifugi della zona.
Per chi è "saturo" di grandi Dolomiti (e qualcuno c'è sempre), o non ha voglia di faticose cavalcate, può valere la pena salire soltanto il Col Siro, che nonostante le dimensioni è una cima autonoma, sicuramente nota ab antiquo a cacciatori e a pastori. 
L'altro giorno, lassù ho ritrovato intatto il robusto ramo a mo' di croce che avevo infilato  nell'ometto di vetta nella mia prima salita del 2003. Le piogge, le bufere, la neve e gli scarsi aspiranti salitori, evidentemente, non lo scalfiscono più di tanto...
Dalla sommità, oltre a scattare numerose fotografie sulle cime che si dispiegano a destra e manca, scrutavamo il transito sul sottostante sentiero 213, che traversa al piede della Zesta per salire a Forcella del Ciadin e scendere da una parte a Forcella Marcoira e dall'altra al Lago del Sorapis.
C'era un discreto movimento, come si conviene ad una bella giornata estiva, ma nessuno prima e dopo di noi aveva optato per la cima, dove l'unica presenza costante è un segnale trigonometrico. Egoisticamente, è meglio così.

23 lug 2012

Su una cima verde, facile e ventosa

Un paesino quasi da fiaba, posto sotto tutela ambientale e famoso soprattutto per le piste di sci di fondo. Un rifugio moderno e ospitale, accessibile con una traballante seggiovia (la prima volta, nell'inverno 2009-2010, salimmo a piedi, ma quest'anno volevamo risparmiarci le due ore di strada forestale). Una cima verde dal toponimo oscuro, che domina un piccolo lago nel quale si specchiano ghiacciai e un nucleo di fienili abbandonati: sono la zona e la montagna dove siamo tornati ieri, bissando la salita in due stagioni. 

Dal rifugio non occorre un'epica sgroppata per guadagnare la cima, conosciuta dalla gran parte di coloro che arrivano lassù,  per il panorama a giro d'orizzonte che offre; sulla sommità alcune tavole aiutano a riconoscere le tante vette visibili, in parte italiane e in parte estere.

Sotto la croce, nonostante la folla che movimenta la cima per tutta l'estate, siamo risuciti ad accaparrarci un catino erboso dove sgranocchiare qualcosa e riposare; un riposo molto breve, perché la giornata era incerta e tormentata da un vento quasi autunnale, alternato ad un pallido sole. Fotografie verso nord, sud, est e ovest, e poi un'idea: come in pieno inverno, una fumante Gulaschsuppe con una bella birra al rifugio, e ... passa la paura! 

Ah, dimenticavo: il paesino in questione è Obertilliach, tra Tirolo e Carinzia; il rifugio è il (Panorama Restaurant) Connyalm; il laghetto, dal quale si scorge il Grossglockner, è lo Jochsee; il nucleo di fienili abbandonati si chiama Joch, mentre la cima verde, facile e ventosa è il Golzentipp (2317 m.), ultima propaggine delle Lienzer Dolomiten e displuviale fra la Lesachtal e la  Pustertal austriaca che scorre verso Lienz.

21 lug 2012

Il diedro della Cima del Lago



Nel periodo di fervore alpinistico, salii per quattro volte (e mezza) una via che penso rimanga, esteticamente e qualitativamente, fra le più belle classiche offerte dalle cime attorno a Cortina. 
Il giudizio comunque è soggettivo, e deriva più che altro dal fatto che sull’itinerario soltanto una volta, la più sfortunata, ci accadde di trovare altri salitori. 
Mi riferisco al diedro OSO della Cima (o Torre?) del Lago nel Gruppo di Fanes, che si specchia nel laghetto del Lagazuoi. Il diedro fu scoperto nell'agosto 1954 da Paolo Consiglio, Marino Dall’Oglio e Gianni Micarelli, tre  romani che stavano battendo la zona di Fanes - Cunturines per scoprirvi nuovi e interessanti itinerari. 
Dimenticato per alcuni anni, venne poi rivalutato dal triestino Enzo Cozzolino, che lo salì per primo da solo intorno al 1970, e da allora fu ammesso nelle antologie di scalate scelte come una via interessante e piacevole. 
Sul diedro della Cima del Lago
(foto A.M., 21/7/85)
Il dislivello totale del diedro è di 400 m: i primi 150 hanno difficoltà limitate e roccia non eccellente, mentre il resto si svolge su roccia ottima, con sei tirate che in un paio di punti toccano il 4+. Ricordo che in quegli anni i chiodi erano rari (meno degli undici dichiarati dai primi salitori), ma comunque bastavano, potendosi assicurare naturalmente un po’ dovunque. 
La mia prima visita al diedro della Cima del Lago avvenne il 26/9/80, quando mi ci portò Enrico, Scoiattolo e poi guida. Il 27/8/81 vi tornai da capocordata con Mario di Bologna, lasciando sull'ultima cordata un libretto di via che, quattro anni dopo, non c'era già più; il 21/7/85, ventisette anni fa, lo salimmo in alternata con Sandro in un’ora e mezzo dalla base, e infine vi tornai il 5/10/86 con Nicola, ancora da capocordata. 
A queste salite aggiungo il tentativo, arenatosi alla fine del primo tratto per le cadute di sassi provocate da altre cordate che arrancavano sopra di noi, compiuto con mio fratello, Cinzia e Michele, il 3/10/82.
Il ricordo della salita, tecnica ma mai snervante, in un ambiente maestoso, con una discesa abbastanza breve e semplice ma comunque non banale, dopo anni è sempre vivo, e vorrei mantenerlo per lungo tempo.

16 lug 2012

Don Luigi, vent'anni dopo

Domenica 15 luglio, con una Santa Messa nella Pievanale di  San Vito di Cadore e una cerimonia al Centro Turistico Dolomiti a Borca, in cui diverse persone hanno portato una testimonianza di amicizia e gratitudine, è stato ricordato il XX anniversario della scomparsa di Don Luigi Frasson, sacerdote, docente, amante della Montagna. Fra i testimoni che hanno parlato, c'era, modestamente, il sottoscritto, unico ex liceale presente (salvo errori) fra quelli che frequentarono il "Pio X" negli anni '70.
Ecco il sunto della mia testimonianza. Il 1° ottobre 1972 iniziai a Borca la IV  ginnasio. Trascorremmo il primo biennio nell’edificio della Ragioneria, oggi desti­nato ad altri usi; passammo poi per due anni nel convitto "Pio X" e nel­l'autunno 1976 salimmo a San Vito, nell'at­tuale sede del Liceo Ginnasio.
Dal terzo anno di scuola, quando entrammo nei locali del "Pio X", ci fu professore di lettere Don Luigi Frasson, che noi, con l'irriverenza tipica dell'età, soprannominavamo “il Gigio”: un educatore cui penso che molti dei diplomati del Classico a Cortina, in Cadore e altrove debbano riconoscenza.
La mia conoscenza e frequentazione di Don Luigi furono unicamente scolastiche. Ricor­do un ottimo comunicatore, simpatico, autorevole ma non au­toritario; mi fece amare tanto la letteratura italiana, che alla matu­rità volli portarla per prima materia, anche se poi gli studi universitari volsero in altra direzione. Entrambi amavamo  le montagne; ne par­lavamo spesso, e un giorno Don Luigi mi propose anche di fare una salita con lui; avevo individuato la parete della Punta Fiames, che già conoscevo, ma poi la cosa, per vari motivi, non ebbe seguito.
Becco di Mezzodì, dal sentiero 457
 (Carlo Bortot)
L'ultimo mio ricordo del sacerdote risale alla fine degli anni '80; una  mattina d’au­tunno lo incontrai davanti al Panificio Alverà di Cortina, vestito da montagna e col sacchetto del pane in mano. Mi salutò col suo sorriso furbesco, disse subito “I me gà dito mirabilia de ti”, poiché sapeva che avevo iniziato ­l'avventura di giornalista che vivo già da quasi trent'anni, e ci tenne a precisare che  stava andando sul Becco di Mezzodì, “la montagna che brilla, quando il sole la sfiora”.
Passarono anni. Nel 2001, per la Sezione del CAI Cortina compilai un opuscolo sul 100° del Rifugio Croda da Lago–G. Palmieri al Lago di Federa. Riordinando le fonti per ricreare la storia dell’edificio, dei suoi monti e della gente che l'animò, mi venne in mente che, quasi un decennio prima,  dal Becco di Mezzodì - proprio in faccia al rifugio - era caduto Don Luigi mentre arrampicava con due confratelli, spegnendosi poco  dopo all'ospedale.
Il 14/10/1995 ero tornato sul Becco con tre amici; mi ero imbattuto per caso nella placca scura in suo ricordo, posata su un masso lungo la traccia d'accesso da amici fiorentini, e poiché quel gesto mi aveva un po' commosso, non mancai di dedicare un paragrafo del mio libretto anche a lui.
Posso dire di non aver mai completamente dimenticato il mio do­cente, che ha instradato nella formazione culturale e umana alme­no due generazioni di stu­denti. Del suo insegnamento nel triennio liceale al "Pio X" conservo due fondamenti basilari: l’interesse per i libri (quanti me ne con­sigliò, quanti ne lessi!) e la passione per lo scrivere, due temi che al “Gigio” piacevano e ci comunicava con una partecipazione tutta particolare, forse non sempre condivisa, ma comunque efficace.
Oltre a ciò, Don Luigi amava la Montagna; il suo nome è scritto anche nella storia alpinistica delle Dolomiti, grazie ad una via aperta sulla Punta Ellie (Cadini di Misurina) il 30/7/1968 con un altro insegnan­te scomparso, Giovanni Orsoni, e due amici.
Dal Becco, una "montagnola" cui mi sento particolarmente affezionato, per­ché a diciassette anni vi compii la prima scalata, e trent'anni più tardi per ora anche l'ultima, si domina l'intera valle d’Ampezzo e, non è retorica, si sente davvero il cielo un po' più vicino.
Ho saputo che Don Luigi tornava spesso lassù quando poteva, per condividere con le persone più care la soddisfazione della salita e il panora­ma a giro d'orizzonte dalla vetta. Dal secondo ca­mino, liscio e un po’ strapiombante, che in un'occasione mise un po' a disagio anche me, il destino volle farlo cadere il 12/7/1992.
Mani amiche hanno inteso ricordarlo sommessamente con la placca citata, incastonata in un grande blocco lungo la traccia che si deve seguire per raggiungere il Becco da Forcella Ambrizzola.
Non ho idea se la placca sia ancora lì, né se sia ancora leg­gibile. Chi non lo sa, quasi certamente vi transita accanto senza eccessiva attenzione: ma chi scrive la ricorda lassù, ad eternare sulle  Dolomiti un pen­siero di gratitudine per Don Luigi, sacerdote, educatore, amante della Montagna.

14 lug 2012

Prima ascensione della Gusela de Padeon


Contrariamente a quanto afferma la storia ufficiale dell'alpinismo, la Gusela, o Bujela de Padeon,  marcato torrione cupoliforme ben visibile dalla Strada d’Alemagna nei pressi di Ospitale d'Ampezzo, che fiancheggia l'ombrosa Val Pomagagnon e viene salito abbastanza di rado, non fu raggiunta per la prima volta dagli indomabili soci della “Compagnia della Scarpa Grossa”. 
Gli austriaci Viktor Wolf von Glanvell e Karl Gűnther von Saar, infatti, si erano attribuiti la prima salita della guglia, effettuata il 28/7/1900 nel corso di una breve, ma fruttuosa campagna sulla dorsale del Pomagagnon.
Gusela de Padeon, dalla I Pala de ra Pezories
(foto di Roberto Vecellio)
La conquista della Gusela (o Bujela, cioè ago), poca cosa dal punto di vista della scalata (terreno  impervio, passaggi fino al 1+) ma significativa per la storia, andrebbe ascritta a un cacciatore, Andrea Cortese del casato dei “Zen”, nato a Zuel d'Ampezzo il 13 giugno 1808.
Secondo quanto riporta un cartiglio scovato di recente tra i documenti di un'antica famiglia ampezzana, Andrea sarebbe salito in cima alla Bujèla (“la Gusella, il monte che fa la guardia alla valle del Po Magagnon”) addirittura il 16/10/1833, quindi esattamente un trentennio prima che iniziasse l’epopea dell’alpinismo in Ampezzo. 
Cortese giunse lassù da solo, fiutando un camoscio; nella salita trovò “non pochi perigli, essendo le roccie in taluni punti coverte di fine ghiaccia”,  riuscì a bloccare l'ungulato e si portò a casa una riserva di carne da riporre in soffitta per l’inverno. 
Il cacciatore morì assai giovane, di “angina pettorale”, il 26 novembre 1850: era figlio unico, celibe, e così la memoria della prima ascensione alpinistica ufficiale d’Ampezzo si perse con lui. Ora ne è stata inaspettatamente ritrovata la notizia, di cui faccio memoria al fine di correggere la cronaca, che attribuisce a Francesco Lacedelli  da Meleres, Angelo Dimai Deo e Paul Grohmann, il 29 agosto 1863, il primo successo sulle nostre montagne”. 
Nota.
Purtroppo questo raccontino è soltanto frutto della fantasia di chi scrive. Sarebbe interessante poter emendare la storia alpinistica di Cortina in tal senso, e con molta probabilità qualcosa di simile sarà anche accaduto, ma  documenti del genere sopra citato non ne sono stati ancora rinvenuti. La  speranza di fare uno "scoop", in ogni modo, non muore mai …

11 lug 2012

11 luglio 1982: Mondiali e Torre Wundt

Domenica 11 luglio 1982.
Per l'Italia intera è il giorno della stupenda vittoria ai Mondiali di calcio; per me, più di quello, è il giorno della  mia quarta salita della fessura Mazzorana sulla Torre Wundt,  compiuta con l'amico Arturo.
Torre Wundt, con la parte superiore della fessura Mazzorana-del Torso:
ai suoi piedi il Rifugio F.lli Fonda Savio
Di ritorno dalla salita  nel primo pomeriggio, facciamo tappa a Misurina e festeggiamo con un'enorme birra. Scesi a Cortina, doccia, pizza e tutti da un altro amico, per assistere in compagnia al fatidico 3-1.
Varie altre birre per la vittoria e a sera l'immancabile carosello in macchina lungo la circonvallazione, strombazzando con i clacson in segno di adesione all'evento. 
Per me. che sono momentaneamente libero da impegni di studio, alterno gite a scalate e per il calcio non ho mai avuto un grande trasporto, l'11 luglio 1982  fu riempito dalla fessura Mazzorana della Torre Wundt, scoperta per caso un anno prima e dopo di allora ripetuta per altre quattordici volte.

9 lug 2012

40 anni della via ferrata Olivieri sulla Punta Anna

Proprio quarant'anni fa, domenica 9/7/1972, s’inaugurava la nuova via ferrata sulla Punta Anna delle Tofane, costruita per iniziativa della guida Luigi Ghedina Bibi, proprietario e gestore del sottostante Rifugio Pomedes, e dedicata all'alpinista veneziano Giuseppe Olivieri. 
L’itinerario, piuttosto impegnativo poiché munito solo di corde metalliche, costituisce una variante migliorativa della via ferrata alla Tofana di Mezzo. Esso ne rimpiazza il tratto originario, ritenuto poco interessante, che dal piede delle rocce saliva sulla Punta per cenge, canali e salti a destra della cresta; raggiunge la sommità per l’aereo e  panoramico spigolo SE e riprende parte della via di roccia aperta sulla parete E della cima nel 1943.
Tofana di Rozes, Punta Anna e Tofana di Mezzo
dal Bèco d'Aial, agosto 2008
Dalla Punta, che può bastare anche come meta a sé stante, si può scendere al Rifugio Giussani per una cengia attrezzata e poi per ghiaie, restare in cresta fino al Busc de Tofana, da cui si raggiunge la stazione di Ra Vales della funivia o il Rifugio Giussani, o ancora  proseguire fino in Tofana.
Lo scrivente, all’epoca poco meno che quattordicenne, era presente con il padre e un suo collega all’inaugurazione della ferrata, e ricorda bene la scivolata del Parroco-Decano di allora Mons. Angelo Dapunt su una ripida lingua di neve che resisteva ai piedi della parete, prontamente arrestata da due guide di Cortina presenti alla cerimonia.
Con le stesse guide in testa e in coda alla piccola comitiva, percorsi poi la ferrata, giungendo in vetta con l’emozione che solo un ragazzo di quattordici anni può provare e chiudendo la giornata al Rifugio Giussani, inaugurato ufficialmente due mesi più tardi.

5 lug 2012

La Torre che volle morire (per la caduta della Torre Trephor, 2004).

La torre era ormai allo stremo delle forze: il suo grande corpo si era incurvato, la sua voce era sempre più flebile, respirava a fatica, tremava spesso di freddo e si sentiva addosso tutto il male di vivere.
Da lungo tempo soffriva d’ipocondria e di un invincibile complesso d’inferiorità nei confronti delle sue dieci sorelle, tutte più alte, robuste e frequentate di lei.
Incastonata nel verde catino che fronteggia la tricuspidale Torre Seconda, sopportava sempre più a stento il vociare degli escursionisti che le lambivano i piedi senza degnarla di uno sguardo, e degli scalatori che l’aggiravano dirigendosi con baldanza verso mete più rinomate e alla moda (perlopiù le acrobatiche vie sportive, dove da anni numerosi anelli lucenti avevano incatenato pareti, diedri e spigoli e rimbalzavano i raggi del sole).
Si sentiva ormai vecchia e malconcia, la povera torre: il suo atto di nascita ufficiale, infatti, risaliva ad ottant’anni prima.
Un lontano giorno di settembre, Angelo gran (simbolo delle guide locali, allora quasi cinquantenne, che dopo i trionfi degli anni d’oro continuava a mietere successi sulle Alpi intere), Ijuco (aitante e baffuto ragazzo del ’99 che portava clienti in montagna da tre stagioni e si trovava a proprio agio con Angelo gran), e Angelo pizo, ventiseienne che aveva ricevuto in eredità dal padre Agostino la passione per le crode, la guardarono per la prima volta con un certo interesse.
Una sera, tornando a casa da una scalata d’allenamento, le guide si erano attardate sui prati d’Averau per scrutare ogni ruga rocciosa, nel tentativo di scoprire una possibilità di guadagnare la cima, ornata da un ciuffo di mughi non ancora sfiorato dall’uomo.
Dopo diversi tentativi, i tre convennero di riservare al pizo il compito di tentare l’ascesa della torre, dovunque strapiombante e all’apparenza inaccessibile, a meno di non ricorrere a qualche artifizio.
Con un macchinoso lancio di corda da una guglia adiacente, organizzarono, infatti, una traballante teleferica che consentì al più leggero del terzetto di portarsi agevolmente sull’aerea sommità del campanile.
Angelo provvide ad aiutare i compagni che, sorretti dalle sue robuste mani, s’inerpicarono sulla corda agili come gatti, e – mentre il sole saliva allo zenit - sfiorarono delicatamente i mughi che non avevano mai ricevuto carezze.
Dopo un breve consulto, le guide decisero d’intitolare la torre – storpiandone incomprensibilmente il nome – a Edward, affezionato cliente di Angelo gran e di Ijuco, che ogni anno soggiornava per lunghi mesi in paese scalando le cime più belle della conca, e poco tempo prima era stato guidato da Ijuco lungo una parete nascosta, prossima ad un lago ceruleo.
Da allora, trascorsero molti anni prima che qualcuno s’interessasse ancora alla torre, l’ultima ad essere conquistata nel magico giardino roccioso che guarda le Tofane.
Neppure il Deo, Celso, Bepe, Cassiano, Rico, Fausto, Giovanni, Ignazio, il Mescol – che sulle torri erano di casa, vi portavano spesso i clienti e v’intuirono mezza dozzina d’itinerari divenuti presto famosi – rivolsero più un serio pensiero alla torre, che pure avrebbe potuto mettere a dura prova i loro bicipiti, il loro equilibrio e le loro capacità.
Poco prima della guerra, Piero, consigliato dal fratello Ijuco - che ricordava bene l’acrobatica traversata di quel lontano settembre, ma non aveva più avuto occasione di provare la torre – riuscì a violarla dal basso con qualche chiodo, tracciando da solo una vietta, che si rivelò la soluzione più indovinata per sottomettere la scorbutica guglia.
Trascorsero estati torride e gelidi inverni: poca gente rivolgeva uno sguardo interessato a quel nanetto sovrastato, quasi schiacciato da giganti di dolomia più snelli e famosi, dove i turisti facevano la fila per salire.
Di rado, qualcuno toccava l’aerea cima: Angelo gran, che aveva i capelli bianchi ma l’entusiasmo di un adolescente, vi salì col figlio, poco prima di perderlo sotto una valanga su monti lontani; in un attimo di riposo dal lavoro ci provò anche Ugo con Piero suo cognato, e Attilio, principe dolomitico salito in Potor con Mariola, ebbe un brivido di paura notando che uno dei chiodi di Piero era pericolosamente inclinato e non avrebbe retto a lungo il peso di un uomo.
Vent’anni dopo la conquista, in una tiepida giornata autunnale Marino, guida quarantenne divenuto da poco papà, s’inerpicò da solo sulla cima dal versante più ombroso, senza lasciare traccia dell’itinerario seguito, divenuto quasi leggendario.
Finalmente, una mattina di fine agosto, il giovanissimo Paolo – che conosceva già molti segreti delle crode, ma dopo la morte del fratello in montagna, aveva ripreso a scalare da poco - attaccò con un amico il versante più ostico della guglia: una parete gialla alta trenta metri, rotta a metà da una nicchia che pareva scavata da un’aquila a colpi di becco, priva d’appigli e strapiombante.
Dopo cinque ore di lotta, i giovanotti ebbero ragione della lavagna rocciosa, non senza averla ferita con diciotto chiodi: per un ventennio la via rimase la più difficile della torre e altri due ragazzi come loro, attratti dalla possibilità di giungere per primi in vetta d’inverno, non ebbero fortuna e dovettero battere in ritirata di fronte a trenta perfidi metri di roccia.
Passarono altri quattro lustri: dalla città vennero Bruno e Stefano, per salire in verticale dal basso la parete che Piero aveva scalato in diagonale, e decorarono la parete coi primi anelli lucenti, che già invadevano tante montagne.
La guglia era una delle cime meno significative delle Alpi, ma nel suo piccolo poteva vantare una storia movimentata e non priva d’interesse. Come la Torre del Diavolo, la Guglia de Amicis, il Campanile Paola, anche lei era stata salita a prezzo di sforzi funambolici, con manovre che i puri avevano criticato severamente come semplici giochi d’equilibrio, degni di ginnasti e non di amanti della montagna.
Un fresco giorno d’autunno di tanti anni fa, per solennizzare il suo ventesimo compleanno, anche un appassionato alpinista e futuro scrittore di montagna ebbe la ventura di salire la torre con il valente cugino, e sperimentare l’acrobatica discesa dalla parete sud, a corda doppia nel vuoto.
Era la prima di tre salite: seppur breve e non alla moda, al nostro scrittore parve sempre una grande impresa, di cui serba un affettuoso ricordo.
A dispetto degli acciacchi, la torre superò indenne la fine del secolo e l’inizio del terzo millennio: ogni tanto però, soprattutto in primavera, le giunture cigolavano e le facevano male le ossa, bagnate da tante piogge, da ghiaccio e dalla neve, che lassù resisteva copiosa fino a stagione inoltrata.
Lei si difendeva, soffriva senza mai lamentarsi con le sorelle più fortunate, e sperava sempre in un domani luminoso, in una riscossa delle cime dimenticate, delle pareti passate di moda, in un ritorno degli scalatori antichi, che parlavano alle montagne come romantici cavalieri medievali.
Le sarebbe piaciuto rivedere ancora una volta e riabbracciare insieme Angelo gran, Angelo pizo, Ijuco, Piero, Marino, Paolo e Zanier, coloro che sulle sue rocce avevano scritto brevi ma felici pagine di storia e l’avevano corteggiata ed espugnata con garbo e coraggio.
Avrebbe voluto scrollarsi di dosso quegli anelli luccicanti fissati con resine spietate, che non si scioglievano né con le bufere né con il solleone e richiamavano folle vocianti di scalatori in tuta variopinta e scarpette senza stringhe, con le radioline accese e il telefonino che squillava senza sosta.
Avrebbe voluto sparire dai libri e dalle riviste, da chi le faceva pubblicità pensando magari di farle del bene e disturbando invece il suo triste sonnecchiare, il suo languido declino di vecchia dama solitaria e fuori moda, la sua vita legata al filo di ricordi che non sarebbero più tornati.
Avrebbe voluto …
Un caldo giorno di inizio estate, mentre la natura si approntava ad esplodere, le ultime chiazze di neve si struggevano fra i massi sotto le carezze del primo sole e intorno alle torri vagabondavano turisti mattinieri, la guglia fu vinta da un attacco più forte degli altri.
Era la nostalgia per l’epoca aurea dell’alpinismo, per la signorilità degli scalatori antichi, per i silenzi che avvolgevano le montagne fuori stagione, per i tramonti dorati, per i volti amici delle vecchie guide, ormai tutte salite sulle cime del cielo.
La Torre morta
Volse un ultimo sguardo al sole e si lasciò andare con dolcezza, ripiegandosi su stessa con un fragore discreto, quasi un soffio e lasciando un gran vuoto fra le sue sorelle e nel ricordo di chi la conosceva e le voleva bene.
Al suo capezzale accorsero immediatamente frotte di geologi, impiantisti, guide alpine, curiosi ed esperti d’ogni genere; il silenzio fu infranto dal viavai degli elicotteri, i giornalisti riempirono colonne d’inchiostro, interrogandosi sul perché di una morte così repentina e tragica e paventando che quella scomparsa potesse scatenare chissà quale epidemia.
Non restava più nulla da fare: al posto della piccola torre che per secoli aveva sfidato il sole e il vento, la neve e la pioggia e aveva accolto pochi rocciatori desiderosi di conoscerla, rimaneva soltanto un grigiastro cumulo di macerie, coperte di polvere ed inutili.
In mezzo ad esse, campeggiavano i chiodi di Piero, Marino e Paolo e alcuni anelli lucenti, ormai raggiungibili senza fatica.

2 lug 2012

La Piccola Croda Rossa e le sue vie d'accesso


Ho calcato circa 10 volte la vetta della Piccola Croda Rossa, montagna aspra ma alpinisticamente non difficile, che fronteggia ad ovest la sorella maggiore e  apre suggestive vedute verso Fanes, Sennes e Braies. 
La Piccola Croda Rossa d'inverno,
da Sennes
In tutte le uscite ho  seguito lo stesso percorso, che chiamerei "via normale ampezzana": dal laghetto ormai quasi asciutto di Rémeda Rossa, per evitare il lungo giro di Forcella Cocodain, si sale direttamente per ripidi dossi erbosi e sassosi, senza tracce né indicazioni ma con una certa logica, fino in cresta, uscendo sulla Rémeda Rossa e lì innestandosi nella via normale, segnalata con radi bolli rossi e ometti, che proviene dal Rifugio Biella. 
In discesa, ho sempre seguito l'aspra, suggestiva dorsale delle Jeralbes, già relazionata da Berti, lungo la quale si giunge alla Crosc del Grisc, poco sotto il lago di Rémeda Rossa sul sentiero che scende a Ra Stua. 
Per visitare la cima ci sarebbero anche altre  opportunità, utilizzabili in ambo i sensi,  che necessitano comunque  di esperienza e disinvoltura. La prima segue il canale tra la Rémeda Rossa e la Croda, che s’imbocca dal citato laghetto. Il canale, già noto ai cacciatori, non presenta problemi alpinistici, e da ultimo va rimontato sul lato sinistro orografico, fino alla sella tra la Rémeda e la Piccola (informazioni M.A. e I.P.).
La seconda possibilità, percorsa perlopiù in discesa, si stacca dalla cresta delle Jeràlbes e mediante un franoso canale con tracce d’ungulati, consente di raggiungere la Val Montejèla e il Bivacco Dall’Oglio (informazioni S.L.). 
Le due possibilità, note a pochi e prive comunque di  indicazioni e facilitazioni,  ravvivano una via normale fisicamente impegnativa, pregevole e tutto sommato  un po’ noiosa, vista la distesa di pietrame e detriti che bisogna rimontare per giungere in vetta. 
Da qualsiasi parte si affrontino, sui declivi della Piccola è poi abbastanza usuale sorprendere ungulati, che lassù hanno uno degli habitat ampezzani preferiti e si possono fotografare. Per farlo, comunque, occorrono prontezza, silenzio e rispetto!

29 giu 2012

Un libro di montagna smilzo ma istruttivo: "La civiltà dell'alpeggio - le casère del Comèlico" di A. Carbogno

Si tratta di un estratto dai nn. 1-2 del 2007 del semestrale “Le Dolomiti Bellunesi”, nel quale Achille Carbogno ha raccolto per l'Università Adulti/Anziani di Belluno, Sezione di Comelico-Sappada, le succinte “biografie” delle 22 casere della montagna comeliana, da Casèra Aiàrnola a Pramarino, Pra della Fratta e La Fitta, che sigillano la civiltà dell'alpeggio di questo verde angolo bellunese.
Nella sentita presentazione Don Attilio Menia, Presidente dell' Università Adulti/Anziani di Belluno ed egli stesso comeliana, così riassume i sentimenti scaturiti dalla lettura di questo breve opuscolo, arricchito da numerose immagini: “... una corona unitaria di prati e di boschi, di colori e di pascoli, tra casère e tabià, dove, più che la verticalità, domina il graduale e dolce declivio seguito dalla gamma di picchi e balze, di dirupi e terrazzi, di canaloni e pianori in una varietà di forme orizzontali di morbida geografia. È museo aperto di beni naturali, fattore identitario di un territorio definito e tipicizzato; testimonianza eccezionale di transumanze e monticazioni estive; bellezza di spettacoli paesaggistici, architettura rurale che affonda le radici in lontananze di sconvolgimenti marini; valori turistici, però, addormentati dai illusorie industrie, agricoltura e zootecnia bloccate da ingenui sogni di attività più produttive. ...
L'affascinante mondo alpestre del Comelico, terra incastonata fra le più celebri Dolomiti e le aspre Alpi Carniche, tratteggiato da Carbogno diviene, nel suo racconto, l'ultima frontiera del millenario rapporto fra l'uomo e la Montagna: una Montagna che corre il rischio concreto di scomparire, qui ben raccontata perché ben vissuta e ben camminata da un appassionato escursionista e divulgatore dei tesori della sua terra qual è il professore.
Una Montagna sicuramente minore e meno celebrata di quella dolomitica, ma che merita di essere visitata, conosciuta, amata.

25 giu 2012

1872 - Becco di Mezzodì - 2012

La prossima settimana cadrà il 140° anniversario della prima ascensione del Becco di Mezzodì, dovuta alla guida di Cortina Santo Siorpaes da Sorabànces con lo scozzese William Emerson Utterson Kelso . 
Ma chi era costui? Kelso era nato ad Essex nel 1828. Dopo aver compiuto gli studi all’Accademia di Edimburgo, intraprese la carriera militare. Nel 1861 si congedò però dall’esercito col grado di capitano adducendo un’infermità, che evidentemente non era così grave da limitare  l'attività alpinistica. 
Un Becco di Mezzodì "inedito",
dalla località El Gròto (15/8/2004)
Quest’ultima fu portata a termine in prevalenza sulle Alpi svizzere e nelle Dolomiti. Sui nostri monti, Kelso si distinse per quattro salite, compiute  in compagnia della forte guida Siorpaes. Il 5/7/1872 la coppia salì dal versante SO il piccolo ma arcigno Becco di Mezzodì,  la prima vetta del gruppo della Croda da Lago. 
Sei giorni dopo, con Santo e il gardenese Anton Kaslatter, il capitano si aggiudicò la seconda salita del Sassolungo, apportando alla via comune (aperta da Paul Grohmann  nel 1869) anche una breve variante d’attacco. 
Il 19 luglio, con Alberto De Falkner, C.  J. Treumann e Josef Baur di Landro, le guide Siorpaes, Pietro Zandegiacomo Orsolina di Auronzo e Peter Salcher di Luggau, giunse sul (forse) ancora inscalato  Cimon del Froppa, l'elevazione più alta delle Marmarole. 
Per l’occasione, la comitiva salì direttamente dal Ghiacciaio del Froppa di Fuori per la cresta NE, superando lungo la via una parete un po’ strapiombante, che ebbe il singolare toponimo di “Cavalcabissi”. 
Nell’estate  1874 Kelso ritornò ancora nelle Dolomiti, per conquistare il 22 luglio, sempre con il fedele Santo, il misconosciuto Duranno, a cavallo fra Veneto e Friuli, per il canalone meridionale. 
Il capitano scozzese risulta ancora presente sull'Antelao nel 1885: morì in un luogo ignoto nel 1898.

16 giu 2012

È in uscita il 68° fascicolo di “Le Dolomiti Bellunesi”,

Locandina originale di "Cavalieri della Montagna"
 (1949, arch. M.  Mason - LDB)
È in uscita il 68° fascicolo di “Le Dolomiti Bellunesi”, semestrale delle Sezioni bellunesi del CAI. Una copertina classica ma inedita, su cui campeggia la locandina "Cavalieri della Montagna", film del 1949 di Severino Casara, presenta  il numero, che inizia con due editoriali: uno del direttore responsabile Silvano Cavallet e uno dell'ex Presidente della Magnifica Comunità di Cadore Emanuele D'Andrea, il quale riflette sulle strategie e sulle energie da mettere in campo per vivere (o sopravvivere) in montagna. 
Un ampio saggio di Marcello Mason sul cinema di montagna dai Lumière ad oggi, arricchito dalle locandine di famosi lungometraggi di ogni epoca, occupa le prime 20 pagine del numero e introduce la grande novità: dopo oltre trent'anni, "Le Dolomiti Bellunesi" è tutta a colori! Subito dopo, Teddy Soppelsa è l'autore di una moderna e vivace presentazione di Paolo, Thomas, Eric e Marino, ragazzi bellunesi di "pianura" che hanno intrapreso di recente la carriera di Guida Alpina. Seguono alcune riflessioni del direttore editoriale Ernesto Majoni, sul ruolo che la cultura locale può rivestire oggi per il nostro territorio: ostacolo o valore aggiunto per la crescita? 
Storia militare e  sportiva, memorie di alpinisti e cime grandi e piccole s’intrecciano nei contributi di firme familiari ai lettori: “Quei ragazzi del '99” di Elio Silvestri, “L'umana pietà nella Grande Guerra” di Giovanni Di Vecchia, “Alle origini della Transcivetta” di Giorgio Fontanive, “Ricordiamo Vincenzo Altamura (1930-2009)” di Nico Zuffi, “Pelmo, montagna differente” di Piergiovanni Fain e Piero De Marco Martin, “Chies e le sue montagne” di Maudi De March. Da ultimo Filippo Frank, con “Dolomiti sconosciute: il monte Porgeit”, guida alla scoperta di una cima ai margini della nostra Provincia, ben poco nota ma meritevole di attenzione. 
Seguendo un palinsesto ormai consolidato, si avvicendano quindi le rubriche: “Senza barriere”, sempre ricca di bozzetti, storie e cronache alpine; le Sezioni provinciali del CAI che raccontano l'attività nella rubrica loro riservata; il “Notiziario”, che informa su vari fatti occorsi nella scorsa stagione fra le vette del Bellunese. 
Le prime invernali e le vie nuove relazionate in questo fascicolo confermano un‘attività esplorativa in Provincia che ancora non si esaurisce, e il numero si chiude con le recensioni di alcune pubblicazioni di montagna, di autori bellunesi o dedicate al nostro territorio. 
Va sottolineata un'interessante iniziativa, che prende avvio da questo numero: il concorso "Blogger Contest 2012", nel quale abbonati e lettori sono stimolati a proporre brevi scritti di alpinismo e cultura alpina adatti alla pubblicazione on line nel blog "Altitudini"; per i primi classificati sono in palio alcuni premi di sicuro interesse, e i migliori post selezionati dalla giuria saranno pubblicati sul prossimo numero della rivista. Il Comitato di Redazione di LDB invita quindi abbonati e lettori a partecipare. 
“Le Dolomiti Bellunesi” a colori inizia il 34° anno di attività, confermando l'intenzione di ritagliarsi un posto di rilievo nella pubblicistica nazionale di montagna.

14 giu 2012

14 giugno 1869: Tuckett, Lauener e Siorpaes sul Cristallo

Ricordo di un anniversario alpinistico di 143 anni fa che riguarda Cortina:
Il Cristallo da Faloria
(immagine provvisoria, da wikipedia)

"1869. Già il 14 giugno, insieme a Christian Lauener di Lauterbrunnen (1826-1891), una delle grandi guide svizzere dell' Ottocento, con il quale formerà un affiatato binomio, Santo (Siorpaes, 1832-1900) accompagna il britannico Francis Fox Tuckett (1834-1913) nella seconda salita del Cristallo, per la via scoperta quattro anni prima (14 settembre 1865: Paul Grohmann con Angelo Dimai e Santo Siorpaes).
Al ritorno, Tuckett propone di cambiare tragitto e i tre scendono sul versante settentrionale, lungo il ghiacciaio della Valfonda fino a Carbonin, compiendo la prima traversata del Passo del Cristallo da sud verso nord. ..."
(da: E. Majoni, "Santo Siorpaes Salvador (1832-1900). Vita e opere di una guida alpina d'Ampezzo", Cortina d'Ampezzo 2004, pagina 11).

12 giu 2012

Tragicomico volo sul Sas de Stria

Il Sas de Stria da Falzarego: a sin. lo spigolo e l'anticima 
(webmaster, da "frontedolomitico.it")
25 anni fa, il 12 giugno era venerdì. Con il giovane amico Nicola - da poco introdottosi nel magico mondo delle montagne – salii lo spigolo SE del Sas de Stria, il fotogenico e frequentato torrione, noto in guerra e in pace, che fa da sfondo al Passo Falzarego.
Conoscevo bene quell'itinerario, che avevo già percorso almeno una dozzina di volte, e mi sentivo tranquillo. Il tempo era bello, sulla via non c'era nessuno e così salimmo senza premura, godendoci uno per uno i passaggi, che al tempo sapevo quasi a memoria.
Giunti ad uno strapiombo di 3+, lisciato da cinquant'anni di scalate ma protetto e sicuro, l'affrontai di slancio. All'uscita, forse a causa di un subitaneo malore, caddi all’indietro nel canale che separa il monte da una specie di anticima.
Fu questione di un attimo: poiché a quel livello lo spigolo non è molto verticale, battei per bene sulle rocce sottostanti e, trattenuto da Nicola, mi fermai dopo circa cinque metri. Incredibile ma vero: avevo solo un livido sull’osso sacro, i pantaloni a brandelli e, cosa ben "più grave", mi era sfuggito di tasca il portafoglio!
Mi feci calare piano verso il prezioso effetto personale, lo riagguantai e, vinto lo smarrimento per quella caduta così inaspettata, rifeci il passaggio con l'adrenalina che sempre si elabora in situazioni di questo genere.
Sostammo un attimo sotto la croce di vetta a rinfrancarci; io sbottai in una risata isterica e liberatoria, dopo la quale scendemmo allegramente alla macchina.
Ripensandoci, mi sono chiesto più di una volta che cosa mi possa essere accaduto quel giorno: non avevo problemi fisici, la salita era alla mia portata e per fortuna avevo appena rinviato nel chiodo fisso ai piedi del passaggio in questione.
Grazie a Dio, il colpo rimediato non era violento e - oltre al fondoschiena - non coinvolse altre parti delicate. Comunque dieci anni dopo, quando ad una visita medica mi chiesero se avessi mai accusato contusioni violente a carico dei nervi, la prima cosa che mi venne in mente fu lo spigolo del Sas de Stria. Dopo quel tragicomico ma fortunato volo ho ripercorso lo spigolo soltanto un'altra volta, in compagnia dell'amico Claudio, nel giugno 1993.

11 giu 2012

60 anni della via Lacedelli-Ghedina-Lorenzi alla Cima Scotoni

10-11-12/6/1952: Lino Lacedelli, Luigi Ghedina e Guido Lorenzi, giovani Scoiattoli e guide di Cortina, dopo alcuni tentativi, in trentotto ore di scalata salgono la parete SO della Cima Scotoni nel gruppo di Fanes, che si specchia nel Lago del Lagazuoi.
"L'ultima grande salita dolomitica prima dell'avvento del chiodo a pressione" la definirà anni dopo Reinhold Messner, appena sceso dalla via di cui fu il secondo ripetitore (i primi erano stati i giovanissimi e allora sconosciuti friulani Ignazio Piussi, Lorenzo Bulfon e Arnaldo Perissutti, nell'agosto 1955).
600 metri di parete giallo-nera sempre con alte difficoltà, 140 fra chiodi e cunei piantati e una "rivoluzionaria" piramide umana a tre per superare un tratto particolarmente duro: insieme al Pilastro di Rozes (Costantini-Apollonio, 1944), fu forse la via più impegnativa tracciata da ampezzani fino a quel tempo.
Per anni la Lacedelli-Ghedina Lorenzi fu ritenuta la scalata più impegnativa delle Dolomiti, soprattutto pensando agli "artifici" che i primi salitori avevano dovuto usare, tutti quelli che allora si conoscevano, per superare una parete durissima.
Fino al 1967 fu ripetuta soltanto due volte, perché intimoriva più di qualche cordata famosa; nel 1970 tre trentini ne fecero la prima invernale e pochi anni dopo un ragazzo venuto dal Comelico se ne aggiudicò la prima solitaria.
Oggi la Lacedelli, ancora molto apprezzata, viene ripetuta forse con metà del materiale usato dai primi salitori, e perlopiù in arrampicata libera. Su quella parete, che si specchia nel verde laghetto sull'Alpe di Lagazuoi, sono state tracciate altre vie più dure ma la via degli ampezzani resta un bell'esempio dell'abilità, del coraggio e della fantasia degli Scoiattoli, che allora scrissero una luminosa pagina nella storia delle Dolomiti, e tutte le pubblicazioni storiche ne fanno menzione.
A distanza di sessant'anni, i primi salitori sono tutti scomparsi, e come feci per il 40° e per il 50°, stavolta mi pare giusto ricordare nuovamente la loro impresa; se fossero fra noi, a Lino, Bibi e Guido farebbe sicuramente piacere.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...