19 set 2014

Il Monte Serla, un'ascensione per l'autunno

Dieci anni fa come oggi, molto allenati perché da tre mesi uscivamo in montagna ogni domenica e anche qualche lunedì, salii con Iside il Sarlkopf-Monte Serla che, con l'antistante Lungkopf-Monte Lungo, è il rilievo più a nord del gruppo del Dűrrenstein-Picco di Vallandro.
Il Serla, che non è certo un picco ardito, cattura la vista fin da lontano, soprattutto provenendo dalla Pusteria austriaca; domina Dobbiaco Nuova con una cupola rocciosa e magramente erbosa, che ha due particolarità. Geograficamente si trova a cavallo fra la media Val di Braies e la Pusteria, costituendo un valido e apprezzato belvedere dal quale si ammirano le Dolomiti di Braies e di Sesto, la catena di confine e, più lontano, le Alpi Austriache. 
A due passi dalla cima (foto I.D.F.)
Geologicamente si compone della caratteristica dolomia omonima, roccia carbonatica colorata dal bianco al beige-grigio tenue, che si presenta da compatta a ricca di cavità, ben visibile sul lato di Dobbiaco e storicamente usata nell'area di affioramento. La cima, che né verso Dobbiaco né verso Braies presenta vie d'arrampicata, si sale per un sentiero abbastanza regolare, che da ultimo presenta due brevi tratti poco esposti. Si può affrontare da quattro punti diversi: Braies Vecchia, per la Sarlscharte (la soluzione più diretta e forse più battuta, che Iside e io scegliemmo per quella domenica di inizio autunno, incontrando diversi escursionisti); Villabassa, per la Putzalm; Dobbiaco Nuovo, per la Suessattel; Lago di Dobbiaco, per la Sarltal. 
Il Serla spunta ditero gli alberghi di Dobbiaco Nuova
Ogni alternativa si attesta sui 1000-1200 m di dislivello e non richiede meno di tre ore; si tratta quindi di salite robuste, ma molto gratificanti. La sommità della montagna è adornata da una bella croce, che fino ad ora ho potuto toccare tre volte.
Ai piedi del Serla si trovano i diroccati e malinconici Altpragserbad-Bagni di Braies Vecchia. Nel 1886 vi passò un ragazzo carinziano, in vacanza coi genitori ai Bagni di Braies Nuova. Nei vent'anni seguenti, fino alla prematura scomparsa, avrebbe perlustrato gran parte delle Dolomiti Orientali, compiendo decine e decine di esplorazioni e scrivendo articoli e libri di valore. 
Era Viktor Wolf von Glanvell, precipitato nel 1905 da una vetta della Stiria e sepolto nel camposanto di San Vito di Braies ai piedi della Herrsteinturm-Torre del Signore, la cima dolomitica che, fra tutte, amò di più.

16 set 2014

Montagne e segni zodiacali

Volendo farne una catalogazione, i toponimi alpini si possono raggruppare nelle classi più disparate: da quelli legati agli animali a quelli legati al lavoro, da quelli connessi alla religione a quelli derivanti da nomi di persone e compagnia cantando. 
Una raffinata operazione di questo genere l’ha già compiuta oltre vent'anni fa l’amica Lorenza, utilizzando i nomi di boschi, monti e pascoli ampezzani per il suo libro "Pallidi nomi di monti".
Una curiosità, che mi è venuta in mente in casa, guardando un sottopiatto ispirato al segno dello Scorpione, è che, almeno sui monti del Triveneto, ci sono toponimi montani legati persino allo zodiaco. 
Forcella Verde sul Forame-  Cristallo
(foto L.B.)
Non li ho trovati tutti e 12, ma magari esistono, anche in zone più lontane da quelle che conosco e frequento d’abitudine. In ogni modo, qui intorno ci sono toponimi che hanno nella loro radice i Gemelli (Cadini di Misurina), il Leone (Spalti e Monfalconi), il Toro (idem), la Vergine (Jof Fuart); almeno un terzo dell’arco zodiacale c'è... 
E che dire poi dei toponimi in qualche modo legati ai colori? Cresta Bianca (Cristallo), Croda Bianca (Marmarole), Punta Bianca (Monti di Fundres), Sasso Bianco (Marmolada); Forcella Gialla (Cristallo), Torre Gialla (Pale di San Martino) Pilastro Giallo (Cristallo); Punta Grigia (Croda dei Toni); Croda Nera (Alpi Aurine, anche Nuvolau come Croda Negra), Monte Nero (Colli Alti, anche Slovenia..), Punta Nera (Sorapis), Sasso Nero (Alpi Aurine, anche Marmolada); Monte Rosa (Popera); Croda Rossa (Croda Rossa d'Ampezzo, ma anche Monti di Casies), Forcella Rossa (Tofane), Sasso Rosso (Croda Rossa d'Ampezzo); Col Verde (Pale di San Martino), Forcella Verde (Cristallo), Promontorio Verde (Alpi Giulie)... 
Quando non saprò più come riempire questi post, talvolta attesi con lusinghiera impazienza dai navigatori, potrei iniziare a raccogliere nomi di crode astrologiche, colorate, diaboliche, personificate, sante.  Sarà il mio “alpinismo di carta” per gli anni che verranno.

12 set 2014

Pane e croda

Il 26 agosto 1945, mentre saliva per allenamento, in cordata con il coetaneo Mario Alberti Cuciarin, la “Fessura Dimai” o “Ris” sulla parete E della Torre Grande d'Averau, un ragazzo precipitava, ferendosi a morte.
Era Bruno Verzi Scèco, guida alpina appena patentata. Nato a Cortina il 10 maggio 1926, Verzi aveva “mangiato pane e croda” fin da piccolo, essendo il primogenito di Angelo (1901-1986), guida attiva fino agli anni '60 del Novecento, e nipote di Agostino (1869-1958), pure lui guida e famoso animatore, con Antonio Dimai Déo e altri, dell'epoca aurea dell'alpinismo nelle Dolomiti.
Fu probabilmente la prima disgrazia accaduta sulle montagne ampezzane dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Nel libro di vetta della Punta Fiames, che raccoglie le firme degli scalatori saliti lassù tra il 1926 e il 1952, si trova un paio di volte anche il nome di Bruno Scèco, che si qualificava già “guida”. La prima firma risale all'estate 1942 quando, poco più che sedicenne, salì con amici la via Dimai-Heath-Verzi sulla parete SE, tracciata nel 1901 anche dal nonno, che vi portò clienti fino a età avanzata.
Torre Grande d'Averau, dal Rif. Scoiattoli (foto EM.)
Oltre agli itinerari classici delle Torri d'Averau, Pomagagnon e Tofane, sui quali si sono esercitate alcune generazioni, molto altro Bruno non poté fare prima della morte, che colpì duramente la famiglia e la comunità locale.
A ricordo dello zio materno, che non aveva conosciuto, il 30 giugno 1981 gli Scoiattoli Paolo Alberti Rodèla (scomparso anch'egli in giovane età, nel luglio 1986) e Franco Gaspari Moròto salirono il pilastro E della Gusela, che svetta sui pascoli di Giau, per un itinerario perlopiù in arrampicata artificiale.
Con la nuova via, i ragazzi vollero ricordare Bruno Verzi Scèco, la guida ampezzana caduta in età più giovane tra le 150 che accompagnano le vicende della conca da un secolo e mezzo.

9 set 2014

Pomeriggio sulla Torre Lagazuoi

Fino a sessantotto anni fa, ossia al 1946, a chi transitava da quelle parti non poteva sfuggire una bella torre, situata circa cinquecento metri a nord-ovest di Forcella Travenanzes e ben visibile davanti al Lagazuoi Sud, sul quale si appoggia. 
A nessuno però era mai passato per la mente di salirla. L'idea fu di Ettore Costantini, il "Vecio" (di anni 25 ...), che formò un quartetto con Mario Astaldi, Luigi Ghedina "Bibi" e Ugo Samaja "Suplein" e l'8 settembre andò a curiosare sul versante meridionale della guglia, caratterizzato da un attraente spigolo alto circa duecento metri. 
In un'ora e mezza di salita, lasciando dietro di sé quattro chiodi, i giovani raggiunsero felici la sommità del pinnacolo, che battezzarono Torre Lagazuoi per rendere omaggio alla zona. 
La Torre Lagazuoi,
photo courtesy www.summitpost.org

In discesa, poi, si buttarono dalla parte opposta, con una lunga calata a corda doppia e per una serie di profondi camini.
Trentacinque anni più tardi, nel pomeriggio di lunedì 8 luglio 1981, chi scrive, legato alla corda dell'amico Enrico, toccò anche lui felice quella cima, ritrovando tre chiodi di Costantini e soci, un ometto ancora intatto e coperto di licheni verdastri e una totale solitudine.  
All'epoca si era giovani e non si badava alla storia delle montagne; ci interessava solo salirne quante più possibile, divertendoci e saggiando le nostre capacità. Lo spigolo è un buon quarto grado, la roccia non è male, e qualche anno dopo la Torre guadagnò un po' di credito fra gli alpinisti desiderosi di provare percorsi nuovi: tanto più che alla base si arriva in discesa dalla funivia ... 
Anche la Torre Lagazuoi è finita nel grande cassetto delle mie avventure giovanili, ma ogni tanto torna fuori, per ricordare quel fruttuoso pomeriggio d'inizio estate!

30 ago 2014

Tella e la Scala del Menighel

Tra le gite con animali al seguito, oggi usuali visto il pullulare di cani sui sentieri e sulle cime di tutte le difficoltà, ma un tempo molto meno diffuse, ne ricordo una in Val Travenanzes. 
Il protagonista animale dell'escursione agostana di qualche decennio fa fu Nigritella, detta Tella, la cagnetta marrone di razza indefinita dei miei cugini, che allietò per molto tempo la casa dove abitavo. 
Devo risalire almeno al 1972, se non prima, per trovare il giorno in cui percorremmo la valle, partendo a piedi dal Passo Falzarego per Forcella Travenanzes. 
Giunti al bivio sotto la parete N della Tofana de Rozes, ci imbarcammo nella “Scala del Menighel”, con il cane. Tella trovò un comodo spazio in uno zaino giallo sulle spalle di mia madre, e se ne stette incredibilmente buona con la testa fuori e il musetto curioso, lungo tutti i duecentosettanta scalini metallici del prototipo di via ferrata, costruita nel 1907 da Luigi Gillarduzzi, gestore del Rifugio Von Glanvell, per superare il salto nero e rigato dall'acqua noto in ampezzano come “El Souto del Majarié”. 
photo courtesy flickr.com
Al termine della ferrata liberammo la cagnolina, che camminò e corse lungo i ghiaioni con noi fino al Rifugio Giussani, e da lì poi a Cortina. E' un piccolo fatto di rilevanza solo sentimentale, se vogliamo, ma onorevole soprattutto per chi si portò appresso per tutto il giorno tre o quattro ragazzini e un cagnolino nello zaino, lungo una parete attrezzata che - nonostante superi un salto di soli ottanta metri - non è certamente una passeggiata.

26 ago 2014

E' uscita la 4a edizione della Storia di Cortina d'Ampezzo, di Mario Ferruccio Belli

32 anni dopo la precedente, è uscita per i tipi di Dario De Bastiani editore la 4a edizione della "Storia di Cortina d’Ampezzo locus laetissimus" di Mario Ferruccio Belli. Il volume, curato nella grafica da Serena Chies, reca in copertina l’immagine di un caposaldo di confine col leone di San Marco e lo scudo di Maria Teresa d’Austria, collocato nel 1753 in Giau dopo una lunghissima contesa fra Cortina e San Vito. Belli, con il suo consueto stile brillante che alla serietà della ricerca storica unisce uno stile molto piacevole egodibile, vi dedica spazio, rievocando una vicenda lontana che ha lasciato numerosissime testimonianze sulle montagne d’Ampezzo.
La quarta di copertina, invece, riporta l’elogio di Indro Montanelli per la precedente edizione della "Storia": “Caro Belli, solo tu potevi scrivere un libro come questo, all’incrocio fra l’avventura, la scoperta e la nostalgia. In me, montanaro di complemento, evoca i ricordi degli anni e degli amici perduti: tu e Buzzati come capi-cordata. Grazie di averci dato questo lavoro.

Lo scopo precipuo della nuova edizione è la presa d’atto di alcune fortunate scoperte archeologiche avvenute negli ultimi decenni, grazie alle quali è stata rivista la storia di Cortina, anticipandola di almeno una decina di secoli. L'autore ha perciò riscritto integralmente le prime pagine del libro, riguardanti i primi insediamenti nelle vallate dell’alto Bellunese, dal Cadore all’Agordino, facendoli risalire addirittura ai tempi dei Paleoveneti o Venetici.
Così emergerebbe dai ritrovamenti di Giau, Làgole, monte Pore, altopiano del Cansiglio e altrove: ben prima dunque dell’arrivo dei Romani. Anche su quell’evento e, subito dopo, sull’arrivo della religione cristiana, Belli corrobora la sua tesi, citando le incisioni del Civetta, i ritrovamenti del monte Calvario in Auronzo, di Santo Stefano, del Passo Monte Croce Comelico e di San Vito.
Gli ultimi ritrovamenti sono quelli avvenuti nell'autunno 2013, per interessamento delle Regole d’Ampezzo, sullo scoglio di Podestagno; l’antica omonima fortezza, un tempo datata attorno al 1000, viene invece anticipata ai primi secoli dopo Cristo.
Tutto questo in quasi quattrocento pagine, illustrate da una sessantina di incisioni di montagna tratte da volumi tedeschi, francesi e inglesi del XIX secolo.


18 ago 2014

No smoking!

Da giovane, fumai anch'io qualche sigaretta. Niente di strano, se non che dopo qualche anno mi resi conto che la montagna e il fumo non sono proprio grandi amici. 
Ottobre 1980: salivo verso la cima del Sassongher sopra Corvara quando, a metà dell'accesso alla sommità (che, mancando la seggiovia, avevamo dovuto iniziare già dalle case di Pescosta), trovai una panchina. Volli fermarmi, ed accesi una sigaretta. 
Fu una idea molto peregrina; da lì in su (mancavano 600 metri di dislivello alla vetta), nonostante i vent'anni, feci una gran fatica a salire, il doppio della fatica dei miei compagni... 
Nel gennaio 1982, per un concatenamento di circostanze chimico-psico-fisiche a me oscure, smisi di fumare, e in effetti i vantaggi si ripercossero subito anche in montagna. 
Nell'estate che seguì l'ultima sigaretta di sveviana memoria, mi capitò di salire con Mario la via Mazzorana "a sinistra degli strapiombi gialli" sul Popena Basso. Finita la fessura, mentre avvolgevo la corda, un riflesso condizionato mi portò, dopo tanto tempo, ad infilare la mano in tasca per cercare il pacchetto, che non c'era più. 
Popena Basso, fessura Mazzorana, settembre 1984
Quel giorno, lo confesso, ebbi una certa nostalgia dell'abitudine che avevo instaurato, di godermi qualche boccata sulla cima: come ha scritto da qualche parte l'alpinista Severino Casara “... le poche, più buone sigarette le ho fumate in parete, guardando le nuvolette di fumo azzurrino ...” 
Non fumo da oltre trent'anni, ma ammetto che in qualche lontana occasione, dopo aver guadagnato con soddisfazione una cima di buon impegno o trascorrendo allegre serate in rifugio, mi veniva ancora spontaneo infilare la mano nella patella dello zaino, dove un tempo tenevo le Marlboro ...

14 ago 2014

La Croce del Pomagagnon torna a risplendere

La "Croce del Pomagagnon", travolta e seriamente danneggiata dall’enorme quantità di neve caduta lo scorso inverno, risplende di nuovo sulla cima della Costa del Bartoldo. 
Riparata dal fabbro Leopoldo Lacedelli, mercoledì 6 agosto la croce è stata riposizionata sulla più nota elevazione del settore centrale del Pomagagnon, da Piero Bosetti (guida alpina), Giovanni Cagnati e Corrado Menardi (Cnsas), Bruno Martinolli (Cai Cortina) e Giorgio Zangiacomi (guardaparco). 
Il simbolo di fede vanta una bella storia, narrata da chi scrive nell'estate 1999 sul semestrale “Le Dolomiti Bellunesi” con l'aiuto di varie immagini d'epoca. Fu Giuseppe Richebuono, al tempo cappellano a Cortina, che decise di erigerla per l’Anno Santo 1950, coinvolgendo nell'operazione trentatrè giovani dell'Azione Cattolica, molti dei quali oggi sono ancora in vita. Dopo tredici anni la croce - messa a dura prova dalle intemperie – fu riassestata per la prima volta da Dino e Aldo Dandrea, Renato e Lorenzo Zangrandi e Paolo Dallago Cè. 
Nell'inverno sul 2000 la croce, ormai cinquantenaria, crollò a causa di una violenta bufera e, grazie anche all'articolo apparso su “Le Dolomiti Bellunesi”, il Cai Cortina deliberò di sostituirla in vista dell'Anno Santo 2000. Compiuto il lavoro, il 9 luglio la Sezione ricordò l’avvenimento in Val Padeon, con una Messa e un raduno conviviale, in presenza del settantasettenne professor Richebuono (che prima volle ritornare in vetta per vedere la nuova croce!), di molti dei ragazzi che lo assecondarono mezzo secolo prima e del Coro Cortina. 
La Croce del Pomagagnon rimessa a nuovo
(photo courtesy Cai Cortina)
Nello scorso aprile l'alpinista Luca Galante di Treviso, salito sulla Costa per una discesa in sci, ha riferito a chi scrive che la croce appariva seriamente danneggiata dalla neve. Su mia segnalazione, il Cai Cortina si è quindi attivato per risolvere il problema e, grazie ai volontari e all’elicottero, ora la croce svetta di nuovo dai 2435 m della Costa del Bartoldo. 
Dapprima la cima è stata raggiunta da due volontari, che hanno imbragato i tronconi del manufatto danneggiato; l’elicottero ha quindi potuto recuperarlo e portarlo a Cortina. Il 6 agosto è stata compiuta l’operazione inversa, con il trasporto e il montaggio della croce rimessa a nuovo. 
Il Cai Cortina si è assunto l'onere dell'intervento e ha voluto ringraziare l’equipaggio dell'Air Service (Hansi Tschurtschenthaler e Ruben Moroder); Piero Bosetti, Giovanni Cagnati, Corrado Menardi, Bruno Martinolli e Giorgio Zangiacomi, nonché Leopoldo Lacedelli, che ha eseguito la riparazione a regola d'arte. 
Da quest'estate la Croce del Pomagagnon, obiettivo di una gita abbastanza impegnativa in una zona selvaggia e molto panoramica, oltre che testimone di 64 anni di storia, potrà quindi vegliare ancora sulla conca d'Ampezzo.

9 ago 2014

Sullo spigolo Castiglioni della Cresta Val d'Inferno

Cresta Val d’Inferno: guglie dal nome un po' truce, sul filo tra il Cadore e la Carnia e facente parte della dorsale dei Brentoni. 
Sono cime fuori mano, angoli dove forse c’è ancora qualcosa da scoprire: questo offre la Cresta, ambiente marginale rispetto agli "hits" alpinistici e ancora ben preservato. Dalla cresta emerge un torrione, non ardito ma con una personalità propria, che si spinge verso Forcella Camporosso e i boschi che scendono in Val Frison. 
Lo spigolo sud del torrione è segnato da una via classica della zona, che chi scrive ha salito due volte. L’aprirono nel giugno 1938 due personaggi illustri, Castiglioni e Detassis, che esploravano le Alpi Carniche in vista della stesura dell’omonima guida, uscita solo nel 1954.
I Brentoni e la Cresta Val d'Inferno, da Casera Doana
(foto E.M., 27/6/2010)
La via non è molto succulenta come scalata, ma vi trovammo comunque alcuni pregi che la fanno ricordare come un gioiellino, godibile se si ama un certo tipo di alpinismo. Ci piacque salire nel fresco mattino verso lo spigolo, dalla strada di Razzo per Forcella Losco, Camporosso e i pendii dominati dal Torrione. Abituati a quelli di casa, lassù i panorami erano insoliti: le Carniche, le Giulie e le Dolomiti si avvicendavano in  piani diversi, cui anche l’occhio più distratto era interessato. 
Nessun rumore; a metà giugno, e ancor di più a fine ottobre, forse il periodo migliore per aggirarsi sui Brentoni, lassù trovammo grandi silenzi. Ci piacque salire con calma, godendo ogni passaggio, mai banale: rampe, paretine, un piccolo liscio diedro, la cresta finale. Poi ci abbandonammo al sole sulla cima, volando col pensiero sui monti che si proponevano alla vista, mai così nitidi come in quelle giornate. 
La fine di entrambe le gite ci vide scendere allegri per la "normale" di quella cima, una serie di viscidi salti e cenge con ghiaia, erbe e tracce di camosci, e lasciare la solitudine dell'altopiano avvicinandoci alla sera. 
Valeva le due visite, il torrione della Cresta Val d’Inferno, nei Brentoni. Mi piacerebbe che quella bella salita fosse sempre ripetuta in silenzio, pensando all’incanto che tanti anni fa trovammo ancora tra quei monti. Chi lo farà, ne sarà certamente ricompensato.

6 ago 2014

Campanile Rosà, cima demodé

Non ricordo esattamente quando ci avventurammo, con alcuni amici, verso ,la cima di una montagna che, sfortunatamente, oggi manca al mio piccolo album dolomitico: il Campanile Rosà, nel gruppo della Tofana. 
Il pinnacolo, alto circa cento metri, fronteggia il versante sud-orientale dell'omonimo Col, e si distingue bene solo da vicino, oppure in particolari condizioni di luce. 
Il Campanile, scendendo per la Val Fiorenza 
(foto E.M., 16/8/2008)
Le prime a porvi piede erano state le guide Angelo Dibona, sempre lui!, e Celestino de Zanna con l'albergatore ampezzano Amedeo Girardi e il medico trentino Leopoldo Paolazzi, il 17/8/1910. La via, un 4° grado di vecchio stampo dove Dibona dovette lasciare un paio di chiodi, fu di moda per qualche tempo, ma è stata anche teatro di alcune disgrazie (Cleto Verocai nel 1924, Giulio Fox e suo figlio nel 1977...), a causa della roccia spesso malsicura. 
Nel 1931, sullo scarso spazio della guglia, i mantovani Dallamano e Ghirardini intuirono una seconda via, esposta e di un certo impegno: dieci anni dopo, infine, le guide Celso Degasper e Beppe Dimai conclusero, con i fratelli Melloni, la breve storia alpinistica del Campanile, correggendo la via Dibona con un tiro di corda di 6°. 
Riprendendo il discorso, il nostro primo (e ultimo) approccio al Campanile Rosà non ebbe proprio fortuna: ben presto si mise a diluviare e, dato l'ambiente non proprio ospitale, credemmo igienico retrocedere e scendere verso casa. Fu sicuramente meglio così: forse avevamo anche sbagliato via, perché - convinti di essere sulla Dibona (dietro mie indicazioni ...) - in realtà dovevamo avere pasticciato sulla Dallamano. 
Non ho più avuto occasione di esplorare da vicino il Campanile Rosà, bello per la forma, l’isolamento, la storia alpinistica che vanta anche nomi noti (mi vengono in mente, fra i tanti, Fritz Terschak, Gianangelo Sperti, il Re Alberto dei Belgi, il fisico Edoardo Amaldi, Mario Salvadori ...) 
Quante visite avrà ricevuto il Campanile, in oltre un secolo? Oggi mi piacerebbe sapere, da chi vi è salito, che cosa ha provato spuntando in mezzo ai mughi della cima su quella lama affilata, nascosta agli occhi del grande pubblico ed oggi fatalmente demodé.
Lo invito magari a scrivermi su questo blog!

2 ago 2014

Spigolo del Sas de Stria, 1939-2014

Mi è sfuggito per un giorno, ma qui non posso tralasciare questo anniversario: il 75° compleanno dello spigolo del Sas de Stria, salito per la prima volta dai vicentini Andrea Colbertaldo e Lorenzo Pezzotti l'1/8/1939, ripetuto in prima invernale nel marzo 1953 da Marino Dall'Oglio e compagni e in solitaria moltissime volte.
Negli anni ’70, ’80 e ’90 la via, che percorre lo spigolo SE dell’appuntita cima che incornicia il Passo Falzarego, per noi fu una meta classica. L'itinerario segue diligentemente l'affilato spigolo SE e sotto il ripido salto terminale presenta due soluzioni: l'originale è quella più bella, quella più semplice confluisce in un itinerario di Von Saar e compagni del 1908. 
Il Sas de Stria: a sinistra, lo spigolo (foto E.M.)
Resa sicura da chiodi fissi, la Colbertaldo è una via sempre frequentata, soprattutto nelle stagioni intermedie, da scuole di roccia e per allenamento. Accesso e il rientro sono quasi da falesia: alla base dello spigolo si giunge in una ventina di minuti per ripida traccia, dalla strada che sale al Passo Valparola, e al ritorno si segue la via normale, che non ha difficoltà di rilievo, anche se prestare un po' di attenzione non è superfluo. 
Dall'ottobre 1977 (quando, portandomi lassù, Enrico  mi fece un regalo per il mio compleanno n° 19) ai primi di giugno 1993, quando rifeci ancora una volta lo spigolo con Claudio, penso di averlo salito una ventina di volte, gustandomi sempre appieno la salita, non troppo lunga, varia e divertente, ricca di situazioni caratteristiche e su roccia sicura. Tra tute, non dimentico quella del giugno 1987 con Nicola, quando - sul tratto più impegnativo - venni colto da un misterioso malore e feci un voletto che poteva avere gravi conseguenze, ma per fortuna mi costò solo un grosso livido sulla schiena e un paio di pantaloni da buttare. 
L’ultima volta, condussi lassù un amico di pianura, che credo non avesse mai arrampicato. Giunti in cima, convintissimo che - data la bella giornata, poco meno che primaverile, e la salita rilassata che avevamo compiuto - Claudio fosse rimasto soddisfatto, mi aspettavo un apprezzamento sulle rocce dove "ero di casa" da oltre un quindicennio. 
Con aria di sufficienza, l’amico invece brontolò che una scalata che raggiunge una cima su cui si sale a piedi senza difficoltà, ci si ferma a far merenda allegramente e magari si lasciano rifiuti a non finire (ma quante cime così ci sono...), per lui non aveva tanto senso. 
Forse anche un po’ colpito da questa risposta, da allora non salii più il divertente spigolo del Sas de Stria.

30 lug 2014

Villa Sant'Hubertus e la sua triste fine (400° post di ramecrodes!)

La villa di caccia denominata "Sant'Hubertus" a Cortina fu costruita alla fine dell'800 per iniziativa di due ricche donne, la contessa inglese Emily Howard Bury e l’americana Anna Powers Potts, 
La realizzazione dell'edificio o, per lo meno, i progetti e le richieste alla Regola Alta di Larieto, proprietaria del terreno, di acquistare un appezzamento sui prati detti “de Castèl”, erano già iniziate nel 1896. 
Le ricche signore volevano 3-4000 mq di terra, un'estensione impensabile per i regolieri, che diedero loro risposta negativa. Esse allora si rivolsero al Comune, che  da una decina d'anni amministrava i boschi e i pascoli della zona, e con una certa facilità ebbero il permesso di costruire la villa desiderata sul piccolo colle presso il Tornichè, a sinistra della stradina che sale a Ra Stua. 
Raro disegno della Villa Sant'Hubertus
(photo courtesy of bellunopress.it)
Ai regolieri d'Ampezzo non rimase altro che chiedere il compenso per il mancato esercizio del diritto di erbatico sui 5200 mq ceduti dal Comune alle nobili, pretendere il ripristino del luogo dal quale era stata estratta la ghiaia per la costruzione (che si trovava di fronte al colle, sul lato destro della strada) e il risarcimnto dei danni subiti dal pascolo. 
Nel 1898 le signore ottennero dal Comune anche il permesso di caccia in tutta la zona N della valle d'Ampezzo, che esercitarono fino al 1908. La loro casa, splendidamente arredata, venne abitata dalla fine del secolo, ma non ebbe fortuna. 
Allo scoppio della guerra venne a trovarsi proprio a cavallo dei due fronti, e i soldati di entrambe le linee la saccheggiarono e la cannoneggiarono senza ritegno, finché non ne rimasero che ruderi. 
Qualche anno fa i discendenti di Pietro Siorpaes "Piero de Santo" (1868-1953), guida alpina e fidato guardacaccia delle due signore, che aveva ereditato da loro il colle dove sorgeva la villa, hanno provveduto a far diradare la fitta boscaglia che soffocava gli ultimi ruderi. 
Così, intorno alla fu Villa "Sant'Hubertus" adesso si curiosa, con una brevissima passeggiata dal Tornichè ma con un certo dispiacere, pensando a come doveva essere quel luogo nell'epoca di maggior fulgore.

24 lug 2014

Pezovico, canale S: una via "nuova" del 1986

Grazie all'intermediazione di Saverio, ho avuto in mano un'interessante "pagina di diario". In essa Albert, nipote di Amedeo Angeli (Sindaco di Cortina nel 1956-65, a sua volta nipote di Amedeo Girardi, l'albergatore che nel 1910-11 salì - con le guide Angelo Dibona e Celestino de Zanna - il Campanile Rosà, la parete N della Cima N della Torre Grande e la Torre Quarta d'Averau), descriveva la prima (e anche l'unica?) salita del canale che divide le due cime del Pezovico, la quota 1933 a sinistra guardando da Fiames, e la quota 2014 a destra, entrambe ben visibili dall'ex aeroporto. Nel ringraziare l'autore della salita, meravigliatosi che la pagina di diario interessasse qualcuno a distanza di un trentennio, e l'amico Saverio, assiduo navigatore di questo blog, rilevo due cose. Albert, allora molto giovane, ebbe proprio del fegato ad affrontare in solitaria il canale meridionale del Pezovico, nel quale si notano sospesi alcuni grandi massi di tenuta piuttosto aleatoria; poi, la salita anticipò, e azzerò, una delle pazzie che forse avrebbe attratto anche chi scrive, passato più volte in quell'angolo selvaggio quant'altri mai che è il Pezovico. 
Il Pezovico, col canale salito da Albert nel 1986
 (autunno 2011, foto I.D.F.)
22.9.1986
Salita dell’ultimo canale esposto a S della dorsale del Pomagagnon. Visto il nome del monte alla sua sinistra (salendo), lo chiamo “Canale Pezovico”, e considero che porti alla Forcella Pezovico (Forcella Bassa, N.d.R.)
Salite le ghiaie, si affronta il canale direttamente (15 m., 3) o sulla destra. Risalitolo ancora per ghiaie, si giunge ad un masso incastrato che si supera sulla rosea parete di sinistra (4). N.B. Si può arrivare sopra il suddetto masso per cengette sulla destra, fin dall’inizio del canale (viaz di camosci, non so quanto agevole). Si risale nuovamente per ghiaie e si giunge ad altri enormi massi incastrati che si superano sulla parete di destra (10 m., 4+). Ancora per ghiaie, si arriva dove enormi macigni occludono il canale per più di 20 m. Si superano sulle rocce friabili di sinistra o, come ho fatto, seguendo una cengia che si diparte, guardando la parete di destra, dapprima verso destra poi a sinistra (3). Giunti poco sopra i massi la cengia si interrompe, ed è necessario un aereo salto in lunghezza (3 m), facilitato dal fatto che ci si trova sopra il “piano” di atterraggio (sbagliare può significare volare per i succitati 20 m). Si sale poi comodamente per 30 m fino alla Forcella Bassa. Da qui si scende per mughi a sinistra di un canale che divalla in Val Felizon (Granda, N.d.R.). Centralmente si rinvengono tracce di camosci. Si giunge così al ponte della ferrovia.
Note: impiegate 7 h, tempo eccessivo per i 600 m di dislivello dalla strada asfaltata. Al salto, perso lo zaino con la macchina fotografica, recuperato il giorno dopo, risalendo lungo il percorso di discesa (faticosissimo). Gita che non vale la fatica, comunque si passa. Sulla sella tracce di postazioni italiane e sentieri che si diramano verso destra: è quindi possibile raggiungere l’altra sella erbosa posta più ad E (Forcella Alta, N.d.R.).
Albert Brizio

23 lug 2014

Lido Capo Verde: escursionisti in spiaggia

Apprendo con dispiacere che "Lido Capo Verde", la spiaggia (unica nella valle d'Ampezzo) che sorge in riva al Boite un paio di chilometri a N di Fiames, servita da un ristoro in legno e da un piccolo parco giochi, quest'estate è chiusa. 
La sospensione si deve ad una questione amministrativa insorta con il Comune, in cui non mi addentro, lasciando l'incarico di dipanarla a chi di dovere. 
Osservo però che "Capo Verde", nato una ventina di anni fa sul luogo di una cava di inerti bonificata, grazie alla testarda inventiva di Alessandro Zardini Nòce, il noto “Zóco”, che acquisì con fatica lo spazio dal Demanio e con altrettanta fatica ne fece un angolo turisticamente appetibile, non merita una fine ingloriosa. 
Gestito a lungo da Clara e Alessandro, poi per un breve periodo da Marzia e Marco e oggi da Marcella e Benito, il Lido non serve all'alpinista, ma è al centro di escursioni e passeggiate a piedi e in Mtb, di vario impegno e lunghezza: oltre che in automobile, vi si arriva da Fiames per il Bosco dell'Impero o dal Camping Olimpia per Pian de ra Spines o dal Tornichè per la strada di Pian de Loa, e da qui si può proseguire per lo Sbarco di Fanes, il Ponte dei Cadoris, Antruiles e Ra Stua, il Castello di Podestagno, o addirittura salire sul Col Rosà. 
Peccato dover rinunciare all'unica stagione che il Lido ha, al relax garantito soprattutto nei giorni più caldi, quando il sole arroventa le ghiaie delle rive del Boite e consente di godere di una spiaggia di ciottoli a 1300 m d'altitudine, pasteggiando o sorseggiando una bibita finché i bimbi giocano tranquilli e sicuri all'ombra degli alberi. 
Capo Verde, settembre 2013
(foto I.D.F)

Peccato: in agosto era già previsto di portarci Elisabetta, che a 4 anni non ha ancora visto le nostre montagne; è il luogo ideale per avvicinarla alle Dolomiti, prima esplorando il  Bosco dell'Impero e poi magari raccogliendo i sassolini più levigati nelle anse in cui il giovane Boite scorre ancora pulito. 
Auspichiamo che gli impedimenti trovino un accomodamento soddisfacente, prima di tutto per i gestori che s'impegnano in questa struttura; poi per il sempre più breve turismo estivo di cui vive Cortina; ancora, per l'opportunità di avere centri d'attrazione nella natura e facilmente accessibili come questo; infine per chi non può o non vuol camminare, e qui trova il riposo dopo mezz'ora di passeggiata o una breve pedalata pianeggiante, condite da una bevanda fresca e dal sole, che spesso dardeggia implacabile ai piedi del Col Rosà. 
Sarà per l'anno prossimo?

18 lug 2014

Col Rosà, via normale "controcorrente"

Un oronimo ampezzano che pare facile da interpretare, ma presuppone invece un'indagine etimologica piuttosto “sottile”, è quello della cima che incontra lo sguardo di tutti coloro che, lungo la Strada 51 d'Alemagna, salgono da Cortina verso Dobbiaco: il Col Rosà. 
Denominato in tempi remoti "Crepo del Cetrosa" e "Monte Ola", due nomi oggi del tutto dimenticati, il Col Rosà potrebbe essere debitore del nome attuale, che non ha nulla a che fare con la rosa o l'omonimo colore, alla stessa radice di Monte Rosa, Plateau Rosà, Roisetta, Tète des Roèses e forse qualche altro, perlopiù localizzato nel territorio della Valle d'Aosta. 
Iside sul Col Rosà,
29 maggio 2005 (foto E.M.)
Nel patois locale, “Rosa” voleva semplicemente dire "ghiaccio". Si potrebbe allora arguire che l'oronimo sia tanto antico, da essere stato coniato in tempi in cui la zona era ancora occupata da neve e ghiaccio perenne? La suggestione è del tutto personale, magari anche aggredibile, ma piace pensarla così. 
Comunque, linguisticamente, è bello l'oronimo “Monte Ola”, che si ricollega senza dubbio al retrostante Valon de ra Ola, il canalone detritico (un tempo divertentissimo da scendere, oggi sempre più fastidioso), incuneato fra gli Orte de Tofana e le ultime balze del crestone che scende da Tofana de Inze. Nell'ampezzano di una volta, “óla” voleva dire "pentola", dunque la somiglianza sarebbe derivata da un catino tondeggiante o qualcosa del genere. 
Ma non lasciamoci prendere da disquisizioni accademiche: il Col Rosà è una delle prime montagne d'Ampezzo che chi scrive ha avuto modo di conoscere, giungendo sulla sommità per la prima volta dalla via ferrata “Ettore Bovero” appena inaugurata, 47 anni fa. 
Abbandonate le ferrate, in anni abbastanza vicini abbiamo rivalutato il sentiero 447, quello che fu fatto sistemare a fine '800 dalle nobili Anna Powers Potts e Emily Howard Bury, proprietarie della sottostante, Villa St. Hubertus per salire in vetta ... a cavallo.
In due ore e mezza di salita, questo ripido sentiero collega Pian de ra Spines alla cima; lo abbiamo salito “controcorrente”, visto che esso viene perlopiù seguito in discesa dai ferratisti, per una mezza dozzina di volte. L'ultima, per adesso, in una torrida e indimenticata giornata di fine maggio 2005.

14 lug 2014

Malga Valparola: ... bella scoperta!

Stranamente, non avevo mai fatto caso che esistesse una malga di nome Valparola; se l'avevo notata su qualche cartina, mai avrei pensato che fosse aperta al pubblico e così simpatica! 
La malga ha un curioso, triplice primato: vi si accede dall'Armentarola in Alta Badia, ma ricade per poco in Provincia di Belluno - Comune di Livinallongo del Col di Lana, ed è gestita da una famiglia della Val Pusteria.
Complice un nuovo libro di Oswald Stimpfl su 61 malghe del Sudtirolo, acquistato domenica scorsa in un'altra malga a noi cara, la San Silvestro tra Dobbiaco e S. Candido, abbiamo deciso di andare a curiosare a Malga Valparola: e ci è parsa veramente una bella scoperta.
Il luogo ha interesse per la storia, dato che nella valle che scende da Passo Valparola a In Pré de Vì, o Armentarola, sino al 17° secolo erano attivi i forni fusori del ferro, estratto nelle miniere del Fursil e condotto lassù per la "Strada de la Vena"; in tedesco, infatti, il toponimo "Valparola" è tradotto "Eisenofen", Forno per il ferro.
Un gruppo di fabbricati rustici sul bordo di un pascolo circondato dal bosco, ai piedi della dorsale rocciosa del Settsass (del quale non dimentico la faticosa salita alla cima, sotto il sole cocente, qualche anno fa); capre, cavalli, conigli, galline; un istruttivo panorama sulle cime del Gruppo Cunturines, che spuntano proprio di fronte; un sacco di gente, fra cui tanti bambini, poiché la malga è una meta facile e ideale per i piccoli; un gustoso piatto di salumi e formaggi; da ultimo, i nuvoloni e la solita pioggia che frena quest'inizio d'estate e ci ha scacciato anzitempo da lassù: questi gli elementi principali della visita a un luogo interessante per un'escursione, più vicino a casa nostra dei siti pusteresi che conosciamo, ma mai considerato nelle nostre ricerche di nuove mete.
I cavalli di Malga Valparola (foto E.M., 13/7/2014)
C'è un'allegra confusione a Malga Valparola; ci si rilassa sui vecchi tavoli all'aperto; si mangia bene; il locale è caratteristico; l'accesso non è lungo né faticoso. Merita proprio andare a darci un'occhiata! 
Se poi  la malga rimarrà ancora per un po' così com'è (a me ha ricordato subito il vecchio rifugio Fodara Vedla, tutto di legno e odoroso di omelettes e patate saltate...), costituirà un tuffo all'indietro per i nostalgici di una certa montagna!

12 lug 2014

Sull'Alpe di Lerosa, cinquant'anni fa

Verso la metà degli anni '60, mio padre ricevette l'incarico di "Marigo" della Regola Alta di Lareto; per questo, tra giugno e settembre, doveva salire spesso sull'Alpe di Lerosa, per verificare col pastore la situazione e gli eventuali problemi e necessità del pascolo e del bestiame.
Nell'estate 1965, e forse anche in quella successiva, salimmo dunque lassù quasi ogni domenica, rigorosamente a piedi dal curvone di Podestagno, dove riuscivamo a farci scaricare dal benevolo autista della linea Cortina-Dobbiaco: io avevo solo sette anni, ma ricordo una sensazione strana: che la valle d'Ampezzo fosse tutta chiusa lì, tra Ra Stua, Lerosa e Gotres!
Lassù alla baita che serviva d'appoggio al pascolo conobbi il pastore, un bel tipo poco più che quarantenne che si chiamava Francesco e veniva da Arina, un paesino del basso Bellunese che ancora oggi non conosco, e la sua famiglia.
Con quale stupore, e senza capire il perché, il pastore mi disse che non poteva mangiare zucchero, e per questo aveva sempre al seguito una scatoletta di saccarina! 
Aveva accanto la moglie, di cui ho dimenticato il nome ma ricordo bene che era “bianca e rossa come un pomo” e quando scendeva a Cortina ci portava i panetti di burro coi fiorellini, e quattro figli: Teofilo, Gianna, Antonio e Luciano. Vivevano tutti insieme nel ristretto ambiente del Cason per l'intera estate, sempre a contatto con il bestiame, il sole, il vento, la luna, la neve, la pioggia. Confesso che un pochino li invidiai davvero!
L'Alpe di Lerosa con la sua baita
(photo courtesy G. Mendicino, archivio LDB)
Mi sovviene di aver seguito un giorno Teofilo, che aveva forse undici anni ma era ormai un aiuto pastore navigato, lungo la Val di Gotres fin quasi alla Statale d'Alemagna, per recuperare una manzetta sfuggita dal pascolo; rivedo le bottiglie verdi col latte che i ragazzi usavano per catturare le vipere, le cui teste allora venivano compensate dal Comune con 500 lire l'una; ricordo la confidenza con cui Antonio e Luciano giocavano con le mucche, infilando le dita nelle loro narici umide...; mi pare di risentire ancora le chiacchiere dei grandi, riflesso di un'epoca più semplice, ormai del tutto tramontata.
Al termine dell'incarico, che durò qualche anno, la famiglia scese nella Pedemontana trevigiana per gestire un'attività commerciale, e laggiù uno dei due ragazzi più giovani morì in un incidente stradale. 
Chissà se gli altri familiari sono ancora tra noi, dove vivono, se si ricordano delle estati trascorse in Lerosa, abitando e lavorando sui “pascoli del dio Manitù”, come aveva battezzato l'Alpe il compianto amico giornalista Mario Caldara...

10 lug 2014

Pala del Asco e Pala de ra Fedes, due proposte molto diverse

Nel gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo, ai celebrati pascoli di Lerosa fanno la guardia due elevazioni d'interesse puramente escursionistico, vicine e accomunate da oronimi  dedicati agli ovini. 
Una è la Pala del Asco (del montone, 2300 m), cupola erbosa apprezzata dagli sciatori ma meta anche di una facile escursione estiva fuori dalle tracce segnalate. 
Discesa dalla Pala del Asco verso i Tremonti
(foto E.M., estate 2003)
L'altra è la Pala de ra Fedes (delle pecore, 2733 m), primo dente della cresta NO della Croda Rossa, salita (forse a scopo militare) dall'austriaco Franz Nieberl nel 1915 e in seguito poco visitata. 
Nominata da Antonio Berti e da poche altre fonti, la Pala de ra Fedes richiede un accesso abbastanza delicato, al limite dell'alpinismo. Per la salita, ripida e su terreno instabile, occorre disinvoltura nel muoversi su un terreno friabile, con detriti e poco meno che vergine. In discesa, poi, sul versante opposto a quello di salita si incontra un erto colatoio con salti rocciosi e tracce di camosci, che va a finire in Val Montejela.
Mentre la Pala de ra Fedes è riservata a chi non ha bisogno di Internet, tabelle segnaletiche e bolli di vernice, quella del Asco può essere al centro di un più semplice “tour” naturalistico e panoramico in entrambe le stagioni, magari da completare salendo anche sul Castel de ra Valbònes (2380 m), caratteristico “guscio di tartaruga” incastonato nella vasta fiumana ghiaiosa del Graon de Inpó Castel (ghiaione dietro il Castello). 
Ricordo bene le mie due salite sulla Pala de ra Fedes e la scoperta dei due ometti che al tempo abbellivano la piccola sommità, deserta e riservata a “buongustai” di un certo modo di andare sui monti. Ma non dimentico i vagabondaggi sulla Pala del Asco, sia verde che innevata, i morbidi pendii di magro pascolo e, soprattutto, i tanti camosci che animavano le ghiaie circostanti. 
Peccato non sciare: mi piacerebbe confrontare la Pala del Asco estiva con quella invernale, sulla quale si spinge una sci-alpinistica che so essere frequentata e certamente remunerativa.

29 giu 2014

Malga Stolla, a due passi dalla confusione

La Stollaalm-Malga Stolla, posta a 1930 m di quota sul versante orientale della Croda Rossa d'Ampezzo in Comune di Braies, è un luogo non molto noto, ma con un "che" di particolare. 
Malga Stolla,
photo courtesy commons.wikimedia.org
Pur distando solo mezz'ora dal frequentato altopiano di Pratopiazza, tutto sommato è un angolo appartato, dove di solito non si transita ma occorre recarsi apposta. 
Quando ripetevamo ogni anno la via normale della Punta del Pin, passammo a Malga Stolla un paio di volte: la dimessa capanna era chiusa e pareva quasi abbandonata, per cui non suscitò in noi alcuna  curiosità. Con sorpresa la trovammo aperta e gestita nel luglio 2003, quando arrivammo fin lì con un paio di amici divagando da Pratopiazza, dopo aver salito la Val dei Canopi. 
Qualche tempo dopo tornammo in condizioni nettamente invernali, un 20 novembre, risalendo da Ponticello la valle da cui la malga prende il nome. 
Salendo mi colpì in modo particolare la stradina d'accesso, che d'inverno si copre di numerose cascatelle d'acqua gelata nel freddo tratto inferiore e di neve in quello superiore: quel giorno si camminava bene, ma senza ramponi ci volle tutta l'attenzione possibile, dalla partenza all'arrivo. Il fascino della piccola conca che ospita la malga, seppure questa fosse deserta, in quella giornata "alaskana" è rimasto nel ricordo. 
Immagino che Malga Stolla, ammodernata di recente con una seconda costruzione al fianco e l'allargamento della stradina che viene dalla valle, non voglia/possa aprire anche d'inverno perché, fra l'altro, forse non sopporterebbe un pesante afflusso turistico e non potrebbe garantire un servizio adeguato. 
Il luogo, anche senza mucche al pascolo e pur avaro di sole, riveste comunque un certo fascino anche fuori stagione. 
Quel 20 novembre, unica nostra visita d'inverno, prima di lasciare la silenziosa conca ci pensammo un attimo: ma un brivido di freddo ci diede il "la", obbligandoci a fare gli ultimi due passi e affrontare la consueta, bonaria confusione che pervade Pratopiazza quasi tutto l'anno.

26 giu 2014

Croda de Pousa Marza, meta nobile e illustre

La via comune della Croda de Pousa Marza (m 2504), nel sottogruppo del Popena, non rientra di sicuro nei canoni delle scalate dolomitiche di gran moda. 
Scoperta il 29/7/1884 dalla guida pusterese Michl Innerkofler, che  salì dapprima in vetta da solo e nella stessa giornata risalì portando in cima la giovane cliente boema Mitzl Eckerth, consente di conseguire un torrione esteticamente molto elegante, specie se lo si osserva dalla Strada 48 bis delle Dolomiti, nei pressi del ponte sul torrente Rudavoi. 
Esclusa quella estetica, non ritengo però che la Croda abbia altre pregevolezze: la roccia piuttosto malsicura, oltre alla comune, ha consentito di aprirvi un'unica altra via, ad opera degli Scoiattoli Raniero Valleferro e Alberto Dallago (parete SO, 4/4/1976).
Attratto dalla breve relazione che ne avevo letto su una guida in lingua tedesca, ripetei la via comune della Croda de Pousa Marza con l’amico Roberto giusto vent'anni fa, il 9/7/1994, ed entrambi la giudicammo una vietta simpatica. Tutto sommato, l’Innerkofler-Eckerth non è tanto malvagia, ma originale e godibile: lo ammise anche Visentini, nella sua guida del Cristallo pubblicata nel 1996 e dalla quale ho tratto numerosi spunti per vagabondare fra quelle crode. 
La Croda con il versante di salita, 
dal Corno d'Angolo
(foto E.M., agosto 2008)
Sono circa 100 m di 2° abbondante con due tratti più difficili, su una parete esposta, di roccia non granitica ma neppure infame. Chiodi non ne trovammo, e per sicurezza bastarono vari spuntoni e clessidre: per scendere ci affidammo a tre doppie su cordini, rimasti lassù a memoria della nostra visita. 
La cima era pulita, senza alcuna traccia umana, anche se hanno visitato la Croda in anni lontani alpinisti nobili e illustri: Severino Casara, Alberto Re dei Belgi con le guide Antonio e Angelo Dimai di Cortina (1926), Dino Buzzati con la guida Giuseppe Quinz di Misurina (1930) e molti altri. 
Il passaggio chiave, uno strapiombo di qualche metro da superare di slancio da una cengetta, è solido e atletico. La via conserva tutto il sapore pionieristico ed esplorativo proprio dei suoi 130 anni di età: sommata all’accesso per il circo esterno dei due dominati dal Piz Popena e alla discesa per quello parallelo, ancor meno battuto, riempì di gioia quella lontana giornata.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...