16 mar 2011

La Via Inglese in Tofana, un itinerario dimenticato

Il 30/1/1955, Albino Michielli Strobel e Guido Lorenzi realizzarono in giornata la prima invernale della “Via Inglese” sulla parete SW della Tofana di Mezzo.
La via (aperta l’11/8/1897 da Phillimore e Raynor con le guide Antonio Dimai e Giuseppe Colli), rientra nel novero delle “vie inglesi” sulle Dolomiti. Presenta difficoltà di III e IV, e per salirla si prevedevano in media tre ore.
L’Inglese riscosse un certo favore nell’epoca d’oro dell’alpinismo, tanto che nel 1898 un difficile camino fu facilitato con alcuni metri di corda metallica. La via compariva già a fine Ottocento nel tariffario delle guide di Cortina: per salirla, si prevedeva un giorno e mezzo ed erano richieste 50 corone. Nel tariffario del 1962 la salita era ancora presente, e per effettuarla erano richieste 20.000 lire.
Penalizzata dal lungo accesso e dall'altrettanto lunga  discesa, dall’apertura della via ferrata sulla cresta SE della stessa Tofana (1957) e dalla costruzione della funivia fino in vetta (1971), l’Inglese fu abbandonata. Vittorio Dapoz, che gestì per un quarantennio il Rifugio Giussani, sosteneva di non aver mai incontratoin rifugio, almeno nei primi vent'anni, alpinisti intenzionati a salire la via!
Incuriosito dal destino dell’itinerario, mi presi la briga di contare le salite annotate nel libretto posto in vetta alla Tofana dall'agosto 1938 all’agosto 1958. Salvo errori ed omissioni (purtroppo vari dati si leggono con difficoltà), pare che in un ventennio abbiano salito la parete solo 147 persone.
L’anno di maggior afflusso fu il 1955, quando in un giorno salirono 13 belgi, divisi in sette cordate e accompagnati da altrettante guide. Nel 1938, 1944, 1952, 1954, 1956, 1957, 1958, lungo l’Inglese non si avventurò nessuno!
La media di 7-8 salitori l’anno è proprio scarsa, per una via che ai primi del ‘900 rientrava fra le più famose d’Ampezzo. Essa, come detto, sconta la lunghezza dell’accesso e del rientro, la quota alla quale si svolge e l'abbandono generale di scalate isolate, scomode, ombrose, con roccia sporca e protezioni scarse.
Nell'elenco appare un unico solitario, Luigi Menardi "Amanaco", salito nell’estate 1950. Sono rare le cordate accompagnate da guide, la prima delle quali nel 1942, e risultano pochi anche i salitori stranieri.
Alla fine dei conti, nel ventennio esaminato la “Via Inglese” sulla Tofana di Mezzo non ha sofferto d’eccessiva frequentazione, e in seguito forse ancora meno: chissà se qualcuno si prenderebbe la briga di rivisitarla?

15 mar 2011

L’ometto di vetta più particolare che ricordo

Nel centro la Torre Lagazuoi
L’ometto di vetta più particolare che ricordo? Senza dubbio quello che trovai con Enrico trent'anni fa, un lunedì di luglio del 1981, sulla Torre Lagazuoi. Lo snello pinnacolo si eleva circa 500 m a NW di Forcella Travenanzes, ben visibile e staccato dalla parete retrostante. Quel giorno ne raggiungemmo la sommità da S, per la via aperta l’8 settembre 1946 da Ettore Costantini, Mario Astaldi, Luigi Ghedina e Ugo Samaja: un itinerario godibile, non molto lungo né eccessivamente difficile, un po’ infido nel tratto basale esposto alla caduta di sassi. Approfitto per segnalare che a pag. 219 della guida “Berti”, la relazione di questa via ha una data errata. Essa non dev'essere stata salita l’8 settembre 1944, perché quel giorno (vedi a pag. 105) Costantini apriva con Armando Apollonio un'altra via sulla parete SE della Croda da Lago. In cima, nel piccolo spazio fra roccia e cielo, trovammo un cumulo di sassi immobili e coperti di licheni, che forse nessuno aveva mai smosso: eppure erano trascorsi “solo” 35 anni dal passaggio degli Scoiattoli! Quell’ometto mi infuse la stessa emozione che avrei provato se fosse stato costruito molti anni prima, magari da Siorpaes, Preuss o Dibona. Su quella cima poco battuta era (e magari oggi, tanto tempo dopo, è ancora) l’unica testimonianza dell’uomo: niente rompeva la perfezione del piccolo ripiano dove ci trattenemmo per un lungo attimo, riposando i muscoli e il cervello. Lassù ebbi una sensazione strana: pur trovandoci in una zona non proprio remota né abbandonata, eravamo sospesi su un quadratino roccioso a 180 m da terra, su una guglia dove pochi avevano avuto occasione di salire, in un angolo del mondo in cui solo un cumulo di pietre antiche scalfiva la naturalezza del luogo. Quasi mi dispiacque muovere alcuni sassi per passare: scendendo mediante un paio di aeree corde doppie ed una serie inaspettatamente agevole di camini lungo la parete orientale, ci muovemmo con rispetto, per non molestare la Torre, che fino a quel momento aveva avuto il destino di essere disturbata rare volte nella sua gran quiete.

14 mar 2011

Pensieri sull'alpinismo e gli alpinisti

L’alpinismo è un concetto definito; “la pratica di scalare le montagne e la tecnica che a ciò si richiede”. Giova però dividerlo in due categorie: l’alpinismo della necessità (la vita del montanaro, antica come le montagne) e l’alpinismo della volontà (il turismo alpino propriamente detto, che nelle Dolomiti ha 150 anni). Tutti gli abitanti delle montagne sono alpinisti, da sempre. Lo erano sicuramente i contadini, costretti a dissodare, arare e falciare fazzoletti di terra per ricavarne magri raccolti, in luoghi impervi, erti, pericolosi. La storia è ricca di “martiri” di questa vita: nell’800 una donna ampezzana precipitò dalle ripide Pales de Perosego durante la fienagione. Alpinisti erano i boscaioli, impegnati nel duro lavoro in situazioni atletiche, anche se limitate alla cintura mediana della valle: oltre i 2000 m, infatti, gli alberi che offrono buon legno si fanno rari e salire non serve. Erano alpinisti i pastori, che per sfruttare al massimo il territorio per l’allevamento spingevano i loro armenti su pendii prativi, cenge erbose isolate, raggiungibili con manovre spericolate. Gli alpinisti per eccellenza furono i cacciatori e i bracconieri, sempre spinti dalla necessità di sopravvivenza. Per secoli, costoro si avventurarono su cenge, pareti e cime alla ricerca del camoscio o del gallo cedrone, da portare in tavola o esibire come trofeo d’arditezza e di coraggio. I cacciatori, più degli altri, affinarono la tecnica alpinistica, sviluppando in modo proverbiale il senso dell’equilibrio, il fiuto nella ricerca dei passaggi, l’abilità nel superarli con attrezzi primitivi, la furbizia nel sorprendere gli animali, l’infallibilità nel colpirli (a Cortina un cacciatore ampezzano, poi divenuto guida, in vita sparò forse 200 colpi di schioppo, ma ad ognuno corrispose un camoscio, che rallegrò la magra e monotona dieta familiare, consentendo a lui di vivere fino ad 82 anni). Alpinisti furono i topografi, mandati dagli eserciti a misurare l’altezza delle cime, porre punti trigonometrici sulle vette, riordinare la toponomastica spesso confusa delle catene montuose. E’ nota la storia della Rocchetta di Campolongo, che i topografi scalarono già nel 1779, se non prima, per fissare uno dei confini tra il Tirolo e l’Italia. Alpinisti, infine, furono i guardaboschi e i guardacaccia, instancabili camminatori e perlustratori del perimetro boschivo della valle, ma anche di numerose cime. E’ principalmente merito loro, insieme ai cacciatori, se l’alpinismo nacque, si sviluppò ed ebbe fortuna. Mancano all’appello i raccoglitori di erbe alpine e prodotti del bosco, portato di un’epoca abbastanza recente e di un ritorno alla natura. Nell’antichità si usavano più di oggi le erbe e le bacche, meno i funghi: nei vocabolari dialettali, infatti, i termini botanici e micologici non hanno una vasta messe di corrispondenze, ma sono perlopiù generici.

12 mar 2011

Nel silenzio del lago

11 marzo 2011, nel silenzio del Lago
D'estate, la capanna che da tre quarti di secolo sorge sulle sponde del Lago d'Aial, il mediano dei tre specchi d'acqua della Val Federa, è una meta comoda, piena di sole e molto frequentata. Noi vi saliamo abbastanza spesso, sfruttando le varie possibilità che convergono tutte al lago: da Campo di Sotto, da Mortisa, dalla diga di Ciou del Conte, o infine, ed è la soluzione meno battuta, dalla strada del Passo Giau scendendo attraverso la località detta “Ra Sapada”. D'inverno ci andai la prima volta anni fa con amici, con il proposito di curiosare fra i “Cuaire”, le fenditure rocciose celate dal bosco che si aprono nelle immediate prossimità del lago ed erano frequentate già nell'800. Sulla porta d'ingresso del rifugio, allora chiuso, un “libro di vetta” invitava i visitatori a lasciare traccia del loro passaggio. Qualche anno fa i gestori si sono muniti di un piccolo battipista, con il quale liberano il tratto di strada che si stacca da quella diretta a Croda da Lago e consentono di salire all'Aial anche con la neve. L'esperienza è interessante, l'escursione non è molto lunga, si svolge in un ambiente solitario e silenzioso e merita la prova. Il rifugetto non potrebbe ospitare le folle di gitanti in sci, ciaspe o a piedi che invadono d'inverno altre strutture, per cui vi si sosta in tranquillità. In questi giorni lo specchio gelato del lago si va pian piano sciogliendo; il terreno sente già un po' di primavera e, anche se le sponde sono bianche e la strada che sale è ancora innevata e un po' scivolosa, la stagione avanza. Il luogo non sarà una base per ascensioni famose o tappa di trekking chilometrici, ma vi si sale volentieri per avvicinarsi ai vasti boschi di Federa, ricchi di natura e di leggende.

11 mar 2011

Il Corno d'Angolo

Bella punta dolomitica che sopra il Graon de Rudavoi conclude l’inflessione ad angolo retto del ramo delle Pale di Misurina, il Corno d’Angolo domina il torrente Rudavoi e l'avveniristico ponte, dai pressi del quale  si può ammirare. Da N (Val Popena Alta), è facilmente accessibile, ed è plausibile che sia stato salito in epoca antica da valligiani. Il Corno entra nella storia dolomitica con la prima salita per roccia, dovuta ad Emilio Comici, che nel 1933 superò lo spigolo S con Sandro del Torso. Nel 1955 sul Corno venne tracciato un altro itinerario, del quale manca la relazione; un'altra via è stata aperta nel 2009 da alpinisti triestini. Chi scrive vi scoprì il teatro di una salita in ambiente solitario e ancora poco battuto, nell'estate 1991. In questo ventennio vi sono tornato alcune altre volte, e mi ci sono affezionato, reputando meritevole la breve “via normale”, sia per la natura in cui si svolge, sia per il panorama, sia per la tranquillità dei luoghi, dove passa quasi più gente d’inverno che d’estate. Per salirvi, dalla sella coi ruderi del Rifugio Popena si risale la conca erbosa e detritica ai piedi del Piz Popena, mirando all’ultimo marcato dosso sul lato destro orografico. Giunti su una sella erbosa che si affaccia sul versante del Passo Popena, seguendo gli ometti si rimonta per una cinquantina di metri di dislivello il pendio N del Corno, con passaggi friabili di I, su roccia talvolta un po' bagnata. Sulla cima c’è un bastone, infisso fra due massi che si affacciano sull’esposto versante S, e un minuscolo libro di vetta, con le firme dei pochi appassionati che conoscono la cima.
Salendo verso il Corno d'Angolo, 9 agosto 2004

8 mar 2011

Prima Fiames d'inverno, sei lustri orsono


Non sembra, ma era inverno! Enrico e io sulla "parè", 23/1/83
Forse sarete anche stufi di sentirvi propinare le "cronachette alpestri" di chi scrive, in sostanza avventure dal I al IV, con qualche bella puntata un po’ più in alto. Ma tant’è: questo ho da offrire, nel rievocare alcune lontane giornate, e cerco sempre di farlo nel modo migliore. Prima di chi legge, soddisfa me stesso ricordare esperienze piacevoli, istruttive e che tornano spesso alla mente con piacere. Riprendo un argomento trattato spesso, ricordando che una delle mie due salite alpinistiche preferite è stata la parete S della Punta Fiames, per la via Dimai-Verzi-Heath del 1901. Dopo le prime due salite della “paré”, nell’estate 1976, lasciai passare qualche annetto, dedicandomi ad altro. Lunedì di Pasqua 1980 ripresi la strada della Fiames con Enrico: impiegammo molto per domare la via, in una giornata grigia e fredda: la soddisfazione fu sempre grande, anche se allora salivo solo da secondo. L'8/3/1981, giusto trent'anni fa, avvenne la quarta salita, prima d'inverno; era con noi anche Andrea, forte scalatore feltrino che morì qualche anno dopo in un incidente di moto. In agosto la quinta, che feci da primo, per fare esperienza ed anche per necessità, poiché il mio compagno non si sentiva di farlo. Nelle salite che sono riuscito a realizzare sulla via, c’è stato anche lo spazio per un’altra invernale in condizioni estive, una in meno di due ore “in conserva”, una in dolce compagnia, una conclusa con un piccolo incidente, una invernale con annessa piccola "cioca" in vetta. Per completezza, devo citare l’ultima, mezza salita: eravamo in tre e arrampicammo così lenti che sulla cengia inferiore (preso da arcani timori) proposi di tornare a casa se non volevamo uscire alle otto di sera. Il rientro, lungo i nuovi ancoraggi, fu veloce e divertente, ma un po’ mesto. Da allora non ho più sfiorato le rocce della “paré”, che ho percorso almeno una volta l’anno per un ventennio esatto e sulle quali devo dire che mi sono sempre divertito.

6 mar 2011

'Son là che no n é negun!

D'estate e d'inverno, quando usciamo in montagna, spesso mia moglie ed io ci palleggiamo un motto in ampezzano (di nostra invenzione) " 'Son là, che no n é negun ", che sarebbe a dire " Andiamo lì, che non c'è nessuno ". Il motto serve a indicare una malga, un rifugio, un sentiero una vetta che, secondo noi, nessuno  o pochi nostri paesani e confinanti frequentano e dove è quindi poco probabile dividere lo spazio con qualcuno che conosciamo. Orbene: pensavamo che domenica 6 marzo fosse lo stesso per la Obere Steinzgeralm -  Malga Montale di Sopra, rustico ristoro a 1891 m alto sopra il Lago di Anterselva, sui pascoli - frutto di antichi disboscamenti - che scendono dalla Rote Wand, panoramica e frequentata cima terza in altezza degli amati Monti di Casies. Saliamo in malga tranquilli, in una splendida giornata ormai pronta alla primavera; pranziamo, riposiamo e ad un certo momento chi vediamo sulla porta? Capo, Cencio, Magico, Martina e Mimmo (sono nomi e soprannomi noti nell'ambiente "crodaiolo" fra S. Vito e Cortina), un gruppo di appassionati che tornava da una magnifica scialpinistica sulla Rote Wand. Loro stupiti, e noi più di loro, di scovare ampezzani e cadorini in un angolo di Sudtirolo a due passi dal confine austriaco, che ingenuamente pensavamo di conoscere noi e pochi altri: ma si sa che la Montagna non ha confini, e poi alla Obere Steinzgeralm la birra è veramente buona ... 
Croda Rossa - Rote Wand, dal Lago di Anterselva

4 mar 2011

Un'idea per quando finirà l'inverno: l'anellino di Crepa

Quando finirà l'inverno prendiamo l’autobus, la macchina o saliamo a piedi oltre le case di Col, fino al caratteristico masso, già palestra di roccia, che incombe sulla strada prima della galleria. Qui vicino c'è il rinomato belvedere dove tanti automobilisti e motociclisti in transito si fermano spesso per ammirare Cortina. Di fronte a noi un sentiero, risistemato e segnalato qualche anno fa, s'imbuca fra i roccioni che strapiombano sulla strada. La traccia sale ripida nell'ombroso bosco di faggio, intercalato da salti di roccia dove ricordo che un tempo c'era un tratto di grossa fune di ferro per sicurezza. Rasenta poi una protezione di legno, dalla quale si ammira un bel panorama, e finisce sul piazzale dell’Ossario, un monumento che spesso neppure noi conosciamo e visitiamo. Dopo una breve sosta, sul retro dell’Ossario imbocchiamo il sentiero numero 451, che attraversa la rocca e scende fra gli alberi, con qualche altra facilitazione dato l’ambiente scosceso, giungendo in vista della strada d'Inpocrepa, fra Lacedel e Pocol. Passato un tratto sotto roccia, prima di congiungerci con la strada, dobbiamo deviare a destra e per una pista poco marcata tra gli alberi torniamo al punto di partenza. In un’oretta avremo compiuto una passeggiata ad anello piacevole e interessante. Caratteristiche del percorso: qualche anno fa, fra i roccioni di Crepa abitava la colonia di camosci più “meridionale” d’Ampezzo; sul sentiero raramente si trova qualcuno; soprattutto nel tratto in salita (che comunque si può fare anche al contrario), l’atmosfera è quasi ottocentesca, un po’ gotica e misteriosa. La camminata è gradevole, perché siamo appena sopra le case e pare di essere molto più in alto, e fra quelle rocce sembra ancora di vedere Maria de Zanin, il soldato che la insidiava, le anguane dei boschi di Federa e tanti altri leggendari personaggi.
Scendendo da Crepa verso la strada, 12 novembre 2006

2 mar 2011

1993-94, sul Campanile Toro



Un’ascensione portata a termine felicemente per due volte, nelle stagioni in cui, mantenendo l’interesse e l’entusiasmo per l’arrampicata e facendo sempre tutto con soddisfazione, abbassavamo man mano i gradi di difficoltà da affrontare, fu la normale del Campanile Toro, nel gruppo degli Spalti omonimi. Si trattò di un’esperienza completa ed interessante, tanto più pregevole perché fuori degli itinerari battuti. Ne serbo un buon ricordo soprattutto per l’orrenda sfacchinata che, come tutti i candidati alla vetta, dovemmo obbligatoriamente sorbirci per giungere all’attacco dal Rifugio Padova. Oltretutto la via fu piuttosto breve, condensandosi in circa un’ora di ginnastica attraverso camini e pareti interessanti e mai snervanti. Ma se il gusto della salita in sé si concentrò in poche lunghezze di corda, dopo un buon paio d’ore di cammino su ghiaioni ripidi e con poche tracce, lo scenario nel quale è inserita la sommità ed il colpo d’occhio che si dispiega da lassù, ci ripagarono sicuramente delle fatiche sopportate. Anche per noi (Carlo, Federico, Orazio, Roberto, Tomaso e l’onnipresente narratore di queste storie) la normale del Toro fu un’ottima occasione per avvicinarsi ad un mondo che conserva in buona parte le caratteristiche genuine incontrate dai primi salitori, gli austriaci Berger e Hechenbleickner, giunti per primi sulla vetta già vista da Domegge, il 22 luglio 1903. Del Campanile Toro, sul quale hanno lasciato la firma illustri alpinisti come Piaz, Stösser, Molin e i Ragni cadorini, ho gradita memoria ma quasi nessuna immagine. Il piacere di toccare, in punta di piedi, vista l’apparente fragilità della cima, la piccola piattaforma sommitale e di lassù far rintoccare la campana issata nel 1952, che si sente fino al Rifugio Padova, oltre 1000 metri più sotto, fu entrambe le volte inimitabile.

27 feb 2011

Una scoperta nel gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo

La "Tetta" con le Tofane sullo sfondo, luglio 2007
Ospiti del Rifugio Biella in occasione dei festeggiamenti per i cent'anni della costruzione, in una mattina di luglio 2007 ci capitò di salire una cima nuova. Una cima la cui vista s’impone, oltreché a chi guarda dal Rifugio verso S, anche in alcune cartoline del Biella di epoca austro-ungarica e dei primi del '900. La montagna non ha un nome, ma un pregio: il panorama che offre, nel quale si riescono a intravvedere persino la valle e i nuclei abitati più a N d’Ampezzo. Anche per questo gli escursionisti, non solo tedeschi, che salgono sempre numerosi soprattutto da Braies, mentre sostano al rifugio in attesa di riprendere le forze e la marcia, salgono la “Tetta”. Questo è il singolare ed evocativo oronimo che qualche burlone ha dato alla cupola arrotondata di sassi ed erba (non quotata, né indicata nelle carte che ho consultato), che emerge dall'altopiano di Fosses proprio in faccia al rifugio, dal quale si sale in meno di mezz’ora e senza difficoltà. In cima c'è un ometto e nessun altro orpello: il silenzio è assordante e si gode una grande visuale sul gruppo della Croda Rossa e su altre crode più lontane. La “Tetta” fu sicuramente raggiunta in epoca antica, magari dai cacciatori che scrutavano l’orizzonte alla ricerca degli ungulati, un tempo numerosi su quelle lande, che oggi si stanno lentamente ripopolando. Senza importanza per i collezionisti di vette ma utile per trascorrere un po' di tempo in relax, la cima è una delle ultime d'Ampezzo iscritte nel mio taccuino, ed è stata una gradevole sorpresa.

22 feb 2011

129 anni fa, la prima invernale del Cristallo?

Un episodio della storia dolomitica che merita sicuramente di essere approfondito, non fosse altro che per l'incertezza nell'esatta collocazione temporale, riguarda la prima salita invernale del Monte Cristallo. Tentata da Santo Siorpaes e Moritz Holzmann già sette anni dopo la conquista, nel gennaio del 1872, ma fallita per l'eccessivo innevamento, l'ascensione riuscì alla guida Pietro Dimai Deo con Bortolo Alverà, quest’ultimo apparso e subito scomparso dalla storia delle Dolomiti poiché non era un alpinista, ma l’Imperial Regio Maestro Stradale (come Santo Siorpaes, ma sulla strada del Passo Tre Croci). Piero de Jenzio (1855-1908) e Bortel de chi de Pol (1849-1922) vinsero il Cristallo il 22 novembre 1882. Per qualche fonte, per alcune altre, invece, era il 22 febbraio, quindi esattamente 129 anni fa). La guida aveva ventisei anni, e il suo compagno di cordata trentatrè, moglie e figli. Le maggiori difficoltà incontrate dai due ampezzani si dovettero sicuramente ascrivere al freddo, giacché l’itinerario si svolge fra i 2808 e i 3216 m di quota; le difficoltà sono alla portata di ogni alpinista che abbia piede fermo e abitudine all’esposizione, ma d'inverno le pareti poco ripide sono le peggiori, e non credo che in centotrent'anni quell’invernale abbia avuto ripetizioni a iosa. Chissà come Piero e Bortel videro la valle d’Ampezzo dalla cima del Cristallo: i suoi villaggi, i campi e i prati coperti di neve e immersi nel silenzio, un quadro da presepio che purtroppo non raccontarono per iscritto e si può solo immaginare. Quella fu la prima salita invernale di una montagna in Ampezzo, bissata nove anni dopo, il 10 dicembre 1891, dal medesimo Piero col cugino Tone e la cliente olandese Jeanne Immink sull’ancor più impegnativa, anche se molto più bassa Croda da Lago.


Cristallo e Piz Popena da Tre Croci, fine '800 (racc. E.M.)


20 feb 2011

A Forcella Maraia

Nel 1996, la prima volta che salimmo d'inverno a Forcella Maraia, il Rifugio Città di Carpi era chiuso. 15 anni fa, i rifugi e le malghe del circondario che offrivano ospitalità nella stagione fredda erano pochi, e Maraia era il regno degli scialpinisti, che infatti trovammo regolarmente davanti al rifugio spazzato dal vento. Qualche tempo dopo, col cambiare delle mode e l'ampliamento a varie strutture della prospettiva di sviluppare il turismo invernale senza sci, il rifugio aprì, e da allora vi siamo tornati in numerose occasioni, 5 negli ultimi tre anni. Usando la seggiovia che sale a Col de Varda, bisogna camminare per qualche chilometro, ma l'accesso al rifugio è quasi tutto in falsopiano. Ne esce una gita di impegno relativo, con dislivello ridotto e un panorama del Popena, Marmarole e parte dei Cadini di Misurina molto interessante. Per questo ogni anno dedichiamo una domenica al Carpi (tra l'altro, lo spostamento in auto è proprio breve). Qualche anno fa, si era provato a battere la strada che dal Rifugio scende per la Val d'Onge sino in Val Marzon, ottenendone una lunga pista di slittino inizialmente ricercata. Nel 2009/10, però, la strada è stata minacciata da una valanga, facendo riflettere sull'opportunità di non fomentare il rischio che può celarsi anche in una semplice strada alpestre. Il Carpi, quindi, è meta di una gita invernale fra le più comode del circondario: ovviamente si può “insaporire”, salendo e scendendo da Misurina per il ripido sentiero battuto (ma usato, purtroppo, anche da sciatori e slittinisti ...) che porta a Col de Varda. Così facendo, si aggiunge un'ora buona di salita e qualcosa meno in discesa, alla strada militare che solca comodamente i ghiaioni di Pogofa. Dipende dalle giornate: è certo che andare e tornare a Misurina a piedi dà alla gita un che di escursionistico più sostenuto, ma non è per niente obbligatorio.
Dai pressi del Rifugio Città di Carpi verso le Tofane, 20 febbraio 2011

18 feb 2011

Un rifugio romito

Il Rifugio Romiti sul Monte Froppa, nel gruppo del Cridola in Cadore, è una scoperta recentissima, poiché è stato aperto il 3/10/2009. La prima volta che ci siamo saliti era già primavera, poiché l’escursione è del 28 marzo dello scorso anno. Nonostante la data evocasse ancora la stagione sciistica, è stata la nostra prima gita della stagione su terreno asciutto. Il rifugio nasce dalla ricostruzione dell'eremo innalzato nel 1720 sul boscoso colle del Froppa, che diede ospitalità per alcuni anni ad un gruppo di eremiti dediti all'orto e alle api. Il posto è singolare: per arrivarci, vale la pena seguire la nuova Via Crucis che sale a ripidi tornanti fra gli abeti, mentre per scendere è consigliabile seguire l'antico “Troi de Maricona” e transitare per la Casera Malauce, dove pascola un gregge di capre. L'originalità del luogo, poco lontano dal lago del Centro Cadore ma frequentato fino a pochi anni fa solo da locali per onorare S. Giovanni Battista; la cordialità dei gestori; la quota del "Monte", che tocca soltanto i 1164 m ma si trova in un ambiente proprio “romito”, mi hanno indotto a tornarci in autunno ed a pensare di visitarlo anche in bel fine settimana invernale, quando la stradina forestale è battuta, mentre la Via Crucis si sale solo con le ciaspe. Come accade spesso con le novità, ho diffuso abbondantemente il nome del Rifugio, perciò le visite di amici dall’Ampezzano sono già frequenti. Saluto quindi con piacere l’apertura di questo rifugio, che non farà certo da base per leggendarie arrampicate o grandi traversate, ma costituisce un bel punto d’incontro fra amanti della montagna, della buona tavola e, perché no, un esempio di promozione turistica, se e dove possibile, da imitare.
Rifugio Romiti, 28 marzo 2010

16 feb 2011

Santo, Pietro o Giovanni? Un caso storico-alpinistico del 1893

o
Pietro Dimai, Giovanni Cesare Siorpaes e Antonio Dimai - Ospitale, 1895
In “Wanderungen in den Dolomiten”, opera del barone Th. von Wundt tradotta in “Sulle Dolomiti d’Ampezzo” e pubblicata qualche anno fa dalla Cooperativa di Cortina, nel capitolo sul Rauhkofel appare l'immagine di uno strapiombo dal quale scende un alpinista a corda doppia. A destra in basso, un altro alpinista lo osserva. Ritengo che la fotografia, scattata nel 1893, sia al centro di un'inesattezza, tramandata da numerose fonti. In alcune pubblicazioni, i cui autori forse non lessero, o interpretarono male l'originale tedesco, l’alpinista a destra viene infatti, a ragione, riconosciuto nella guida Mansueto Barbaria Zuprian (1850-1932). Quello che scende sulla corda sarebbe invece Santo Siorpaes Salvador (1832-1900), antesignano della scoperta delle Dolomiti, attivo fra gli anni '60 e '80 del secolo XIX. Wundt però non parla mai di Santo, ma del “Santobua”. A mio parere, “Bua”, appellativo di un casato ampezzano oggi estinto, è la corruzione tirolese del tedesco “Bube” “ragazzo, moccioso”. Nel testo, la traduttrice scrive, con maggiore precisione, “il giovane Santo”. All'epoca della fotografia, scattata durante la traversata da Schluderbach alla Valfonda attraverso la cima del Rauhkofel, Santo Siorpaes aveva 61 anni e si era ormai ritirato dalle scalate più ardimentose. Per questo "il giovane Santo" potrebbe essere uno dei suoi figli, Pietro (1868-1953) o Giovanni Cesare (1869-1909), guide già affermate. Non intendo certo privare Siorpaes del piacere di un’eventuale impresa tardiva, che andrebbe a sommarsi a quelle compiute nel ventennio migliore. Rilevo però che talvolta, anche in queste ricerche, un termine frainteso rischia di stravolgere fatti che agli storici dell'andar per crode interessano da vicino. La traversata del Rauhkofel (cima minore del gruppo del Cristallo, salita ufficialmente per la prima volta da Wenzel Eckerth con la guida Michele Innerkofler il 2/7/1883 e poi fortificata e contesa durante la Grande Guerra), non ha visto di sicuro molti ripetitori, pur svolgendosi in un contesto suggestivo. Eckerth l’aveva suggerita nel volume “Il Gruppo del Monte Cristallo” (1891): poco tempo dopo, Wundt raccolse la sfida e la compì con successo, ma uno dei due compagni d’avventura forse non era quello che, fraintendendo il dialetto tirolese, si è creduto a lungo.

15 feb 2011

A tu per tu con l'urogallo

Domenica scorsa, il tempo incerto e avvilente ci ha indotto a rinunciare alla salita con gli amici Franca e Giacomo alla Steinzgeralm, sopra il lago di Anterselva e ai piedi della Rote Wand. Il luogo, sia d'estate che d'inverno, merita una giornata serena soprattutto per il contesto ambientale in cui si trova, e ci pareva che il lungo trasferimento non giustificasse una salita, breve ma probabilmente immersa nella foschia. Ci siamo quindi concessi la partenza a tarda ora, come semplici turisti, per andare a pranzo a Malga Rinbianco, sotto le Tre Cime. D'inverno, l'accesso a piedi alla frequentata malga richiede mezz'ora, e quindi dal punto di vista escursionistico ci siamo sentiti "assolti". Giunti a destinazione, però, abbiamo trovato il locale affollato come non mai; per pranzare, ci si sarebbe dovuti munire di biglietto (!) e attendere il proprio turno, ad occhio e croce non bastava un'ora. Veloce consulto e quasi immediato dietrofront; poco convinto assaggio al ristorante sul Lago di Landro, anch'esso strapieno data la giornata insipida, e mesto ritorno a casa, dove comunque ci siamo ristorati con un bel risotto. Prima di salire in macchina, nel giardino che fronteggia la casa Zangiacomi, a pochi metri dal Santuario della B.V. della Difesa, insieme ad alcuni curiosi avevamo potuto ammirare e fotografare un gallo cedrone, che adesso compare come immagine iniziale di questo blog. Con tutto quello che ho girato per i monti in oltre quarant'anni, era soltanto la terza volta in cui mi trovavo a tu per tu con un urogallo, fra l'altro privo di timore. Non è frequente oggi vedere questi pennuti, e pare che questo "frequenti" già da tempo il fondovalle, e soprattutto una casa in Crignes, dove trova qualcosa da mangiare. Quale sorpresa incontrarlo  in centro a Cortina, in pieno giorno, in mezzo al traffico, in questo inverno che non sa d'inverno: stranezze della natura! 

12 feb 2011

Sul monte più basso d'Italia

Credo di avere salito, nell'estate 2009, il monte più basso d'Italia. Non ne sono certo, poiché non so se esista una classifica delle italiche elevazioni montane, ma i 116 metri sul livello dell'Adriatico ai quali si erge il Colle dell'Eremita rappresentano di sicuro un simpatico primato. Ovviamente non si tratta di un monte vero e proprio, ma solo del punto più elevato dell'isola di San Domino, la più frequentata del piccolo arcipelago delle Tremiti, di fronte al promontorio garganico. Dal gregge di case del Villaggio San Domino, sede comunale, bastano circa tre quarti d'ora di camminata per raggiungere il culmine del Colle, prima per una strada pavimentata e scarsamente trafficata che solca la pineta di San Domino, e poi per una sterrata, che ci è rimasta impressa essendo ornata di lampioni sino in vetta. L'elevazione del Colle, piatta, e coperta di bassa macchia mediterranea, ospita i miseri resti della presunta Cappella dell'Eremita, unico relitto storico dell'isola, e schiude un'eccellente visione delle isole circostanti e della più lontana costa pugliese. Ricordo il Colle perché vi siamo saliti con soddisfazione nel tardo pomeriggio del secondo giorno di permanenza a San Domino (si sa che noi cerchiamo sempre le montagne anche in mezzo al mare ...), e la sensazione di stare sulla cima più bassa dello stivale fu per noi straniante.

10 feb 2011

Cime a ricordo di personaggi scomparsi

Ho constatato da tempo che diverse montagne ampezzane sono dedicate ad alpinisti scomparsi. Prendendo in esame solo alcuni gruppi, iniziamo con la Croda da Lago. Là troviamo la Cima Marino Bianchi, dedicata dai primi salitori alla guida ampezzano-cibianese caduta quattro anni prima sulla Torre del Lago. Nei suoi pressi si ergono il Torrione Dino Buzzati, intitolato allo scrittore bellunese che amò la Croda più d’ogni altra cima e nel 1966 vi compì la sua ultima scalata con Lino Lacedelli e Rolly Marchi, e la Punta Raffaele, che ricorda Raffaele Zardini, Scoiattolo caduto durante un volo col deltaplano. Le cime citate sono state battezzate da Franz Dallago, che nel gruppo ha aperto oltre 30 vie nuove. Ai piedi del Nuvolau c’è la Torre Anna: ritengo sia un omaggio di Franz ad una gentile, a noi non nota fanciulla. Sempre Franz è salito per primo su due guglie in Tofana, dedicandone una a Franco De Zordo di Cibiana, caduto in Tre Cime nel ’65 e l’altra ad Albino Michielli, illustre esponente dell’alpinismo locale degli anni ’50-’60. Spigolando qua e là, sul Pomagagnon troviamo il Campanile Dimai (dedicato alla guida che nel 1905 ne superò per primo la parete S), e la Punta Armando, che dal 1950 ricorda lo Scoiattolo Armando Apollonio. Nel Cristallo, infine, il Campanile Dibona è stato dedicato al simbolo delle guide ampezzane, che lo salì nel 1908 e vi tornò con Rizzi e i Mayer l’anno dopo. E così avanti, sorvolando su tante altre montagne, per non trasformare questo pezzo in un elenco telefonico. All’appello mancano comunque molte persone benemerite per Cortina: in nessun luogo, ad esempio, è ricordato Federico "Fritz" Terschak, Accademico del Cai che sulle nostre montagne aprì una ventina di vie nuove e fece tanto anche per lo sci alpino e nordico. Nemmeno Chéco da Melères, prima e storica guida ampezzana, è stato mai omaggiato in alcun modo. Montagne vergini, però, non se ne trovano più, quindi forse gli esclusi dovranno “accontentarsi” di altre forme di memoria!

8 feb 2011

Sul campanile più bello del mondo

In traversata sul Campanile
 Nel mio piccolo carnet d'alpinista non manca il “campanile più bello del mondo”, quello di Val Montanaia. Successe trent'anni fa, l’11 settembre 1981. Partiti con la 127 bordeaux di  Enrico il giorno prima da Trieste, dove studiavamo, muniti di panini al prosciutto e una bottiglia di aranciata, ci fermammo al termine della Val Cimoliana, poco distante dal Rifugio Pordenone. Le nostre finanze non ci autorizzavano a pernottare in rifugio, e così ci limitammo a farvi un salto la sera per una birra in compagnia. In un angolo cenavano soltanto due alpinisti silenziosi, che si presentarono come Vincenzo Altamura, medico milanese, e Stanislav Gilić, fiumano, esploratori delle Dolomiti d’Oltrepiave che solo tre giorni prima avevano aperto una grande via sulla Croda Cimoliana. Nella 127 dormimmo stretti e male, infastiditi per la maggior parte della notte dal gracidio di rane e rospi in una pozza vicina: così, alle cinque eravamo già in cammino lungo la valle che sale verso il Campanile. La salita si svolse regolarmente, una lunghezza per uno (le due più dure capitarono a Enrico!) e senza emozioni particolari, a parte il volo della mia giaccavento dalla seconda lunghezza fino alla base; al ritorno dovetti risalire da solo per un bel tratto, prima di disincagliarla da uno spuntone. Ricordo la traversata poco impegnativa: trovai invece molto scivolosa la Fessura Cozzi, consumata da 80 anni di passaggi, e scomodo il Camino Glanvell, dove dovetti issare lo zaino a braccia. In vetta trovammo un sacchetto del pane con la firma di Mauro Corona, salito pochi giorni prima - mi pare per l’82^ volta - ma non la campana, portata lassù da alpinisti veneti nel 1926 e che ogni “audace” dovrebbe far risuonare. Proprio quell’estate si trovava a Pordenone, nell’attesa di essere riparata! La storica calata nel vuoto degli strapiombi N ci divertì assai: nel primo pomeriggio eravamo a Cortina, già pronti a deliziare gli amici con la storia dell’ascensione ad una delle cime più note e sognate dell’arco dolomitico, "climbing must" della nostra gioventù.

7 feb 2011

Alpe di Nemes, panorami da UNESCO

Con le storiche malghe  Klammbach, Coltrondo e il più recente Rifugio Rinfreddo (queste ultime due costruzioni spostate sul versante comelicese), la malga dell'Alpe di Nemes completa il circuito escursionistico delle malghe di Sesto, nell'area del Passo Montecroce Comelico. Frequentata d'estate e d'inverno per la semplicità dell'accesso e i vasti panorami, Malga Nemes sorge a 1880 m sul pascolo omonimo, già citato nel Medioevo, ai piedi delle varie sommità con le quali inizia la Cresta Carnica. Per giungervi, le soluzioni e i tempi sono vari: 2 ore da Moso, 1 ora abbondante dal Montecroce, qualcosa di meno dal forte di Mitterberg sopra Sesto, oppure una buona mezz'oretta di traversata dalla Malga Coltrondo. Ed è in quest'ultimo senso che, fino all'altro ieri, negli ultimi dieci anni siamo passati a Nemes d'inverno, magari per il classico “bicchiere della staffa”. Domenica scorsa invece, dopo tanto, abbiamo voluto salire alla malga direttamente dal Passo, lungo la strada forestale affollatissima di pedoni, sciatori, "ciaspatori" e cani. La prima volta che salii a Nemes coi miei familiari fu nell'89: mi rimase particolarmente impresso un tratto dell'accesso piuttosto erto, franoso e munito di una lunga corda di sicurezza, che poi rincontrai d'inverno, gelato e diventato uno scivolo poco escursionistico. Quel tratto oggi non esiste più (o non ce ne siamo più accorti, ma è meglio così), e l'avvicinamento alla Malga lungo la strada alleggerita da alcune scorciatoie, è tranquillo e panoramico. Certo, a Nemes è improbabile trovare la "pace alpina" che sempre più spesso vorremmo nelle nostre uscite, ma un'escursione in questa zona merita senz'altro: la zona è bella, di ampio respiro, la neve, i boschi le conferiscono un aspetto quasi nordamericano, e la visuale che si gode verso la Cresta carnica e verso le Dolomiti evoca sensazioni, ricordi e progetti.

4 feb 2011

Salviamo un angolo delle Dolomiti patrimonio dell'umanità!


Dalla Rocheta de Cianpolongo, verso i boschi della Valle del Boite: spariranno?
L'angolo di mondo compreso fra le Rocchette e Mondeval è tornato alla ribalta, per svilupparvi un faraonico progetto di sfruttamento turistico invernale: 8 impianti a fune, 16 piste, un paio di rifugi, parcheggi e alberghi a fondovalle. Costo stimato dell'opera, realizzabile in un paio d'anni: 85 milioni di €. Chi ama la Montagna, dà valore alla storia, alla memoria, all'ambiente e condivide la necessità di godere con rispetto della natura e conservarla per le generazioni future, può sostenere l'appello del gruppo di sanvitesi che si batte per arginare la proposta, nella prospettiva di avviare un modello di turismo più sostenibile e rispettoso:

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...