1 nov 2014

Bizzarrie dolomitiche: il "Busc de ra Costa del Pin"

A quota 2450 m circa, non lontano dalle labili tracce che permettono di accedere alla Punta del Pin - poco noto e ancor meno avvicinato rilievo, che fronteggia la parete E della Croda Rossa d'Ampezzo sul confine fra Cortina e Dobbiaco e attrae per l´ambiente remoto e l'apertura su monti e valli - si staglia una singolare finestra rocciosa, che ritengo alta non meno di una decina di metri. 
Il "Busc de ra Costa del Pin" da Pratopiazza
ottobre 2014 (foto I.D.F.)
Non possedendo questa bizzarria dolomitica un toponimo specifico, in occasione della salita che vi compii nell'estate 1998 mi presi la libertà di dargliene uno, che rimane comunque non ufficiale, e la chiamai "Busc de ra Costa del Pin". 
Dai pressi della finestra, infatti, scende verso Cimabanche un costone, ricoperto in basso di conifere e mughi, che limita sulla destra orografica la nota Val dei Canopi. 
Il costone, ostico da percorrere a causa della vegetazione intricata, porta il nome di "Costa del Pin", perché vi prosperano i pini silvestri. Sul filo di esso, i topografi imperiali incisero nel 1789 alcuni dei segni confinari fra le comunità d'Ampezzo e Toblach, ritrovati e descritti nel 1955 dal compianto geometra delle Regole Fiorenzo Filippi.
Credo che il "Busc de ra Costa del Pin", visibile dalla strada che collega i due rifugi della prospiciente Alpe di Pratopiazza, non possa essere una meta rinomata, considerato l'impervio terreno su cui si trova e la mancanza di un accesso definito. Costituisce però una delle tante peculiarità ambientali che rendono ricchi i due parchi naturali che proprio su quel confine comunale, provinciale e regionale si affiancano: il nostro delle Dolomiti d'Ampezzo e quello di Fanes-Sennes-Braies. 
Ho ben presente la prima volta in cui, con un paio di amici, giunsi ai piedi di quella bizzarria geologica. Mi aveva indirizzato lassù il colloquio con un conoscitore delle Dolomiti come l'avvocato Camillo Berti, ancora vivente e attivo, il quale mi disse di aver salito la soprastante Punta del Pin da ragazzo con il padre, lo studioso e scrittore Antonio, "papà degli alpinisti veneti". 
Non fosse stato per Camillo e, prima ancora, per le quattro righe dedicate dal padre alla Punta del Pin nella guida delle Dolomiti Orientali, di quel "Busc" ora non potrei raccontare.

27 ott 2014

Oh, com'era bello! Sulla Torre Quarta d'Averau, 1979

Le caratteristiche di questa salita fanno sicuramente sorridere i climbers di oggi, ormai abituati a valutare le loro performances con cocktail di cifre e lettere e non più con i secchi numeri dall'1 al 6+ che un tempo non troppo lontano marchiavano senza possibilità d’errore le difficoltà dell’andar per cime. 
Un centinaio di metri di III e poco più, su una bella parete esposta di solida dolomia,  in un contesto oggi divenuto sempre  più di falesia; per me è sempre stata una salita emozionante, per motivi sia personali sia storici. Ne ricordo in particolare due.
1) Avevo vent’anni quando - un giorno d'ottobre - salii sulla sghemba Torre Quarta d’Averau con la corda nello zaino, per dominare arcani timori che da qualche tempo mi accompagnavano; 2) la chiave di salita sulla penultima delle Cinque Torri era stata trovata, settant'anni prima, nientemeno che dalla guida Angelo Dibona Pilato, che ci portò l’amico Amedeo Girardi de Amadio nel settembre 1911: quindi una salita sì breve, ma blasonata! 
Torre Quarta Alta e Bassa, trent'anni dopo
(foto E.M., giugno 2009)
Avevo già salito la Quarta Alta alcune volte, e qualche altra la salii in seguito. Certo è che, in quella grigia e nebbiosa mattina d’inizio autunno, riuscii a guadagnare in totale autonomia la cima, dove ricordo di avere sfogliato un libro di vetta umidiccio, costellato da qualche firma illustre, tra cui riconobbi quella di mio zio Lino Lacedelli. 
Goduta la conquista, tre rapide calate a corda doppia, ed eccomi di nuovo sotto l’ampio tetto giallastro ai piedi della Torre, dove le ragazze stavano preparando polenta e salsicce per ristorare la compagnia.

20 ott 2014

Un pensiero per Ferdl del Vallandro (1932-2014)

Ieri, entrando al Rifugio Vallandro-Dűrrensteinhűtte a Pratopiazza inondato di sole, un avviso funebre in tedesco ha subito catturato la mia attenzione. 
Venerdì 17 è deceduto, a 82 anni, Ferdinand Mair. A molti, il nome non dirà un granché; ma a chi conosce il Vallandro fin dagli anni dell'apertura, forse farà venire in mente Ferdl, che dal 1972 divise, d'estate come d'inverno, la gestione del rifugio con la consorte Maria (Midl), vulcanica e sempre pronta al saluto e alla battuta con tutti i frequentatori della "sua" casa.
Nel rifugio, posto sul confine tra i comuni di Dobbiaco, Braies e Cortina, i coniugi Mair trascorsero molti anni. Sono scesi a valle nel 2008, lasciando il fabbricato che avevano acquistato nel 1987, ma ieri mi è parso di scorgere ancora Ferdl in cucina, mentre affettava i cappucci da servire a tavola.
Mair fu anche maestro di sci e guida alpina e per un periodo custodì d'inverno il Rifugio Auronzo a Forcella Longeres. Nell'agosto 1959 ripeté per secondo, con due paesani, la via Elsler sulla torre omonima, una guglia dalla forma "quasi" imbarazzante che emerge per un centinaio di metri dalla cresta del Picco di Vallandro, e si scorge bene dall'altopiano di Pratopiazza.
L'Elslerturm
(foto Iside)
In questi anni la gestione del rifugio è cambiata, e anche il pubblico; al Vallandro, meta facilmente accessibile anche ai pigri e tra i rari rifugi dolomitici ancora aperti (quest'anno chiude lunedì 3 novembre), la splendida domenica d'autunno ha portato una notevole gazzarra, ma ho intravisto ben poche persone conosciute. 
L'avviso funebre è passato inosservato alla maggioranza dei presenti. Ma chi ha conosciuto, seppur di striscio, Ferdl Mair frequentando il Vallandro fin da quando giunse lassù con i compagni della 2a D della Scuola Media e l'indimenticato paleontologo Rinaldo Zardini, per cercare qualche piccolo fossile sull'Alpe di Specie, non poteva fare a meno di rivolgergli un pensiero: Aufwiedersehen und Danke!

14 ott 2014

Ricordo di Marino Dall'Oglio (1924-2013), pioniere delle Dolomiti

Curiosando in Internet, solo ieri (!) ho scoperto in un sito inglese che l'ingegner Marino Dall'Oglio, del quale non avevo più notizie da qualche tempo, “... passed away peacefully on Thursday, 21st November 2013." 
Della scomparsa dell'amico Marino, Accademico del Cai e del Gism, massimo conoscitore della Croda Rossa d'Ampezzo, autore di decine di salite nel gruppo omonimo (e non solo), finanziatore del bivacco fisso dedicato alla prima moglie Pia Helbig, collocato nel 1965 sulla soglia della Val Montejela ai piedi della Croda Rossa e demolito nel 2013, non si era saputo alcunché dal Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, al quale pure Dall'Oglio apparteneva, e il Club Alpino Accademico Italiano ne ha fatto menzione soltanto nella sua riunione di sabato 11 ottobre. 
E. Majoni, M, Dall'Oglio, F. Majoni (Presidente Cai Cortina)
a Ra Stua, durante la cena per il 40° del Bivacco, 31.8.2005

Dall'Oglio meriterà di certo, almeno da parte mia, più di queste quattro righe stese in fretta e furia. Molte piccole cose mi legarono all'amico ingegnere, e ne ho già scritto più volte. 
Per ora voglio ricordarlo sommessamente, come forse lui stesso avrebbe gradito, ripensando alle chiacchierate che facemmo, alle cene all'Hotel Menardi a Cortina, in cui discutevamo di tante montagne, all'escursione del settembre 2004 verso la Punta Nera, cima cui teneva ma che non si sentì di salire, alla sua proposta di nominarmi Accademico del Gism, che si concretizzò nello stesso autunno.
Qualcuno forse dovrebbe prendersi il tempo e il modo di parlare di lui in maniera adeguata: se non ci penserà Cortina, che di sicuro gli deve qualcosa in ambito alpinistico e turistico, lo farò io stesso nelle sedi opportune. 
Ciao, caro Marino: che la tua amata Croda Rossa vegli sempre su di te.

6 ott 2014

Sulle orme di Paul Grohmann: il Col de Giatei

"Le due forcelle sono divise dalla verde cupola del Col di Giatei, che è pure un buon punto panoramico..." Se lo scriveva Paul Grohmann nel suo "Wanderungen in den Dolomiten", già nel 1877, c'è sicuramente da credergli. 
Così, archiviata nei cassetti della memoria, quella montagnola senza pregi alpinistici del sottogruppo del Cernera, punto culminante della cresta che divide la Val di Zonia dalla Val Codalonga e accompagna lo sguardo scendendo dal Passo Giau verso Colle S. Lucia e Selva, è rimasta lì attendendo l'occasione propizia. 
La prima domenica d'ottobre, complice il tempo comunque discreto, il cassetto si è aperto e la proposta è scivolata fuori. Lasciata l'automobile in corrispondenza del Rifugio Piezza, abbiamo iniziato una facile e divertente cresta erbosa. 
Confine di Stato fino al 1918, essa sormonta tre elevazioni che scoscendono sulla Val di Zonia, citata spesso negli scritti del linguista Vito Pallabazzer. Al termine della cresta, la vetta del Col de Giatei, già calpestata da Grohmann, si è rivelata una facile e breve conquista. 
Sulla sommità di quello che da Fedare pare un picco dolomitico, incombendo molto ripido sui tornanti della Sp 638, c'è un ampio pianoro erboso, sul quale troneggia uno strumento di misurazione meteorologica dell'Arpa Veneto, affiancato dai resti di un altro apparecchio, dismesso e lasciato lì a marcire. 
Sulla cima del Col de Giatei, col Pore sullo sfondo
(foto E.M., 5.10.2014)
Il panorama dal Col de Giatei, che raggiunge i 2184 m, abbraccia un orizzonte molto vasto: Averau, Cernera, Civetta, Col di Lana, Lastoi del Formin, Marmolada, Nuvolau, Pore, Sas de Stria, Sasso Bianco, Sella, Settsas e altri monti ancora, tutti davanti a noi, in una quiete scalfita solo da decine e decine di motociclette che sfrecciano sui tornanti della strada di Giau, rinomata palestra per mezzi di quel genere. 
Il ritorno, senza dover necessariamente ricavalcare la cresta, è stato semplice, rapido e coronato da una sosta a Fedare, dove la stagione ha permesso ancora il pranzo all'aperto. E la considerazione finale di entrambi, dopo un pensiero al pioniere dolomitico che ci ha dato quest'interessante spunto, è stata: "Con tutto quello che abbiamo esplorato nelle nostre Dolomiti, aprendo i cassetti della memoria, qualcosa di nuovo da fare si trova sempre!"

29 set 2014

Pala de ra Fedes: ... le rocce della Croda Rossa, bagnate, sono ancor più "sanguigne"...

La Pala de ra Fédes, alle pendici della Croda Rossa d’Ampezzo, non è una cima "normale". Si tratta di un risalto, il primo e il più marcato, della tormentata cresta O della Croda stessa, che inizia dalla conca di Ra Valbones e sale all'anticima della montagna.
Sulla Pala, a 2733 m, c'è un terrazzino detritico, con pochi e stentati fili d'erba. Anni fa ci trovai anche due ometti, eretti forse da cacciatori o da visitatori ricchi di fantasia; mi dicono che sono ancora lì, ma non mi pare siano quelli che ricordo io.
Avevo raccolto l'idea di salire la Pala dalla guida Berti. Secondo la relazione della cresta O della Croda Rossa (percorsa in guerra dal "Papa del Kaiser", Franz Nieberl di Kufstein, 1875-1968) la cima è “facilmente raggiungibile per erbe e ghiaieda Lerosa. Bastarono quelle sei parole: coinvolti i soliti amici, con una salita non proprio facile toccammo la Pala dalla selletta tra Ra Valbones e i Tremonti, popolata da un'inquietante mugheta bruciata dai fulmini. 
Per salti inclinati e abbastanza solidi, quindi per rocce più erte e detriti instabili, in tre ore abbondanti dal diruto deposito di Rufiedo ci trovammo in cima, immersi in un angolo davvero aspro e isolato. Sulla Pala tornai poi un'altra volta, partendo da Ra Stua per cambiare strada e risparmiare un po' di dislivello e di tempo. 
Per scendere ci affidammo a evidenti orme di camosci, che lassù dominano indisturbati. Sul lato opposto a quello di salita, per gradoni e un canale friabile ed esposto, nevoso anche in agosto, toccammo con prudenza, ma senza intoppi, la sassosa testata della Val Montejela e l'ex Bivacco Dall’Oglio.
Dal punto di vista ambientale la traversata fu seducente ma, data la zona impervia, la mancanza di segni, l'instabilità delle rocce, in coscienza non mi sento di descriverla più di così. Dominare Lerosa, Valbones, la Croda d‘Ancona, le Lainores, Ra Stua e Cianpo de Crosc, questi ultimi  due adagiati mille metri più sotto, non fu comunque una cosa che lasciava indifferenti.
I due ometti della cima
(photo by Paolo Colombera, 22.9.2014)
Sulla poco spaziosa vetta regnavano, ovviamente, silenzio e solitudine: la Croda Rossa vegliò materna sui nostri passi, e oggi ricordo ben poche gite così intense. Me l'ha fatta tornare in mente pochi giorni fa il fotografo Paolo Colombera, che così mi scriveva: "... Ci sono stato lunedì scorso (22 settembre, N.d.A.), non ho fatto la traversata perché sono andato su in cima per il tramonto e sono sceso subito dopo per la stesso itinerario, arrivando alla forcella dei mughi bruciati (versante Valbones) quando ormai era buio. C'erano molte nuvole e lassù nevicava leggermente, comunque è stata un'esperienza davvero emozionante, le rocce, uniche, della Croda Rossa, bagnate, sono ancor più "sanguigne" ..." Penso di fargli piacere utilizzando in questo post una delle due splendide immagini che Paolo ha allegato alla sua mail, di cui lo ringrazio ancora, lieto che la Pala abbia colpito la mente e il cuore di qualcun altro.

23 set 2014

Primo giorno d'autunno sul diedro Mazzorana del Popena Basso

Ottantatrè anni fa, il 23 settembre 1931, Piero Mazzorana, giovane originario di Longarone e trasferitosi con la famiglia ad Auronzo, dove mise radici, diventò guida alpina nel 1936 e per un quarto di secolo gestì il Rifugio Auronzo, salì alla base della parete E del Popena Basso, placido monte immerso tra i mughi che guarda il Lago di Misurina. 
Piero aveva individuato una possibile linea di salita, lungo un diedro-fessura, posto a sinistra degli strapiombi gialli che caratterizzano la metà orientale della parete. Risalì il diedro da solo, superando difficoltà classiche e tracciando un itinerario che negli anni a venire, e fino a oggi, avrebbe sempre riscosso un meritato successo. 
L'immagine (bruttina) è l'unica che ho delle mie salite
sulla via Mazzorana del Popena Basso,; risale al 3.9.1984

La via Mazzorana “a sinistra degli strapiombi gialli”, nei suoi duecento metri di lunghezza, presenta passaggi interessanti e roccia buona. Mezzo secolo dopo Mazzorana, spentosi a Merano nell'aprile 1980, in un grigio sabato d'autunno chi scrive ripeteva per la prima volta con il fratello e due amici il diedro sul Popena Basso.
L'itinerario gli piacque, sia per l'ambiente in cui è inserito sia per le difficoltà che erano alla sua portata, per l'arrivo su una cima verde e solitaria e per la discesa rilassante. Così, vi tornò almeno altre tre volte, tenendo sempre a mente lo slancio del ventunenne auronzano che, il primo giorno d'autunno del 1931, aveva toccato da solo quegli appigli, potenziando la palestra di roccia di Misurina inaugurata qualche tempo prima da Severino Casara.

19 set 2014

Il Monte Serla, un'ascensione per l'autunno

Dieci anni fa come oggi, molto allenati perché da tre mesi uscivamo in montagna ogni domenica e anche qualche lunedì, salii con Iside il Sarlkopf-Monte Serla che, con l'antistante Lungkopf-Monte Lungo, è il rilievo più a nord del gruppo del Dűrrenstein-Picco di Vallandro.
Il Serla, che non è certo un picco ardito, cattura la vista fin da lontano, soprattutto provenendo dalla Pusteria austriaca; domina Dobbiaco Nuova con una cupola rocciosa e magramente erbosa, che ha due particolarità. Geograficamente si trova a cavallo fra la media Val di Braies e la Pusteria, costituendo un valido e apprezzato belvedere dal quale si ammirano le Dolomiti di Braies e di Sesto, la catena di confine e, più lontano, le Alpi Austriache. 
A due passi dalla cima (foto I.D.F.)
Geologicamente si compone della caratteristica dolomia omonima, roccia carbonatica colorata dal bianco al beige-grigio tenue, che si presenta da compatta a ricca di cavità, ben visibile sul lato di Dobbiaco e storicamente usata nell'area di affioramento. La cima, che né verso Dobbiaco né verso Braies presenta vie d'arrampicata, si sale per un sentiero abbastanza regolare, che da ultimo presenta due brevi tratti poco esposti. Si può affrontare da quattro punti diversi: Braies Vecchia, per la Sarlscharte (la soluzione più diretta e forse più battuta, che Iside e io scegliemmo per quella domenica di inizio autunno, incontrando diversi escursionisti); Villabassa, per la Putzalm; Dobbiaco Nuovo, per la Suessattel; Lago di Dobbiaco, per la Sarltal. 
Il Serla spunta ditero gli alberghi di Dobbiaco Nuova
Ogni alternativa si attesta sui 1000-1200 m di dislivello e non richiede meno di tre ore; si tratta quindi di salite robuste, ma molto gratificanti. La sommità della montagna è adornata da una bella croce, che fino ad ora ho potuto toccare tre volte.
Ai piedi del Serla si trovano i diroccati e malinconici Altpragserbad-Bagni di Braies Vecchia. Nel 1886 vi passò un ragazzo carinziano, in vacanza coi genitori ai Bagni di Braies Nuova. Nei vent'anni seguenti, fino alla prematura scomparsa, avrebbe perlustrato gran parte delle Dolomiti Orientali, compiendo decine e decine di esplorazioni e scrivendo articoli e libri di valore. 
Era Viktor Wolf von Glanvell, precipitato nel 1905 da una vetta della Stiria e sepolto nel camposanto di San Vito di Braies ai piedi della Herrsteinturm-Torre del Signore, la cima dolomitica che, fra tutte, amò di più.

16 set 2014

Montagne e segni zodiacali

Volendo farne una catalogazione, i toponimi alpini si possono raggruppare nelle classi più disparate: da quelli legati agli animali a quelli legati al lavoro, da quelli connessi alla religione a quelli derivanti da nomi di persone e compagnia cantando. 
Una raffinata operazione di questo genere l’ha già compiuta oltre vent'anni fa l’amica Lorenza, utilizzando i nomi di boschi, monti e pascoli ampezzani per il suo libro "Pallidi nomi di monti".
Una curiosità, che mi è venuta in mente in casa, guardando un sottopiatto ispirato al segno dello Scorpione, è che, almeno sui monti del Triveneto, ci sono toponimi montani legati persino allo zodiaco. 
Forcella Verde sul Forame-  Cristallo
(foto L.B.)
Non li ho trovati tutti e 12, ma magari esistono, anche in zone più lontane da quelle che conosco e frequento d’abitudine. In ogni modo, qui intorno ci sono toponimi che hanno nella loro radice i Gemelli (Cadini di Misurina), il Leone (Spalti e Monfalconi), il Toro (idem), la Vergine (Jof Fuart); almeno un terzo dell’arco zodiacale c'è... 
E che dire poi dei toponimi in qualche modo legati ai colori? Cresta Bianca (Cristallo), Croda Bianca (Marmarole), Punta Bianca (Monti di Fundres), Sasso Bianco (Marmolada); Forcella Gialla (Cristallo), Torre Gialla (Pale di San Martino) Pilastro Giallo (Cristallo); Punta Grigia (Croda dei Toni); Croda Nera (Alpi Aurine, anche Nuvolau come Croda Negra), Monte Nero (Colli Alti, anche Slovenia..), Punta Nera (Sorapis), Sasso Nero (Alpi Aurine, anche Marmolada); Monte Rosa (Popera); Croda Rossa (Croda Rossa d'Ampezzo, ma anche Monti di Casies), Forcella Rossa (Tofane), Sasso Rosso (Croda Rossa d'Ampezzo); Col Verde (Pale di San Martino), Forcella Verde (Cristallo), Promontorio Verde (Alpi Giulie)... 
Quando non saprò più come riempire questi post, talvolta attesi con lusinghiera impazienza dai navigatori, potrei iniziare a raccogliere nomi di crode astrologiche, colorate, diaboliche, personificate, sante.  Sarà il mio “alpinismo di carta” per gli anni che verranno.

12 set 2014

Pane e croda

Il 26 agosto 1945, mentre saliva per allenamento, in cordata con il coetaneo Mario Alberti Cuciarin, la “Fessura Dimai” o “Ris” sulla parete E della Torre Grande d'Averau, un ragazzo precipitava, ferendosi a morte.
Era Bruno Verzi Scèco, guida alpina appena patentata. Nato a Cortina il 10 maggio 1926, Verzi aveva “mangiato pane e croda” fin da piccolo, essendo il primogenito di Angelo (1901-1986), guida attiva fino agli anni '60 del Novecento, e nipote di Agostino (1869-1958), pure lui guida e famoso animatore, con Antonio Dimai Déo e altri, dell'epoca aurea dell'alpinismo nelle Dolomiti.
Fu probabilmente la prima disgrazia accaduta sulle montagne ampezzane dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Nel libro di vetta della Punta Fiames, che raccoglie le firme degli scalatori saliti lassù tra il 1926 e il 1952, si trova un paio di volte anche il nome di Bruno Scèco, che si qualificava già “guida”. La prima firma risale all'estate 1942 quando, poco più che sedicenne, salì con amici la via Dimai-Heath-Verzi sulla parete SE, tracciata nel 1901 anche dal nonno, che vi portò clienti fino a età avanzata.
Torre Grande d'Averau, dal Rif. Scoiattoli (foto EM.)
Oltre agli itinerari classici delle Torri d'Averau, Pomagagnon e Tofane, sui quali si sono esercitate alcune generazioni, molto altro Bruno non poté fare prima della morte, che colpì duramente la famiglia e la comunità locale.
A ricordo dello zio materno, che non aveva conosciuto, il 30 giugno 1981 gli Scoiattoli Paolo Alberti Rodèla (scomparso anch'egli in giovane età, nel luglio 1986) e Franco Gaspari Moròto salirono il pilastro E della Gusela, che svetta sui pascoli di Giau, per un itinerario perlopiù in arrampicata artificiale.
Con la nuova via, i ragazzi vollero ricordare Bruno Verzi Scèco, la guida ampezzana caduta in età più giovane tra le 150 che accompagnano le vicende della conca da un secolo e mezzo.

9 set 2014

Pomeriggio sulla Torre Lagazuoi

Fino a sessantotto anni fa, ossia al 1946, a chi transitava da quelle parti non poteva sfuggire una bella torre, situata circa cinquecento metri a nord-ovest di Forcella Travenanzes e ben visibile davanti al Lagazuoi Sud, sul quale si appoggia. 
A nessuno però era mai passato per la mente di salirla. L'idea fu di Ettore Costantini, il "Vecio" (di anni 25 ...), che formò un quartetto con Mario Astaldi, Luigi Ghedina "Bibi" e Ugo Samaja "Suplein" e l'8 settembre andò a curiosare sul versante meridionale della guglia, caratterizzato da un attraente spigolo alto circa duecento metri. 
In un'ora e mezza di salita, lasciando dietro di sé quattro chiodi, i giovani raggiunsero felici la sommità del pinnacolo, che battezzarono Torre Lagazuoi per rendere omaggio alla zona. 
La Torre Lagazuoi,
photo courtesy www.summitpost.org

In discesa, poi, si buttarono dalla parte opposta, con una lunga calata a corda doppia e per una serie di profondi camini.
Trentacinque anni più tardi, nel pomeriggio di lunedì 8 luglio 1981, chi scrive, legato alla corda dell'amico Enrico, toccò anche lui felice quella cima, ritrovando tre chiodi di Costantini e soci, un ometto ancora intatto e coperto di licheni verdastri e una totale solitudine.  
All'epoca si era giovani e non si badava alla storia delle montagne; ci interessava solo salirne quante più possibile, divertendoci e saggiando le nostre capacità. Lo spigolo è un buon quarto grado, la roccia non è male, e qualche anno dopo la Torre guadagnò un po' di credito fra gli alpinisti desiderosi di provare percorsi nuovi: tanto più che alla base si arriva in discesa dalla funivia ... 
Anche la Torre Lagazuoi è finita nel grande cassetto delle mie avventure giovanili, ma ogni tanto torna fuori, per ricordare quel fruttuoso pomeriggio d'inizio estate!

30 ago 2014

Tella e la Scala del Menighel

Tra le gite con animali al seguito, oggi usuali visto il pullulare di cani sui sentieri e sulle cime di tutte le difficoltà, ma un tempo molto meno diffuse, ne ricordo una in Val Travenanzes. 
Il protagonista animale dell'escursione agostana di qualche decennio fa fu Nigritella, detta Tella, la cagnetta marrone di razza indefinita dei miei cugini, che allietò per molto tempo la casa dove abitavo. 
Devo risalire almeno al 1972, se non prima, per trovare il giorno in cui percorremmo la valle, partendo a piedi dal Passo Falzarego per Forcella Travenanzes. 
Giunti al bivio sotto la parete N della Tofana de Rozes, ci imbarcammo nella “Scala del Menighel”, con il cane. Tella trovò un comodo spazio in uno zaino giallo sulle spalle di mia madre, e se ne stette incredibilmente buona con la testa fuori e il musetto curioso, lungo tutti i duecentosettanta scalini metallici del prototipo di via ferrata, costruita nel 1907 da Luigi Gillarduzzi, gestore del Rifugio Von Glanvell, per superare il salto nero e rigato dall'acqua noto in ampezzano come “El Souto del Majarié”. 
photo courtesy flickr.com
Al termine della ferrata liberammo la cagnolina, che camminò e corse lungo i ghiaioni con noi fino al Rifugio Giussani, e da lì poi a Cortina. E' un piccolo fatto di rilevanza solo sentimentale, se vogliamo, ma onorevole soprattutto per chi si portò appresso per tutto il giorno tre o quattro ragazzini e un cagnolino nello zaino, lungo una parete attrezzata che - nonostante superi un salto di soli ottanta metri - non è certamente una passeggiata.

26 ago 2014

E' uscita la 4a edizione della Storia di Cortina d'Ampezzo, di Mario Ferruccio Belli

32 anni dopo la precedente, è uscita per i tipi di Dario De Bastiani editore la 4a edizione della "Storia di Cortina d’Ampezzo locus laetissimus" di Mario Ferruccio Belli. Il volume, curato nella grafica da Serena Chies, reca in copertina l’immagine di un caposaldo di confine col leone di San Marco e lo scudo di Maria Teresa d’Austria, collocato nel 1753 in Giau dopo una lunghissima contesa fra Cortina e San Vito. Belli, con il suo consueto stile brillante che alla serietà della ricerca storica unisce uno stile molto piacevole egodibile, vi dedica spazio, rievocando una vicenda lontana che ha lasciato numerosissime testimonianze sulle montagne d’Ampezzo.
La quarta di copertina, invece, riporta l’elogio di Indro Montanelli per la precedente edizione della "Storia": “Caro Belli, solo tu potevi scrivere un libro come questo, all’incrocio fra l’avventura, la scoperta e la nostalgia. In me, montanaro di complemento, evoca i ricordi degli anni e degli amici perduti: tu e Buzzati come capi-cordata. Grazie di averci dato questo lavoro.

Lo scopo precipuo della nuova edizione è la presa d’atto di alcune fortunate scoperte archeologiche avvenute negli ultimi decenni, grazie alle quali è stata rivista la storia di Cortina, anticipandola di almeno una decina di secoli. L'autore ha perciò riscritto integralmente le prime pagine del libro, riguardanti i primi insediamenti nelle vallate dell’alto Bellunese, dal Cadore all’Agordino, facendoli risalire addirittura ai tempi dei Paleoveneti o Venetici.
Così emergerebbe dai ritrovamenti di Giau, Làgole, monte Pore, altopiano del Cansiglio e altrove: ben prima dunque dell’arrivo dei Romani. Anche su quell’evento e, subito dopo, sull’arrivo della religione cristiana, Belli corrobora la sua tesi, citando le incisioni del Civetta, i ritrovamenti del monte Calvario in Auronzo, di Santo Stefano, del Passo Monte Croce Comelico e di San Vito.
Gli ultimi ritrovamenti sono quelli avvenuti nell'autunno 2013, per interessamento delle Regole d’Ampezzo, sullo scoglio di Podestagno; l’antica omonima fortezza, un tempo datata attorno al 1000, viene invece anticipata ai primi secoli dopo Cristo.
Tutto questo in quasi quattrocento pagine, illustrate da una sessantina di incisioni di montagna tratte da volumi tedeschi, francesi e inglesi del XIX secolo.


18 ago 2014

No smoking!

Da giovane, fumai anch'io qualche sigaretta. Niente di strano, se non che dopo qualche anno mi resi conto che la montagna e il fumo non sono proprio grandi amici. 
Ottobre 1980: salivo verso la cima del Sassongher sopra Corvara quando, a metà dell'accesso alla sommità (che, mancando la seggiovia, avevamo dovuto iniziare già dalle case di Pescosta), trovai una panchina. Volli fermarmi, ed accesi una sigaretta. 
Fu una idea molto peregrina; da lì in su (mancavano 600 metri di dislivello alla vetta), nonostante i vent'anni, feci una gran fatica a salire, il doppio della fatica dei miei compagni... 
Nel gennaio 1982, per un concatenamento di circostanze chimico-psico-fisiche a me oscure, smisi di fumare, e in effetti i vantaggi si ripercossero subito anche in montagna. 
Nell'estate che seguì l'ultima sigaretta di sveviana memoria, mi capitò di salire con Mario la via Mazzorana "a sinistra degli strapiombi gialli" sul Popena Basso. Finita la fessura, mentre avvolgevo la corda, un riflesso condizionato mi portò, dopo tanto tempo, ad infilare la mano in tasca per cercare il pacchetto, che non c'era più. 
Popena Basso, fessura Mazzorana, settembre 1984
Quel giorno, lo confesso, ebbi una certa nostalgia dell'abitudine che avevo instaurato, di godermi qualche boccata sulla cima: come ha scritto da qualche parte l'alpinista Severino Casara “... le poche, più buone sigarette le ho fumate in parete, guardando le nuvolette di fumo azzurrino ...” 
Non fumo da oltre trent'anni, ma ammetto che in qualche lontana occasione, dopo aver guadagnato con soddisfazione una cima di buon impegno o trascorrendo allegre serate in rifugio, mi veniva ancora spontaneo infilare la mano nella patella dello zaino, dove un tempo tenevo le Marlboro ...

14 ago 2014

La Croce del Pomagagnon torna a risplendere

La "Croce del Pomagagnon", travolta e seriamente danneggiata dall’enorme quantità di neve caduta lo scorso inverno, risplende di nuovo sulla cima della Costa del Bartoldo. 
Riparata dal fabbro Leopoldo Lacedelli, mercoledì 6 agosto la croce è stata riposizionata sulla più nota elevazione del settore centrale del Pomagagnon, da Piero Bosetti (guida alpina), Giovanni Cagnati e Corrado Menardi (Cnsas), Bruno Martinolli (Cai Cortina) e Giorgio Zangiacomi (guardaparco). 
Il simbolo di fede vanta una bella storia, narrata da chi scrive nell'estate 1999 sul semestrale “Le Dolomiti Bellunesi” con l'aiuto di varie immagini d'epoca. Fu Giuseppe Richebuono, al tempo cappellano a Cortina, che decise di erigerla per l’Anno Santo 1950, coinvolgendo nell'operazione trentatrè giovani dell'Azione Cattolica, molti dei quali oggi sono ancora in vita. Dopo tredici anni la croce - messa a dura prova dalle intemperie – fu riassestata per la prima volta da Dino e Aldo Dandrea, Renato e Lorenzo Zangrandi e Paolo Dallago Cè. 
Nell'inverno sul 2000 la croce, ormai cinquantenaria, crollò a causa di una violenta bufera e, grazie anche all'articolo apparso su “Le Dolomiti Bellunesi”, il Cai Cortina deliberò di sostituirla in vista dell'Anno Santo 2000. Compiuto il lavoro, il 9 luglio la Sezione ricordò l’avvenimento in Val Padeon, con una Messa e un raduno conviviale, in presenza del settantasettenne professor Richebuono (che prima volle ritornare in vetta per vedere la nuova croce!), di molti dei ragazzi che lo assecondarono mezzo secolo prima e del Coro Cortina. 
La Croce del Pomagagnon rimessa a nuovo
(photo courtesy Cai Cortina)
Nello scorso aprile l'alpinista Luca Galante di Treviso, salito sulla Costa per una discesa in sci, ha riferito a chi scrive che la croce appariva seriamente danneggiata dalla neve. Su mia segnalazione, il Cai Cortina si è quindi attivato per risolvere il problema e, grazie ai volontari e all’elicottero, ora la croce svetta di nuovo dai 2435 m della Costa del Bartoldo. 
Dapprima la cima è stata raggiunta da due volontari, che hanno imbragato i tronconi del manufatto danneggiato; l’elicottero ha quindi potuto recuperarlo e portarlo a Cortina. Il 6 agosto è stata compiuta l’operazione inversa, con il trasporto e il montaggio della croce rimessa a nuovo. 
Il Cai Cortina si è assunto l'onere dell'intervento e ha voluto ringraziare l’equipaggio dell'Air Service (Hansi Tschurtschenthaler e Ruben Moroder); Piero Bosetti, Giovanni Cagnati, Corrado Menardi, Bruno Martinolli e Giorgio Zangiacomi, nonché Leopoldo Lacedelli, che ha eseguito la riparazione a regola d'arte. 
Da quest'estate la Croce del Pomagagnon, obiettivo di una gita abbastanza impegnativa in una zona selvaggia e molto panoramica, oltre che testimone di 64 anni di storia, potrà quindi vegliare ancora sulla conca d'Ampezzo.

9 ago 2014

Sullo spigolo Castiglioni della Cresta Val d'Inferno

Cresta Val d’Inferno: guglie dal nome un po' truce, sul filo tra il Cadore e la Carnia e facente parte della dorsale dei Brentoni. 
Sono cime fuori mano, angoli dove forse c’è ancora qualcosa da scoprire: questo offre la Cresta, ambiente marginale rispetto agli "hits" alpinistici e ancora ben preservato. Dalla cresta emerge un torrione, non ardito ma con una personalità propria, che si spinge verso Forcella Camporosso e i boschi che scendono in Val Frison. 
Lo spigolo sud del torrione è segnato da una via classica della zona, che chi scrive ha salito due volte. L’aprirono nel giugno 1938 due personaggi illustri, Castiglioni e Detassis, che esploravano le Alpi Carniche in vista della stesura dell’omonima guida, uscita solo nel 1954.
I Brentoni e la Cresta Val d'Inferno, da Casera Doana
(foto E.M., 27/6/2010)
La via non è molto succulenta come scalata, ma vi trovammo comunque alcuni pregi che la fanno ricordare come un gioiellino, godibile se si ama un certo tipo di alpinismo. Ci piacque salire nel fresco mattino verso lo spigolo, dalla strada di Razzo per Forcella Losco, Camporosso e i pendii dominati dal Torrione. Abituati a quelli di casa, lassù i panorami erano insoliti: le Carniche, le Giulie e le Dolomiti si avvicendavano in  piani diversi, cui anche l’occhio più distratto era interessato. 
Nessun rumore; a metà giugno, e ancor di più a fine ottobre, forse il periodo migliore per aggirarsi sui Brentoni, lassù trovammo grandi silenzi. Ci piacque salire con calma, godendo ogni passaggio, mai banale: rampe, paretine, un piccolo liscio diedro, la cresta finale. Poi ci abbandonammo al sole sulla cima, volando col pensiero sui monti che si proponevano alla vista, mai così nitidi come in quelle giornate. 
La fine di entrambe le gite ci vide scendere allegri per la "normale" di quella cima, una serie di viscidi salti e cenge con ghiaia, erbe e tracce di camosci, e lasciare la solitudine dell'altopiano avvicinandoci alla sera. 
Valeva le due visite, il torrione della Cresta Val d’Inferno, nei Brentoni. Mi piacerebbe che quella bella salita fosse sempre ripetuta in silenzio, pensando all’incanto che tanti anni fa trovammo ancora tra quei monti. Chi lo farà, ne sarà certamente ricompensato.

6 ago 2014

Campanile Rosà, cima demodé

Non ricordo esattamente quando ci avventurammo, con alcuni amici, verso ,la cima di una montagna che, sfortunatamente, oggi manca al mio piccolo album dolomitico: il Campanile Rosà, nel gruppo della Tofana. 
Il pinnacolo, alto circa cento metri, fronteggia il versante sud-orientale dell'omonimo Col, e si distingue bene solo da vicino, oppure in particolari condizioni di luce. 
Il Campanile, scendendo per la Val Fiorenza 
(foto E.M., 16/8/2008)
Le prime a porvi piede erano state le guide Angelo Dibona, sempre lui!, e Celestino de Zanna con l'albergatore ampezzano Amedeo Girardi e il medico trentino Leopoldo Paolazzi, il 17/8/1910. La via, un 4° grado di vecchio stampo dove Dibona dovette lasciare un paio di chiodi, fu di moda per qualche tempo, ma è stata anche teatro di alcune disgrazie (Cleto Verocai nel 1924, Giulio Fox e suo figlio nel 1977...), a causa della roccia spesso malsicura. 
Nel 1931, sullo scarso spazio della guglia, i mantovani Dallamano e Ghirardini intuirono una seconda via, esposta e di un certo impegno: dieci anni dopo, infine, le guide Celso Degasper e Beppe Dimai conclusero, con i fratelli Melloni, la breve storia alpinistica del Campanile, correggendo la via Dibona con un tiro di corda di 6°. 
Riprendendo il discorso, il nostro primo (e ultimo) approccio al Campanile Rosà non ebbe proprio fortuna: ben presto si mise a diluviare e, dato l'ambiente non proprio ospitale, credemmo igienico retrocedere e scendere verso casa. Fu sicuramente meglio così: forse avevamo anche sbagliato via, perché - convinti di essere sulla Dibona (dietro mie indicazioni ...) - in realtà dovevamo avere pasticciato sulla Dallamano. 
Non ho più avuto occasione di esplorare da vicino il Campanile Rosà, bello per la forma, l’isolamento, la storia alpinistica che vanta anche nomi noti (mi vengono in mente, fra i tanti, Fritz Terschak, Gianangelo Sperti, il Re Alberto dei Belgi, il fisico Edoardo Amaldi, Mario Salvadori ...) 
Quante visite avrà ricevuto il Campanile, in oltre un secolo? Oggi mi piacerebbe sapere, da chi vi è salito, che cosa ha provato spuntando in mezzo ai mughi della cima su quella lama affilata, nascosta agli occhi del grande pubblico ed oggi fatalmente demodé.
Lo invito magari a scrivermi su questo blog!

2 ago 2014

Spigolo del Sas de Stria, 1939-2014

Mi è sfuggito per un giorno, ma qui non posso tralasciare questo anniversario: il 75° compleanno dello spigolo del Sas de Stria, salito per la prima volta dai vicentini Andrea Colbertaldo e Lorenzo Pezzotti l'1/8/1939, ripetuto in prima invernale nel marzo 1953 da Marino Dall'Oglio e compagni e in solitaria moltissime volte.
Negli anni ’70, ’80 e ’90 la via, che percorre lo spigolo SE dell’appuntita cima che incornicia il Passo Falzarego, per noi fu una meta classica. L'itinerario segue diligentemente l'affilato spigolo SE e sotto il ripido salto terminale presenta due soluzioni: l'originale è quella più bella, quella più semplice confluisce in un itinerario di Von Saar e compagni del 1908. 
Il Sas de Stria: a sinistra, lo spigolo (foto E.M.)
Resa sicura da chiodi fissi, la Colbertaldo è una via sempre frequentata, soprattutto nelle stagioni intermedie, da scuole di roccia e per allenamento. Accesso e il rientro sono quasi da falesia: alla base dello spigolo si giunge in una ventina di minuti per ripida traccia, dalla strada che sale al Passo Valparola, e al ritorno si segue la via normale, che non ha difficoltà di rilievo, anche se prestare un po' di attenzione non è superfluo. 
Dall'ottobre 1977 (quando, portandomi lassù, Enrico  mi fece un regalo per il mio compleanno n° 19) ai primi di giugno 1993, quando rifeci ancora una volta lo spigolo con Claudio, penso di averlo salito una ventina di volte, gustandomi sempre appieno la salita, non troppo lunga, varia e divertente, ricca di situazioni caratteristiche e su roccia sicura. Tra tute, non dimentico quella del giugno 1987 con Nicola, quando - sul tratto più impegnativo - venni colto da un misterioso malore e feci un voletto che poteva avere gravi conseguenze, ma per fortuna mi costò solo un grosso livido sulla schiena e un paio di pantaloni da buttare. 
L’ultima volta, condussi lassù un amico di pianura, che credo non avesse mai arrampicato. Giunti in cima, convintissimo che - data la bella giornata, poco meno che primaverile, e la salita rilassata che avevamo compiuto - Claudio fosse rimasto soddisfatto, mi aspettavo un apprezzamento sulle rocce dove "ero di casa" da oltre un quindicennio. 
Con aria di sufficienza, l’amico invece brontolò che una scalata che raggiunge una cima su cui si sale a piedi senza difficoltà, ci si ferma a far merenda allegramente e magari si lasciano rifiuti a non finire (ma quante cime così ci sono...), per lui non aveva tanto senso. 
Forse anche un po’ colpito da questa risposta, da allora non salii più il divertente spigolo del Sas de Stria.

30 lug 2014

Villa Sant'Hubertus e la sua triste fine (400° post di ramecrodes!)

La villa di caccia denominata "Sant'Hubertus" a Cortina fu costruita alla fine dell'800 per iniziativa di due ricche donne, la contessa inglese Emily Howard Bury e l’americana Anna Powers Potts, 
La realizzazione dell'edificio o, per lo meno, i progetti e le richieste alla Regola Alta di Larieto, proprietaria del terreno, di acquistare un appezzamento sui prati detti “de Castèl”, erano già iniziate nel 1896. 
Le ricche signore volevano 3-4000 mq di terra, un'estensione impensabile per i regolieri, che diedero loro risposta negativa. Esse allora si rivolsero al Comune, che  da una decina d'anni amministrava i boschi e i pascoli della zona, e con una certa facilità ebbero il permesso di costruire la villa desiderata sul piccolo colle presso il Tornichè, a sinistra della stradina che sale a Ra Stua. 
Raro disegno della Villa Sant'Hubertus
(photo courtesy of bellunopress.it)
Ai regolieri d'Ampezzo non rimase altro che chiedere il compenso per il mancato esercizio del diritto di erbatico sui 5200 mq ceduti dal Comune alle nobili, pretendere il ripristino del luogo dal quale era stata estratta la ghiaia per la costruzione (che si trovava di fronte al colle, sul lato destro della strada) e il risarcimnto dei danni subiti dal pascolo. 
Nel 1898 le signore ottennero dal Comune anche il permesso di caccia in tutta la zona N della valle d'Ampezzo, che esercitarono fino al 1908. La loro casa, splendidamente arredata, venne abitata dalla fine del secolo, ma non ebbe fortuna. 
Allo scoppio della guerra venne a trovarsi proprio a cavallo dei due fronti, e i soldati di entrambe le linee la saccheggiarono e la cannoneggiarono senza ritegno, finché non ne rimasero che ruderi. 
Qualche anno fa i discendenti di Pietro Siorpaes "Piero de Santo" (1868-1953), guida alpina e fidato guardacaccia delle due signore, che aveva ereditato da loro il colle dove sorgeva la villa, hanno provveduto a far diradare la fitta boscaglia che soffocava gli ultimi ruderi. 
Così, intorno alla fu Villa "Sant'Hubertus" adesso si curiosa, con una brevissima passeggiata dal Tornichè ma con un certo dispiacere, pensando a come doveva essere quel luogo nell'epoca di maggior fulgore.

24 lug 2014

Pezovico, canale S: una via "nuova" del 1986

Grazie all'intermediazione di Saverio, ho avuto in mano un'interessante "pagina di diario". In essa Albert, nipote di Amedeo Angeli (Sindaco di Cortina nel 1956-65, a sua volta nipote di Amedeo Girardi, l'albergatore che nel 1910-11 salì - con le guide Angelo Dibona e Celestino de Zanna - il Campanile Rosà, la parete N della Cima N della Torre Grande e la Torre Quarta d'Averau), descriveva la prima (e anche l'unica?) salita del canale che divide le due cime del Pezovico, la quota 1933 a sinistra guardando da Fiames, e la quota 2014 a destra, entrambe ben visibili dall'ex aeroporto. Nel ringraziare l'autore della salita, meravigliatosi che la pagina di diario interessasse qualcuno a distanza di un trentennio, e l'amico Saverio, assiduo navigatore di questo blog, rilevo due cose. Albert, allora molto giovane, ebbe proprio del fegato ad affrontare in solitaria il canale meridionale del Pezovico, nel quale si notano sospesi alcuni grandi massi di tenuta piuttosto aleatoria; poi, la salita anticipò, e azzerò, una delle pazzie che forse avrebbe attratto anche chi scrive, passato più volte in quell'angolo selvaggio quant'altri mai che è il Pezovico. 
Il Pezovico, col canale salito da Albert nel 1986
 (autunno 2011, foto I.D.F.)
22.9.1986
Salita dell’ultimo canale esposto a S della dorsale del Pomagagnon. Visto il nome del monte alla sua sinistra (salendo), lo chiamo “Canale Pezovico”, e considero che porti alla Forcella Pezovico (Forcella Bassa, N.d.R.)
Salite le ghiaie, si affronta il canale direttamente (15 m., 3) o sulla destra. Risalitolo ancora per ghiaie, si giunge ad un masso incastrato che si supera sulla rosea parete di sinistra (4). N.B. Si può arrivare sopra il suddetto masso per cengette sulla destra, fin dall’inizio del canale (viaz di camosci, non so quanto agevole). Si risale nuovamente per ghiaie e si giunge ad altri enormi massi incastrati che si superano sulla parete di destra (10 m., 4+). Ancora per ghiaie, si arriva dove enormi macigni occludono il canale per più di 20 m. Si superano sulle rocce friabili di sinistra o, come ho fatto, seguendo una cengia che si diparte, guardando la parete di destra, dapprima verso destra poi a sinistra (3). Giunti poco sopra i massi la cengia si interrompe, ed è necessario un aereo salto in lunghezza (3 m), facilitato dal fatto che ci si trova sopra il “piano” di atterraggio (sbagliare può significare volare per i succitati 20 m). Si sale poi comodamente per 30 m fino alla Forcella Bassa. Da qui si scende per mughi a sinistra di un canale che divalla in Val Felizon (Granda, N.d.R.). Centralmente si rinvengono tracce di camosci. Si giunge così al ponte della ferrovia.
Note: impiegate 7 h, tempo eccessivo per i 600 m di dislivello dalla strada asfaltata. Al salto, perso lo zaino con la macchina fotografica, recuperato il giorno dopo, risalendo lungo il percorso di discesa (faticosissimo). Gita che non vale la fatica, comunque si passa. Sulla sella tracce di postazioni italiane e sentieri che si diramano verso destra: è quindi possibile raggiungere l’altra sella erbosa posta più ad E (Forcella Alta, N.d.R.).
Albert Brizio

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...