21 nov 2016

Ai piedi della Croda Rossa d'Ampezzo: le Pale "ovine"

Ai piedi della Croda Rossa d'Ampezzo, vigilano sui pascoli di Lerosa due sommità d'interesse meramente escursionistico, accomunate da nomi ispirati agli ovini. 
La meno elevatA è la Pala del Asco (del montone, 2300 m circa), una cupola erbosa che - secondo un attento osservatore - meritava un nome diverso, forse Pala de ra Valbònes (data la posizione, sulla soglia del circo delle Valbònes, e l'omonimia con un'altra pala nelle vicinanze). Meta invernale di discreto richiamo, è invece trascurata d'estate, pur offrendo una gita tranquilla fuori dai sentieri. 
L'altra sommità è la Pala de ra Fédes (delle pecore, 2733 m), primo gendarme della cresta NO della Croda Rossa, salita in solitaria da Franz Nieberl nel 1915 per una via che di sicuro non ha molti seguaci. Anche questa, singolare perché inclinata come il tetto di una chiesa, è omonima di un'altra Pala vicina, sulla quale un tempo salivano le greggi per raggiungere l'alpeggio di Fosses.
Citata in poche fonti, tra le quali primeggia "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti, sulla Pala de ra Fédes l'escursionismo si unisce al facile alpinismo. La salita non richiede la corda, ma almeno di sapersi muovere su detriti e roccette un po' esposte e instabili. L'escursione può essere poi valorizzata scendendo sul lato opposto lungo un erto canale con tracce di camosci, che sbocca in Val Montejèla, dove sorgeva fino al 2013 il Bivacco fisso Pia Helbig-Dall'Oglio. 
La Pala de ra Fédes è adatta a chi solitamente non si appoggia a cartelli, cartine e teorie di bolli rossi, mentre la Pala del Asco può essere oggetto di una gita più semplice, specialmente se abbinata al vicino Castel de ra Valbònes (2380 m), un suggestivo "carapace" di roccia grigio-scura che si distende sull'imponente Graon de inpó Castel ed evoca le storie dei Monti Pallidi.
Dalla Pala de ra Fedes verso la Croda Rossa
(25.9.2014, al tramonto, P.C.)
Ricordo con piacere le due salite di vent'anni fa sulla Pala de ra Fédes; sapevamo di non essere i primi, ma ugualmente ci sorprese scoprire, in quel remoto angolo del mondo, di due piccoli ometti che identificavano un luogo noto solo agli appassionati di un certo modo di andar sui monti. L'immagine qui sopra, inviatami dal fotografo Paolo Colombera - giunto in cima al tramonto di un giorno d'autunno -, rende l'idea dell'atmosfera che regna lassù.
Ricordo però anche le salite della Pala del Asco e del Castel de ra Valbònes, un tempo regno dei camosci, solitarie e ricche di pace e silenzi. Il circo delle Valbònes è grandioso e merita di essere esplorato con rispetto e contemplazione.

9 nov 2016

Da Cima Marino Bianchi a Torre Bonafede-Giustina: vette dedicate ad alpinisti e non

Fin dagli inizi dell'alpinismo, gli scalatori dedicavano alcune delle vette senza nome che riuscivano a salire a persone di solito legate alla montagna. Spigolando tra i gruppi che circondano Cortina, tra gli esempi meno remoti possiamo citare, sulla Croda da Lago, la poco nota Cima dedicata nel 1973 a Marino Bianchi, guida caduta quattro anni prima sulle crode di Fanes.
Vicino a essa emerge il torrione intitolato nel 1975 allo scrittore Dino Buzzati, legato da  grande affetto alla Croda, sulla quale - giusto mezzo secolo fa - compì l'ultima scalata alla corda di Rolly Marchi e con l'assistenza di Lino Lacedelli. Da vent'anni, inoltre, una guglia della turrita cresta della Croda si chiama Punta Raffaele, a ricordo dello Scoiattolo Raffaele Zardini, caduto col deltaplano sui prati di Mietres. Tra l'altro, Campanile Buzzati e Punta Raffaele sono solo due delle creazioni dello Scoiattolo Franz Dallago, che nel piccolo gruppo della Croda da Lago ha scoperto oltre trenta nuovi itinerari.
La cresta della Croda da Lago: al centro spunta
il Campanile Dino Buzzati (foto E.M., estate 2009)
Ai piedi del Nuvolao, sempre Dallago ha ricordato con Torre Anna una sua gentile amica. Ancora lui ha battezzato due guglie alla pendici della Tofana II: una dedicata a Franco De Zordo di Cibiana, caduto dalla Piccolissima di Lavaredo, e l’altra ad Albino Michielli Strobel, Scoiattolo animatore dell'alpinismo a Cortina tra gli anni Cinquanta e Sessanta del '900. Una terza guglia della zona fu dedicata da A. Menardi e M. Alverà a Mario Zandonella Calleghèr, modesto quanto forte scalatore comelicese, caduto sul Pelmo.
Tra le vette del Pomagagnon, dai primi del '900 un campanile ricorda Antonio Dimai, la guida che nell'agosto 1905 ne salì con Agostino Verzi e le sorelle Eötvös la parete sud; dal 1950, un risalto della cresta sud-est dello stesso Campanile ricorda invece lo Scoiattolo Armando Apollonio.
Nella zona del Piz Popena, Angelo Dibona - icona delle guide di Cortina - è presente nell'omonimo Campanile, che salì da solo nel 1908 e ripeté poi con Luigi Rizzi e i fratelli Mayer nel 1909.
Non mancano all'appello i giovani sanvitesi Alberto Bonafede (Magico) e Aldo Giustina (Olpe), caduti il 31.8.2011 durante un soccorso sulla parete nord del Pelmo; il 2 novembre dello stesso anno, Paolo Michielini dedicò loro una torre senza nome alla base del Pelmo stesso.
Si potrebbe andare avanti a iosa, ma è il caso di rinviare magari ad altra sede l'elenco completo delle cime dolomitiche che tramandano la memoria di persone legate alla montagna, perché questo post non diventi un'arida lista di nomi e date.
Ribatto invece sulla constatazione che a Cortina latita il ricordo di qualche persona di cui si potrebbero riconoscere le benemerenze; da nessuna parte, per esempio, aleggia la memoria di Fritz Terschak, Accademico del Cai, organizzatore sportivo e scrittore, che sui monti della valle d'Ampezzo, in cui giunse bambino e visse fino alla scomparsa, aveva tracciato venti vie nuove e sull'alpinismo e turismo alpino scrisse interessanti opere. 
Neppure Chéco da Melères (Francesco Lacedelli, prima guida di Cortina e unica nata nel 18° secolo), vanta un punto di riferimento in quota, a parte la recente targa al Rifugio Giussani in Tofana. A Paul Grohmann, indefesso divulgatore delle Dolomiti, invece, due anni fa il Comune di Dobbiaco ha dedicato la strada ex militare che da Carbonin sale a Pratopiazza, altopiano dove sicuramente Grohmann camminò negli anni Settanta dell'800.
Oggi sulle Dolomiti le cime ancora innominate sono rare, così come è sempre più arduo scoprire linee di salita del tutto nuove, e la tendenza impone di identificare queste e quelle con nomi perlopiù anglofili e di gusto mediocre. A memoria dei personaggi che hanno fatto la storia, ma che la storia non ricorda, vada almeno questo ricordo collettivo.

5 nov 2016

Campanile Perosego, guglia da esplorare

Vagabondando sui monti, che "... non basterebbe una vita intera per conoscere ...", s'incontrano spesso formazioni rocciose singolari, misconosciute per la dislocazione, la conformazione, la carenza di comodi accessi, la scarsità di interesse.
È anche il caso del Campanile Perósego. Nelle fonti che ho consultato (Grohmann, che già prima del 1877 aveva valicato Forcella Zumeles, vicina al campanile; Battisti; de Zanna-Berti; Filippi), la cima non è citata, tanto da far pensare con buona certezza che il nome le sia stato dato dai primi salitori sessant'anni orsono.
L'intaglio fra il Campanile a sinistra
e la Pala Perosego (foto E.M., 20.5.07)
Il campanile manca anche sulla carta Tabacco fg. 03, sulla quale non c'è neppure la Pala omonima, e la cresta da Punta Erbing a Sonforcia è tutta inclusa nel nome collettivo "Agaròles". Quanto all'oronimia, è scontata la metafora oggettuale del campanile, cioè "struttura foggiata a torre, isolata e separata da altre formazioni". Nelle valle d'Ampezzo ce ne sono molti altri, dal Campanile Dimai al Rosà, dal Campanile Federa al Dibona e così via.
Secondo L.  Russo, "Perósego" si legherebbe a un pendio sassoso (l'intera zona presenta salti rocciosi) o a un pendio ai piedi di un "terreno rosicchiato", alludendo alle ghiaie a monte della sella di Perósego, resti dell'erosione delle rocce soprastanti. Come detto, il nome non è antico: la prima salita ufficiale della guglia, che fa parte del Pomagagnon e sorge isolata a destra della Pala Perósego, tra due fenditure della cresta di Zumeles, risale infatti al 29 giugno 1955, ad opera degli Scoiattoli Candido Bellodis e Beniamino Franceschi con Elio Valleferro, che salirono da sud-ovest in un'ora e mezzo, su difficoltà di IV e con l'uso di due chiodi.
Il Campanile Perosego da nord
(foto E.M., 20.5.07)
La loro relazione è dettagliata, pur riguardando una parete di soli 90 metri d'altezza. "Si risale un piccolo ghiaione e poi per brevi salti di roccia si giunge ai piedi della parete. Si attacca nel punto più basso della parete, obliquando leggerm. verso d.; si superano così i primi 40 m. su rocce friabili ma di scarsa difficoltà giungendo ad una piazzola che dista pochi m. dallo spigolo d. del campanile. Da questa ha inizio una fessura che si sposta leggerm. verso s. e sulla stessa si raggiunge una nicchia, donde inizia un'altra profonda fessura verticale, la quale va seguita fino in vetta.". Nella guida "Cristallogruppe und Pomagagnonzug" (1981), la relazione è più analitica e descritta in tre lunghezze di corda, facendo pensare che l'autore Jürgen Schmidt, che tra l'altro diede al Campanile la quota 2197 m, avesse salito la via Bellodis. Premesso che, visto da sud, è una torre a sé stante anche se accorpata al castello della Pala Perósego, Schmidt giudica la via utile solo come diversivo e la stima in 90 metri di IV e 30 di II. Né Berti né Schmidt però indicano come si possa salire e scendere "normalmente" dal Campanile.
La fonte più recente di notizie è "Gruppo del Cristallo" (1996), di Luca Visentini. L'autore, salito su quasi tutte le cime del Pomagagnon, il Campanile però non lo raggiunse, liquidandolo così: "Il campanile medesimo, oltre ad un mugo ed un isolato pinetto a quel punto, sporge subalterno colle sue roccette sommitali e superfluamente rischiose. ..." Ebbene: nel 2000 da solo e poi nel 2001, 2005 e 2007 con mia moglie, salendo sulla Pala Perósego transitai proprio per "quel punto", il panoramico intaglio senza nome tra la Pala ed il torrione, accessibile per tracce da nord ma precipitoso sul lato opposto.
Mentre la vicina Pala Perosego, sicuramente non granitica, ha attratto varie cordate, che vi hanno aperto quattro vie dal III al VI+, il Campanile, che offre limitate possibilità, non ha sollecitato altri. La sua storia si è iniziata e conclusa il giorno in cui tre giovani capaci e creativi s'inoltrarono nel canale ai piedi della Pala, spostandosi poi sullo spigolo del torrione che nessuno aveva ancora considerato, e salendolo con successo.
Non so se, oltre alla plausibile salita di Schmidt (compiuta prima della sua morte, sul Monte Rosa nel 1978), altri abbiano scalato la via Bellodis. Non essendo più il tempo per me di salire il Campanile, che si vede bene già da Cortina e meglio da Mietres e Larieto, chi raccogliesse l'idea potrebbe sfruttarla per visitare anche il lato più breve, giudicato "superfluamente rischioso". 
Toccando l'esposto intaglio tra la Pala e il Campanile per le tracce che si dipartono dal sentiero 205 (Sonforcia - Zumeles), si potrà godere di una visione originale del torrione. Limitata, ma privilegio di pochi; un colpo d'occhio su Cortina distesa quasi un chilometro più in basso; una finestra sulle crode ampezzane ignota e disertata, alla quale merita di sicuro affacciarsi.

30 ott 2016

Il Col de Lasta, un suggerimento per l'autunno

Probabilmente sarà più frequentato in inverno, che non nel resto dell'anno; lo ritengo un bel suggerimento per chi si trovasse al Rifugio Sennes, aperto di solito fino a stagione inoltrata e d'inverno, e volesse impiegare fruttuosamente qualche oretta. 
Meta quasi obbligatoria per chi si ferma lassù e magari desidera ammirare il tramonto dall'alto, il Col de Lasta (esattamente Picio Col de Lasta, 2297 m) è un rilievo tondeggiante di valore solo escursionistico; domina il pascolo e il rifugio Sennes, in Val di Marebbe ma molto frequentato anche da Cortina, e permette un'escursione breve, facile e tranquilla. 
Per salirvi, dietro il rifugio si prendono le marcate e visibili tracce che risalgono il costone NO, riunendosi in alto con altre tracce che salgono dal vicino Rifugio Munt de Senes; in una mezz'ora abbondante si è sulla cupola terminale. 
Il Rifugio Sennes: subito dietro, il Col de Lasta
in abito invernale (foto www.cairovigo.it)
Vetta solitaria malgrado sia prossima a due frequentati rifugi (in una domenica d'agosto, salii e scesi il Col da solo, senza incontrare mai nessuno), il Col de Lasta è un monte senz'altro modesto, ma incastonato a meraviglia fra le crode, forcelle e vallate dei parchi di Fanes - Sennes - Braies e delle Dolomiti d'Ampezzo. 
Dopo la sosta in vetta, volendo visitare un'altra cima - poco nota e calpestata - si può continuare per la cresta, e in una manciata di minuti inserire nel proprio carnet anche il Col Maréo (sulle carte più diffuse il nome non lo vedo; si trova invece un Gran Col de Lasta, quotato 2311 m, che potrebbe essere anche il Maréo "ribattezzato" ad uso turistico). 
Su questo secondo Col svetta una croce con un'iscrizione in ladino marebbano, di cui purtroppo non ho immagini: io l'ho salito una sola volta, immergendomi lassù in un ambiente sconfinato e godendo di qualche attimo di pace perfetta.

28 ott 2016

Montagne, segni zodiacali e colori ...

Gli oronimi (i nomi di luogo legati alle montagne) si possono classificare coi criteri più diversi: provare a farlo può essere un ottimo spunto per originali studi scientifico-alpinistici.
Dagli zootoponimi legati agli animali, agli ergotoponimi legati al lavoro dell'uomo, dai toponimi connessi alla religione a quelli derivati da nomi di persone, e così via; una raffinata classificazione di questo genere, per circa 600 toponimi ampezzani, è già stata ideata e realizzata negli anni '90 dall'amica Lorenza Russo. 
Una curiosità che mi è balzata agli occhi di recente è che, perlomeno sui monti delle Tre Venezie, non mancano neppure alcuni oronimi legati allo zodiaco. 
Non ho trovato, però, tutti i 12 segni; ma penso che possano esistere, magari in zone più lontane e remote rispetto a quelle che ho conosciuto e frequentato. 
In ogni caso, sull'arco alpino orientale si riscontrano nomi di montagne e di luoghi che evocano i Gemelli (Cadini di Misurina), il Leone (Monfalconi), il Toro (Spalti di Toro), la Vergine (Alpi Giulie); almeno un terzo dell’arco zodiacale, a questo punto, è rappresentato. 
Di nero questa piccola cima non ha nulla, eppure 
si chiama Monte Nero di Braies (foto E.M., 28.9.03)

Aggiungo poi gli oronimi connessi ai colori: che ne dite di Cresta (Cristallo), Croda (Marmarole), Punta (Alpi Aurine), Sasso Bianco (Marmolada)? Di Forcella (Cristallo) e Torre Gialla (Pale di San Martino)? Di Punta Grigia (Croda dei Toni)? Di Croda (Vedrette di Ries), Punta (Sorapis), Sasso (Alpi Aurine, ma anche Monti di Volaia) e Monte Nero (Dolomiti di Braies)? Di Monte Rosa (Popera)? Di Croda (Rossa d'Ampezzo), Forcella (Tofana), Monte (Alpi Carniche) e Sasso Rosso (di Braies)? Del Col (Pale di San Martino), Forcella (Cristallo) e Promontorio Verde (Alpi Giulie)? E chi più ne ha più ne metta: chissà quanti altri!
Se diventasse difficile innovare costantemente questo blog, che mi pare seguito con lusinghiero riscontro, inizierò a raccogliere e classificare cime "astrologiche", "colorate", "diaboliche", "personificate", "sante" ecc., per costruire un ominario o un bestiario alpino dalle mille facce. Mi tengo questo "alpinismo di carta" per riempire, magari, le stagioni che verranno.

21 ott 2016

Il Torrione dell'Abete, cima quasi ignota

Pescando dal lungo elenco di oronimi ampezzani di derivazione alpinistica, spesso piuttosto moderni, che compilai anni fa con l'idea di farne una pubblicazione, ne ho trovato uno che mi pare lineare, ma comunque curioso. 
Pochi, o più facilmente nessuno dei miei lettori saranno in grado di localizzare con esattezza il Torrione dell'Abete. Eppure si tratta di un campanile abbastanza individuato e dotato della sua quota altimetrica precisa (2366), che si scorge bene dai rifugi delle Cinque Torri e dalla Val Formin. 
Quel torrione si trova subito a nord della Cima Bassa da Lago: per vederlo, bisogna però localizzare prima la Cima Bassa, altra vetta ben poco nota e ancor meno salita. 
La  Croda da Lago dal versante nord, in una cartolina del 1910.
Il Torrione emerge subito a destra della conifera (raccolta E.M.)
In ogni modo, la vicenda della cima prese avvio poco meno di cinquant'anni fa e si concluse in due estati. Il Torrione dell'Abete, infatti, fu scalato per la prima volta da O, e forse battezzato nell'occasione, da due alpinisti veneziani avvezzi a pionieristiche esplorazioni nei recessi più nascosti dei nostri monti, alla fine di giugno del 1968. 
La loro via, di difficoltà contenute, ebbe un seguito il 6 novembre dell'anno successivo, quando sulla sommità del Torrione mise piede Franz Dallago, uno dei rari (forse l'unico) ampezzano che lo conosce, giacché pure chi scrive, una volta tanto, sa della cima solo dalle fonti e dalle carte. In quell'occasione, la guida accompagnava due clienti su un nuovo itinerario di difficoltà medie da SO, che incrocia quello dei veneziani. 
E' agevole pensare che l'oronimo della cima sia stato tratto da una o più conifere presenti in vetta, così come accadde per la Torre del Barancio, la mediana del trio che forma la seconda torre d'Averau, battezzata nel 1912 dalla guida Zaccaria Pompanin poiché è ornata sul sommo da un ciuffo di mughi. 
La questione dell'abete, del nome e della via mi sarebbe piaciuto magari chiederla al primo salitore, purtroppo già scomparso, e così la curiosità rimane inappagata.

18 ott 2016

Sulla Pala Perosego, prima che venga l'inverno

La Pala Perosego è il rilievo più marcato del regolare crestone che - sull'insellatura di Sonforcia - unisce la turrita dorsale del Pomagagnon al gruppo del Cristallo. 
Mentre verso Cortina mostra una parete e uno spigolo di un centinaio di metri d'altezza, visibili dal centro del paese, a nord - verso Val Granda - il punto culminante è difeso da una paretina non più alta di una quindicina di metri, che si supera piuttosto facilmente ma su roccia mediocre. 
Sulla Pala giunsero quasi certamente fin da tempi remoti i cacciatori locali, e durante la Grande Guerra, ai piedi delle balze a settentrione, gli italiani apprestarono un piccolo posto di vedetta e controllo del fronte del Cristallo. 
La cima è entrata nella storia dolomitica nel 1968, quando Diego Valleferro ne superò con Mario Dimai lo spigolo S, su difficoltà di VI. Nonostante la Pala sia ignota alla massa e la sua roccia di certo non marmorea, anche la parete S del monte ha attratto gli alpinisti: gli Scoiattoli Raniero Valleferro e Alberto Dallago (1973), i Ragni di Pieve di Cadore Marco Bertoncini, Isidoro Soravia, Luigi Ciotti e Marco Ceriani (1977) e infine Eugenio Cipriani con un compagno (1995), che la salirono in tre punti diversi, lungo tracciati con difficoltà dal III al VI+, presumibilmente poco ripetuti. 
Alla base della paretina che dà accesso
alla cima (foto E.M.)
Affiancata dall'appuntito Campanile omonimo, alto un centinaio di metri e salito nel 1955 dagli Scoiattoli Franceschi e Bellodis con Elio Valleferro, la Pala rappresenta un piccolo mondo a sé. Poco lontana dalla bagarre degli impianti del Cristallo, posta tra canaloni detritici, rocce sfaldate, ripide pale erbose un tempo animate dai contadini e oggi soltanto dai camosci, non ha certo la pretesa di inserirsi tra le Dolomiti più alla moda. 
Ma un po' suggestiva lo è, ed a me è occorso di salirla quattro volte, lasciandovi nel settembre 2000 un quaderno che - prima di essere distrutto per due volte di seguito, dalla violenza del tempo o forse dalla sbadataggine - registrò i nomi di una sparuta schiera di appassionati, alla ricerca di quanto la cima e i dintorni donano a piene mani: il silenzio.

15 ott 2016

Sulla "Via delle Guide", classica salita delle Cinque Torri

Certamente a molti di coloro che vanno in roccia interesserà ben poco sapere perché quella si chiami Cima Ovest (della Torre Grande d'Averau), chi erano (Piero) Dallamano e (Renato) Ghirardini che per primi ne salirono la parete ovest e sui monti di Cortina aprirono anche altre vie, e perché quella sulla Torre Grande è nota come “Via delle Guide”. 
Non ha mai interessato più di tanto neppure a me, fino ad una certa epoca. Si dice che spesso, quando un alpinista scende dalle montagne, inizia a scrivere (e a farsi domande): per me è stata proprio così. Ho salito per l'ultima volta la Via delle Guide ormai tanto tempo fa, e soprattutto dai primi anni 2000 mi è venuta voglia di approfondire gli aspetti, anche minimi, della storia di tante vette e vie sulle quali a suo tempo mi divertii con gli amici. 
Classico scorcio della Torre Grande d'Averau:
dalla sommità del trangolo verde inizia la "Via delle Guide"
(foto E.M., 27.VI.2009)
Questa in particolare, scelta spesso dalle guide con i clienti perché comoda e soleggiata, sale sulla Cima Ovest per la parete fronteggiata dal Rifugio Scoiattoli. Essa fu aperta dai giovani mantovani Dallamano e Ghirardini il 15.VII.1930: essi non erano comunque i primi a calcare la sommità della minore delle tre cime di cui è composta la Torre Grande. 
Giusto un anno prima, il 15.VII.1929, Enrico Lacedelli - giovane guida e maestro di sci - aveva infatti superato con i paesani Olga e Rinaldo Zardini il diedro nord-ovest, un centinaio di metri di roccia liscia e difficile, su cui rimane il nome della sportivissima Olga. 
Piero e Renato non immaginavano certo che la loro salita di quasi novant'anni fa sarebbe divenuta una delle più apprezzate delle Cinque Torri. Poco lunga e di difficoltà limitata, d'accesso e rientro comodi soprattutto da quando il rifugio e la seggiovia le sono praticamente davanti, la Via delle Guide gode sempre di un buon credito, e non passa giorno d'estate in cui non vi si scorga una cordata impegnata su un bel 3° grado dolomitico. 
La ricordo con piacere, e siccome dall'ultima volta che la visitai sono volate via ormai diverse stagioni, quei ricordi mi hanno portato a indagarne “il perché e il come”.

11 ott 2016

Traversando Forcella Valun Gran con una capra

Oltre trent'anni fa, durante una gita con gli amici, godemmo di una  compagnia singolare, quella di una ... capretta. Di quel 20 giugno 1981 ho ritrovato da poco la sola fotografia che possiedo, in cui mi rivedo accanto alla bestiola, sotto il nevischio incipiente.
La gita che avevamo ideato consistette nella salita da Ra Stua a Fodara Vedla, e nella prosecuzione sulle tracce che rimontano il Valun Gran fino all'omonima forcella. Dopo un'opportuna sosta, dal valico scollinammo verso la meno alta, ma altrettanto aspra Forcella Camìn, dalla quale per le Ruoibes de Inze scendemmo al Cason de Antruiles per ritornare infine al parcheggio di Ra Stua. Si trattò di un inedito anello, ripreso molti anni dopo da una rivista del settore, in un ambito che oggi si trova a cavallo di due Parchi ed è rimasto solitario e ambientalmente prezioso.
Forcella Valun Gran, 20.6.1981, con Cinzia, Enrico L.,
Federico, Michele (raccolta E. Majoni)
La nota originale fu la capra marrone e bianca che, sottrattasi al controllo del pastore, ci seguì da Fodara fino a Ra Stua, per quasi tutto il giro. Ricordo che il ghiaione del Valun Gran era ancora in parte innevato. Il caprino se la cavò comunque con onore, ma scendendo per il canale che dà su Forcella Camìn, le pietre gli procurarono qualche ferita alle zampe: fu commovente veder trottare la nostra compagna di gita, lasciando - un passo sì e uno no - gocce di sangue nei detriti!
Non fu comunque l'unica mia camminata in compagnia di animali: già alle Medie ne avevo fatte con Nigritella, il cagnolino dei miei cugini, e nel 1974 salii anche una ferrata con un gatto. Quel 20 giugno, la capretta ci offrì la sua presenza per l'intera giornata, si lasciò coccolare e fotografare senza problemi e, una volta risaliti a Ra Stua, sparì di colpo tornando alla sua vita in quota.
Non dubitammo che l’istinto le avesse fatto ritrovare subito la via di casa: oggi ricordo con piacere quella gita così originale, in cui non fummo certamente in grado di dialogare con la nostra partner, ma capimmo cosa significa “arrampicarsi come le capre” sulle instabili ghiaie del Valun Gran dove noi, cinque ragazzi sui vent'anni, faticammo di sicuro più della bestiola...

10 ott 2016

Forcella Sonforcia de Col Jarinei, uno dei luoghi più suggestivi d'Ampezzo.

L'insellatura denominata, quasi tautologicamente, Forcella Sonforcia (de Col Jarinéi, per non confonderla con l'omonima situata nel gruppo del Cristallo) si trova nel gruppo della Croda da Lago, a est del Becco di Mezzodì, e raggiunge quota 2069 m. 
Di proprietà della Regola Alta di Anbrizòla, è un largo valico di verde pascolo, sul crinale che dalla Rocchetta di Prendera si allunga verso nord. 
La forcella funge da passaggio, quasi più frequentato dal bestiame in transito dalla Monte de Federa che da esseri umani, fra la testata della Val Federa - ossia il pascolo della Monte de Col Jarinei - e la Val d'Ortié. 
Poco distante dalla forcella, qualche anno fa il coetaneo Carlo, già scalatore e poi appassionato cacciatore, ha ricostruito, su un antico sedime, un piccolo capanno di legno, per sostarvi soprattutto durante le battute di caccia nella zona. 
Dalla forcella verso l'Antelao e la Rocchetta di Cianpolongo
(C. Bortot, 5.9.04)
Il luogo è così rilassante che, salitovi in una bella domenica d'ottobre (non certamente quella di ieri, in cui la neve è scesa ben più in basso della forcella), mi fu naturale stendermi sul prato e godermi a lungo il panorama verso le Rocchette, che chiudono lo sfondo da un lato, e poi rigirarmi dall'altro, per ammirare una visione inusuale della conca ampezzana. 
Per la forcella passa un sentiero segnalato e abbastanza poco noto, che non patisce certo di affollamento; se per caso folla ci fosse, sarà composta in prevalenza di appassionati locali. 
In tanti anni vi sono arrivato una quindicina di volte, perlopiù in salita e discesa dalla soprastante Rocchetta de Cianpolongo, e giudico senz'altro la Forcella Sonforcia de Col Jarinei uno dei luoghi più suggestivi della valle d'Ampezzo.

2 ott 2016

La Cima Falzarego, una meta per l'autunno

Dieci anni fa, la prima domenica di ottobre del 2006, in virtù di un suggerimento trovato nel web, aggiungevo con soddisfazione al mio "carnet" una delle - oso dire - ormai pochissime crode ampezzane accessibili agli escursionisti che ancora mancava: la Cima Falzarego. 
Situata nel gruppo di Fanes a sud-est di Forcella Travenanzes, la Cima porta un nome di derivazione alpinistica, datole probabilmente dopo l'ascensione della parete ovest, che guarda la Strada delle Dolomiti e sulla quale, all'inizio di agosto del 1909, si misurarono Guido e Max Mayer con le guide Angelo Dibona e Luigi Rizzi (a proposito: ci sarà qualcuno, fra chi legge, che abbia ripercorso questa via semi-sconosciuta del grande quartetto?).  
Sul versante nord, affacciato sulla Val Travenanzes, il monte si configura come un dosso arrotondato di rocce e detriti multicolori, e dalla forcella citata si sale in breve e senza problemi. Sugli altri versanti cade con pareti di discreta altezza, solcate da vie mai divenute di moda. 
Verso ovest, dalla Cima si diramano le due Torri Falzarego, rinomate per le vie di salita su salda dolomia, lungo le quali si sono cimentate, e ancora si cimentano, migliaia di appassionati di scalate nelle Dolomiti. 
Cima e Torri Falzarego,
in una cartolina d'epoca (raccolta E.M.)
Teatro di combattimenti durante la 1^ Guerra Mondiale, sulla sommità e sui fianchi della Cima Falzarego non mancano resti di gallerie, postazioni e trincee. Conoscendola vagamente, fino a quella domenica d'ottobre pensavo che essa fosse poco considerata da chi cammina. Invece in quel frangente, sulla vetta, che allunga verso la Strada delle Dolomiti un comodo plateau di rocce e magro pascolo, pieno di dossi e avvallamenti sforacchiati dalle esplosioni e ornato di varie croci, a goderci il pallido sole eravamo una quindicina.

28 set 2016

Il Taé, una grande montagna

Giungendo a Cortina dal Cadore e volgendo lo sguardo verso nord, non passa inosservata una muraglia verticale dai riflessi rossastri: è la parete sud del Taé, cima del gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo, nel piccolo sottogruppo del Col Bechéi.
La sua silhouette arrotondata pare quasi reggersi in bilico sulla Val de Fanes;  la parete, che gli antichi accostarono ad un gigantesco tagliere segnato da lame di coltello, si eleva per un migliaio di metri sopra le cascate del Ru de Fanes, affluente del Boite. Caratteristico per stratificazioni a ventaglio che si allungano da sinistra verso l’alto, formando cenge e tetti affrontati da rocciatori solo sessant'anni fa, il Taé è una grande montagna, una delle più affascinanti e complete del Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo.
Originale scorcio tardo-autunnale del Taé,
dalla Val de Fanes (foto Roberto Vecellio, g.c.)
Praticato fin dall'alba dei tempi da cacciatori e pastori, fu salito per la prima volta con motivazioni alpinistiche nel 1906 da tre austriaci, Doménigg, Geith e Thiel. Oggi sono note le sue vie estreme, raggruppate sul lato che guarda Fanes, più che l'approccio normale, una robusta escursione - rinomata come scialpinistica - che inizia da Antruiles con la risalita della valle delle Ruoibes de Fora e transita per il Ciadin del Taé, scenografica conca di pascolo e rocce chiusa a ovest dal Taé stesso e ad est dai ghiaioni del Col Bechéi. 
La conca è bagnata da un ruscello, che nasce tra i massi ma presto sparisce per ricomparire a valle. Osservando la sommità da qui, ci si porta sul lato orientale del Ciadin, si risale su tracce una fascia di rocce un po' instabili e lungo la cresta, con un giro ad arco, si giunge alla minuscola croce della cima.
Da lassù, dove resistono alcuni ruderi di un posto di guardia della Grande Guerra, si spalanca un panorama a 360°: Col Bechéi, Lavinòres, Valon Bianco, Taburlo, Col Rosà, Tofana, Pomagagnon... In vetta, non è consueto dividere lo spazio con qualcuno, e lungo la salita, massimamente dopo il Ciadin, di rado s'incontrano altri candidati alla conquista. 
Dal bivio col sentiero, segnato da una trentina d'anni, che porta sul Col Bechéi, cessano i bolli e inizia la Montagna che abbiamo sempre cercato e prediletto: non strapiombi ma sentieri e tracce spesso solitarie e aspre, che implicano impegno e attenzione, ma ripagano in abbondanza la mente e il cuore.

26 set 2016

Sulla cima delle Lavinòres, per il mio 30° compleanno

La cima delle Lavinòres (Lainòres per gli ampezzani, Sas dai Lavinùres per i marebbani, Sasso della Para per la tavoletta dell'IGM), rientra per poco nel territorio comunale di Cortina, poiché i 16,5 chilometri del confine con Marebbe rasentano proprio la cresta sommitale. 
Il nome ampezzano di questa cima detritica ed erbosa, di buon interesse escursionistico e salita con gli sci fin dagli inizi del '900, deriva dalla sottostante particella forestale e si rifà ai termini “la(v)ìna”, “slavina, valanga”, o meglio “la(v)inà”, “solco, canalone di discesa delle valanghe, plaga boschiva ingombra di piante atterrate dalle valanghe”. 
La croce di vetta, verso Cortina 
(da kronplatz-resort.com)
I marebbani, invece, presero come punto di riferimento la “para” (pala, ripido pendio) di magra vegetazione che dalla cima cala sul versante della Val de Mez, a Cortina detta Ruoibes de Inze, e si distingue agevolmente dalla Statale 51 d'Alemagna, nei pressi del tornante di Sant'Hubertus. 
In ogni modo, quale che sia l'origine del nome, le Lavinòres è una di quelle cime sulle quali è sicuramente iniziato l'alpinismo dolomitico, poiché fu raggiunta fin da antichi tempi da pastori e cacciatori di entrambe le vallate confinanti, alla ricerca di pecore e capre sbrancate o di ungulati. 
Al sottoscritto, "ra Lainòres" evocano memorie quasi d'infanzia. Ho già scritto altrove che la mia prima ascensione su quel culmine coincise con il giorno in cui gli americani sbarcarono sulla Luna: era quindi il 20 luglio 1969.
Avevo undici anni, e molto di quello che mi fu mostrato e spiegato in quell'escursione mi è rimasto impresso, ivi compresa la coppia di pernici che, disturbata dai nostri passi, prese il volo proprio davanti a noi che risalivamo la cresta. 
Negli anni successivi ho toccato la cima altre volte (ne ricordo bene quattro, ma sono state molte di più), tra le quali una in particolare, in cui lassù ricordai con alcuni amici il mio trentesimo compleanno.
Nella fresca giornata del 23 ottobre 1988, lungo la via di salita e sulla cima della Lainòres non incontrammo anima viva: e non si poteva desiderare di più.

22 set 2016

I quattro cirmoli di Sennes: leggenda o storia?

Una leggenda ladina narra che in un tempo lontano, fra i pascoli ampezzani di Cianpo de Crosc oltre Ra Stua e quelli marebbani di Sennes, il confine non era definito; fu così che la zona intermedia, rivendicata dai rispettivi pastori, divenne motivo di continui litigi. 
Un giorno in cui erano presenti lassù alcuni rappresentanti di entrambe le parti, quasi dal nulla comparve un losco figuro, che disse: “Io saprei come risolvere la questione. Vedete quell'enorme masso in mezzo al pascolo, che sembra quasi un confine provvisorio? Provate ad alzarlo e spostarlo a vostro favore; nel punto in cui lo lascerete cadere, là fisserete il confine.
La piana di Cianpo de Crosc, fra Ra Stua e Sennes
(immagine tratta da it.wikipedia.org)
Quattro forzuti marebbani si incaricarono di spostare il macigno in direzione di Ra Stua, ma non riuscirono a sollevarlo di un centimetro. Intervennero quindi quattro ampezzani; due per lato, sollevarono il masso senza difficoltà e davanti ai presenti, raggelati dallo stupore, lo spinsero verso nord. La pastora di Sennes, vedendo gli energumeni ormai vicini alla casera, gridò terrorizzata: “Jesú Maria, ai se tol döta la munt!” (“Gesù Maria, ci prendono tutto il pascolo!”) 
In quel momento il masso ricadde a terra e travolse i quattro ampezzani, che avevano fatto un patto col diavolo. Era lui, infatti, che lo aveva spinto, ma all'invocazione dei santi nomi era precipitosamente fuggito. Ai margini del pietrone, dove erano rimasti i quattro cadaveri, nacquero altrettanti cirmoli, alberi che ricrescono anche tagliandoli poiché in essi sono imprigionate le anime dei dannati. 
Giuseppe Richebuono, dopo Vittur, Heyl ed Erlacher, ha ripreso la leggenda in alcune sue pubblicazioni, e scrive che i cirmoli impersonano gli incaricati che, in base agli antichi documenti, stabilirono nel 1471 il confine definitivo fra le due comunità. I marebbani, convinti che la linea tracciata fosse per loro svantaggiosa, pensavano di avere ricevuto emissari del demonio. 
Con un po' di fantasia, nella penombra e con la nebbia, le sagome tremolanti delle conifere potrebbero evocare quattro figure che trascinano il macigno.

19 set 2016

Escursioni in Dolomiti: dov'è la Val Monticello?

Il volume I della famosa, e per certi versi insuperata, guida "Dolomiti Orientali" del medico-alpinista Antonio Berti (nota tra i fruitori come “il Berti”), è suddiviso in due tomi: il primo descrive - in 579 pagine - le crode, le forcelle e le valli che fanno capo ad Ampezzo, Badia, Braies e al Cadore Centrale fra Pieve ed Auronzo. 
La quarta e ultima edizione del volume risale a 45 anni fa, ma la pubblicazione è ancora reperibile, in veste rinnovata con una copertina plastificata che ha rivoluzionato, fra qualche mugugno dei puristi, la “Guida dei Monti d’Italia” rilegata in tela grigia. 
Purtroppo l'opera di Berti è in buona parte obsoleta, alla luce delle novità intercorse sui monti dolomitici negli ultimi decenni e le diverse forme di fruizione estiva e invernale della montagna (identificate quasi solo da termini inglesi), introdotte fra le cime descritte da Berti fin da quando apparve lo scialpinismo, nel 1908. 
Per un’eventuale (utopica, e nel remoto caso preferibilmente monografica) riedizione del “Berti” e per la cartografia che dovrebbe corredarla (in parte, comunque, già conformata), troverei rispettoso consolidare tutti i toponimi originari, non soltanto quelli sudtirolesi ma anche quelli ladini, ampezzani e cadorini. 
Si eviterebbero così etimologie sbagliate e tramandate da decenni, dovute alle carte militari, alla semplificazione "veneta" di toponimi difficili da pronunciare e alla difficoltà di instillare in "forestieri" la conoscenza e l’uso della toponomastica dialettale dei nostri paesi. 
Un esempio? A quasi novant'anni dalla prima uscita del “Berti”, si è ormai cristallizzato il qui pro quo sul significato del toponimo "Val Montejèla" nel Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo, nota perché da lì nel 1865 mossero Paul Grohmann, Angelo Dimai Déo ed Angelo Dimai Pizo, per attaccare la cima della Croda Rossa. 
La Val Montejèla, alle pendici
della Croda Rossa Piccola (da www.youtube.com)
Nella guida, e anche in altre fonti che da essa hanno preso, il nome del luogo è registrato come “Val Monticello”; ma, derivando dalla voce “monte" (ampezzano e cadorino) "munt” (badiotto), “Montejèla” viene a significare “pascolo di ridotta estensione” e non “piccola montagna, monticello” come riporta la guida. 
Il ragionamento vale anche per tre cime del gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo, dove il badiotto "Muntejèla", (ampezzano "Montejèla"), è diventato "Monte Sella": la nota Muntejèla de Senes e le solitarie M. de Fanes e M. d’Al Plan. 
Tradotti come Monte Sella di Sennes, di Fanes e di San Vigilio, i toponimi sono ormai entrati a far parte del patrimonio toponomastico italiano comune, e così se ne sono persi l’origine e il vero significato.

15 set 2016

Scalando il "Caregon del Padreterno", simbolo dell'alpinismo dolomitico

Le fasi cruciali della storia dell'alpinismo dolomitico non si sono svolte solo a Cortina, San Martino, Sesto, ma anche in valle del Boite, da San Vito a Borca, a Vodo e a Valle. 
La storia inizia con la salita ufficiale del Pelmo ad opera di John Ball. Figura di spicco del mondo alpinistico europeo, il dublinese (1818-1889) presiedette per primo l'Alpine Club, fondato a Londra nel 1857; nello stesso anno, nel corso di uno dei suoi svariati viaggi in Italia, volle visitare le Dolomiti, e transitando lungo la valle del Boite rimase ammaliato dal baluardo del Pelmo, che giganteggia tra il Cadore e Zoldo. 
Nella descrizione della prima salita, uscita un decennio dopo l'impresa in "A Guide to Eastern Alps", l'alpinista lo definì "...una gigantesca fortezza della più massiccia architettura, non intagliato in minareti e pinnacoli...
Il Pelmo dalla valle del Boite
(foto di Angelo Roilo)
In valle del Boite, Ball conobbe il cacciatore Giovanni Battista Giacin detto Sgrinfa, nobile figura dell’alpinismo locale, che gli propose di salire la vetta. All'epoca, i cacciatori di camosci erano i più pratici di cenge, forcelle e valloni, che risalivano sulle orme degli animali fin sulle vette, e furono i protagonisti del primo alpinismo, anche in Cadore. 
Il 19 settembre 1857 Ball affrontò quindi il Pelmo con Giacin che però, risalito il nevaio finale, cedette per chissà quali paure. Il dublinese proseguì da solo, facendosi strada fra rocce che avevano già dissuaso dalla salita altri alpinisti, e la sua via è rimasta quella normale. Al suo nome rimane intestata la cengia orizzontale ed in parte esposta, che permette di accedere alla cima senza eccessive difficoltà.
Il 6 settembre 1863 toccò a Paul Grohmann. Il viennese sapeva già dell’impresa di Ball, e dovette "accontentarsi" di salire sul Pelmo per secondo e lungo una via diversa. Con le guide ampezzane Francesco e Alessandro Lacedelli da Meleres e i cacciatori di Pescul Melchiorre e Luigi Zuliani, trovò un nuovo accesso risalendo il canalone della Fissura, tra Pelmo e Pelmetto. Nonostante la sua via, come scrisse nel 1877, presenti “…soltanto un breve tratto esposto, ma nessun’altra difficoltà“, essa non riscosse mai il successo di quella di Ball. La prima donna a salire sul Pelmo fu anch'essa britannica: il 22 agosto 1870, infatti, Selina Matilda Fox percorse la via Ball con guide di San Vito.
Nebbie invernali verso il Pelmo
(foto di Bortolo De Vido +)
Prima di infrangere in solitaria il 3° grado di difficoltà sulla piccola Torre dei Sabbioni nell'agosto 1877, Luigi Cesaletti, storica guida di San Vito, aveva scoperto con Giovanni Battista Giacin una terza via sul Pelmo, che l'etimologia popolare ha definito Caregon del Padreterno per la somiglianza ad un "seggiolone" del circo sommitale, osservato dalla Valle del Boite.
Nel 1892 la nascita dell Rifugio Venezia, uno dei primi ricoveri sul versante "italiano" delle Dolomiti, rese di gran moda la via di Ball. Dopo la prima invernale del Pelmo (Tenente Pietro Paoletti di Venezia, guide Cesaletti e Giovanni Battista Zanucco di San Vito, 18 febbraio 1882), nel 1896 il medico Francesco Spada (guide Angelo Panciera di Zoldo e Clemente Callegari di Caprile) vinse il Pelmetto, fratello minore del "Caregon".
Dopo altre importanti salite sulle sue pareti, nel 1924, gli austriaci Felix Simon e Roland Rossi riuscirono a violare la parete nord del Pelmo, che all'epoca fu valutata al limite inferiore del 6° grado. La montagna iniziò a rivelare man mano i suoi segreti: nel 1954 gli Scoiattoli di Cortina tracciarono su un torrione secondario il primo 6° grado superiore della zona, nel 1991 il ricercatore di Pescul Vittorino Cazzetta trovò impronte fossili di dinosauro sotto il Pelmetto e nel 1994 speleologi vicentini scoprirono grotte carsiche profonde oltre 300 metri, che il nevaio sommitale, oggi scomparso, aveva nascosto per millenni.
Nella storia del "Caregon" non si può dimenticare infine la disgrazia del 31 agosto 2011 in cui, travolti da una grande frana, persero la vita i sanvitesi Alberto Bonafede e Aldo Giustina, impegnati sulla parete nord in un soccorso ad alpinisti tedeschi.
Il Pelmo rimane lì, impassibile, ma i nostri due amici che lo amavano non ci sono più. E non è detto che la vicenda sia finita...

12 set 2016

La "fessura Mazzorana a sinistra degli strapiombi gialli" e un'ultima sigaretta

A vent'anni fumavo. 
Nulla di strano, senonché col tempo capii una cosa: la montagna e il fumo non sono proprio "amici per la pelle". 
Accadde tutto una domenica d'ottobre del 1980, mentre salivamo verso il Sassongher: circa a metà della salita, che - non sapendo dell'esistenza di una seggiovia, forse comunque già chiusa - avevamo iniziato da Pescosta presso Corvara, mi sedetti su una panchina per gustare una cicca. 
Fu un'idea del tutto peregrina; mancavano almeno 500 metri di dislivello, un'ora e mezza di cammino, e nonostante i vent'anni e la gamba di allora faticai il doppio degli altri, e giunsi in cima boccheggiando come un pesce morente. 
Esattamente la sera del 12 gennaio 1982, per una serie di circostanze biochimiche che non ho mai capito, durante un breve soggiorno in ospedale smisi di botto di fumare, e i vantaggi apparvero subito evidenti, soprattutto sui monti. 
Quell'estate salii con un amico la "fessura Mazzorana a sinistra degli strapiombi gialli" del Popena Basso presso Misurina, una via scalata in solitaria dalla nota guida di Auronzo nel 1931. 
Finita la fessura, mentre riponevo il cordame, un riflesso condizionato mi indusse, dopo tanto tempo, a ravanare nello zaino alla ricerca dell'ultima, sveviana sigaretta: che però non c'era... 
Fessura Mazzorana sul Popena Basso, 1^ lunghezza
 (3.IX.84, raccolta E.M.)
In quel momento sentii che mi mancava una vecchia usanza: godermi una cicca in vetta, memore delle parole di Casara, per il quale “... le poche, più buone sigarette sono quelle fumate in parete, guardando le nuvolette di fumo azzurrino ...” 
Non ho mai più fumato, ma in quegli anni, dopo aver raggiunto qualcuna delle cime che ho salito, qualche volta mi venne ancora spontaneo rovistare nella tasca dello zaino, dove un tempo c'erano sempre le mie Marlboro ...

9 set 2016

Ferrata Bovero sul Col Rosà, quattro ragazzi e ... un micio

Negli anni mi è capitata una cosa sicuramente comune a migliaia di altri, ma che mi piace comunque ricordare: aver condiviso alcune escursioni in montagna, non solo passeggiate digestive, con animali domestici. 
Un cane, un gatto e una capra fecero da scorta a me, familiari e amici rispettivamente nella salita della "Sciara del Minighèl", la prima ferrata d'Ampezzo, sulla ferrata del Col Rosà e sulla traversata da Fodara ad Antruiles attraverso le due forcelle Valun Gran e Camin. 
Le impressioni legate a quelle escursioni in compagnia di quattro zampe le ho descritte a suo tempo su periodici. In questa sede ritorno al ricordo del micio sulle crode. 
Erano i primi anni ’70, quando esordivamo nelle nostre allegre scorribande alpestri; con mio fratello e i cugini Carlo e Sandro ripetemmo la ferrata Bovero sul Col Rosà, sulla quale mi avevano già condotto papà e mamma.
Sul la "via normale" del Col Rosà,
29.V.2005 (foto E.M.)
Nulla di eroico, certo, guardandola con occhi di un adulto; ma allora ero il più grande del quartetto e non avevo ancora 16 anni! Appena iniziata la strada forestale di Pian de ra Spines, dal campeggio di Fiames si materializzò un micio che prima ci annusò a dovere e poi, convinto, iniziò a trotterellarci di fianco. 
Su a Forcella Posporcora ce l’avevamo ancora tra i piedi, all'attacco della ferrata anche. Che fare? Carlo prese l'iniziativa e lo cacciò nello zaino, lasciando fuori la testa; il micio, per nulla spaventato, si lasciò accarezzare a lungo - anche da me, che con gli animali non ho mai avuto un grande feeling - e fu scarrozzato senza fatica lungo la parete, fino in vetta. 
Sotto la croce lo liberammo e non scappò: anzi, divise con noi qualche briciola della nostra merenda, e poi ci seguì zampettando sulle rocce sotto la cima, tra i baranci e le conifere, nei sassosi canali della "via normale", fino alla base del Col Rosà. 
Chiudendo l'anello davanti al campeggio, mosso dall’istinto, il micio cambiò strada e, così com'era apparso qualche ora prima, sparì. 
Non miagolò nulla; io gli rivolsi tra me e me un sommesso grazie per la tenera, silenziosa e discreta compagnia che quel giorno ci aveva fatto.

4 set 2016

Campanile Toro: una "orrenda" sfacchinata per un'ora di divertimento

Una salita compiuta due volte a meno di un anno di distanza, quando l'interesse e l'entusiasmo per le scalate erano vivissimi anche se i limiti delle difficoltà erano contenuti (ma i secondi e i terzi gradi ci davano comunque la giusta quantità di emozioni e soddisfazioni), fu il Campanile Toro, negli Spalti omonimi in Cadore. 
Furono due giornate suggestive, svoltesi in una cornice naturale piuttosto selvaggia e al margine di quelle Dolomiti che definisco, magari un po' ingiustamente, usurate. Il ricordo va in primo luogo alla "orrenda" sfacchinata iniziale, obbligatoria per gli aspiranti salitori che dal parcheggio del Rifugio Padova si dirigono alla base del Campanile. 
Dopo una simile sudata, l'ascensione vera e propria è breve, concentrandosi in un’ora di ginnastica su rocce abbastanza solide, con tratti aerei e mai snervanti. Ma se il gusto della salita fu confinato a pochi tiri di corda, coperti in metà del tempo richiesto dalla progressione tra gli alberi e le colate detritiche della Val Cadin, lo scenario in cui s'inscrive il pinnacolo, alcune nozioni sulla sua storia e il colpo d’occhio che si apre dalla vetta, ci rifusero in grande misura della fatica. 
La campana sulla vetta del Campanile
photo courtesy F. Gambino, 12.8.2016
Per noi (Carlo, Federico e Tommaso nella prima occasione, Orazio e Roberto nella seconda, sempre col titolare di questo blog come apripista), il Toro fu una gemma che andava colta, per penetrare un angolo del mondo certamente ancora intriso della genuinità trovata dagli austriaci Karl Berger e Ingenuin Hechenbleickner, che salirono la cima, visibile fin da Vallesella, il 22 luglio 1903. 
Sul Campanile si cimentarono fior di ripetitori, come il Re Alberto dei Belgi col figlio Leopoldo, e aprirono nuove vie scalatori illustri come Tita Piaz, Walter Stösser, Alziro Molin, i Ragni di Pieve. Oggi i pochi salitori sono confortati da alcuni spit, che mi si dice non diano comunque fastidio: chi scrive, che ricorda solo due o tre chiodi e qualche cordino in parete, ne mantiene però un ricordo quasi pionieristico. 
Il piacere di innalzarsi, toccare la vetta "non più ampia di un comune tavolo da salotto", come scrisse in modo pittoresco Antonio Berti, quasi in punta di piedi data l’apparente instabilità, e sbatacchiare la campana che echeggia fino al Rifugio Padova mille metri più in basso, fu un'esperienza di lusso, che torna a galla nei momenti di nostalgia.

2 set 2016

I misteri dell'alpinismo antico

Esisteva l'alpinismo nell'accezione moderna, prima di Paccard e Balmat, che giunsero sulla più alta vetta d'Europa l'8 agosto 1786?
Non si sa, ma sono state avanzate alcune ipotesi, confrontando commentari, resoconti di viaggio, memorie e saggi scientifici, non solo per le vette alpine ma anche per montagne più lontane.
Desiderio di elevazione spirituale e avvicinamento agli dei? Curiosità esplorativa, motivi politici, sete di dominio? Necessità di sopravvivenza, che spingevano a cercare pascoli e inseguire prede anche in luoghi ritenuti sede di entità soprannaturali e mostruose?
Potrebbero essere stati diversi, i motivi degli antichi per sfidare l'ignoto. Già Greci e Romani avevano avuto occasione di affrontare le montagne, toccarne chissà quali sommità, ma più spesso semplicemente attraversarle: di spedizioni "alpinistiche" scrissero infatti Senofonte, Sallustio, Strabone. 
Giunsero poi le celebri ascensioni medievali: Francesco Petrarca sul Monte Ventoso (1336), Bonifacio Rotario d'Asti sul Rocciamelone (1358), Antoine de Ville sul Mont Aiguille (1492), Leonardo da Vinci sul Momboso nel 1511 e avanti nei secoli.
Anche per le nostre valli, il dubbio non è di sicura soluzione, non potendo contare, prima di metà '800, su chissà quali punti di riferimento. Chi salì le cime di Cortina prima del 29 agosto 1863, giorno in cui Paul Grohmann - aristocratico giunto da Vienna - inaugurò in Tofana di Mezzo col cacciatore Francesco Lacedelli (Chéco da Melères), l'epopea dell'esplorazione delle Dolomiti? E soprattutto, perché le montagne venivano salite?
Il segno di confine con San Vito sulla Rocheta de Cianpolongo:
testimonianza di una salita alpinistica di 237 anni fa (foto E.M.)
Qualcosa si ricava dalle testimonianze storiche o si rileva sul terreno: pare, ad esempio, che il primo esploratore dolomitico sia stato l'abate e botanico austriaco Franz von Wulfen, giunto nel 1790-94 circa sul Lungkofel (Val di Braies) e anche sulla Gaisele, forse la Crodetta nel gruppo della Croda Rossa, non lontana dal Lungkofel. Nella "Cronaca di Ampezzo nel Tirolo dagli antichi tempi al sec. XIX" Don Pietro Alverà cita un suo omonimo cacciatore, morto nel 1861, e il sacerdote Don Giuseppe Manaigo, scomparso in giovane età nel 1858, che avrebbero scalato il Cristallo già prima della salita ufficiale di Grohmann, Dimai e Siorpaes del 1865.
Ci sono poi le croci e i cippi confinari tra Ampezzo e le comunità contermini, anteriori al 1800, e la pertica trovata dal viennese e Angelo Dimai Déo poco sotto la vetta della Tofana di Dentro il 27 agosto 1865; dunque su qualche cima, prima degli alpinisti, erano saliti agrimensori, mappatori o topografi spediti dai regnanti o dagli eserciti.
Altro si può supporre, altro ancora manca: è uno stimolo per continuare a cercare.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...