20 mar 2017

Con Santo e il Capitano sul Becco di Mezzodì

1995, domenica 14 ottobre. 
Sfruttando un'incredibile serie di week-end di bel tempo iniziata con settembre (che si prolungherà fino ad Ognissanti e riempiremo con una dozzina di uscite in montagna), ho sentito tre amici per andare insieme a ripetere una classica: la via normale del Becco di Mezzodì. 
Conosco bene l'itinerario, inaugurato il 5 luglio 1872 dal pioniere dell'alpinismo ampezzano Santo Siorpaes "Salvador" con il Capitano scozzese William Edward Utterson Kelso: vent'anni fa fu il mio battesimo in croda, e da allora l’ho salito diverse volte, sempre con grande diletto. 
L’approccio al Becco, piuttosto lungo da qualsiasi versante lo si intraprenda, lo facciamo iniziare sulla strada Pocol - Passo Giau, dal tornante presso i ruderi di Capanna Ravà. Ci vorranno due orette di camminata attraverso i pascoli di Mondeval, per raggiungere la base sud-ovest della “Ziéta”, dove inizia la via. 
L'avvicinamento, dapprima ombreggiato e abbastanza fresco, verrà presto ingentilito dalla temperatura di una memorabile giornata d’autunno: lo percorriamo quasi senza fatica, chiacchierando in allegria, fino alla piccola cengia dove occorre legarsi. 
Lo sviluppo della via non necessita di un lungo racconto. Sono in testa al gruppo e saliamo con calma, godendoci le singole cordate e mettendo tutte le protezioni necessarie per salire sicuri: in circa un’ora siamo sulla comoda vetta, dove rivedo il pentolone metallico issato lassù qualche anno fa da giovani compaesani per i falò della vigilia di Ferragosto.
Becco di Mezzodì, "Ra Ziéta" 
per gli antichi ampezzani (foto I.D.F.)
Il cielo è terso, di un blu che pare quasi dipinto; ora il sole scalda e induce a poltrire; così, sostiamo il più possibile tra i blocchi sommitali, mangiando e osservando il mondo. Ad un certo punto, si sente il ronzare del generatore del rifugio: Modesto e Monica hanno aperto anche oggi il “Croda da Lago”, nonostante la bassa stagione. 
La cosa ci attrae, perché sentiamo già il gusto della birra fresca! Scendiamo quindi velocemente con due doppie, soddisfatti di avere conseguito la cima: per me è già la sesta volta, e non sarà neppure l'ultima, per gli altri è la prima, e non so se vi sono più tornati. 
Sul Becco abbiamo respirato la storia, perché 123 anni fa proprio lassù Siorpaes e Kelso svelarono agli alpinisti di ogni nazione il romantico gruppo della Croda da Lago. 
Giunti al rifugio, incontro l’amica Lorenza, giunta da Milano per ulteriori ricerche sugli amati toponimi ampezzani, ai quali ha già dedicato la tesi di laurea e un libro. Ci perdiamo in chiacchiere: quando arriviamo al Ponte di Rocurto è notte, e così dobbiamo risalire al buio la strada fino alle macchine. 
Siamo tutti d'accordo: la giornata è stata grande, e non immagino che tornerò ancora un paio di volte sul Becco, la mia prima (e anche l'ultima) scalata, il mio "colpo di fulmine" per le rocce dei Monti Pallidi.

16 mar 2017

Seguendo Michl (e Mitzl) sulla Croda di Pòusa Marza

La via normale (ma in pratica anche l'unica di bassa difficoltà) per salire sulla Croda di Pòusa Marza, nel gruppo del Cristallo fra le valli d'Ampezzo e d'Ansiei, di certo non ha mai fatto parte degli obiettivi più illustri e ricercati delle Dolomiti. 
Scalata il 29 luglio 1884 dalla guida di Sesto Michl Innerkofler, prima da solo e subito dopo con la sedicenne boema Mitzl Eckerth, la Croda è un torrione di indubitabile prestanza, soprattutto guardandolo dalla strada tra Cortina e Misurina, in prossimità del ponte sul Rudavoi. 
La Croda di Pòusa Marza: tra le nuvole, il Piz Popena
(foto E.M., dal Corno d'Angolo, 31.8.2008)
Oltre a quello estetico, però, non ha altri motivi di richiamo ed è una montagna quasi sconosciuta. La roccia spesso incerta, oltre alla via originaria, in 130 anni ha invogliato a cercare soltanto un altro percorso, sulla parete SO, ad opera degli Scoiattoli Raniero Valleferro e Alberto Dallago, che lo salirono il 4 aprile 1976 come allenamento per la sfortunata spedizione sull'Huascaran dalla quale Raniero non è tornato.
La Croda mi pregio di averla salita anch'io. Accadde il 9 luglio 1994, e con me c'era l'amico Roberto. Allora ci parve di avere compiuto una scoperta divertente e originale, anche in virtù del contesto grandioso in cui la Croda si trova; tutto sommato, seppure l'avvicinamento alla cima sia più lungo della parete da scalare, l'ascensione non è poi malvagia, e lo conferma anche Luca Visentini nel suo volume monografico sul Cristallo del 1996.
Per chi ama i numeri: la via Innerkofler - Eckerth si sviluppa per un centinaio di metri e le  difficoltà si attestano sul secondo e terzo grado, con due passi un po' più impegnativi; a noi richiese poco più di un'ora, su un percorso sempre continuo ed esposto, con dolomia non eccellente ma neppure miserabile. 
Tracce di passaggio: nessuna; assicurazione solo su spuntoni e clessidre, e in discesa tre calate su cordini, lasciati lassù a futura memoria. Trovammo la cima abbastanza comoda, pulita e dimenticata, anche se la Croda è stata calcata da gente famosa, come il Re Alberto dei Belgi con Antonio e Angelo Dimai Deo di Cortina, Severino Casara, Dino Buzzati con Giuseppe Quinz di Misurina; più di recente l'alpinista e scrittore bellunese Claudio Cima e il citato Visentini con Mauro Corona. 
Il clou della via: un gradino di roccia salda poco sotto la vetta, da superare di slancio partendo da una cengetta. Un bel passaggio, del quale è un peccato che non abbia in archivio neppure un'immagine! 
Tornando a valle, Roberto e io convenimmo di aver vissuto una giornata pionieristica ed esplorativa soddisfacente, oltre che non comune. Sommata alla salita per il ramo esterno del vallone che s'interna ai piedi del Piz Popena e alla discesa per quello parallelo, la Croda di Pòusa Marza - a 110 anni di distanza da Michl e Mitzl - riempì di soddisfazione una bella domenica d'estate.

12 mar 2017

Diedro Dall'Oglio della Torre del Lago: quattro salite ... e mezza

“... Con entusiasmante scalata portarsi sul fondo del diedro e rimontarlo fino ad uscire sulla cresta sommitale in prossimità della cima.” 
Nel 1971, la guida delle Dolomiti Orientali di Antonio Berti concludeva così la relazione di una delle vie che ho ripetuto e ricordo con maggiore trasporto. Una bella salita con un percorso elegante, ormai una classica tra gli itinerari di questo grado di difficoltà. 
La via, aperta dai romani Marino Dall’Oglio, Paolo Consiglio e Giovanni Micarelli il 2/8/1954, per noi - allora arditi del 4°/4°+ - fu una delle migliori occasioni per sbizzarrirci.
Essa segue, con una dirittura e una logica stranamente intuite solo sessant'anni fa, il regolare diedro ovest-sud-ovest, formato dall'incontro tra la Cima del Lago e la Torre omonima, nel gruppo di Fanes e a picco sul laghetto del Lagazuoi. 
Nella prima parte supera in tre-quattro cordate la facile e anonima parete a gradoni a sinistra del diedro, fino alla comoda cengia a metà sviluppo. Lungo questa si traversa a destra per entrare nel diedro,  che riserva altre sei cordate, oserei dire, perfette, continue ma mai snervanti e in ambiente grandioso. La roccia è molto lavorata e ben proteggibile, e soprattutto nella parte alta della via è molto solida.
Verso la fine del diedro, con Sandro (21.7.1985)
Conobbi il diedro nel primo autunno 1980, salendolo con Enrico quando ancora non si sapeva moltissimo della via. Lo ripetei da primo nell'estate 1981 con Mario, inaugurando allora il vezzo di lasciare barattoli e libretti sulle vie o sulle cime che ho battuto di più. La terza volta fu nell'ottobre 1982 con mio fratello, Cinzia e Michele e la quarta nell'estate 1985, con Sandro. La serie si è chiusa infine poco più di trent'anni fa, nella splendida domenica di sole del 5/10/1986, quando portai sul diedro il giovanissimo amico Nicola. 
Cinque salite (in verità quattro e mezza, poiché la terza dovemmo interromperla) di un percorso di grande soddisfazione, del quale penso che le migliori cordate siano le ultime due. Dopo un bel tiro di dolomia solida e calda, i 40 metri finali portano letteralmente "a mezzo busto" sulla cresta piana fra la Cima e la Torre del Lago, che di solito non si raggiungono: ma quale magica sensazione arrivare lassù!
In cresta la via è finita; eppure ogni volta avrei desiderato farla proseguire ancora altrettanto, visto il piacere che avevo provato nella salita! 
Il diedro Dall'Oglio (che vanta la prima solitaria del fortissimo triestino Enzo Cozzolino, all'inizio degli anni '70) testimonia un momento spensierato delle mie frequentazioni dolomitiche. Rievocando salite come quella, ritrovo emozioni e sensazioni impallidite, ma degne di essere ancora rivissute e raccontate.

8 mar 2017

150 anni di scalate sull'Averau

Il numero 90, di marzo 2016, del mensile di studi storici sul Sudtirolo "Der Schlern" contiene un ampio e ottimo saggio del prof. Wolfgang Strobl di Dobbiaco sulla figura e l'opera del pioniere dolomitico Richard Issler (1844-1896). Il saggio è scritto in tedesco ma - visto l'interesse per la storia d'Ampezzo - per volontà del Cai Cortina verrà tradotto in italiano e edito fra breve in volume.
Nel 1882 Issler fu tra i fondatori della Sezione Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco, sodalizio al quale regalò la sua raccolta di circa duecento libri di montagna, rimasta per anni a disposizione di soci e alpinisti e dispersa senza rimedio nel 1915-1918.
Già otto anni prima, il 10/8/1874, lo scrittore austriaco aveva lasciato il suo nome nella storia salendo per primo - con la guida Santo Siorpaes - la cima trapezoidale dell'Averau (Nuvolau Alto), già notata da Amelia Edwards durante i suoi vagabondaggi alpestri; nell'agosto 1883 partecipò al recupero della salma della guida Giuseppe Ghedina caduta dal Nuvolau, e compì anche qualche altra salita sulle nostre montagne, morendo poco più che cinquantenne.
Gusela, Nuvolau, Averau e Cinque Torri
in una cartolina del 1925 (raccolta E.M.)
In quasi 150 anni, l'Averau è stato salito da ogni lato per almeno venti vie; ha la sua ferrata, breve e frequentata, che ricalca la via Issler-Siorpaes e almeno due percorsi - la parete SO, salita il 29/6/1945 da Albino Alverà, Armando Apollonio, Ugo Illing e Ugo Pompanin, e lo spigolo S, salito il 29/8/1948 da Otto Eisenstecken e Florian Rabanser - sono ancora frequentati. Poco frequentato penso sia, invece, l'itinerario aperto da Franz Dallago e Raffaele Zardini il 29/6/1968 sulla parete SE, proprio sopra il Rifugio Averau.
Per superare quella parete, i due Scoiattoli impiegarono sette ore e una cinquantina di chiodi: ai primi ripetitori, Andrea Menardi, Guido Salton e Giorgio Peretti il 21/10/1973, di ore ne bastarono tre. Un tentativo di salita di due giovani ampezzani (estate 1981) rischiò di finire molto male (e la notizia fu pubblicata anche da un quotidiano). Nel primo tiro, infatti, uno dei due volò, sradicando buona parte dei chiodi ed evitando per miracolo di schiantarsi sulla cengia d'attacco. 
Una via, la Dallago-Zardini, oggi non più ricercata, ma che indubbiamente appartiene alla storia dell'Averau e delle Dolomiti ampezzane!

5 mar 2017

Forcella Colsantiol, luogo impensato

Nel cuore delle Dolomiti più famose - a un'ora di distanza da un rifugio del Cai, raggiungibile a sua volta in un'ora da una strada regionale - può ancora esistere un valico privo di tracce umane e valorizzazioni di alcun tipo, costellato solo (almeno al tempo in cui lo abbiamo visitato) dalle inequivocabili testimonianze dei bovini che d'estate arrivano fin lassù?
Forcella Colsantiol, ai piedi 
del Col de la Puina (foto E.M.)
Può esistere, e lo abbiamo trovato in una dolce domenica d'inizio autunno. E' Forcella Colsantìol (o Costantìol, ma non voglio tediare sul perché del doppio nome), quotata 2140 m, che divide il Col de la Puina dai Crépe dei Béche; ci troviamo di fronte al versante nord del Pelmo, tra San Vito e Borca di Cadore. 
Non per farne soverchia "réclame"  (che comunque non sarebbe granché invasiva...), ma quella forcella ci ha davvero colpito. Vi si sale in tempo abbastanza breve e senza fatiche sovrumane dal Rifugio Città di Fiume, sfruttando un valloncello fra pascolo e bosco, e non è una meta usurata, mancando di sentieri e tracce consolidate; verso la Valle del Boite, poi,  da essa scendono arcane pale, note solo a cacciatori e a rari curiosi. 
Il valico non consente di fare granché: l'unica e la più logica cosa è la salita del soprastante Col de la Puina, buffo e panoramico cimotto che, visto da San Vito, evoca un'enorme ricotta. Meta invernale più che estiva, il Col è diviso dal valico da una ripida cresta di 120 m di dislivello, che a metà s'impenna con salti rocciosi e richiede di deviare su erba e grosse ghiaie verso la "via normale", che si stacca dal sentiero di Malga Prendera. 
Valichi con queste peculiarità non credo se ne trovino a bizzeffe, almeno tra le nostre Dolomiti: mi piacerebbe che quei pochi rimanessero il più possibile come sono.

27 feb 2017

Monte Popena: roccia, mughi, silenzio

Stamattina, guardandolo dal lago gelato di Misurina sul quale mi trovavo a passeggiare, ho rivisto un luogo che - malgrado la recente, lodevole sistemazione di un sentiero ad anello - non credo sarà mai affollato dagli escursionisti. 
E’ il Monte Popena (o Popena Basso, dizione più usata): storica palestra di roccia di Misurina inaugurata da Casara e Granzotto nell'estate 1926, è interessata da vie di varia difficoltà e bellezza. 
La vetta si raggiunge anche a piedi, camminando lungo una mulattiera di guerra percorribile in un’ora e poco più dal Grand Hotel. Da esso ci si alza nel bosco e poi tra i mughi, sino a un ghiaione sulla sinistra orografica della Guglia Giuliana, passione di Emilio Comici. Qui il sentiero, fattosi un poco più aspro, sfiora la caratteristica lunga parete ed esce sulla dorsale sommitale attraverso un ripido canalino. 
Il Monte Popena da Misurina ... in pieno inverno meteorologico 
(foto I.D.F., 27.02.2017)
Alcuni ometti aiutano a non perdere la bussola fra la vegetazione e a conseguire la cima, cupola di magro pascolo che sporge sul lago da un lato e sulla Val Popena Alta dall'altro. Tra roccia, mughi, silenzio, lo sguardo è attratto da un vasto orizzonte: su tutte le vette svetta il vicino, imponente Cristallino di Misurina. 
Il Monte è una meta escursionistica, oserei dire, di dettaglio; è anzitutto un sito di arrampicata, ma le vie finiscono sul bordo della parete e a chi le ripete interessa riavvolgere subito le corde per scendere, più che incantarsi sulla cima a guardare in aria!
Comunque, a chi la raggiungesse, la vetta - individuata da un ometto di sassi e ben soleggiata nelle belle giornate - offre un tappeto verde fra cielo e crode, dal quale la fantasia si perde verso tante mete note, altre ignote, alcune rimpiante. 
Sul Monte, visto il facile accesso, salirono sicuramente i cacciatori, già in tempi remoti. La parete verso Misurina fu affrontata dall'infaticabile Severino Casara, che la battezzò salendo il camino di sinistra, solo a metà degli anni '20; ciò si spiega considerando le peculiarità della cima, che invita a un alpinismo "sportivo" e muscolare più che di riflessione e, sebbene in alcuni punti la parete offra difficoltà superabili anche dagli scalatori dell'800, forse la verticalità fece da deterrente.
Di qua e di là degli strapiombi che solcano la parete, si cimentarono Piero Mazzorana ("Diedro a sinistra degli strapiombi gialli", 1931; via Mazzorana-Adler, 1936), il triestino Renato Zanutti e i lecchesi del gruppo Cassin (1934), gli Scoiattoli di Cortina Albino Alverà e Romano Apollonio (primo 6° grado, 1942) e Lino Lacedelli e Guido Lorenzi (1956), Alziro Molin (anni '70) e altri. Eugenio Cipriani e i climbers di fine millennio hanno infine ridotto fortemente altre scoperte logiche. 
Quando Iside e io salimmo per la prima volta insieme sul Monte, quindici anni fa, dal diedro Mazzorana - una delle due vie che ripetei più volte nel periodo migliore - sbucarono alcune cordate, che ci salutarono, ma non degnarono la cima di uno sguardo.
Dietro di loro non c’era più nessuno, e così per un bel po' la vetta erbosa rimase tutta per noi due.

23 feb 2017

Cima Witzenmann: guide ampezzane, clienti ungheresi e ... crolli moderni

Nella mattinata del 20 febbraio e poi due giorni dopo, complice la situazione climatica generale, che tanti danni sta provocando sull'intera catena alpina, è crollata verso la Val Gravasecca una porzione della Cima Witzenmann (Gruppo della Croda dei Toni, in territorio di Auronzo): il crollo ha coinvolto anche parte dell'attiguo Campanile Vicenza.
Cima d'Auronzo, Campanile Vicenza, Cima Witzenmann
(foto V. Pais Tarsilia da "Le Dolomiti di Auronzo", 2014)
Senza affrontare giudizi scientifici che non sono in grado di dare, e tralasciando  gli stereotipi sulle montagne che si disfano (le Dolomiti sono nate dal mare, e un giorno in mare torneranno...), interessa il dato storico, che a chi scrive il crollo sulla Witzenmann - purtroppo mai neppure passatole vicino, e la conosce solo attraverso le fonti storiche - ha fatto venire in mente. 
Il torrione, quotato 2820 m circa, oltre al nome dei germanici Adolf (1872-1943) e Emil Witzenmann (1867-?), valenti scalatori che tra l'800 e il '900 nei gruppi dei Cadini, Croda dei Toni, Popera e Tre Cime lasciarono traccia su varie crode e vie, contiene anche un po' di DNA ampezzano. 
Il 7.9.1904, infatti, la cima fu salita per la prima volta dal versante est, per un percorso abbastanza articolato e di medie difficoltà. La conquista spettò al quintetto composto dalle baronesse ungheresi Ilona e Rolanda von Eötvös e dalle attivissime guide ampezzane Antonio Dimai "Tòne Deo", Giovanni Cesare Siorpaes "Jan de Santo" e Agostino Verzi "Tino Scèco". 
Non è noto, per ora, se il recente crollo abbia interessato, e di conseguenza in qual misura, il percorso della cordata ampezzano-magiara, che il 18.7.1901 (senza Siorpaes) aveva conquistato anche la vicina Cima d'Auronzo da Forcella dell'Agnello: è verosimile che in oltre un secolo, sull'elegante montagna che ricorda i due fratelli di Dresda, gli scalatori non si siano mai accalcati, e forse il crollo non avrà lambito percorsi di grande interesse e frequentazione. 
Ragionando all'indietro, sarebbe curioso sapere come poteva essere la Cima Witzenmann ai tempi dei primi salitori, le giovani e intraprendenti von Eötvös e le loro tre esperte guide. 
E capire se mai, giungendo in vetta quel 7 settembre, avrebbero pensato che quella cima imponente, un secolo dopo si sarebbe anch'essa sfrangiata in frantumi crollanti, grandi colate detritiche, pareti e spigoli malsicuri che, se non consegnati all'oblio, dovrebbero essere reinterpretati per un'ipotetica riscoperta dell'alpinismo del tempo andato.

21 feb 2017

Dino Dibona Pilato, una guida dimenticata

Esponente dell'alpinismo ampezzano poco in vista, ma non per questo da trascurare, Dino Dibona Pilato - uno dei tre figli maschi di Angelo, "dominatore del quinto grado su tutte le montagne d'Europa", e di Angelina de Zanna - era nato a Cortina nel 1920. 
Come il padre e i fratelli maggiori Ignazio e Fausto, a ventidue anni divenne anch'egli guida, insieme a Carlo Alverà Lete (1918-2010). S'impegnò quindi in un'attività tranquilla e onorevole per un paio di decenni: nell'edizione in tedesco del 1963 della "Guida di Cortina" di Federico Terschak, infatti risulta ancora in attività.
Angelina de Zanna e i figli Sabina, Giulia
e Dino Dibona (anni '30, raccolta Franco Laner - Mestre)
Dino Pilato non compì prime salite né suscitò interesse per grandi imprese. Comunque, la traccia del suo passaggio si trova spesso nei libri di vetta, tra i quali quelli della Punta Fiames. Ad esempio, Dibona compare spesso sulla classica via Dimai-Verzi della Punta: il 24.8.1949, con il collega Luigi Apollonio Longo, i clienti Anna e Cyril Escher, seguì suo padre Angelo, che - a settant'anni suonati - la ripeteva per l'ultima volta. Dino compare poi in un episodio, riferitomi dall'Accademico Marino Dall'Oglio e riguardante la via aperta da Albrecht Wachtler con Santo Siorpaes sulla parete ovest della Croda Rossa d'Ampezzo. 
Dopo aver pernottato nel fienile di Ra Stua, la mattina del 2.10.1949 Dall'Oglio partì con il compagno Renzo Consiglio per la via, che sale sulla Croda Rossa dalla conca delle Valbones. Con loro c'erano "Anjeluco Pilato" e il figlio Dino, nemmeno trentenne. Iniziando la salita, Dino consigliò l'anziano padre - che vestiva la giacca, una camicia bianca e il cappello - di legarsi in cordata con loro ma, al premuroso figlio, Angelo rispose più o meno così: "Su queste roccette, non ho bisogno di legarmi!"
Ciò a conferma dell'esperienza, della sicurezza di passo e dell'equilibrio della celebre guida, qualità congenite e affinate in una vita trascorsa sui monti. 
Dino Dibona, che fu anche un buon maestro di sci, morì ad appena quarantatré anni il 2.1.1964. Di lui resta il ricordo sulla grande lapide che nel cimitero di Cortina tramanda i nomi delle guide e dei portatori ampezzani scomparsi dal 1880 in poi.

16 feb 2017

"Un uomo va sui monti", diario di montagna di un alpinista romantico

Cercando informazioni sulla prima salita invernale del Cridola (ad opera di Emilio Comici e Giorgio Brunner, 15.II.1930), ho piacevolmente riscoperto il testo di quest'ultimo “Un uomo va sui monti”, edito da Alfa a Bologna nel febbraio di sessant'anni fa. 
Il libro, 490 pagine diventate ormai un pezzo d'antiquariato, che trovai a poco prezzo nel 1986 da un rigattiere in Via Giulia a Trieste, narra una vita di vagabondaggi dell'ingegnere triestino (1897-1966), lungo l'intera dorsale alpina dalla Francia alla Svizzera, dall'Italia all'Austria e alla Jugoslavia, con sconfinamenti in Norvegia e nell'America del Sud.
Molti capitoli del libro riguardano Cortina e il Cadore: quassù infatti, il triestino – cultore delle salite invernali e solitarie - con vari compagni tra cui spesso la moglie, compì la prima salita di due canaloni ghiacciati nord, sul  Sorapis (1929) e sulla Punta dei Tre Scarperi (1930), nonché diverse prime salite invernali: Cridola da sud, Piz Popena, Cima Cadin di San Lucano, Cristallino di Misurina, Pala di Meduce, Sorapis, Punta Nera, Zesta. 
Nella sua carriera, Brunner effettuò almeno 700 salite di difficoltà classiche, tra le quali molte prime, e il suo alpinismo fu sempre improntato a una concezione romantica, oserei dire quasi ottocentesca, della montagna. 
“Un uomo va sui monti” non è il consueto récit d'alpinisme emozionante, drammatico o comico, ma un gradevole diario, un'analisi dell'intimo connubio coi monti che segnò la vita dell'autore: paradigma di una passione fedele, pura, costante e irriducibile che ha originato uno dei libri più interessanti fra quelli che ho letto. 
Anni fa avevo suggerito a un editore torinese la ristampa dell'opera in una collana di narrativa di montagna oggi cessata, ma l'idea purtroppo non prese corpo. Riscoprendolo dopo tanto tempo, mi pare che sia sempre un libro da leggere, per gustare le avventure di un uomo che dedicò alle crode ogni giornata libera della sua vita, fino a due mesi prima della scomparsa, e – pur non avendo combattuto la storica “battaglia del VI grado” - si distinse in esplorazioni di rilievo, specie nelle Dolomiti. 
Chi oggi seguirebbe le sue orme d'inverno su cime disertate come il Piz Popena (con Comici, 1932) o secondarie come la Punta Nera (da solo, 1941) e la Zesta (con la moglie Massimina Cernuschi e il cognato Mauro Botteri, 1942)? Forse nessuno: e i racconti di quelle salite di tanti anni fa a mio giudizio rientrano tra le più vissute, antieroiche e non autoreferenziali pagine di montagna che abbia finora trovato.

15 feb 2017

Due piccoli scalatori sul Taé

Un giorno d'agosto del 1976 l'alpinista, fotografo, regista e scrittore Severino Casara, che avevamo conosciuto da poco al Rifugio Lavaredo e - al ritorno da una gita al Lago di Braies - ci stava riportando a Cortina, fermò la sua Giulietta celeste presso la cantoniera, oggi fatiscente, di Podestagno. 
Da lì sospinse la nostra curiosità sullo zoccolo ai piedi del versante sud del Taé, che s'impone sulla Val di Fanes con una parete verticale simile a un tagliere domestico.
Casara ci fece notare una bizzarria naturale, cui non avevamo mai dato importanza: da lontano, sullo zoccolo si possono vedere due conifere, una più alta e una più bassa, che alla sua fervida fantasia ricordavano due piccoli scalatori, il primo dei quali stava assicurando la salita del secondo.
I due piccoli scalatori, appena visibili,
sullo zoccolo sud del Taé (foto I.D.F.)
La visione e le parole di Casara mi tornano in mente ogni qualvolta scendo da Podestagno a Cortina, osservando la parete con una buona luce. E penso: chissà da quanti decenni quelle conifere se ne stanno abbarbicate lassù sullo zoccolo, sfidando estati e inverni, e quante persone le hanno viste da vicino?
Negli ultimi sessant'anni, qualcuno lassù è transitato e di certo lo faranno ancora altri, dirigendosi verso una delle vie che solcano la grande parete gialla e rossa, visibile fin da San Vito di Cadore. 
Ai mortali come noi è permesso soltanto guardare dal basso i due alberi che, con un po' d'inventiva, riescono realmente a evocare due persone nell'atto d'inerpicarsi lungo il basamento del Taé, quasi sospeso sui dirupi della forra del Ru de Fanes.
Si tratta di una vera e propria "cordata vegetale", sulla quale mi è capitato di posare lo sguardo in ogni stagione, venendo dalla Pusteria; qualche mese fa, in un limpido e fresco pomeriggio autunnale, ci siamo presi persino la briga di scendere dalla macchina e starcene in mezzo alla Statale senza traffico a immortalare i piccoli scalatori da varie angolature. 
Ricordando così - a quasi quarant'anni dalla scomparsa - l'amico Severino Casara, poeta e cantore delle Dolomiti.

9 feb 2017

Rocchetta di Campolongo: una nuova via sulla parete sud-ovest

Secondo lo Scoiattolo e guida Paolo Bellodis, mio coetaneo e amico, chi s'impegna di questi tempi a setacciare le Dolomiti ancora segrete, per paradosso troverà più facilmente pareti e vie con difficoltà di alto livello che non di medio-bassa complessità, degne di essere ascritte all'alpinismo classico di vecchia memoria e proponibili agli appassionati per eventuali ripetizioni.
La nuova via "Kannik" sulla Rocchetta
di Campolongo (in rosso, foto Calamelli)
La regola soffre comunque di qualche eccezione, se è vero che quattro mesi fa, il 9 ottobre dell'anno scorso, Marco Pettenò e Gianluca Calamelli, di Mestre e già autori di scoperte inedite tra i Lastoi del Formin e il Piz del Corvo, hanno trovato una via nuova e non molto impegnativa sulle crode  intorno a Cortina.
Dove? Sulla parete sud-ovest - già salita da cordate venete nel 1973 - di una cima di cui ho scritto varie volte in questo blog, interessante per l'escursionista romantico, solcata da sole quattro vie alpinistiche e fino ad oggi poco calpestata: la Rocchetta di Campolongo, nel gruppo Croda da Lago – Cernera sul confine tra la valle d'Ampezzo e quella del Boite.
La via Pettenò-Calamelli, denominata “Kannik” che nella lingua Inuit equivale a “fiocco di neve”, sale lungo il versante sud-occidentale della cima, già visibile da Borca di Cadore; presenta uno sviluppo di 290 metri e difficoltà dal III al IV grado superiore su roccia in complesso buona.
Ai salitori va riconosciuto il merito di avere collocato soltanto protezioni veloci, lasciando sulla parete un unico chiodo artigianale per segnalare l'attacco; per l'apertura della via sono occorse circa tre ore.
Scesi dalla vetta per la via normale in versante Cortina tra nevischio e pioggia, alla stalla dei Ronche a Socol, Marco e Gianluca hanno trovato ad aspettarli due amici con generi di conforto; dopo una decina di ore di marcia, è così terminata una nuova avventura dolomitica, vissuta in condizioni meteorologiche quasi invernali e in un contesto ambientale solitario e molto gratificante.

6 feb 2017

Un incontro fuori norma nella Grotta della Tofana

Un giorno di aprile del 1980, decidemmo di andare a vedere le stalattiti e le stalagmiti di ghiaccio che si formano in primavera (chissà se oggi sono ancora suggestive come allora...) nella Grotta della Tofana, sulla parete sud della Tofana de Rozes.
Nella "Guida della valle d'Ampezzo e de' suoi dintorni" avevo letto che le guide ampezzane proponevano ai clienti la visita a quel particolare sito già a fine '800, e la cosa mi aveva incuriosito.
Un po’ con mezzi di fortuna e tanto a piedi, salimmo quindi alla Grotta, dove si arriva dal sentiero che porta al Castelletto oltrepassando un canale, una cengia e una parete un po’ esposte, attrezzate con corde metalliche. 
La Grotta della Tofana col percorso d'accesso
(dal sito guidedolomiti.com: grazie Enrico!)
Superammo con cautela l'erto canale innevato e con altrettanta attenzione le roccette bagnate, e in breve ci portammo alla Grotta, intiepidita dal sole poiché guarda verso sud. 
Sulla bocca del grande antro c'erano due maestri di sci di Cortina, con due signore che prendevano la tintarella. Leggermente imbarazzati, i maestri dissero di essere arrivati fin lassù dopo aver sceso il canalone del Busc de Tofana, perché le clienti desideravano vedere anche la Grotta; solo che adesso le signore, in scarponi da sci, non avevano più il coraggio di scendere per quel canale...
Quale momento più azzeccato per noi, di sfoggiare quel poco di tecnica alpinistica che padroneggiavamo? Negli zaini avevamo uno spezzone di corda, qualche cordino e alcuni moschettoni: imbragammo le clienti, facemmo i nostri bei nodi barcaioli e mezzi barcaioli e, con il dovuto tàio (cioè comportamento baldanzoso, in ampezzano) da scalatori consumati, in un paio di riprese le calammo alla base, dove giunsero sane, salve e contente. 
Scendendo verso il Rifugio Dibona, i maestri ci fecero capire che dell’incontro era meglio non parlare troppo in giro, poiché la Grotta della Tofana esulava dalle loro competenze e tariffe professionali, e anche per un altro, prosaico motivo, riguardo al quale ci fecero l’occhiolino. 
In cambio del silenzio, ci offrirono il pranzo: ricordo ancora il gusto con cui divorammo polenta, braciole e Skiwasser, prima di riprendere ridacchiando la via di casa.

29 gen 2017

Torre Wundt, fessura Mazzorana d'inverno? No, grazie!

Mentre la prima ripetizione della fessura sud-est della Torre Wundt, aperta dalla guida Piero Mazzorana con Sandro Del Torso il 7 settembre 1938, fu compiuta a quattro anni di distanza (14 agosto 1942,  Mario Pavesi e Cesare Carreri), la prima invernale dovette attendere quasi un ventennio. 
Solo il 13 marzo 1956, infatti, Bruno Baldi e Fabio Pacherini, soci dell'Associazione XXX Ottobre del Cai di Trieste, che gestiva la Capanna Dina Dordei al Passo dei Tocci (poi Rifugio Fratelli Fonda Savio) e stava esplorando i Cadini per aprirvi tutte le vie possibili, salirono la fessura con la neve. 
Anni fa, all'amico Alessandro, appassionato come il sottoscritto della via - che salimmo insieme mezza dozzina di volte, ma sempre al sole d'agosto - era venuto in mente di andarvi a curiosare d'inverno: ovviamente nel tentativo aveva cercato di coinvolgere chi scrive, che conobbe per la prima volta la Mazzorana nel 1981, salendola con Mario di Bologna.
In condizioni meteorologiche favorevoli, per noi - alpinisti poco più che "ciabattoni" e non certo himalaiani - forse la salita sarebbe stata possibile: la fessura sale a sud e potrebbe presentarsi in buono stato, seppur magari un po' gocciolante, anche in qualche bella giornata invernale. 
Sulla via Mazzorana-del Torso della Torre Wundt
con Alessandro e altri, 27 agosto 1984
Ma l’idea di salire al Passo dei Tocci con la neve (il sottoscritto non scia da quarant'anni), magari fermarsi nel bivacco invernale del rifugio, che ricordo freddo e scomodo, e poi dover scendere lungo la via normale sul tetro versante nord, mi fecero desistere più di una volta dalla "balzana" idea. 
Di fronte ai miei tentennamenti, credo che Alessandro non abbia trovato altri compagni per la Mazzorana d'inverno, lasciando a Baldi e Pacherini il "primato" della salita, di cui apparve la notizia nella Rivista del Cai del 1956. 
Se qualcuno ne avesse l'intenzione - specie quest'anno, che finora ci ha portato ben poca neve - sappia che l’invernale della fessura della Torre Wundt non sarebbe più una prima: ma forse manca ancora l'invernale di qualche solitario...

23 gen 2017

La Dimai della Punta Fiames: storia e storie di una via (600° post di ramecrodes)

E’ una mattina di prima estate del 1901. Dopo accurate ricognizioni, che li hanno portati a intuire un percorso possibile, Antonio Dimai - 35 anni, guida alpina di Cortina al culmine della fama - e Agostino Verzi, più giovane di tre anni e altrettanto abile e agguerrito, sono pronti. 
Con J.L. Heath di Londra, le guide salgono con successo una parete di circa 350 metri, articolata e complessa, dove nessuno ha ancora messo il naso e che - cent'anni dopo - rimane a buon diritto un'appagante esperienza: la sud della Punta Fiames del Pomagagnon, in paese detta semplicemente ra paré
L'avvicinamento, un po' lungo ma abbastanza comodo; l’interesse della via che – pur non rientrando fra le più impegnative delle Dolomiti – costituiva una meta di prestigio; la possibilità di seguire le cordate coi binocoli dal fondovalle, ben presto porteranno la via Dimai ad essere una delle più famose e gettonate della valle. 
Poco dopo la conquista, alcune guide di cui non si hanno i nomi riescono a evitare il tratto più ostico della Dimai, in cui le colate d'acqua rendono spesso la roccia scivolosa, con la “Variante”. Essa s'inoltra per circa settanta metri in una serie di camini di medio impegno, e inizialmente sarà preferita dalle guide con i clienti, per tornare a riprendere scarpe e sacchi ai piedi della parete, mantenendosi sempre sul versante al sole. 
Ernesto, Enrico, Federico, Mauro sulla Punta Fiames,
dopo aver salito la Dimai, 23/1/1983
Purtroppo non ho riferimenti sulla prima ripetizione, la prima femminile e la prima "senza guide" della Dimai, di cui presto andrà perso il conto delle visite. In ogni caso, penso che le scalate citate siano state compiute subito dopo l'apertura della via, apprezzata dai dolomitisti per la varietà dei passaggi, la bontà della roccia, la favorevole esposizione, il panorama. 
Il 3/1/1913, Angelo Dibona e l'ungherese Anton von Csaky compiono una delle prime invernali documentate; il 26/7/1945 la maestra elementare Anna Caldart ripete invece la Dimai da sola, assicurandosene la probabile prima solitaria femminile. 
Venerdì 27/5/1976, un diciottenne che ha già fatto quattro o cinque salite marina la scuola e, legato alla corda del coetaneo Ivo (il quale pensa già di diventare guida come il padre) supera favorevolmente anche lui la parete.
Ci tornerà poi per venti volte in un ventennio, tre delle quali d'inverno ed una giusto come oggi, 34 anni fa; non riesce ancora a dimenticarne nessuna.

19 gen 2017

Excelsior, grande vecchio Spiro!

Il 18 gennaio, poco più di un mese prima di toccare il secolo di vita, l'alpinista, regista teatrale, romanziere, saggista e dal giugno 2016 Presidente Onorario del Gism, Spiro Dalla Porta Xydias di Trieste, ha scalato per l'ultima volta la sua "guglia d'argento". 
Il Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, del quale anche lo scrivente si pregia di far parte, partecipa con deferente pensiero alla scomparsa, ricordando l'impegno profuso da Spiro, "l'ultimo dei romantici" secondo il suo biografo Andrea Bianchi, a favore e sostegno dei più schietti valori e ideali della Montagna, vissuti sempre con coerenza e fedeltà. 
L'ultimo incontro del Gism con Spiro (a destra, Fabio Vettori):. 
Rifugio Premuda in Val Rosandra - 17.10.2015 (foto E.M.) 
La lunga presidenza del Gism di Dalla Porta costituisce una testimonianza di vita, che ha permesso la sua presenza costante e accalorata nella dialettica e nei dibattiti sui contenuti dell'alpinismo e ha coinvolto tutti gli amanti e i frequentatori dei monti, con un impegno intellettuale di grande valore culturale e spirituale. 
Di Spiro va ricordata la partecipazione a diversi livelli di presenza al Cai, di cui fu Socio Accademico, Socio Onorario e Consigliere centrale, ben rappresentati dal suo alpinismo, ricco di oltre 100 prime salite tra il 1943 e il 1988, sia dagli oltre 50 titoli editoriali a suo nome.
La vita di Spiro Dalla Porta Xydias rappresenta dunque un solido punto di riferimento per i soci del Gism, che ne onorano la memoria custodendola tra i motivi di ispirazione più alti del sodalizio. 
Eravamo già pronti a recarci a Trieste il prossimo 21 febbraio, comunque fiduciosi di festeggiare il suo centesimo genetliaco ringraziandolo per aver tenuto sempre alta la bandiera dell'andar per monti, con gambe e braccia sì, ma soprattutto con cuore e spirito. Non ce n'è stato il tempo. 
Excelsior, grande vecchio Presidente.

12 gen 2017

In memoria di Gualtiero Ghedina, Scoiattolo di Cortina

Fra il 2016 e il 2017, nell'arco di due settimane, la valle d'Ampezzo ha perso tre coetanei del 1939. Il primo, Luciano Bernardi, è stato salutato in questo blog pochi giorni fa; il secondo, Gualtiero Ghedina, fu annoverato tra gli anni '50 e '60 del Novecento tra i rocciatori dilettanti più forti di Cortina. 
Primogenito di Giuseppe Ghedina Basilio (1898-1986) - celebre fotografo di montagna e editore di cartoline illustrate, anch'egli scalatore e conosciuto oltre i confini nazionali - Gualtiero aveva lavorato sulle orme del padre e del nonno Giacinto, propugnatore dell'arte della fotografia a Cortina.
Durante la prima salita
dello Spigolo degli Scoiattoli, luglio 1959 
Alla fine degli anni '50, Ghedina entrò nel rinomato gruppo degli Scoiattoli. Nelle cronache alpinistiche, il suo nome appare in almeno tre prime salite di un certo rilievo: la parete S del Piz Popena (500 metri di IV e V grado, superata col coetaneo Luciano Da Pozzo il 31.8.1958); lo "Spigolo degli Scoiattoli" sulla Cima O di Lavaredo (500 metri di VI grado superiore, salito con Lorenzo Lorenzi, Albino Michielli Strobel e Lino Lacedelli il 21-22.7.1959 in 21 ore, con 180 chiodi e un bivacco); lo Scoglio Serenella nel golfo di Positano (60 metri di VI grado, superati con Strobel, Lorenzi, Beniamino Franceschi Mescolin e Claudio Zardini il 18.9.1960). 
Oltre alle vie nuove, con il coetaneo Luciano Bernardi - scomparso il 29 dicembre scorso -  Ghedina effettuò anche la prima ripetizione dell'itinerario aperto nel luglio 1962 da Strobel e Arturo Zardini Tamps sulla parete nord del Bèco d'Aial, presso il Lago omonimo (190 metri di V e VI grado).
Ampezzo e la classe 1939, che in paese conta diverse guide, Scoiattoli e sportivi, non scorderanno certamente Gualtiero "Basilio": oltre ai familiari, parenti ed amici, egli lascia un ricordo nella lunga storia dell'alpinismo ampezzano.

4 gen 2017

L'uomo che amava i sentieri: ricordo di Luciano Bernardi

Lo scorso 31 dicembre è giunto all'ultima dimora Luciano Bernardi, noto a Cortina come "Luciano Agnèl". Classe del 1939, quella che alla conca ha dato, fra l'altro, un nutrito gruppo di guide, scalatori, Scoiattoli e sportivi, Luciano militò per molti anni come volontario nel Soccorso Alpino. Fu uno dei fondatori e cantò per mezzo secolo come secondo tenore nel Coro Cortina; dal 1981 al 2009 "prestò servizio" nel Consiglio Direttivo della Sezione del Cai, col referato per la sentieristica; consigliere, poi vice Presidente, per vent'anni fu Presidente della Cassa Rurale ed Artigiana di Cortina e anche consigliere della Federazione Veneta delle Banche di Credito Cooperativo.
Fece molte cose, dunque, e non sono tutte. Tra l'altro, fu un Regoliere attento e interessato; partecipò sempre alle vicende dell'istituzione, fu Marigo della Regola Alta di Ambrizzola, ma coltivò soprattutto una grande passione per l'ambiente e la sua difesa.
Escursione sociale del Cai Cortina sul Corno d'Angolo, 31.8.2008:
Luciano è il 2° da sinistra, tra le due signore (foto E. Majoni)
Buon alpinista con all'attivo numerose vie, grande conoscitore del territorio ampezzano in ogni angolo, scrupoloso nella cura e manutenzione di sentieri e tabelle, per il turismo promosse iniziative di spessore. Nel 1966, con gli amici Guido Biz, Carlo Gandini e Bruno Menardi “Gim”, scoprì e segnò la lunga cengia sul versante nord della terza Tofana che fu dedicata alla maestra Paolina Colleselli; nel 2000 partecipò alla ricostruzione della storica croce sulla Costa del Bartoldo del Pomagagnon e alla conseguente festa ai Casonàte, e nel 2004 fu prezioso consulente per l'identificazione e la segnatura della tappa ampezzana del Cammino delle Dolomiti.
Luciano ha sempre dato molto al nostro paese, tenendo in vista il bene comunitario, il senso della collettività, i principi mutualistici e solidaristici nel paese e con le realtà vicine.
Per decenni ha costituito un punto di riferimento alpinistico, culturale e umano, e Cortina lo ricorderà con simpatia. Poiché il nostro cammino si è "incrociato" a lungo e in vari frangenti, desidero ricordarlo com'era: quieto ma fermo, sempre presente, entusiasta e solido nei principi e nelle idee.
Ciao, amico Luciano.

1 gen 2017

Buon 2017 dal Monte Cristallo

Prima probabile salita: Pietro Alverà de chi de Pol, cacciatore ampezzano (+1861), o Don Giuseppe Manaigo, giovane sacerdote appassionato di scalate (+1858).
Prima salita con propositi esplorativi, o almeno documentata da scritti: il viennese Paul Grohmann con le guide locali Angelo Dimai Deo e Santo Siorpaes Salvador, il 14.9.1865. 
Prima salita femminile: Anna Ploner, figlia diciottenne di Georg, oste di Carbonin, con la guida di Sesto Pusteria Michl Innerkofler, nell'estate del 1874.
Prima salita senza guide: Giuseppe D’Anna con alcuni compagni, nell'estate del 1880. 
Prima salita invernale: gli ampezzani Bortolo Alverà de chi de Pol e Pietro Dimai Deo, guida, il 22.11.1882. 
Prima salita femminile italiana: Irene Pigatti di Colle Umberto (TV), con Innerkofler, il quale in poco più di una quindicina d'anni raggiunse la vetta circa 300 volte, nell'estate del 1886. 
Manca la certezza della prima solitaria, comunque ininfluente poiché i sei riferimenti temporali sopra citati circoscrivono chiaramente la storia alpinistica del Cristallo, ancora oggi uno dei 3000 più ambiti ed appaganti delle Dolomiti che circondano la conca ampezzana. 
La nobile cima non è più affollata come in qualche giornata estiva di cent'anni or sono; colpa di diversi fattori, fra i quali in primis forse l'accentuato dislivello e il conseguente faticoso approccio alle rocce, sia dal versante di Cortina sia da quello opposto di Schluderbach. 
Inconsueto scorcio sul Monte Cristallo e il Piz Popena,
dall'Alpe Faloria (foto E.M., estate 2003)
Il tratto di pura ascensione però, 400 metri di difficoltà contenute nel 2° grado con un paio di passaggi più impegnativi, è istruttivo e assai piacevole, perché si svolge su solida dolomia, in discreta esposizione e in un contesto solitario e assai affascinante.
Se è permesso un inciso autoreferenziale, dopo la prima volta avvenuta il 13 settembre 1980, chi scrive è giunto sul Cristallo in altre quattro occasioni, sempre nella pienezza dei sensi e sentendosi ogni volta un po’ pioniere. Questo malgrado le tracce (non le facilitazioni, che non ci sono!) inevitabilmente lasciate lungo il tragitto e sulla sommità da uomini e donne di ogni nazionalità. in oltre 150 anni dalla conquista. 
Dovendo suggerire a un alpinista motivato un 3000 dolomitico non aperto alle grandi folle, non banale ed eccezionalmente panoramico, secondo l'esperienza personale non avrei alcuna esitazione nell'indicargli il Cristallo.

22 dic 2016

Sotto il Becco di Mezzodì: una "dolorosa" avventura

Un giorno d'agosto, scendendo verso il Lago di Federa dalla Rocchetta di Prendèra – che avevamo salito per la prima volta - ebbi la pessima idea di passare per "Gròto", il dirupato costone, detritico e sassoso ma ingentilito da piccole macchie di verde e rododendri, che copre le falde settentrionali del Becco di Mezzodì e da un paio di anni vediamo giornalmente dal nostro salotto.
What is "Gròto"? Sapevo già che il nome non c'entra nulla con il maschile di un'inesistente “gròta”, voce ampezzana rimpiazzata da “landro”, ma invece significa curiosamente ”incrostazione di sudiciume, sudiciume indurito di pelle non lavata”. In quel senso ricordavo di averlo sentito pronunciare spesso in casa, ma in ogni caso il perché dell'oronimo mi è ancora sconosciuto. 
Lasciando stare le questioni toponomastiche, ero convinto che, per scendere, avremmo potuto sfruttare a nord del Becco le tracce di passaggio lasciate in quasi un secolo dai salitori - oggi sempre più rari - del Camino Barbaria (aperto il 19.VIII.1908) e della Emmeli (aperta il 15.X.1927), due vie che affrontano la cima da quella parte e un tempo erano alla moda. Sbagliammo sicuramente qualcosa, se è vero che tracce degne del loro nome non ne trovammo; dove passavano gli scalatori, lo sono venuto a sapere da un amico guida di Cortina soltanto dodici anni dopo!
Sotto il Becco, verso "Gròto"
(foto E.M., estate 2004)
Così, dovemmo passare proprio per "Gròto" mirando comunque al lago e al rifugio sulle sue rive: una ginnastica non lunghissima ma snervante, fra blocchi di vari tipi e misure, ghiaia, cespugli e fiori, che c'impegnò fin poco prima del lago. La fantasiosa variante ci servì senz'altro per conoscere la zona, ma mi stancò al punto che poco più tardi, scendendo per il sentiero 437 verso Rocurto, m'impigliai in una radice inaspettata. Finii lungo disteso e presi una tale legnata, che una mano e alcune costole mi fecero male per diversi giorni.
Alla malora anche "Gròto"! Pensai: se per caso fossimo tornati sulla Rocchetta o avessimo voluto aggirare la "meridiana degli ampezzani" sul versante di Cortina, sarebbe stato meglio rasentare le pareti! Avrei così visto dove salgono il Barbaria e la Emmeli, due vie che non ho fatto, e saremmo arrivati in minor tempo e forse con minor fatica sulla trafficata mulattiera, che ogni giorno d'estate smista i turisti da e verso Ambrizzola, Mondeval e tutto il resto.

19 dic 2016

Tracce dimenticate di alpinismo antico sulla Punta del Pin

Dal crinale proteso verso est dalla Croda Rossa d'Ampezzo, si allunga una sommità, massiccia ma quasi anonima, quotata comunque 2682 metri e visibile fin dalla sella di Cimabanche. 
Il ramo di questa che scende sul valico è costituito da una dorsale - rocciosa nella parte superiore, coperta da folti alberi e mughi in quella sottostante - che a sua volta fa da limite destro orografico alla Val dei Chenòpe, tra Cortina e Dobbiaco. 
La dorsale è detta Costa del Pin, giacché le piante che la ricoprono sono in prevalenza pini silvestri; il rilievo incombente, salito per la prima volta con intenti esplorativi da austriaci 110 anni or sono, porta il medesimo nome, Punta del Pin. 
L'angolo in cui svetta la Punta è poco battuto poiché - grazie al cielo - vi mancano i sentieri segnati. Lungo la Costa, da Cimabanche sale il confine fra le provincie di Belluno, nella quale ancora insiste la Punta, e di Bolzano; di esso, volendo immergersi nella tenace e resinosa vegetazione (come facemmo un lontano giorno di dicembre) si rinvengono ancora alcuni dei cippi settecenteschi. 
La Punta postula un minimo impegno alpinistico e la via più semplice, ascrivibile al 1°-1°+, si svolge sul suo lato che guarda l'alpe di Pratopiazza. Nell'agosto del 1990, quando ne calcai per la prima volta il punto più elevato, scoprendo l'inedita e ammaliante visuale della parete orientale della Croda Rossa, mi ero preparato a scoprire una montagna quasi ignota, anche in valle d'Ampezzo nel cui territorio ricade, ed ancor meno frequentata. 
Punta del Pin a sinistra e Croda Rossa,
da Malga Pratopiazza (E.M., 11.10.09)
Mi aveva attirato lassù la sintetica relazione della salita riportata da Antonio Berti nel suo viatico "Dolomiti Orientali"; per sicurezza avevo chiesto ulteriori ragguagli al figlio Camillo, enciclopedico conoscitore delle Dolomiti, che mi raccontò di avere salito la Punta col padre da ragazzo, quindi nei primi anni '30. 
Negli anni ho toccato la Punta del Pin almeno una mezza dozzina di volte, seguendo tracce dimenticate di alpinismo antico, avventuroso, non banale, che richiede solo piede fermo e un po' di fatica ma avvicina davvero al cielo.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...