25 mag 2011

Due passi sulla Cima Nord Est di Marcoira

Rosy e Isy in vetta,
19/7/2003
Uno dei monti ampezzani dove negli ultimi anni siamo saliti più volte, per comodità e per affezione, è senz'altro la Cima Nord Est di Marcoira (2422 m), elevazione della parte “ampezzana” del Sorapis.
Mentre verso il Passo Tre Croci, la Cima scende con alte pareti scalate per vie ormai dimenticate, sul versante soleggiato essa scivola con un ripido pendio erboso nel Ciadin del Loudo.
Il Ciadin è una suggestiva valletta, invasa in parte dalle ghiaie, dove al tempo di Grohmann gli ampezzani portavano le pecore; oggi, tornata al silenzio, può considerarsi un autentico gioiello ambientale. Da questo versante, si arriva in vetta seguendo una traccia, all'inizio appena visibile ma ben presto assente, che parte da Forcella Marcoira.
La prima volta giunsi lassù per caso, il giorno della Sagra di una ventina di anni fa. Ero solo: arrivato all'imbocco del Ciadin, mi venne un'idea, anche se delle Cime di Marcoira sapevo solo le due parole riportate nel “Berti”. Mi stupii di trovare in vetta un ometto e una croce, e cercai altre tracce, ma nulla.
Tempo dopo un conoscente, col quale avevo fatto un paio di arrampicate, mi raccontò di aver salito più volte la Cima per una via di Ettore Castiglioni. Perdiana, era proprio quella che nel 1980 mio fratello e io avevamo cercato di scalare, senza trovare neppure l’attacco, e quasi annegando nei mughi dello zoccolo!
Tornai sulla Marcoira alcune altre volte, e il 10/10/1999 – giorno in cui gli Alpini salirono numerose vette dolomitiche, lanciando in aria razzi tricolori per ricordare la fine del millennio – noi eravamo lassù.
Lasciai un primo contenitore con un minuscolo quaderno per le firme: da allora, forse anche grazie alla mia piccola "campagna stampa", la Cima ha guadagnato ogni anno qualche visitatore.
L’ultima volta che ho calcato la Nord Est, nel luglio 2005, constatai che in circa un mese erano saliti in vetta “ben” 15 appassionati: penso che si tratti di alpinisti che, come noi, deviano spesso dagli itinerari obbligati per rifugiarsi su crode in apparenza minori, dove però non s'incrociano folle vocianti e non si trovano né ferro, né vernice, né rifiuti.

20 mag 2011

Il "Gigio" e il Becco di Mezzodì

Il Becco di Mezzodì, dal sentiero 457
(foto C. Bortot, 5/9/2004)
Piccola, necessaria premessa. Nel 1972 iniziai la IV Ginnasio a Borca. Nei primi due anni scolastici fummo accolti nell’edificio dove poi alloggiò l'ITC; nei due seguenti ci spostarono al "Pio X", e infine nel 1976 migrammo a San Vito, prendendo possesso dell'attuale sede del Liceo.
Dalla 1^ liceo in poi fu mio professore di lettere Don Luigi Frasson di Cittadella, che noi chiamavamo Gigio e qualcun altro Don Pippo: un religioso che a Cortina e in Cadore ricordiamo in molti con riconoscenza.
Nel 2001 compilai per il CAI Cortina una pubblicazione, con cui solennizzammo i i 100 anni del Rifugio ”Croda da Lago – G. Palmieri” al Lago di Federa.
Compulsando le fonti per ricreare l'interessante storia dell’immobile e quella romantica delle vette circostanti, mi sovvenne che, nove anni prima, Don Luigi era caduto dal Becco di Mezzodì, mentre saliva con due anziani confratelli, morendo pochi giorni dopo. Così dedicai un paragrafo del libro anche a lui.
E' passato quasi un ventennio, e ricordo spesso il mio docente, che ha instradato nella formazione culturale ed umana almeno due generazioni di studenti cadorini e ampezzani, e se fosse tra noi oggi si avvierebbe ai novant'anni.
Dei suoi insegnamenti di quel triennio, mi  sono rimasti due fondamenti importanti: l’interesse per i libri e soprattutto la passione per lo scrivere, argomenti che al Gigio piacevano e ci comunicava con partecipazione, magari non sempre condivisa ma efficace.
Oltre a ciò, Don Luigi amava la Montagna, tanto che il suo nome trova spazio anche nella storia alpinistica delle Dolomiti con una via aperta sulla Punta Ellie (Cadini di Misurina) nell'estate 1968 col collega Giovanni Orsoni e due amici.
Parlavamo spesso di crode, e diverse volte mi aveva invitato a legarmi alla sua corda per una salita, cosa che, per vari motivi, non avvenne mai.
Ricordo che qualche anno dopo la maturità, una mattina d’ottobre, lo incontrai in piazza a Cortina, vestito da roccia, e mi disse che stava partendo per il Becco di Mezzodì, “la montagna che brilla, quando il sole la sfiora”.
Su quella cima, dalla quale si abbraccia tutta la conca d’Ampezzo, Don Luigi era salito spesso e tornava sempre quando gli era possibile.
Nel secondo camino, largo e un po’ strapiombante, che una volta infastidì anche chi scrive, la sorte volle che cadesse a 69 anni, in una calda giornata di luglio.
Mani ignote intesero ricordarlo sottovoce con una targa di pietra scura, incastonata in un grande blocco lungo la traccia che da Forcella Ambrizzola s’inerpica ai piedi delle rocce.
Chi non sa vi transita accanto senza darvi importanza: chi scrive sa che lassù c’è una lapide, e vi ha fatto un paio di visite, per dedicare a Don Luigi un pensiero di riconoscenza.

18 mag 2011

Croda de Pousa Marza, 1994

Dal mio diario ...
Sfogliandolo oggi, mi torna alla mente la salita della Croda de Pousa Marza (2504 m), una caratteristica, poco nota cima del gruppo del Cristallo, calcata anche da alpinisti illustri.
Dopo la conquista di Michl Innerkofler e la prima ripetizione dello stesso con la cliente Mitzl Eckerth (entrambe avvenute il 29/7/1884), la salirono Casara, Buzzati col vecchio Quinz di Misurina, gli Scoiattoli Raniero Valleferro e Alberto Dallago per via nuova (1976), l'amico bellunese Claudio Cima e Luca Visentini, che nel suo "Gruppo del Cristallo" ne ha lasciato una relazione completa ed esauriente.
Il 9/7/1994, poco meno di centodieci anni dopo Innerkofler e due prima del libro di Visentini, avendola già osservata più volte dal prospiciente Corno d’Angolo, con Roberto m’inventai di salire la Croda, seguendo l'unica relazione disponibile all'epoca: quella - peraltro sufficiente - della guida Berti.
Ci trovammo così di fronte a un centinaio di metri di bella parete verticale ed esposta, con difficoltà fra il II e il III+, dove non c'erano chiodi né segni di passaggio; il percorso, logico e vario, ci schiuse l’accesso ad una montagna che ha una sua personalità, e fummo contenti d'averla conosciuta.
In seguito ho scoperto che la seconda ripetizione (prima ufficiale) della via dovette attendere sei anni esatti dalla conquista, e fu appannaggio di Emil Artmann, non si sa se solo o con altri, il 29/7/1890. Lo testimonia un inciso in ”Die Erschliessungen der Ostalpen” (III, 1894, 454).
La notizia può avere poco significato: ma conferma che al tempo dei pionieri si annotavano tutte le prime salite e le prime ripetizioni anche delle cime minori, quale possiamo considerare la nostra Croda de Pousa Marza.

16 mag 2011

Ottobre '83, sul Col Rosà da solo

Domenica 23 ottobre '83. Due giorni fa ho superato l'esame di Diritto Amministrativo, e sono tornato subito a casa per onorare come più mi piace il successo, e il mio 25° compleanno che cadrà proprio domani: su una cima.
Domenica scorsa, per esorcizzare la tensione dell’esame imminente, salivo la ferrata della Punta Fiames: oggi resto in zona, per ripetere ancora una volta quella del Col Rosà. Da solo, per necessità ma anche perché talvolta è pure meglio.
Poche cose nello zaino e tuta da ginnastica, in autobus a La Vera, a Fiames a piedi: entro nel bosco e dopo un'oretta - per il comodo e piacevole sentiero che risale la Val Fiorenza – esco in Posporcora.
L’aria è quella limpida e frizzante, classica di un mattino autunnale: niente freddo, silenzio magico. Supero il ripido sentiero che porta alla ferrata, e all'attacco incontro tre alpinisti, tra cui una ragazza.
Scambio due parole, ma ho fretta, la cima mi aspetta. Un lungo tratto in libera, e mi assicuro solo sulla traversata: assaporo la grande esposizione di quei metri ben attrezzati, in breve sono fuori e salgo veloce verso la chiazza di mughi sotto la vetta.
Passo le ghiaie, quasi corro nel camino con gli scalini di guerra e in cima sento il campanile che batte mezzogiorno.
Non c’è nessuno: una brezzolina rinfrescante, un sole giallino, un grosso gracchio che già pregusta la colazione, e io.
E’ una giornata in cui apprezzo più che mai la solitudine di questa cima, molto frequentata in stagione: gusto più che posso il panorama circostante, il piacere di essere lassù, guardare la valle e stare bene, in pace con me stesso e la natura. Sui lastroni della cima, a picco sulla parete verticale, riesco persino a fare un riposino.
Non vorrei scendere, e fantastico sulla possibilità di restare quassù, vivendo di alberi, animali, sole e vento. D’improvviso, però, un soffio più freddo mi risveglia da quella quiete, e mi sovviene un pensiero: a casa mi aspetta il temuto “Liebman”, il manuale di Procedura Civile!


Il Col Rosà: la ferrata sale per la cresta a sinistra.
25/10/2009.

10 mag 2011

Il silenzio di Son Pouses

Son Pouses, verso le Crode Camin e le Lavinores
8 maggio 2011
Domenica scorsa, dopo qualche anno di assenza, abbiamo iniziato la stagione tornando con soddisfazione a Son Pòuses. L´oronimo ampezzano evoca le "pòuses", spiazzi destinati al riposo del bestiame al pascolo; Son Pòuses (1825 m) non è una cima, ma una gibbosità dalla sommità quasi piatta, posta alle pendici sud della Croda de r´Ancona e separata da questa da una valletta boscosa.
Domina la Val di Rudo, nel tratto Podestagno - Ra Stua, e durante la Prima Guerra Mondiale fu un punto strategico importante, strenuamente difeso dagli austroungarici e sede di scontri cruenti.
Sparsa di trincee, appostamenti e ruderi, Son Pòuses è al centro di un anello di medio impegno, in un angolo dove  è quasi più consueto imbattersi in animali selvatici che in gitanti.
Scendendo dalla cima. Sullo sfondo il Col Bechei, la Croda d'Antruiles, 
la Forcella e la Croda Camin
Per arrivarci, dal Tornichè di Podestagno si segue brevemente la strada verso Ra Stua, fino ad un cartello.
L'anello prende avvio con una risalita a ripidi tornanti nel vecchio bosco solcato da trincee, fino alla falesia rocciosa attrezzata circa venti anni fa per l'arrampicata.
Ai piedi delle rocce, obliquando a destra, ci s'immette nella traccia che saliva dal Torniché lungo il Ru dei Caai, dismessa con l'istituzione del Parco.
La si segue, passando a destra e sinistra del rio asciutto e inoltrandosi in un bosco un po´ chiuso, ma decisamente bello. Da ultimo, per zolle erbose si esce sulla sommità, erbosa e magramente alberata.
Colpiscono subito l'occhio alcune piante da frutto nate durante la Grande Guerra, in gran parte ormai rinsecchite e cadenti.
L'anello si completa poi scendendo lungo le pendici ovest del risalto. In basso, un tratto del sentiero piuttosto rovinato serpeggia fra i detriti e i blocchi che precipitano dalla frana incombente e richiede un minimo di attenzione.
Ad un bivio sulle ghiaie si continua a scendere fra la vegetazione, passando accanto al poco noto sacello del "Sant'Antone de Son Pòuses",  fino alla strada di Ra Stua, donde si torna al parcheggio, chiudendo l'anello dopo circa due ore e mezzo.
Son Pòuses costituisce un'escursione gradevole, proprio sulla porta d'ingresso del Parco Naturale delle Dolomiti d´Ampezzo. Non troppo faticosa e ben soleggiata, già a inizio maggio la sommità ci ha regalato begli scorci sulle nostre montagne e su molte testimonianze della guerra, che qui fu particolarmente dolorosa.

7 mag 2011

90 anni dello spigolo Dibona della Torre Fanes


Torre Fanes con a ds. il Monte Valon Bianco.
Da Son Pouses, 8/05/2011
Una volta, discutendo con alcuni amici, affermai deciso che forse la più bella via da me fatta nelle Dolomiti era stato lo spigolo N della Torre Fanes, in vista della Val Travenanzes e delle Tofane.
Forse lo spigolo, superato da Angelo Dibona con Winifred E. Marples il 15/7/1921 e per la seconda volta (probabile prima integrale, poiché pare che Dibona sia arrivato allo spigolo in alto, da Forcella Torre Fanes) da Albino Alverà e Gino Pisoni nel 1949, non ha le armi per diventare una classica, ma per me fu ugualmente una gran via.
Ricordo l'ambiente solitario e selvaggio, la scarsa chiodatura (tre o forse quattro ancoraggi).
Ricordo, più che uno spigolo, un vasto schienale non sempre verticale, poi la cengia finale ad anello, di roccia friabile e da percorrere con attenzione, e infine la cima, certamente fra le meno calpestate d’Ampezzo, senza segni d'uomo.
Motivo: il lungo percorso di avvicinamento, la dolomia non sempre a prova di bomba, una normale (Von Glanvell e Von Saar, 12 agosto 1898) non proprio facile né breve, da seguire in discesa, un nome poco trendy.
Non credo che in novant'anni (59, al tempo in cui la ripetemmo), la Dibona-Marples, prima via nuova della grande guida dopo la guerra, abbia raccolto centinaia di visite, anche se nel suo celebre volume Pause la iscrisse fra le "cento scalate classiche" dell'arco alpino.
Noi (il paziente Enrico e io) salimmo un limpido 28 settembre, partendo e tornando al Falzarego a piedi, e della via ricordo la completezza, dal sentiero che si avvicinava allo spigolo (verso il remoto Cadin di Fanes), alla discesa un po' complessa, sulla quale trovammo ghiaccio e alla fine risolvemmo con un inatteso cordino su uno spuntone, che ci depositò a Selletta Fanes, terreno già noto.
Se giovasse, va consigliata ai buongustai del IV vecchio stile con qualche passo più secco, a chi può apprezzare una parete ombrosa e con tratti di ghiaia, senza chiodi ma con un sapore di Dolomiti che poche altre volte ho ritrovato.
Da Internet ho saputo che nel 2005 un paio di frane hanno interessato sia lo spigolo Dibona-Marples, circa due lunghezze prima della cengia anulare, sia la via di discesa. Se qualcuno è salito di recente, mi piacerebbe avere notizie aggiornate, per rinfrescare la nostra grande avventura.

5 mag 2011

1790: sul Lungkofel inizia l'alpinismo dolomitico

Il Monte Lungo di Braies, che tocca la quota di 2282 m, è posto lungo il ramo sinistro della valle omonima, che da San Vito sale verso l'altopiano prativo di Pratopiazza.
Questo monte è legato a un fatto di storia che, seppure mai ufficialmente asseverato, riveste un ruolo basilare per la storia dolomitica.
Su di esso, infatti, pare sia salito nell’estate 1790, il gesuita e botanico carinziano Barone Franz von Wulfen, lo stesso che darà il nome alla Wulfenia Carinthiaca.
Dal pianoro dell’Alpe Serla dove si era recato sicuramente per erborizzare, il botanico montò in vetta in solitaria al “Landkogel”, che si è potuto individuare con un buon margine di sicurezza nel Lungkofel, nome tedesco mal tradotto in Monte Lungo.
La tradizione sostiene che sia stata quella la prima cima delle Dolomiti ad essere salita "con intenzioni alpinistiche".
Oltre che per la piacevole ascensione che offre, il Monte Lungo di Braies risalta per la parete W, che incombe verticalmente per oltre 400 m sui diruti Bagni termali di Braies Vecchia; nei primi anni '50 del '900, essa fu salita per tre vie, non so quanto ripetute, dall’accademico Marino Dall’Oglio e da Hans Frisch, forte alpinista di Brunico.
Il Monte Lungo si avvicina con una camminata abbastanza lunga ma piacevole, che può partire da Braies Vecchia A motivo della posizione abbastanza isolata, come il dirimpettaio Serla, svela anch'esso dalla cima una bella visuale a 360° sul Picco di Vallandro, sul versante N della Croda Rossa d’Ampezzo, sulla valle di Braies e sui verdi Colli Alti.
La salita può essere abbinata a quella del Serla, che lo sovrasta di 96 m, realizzando un'escursione molto utile per immergersi nella zona e ripercorrere le tappe di colui che forse iniziò, senza rendersene conto, l'alpinismo nelle Dolomiti Orientali.

Il Monte Lungo dai Prati Camerali, 12/11/2005


2 mag 2011

Pagine di storia ampezzana: Luigi Piccolruaz, guida alpina (1862-1924)

Tra le numerose guide e portatori che fra l'800 e il '900 animavano la vita di Cortina, uno solo “veniva da fuori” ed era quindi escluso dall'anagrafe dei Regolieri, pur essendosi accasato in paese e perfettamente amalgamato nella piccola comunità, tanto da meritare il soprannome di "Nichelo", proprio del casato Zambelli. Era Luigi Piccolruaz, nato nell'alta Val Badia nel 1862.
Di professione guardacaccia, Luigi operò alle dipendenze delle nobili Emily Howard Bury e Anna Power Potts, che verso la fine del secolo si erano fatte costruire sulla colinetta che domina il "Tornichè" di Podestagno, la palazzina detta “Villa Sant’Hubertus”.
Giovandosi della sua pratica della montagna, Luigi "Nichelo" svolse anche l'attività di guida alpina dal 1884 fino al 1909, quando cessò dal ruolo. Nelle fonti ho trovato il suo nome solo per la seconda salita della Torre Grande d'Averau, portata a termine con alcuni compaesani nell'estate del 1883: la sua figura si vede comunque spesso in fotografie di caccia accanto ai clienti che amavano venire a Cortina per le loro battute.
Piccolruaz, che nel primo dopoguerra ebbe una spiacevole diatriba con la Sezione Ampezzo del D.Oe.A.V., in via di rinomina in Sezione CAI di Cortina d'Ampezzo, per aver condotto abusivamente un cliente sul Cristallo, si spense nel 1924.
Cinque anni prima la famiglia, che viveva in una piccola casa lungo la strada d’Alemagna, era stata duramente colpita dalla morte di un figlio, Emilio, deceduto per una malattia contratta sul fronte.
I Piccolruaz si sono estinti in linea diretta con Maurizio "Guardia" (1904-81), estremo custode delle memorie avite, che ebbi il piacere di conoscere nel 1977. 
Stranamente, la guida alpina Luigi non è stato iscritto sulle due grandi lapidi marmoree che nel nostro cimitero ricordano oltre cento guide e portatori ampezzani nati dal 1796 in avanti.

30 apr 2011

Il Busc de r'Ancona e il suo mistero


Il Busc de r'Ancona (foto tratta da panoramio.com)


Che si raggiunga dall'alto, mediante la “via ferrata” artigianale che percorre l'esposta cresta digradante dalla vetta della Croda de r'Ancona, o dal basso, risalendo per tracce di guerra con piccoli bolli il pendio coperto di mughi e detriti che affianca la strada di Gotres poco prima di Forcella Lerosa, il “Busc de r'Ancona” rimane sempre e comunque un angolo dolomitico pregno di suggestione.
Questo foro naturale alto forse venti metri, scavato nella roccia rossastra e friabile della cresta che dalla Croda de r'Ancona degrada verso la dorsale delle Ciadenes, visibile già dalla sottostante Strada d'Alemagna poco oltre la curva di Podestagno, è un luogo importante.
Importante perché è oggetto di un'antica leggenda, raccontata dal Wolff, nella quale si sostiene che sia stato opera del demonio, in fuga dalla conca ampezzana che aveva tentato invano di convertire; importante perché durante la Grande Guerra fu un luogo strategico e sulla dorsale circostante s'infransero pesantemente i tentativi dell'Esercito Italiano di sfondare e assaltare Son Pouses; importante perché è oggetto di un anello escursionistico dai Ciadis a Forcella Lerosa attraverso la solitaria Croda de r'Ancona; importante, infine, perché anni fa fu scelto da un'alpinista solitaria per attraversarlo con gli sci ai piedi, scendendo il canalone che dà verso Ospitale, fino alla Strada d'Alemagna.
Importante o no, è un luogo che mi piace e dove, dopo oltre trent'anni dalla prima volta in cui vi giunsi, torno sempre volentieri.

27 apr 2011

Cima Ovest e Via delle Guide

A tanti amanti delle Dolomiti non interessa sapere perché quella cima si chiama proprio Cima Ovest, chi erano quei Dallamano e Ghirardini che ottantun anni fa ne percorsero per primi la parete W, e tanto meno perché la loro via è conosciuta come “Via delle Guide”.
Non interessava nemmeno a me, fino ad un certo momento. Non so chi ha detto saggiamente che (quasi sempre), quando un alpinista scende dalle montagne, inizia a scrivere: forse sta andando così anche per me.
L'ultima mia salita della “Via delle Guide” sulla Cima W della Torre Grande d'Averau risale a qualche tempo fa, e oggi m'incuriosiscono gli aspetti anche minimi della storia di montagne e vie sulle quali mi sbizzarrivo a vent'anni.
La via di cui sto disquisendo, che supera la parete occidentale della guglia, proprio davanti al Rifugio Scoiattoli, venne aperta dai mantovani Piero Dallamano e Renato Ghirardini il 15/7/1930.
I due non erano comunque i primi a calcare la striminzita sommità della più piccola delle tre torri in cui si articola la Grande d'Averau.
Giusto un anno prima Enrico Lacedelli Melèro, guida alpina e maestro di sci, aveva condotto in vetta i fratelli Olga e Rinaldo Zardini lungo il perfetto diedro NW, cento metri di dolomia verticale, levigata e impegnativa che ancor oggi ricordano il nome dell'ardita Olga.
Dallamano e Ghirardini non lo sapevano, ma con la loro salita inaugurarono uno degli itinerari classici più noti ed amati delle Torri d'Averau, entrato molto presto a far parte dell'offerta delle guide alpine locali e non, e proprio per questo ribattezzato "Via delle Guide".


In primo piano la Cima W della Torre Grande d'Averau.
27 giugno 2009
 Essendo abbastanza breve e di difficoltà contenute, con un accesso e discesa comodi e veloci, penso che la Via delle Guide goda ancora di buon credito.
E siccome dall'ultima volta che ero lassù sono passate già alcune stagioni, il ricordo mi ha spinto a volerne sapere qualche cosa di più.

20 apr 2011

Vacanze pasquali

Il direttore, caporedattore, editore di "Ramecrodes 2" se ne va alcuni giorni in ferie, confidando nel tempo clemente.
Un caro saluto a tutti "dalla Bianca, la Grande, lo Spigolo Verde": dove mai si andrà a rintanare?
Torneremo comunque, il 26 aprile.
Ernesto

18 apr 2011

Il silenzio di Ciou de ra Maza

19 luglio 2008
Lago della testa del bastone: in italiano il toponimo suona bizzarro, e penso non abbia corrispondenze.
In ampezzano, Lago de Ciou de ra Maza trova invece un puntuale riferimento topografico, anche se non molto chiaro quanto al significato.
Il lago è un minuscolo, silente specchio d'acqua, celato dal fitto bosco ai piedi dei Lastoi del Formin, in destra orografica del Ru de ra Costeana.
La maggior parte della zona contrassegnata dal toponimo “Ciou de ra Maza” si trova in Comune di San Vito, e vi si giunge per una stradina forestale rimboschita, che sale dal basso partendo da Rucurto e va a terminare sul limite confinario sancito nel 1753 dalla Marogna de Giou.
Se il toponimo ampezzano di questo luogo di confine pare poco chiaro, quello sanvitese è forse più evidente: dal recente atlante toponomastico del territorio sanvitese, si deduce che i nostri vicini chiamano la zona “Laghete de Iou/Giou de la Maza”, riferendosi quindi al letto asciutto di un probabile antico torrente che scorreva nei dintorni.
Il circondario è molto bello, isolato, solitario: al laghetto, dominato da misteriose e forse ancora mai salite propaggini dei Lastoi, passano sicuramente in pochissimi, la plaga circostante è selvaggia e intricata e sfiorando le rive dello specchio d'acqua ci è parso di sentire ancora il fruscio delle anguane che lavano i panni.

12 apr 2011

Piccola Croda Rossa, regno degli stambecchi

Nella previsione di tornarci dopo qualche anno, con alcuni amici che la bramano da tempo, dai miei appunti ho dedotto di aver salito già una decina di volte la Piccola Croda Rossa (2857 m), massiccia montagna che fronteggia la Croda Rossa d’Ampezzo. La cima fu salita da Viktor Wolf von Glanvell con la guida di Braies Josef Appenbichler nel 1894, e pochi anni dopo anche con gli sci.
Personalmente, l'ho sempre salita con l'approccio “ampezzano”, che dal lago asciutto di Remeda Rossa  per dossi erbosi e sassosi, già regno di ungulati, si porta sulla cresta della Remeda Rossa, dove s'innesta nella via normale che proviene dal Rifugio Biella.
In discesa invece ho sempre seguito la dorsale rocciosa, ghiaiosa e pascoliva delle Jeralbes, che termina vicino alla Crosc del Grisc, a poca distanza dal punto di partenza. Sulla dorsale, a mio parere, c'è un passo di I, ma il resto è abbastanza facile.
Per salire la Piccola Croda Rossa, faticosa ma solitaria e panoramica, so di altre due possibilità, utilizzabili in entrambi i sensi di marcia e riservate a chi ha "piede fermo e occhio attento", come si diceva ai tempi eroici.
La prima segue il canale tra la Remeda Rossa e la Croda, che s’imbocca dal lago sopracitato. Frequentato dai cacciatori, il canale non dovrebbe riservare problemi di tipo alpinistico; in alto ci si sposta sulla sinistra orografica, e si giunge alla Sella della Remeda.
La seconda possibilità si stacca lungo la dorsale delle Jeralbes e mediante un canale franoso permette di scendere direttamente in Val Montejela, giungendo nei pressi del Bivacco Dall’Oglio.
Le due possibilità, poco note e raramente frequentate, animano una gita impegnativa dal punto di vista fisico e a prima vista un po’ monotona, data l’enorme pietraia da risalire per toccare la vetta.
Fino a qualche anno fa sui declivi della Piccola Croda Rossa era usuale sorprendere camosci e stambecchi, che lassù avevano uno dei loro habitat preferiti e si lasciavano fotografare abbastanza facilmente. Esperienza personale!
Forse ora la situazione è un po' cambiata, e sarei lieto di smentirmi; ma finché i branchi non torneranno a ripopolare quell’ambiente con la consistenza di un tempo, alla "Kleine Gaisl" mancherà sicuramente qualcosa.
La cima: a ds. la cresta delle Jeralbes
e sullo sfondo la Croda Rossa (Sennes, 4/2/2007).

10 apr 2011

Andiamo ai Peniés?



Il Becco di Mezzodì, da q. 1427
sopra i Peniés, 10.4.2011
 
In alto ancora non si sale: così oggi, in una domenica di primavera solare, calda, piena, siamo ritornati in un altro dei nostri piccoli "luoghi del cuore": l'Albergo dei Peniés, ossia "la radura di pascolo nel bosco di pini".
E' un posto poco noto, immobile nel tempo, che scoprimmo qualche anno fa cercando una camminata breve e vicina a casa per sfruttare qualche mezza giornata, soprattutto di tempo incerto.
Il nostro angolo si nasconde in alto sopra la trafficata Strada d’Alemagna, fra Cortina e San Vito. Alle falde della Croda Marcora, in una radura ormai oscurata dagli alberi, un vecchio “caśon” serviva d'appoggio ad un antico pascolo ovino dei sanvitesi: l'Albergo dei Peniés (1364 m), appunto. 
Le carte citano una "Baita Pinies"; la baita è sparita da anni ed è stata sostituita con una mangiatoia per animali fatta a casetta, che in caso di necessità può offrire un precario riparo.
Dalla Strada d’Alemagna poco a S di Dogana Vecchia, abbiamo imboccato la ripida pista forestale che inizia presso l’ex Ponte del Venco, inghiottito dalle rettifiche dell'ANAS.
Per la magra pineta coperta di erica siamo saliti verso la Croda Marcora; passato il ruscello che scende dalle crode, seguendo ancora per poco la pista, ci siamo portati al piano dove sorge la mangiatoia.
Da qui, come facciamo sempre per completare la passeggiata, abbiamo rimontato per altri dieci minuti un bel pendio pascolivo sparso di massi, fermandoci sul culmine (1427 m), da cui si gode un bel panorama.
Lassù, un gran canalone detritico si apre in due rami, che scaricano altrove ghiaie e blocchi, lasciando il pendio straordinariamente verde, solitario e silente.
Peniés è un recesso fuori dalle rotte, donde la visuale si apre da un lato sul Penna, Pelmo, Rocchette, Becolongo, Becco di Mezzodì, Cinque Torri e Tofana di Rozes, e dall'altro sulla Croda Marcora, Punta dei Ros, Punta Taiola, Antelao, Monte Rite ...
Nel ritorno è meglio rifare la strada dell’andata, chiudendo dopo circa un’ora e mezzo un anello molto remunerativo.  A Peniés, luogo minore delle nostre Dolomiti, siamo riusciti a costruirci una bella escursione adatta al fuori stagione, che ogni volta ci invita a tornare.

9 apr 2011

Passeggiando a Malga Pozzo

Malga Pozzo verso la Pusteria, 12.11.2005


 
Dalla strada che risale la Val di Braies  verso Pratopiazza, poco dopo i vecchi Bagni termali si prende una stradina secondaria che porta ai Prati Camerali, dove sorgono due Hotel, e d'inverno funzionano due sciovie ed una pista.
Da qui, per una ripida strada ghiaiosa che sale sul margine N dei Prati e termina in uno spiazzo, si va a prendere un sentiero che s'inoltra a tornanti nell'umido bosco e porta al Passo del Capro-Buchsenriedl, piccolo valico chiuso fra il Sasso del Pozzo-Allwartstein e il Monte Serla-Sarlkofel.
5 minuti sotto il Passo, sul versante opposto, su un costone pascolivo al termine della strada bianca che proviene da Villabassa sorge Malga Pozzo-Putzalm (1737 m).
La malga non ospita più bestiame; è stata sistemata, è gestita d'estate e per il resto dell'anno viene usata dall'AVS della Alta Pusteria ;  quando è aperta, può servire da appoggio in caso di maltempo.
Ci siamo passati diverse volte salendo da Braies, perché la sentiamo oggetto quasi obbligato di una visita  una volta giunti al vicino Passo del Capro.
Il valico, infatti, è la base per salire due cime, il boscoso e facile Sasso del Pozzo (1954 m), che prende il nome dall’alpe, e il più impegnativo Monte Serla (2378 m), che le sta alle spalle.
Dalla baita si ammira un tratto della Val Pusteria, alcune cime dei Monti di Casies ed alcune vette delle più lontane Alpi Aurine. Pur essendo raggiungibile con mezzi fuoristrada, Malga Pozzo è abbastanza isolata rispetto al fondovalle, e sostarvi è piacevole, prima di continuare la peregrinazione alpestre.
Vi si può salire anche dal versante di Villabassa, ossia dai Bagni Pian di Maia. Peccato che la strada d'inverno non sia battuta; offrirebbe di certo una passeggiata altrettanto bella sulla neve e forse anche una discesa in slittino, oggi così di moda!

7 apr 2011

Il mio luogo del cuore



Forse i quattro-cinque fedeli "blog-nauti" di Ramecrodes si potrebbero annoiare, vedendosi propinare sempre le "cronachette alpestri" di chi scrive, in sostanza avventure di roccia dal II al IV, con occasionali, belle puntate un po’ più in alto nella scala Welzenbach. 

Ma tant’è: questo ho e questo posso offrire, rievocando l'andar sui monti dei miei venti e trent'anni, e questo cerco sempre di narrare nel modo che giudico più interessante. Prima di quella altrui, riempie l'anima a me stesso riandare ad avventure liete, istruttive e mai dimenticate.
Torno così, per l'ennesima volta, in un mio luogo del cuore, ricordando l'ascensione preferita: la parete sud della Punta Fiames, la classica "paré", per la via aperta da Tone Dimai e Tino Verzi con il cliente londinese Heath, 110 anni fa.
Cortina aerea, col Pomagagnon
(foto Bortolo De Vido)

Dopo le prime due salite, risalenti già all’estate '76, passarono alcune stagioni (in)seguendo altre cose.
Lunedì di Pasqua del 1980, ripresi per la terza volta la via della Fiames col sempre paziente Lace: non ricordo perché, ma quella volta impiegammo tanto per domare la via, in una giornata nebbiosa e fredda. La mia soddisfazione, nemmeno a dirlo, fu intima e tangibile, anche se scalavo ancora perlopiù da secondo.
Seguì una quindicina di altre ripetizioni, in ogni mese dell'anno o quasi, con compagni e compagne diversi, lente ma anche veloci, fino all'estate del '96.
Da allora non ho più toccato le placche della “paré”, che avevo iniziato a visitare una o più volte l’anno, per un ventennio, e sulle quali ho lasciato un pezzo di cuore.

6 apr 2011

Ricordo di Armando Menardi, giovane scalatore

Un interessante personaggio dell’alpinismo ampezzano degli anni Sessanta del '900, cui la precoce scomparsa impedì di esprimersi pienamente e lasciare un più ampio segno nella storia locale, è stato Armando Menardi "de Seerino", conosciuto anche come Armando "de Jilma".
Figlio di Gilma, gestrice per molti anni col fratello Giuseppe della storica rivendita di tabacchi all’angolo del Comune Vecchio, era nato nel 1945.
La sua attività in montagna (misurata qui parzialmente, solo in base alle prime salite, di certo un po' più ampia), si svolse soltanto nel biennio '65-'66. Nel dicembre '66, infatti, Armando morì giovanissimo, per una rapida e inesorabile malattia.
L'1/11/65, con Franz e Armando Dallago, aveva salito una guglia inviolata sui contrafforti della Tofana di Mezzo, dedicandola a Franco De Zordo, caduto pochi giorni prima dalla Cima Piccolissima di Lavaredo.
L’anno seguente, il 15 maggio, gli stessi giovani salirono la parete E del Torrione Zesta, sempre sui contrafforti della Tofana di Mezzo; un mese ancora, ed ecco l'ascensione del  Gran Diedro NW dei Lastoni di Formin. Il 27 agosto, con Franz, Armando scalò un'altra torre ai piedi della Tofana, dedicata ad Albino Michielli Strobel. Il 2 settembre la cordata salì la parete E della Torre Quarta d’Averau; nove giorni dopo, apportò una variante alla via Ghelli & Co. sulla parete N della Cima d’Ambrizzola, e il 13 novembre, infine, superò lo spigolo SE della Cima N della Torre Grande d’Averau, usando 55 chiodi per salire i centoventi metri di spigolo, in seguito ripetuto in libera.
Solo un mese più tardi si chiudeva la brevissima vicenda terrena di Armando, che non fece in tempo ad indossare il maglione degli Scoiattoli, al quale forse aspirava.
Il 10/8/1967 Franz e Armando salirono con Raffaele Zardini Laresc (scomparso anch'egli molto giovane, nel '75) salirono lo spigolo e il camino N del Becco di Mezzodì, dedicando l'itinerario all’amico, che oggi almeno ha un punto di riferimento sulle crode, al quale restano affidati il suo nome e la sua memoria.

4 apr 2011

Girovagando sulla cima più bassa d'Ampezzo

Scalando le mura della Rocca di Podestagno:
la "ferrata più breve delle Alpi", 3 aprile 2011
Scrivo dopo la salita alla Rocca di Podestagno (11a dal 2004), compiuta ieri, in una giornata di primavera tiepida, ma ancora con qualche placca di neve sul versante più ombroso. Non volendo ritenere tali il Pichéto (Pierosà degli sciatori d'un tempo, oggi tornato quasi vergine, 1413 m), o il Sas Perón, che fronteggia gli opifici di Nighelonte e si sale in un amen dalla strada Fiames-Lago Ghedina (1342 m), la cima più bassa della valle d’Ampezzo potrebbe essere proprio Podestagno (1513 m). Dico “cima”, poiché verso il Rio Felizon la Rocca cade con un rispettabile precipizio, di un centinaio di metri almeno. Riaffermo “cima” perché una decina d'anni fa due giovani attaccarono la parete che incombe sul Rio, inventando una via di 80 m di dislivello, con difficoltà classiche. Sulla parete, forse già salita e di certo già discesa a scopi botanici da appassionati locali, i due alpinisti trovarono roccia discreta. In una spaccatura verso la cima, rinvennero poi alcuni scalini di ferro. Non sappiamo se risalgano alla Grande Guerra (quando lassù fu installata una vedetta italiana, che contribuì a smembrare gli ultimi resti del castello insediato otto secoli prima), o siano più antichi e rievochino oscure vicende medioevali. Di bello, oltre all'ambiente silenzioso che consente una rimarchevole passeggiata non molto lontana dal paese e l'interesse storico, Podestagno ha il fatto che fu “conquistato” in epoca remota, giacché il Castello, l’avamposto più a N del territorio veneziano, è citato ufficiosamente dal 1000, e compare nei documenti dal 1175. I primi “scalatori” della Rocca, sulla quale oggi si potrebbe arrivare in MTB a cinque minuti dalla panoramica sommità, accessibile mediante "la ferrata più breve delle Alpi" (una fune metallica di 5-6 m), sarebbero i nostri avi di 1000 anni fa. Se Podestagno si può considerare una cima, sarebbe curioso poter considerare gli ignoti che salirono a perimetrarlo per erigervi una fortezza che dominò su Ampezzo fino al XVIII secolo, i primissimi veri alpinisti sulle Dolomiti.

1 apr 2011

La rara solitudine del Becco Muraglia

Tempo fa, in un pomeriggio gonfio di pioggia (che si scatenò puntualmente, poco prima che rimontassimo in macchina), salii per la quinta e finora ultima volta una cima adatta per un "alpinismo della contemplazione": il Becco Muraglia, 2271 m. Il “Bèco de ra Marogna” per gli ampezzani, è una piramide rocciosa solitaria, visibile dalla strada del Giau nei pressi dell’omonima Casera, e definisce il punto d’inizio della celebre Marògna, della quale nel 2003 ricorsero i 250 anni dalla costruzione.
Salire sul Becco non è impresa lunga né effettivamente di grande impegno, anche se - data la roccia non proprio granitica - riserverei la gita ad escursionisti un po’ smaliziati.
Seguendo le tracce d’animali che solcano lo splendido bosco del Forame internandosi fra i mughi e gli alberi che sovrastano la strada, dopo aver incontrato una famiglia di caprioli, in circa tre quarti d’ora dal parcheggio guadagnammo il panoramico colletto erboso ai piedi della parete terminale del Becco.
Gli ultimi 50 m di salita, che personalmente valuto un buon I, si svolgono su roccia a gradini piacevole da salire, anche se un po' friabile e ghiaiosa. Sulla sommità, fra un ammasso di macerie, dopo un quarto di secolo esatto dalla prima visita ritrovai intatta la curiosa di vetta, un’asta di legno con infisse due tabelle, delle quali non conosco il significato.
Il Becco Muraglia riveste un interesse escursionistico ed alpinistico marginale, nessuna guida ne parla, ma mi sento di suggerirne la visita ai curiosi che, volendo deviare per mezza giornata dalle mete più comuni, cerchino un recesso lontano dalla bagarre, in una zona accessibile al pubblico ma che custodisce una solitudine sempre più rara.




31 mar 2011

Sul Becco di Mezzodì con gli amici

E' sabato 14/10/1995. Sfruttando una sfilza incredibile di weekend di bel tempo, iniziata a settembre e che durerà per altre due settimane, ho preso accordi con tre amici per una salita: la via normale del Becco di Mezzodì.
La conosco abbastanza bene: vent’anni fa vi mossi i primi passi in arrampicata, e da allora l’ho ripetuta cinque volte, sempre con emozione e soddisfazione.
L’avvicinamento al Becco, notoriamente non proprio breve se eseguito tutto a piedi, lo iniziamo dalla strada del Giau, all’altezza della diruta Capanna Ravà. Ci vorranno circa due ore per giungere ai piedi della parete SW della “Ziéta”, dove si svolge la nostra via. Sarà una splendida camminata, dapprima ombreggiata e molto fresca, poi ingentilita dal caldo sole di una irripetibile giornata d’autunno.
La salita della via non ha una grande storia. Salgo tranquillo in testa alle nostre due cordate, assaporando tutti i passaggi e piazzando qualche rinvio in più dove penso che occorra. In poco meno di un’ora siamo in vetta: il cielo è di un azzurro così intenso da parere pitturato, c'è parecchio caldo, siamo un po' stanchi e sull'ampia sommità, dove ritrovo ancora la vecchia caldaia arrugginita portata su da alcuni amici per i falò di Ferragosto tanti anni fa, sostiamo almeno un’ora, mangiando e abbronzandoci.
Dall’alto si sente un generatore, il che fa supporre che il Rifugio Croda da Lago sia ancora aperto. Così, scendiamo veloci con due corde doppie, paghi di aver scalato (per gli amici è la prima volta) il Becco di Mezzodì, dove il 5/7/1872 Santo Siorpaes schiuse all'alpinismo con Utterson Kelso il quieto e romantico gruppo della Croda da Lago.
Giungiamo allegri al Rifugio, dove una birra fresca s'impone, e qui ritrovo l’amica Lorenza, in zona per ulteriori ricerche sui suoi amati toponimi. Ci perdiamo in conciliaboli e così, quando arriviamo a Rocurto, è quasi buio, e ci toccherà camminare un'altra mezzora fino alla Capanna Ravà per recuperare le macchine.
Possiamo dire che è stata una giornata spesa bene, e non immagino certamente che sarà la penultima volta - fino ad oggi, 16 anni dopo – che ho calcato la vetta del Becco, la prima montagna che ho salito in arrampicata, il mio esordio sulla roccia dolomitica.

Scendendo dal Becco sotto la pioggia, estate 1980


30 mar 2011

Aspettando di salire il vulcano

La mattina di Capodanno 2010 non avevamo incontrato nessuno, quando varcammo l'ingresso del Rifugio Rinfreddo.
Posto a 1887 m di quota al limite di un pascolo, il Rifugio, già malga regoliera del Comune di Comelico Superiore, si trova nei pressi del confine Veneto - Sudtirolo, lungo il circuito delle malghe di Sesto.
Esso infatti è vicino alle malghe Coltrondo e Alpe di Nemes e un po' più lontano da Malga Klammbach (più meno tutte sui 1900 m). Con le quali forma il quartetto degli esercizi alpestri collegabili con un'escursione circolare trans-regionale, estiva e anche invernale, con base al valico di Montecroce Comelico.
Come detto, Rinfreddo è una vecchia malga, che recentemente è stata trasformata - nel rispetto delle caratteristiche pastorali - in un rifugio escursionistico, e si raggiunge anche in macchina per la Val di San Valentino.
E' il posto ideale dal quale partire alla scoperta del Col Quaternà, antico cono vulcanico che svetta inconfondibile lungo la Cresta Carnica, e fu salito anche dal Papa Giovanni Paolo II. Da Montecroce si risale per 6 km una forestale che s'interna a saliscendi nella impervia fascia boschiva tra il valico e i primi rilievi della Cresta Carnica. Si transita prima a Malga Coltrondo e si prosegue quindi leggermente in discesa per un buon quarto d'ora, per raggiungere Rinfreddo, dopo due comode orette di cammino.
Il Rifugio è noto agli escursionisti, che d'estate vi giungono a piedi, a cavallo o in MTB, e sembra ancora abbastanza discosto dalle folle dolomitiche. Nella nostra prima visita, infatti, in sala da pranzo eravamo solo in due: la famiglia dei gestori stava facendo le pulizie dopo un allegro cenone di San Silvestro, e per qualche ora riuscimmo a godere un rifugio e i boschi circostanti in tranquillità, progettando di salire di nuovo lassù d'estate, per toccare la vetta del sovrastante “vulcano”.
Davanti al Rifugio, 1° gennaio 2010

28 mar 2011

Pala de ra Fedes, una salita vissuta intensamente

La Pala de ra Fedes, nel gruppo della Croda Rossa d’Ampezzo, non è una "cima" nel senso vero del termine. Si tratta del primo e più marcato rilievo, quotato 2733 m, della dentellata cresta W della Croda Rossa d'Ampezzo, che inizia dalla conca di Ra Valbones e sale all’anticima della Croda Rossa.
Il vertice della Pala è un piccolo terrazzino detritico con qualche zolla erbosa: nel 1993 e poi nel 1994 lassù trovai solo due ometti, costruiti chissà quando da cacciatori o da escursionisti fantasiosi come noi.
Per salire la Pala, avevo colto lo spunto celato fra le righe del “Berti”. La relazione della cresta W della Croda Rossa (salita da Franz Nieberl nel 1915 e forse mai più ripercorsa integralmente), dice che la Pala è “facilmente raggiungibile per erbe e ghiaie” da Lerosa. Pur se sono solo sei parole, bastarono: dopo una salita piuttosto impervia, giungemmo in cima alla Pala dalla marcata sella che separa Ra Valbones dai Tremonti, sulla quale a quell'epoca si stendeva una singolare macchia di baranci arsi dai fulmini. 
Prima per gradevoli salti inclinati, poi per roccette un po' più ripide e detriti poco fermi, in circa tre ore dal deposito di Rufiedo fummo in cima, e ci trovammo davanti un ambiente davvero isolato e primordiale.
Sulla Pala sono salito due volte, la prima partendo da Rufiedo e salendo la Val di Gotres per "rinforzare" il dislivello, che così supera i 1200 m (1038 da Ra Stua). La discesa invece ci venne indicata da numerose, inequivocabili tracce di camosci, che lassù transitavano, e spero transitino ancora indisturbati.
Sul versante opposto a quello di salita, per brevi gradoni e un canale di sfasciumi friabile ed esposto, in cui trovammo ancora la neve, calammo con attenzione ma abbastanza veloci sui vasti ghiaioni alla testata della Val Montejela e da lì scendemmo al Bivacco Dall’Oglio e a Ra Stua.
Escursionisticamente la traversata fu seducente ma, dato l’ambiente impervio in cui si svolge, non mi sento assolutamente di reclamizzarla ai gitanti tranquilli. Certo che sovrastare Lerosa, Ra Valbones, la Croda d‘Ancona, le Lainores, Ra Stua e Cianpo de Crosc  distesi 1000 m più in basso, non fu cosa trascurabile.
Su quell’angusta vetta trovammo solo silenzio e solitudine: la Croda Rossa vegliò amichevole sui nostri passi, e oggi ricordo ben poche gite vissute intensamente come quella.

Pala de ra Fedes da Ra Ciadenes, 28 giugno 2004

27 mar 2011

Spunti per l'aggiornamento della guida "Dolomiti Orientali"


Un’imprecisione, che perdura dalla prima edizione della guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti ed è stata copiata anche in altre pubblicazioni, riguarda la prima salita della parete NW della Croda Rotta, cima minore delle Marmarole, che fu la penultima via nuova nelle Dolomiti delle forti sorelle Ilona e Rolanda von Eőtvős. Le baronesse ungheresi salirono la parete nel settembre 1910, con le guide Antonio Dimai, Agostino Verzi, Serafino “e G.” Siorpaes. La citazione è verosimile per Serafino Siorpaes de Valbona, guida dal 1901 al 1929, ma G. chi era? Non certo Giovanni Cesare, secondogenito di Santo, nato nel 1869 e guida dal 1890. All’epoca dell’ascensione della Croda Rotta, infatti, “Jan de Santo” se n’era già andato da un anno e mezzo, vittima di un imponderabile quanto tragico incidente occorsogli vicino al suo albergo a Cimabanche.
Dal diario di Giorgio Brunner “Un uomo va sui monti”, traggo altri dati che rettificano due affermazioni inesatte di Berti. Secondo la guida, infatti, la prima invernale della Zesta, corposa elevazione della “diramazione ampezzana” del Sorapis, fu eseguita dallo stesso Brunner per la via normale da N, il 7/2/1942. Nel suo diario però, l’alpinista dichiara di non essere stato solo, come nella prima invernale sulla vicina Punta Nera (27/2/1941), ma in compagnia della moglie Massimina Cernuschi e del cognato Mauro Botteri. Per inciso, la prima invernale solitaria della Zesta potrebbe spettare alla guida Ario Sciolari, che vi salì il 5/1/1995 (dal libro di vetta).
Reputando invernali solo le vie compiute fra il 21 dicembre ed il 21 marzo, Brunner indica infine come prima invernale della Punta del Sorapis la sua, compiuta con l’amico Ovidio Opiglia il 17/3/1938, smentendo il tenente Pietro Paoletti, che aveva salito la Punta con le guide Arcangelo e Giuseppe Pordon “in condizioni invernali”, il 26/11/1881.

25 mar 2011

"Un cedrone ci osserva". Apologo di montagna

Un giorno, appena la volpe vide il gallo cedrone appollaiato sul ramo di un albero, gli si avvicinò per chiedergli come stava. «Ti ringrazio per la premura, cara volpe. Sto molto bene, e spero che sia lo stesso per te». Ma la volpe fece finta di non aver udito: «Mio caro, da quaggiù non riesco a sentirti. E, come sai, io non posso raggiungerti. Perché non scendi così possiamo parlare un po’?» Ma il gallo, conoscendo la brutta fama della volpe, era titubante. La volpe se ne accorse e gli chiese: «Perché non vuoi scendere? Non mi dirai che hai paura di me?». «Ma no, cara volpe - rispose il gallo, che si vergognava di essere stato scoperto – non ho paura di te, ma di tutti gli altri animali che sono in giro per la foresta. Allora la volpe prese a rassicurarlo dicendogli che in base ad un nuovo decreto nessun animale poteva toccare, aggredire o sbranare gli altri. Dopo aver ascoltato attentamente, il gallo sorrise e indicò alla volpe un gruppo di cani che stavano sopraggiungendo, sottolineando la sua piena condivisione del decreto. La volpe, però, udendo i latrati dei cani, cominciò a fuggire con gran meraviglia del gallo cedrone, che le chiese che motivo ci fosse in tanto ardire. La volpe, anche lei colta in castagna, non sapeva che dire: «Ma… c’è anche la possibilità che il decreto non sia ancora stato pubblicizzato a dovere». Udito ciò, il gallo cedrone la guardò e se la rise nel vedere come se la dava a gambe levate.

(Tratto da "Un cedrone ci osserva. Simpatica presenza in valle" di Angela Alberti, in "Ciasa de ra Regoles" n. 129, marzo 2011).

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...