21 giu 2011

Marino, Erwin e il Sassolungo, cinquant'anni fa

La copertina del libro 
dedicato nel 2009 a Marino Bianchi
Scrivo queste righe quando è passato giusto mezzo secolo dal 21/6/1961: quel giorno Marino Bianchi Fuzigora (1918-1969), guida alpina di padre cibianese perfettamente integrata nella comunità d’Ampezzo, aprì la sua unica via nuova sui monti del paese paterno.
Con il cliente e amico austriaco Erwin Urban, Bianchi scalò, infatti, la parete N del Sassolungo di Cibiana, che domina il paese ed al quale i cibianesi sono molto affezionati, aggiungendo un itinerario a quelli di Casara e compagni (1924) e di Lino Lacedelli e Silvio Alverà (1947).
La via di Bianchi, guida dal 1945 che in trent'anni di attività realizzò interessanti prime salite, alcune anche di grande impegno, nei gruppi dell'Averau, Croda da Lago, Cunturines, Pelmo, Tofane e Marmarole, presenta un dislivello di cinquecento metri e difficoltà d’ordine classico e ai due alpinisti richiese quattro ore di scalata.
Secondo informazioni recenti, pare che non sia stata mai ripetuta, anche perché il versante N della cima non presenta roccia particolarmente invitante.
La parete fu solcata comunque da un altro percorso nel 1996, quando alcuni Ragni di Pieve di Cadore scovarono una quarta via originale, con difficoltà sostenute.
A chi scrive, il Sassolungo di Cibiana piace per la gratificante via normale da S, salita ormai diverse volte. Data la relativa facilità d’accesso, è abbastanza frequentato, ma su di esso si respira ancora un’atmosfera di vera Montagna.
Facendo poi da spartiacque, dalla sommità la visuale si apre da un lato sulle Dolomiti e dall’altro fino alle Prealpi, con sfondi e caratteristiche sempre diverse ed originali.
Purtroppo pare che la tradizione alpinistica a Cibiana non abbia avuto molti proseliti: per quanto sia da considerare ampezzano, Marino Bianchi resta l’unica figura di guida con radici cibianesi attiva nel ‘900, e la sua via del 1961 sul Sassolungo costituisce una palese dimostrazione d’affetto ai monti d’ascendenza paterna.
Ulteriori informazioni in : Ernesto Majoni, Il Signore delle Montagne. In ricordo di Marino Bianchi Fouzìgora (1918-1969), Tipolitografia Print House - Cortina d’Ampezzo, 2009, pp. 120, € 19,00.

20 giu 2011

A spasso sui monti ... con una capretta

Or sono trent'anni, con quattro della nostra compagnia effettuai nel gruppo della Croda Rossa d’Ampezzo - Sottogruppo di Bechei un'affascinante traversata, durante la quale condividemmo la compagnia di una … capretta.
Era, per la cronaca, il 20 giugno 1981: lo deduco dall’unica fotografia rimastami, nella quale, magro e capelli lunghi, appaio in Forcella Valun Gran sotto un’incipiente nevicata, accanto alla bestiola di cui sopra.
La traversata consistette nella salita da Malga Ra Stua a Fodara Vedla (al tempo funzionava ancora l'antico e indimenticato rifugio di legno annerito dal tempo, con i locali bassi e semibui impregnati di profumo di omelettes e di patate all'ampezzana), e nel proseguimento lungo il Valun Gran ai piedi della Croda Camìn fino alla Forcella Valun Gran, dove stabilimmo la “Cima Coppi” della giornata.
Consumata la merenda sui due metri quadri d’erba del valico, ci buttammo nello scollinamento verso la sottostante, arcana Forcella Camin, al quale seguirono la lunga e poco domestica discesa ad Antruiles attraverso le Ruoibes de Inze e la risalita sull'asfalto a Ra Stua per recuperare il mezzo.
Fu un gran bel giro circolare, in un territorio che trent'anni fa, dieci anni dopo quando lo rifeci e spero anche oggi, rimane integro e avventuroso.
Come anticipato, la nota originale fu una capretta bianca e marrone che, eludendo la vigilanza del pastore, ci seguì zampettando dalle malghe di Fodara fino a Ra Stua, quindi per quasi tutto l’anello.
Nel rimontare il pestifero Valun Gran, faticoso e senza tracce solide, trovammo il ghiaione ancora ricoperto da estese chiazze di neve.
Il caprino se la cavò onorevolmente, ma discendendo il breve conoide pietroso che piomba verso Forcella Camìn, i sassi aguzzi gli procurarono varie abrasioni alle zampe.
Fu davvero una pena vedere la nostra improvvisata compagna d’escursione trotterellare lasciando piccole tracce sanguinolente ad ogni “piè sospinto”!
Non era peraltro la prima escursione mista uomo-animale che compivo: frequentavo forse la seconda media quando ne feci diverse – anche non banali - con il cane “Nigritella” al seguito, e nel '75 c'inerpicammo lungo la ferrata del Col Rosà portando nello zaino un gattino, adottato al campeggio di Fiames!
In ogni caso, la capretta ci gratificò della sua presenza per tutta la giornata, si lasciò ritrarre pazientemente in varie pose e, una volta giunta a Malga Ra Stua, si eclissò tornando alle sue occupazioni.
Spero che l’istinto l’abbia aiutata a tornare a casa sua, sui pascoli di Fodara: a me, a distanza di sei lustri, resta solo qualche flash di una bella gita, nella quale non riuscimmo ad intavolare chissà quale dialogo con la nostra occasionale partner, ma capimmo che cosa vuol dire “arrampicarsi come le capre” sui declivi sassosi del Valun Gran, dove sicuramente noi cinque facemmo molta più fatica dell’animale.

17 giu 2011

Torre Wundt, note di storia

Sulla fessura SE della Torre Wundt,
il 27/8/1984
La prima ascensione invernale della fessura SE della Torre Wundt, nei Cadini di Misurina, salita per la prima volta da Piero Mazzorana e Sandro Del Torso l’8/9/1938, fu compiuta quasi vent’anni dopo.
Il 13/3/1956, infatti, Bruno Baldi e Fabio Pacherini, appartenenti al gruppo di triestini che gestiva la spartana Capanna Dordei al Passo dei Tocci e da alcune stagioni perlustrava minuziosamente il gruppo aprendo vie dovunque, scalavano per primi la fessura d'inverno.
Anni addietro, venne in mente più volte all’amico Alessandro, appassionato della Torre e della via, che d'estate abbiamo salito insieme una decina di volte, di rifare la Mazzorana fra dicembre e marzo, e naturalmente tentò di coinvolgere nell’operazione anche me.
Forse, con buone condizioni meteorologiche, la cosa non sarebbe drammatica, anche perché la fessura è posta a S e non dovrebbe essere mai troppo gelata.
Ma la prospettiva di salire al Passo dei Tocci con neve più o meno alta (io non scio), dormire nel locale invernale del Fonda Savio, che non ricordo propriamente come una reggia, e soprattutto il pensiero di dover affrontare la via normale a N, mi fecero desistere ogni volta dalla balzana idea.
Alessandro non ha più fatto la Wundt d’inverno, lasciando così a Baldi e Pacherini l'onore della prima, di cui ho trovato notizia in una Rivista del CAI di oltre mezzo secolo fa.
Se qualcuno ne avesse intenzione, sappia che l’invernale della classica via Mazzorana-Del Torso non sarebbe più la prima: probabilmente invece manca ancora la prima invernale solitaria.

15 giu 2011

Pallidi nomi di persone e luoghi d'Ampezzo

Non penso che la domanda se la pongano in molti, ma una risposta credo d'averla.
Quanti antroponimi, ossia quanti nomi di luogo d'Ampezzo, ricordano o in qualche modo si collegano a donne ed uomini, locali o forestieri, che hanno caratterizzato la storia della valle?
Da un mio sommario approfondimento, risulta che i toponimi sono almeno una cinquantina, e identificano strutture esistenti o scomparse, bizzarrie naturali, luoghi di fienagione e pascolo impalliditi nel ricordo, infrastrutture turistiche.
Molti luoghi li conosco solo per iscritto e non per averli ritrovati sul terreno, ma potrebbe anche essere uno stimolo per future ricerche nei boschi e sulle montagne.
I toponimi in questione ricordano il buon Meto, un tal Santo, certi Mardocheo, Curto e Andol, l’albergatore Frasto, una signora Bartoia, il Capon, le sorelle Mescores, abili cuoche.
Eppoi due ostesse, le Pioaneles e le Sceches, un antico Conte, il Moisar che sfuggiva agli uomini; Bartoldo è ricordato due volte, c’è la povera Ester e gli sfortunati Grisc e Macaron.
Ed ancora, prima che insorga il mal di testa, troviamo memoria di Catina de Agnesc, del Jaibar e di un cavaliere Pilato, di Mia del Gheto, di Dea, un Mouta e un ‘Sacheo, Lia e un Danel (nostro antenato), ed infine ci sono le Baraches e il Mocio.
Resta il ricordo di due anonimi deceduti, di un ‘Sandeaco, dell’intraprendente Menighel e del solitario Zorzi, c'è un tale Stefin e anche il Rana, il Miceli, il Ris-cia e i tre Tones, un Pelele e un Jandarmo, tanti Chenope medioevali, un Maioni del Vecia e un Touta.
Tutti questi nomi, più o meno leggendari, sono ormai scomparsi nei meandri della storia e per la maggior parte di essi sarà improbabile identificare con certezza le persone in carne ed ossa.
Siamo però certi che una cinquantina di valligiani, certamente persone semplici e senza velleità di protagonismo, per un motivo o per l’altro, hanno lasciato una traccia concreta nella toponomastica di Cortina, e la cosa ci fa riflettere, con un certo rispetto e venerazione.

13 giu 2011

"Fonso Surio", quasi dieci anni dopo

Poco meno di dieci anni fa, il 19/12/2001, in seguito a un imponderabile quanto tragico incidente occorsogli al termine di un concerto del Corpo Musicale di Cortina, scompariva Alfonso Colli, “Fonso Surio”.
Classe 1928, fra noi Alfonso aveva una certa notorietà per tre motivi: essere uno degli ultimi ciabattini di Cortina, professione che esercitò fino a settant’anni; aver militato, fino al ritiro per cause anagrafiche, nella nostra Scuola Sci; aver suonato e sfilato per oltre un quarantennio nel nostro Corpo Musicale.
Io invece lo ricordo principalmente come alpinista, amico e compagno di tante escursioni sulle vette.
La passione per la montagna lo accompagnò fedelmente per tutta la vita. Più volte mi divertii ascoltando i sapidi resoconti delle sue escursioni e arrampicate, soprattutto giovanili. Di tutti, me n’è rimasto particolarmente impresso uno, relativo ad una avventurosa salita che compì a vent’anni.
Con l’inseparabile "Berti" in mano, circa nel 1950 Alfonso aveva salito e sceso da solo la Via Wachtler (aperta ottant’anni prima sul versante W della Croda Rossa d’Ampezzo): un percorso che ha messo in crisi fior d’alpinisti, per lo svolgimento lungo e complicato e la roccia insicura.
Negli anni ‘70, già ultraquarantenne, “Fonso” riprese ad arrampicare per alcune stagioni ad alti livelli, legandosi a compagni del calibro di Luciano Da Pozzo, Renato De Pol e Lino Lacedelli.
Nel suo “carnet” poté allora iscrivere grandi salite: la “Diretta Dimai” sulla Torre Grande d’Averau, lo “Spigolo Giallo” sulla Cima Piccola e la Via Comici-Dimai sulla Cima Grande di Lavaredo, il Pilastro della Tofana di Ròzes, la Via Franceschi-Michielli sul Taé ed altre.
Passati i furori, continuò le sue stagioni di appassionato e instancabile camminatore: con lui ed altri, ci ritrovammo in decine d’uscite, soprattutto nel periodo 1984 - primi anni ’90.
Tra le tante occasioni condivise, mi sovvengono il Monte Casamuzza in Pusteria, il Cogliàns e la Creta Grauzaria in Carnia, la ferrata Bovero del Col Rosà ancora innevata, la via in parte nuova del 1985 sul versante N della Croda da Lago, la stupenda traversata Forcella Michele - Forcella Cristallino, la Forcella dei Sassi sui Tre Scarperi, la traversata delle Cime di Furcia Rossa per la Via della Pace, la Glődisspitze e la Simonyspitze in Austria, lo spigolo del Paterno, la ferrata sulla Pitturina in Comelico, e poi anche il Pizzocco, il Sasso di Bosconero, il Sasso Rosso di Braies, il Sassolungo di Cibiana, la N della Torre del Barancio, la normale della Torre dei Sabbioni, oltre a diverse gite nelle immediate vicinanze di Cortina.
Per me, di trent’anni più giovane, “Fonso” era un compagno affabile, innamorato della montagna, sempre pronto a battute e scherzi, tanto serio e concentrato nelle situazioni d'impegno quanto spensierato sulla via del ritorno e nelle (memorabili!) tappe in rifugio o a fondovalle.
Alfonso non amava i gruppi numerosi, la confusione, le gite sociali e soprattutto non ripercorreva mai per due volte lo stesso tracciato, a parte poche cime o ferrate, sulle quali invece tornava volentieri anche da solo.
Negli ultimi tempi c’eravamo persi di vista, almeno in montagna. A dieci anni dalla scomparsa, colgo l’occasione oggi per ricordarlo con piacere e nostalgia, attraverso i momenti vissuti assieme sulle nostre crode.

26 mag 2011

Spiz Galina 1991-2011

La cuspide sommitale, dalla Val Galina
20/4/2008
E vai con gli anniversari!
Dal mio diario: “Il 26/5/1991  mi capitò di salire con Sandro, Cate e Federico una cima particolare: lo Spiz Galina (1545 m, come gli alberghi di Pocol a Cortina ...), nel gruppo del Col Nudo.
Questa piramide alberata, rocciosa e un po' ostica da conquistare, incombe sul Piave sopra Soverzene, e da qualcuno fu definita a ragione “il Cervino  di Longarone”.
Primo salitore ne fu il longaronese Gian Battista Protti, che giunse in vetta il 27/3/1898, con un compagno e due valligiani come guide.
93 anni dopo, noi quattro partimmo da Provagna, appartato borgo di là dal Piave e, risalendo la Val Masarei (che dovrebbe essere percorsa dal sentiero CAI 957), giungemmo sulla forcella tra lo Spiz e il massiccio retrostante, dove sostammo presso un piccolo, sudicio ricovero di cacciatori.
Poco più avanti, la salita divenne un’interessante arrampicata vegetominerale, con tanto di filo di ferro annodato agli alberi a mo' di appiglio e uno spezzone di catena per sicurezza. Da ultimo ci inerpicammo lungo un erto pendio erboso dove sporgevano alcuni massi, utili per l’orientamento perché segnati da bolli rossi, e per afferrarvisi nella delicata discesa.
Sulla cima, una cupola erbosa ampia e accogliente che ricorda un po' la nostra Bujela de Padeon, scaricammo la tensione ammirando le Dolomiti d’Oltrepiave e i monti e paesi della Valbelluna, ma soprattutto respirando il magnifico isolamento dello Spiz, che domina la vallata sottostante da oltre mille metri d’altezza.
In discesa, imboccammo (più con fortuna che con giudizio e senza cartine) un sentiero sul lato della Val Galina, che - aggirando interamente la cima che avevamo salito pensando di fare soltanto due passi - ci riportò a Provagna dopo 7 ore dalla partenza.
Sono passato anche l'altro ieri a Longarone, e ogni volta mi viene automatico lanciare un'occhiata allo Spiz e rivivere per un attimo quell'avventura di venti anni fa, che non so quanti dalle mie parti abbiano avuto la fantasia di fare.”

25 mag 2011

Due passi sulla Cima Nord Est di Marcoira

Rosy e Isy in vetta,
19/7/2003
Uno dei monti ampezzani dove negli ultimi anni siamo saliti più volte, per comodità e per affezione, è senz'altro la Cima Nord Est di Marcoira (2422 m), elevazione della parte “ampezzana” del Sorapis.
Mentre verso il Passo Tre Croci, la Cima scende con alte pareti scalate per vie ormai dimenticate, sul versante soleggiato essa scivola con un ripido pendio erboso nel Ciadin del Loudo.
Il Ciadin è una suggestiva valletta, invasa in parte dalle ghiaie, dove al tempo di Grohmann gli ampezzani portavano le pecore; oggi, tornata al silenzio, può considerarsi un autentico gioiello ambientale. Da questo versante, si arriva in vetta seguendo una traccia, all'inizio appena visibile ma ben presto assente, che parte da Forcella Marcoira.
La prima volta giunsi lassù per caso, il giorno della Sagra di una ventina di anni fa. Ero solo: arrivato all'imbocco del Ciadin, mi venne un'idea, anche se delle Cime di Marcoira sapevo solo le due parole riportate nel “Berti”. Mi stupii di trovare in vetta un ometto e una croce, e cercai altre tracce, ma nulla.
Tempo dopo un conoscente, col quale avevo fatto un paio di arrampicate, mi raccontò di aver salito più volte la Cima per una via di Ettore Castiglioni. Perdiana, era proprio quella che nel 1980 mio fratello e io avevamo cercato di scalare, senza trovare neppure l’attacco, e quasi annegando nei mughi dello zoccolo!
Tornai sulla Marcoira alcune altre volte, e il 10/10/1999 – giorno in cui gli Alpini salirono numerose vette dolomitiche, lanciando in aria razzi tricolori per ricordare la fine del millennio – noi eravamo lassù.
Lasciai un primo contenitore con un minuscolo quaderno per le firme: da allora, forse anche grazie alla mia piccola "campagna stampa", la Cima ha guadagnato ogni anno qualche visitatore.
L’ultima volta che ho calcato la Nord Est, nel luglio 2005, constatai che in circa un mese erano saliti in vetta “ben” 15 appassionati: penso che si tratti di alpinisti che, come noi, deviano spesso dagli itinerari obbligati per rifugiarsi su crode in apparenza minori, dove però non s'incrociano folle vocianti e non si trovano né ferro, né vernice, né rifiuti.

20 mag 2011

Il "Gigio" e il Becco di Mezzodì

Il Becco di Mezzodì, dal sentiero 457
(foto C. Bortot, 5/9/2004)
Piccola, necessaria premessa. Nel 1972 iniziai la IV Ginnasio a Borca. Nei primi due anni scolastici fummo accolti nell’edificio dove poi alloggiò l'ITC; nei due seguenti ci spostarono al "Pio X", e infine nel 1976 migrammo a San Vito, prendendo possesso dell'attuale sede del Liceo.
Dalla 1^ liceo in poi fu mio professore di lettere Don Luigi Frasson di Cittadella, che noi chiamavamo Gigio e qualcun altro Don Pippo: un religioso che a Cortina e in Cadore ricordiamo in molti con riconoscenza.
Nel 2001 compilai per il CAI Cortina una pubblicazione, con cui solennizzammo i i 100 anni del Rifugio ”Croda da Lago – G. Palmieri” al Lago di Federa.
Compulsando le fonti per ricreare l'interessante storia dell’immobile e quella romantica delle vette circostanti, mi sovvenne che, nove anni prima, Don Luigi era caduto dal Becco di Mezzodì, mentre saliva con due anziani confratelli, morendo pochi giorni dopo. Così dedicai un paragrafo del libro anche a lui.
E' passato quasi un ventennio, e ricordo spesso il mio docente, che ha instradato nella formazione culturale ed umana almeno due generazioni di studenti cadorini e ampezzani, e se fosse tra noi oggi si avvierebbe ai novant'anni.
Dei suoi insegnamenti di quel triennio, mi  sono rimasti due fondamenti importanti: l’interesse per i libri e soprattutto la passione per lo scrivere, argomenti che al Gigio piacevano e ci comunicava con partecipazione, magari non sempre condivisa ma efficace.
Oltre a ciò, Don Luigi amava la Montagna, tanto che il suo nome trova spazio anche nella storia alpinistica delle Dolomiti con una via aperta sulla Punta Ellie (Cadini di Misurina) nell'estate 1968 col collega Giovanni Orsoni e due amici.
Parlavamo spesso di crode, e diverse volte mi aveva invitato a legarmi alla sua corda per una salita, cosa che, per vari motivi, non avvenne mai.
Ricordo che qualche anno dopo la maturità, una mattina d’ottobre, lo incontrai in piazza a Cortina, vestito da roccia, e mi disse che stava partendo per il Becco di Mezzodì, “la montagna che brilla, quando il sole la sfiora”.
Su quella cima, dalla quale si abbraccia tutta la conca d’Ampezzo, Don Luigi era salito spesso e tornava sempre quando gli era possibile.
Nel secondo camino, largo e un po’ strapiombante, che una volta infastidì anche chi scrive, la sorte volle che cadesse a 69 anni, in una calda giornata di luglio.
Mani ignote intesero ricordarlo sottovoce con una targa di pietra scura, incastonata in un grande blocco lungo la traccia che da Forcella Ambrizzola s’inerpica ai piedi delle rocce.
Chi non sa vi transita accanto senza darvi importanza: chi scrive sa che lassù c’è una lapide, e vi ha fatto un paio di visite, per dedicare a Don Luigi un pensiero di riconoscenza.

18 mag 2011

Croda de Pousa Marza, 1994

Dal mio diario ...
Sfogliandolo oggi, mi torna alla mente la salita della Croda de Pousa Marza (2504 m), una caratteristica, poco nota cima del gruppo del Cristallo, calcata anche da alpinisti illustri.
Dopo la conquista di Michl Innerkofler e la prima ripetizione dello stesso con la cliente Mitzl Eckerth (entrambe avvenute il 29/7/1884), la salirono Casara, Buzzati col vecchio Quinz di Misurina, gli Scoiattoli Raniero Valleferro e Alberto Dallago per via nuova (1976), l'amico bellunese Claudio Cima e Luca Visentini, che nel suo "Gruppo del Cristallo" ne ha lasciato una relazione completa ed esauriente.
Il 9/7/1994, poco meno di centodieci anni dopo Innerkofler e due prima del libro di Visentini, avendola già osservata più volte dal prospiciente Corno d’Angolo, con Roberto m’inventai di salire la Croda, seguendo l'unica relazione disponibile all'epoca: quella - peraltro sufficiente - della guida Berti.
Ci trovammo così di fronte a un centinaio di metri di bella parete verticale ed esposta, con difficoltà fra il II e il III+, dove non c'erano chiodi né segni di passaggio; il percorso, logico e vario, ci schiuse l’accesso ad una montagna che ha una sua personalità, e fummo contenti d'averla conosciuta.
In seguito ho scoperto che la seconda ripetizione (prima ufficiale) della via dovette attendere sei anni esatti dalla conquista, e fu appannaggio di Emil Artmann, non si sa se solo o con altri, il 29/7/1890. Lo testimonia un inciso in ”Die Erschliessungen der Ostalpen” (III, 1894, 454).
La notizia può avere poco significato: ma conferma che al tempo dei pionieri si annotavano tutte le prime salite e le prime ripetizioni anche delle cime minori, quale possiamo considerare la nostra Croda de Pousa Marza.

16 mag 2011

Ottobre '83, sul Col Rosà da solo

Domenica 23 ottobre '83. Due giorni fa ho superato l'esame di Diritto Amministrativo, e sono tornato subito a casa per onorare come più mi piace il successo, e il mio 25° compleanno che cadrà proprio domani: su una cima.
Domenica scorsa, per esorcizzare la tensione dell’esame imminente, salivo la ferrata della Punta Fiames: oggi resto in zona, per ripetere ancora una volta quella del Col Rosà. Da solo, per necessità ma anche perché talvolta è pure meglio.
Poche cose nello zaino e tuta da ginnastica, in autobus a La Vera, a Fiames a piedi: entro nel bosco e dopo un'oretta - per il comodo e piacevole sentiero che risale la Val Fiorenza – esco in Posporcora.
L’aria è quella limpida e frizzante, classica di un mattino autunnale: niente freddo, silenzio magico. Supero il ripido sentiero che porta alla ferrata, e all'attacco incontro tre alpinisti, tra cui una ragazza.
Scambio due parole, ma ho fretta, la cima mi aspetta. Un lungo tratto in libera, e mi assicuro solo sulla traversata: assaporo la grande esposizione di quei metri ben attrezzati, in breve sono fuori e salgo veloce verso la chiazza di mughi sotto la vetta.
Passo le ghiaie, quasi corro nel camino con gli scalini di guerra e in cima sento il campanile che batte mezzogiorno.
Non c’è nessuno: una brezzolina rinfrescante, un sole giallino, un grosso gracchio che già pregusta la colazione, e io.
E’ una giornata in cui apprezzo più che mai la solitudine di questa cima, molto frequentata in stagione: gusto più che posso il panorama circostante, il piacere di essere lassù, guardare la valle e stare bene, in pace con me stesso e la natura. Sui lastroni della cima, a picco sulla parete verticale, riesco persino a fare un riposino.
Non vorrei scendere, e fantastico sulla possibilità di restare quassù, vivendo di alberi, animali, sole e vento. D’improvviso, però, un soffio più freddo mi risveglia da quella quiete, e mi sovviene un pensiero: a casa mi aspetta il temuto “Liebman”, il manuale di Procedura Civile!


Il Col Rosà: la ferrata sale per la cresta a sinistra.
25/10/2009.

10 mag 2011

Il silenzio di Son Pouses

Son Pouses, verso le Crode Camin e le Lavinores
8 maggio 2011
Domenica scorsa, dopo qualche anno di assenza, abbiamo iniziato la stagione tornando con soddisfazione a Son Pòuses. L´oronimo ampezzano evoca le "pòuses", spiazzi destinati al riposo del bestiame al pascolo; Son Pòuses (1825 m) non è una cima, ma una gibbosità dalla sommità quasi piatta, posta alle pendici sud della Croda de r´Ancona e separata da questa da una valletta boscosa.
Domina la Val di Rudo, nel tratto Podestagno - Ra Stua, e durante la Prima Guerra Mondiale fu un punto strategico importante, strenuamente difeso dagli austroungarici e sede di scontri cruenti.
Sparsa di trincee, appostamenti e ruderi, Son Pòuses è al centro di un anello di medio impegno, in un angolo dove  è quasi più consueto imbattersi in animali selvatici che in gitanti.
Scendendo dalla cima. Sullo sfondo il Col Bechei, la Croda d'Antruiles, 
la Forcella e la Croda Camin
Per arrivarci, dal Tornichè di Podestagno si segue brevemente la strada verso Ra Stua, fino ad un cartello.
L'anello prende avvio con una risalita a ripidi tornanti nel vecchio bosco solcato da trincee, fino alla falesia rocciosa attrezzata circa venti anni fa per l'arrampicata.
Ai piedi delle rocce, obliquando a destra, ci s'immette nella traccia che saliva dal Torniché lungo il Ru dei Caai, dismessa con l'istituzione del Parco.
La si segue, passando a destra e sinistra del rio asciutto e inoltrandosi in un bosco un po´ chiuso, ma decisamente bello. Da ultimo, per zolle erbose si esce sulla sommità, erbosa e magramente alberata.
Colpiscono subito l'occhio alcune piante da frutto nate durante la Grande Guerra, in gran parte ormai rinsecchite e cadenti.
L'anello si completa poi scendendo lungo le pendici ovest del risalto. In basso, un tratto del sentiero piuttosto rovinato serpeggia fra i detriti e i blocchi che precipitano dalla frana incombente e richiede un minimo di attenzione.
Ad un bivio sulle ghiaie si continua a scendere fra la vegetazione, passando accanto al poco noto sacello del "Sant'Antone de Son Pòuses",  fino alla strada di Ra Stua, donde si torna al parcheggio, chiudendo l'anello dopo circa due ore e mezzo.
Son Pòuses costituisce un'escursione gradevole, proprio sulla porta d'ingresso del Parco Naturale delle Dolomiti d´Ampezzo. Non troppo faticosa e ben soleggiata, già a inizio maggio la sommità ci ha regalato begli scorci sulle nostre montagne e su molte testimonianze della guerra, che qui fu particolarmente dolorosa.

7 mag 2011

90 anni dello spigolo Dibona della Torre Fanes


Torre Fanes con a ds. il Monte Valon Bianco.
Da Son Pouses, 8/05/2011
Una volta, discutendo con alcuni amici, affermai deciso che forse la più bella via da me fatta nelle Dolomiti era stato lo spigolo N della Torre Fanes, in vista della Val Travenanzes e delle Tofane.
Forse lo spigolo, superato da Angelo Dibona con Winifred E. Marples il 15/7/1921 e per la seconda volta (probabile prima integrale, poiché pare che Dibona sia arrivato allo spigolo in alto, da Forcella Torre Fanes) da Albino Alverà e Gino Pisoni nel 1949, non ha le armi per diventare una classica, ma per me fu ugualmente una gran via.
Ricordo l'ambiente solitario e selvaggio, la scarsa chiodatura (tre o forse quattro ancoraggi).
Ricordo, più che uno spigolo, un vasto schienale non sempre verticale, poi la cengia finale ad anello, di roccia friabile e da percorrere con attenzione, e infine la cima, certamente fra le meno calpestate d’Ampezzo, senza segni d'uomo.
Motivo: il lungo percorso di avvicinamento, la dolomia non sempre a prova di bomba, una normale (Von Glanvell e Von Saar, 12 agosto 1898) non proprio facile né breve, da seguire in discesa, un nome poco trendy.
Non credo che in novant'anni (59, al tempo in cui la ripetemmo), la Dibona-Marples, prima via nuova della grande guida dopo la guerra, abbia raccolto centinaia di visite, anche se nel suo celebre volume Pause la iscrisse fra le "cento scalate classiche" dell'arco alpino.
Noi (il paziente Enrico e io) salimmo un limpido 28 settembre, partendo e tornando al Falzarego a piedi, e della via ricordo la completezza, dal sentiero che si avvicinava allo spigolo (verso il remoto Cadin di Fanes), alla discesa un po' complessa, sulla quale trovammo ghiaccio e alla fine risolvemmo con un inatteso cordino su uno spuntone, che ci depositò a Selletta Fanes, terreno già noto.
Se giovasse, va consigliata ai buongustai del IV vecchio stile con qualche passo più secco, a chi può apprezzare una parete ombrosa e con tratti di ghiaia, senza chiodi ma con un sapore di Dolomiti che poche altre volte ho ritrovato.
Da Internet ho saputo che nel 2005 un paio di frane hanno interessato sia lo spigolo Dibona-Marples, circa due lunghezze prima della cengia anulare, sia la via di discesa. Se qualcuno è salito di recente, mi piacerebbe avere notizie aggiornate, per rinfrescare la nostra grande avventura.

5 mag 2011

1790: sul Lungkofel inizia l'alpinismo dolomitico

Il Monte Lungo di Braies, che tocca la quota di 2282 m, è posto lungo il ramo sinistro della valle omonima, che da San Vito sale verso l'altopiano prativo di Pratopiazza.
Questo monte è legato a un fatto di storia che, seppure mai ufficialmente asseverato, riveste un ruolo basilare per la storia dolomitica.
Su di esso, infatti, pare sia salito nell’estate 1790, il gesuita e botanico carinziano Barone Franz von Wulfen, lo stesso che darà il nome alla Wulfenia Carinthiaca.
Dal pianoro dell’Alpe Serla dove si era recato sicuramente per erborizzare, il botanico montò in vetta in solitaria al “Landkogel”, che si è potuto individuare con un buon margine di sicurezza nel Lungkofel, nome tedesco mal tradotto in Monte Lungo.
La tradizione sostiene che sia stata quella la prima cima delle Dolomiti ad essere salita "con intenzioni alpinistiche".
Oltre che per la piacevole ascensione che offre, il Monte Lungo di Braies risalta per la parete W, che incombe verticalmente per oltre 400 m sui diruti Bagni termali di Braies Vecchia; nei primi anni '50 del '900, essa fu salita per tre vie, non so quanto ripetute, dall’accademico Marino Dall’Oglio e da Hans Frisch, forte alpinista di Brunico.
Il Monte Lungo si avvicina con una camminata abbastanza lunga ma piacevole, che può partire da Braies Vecchia A motivo della posizione abbastanza isolata, come il dirimpettaio Serla, svela anch'esso dalla cima una bella visuale a 360° sul Picco di Vallandro, sul versante N della Croda Rossa d’Ampezzo, sulla valle di Braies e sui verdi Colli Alti.
La salita può essere abbinata a quella del Serla, che lo sovrasta di 96 m, realizzando un'escursione molto utile per immergersi nella zona e ripercorrere le tappe di colui che forse iniziò, senza rendersene conto, l'alpinismo nelle Dolomiti Orientali.

Il Monte Lungo dai Prati Camerali, 12/11/2005


2 mag 2011

Pagine di storia ampezzana: Luigi Piccolruaz, guida alpina (1862-1924)

Tra le numerose guide e portatori che fra l'800 e il '900 animavano la vita di Cortina, uno solo “veniva da fuori” ed era quindi escluso dall'anagrafe dei Regolieri, pur essendosi accasato in paese e perfettamente amalgamato nella piccola comunità, tanto da meritare il soprannome di "Nichelo", proprio del casato Zambelli. Era Luigi Piccolruaz, nato nell'alta Val Badia nel 1862.
Di professione guardacaccia, Luigi operò alle dipendenze delle nobili Emily Howard Bury e Anna Power Potts, che verso la fine del secolo si erano fatte costruire sulla colinetta che domina il "Tornichè" di Podestagno, la palazzina detta “Villa Sant’Hubertus”.
Giovandosi della sua pratica della montagna, Luigi "Nichelo" svolse anche l'attività di guida alpina dal 1884 fino al 1909, quando cessò dal ruolo. Nelle fonti ho trovato il suo nome solo per la seconda salita della Torre Grande d'Averau, portata a termine con alcuni compaesani nell'estate del 1883: la sua figura si vede comunque spesso in fotografie di caccia accanto ai clienti che amavano venire a Cortina per le loro battute.
Piccolruaz, che nel primo dopoguerra ebbe una spiacevole diatriba con la Sezione Ampezzo del D.Oe.A.V., in via di rinomina in Sezione CAI di Cortina d'Ampezzo, per aver condotto abusivamente un cliente sul Cristallo, si spense nel 1924.
Cinque anni prima la famiglia, che viveva in una piccola casa lungo la strada d’Alemagna, era stata duramente colpita dalla morte di un figlio, Emilio, deceduto per una malattia contratta sul fronte.
I Piccolruaz si sono estinti in linea diretta con Maurizio "Guardia" (1904-81), estremo custode delle memorie avite, che ebbi il piacere di conoscere nel 1977. 
Stranamente, la guida alpina Luigi non è stato iscritto sulle due grandi lapidi marmoree che nel nostro cimitero ricordano oltre cento guide e portatori ampezzani nati dal 1796 in avanti.

30 apr 2011

Il Busc de r'Ancona e il suo mistero


Il Busc de r'Ancona (foto tratta da panoramio.com)


Che si raggiunga dall'alto, mediante la “via ferrata” artigianale che percorre l'esposta cresta digradante dalla vetta della Croda de r'Ancona, o dal basso, risalendo per tracce di guerra con piccoli bolli il pendio coperto di mughi e detriti che affianca la strada di Gotres poco prima di Forcella Lerosa, il “Busc de r'Ancona” rimane sempre e comunque un angolo dolomitico pregno di suggestione.
Questo foro naturale alto forse venti metri, scavato nella roccia rossastra e friabile della cresta che dalla Croda de r'Ancona degrada verso la dorsale delle Ciadenes, visibile già dalla sottostante Strada d'Alemagna poco oltre la curva di Podestagno, è un luogo importante.
Importante perché è oggetto di un'antica leggenda, raccontata dal Wolff, nella quale si sostiene che sia stato opera del demonio, in fuga dalla conca ampezzana che aveva tentato invano di convertire; importante perché durante la Grande Guerra fu un luogo strategico e sulla dorsale circostante s'infransero pesantemente i tentativi dell'Esercito Italiano di sfondare e assaltare Son Pouses; importante perché è oggetto di un anello escursionistico dai Ciadis a Forcella Lerosa attraverso la solitaria Croda de r'Ancona; importante, infine, perché anni fa fu scelto da un'alpinista solitaria per attraversarlo con gli sci ai piedi, scendendo il canalone che dà verso Ospitale, fino alla Strada d'Alemagna.
Importante o no, è un luogo che mi piace e dove, dopo oltre trent'anni dalla prima volta in cui vi giunsi, torno sempre volentieri.

27 apr 2011

Cima Ovest e Via delle Guide

A tanti amanti delle Dolomiti non interessa sapere perché quella cima si chiama proprio Cima Ovest, chi erano quei Dallamano e Ghirardini che ottantun anni fa ne percorsero per primi la parete W, e tanto meno perché la loro via è conosciuta come “Via delle Guide”.
Non interessava nemmeno a me, fino ad un certo momento. Non so chi ha detto saggiamente che (quasi sempre), quando un alpinista scende dalle montagne, inizia a scrivere: forse sta andando così anche per me.
L'ultima mia salita della “Via delle Guide” sulla Cima W della Torre Grande d'Averau risale a qualche tempo fa, e oggi m'incuriosiscono gli aspetti anche minimi della storia di montagne e vie sulle quali mi sbizzarrivo a vent'anni.
La via di cui sto disquisendo, che supera la parete occidentale della guglia, proprio davanti al Rifugio Scoiattoli, venne aperta dai mantovani Piero Dallamano e Renato Ghirardini il 15/7/1930.
I due non erano comunque i primi a calcare la striminzita sommità della più piccola delle tre torri in cui si articola la Grande d'Averau.
Giusto un anno prima Enrico Lacedelli Melèro, guida alpina e maestro di sci, aveva condotto in vetta i fratelli Olga e Rinaldo Zardini lungo il perfetto diedro NW, cento metri di dolomia verticale, levigata e impegnativa che ancor oggi ricordano il nome dell'ardita Olga.
Dallamano e Ghirardini non lo sapevano, ma con la loro salita inaugurarono uno degli itinerari classici più noti ed amati delle Torri d'Averau, entrato molto presto a far parte dell'offerta delle guide alpine locali e non, e proprio per questo ribattezzato "Via delle Guide".


In primo piano la Cima W della Torre Grande d'Averau.
27 giugno 2009
 Essendo abbastanza breve e di difficoltà contenute, con un accesso e discesa comodi e veloci, penso che la Via delle Guide goda ancora di buon credito.
E siccome dall'ultima volta che ero lassù sono passate già alcune stagioni, il ricordo mi ha spinto a volerne sapere qualche cosa di più.

20 apr 2011

Vacanze pasquali

Il direttore, caporedattore, editore di "Ramecrodes 2" se ne va alcuni giorni in ferie, confidando nel tempo clemente.
Un caro saluto a tutti "dalla Bianca, la Grande, lo Spigolo Verde": dove mai si andrà a rintanare?
Torneremo comunque, il 26 aprile.
Ernesto

18 apr 2011

Il silenzio di Ciou de ra Maza

19 luglio 2008
Lago della testa del bastone: in italiano il toponimo suona bizzarro, e penso non abbia corrispondenze.
In ampezzano, Lago de Ciou de ra Maza trova invece un puntuale riferimento topografico, anche se non molto chiaro quanto al significato.
Il lago è un minuscolo, silente specchio d'acqua, celato dal fitto bosco ai piedi dei Lastoi del Formin, in destra orografica del Ru de ra Costeana.
La maggior parte della zona contrassegnata dal toponimo “Ciou de ra Maza” si trova in Comune di San Vito, e vi si giunge per una stradina forestale rimboschita, che sale dal basso partendo da Rucurto e va a terminare sul limite confinario sancito nel 1753 dalla Marogna de Giou.
Se il toponimo ampezzano di questo luogo di confine pare poco chiaro, quello sanvitese è forse più evidente: dal recente atlante toponomastico del territorio sanvitese, si deduce che i nostri vicini chiamano la zona “Laghete de Iou/Giou de la Maza”, riferendosi quindi al letto asciutto di un probabile antico torrente che scorreva nei dintorni.
Il circondario è molto bello, isolato, solitario: al laghetto, dominato da misteriose e forse ancora mai salite propaggini dei Lastoi, passano sicuramente in pochissimi, la plaga circostante è selvaggia e intricata e sfiorando le rive dello specchio d'acqua ci è parso di sentire ancora il fruscio delle anguane che lavano i panni.

12 apr 2011

Piccola Croda Rossa, regno degli stambecchi

Nella previsione di tornarci dopo qualche anno, con alcuni amici che la bramano da tempo, dai miei appunti ho dedotto di aver salito già una decina di volte la Piccola Croda Rossa (2857 m), massiccia montagna che fronteggia la Croda Rossa d’Ampezzo. La cima fu salita da Viktor Wolf von Glanvell con la guida di Braies Josef Appenbichler nel 1894, e pochi anni dopo anche con gli sci.
Personalmente, l'ho sempre salita con l'approccio “ampezzano”, che dal lago asciutto di Remeda Rossa  per dossi erbosi e sassosi, già regno di ungulati, si porta sulla cresta della Remeda Rossa, dove s'innesta nella via normale che proviene dal Rifugio Biella.
In discesa invece ho sempre seguito la dorsale rocciosa, ghiaiosa e pascoliva delle Jeralbes, che termina vicino alla Crosc del Grisc, a poca distanza dal punto di partenza. Sulla dorsale, a mio parere, c'è un passo di I, ma il resto è abbastanza facile.
Per salire la Piccola Croda Rossa, faticosa ma solitaria e panoramica, so di altre due possibilità, utilizzabili in entrambi i sensi di marcia e riservate a chi ha "piede fermo e occhio attento", come si diceva ai tempi eroici.
La prima segue il canale tra la Remeda Rossa e la Croda, che s’imbocca dal lago sopracitato. Frequentato dai cacciatori, il canale non dovrebbe riservare problemi di tipo alpinistico; in alto ci si sposta sulla sinistra orografica, e si giunge alla Sella della Remeda.
La seconda possibilità si stacca lungo la dorsale delle Jeralbes e mediante un canale franoso permette di scendere direttamente in Val Montejela, giungendo nei pressi del Bivacco Dall’Oglio.
Le due possibilità, poco note e raramente frequentate, animano una gita impegnativa dal punto di vista fisico e a prima vista un po’ monotona, data l’enorme pietraia da risalire per toccare la vetta.
Fino a qualche anno fa sui declivi della Piccola Croda Rossa era usuale sorprendere camosci e stambecchi, che lassù avevano uno dei loro habitat preferiti e si lasciavano fotografare abbastanza facilmente. Esperienza personale!
Forse ora la situazione è un po' cambiata, e sarei lieto di smentirmi; ma finché i branchi non torneranno a ripopolare quell’ambiente con la consistenza di un tempo, alla "Kleine Gaisl" mancherà sicuramente qualcosa.
La cima: a ds. la cresta delle Jeralbes
e sullo sfondo la Croda Rossa (Sennes, 4/2/2007).

10 apr 2011

Andiamo ai Peniés?



Il Becco di Mezzodì, da q. 1427
sopra i Peniés, 10.4.2011
 
In alto ancora non si sale: così oggi, in una domenica di primavera solare, calda, piena, siamo ritornati in un altro dei nostri piccoli "luoghi del cuore": l'Albergo dei Peniés, ossia "la radura di pascolo nel bosco di pini".
E' un posto poco noto, immobile nel tempo, che scoprimmo qualche anno fa cercando una camminata breve e vicina a casa per sfruttare qualche mezza giornata, soprattutto di tempo incerto.
Il nostro angolo si nasconde in alto sopra la trafficata Strada d’Alemagna, fra Cortina e San Vito. Alle falde della Croda Marcora, in una radura ormai oscurata dagli alberi, un vecchio “caśon” serviva d'appoggio ad un antico pascolo ovino dei sanvitesi: l'Albergo dei Peniés (1364 m), appunto. 
Le carte citano una "Baita Pinies"; la baita è sparita da anni ed è stata sostituita con una mangiatoia per animali fatta a casetta, che in caso di necessità può offrire un precario riparo.
Dalla Strada d’Alemagna poco a S di Dogana Vecchia, abbiamo imboccato la ripida pista forestale che inizia presso l’ex Ponte del Venco, inghiottito dalle rettifiche dell'ANAS.
Per la magra pineta coperta di erica siamo saliti verso la Croda Marcora; passato il ruscello che scende dalle crode, seguendo ancora per poco la pista, ci siamo portati al piano dove sorge la mangiatoia.
Da qui, come facciamo sempre per completare la passeggiata, abbiamo rimontato per altri dieci minuti un bel pendio pascolivo sparso di massi, fermandoci sul culmine (1427 m), da cui si gode un bel panorama.
Lassù, un gran canalone detritico si apre in due rami, che scaricano altrove ghiaie e blocchi, lasciando il pendio straordinariamente verde, solitario e silente.
Peniés è un recesso fuori dalle rotte, donde la visuale si apre da un lato sul Penna, Pelmo, Rocchette, Becolongo, Becco di Mezzodì, Cinque Torri e Tofana di Rozes, e dall'altro sulla Croda Marcora, Punta dei Ros, Punta Taiola, Antelao, Monte Rite ...
Nel ritorno è meglio rifare la strada dell’andata, chiudendo dopo circa un’ora e mezzo un anello molto remunerativo.  A Peniés, luogo minore delle nostre Dolomiti, siamo riusciti a costruirci una bella escursione adatta al fuori stagione, che ogni volta ci invita a tornare.

9 apr 2011

Passeggiando a Malga Pozzo

Malga Pozzo verso la Pusteria, 12.11.2005


 
Dalla strada che risale la Val di Braies  verso Pratopiazza, poco dopo i vecchi Bagni termali si prende una stradina secondaria che porta ai Prati Camerali, dove sorgono due Hotel, e d'inverno funzionano due sciovie ed una pista.
Da qui, per una ripida strada ghiaiosa che sale sul margine N dei Prati e termina in uno spiazzo, si va a prendere un sentiero che s'inoltra a tornanti nell'umido bosco e porta al Passo del Capro-Buchsenriedl, piccolo valico chiuso fra il Sasso del Pozzo-Allwartstein e il Monte Serla-Sarlkofel.
5 minuti sotto il Passo, sul versante opposto, su un costone pascolivo al termine della strada bianca che proviene da Villabassa sorge Malga Pozzo-Putzalm (1737 m).
La malga non ospita più bestiame; è stata sistemata, è gestita d'estate e per il resto dell'anno viene usata dall'AVS della Alta Pusteria ;  quando è aperta, può servire da appoggio in caso di maltempo.
Ci siamo passati diverse volte salendo da Braies, perché la sentiamo oggetto quasi obbligato di una visita  una volta giunti al vicino Passo del Capro.
Il valico, infatti, è la base per salire due cime, il boscoso e facile Sasso del Pozzo (1954 m), che prende il nome dall’alpe, e il più impegnativo Monte Serla (2378 m), che le sta alle spalle.
Dalla baita si ammira un tratto della Val Pusteria, alcune cime dei Monti di Casies ed alcune vette delle più lontane Alpi Aurine. Pur essendo raggiungibile con mezzi fuoristrada, Malga Pozzo è abbastanza isolata rispetto al fondovalle, e sostarvi è piacevole, prima di continuare la peregrinazione alpestre.
Vi si può salire anche dal versante di Villabassa, ossia dai Bagni Pian di Maia. Peccato che la strada d'inverno non sia battuta; offrirebbe di certo una passeggiata altrettanto bella sulla neve e forse anche una discesa in slittino, oggi così di moda!

7 apr 2011

Il mio luogo del cuore



Forse i quattro-cinque fedeli "blog-nauti" di Ramecrodes si potrebbero annoiare, vedendosi propinare sempre le "cronachette alpestri" di chi scrive, in sostanza avventure di roccia dal II al IV, con occasionali, belle puntate un po’ più in alto nella scala Welzenbach. 

Ma tant’è: questo ho e questo posso offrire, rievocando l'andar sui monti dei miei venti e trent'anni, e questo cerco sempre di narrare nel modo che giudico più interessante. Prima di quella altrui, riempie l'anima a me stesso riandare ad avventure liete, istruttive e mai dimenticate.
Torno così, per l'ennesima volta, in un mio luogo del cuore, ricordando l'ascensione preferita: la parete sud della Punta Fiames, la classica "paré", per la via aperta da Tone Dimai e Tino Verzi con il cliente londinese Heath, 110 anni fa.
Cortina aerea, col Pomagagnon
(foto Bortolo De Vido)

Dopo le prime due salite, risalenti già all’estate '76, passarono alcune stagioni (in)seguendo altre cose.
Lunedì di Pasqua del 1980, ripresi per la terza volta la via della Fiames col sempre paziente Lace: non ricordo perché, ma quella volta impiegammo tanto per domare la via, in una giornata nebbiosa e fredda. La mia soddisfazione, nemmeno a dirlo, fu intima e tangibile, anche se scalavo ancora perlopiù da secondo.
Seguì una quindicina di altre ripetizioni, in ogni mese dell'anno o quasi, con compagni e compagne diversi, lente ma anche veloci, fino all'estate del '96.
Da allora non ho più toccato le placche della “paré”, che avevo iniziato a visitare una o più volte l’anno, per un ventennio, e sulle quali ho lasciato un pezzo di cuore.

6 apr 2011

Ricordo di Armando Menardi, giovane scalatore

Un interessante personaggio dell’alpinismo ampezzano degli anni Sessanta del '900, cui la precoce scomparsa impedì di esprimersi pienamente e lasciare un più ampio segno nella storia locale, è stato Armando Menardi "de Seerino", conosciuto anche come Armando "de Jilma".
Figlio di Gilma, gestrice per molti anni col fratello Giuseppe della storica rivendita di tabacchi all’angolo del Comune Vecchio, era nato nel 1945.
La sua attività in montagna (misurata qui parzialmente, solo in base alle prime salite, di certo un po' più ampia), si svolse soltanto nel biennio '65-'66. Nel dicembre '66, infatti, Armando morì giovanissimo, per una rapida e inesorabile malattia.
L'1/11/65, con Franz e Armando Dallago, aveva salito una guglia inviolata sui contrafforti della Tofana di Mezzo, dedicandola a Franco De Zordo, caduto pochi giorni prima dalla Cima Piccolissima di Lavaredo.
L’anno seguente, il 15 maggio, gli stessi giovani salirono la parete E del Torrione Zesta, sempre sui contrafforti della Tofana di Mezzo; un mese ancora, ed ecco l'ascensione del  Gran Diedro NW dei Lastoni di Formin. Il 27 agosto, con Franz, Armando scalò un'altra torre ai piedi della Tofana, dedicata ad Albino Michielli Strobel. Il 2 settembre la cordata salì la parete E della Torre Quarta d’Averau; nove giorni dopo, apportò una variante alla via Ghelli & Co. sulla parete N della Cima d’Ambrizzola, e il 13 novembre, infine, superò lo spigolo SE della Cima N della Torre Grande d’Averau, usando 55 chiodi per salire i centoventi metri di spigolo, in seguito ripetuto in libera.
Solo un mese più tardi si chiudeva la brevissima vicenda terrena di Armando, che non fece in tempo ad indossare il maglione degli Scoiattoli, al quale forse aspirava.
Il 10/8/1967 Franz e Armando salirono con Raffaele Zardini Laresc (scomparso anch'egli molto giovane, nel '75) salirono lo spigolo e il camino N del Becco di Mezzodì, dedicando l'itinerario all’amico, che oggi almeno ha un punto di riferimento sulle crode, al quale restano affidati il suo nome e la sua memoria.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...