13 ago 2011

Due cime impresse nella memoria e nel cuore

Riguardando le note che ho scarabocchiato in tanti anni, ne ho ricavato che - fino alla data odierna - ho avuto la fortuna di salire per un totale di 11 volte la Punta Nera e la Zesta, le due cime più massicce del "ramo ampezzano" del Sorapis.
La propaggine rappresenta un angolo molto caratteristico delle crode d’Ampezzo. Inizia dal Valico sora la Cengia del Banco, una falsa forcella raggiungibile solo da un lato, e prima di terminare al Passo Tre Croci, si articola in alcune sommità panoramiche e non molto visitate: la Croda del Valico, la Croda Rotta, la Punta Nera, la Zesta, le due Cime del Laudo, le due Cime di Marcoira.
La Punta Nera, che si può ammirare già passeggiando in Corso Italia a Cortina, tocca la quota non banale di 2847 m. Ne ho scritto spesso e non mi dilungo sulla sua storia: testimonio di averla finora raggiunta sette volte (1987, 1990, 1995, 2001, 2003, 2004, 2008), di cui tre da solo.
Sulla Punta Nera, 26/7/2008
La scorbutica Zesta, invece, quotata 2768 m, si nota bene dalla strada 48 che porta da Cortina a Tre Croci, e si lambisce salendo dal Passo a Forcella del Ciadin. Su questa vetta, più aspra della vicina Punta Nera, sono salito quattro volte (1991, 1992, 1995, 1997), di cui una da solo. Penso di non soffrire di “autocondizionamento”, ma pensandoci, talvolta sono convinto di essere salito su queste cime anche in altre occasioni.
La Zesta dalla Punta Nera, 26/7/2004
Sarà forse perché, avendone scritto spesso, le rivivo ogni volta e mi sembra di essere sempre lassù!
In fatto di salite, in ogni modo, non è ancora chiusa la partita: tre anni fa promisi ad un amico che non la conosceva, di salire insieme la Punta Nera.
Lui ventilava di salirvi come i pionieri, da Acquabona ma , per il momento ho rilanciato l’offerta col più comodo accesso da Faloria o al massimo da Tre Croci, che resta nei tempi e nei canoni di una gita di media lunghezza e impegno.

8 ago 2011

Note sulla Croda de r'Ancona

Il 22/8/2002 mi assunsi l'iniziativa di collocare il primo libro di vetta sulla Croda de r’Ancona, “fosco baluardo” nel gruppo della Croda Rossa che domina la SS51 d’Alemagna tra Fiames ed Ospitale con canali ghiaiosi, cenge da camosci, rocce friabili e tanti mughi, offrendo una bella escursione da Ra Stua o Rufiedo.
Teatro di scontri durante la Grande Guerra, molte tracce dei quali sono ancora visibili sulle sue pendici, fino a tempo fa la cima non era poi così nota al pubblico.
Oggi, anche se per fortuna non rientra fra le più gettonate delle Dolomiti, conta molte visite in più. Tanti salitori sono locali e veneti - e la Croda viene scelta anche come meta di gite sociali -, mentre sono rari gli stranieri.
In vetta nella nebbia, 12 settembre 2004
Non è una cima per scalatori, non avendo pareti o spigoli degni di considerazione: la "via normale" è una camminata di media lunghezza, in cui si alternano detriti, erba e facili roccette.
Non esposta né troppo impegnativa, la salita, gradevole soprattutto in autunno, va affrontata con le informazioni, l'umiltà e la prudenza che spesso mancano in tanti escursionisti.
Il 15/10/2006, su segnalazione del guardaparco, tornai in vetta con l'amica Lorenza a sostituire il mio libretto, già logorato dalle intemperie e quasi esaurito. Posì il nuovo quaderno, che spero duri a lungo e non sia imbrattato da troppe stupidaggini e volgarità, in una scatola impermeabile sotto la croce, protetto da alcuni sassi e ben visibile per chi giunge in cima.
Con l'occasione sfogliai il ”vecchio” libretto, ma non proporrò statistiche né giudizi sui suoi contenuti. Mancano le firme d’alpinisti famosi e non ci sono cronache di imprese, ma solo i segni discreti del passaggio di chi è arrivato fin lassù con fatica e sudore per godersi un bel panorama sulle Dolomiti, fino alla Val Badia e ai ghiacciai.
Estrarre un nome o una frase piuttosto che altri non avrebbe senso. Ho notato invece che diverse persone sono state colpite dalla bellezza dei luoghi; molte si sono affezionate alla cima e vi salgono più volte, anche nella stessa stagione e venendo da lontano.
La Croda è pure meta di alpinisti in erba, indotti a conoscere la montagna con una salita che fa da buon banco di prova: lo fu anche per me, portatovi per la prima volta da miei genitori a circa dodici anni.
Ci si potrebbe perdere anche qui ...
Non cederò quindi a considerazioni storiche o di altro tipo, estratte dai contenuti del libro di vetta che consegnai all’archivio del CAI di Cortina. Auspico che la cima, nota da tempi antichi ai cacciatori per la ricchezza d’ungulati della zona, e ai pastori, poiché domina l'alpeggio di Lerosa, costituisca una bella meta per una giornata di svago.
Per alcuni sarà un traguardo sofferto e importante, per altri un tirocinio in vista di altri cimenti, ma dovrebbe conservare sempre integro il suo fascino selvaggio, di cima che in guerra fu teatro di cruenti episodi ed oggi è un simbolo di pace alpinistica.
Dopo l'arrogante e impunita verniciatura della via normale nell'autunno 2007 con decine di bolli rossi ad opera d'ignoti artisti, ora sarebbe bello che la Croda restasse fuori da altre iniziative di valorizzazione, e si mantenesse come la conosciamo: una cima abbastanza facile, praticabile fino al tardo autunno, che offre un bel panorama e vari motivi d’interesse storico ed ambientale.
Coloro che sceglieranno la Croda de r’Ancona per una salita dolomitica, potranno apporre con piacere il loro nome sul libretto di vetta, lasciando un segno su una cima interessante per il panorama, le testimonianze storiche che custodisce e l’atmosfera di solitudine che l'avvolge.

6 ago 2011

Punta della Croce: noterelle di storia

Nel 1877, defilatosi dalla corsa alla conquista delle crode dolomitiche a causa di un dissesto finanziario che gli impedì per sempre di soggiornare fra le sue crode, Paul Grohmann pubblicò un testo basilare per il turismo sui Monti Pallidi: “Wanderungen in den Dolomiten”, uscito in italiano come “La scoperta delle Dolomiti” soltanto nel 1982.
Descrivendo la catena del Pomagagnon, nel suo lavoro il viennese menziona la Croda di Perosego, la Croda da Pezzo, il Pomagagnon, sulla destra orografica della Forcella omonima, e la Croda dei Cestelis a sinistra.
Nomina poi Somforca e Zumelles, come valichi transitabili “sulla linea di congiunzione del massiccio del Cristallo con la Croda di Cestelis”. “Numerose forcelle - secondo l’autore - caratterizzano questa catena, per cui, oltre alla Forca, troviamo il Passo Zumelles, quello di Longes (Grava di Longes), Valloi, la Forcelletta, la Forcella Pomagagnon e la Forcella Fiammes.”
Orientarsi fra questi oronimi, che si ritroveranno in parte a cavallo dei due secoli, ad esempio negli scritti di von Glanvell, oggi non è più tanto semplice.
La Punta della Croce (al centro)
Dai prati di Mietres, 2/11/2003
Seppure la scoperta dell’alpinismo sulla dorsale risalga al 1890, con la prima salita della Croda Longes (2/8) e della Croda del Pomagagnon (27/8) per merito della guida Antonio Constantini con clienti britannici, il pioniere viennese testimoniava di avere già salito la mediana delle tre sommità del segmento occidentale della dorsale, che denomina Pomagagnon e poi Punta della Croce e quota 2290 m, e dichiara di avere raggiunto “in 10 minuti di ripida salita” dalla sottostante Forcella Pomagagnon.
Dovrebbe essere, questa di Grohmann, la prima testimonianza documentale della possibilità di compiere anche ascensioni, d’impegno poco più che escursionistico nel sottogruppo.
Con la conquista, da parte di Antonio Dimai, Phillimore e Raynor, della parete S della Costa del Bartoldo (22/8/1899), invece, la zona diverrà un paradiso per i rocciatori.

3 ago 2011

Un bel regalo di compleanno!

Il 3 agosto di qualche lustro fa, mentre se ne stava in vacanza a Cortina, l'amico Carlo, "romano de Roma" appassionato frequentatore delle Dolomiti, compiva poco più di vent'anni, Quale miglior regalo fargli, se non una bella via di roccia?
Fu così che, non ricordo di preciso con quanti e quali compagni, salimmo in lieta brigata la via Dimai sulla parete SE della Punta Fiames, in Ampezzo solo "ra paré").

Punta Fiames e via Dimai
(da guidedolomiti.com)
Era almeno la sesta volta che mi arrampicavo su quelle rocce, e a quell'epoca lassù mi sentivo quantomai a mio agio.
Non ho flash particolari della giornata: Carlo era con me e la salita procedette bene. Ricordo però che, sulla via del ritorno, ci buttammo tutti a poltrire al sole sui prati sotto Forcella Pomagagnon.
Mentre guardavo le nuvole, pensavo che lassù non c'era bisogno di torte, candeline, spumante. Ero convinto che dentro di sè Carlo aveva apprezzato a pieni polmoni il regalo (economico!) che avevo avuto la fantasia di fargli. Ma questo valeva certamente anche per noi!

30 lug 2011

Pasticci giovanili sul Campanile Rosà

Un'estate, in compagnia di giovani e più forti amici, tentai la salita di una cima che, sfortunatamente, è mancata dal mio “carnet” di conoscenze in Dolomiti: il Campanile Rosà, nel gruppo delle Tofane.
16 agosto 2008
L’aguzzo monolite di 100 m d’altezza, fronteggia la parete SE del Colle omonimo e si nota bene da vicino o in particolari condizioni di luce.
Fu salito da due guide, Angelo Dibona e Celestino de Zanna con Amadeo Girardi e Leopoldo Paolazzi, il 17 agosto (ma forse era il 17 ottobre) 1910.
La loro via, abbastanza impegnativa e sulla quale Dibona usò qualche chiodo, fu discretamente ripetuta nei tempi d'oro (seconda salita: F. Terschak-I. Siorpaes, G. Sperti-A. Cancider, 29 ottobre 1920), ed è stata anche teatro di incidenti, per la roccia non sempre sicura.
Giusto ottant'anni fa, nell'estate 1931, Piero Dallamano e Renato Ghirardini tracciarono sulla guglia una seconda via, esposta e con passaggi fino al V: passarono altri dieci anni e, nell’estate 1941, le guide Giuseppe Dimai e Celso Degasper con i fratelli Melloni corressero la via Dibona con un tiro che toccava il VI.
Riprendendo il discorso, la nostra salita non ebbe buon esito, perché si mise presto a diluviare e fummo costretti a fare marcia indietro.
Ripensandoci, mi rendo conto che forse avevamo sbagliato itinerario, perché - credendo di essere sulla Dibona - in realtà avevamo pasticciato sulla Dallamano, sul lato opposto.
Pur essendoci passato spesso alla base, non ho più avuto occasione di andare a curiosare intorno al Campanile Rosà, attraente per la forma, l’isolamento, la storia che reca le firme di alpinisti illustri. 
Val Fiorenza, 16 giugno 2004
Non so quante ripetizioni abbia avuto in un secolo, e mi piacerebbe anche sapere da chi vi è stato, cosa ha provato, spuntando in cima a quella bellissima lama rocciosa, teatro di imprese di pionieri ma oggi fatalmente fuori moda.

26 lug 2011

Dov'è la Crosc de Ester?

La ripida strada bianca che dalle case di Lacedel, aggirando a N il rilievo di Crepa, sale a Pocol, fino al 1909 (anno di apertura della Strada delle Dolomiti) fu l'unica via di collegamento fra Cortina e il Passo Falzarego.
A chi la percorre, giunto quasi sotto le rocce, non dovrebbe sfuggire una croce lignea tra l'erba, che reca una singolare iscrizione.
Il simbolo sacro è lì da molti anni a ricordare Ester Sprood, consorte inglese del calzolaio Andrea Constantini, colpita da un fulmine mentre transitava da quelle parti nell’estate 1889, poco meno che ottantenne.
La sua memoria ha dato origine ad un toponimo, "ra Crosc de Ester". Una decina di anni fa alcuni lavori boschivi nella zona, causarono danni al piccolo manufatto, prontamente risistemato grazie all’azione del Vicesindaco di allora. Mi si dice ora che qualcuno ci ha rimesso mano: non ho ulteriori notizie, ma andrò senz'altro a vedere.
Trovo la croce un dovuto e gradito atto di rispetto per la memoria della britannica accasatasi in Ampezzo, che ha dato un senso al sito e creato un toponimo ormai consolidato, anche se immagino pressoché ignoto alle più recenti generazioni.
Lì vicino c’è anche un’altra bizzarria toponomastica. Nel bosco alle spalle della croce, infatti, si trova un masso un po’ strapiombante, detto “ra cojina del Moisar”.
Secondo G. Richebuono, il toponimo deriva da Angelo Ardovara di Col (un Dadié di Campo, invece, secondo I. de Zanna) detto Moisar (bel termine ampezzano di origine tirolese che significa “lento nel pensare ed agire, tonto”).
Pare che questi solitamente salisse a cucinarsi il cibo in quella località: questa particolare usanza diede luogo all’originale appellativo.
Ricordo che, or è quasi mezzo secolo, il Sestier de Azon propose su un carro carnascialesco la rievocazione della figura dell’Ardovara o Dadié che fosse, nella scenetta "El Landro del Moisar".
Suppongo che oggi non molti conoscano questi due luoghi e le radici dei loro nomi, e ho qualche dubbio che basterà una croce nuova a ridestare i bei toponimi. 
Curioso segno (limite della proprietà regoliera?)
alle spalle della Crosc de Ester, 12/11/2006
Mi piacerebbe raccogliere ed analizzare tutti questi nomi originali del territorio che si stanno ormai squagliando nella memoria, per citarli ai turisti ma sopra tutto ai residenti, e affidare in prima battuta ai giovani alcuni saldi elementi della pericolante memoria storica d’Ampezzo.

23 lug 2011

La Bonnerhütte, unico rifugio fra Anterselva e San Candido

Per far conoscere il Toblacher Pfannhorn, cima panoramica già nota a Paul Grohmann, e la zona che lo circonda, nel 1880 la Sezione Hochpustertal del Club Alpino Tedesco-Austriaco tracciò un sentiero da Dobbiaco fino alla cupola sommitale.
Sul sentiero che sale da Kandellen

Nel 1894 il Comune di Dobbiaco concesse alla Sezione un terreno fabbricabile sul crinale che scende della cima: vi fu costruito un piccolo rifugio, la cui proprietà fu donata due anni dopo alla Sezione di Bonn.
Nacque così la Bonnerhütte, arricchita nel 1904 dalla Bonner Höhenweg, unìinteressante alta via di cresta che la collegava alla Defereggental, oltre il confine.
Con la ferrovia, che dal 30/11/1871 unì Vienna all'Italia, iniziarono a vedersi anche in alta Pusteria molti alpinisti, che salivano alla Bonnerhütte in portantina, con cavalli o muli, per poi seguire la Bonner Höhenweg. Dalla Defereggental era possibile raggiungere Lienz in carrozza, e rientrare a Dobbiaco con il treno.
Nell'estate 1907 il rifugio registrò circa 500 passaggi. Dopo la Grande Guerra e la tracciatura del nuovo confine, il Demanio italiano espropriò la costruzione, che fu usata inizialmente come base di sorveglianza e poi divenne una stalla.
Diroccata e inutilizzabile per molti anni, la struttura è rinata nel 2007 per opera di un volonteroso privato come Rifugio Bonnerhütte, l'unico rifugio alpino esistente sui Monti di Casies fra Anterselva e San Candido. Offre una ventina di posti letto e il tradizionale "servizio d'alberghetto".
Il modo migliore per salire al rifugio, appollaiato in posizione strategica sul ripido costone erboso a 2307 m, consiste nel partire da Kandellen - Candelle in Val San Silvestro e seguire il sentiero - carrareccia n. 25, che lo raggiunge in un paio d'ore buone.

Sulla terrazza del Bonnerhutte,
verso le Dolomiti
Con un’altra ora di cammino su terreno facile ed aperto, si giunge sul Toblacher Pfannhorn (m 2663), un belvedere senza pari. L'ideale sarebbe pernottare in rifugio e, temperature permettendo (la zona è molto ventosa), salire in cima di buon mattino: un'esperienza interessante, quasi pionieristica.

19 lug 2011

70 anni di vie nuove per gli Scoiattoli

Tofana Terza da Son Pouses
8 maggio 2011
Settant'anni fa di questi giorni, gli Scoiattoli esordivano sulla scena dell'alpinismo con la loro prima via nuova.
Iniziava così, sulle crode di Cortina e non solo qui, un percorso di ricerca che per il momento pare non si sia ancora esaurito.
Era il 18/7/1941 quando Luigi Menardi "Amanaco" detto "Iji" (1925-1979), appena sedicenne, saliva con Camillo Crico di Venezia la parete E della Tofana Terza, per un lungo itinerario, di difficoltà non molto alte (II e III), ma che richiese anche un chiodo di sicurezza.
La via Menardi-Crico, che fu affiancata un mese dopo da un itinerario parallelo e più facile, aperto da Crico in solitaria, potrebbe essere la medesima scesa nella primavera 1977, agli albori dello sci ripido, da Don Claudio Sacco Sonador e poi da Tone Valeruz.
Magari correrà anche vicina al percorso che esattamente quarant'anni dopo quattro giovani successori di "Iji", tra i quali il figlio Rolando, salirono d'inverno, denominandolo "Via Sgamala Hala".
Oggi sicuramente la via di "Iji" non viene più percorsa, ma resta comunque a testimonianza dell'avvio dell'attività esplorativa degli Scoiattoli, che in sette decenni hanno lasciato le loro impronte sulle montagne di tutto il mondo.

18 lug 2011

Jägerhütte, ideale per giornate così così

Ieri, giornata in cui il meteo non incitava a grandi entusiasmi, siamo tornati in un luogo scoperto da poco, per ora solo come meta estiva.
E' la Jägerhütte - Baita del Cacciatore, posta a 1830 m alle falde del Monte Elmo, sul bordo delle piste di sci che scendono verso Versciaco.
Lo scorso anno, su una guida dei rifugi dell'Alta Pusteria avevo iniziato per curiosità a spuntare le malghe e i rifugi già visitati in zona: ne mancavano ancora pochi, e uno era questa Baita, mai sentita nominare prima e persino assente dalla mia (antiquata, ormai) carta Freytag e Berndt.
Così, ci capitammo il 25 luglio, dopo avere chiesto informazioni a Sesto. Non avendo però capito il punto esatto di partenza dell'escursione, ci avviammo verso l'alto direttamente dalla SS52, dove avevamo notato uno dei tanti cartelli che indirizzano alla baita (molto ben indicata, non c'è che dire!).
Attraverso i prati uscimmo su una comoda strada forestale, incontrando una famiglia d'italiani che conosceva bene la zona. Salimmo un gran tratto con loro, stupendoci della lunghezza dell'approccio, comunque comodo e piacevole. Giunti alla baita, appollaiata su un erto costone, tutta in legno e con una caratteristica “Stube”, sulla cartina notai che partendo da una delle varie strade che collegano i masi alti al paese di Sesto, avremmo camminato forse la metà.
Ma allora fu meglio così, e per il ritorno scegliemmo di visitare la ”Waldkapelle”, rustica chiesetta di tronchi immersa nel bosco, costruita dagli abitanti di Sesto durante la Grande Guerra per avere un luogo in cui pregare dopo la distruzione del paese.
L'accoglienza nella baita ci piacque e così ci ripromettemmo di tornare lassù, ma per una via più breve. Ieri, infatti, portando la macchina al Maso Ausserlechner al Monte di Fuori, la salita si è sorprendentemente ridotta a soli 40 minuti, e poco più al ritorno, attraverso un ripido sentiero invaso dalle erbe.

Dopo ben 40 minuti di salita ...

La meta è piacevole, e l'abbiamo iscritta volentieri nel carnet delle opzioni per giornate non entusiasmanti dal punto di vista meteorologico.

15 lug 2011

Guide alpine di Cortina 1871-2011

Le guide alpine di Cortina festeggiano 140 anni. Correva infatti l'anno 1871 quando il cacciatore Fulgenzio Dimai soprannominato "Jènzio Deo", classe 1821, ottenne dall'I.R. Capitanato Distrettuale d'Ampezzo il permesso di svolgere il mestiere di guida alpina, anzi di Bergfuhrer.
Da allora la storia delle guide è stata scandita da numerosi e importanti anniversari. Nel 1876 le guide alpine ampezzane erano già in 9. Nel 1901 le baronesse ungheresi Ilona e Rolanda von Eotvos furono accompagnate da tre di loro (Dimai, Siorpaes e Verzi) sulla gigantesca, ancor oggi rispettata parete S della Tofana de Rozes.
Dieci anni dopo altre tre guide (Barbaria, Dibona, de Zanna) divennero i primi istruttori di sci alpino a Cortina.
Nel 1933 i fratelli Dimai, giovani guide, col triestino Emilio Comici salirono per prime la parete N della Cima Grande di Lavaredo.
Nel 1954, lo Scoiattolo e guida Lino Lacedelli raggiunse con Achille Compagnoni la vetta del K2.
1976: a vent'anni dalla scomparsa, Cortina dedicò un monumento in piazza ad Angelo Dibona, simbolo indiscusso delle guide ampezzane.
Nel 1994, Nadia Dimai è la prima donna di Cortina ad essere promossa guida alpina.
2011: le guide ampezzane sono legate da 140 anni con amici e clienti di tutto il mondo.
Per celebrare questo anniversario, le guide, insieme ad alcuni amici della montagna, si ritroveranno giovedì 21 luglio all'Hotel Ancora di Cortina per una cena in compagnia.
Sarà un'occasione di cameratismo e di festa per ricordare un anniversario importante, ed augurare al Gruppo altri 140 anni di attività, sempre nel magico mondo della Montagna.

13 lug 2011

... Bellissimo ... e ottima persona ...


La Torre Quarta (alta e bassa)
27 giugno 2009

L'amico Giuseppe vive in pianura, ma non riesce a fare a meno per troppo tempo delle montagne, né fisicamente né mentalmente. Ieri mi ha fatto sapere con un SMS di avere appena salito (penso per la prima volta) le torri Quarta bassa e Inglese con una nostra guida alpina.
Commento: "Bellissimo, specie la seconda (torre), e ottima persona" la guida: questa, aggiungo io, ha settant'anni e continua a macinare chilometri di montagne, sia d'estate sia d'inverno.
Annoto quest'episodio per confermare che la lunga pratica professionale (nel 1977, appena divenuto guida, l'uomo di cui sopra portò Enrico e me sulla Miriam della Torre Grande, come regalo di maturità), insieme alla buona salute e alla gioia di scoprire in montagna sempre qualcosa di nuovo, costituiscono sicuramente un elisir di lunga vita.
Non lo sappiano i nostri politici, altrimenti i più fortunati di noi non andranno in pensione prima degli ottanta!

10 lug 2011

News a Malga San Silvestro


Malga San Silvestro com'era
15 luglio 2007

Giornata calda fin dal mattino: inadatta a "imprese", per chi ha tranquillamente spento la sveglia ... Idea! Andiamo a Malga San Silvestro (sarà la decima volta dal 2001), al limite orientale dei nostri prediletti Monti di Casies!
Per noi quella costruzione pastorale, incastonata a 1800 m nell'ampia valle percorsa dal rio omonimo, che scende dalle falde dello Strickberg, è una meta abbastanza ricorrente, quando partiamo più tardi del solito e abbiamo voglia di una camminata tranquilla e senza grande impegno.
Fino all'anno scorso, dopo un'ora e un quarto di gradevole salita dal parcheggio Schoneggen, oltre il rio appariva una casetta accogliente, ma proprio rustica, priva di spazi e di comodità: nel 2002, arrivando in Malga sotto un temporale, non vi trovammo neppure una misera tettoia per ripararci!
Me lo aveva detto un conoscente, tempo fa; da quest'anno (l'apertura ufficiale è prevista per mercoledì 13 luglio, ma oggi qualcosa da bere c'era ugualmente), la Malga è rinata.
Ora sarà un po' più grande, moderna e accogliente per gli escursionisti che salgono da Dobbiaco a piedi o in MTB, traversano dal Bodeneck oppure - come facemmo noi nel 2009 - vi si fermano scendendo dall'ascensione al Markinkele, una gratificante cima proprio sul confine.

Malga San Silvestro com'è
10 luglio 2011
Nella splendida giornata odierna, la valle ci è parsa più affollata del solito; è forse la conferma che Malga San Silvestro, quando non si può o non si vuole fare di più, merita una visita.
Ora aspettiamo la prossima salita (se aprisse anche d'inverno, per noi sarebbe il massimo!), per "provare" la nuova malga, a due piani e tutta odorosa di larice, immersa nei boschi e i pascoli di una valle dove saliamo sempre con molto piacere!




8 lug 2011

Ricordo del dottor Costantini

Campanile Dimai, cresta Terschak
(da Mietres, 24.8.2008)
E' scomparso a 85 anni il dottor Elvezio Costantini, di Borca.
Medico condotto e della Casa di Riposo di Cortina, fu un appassionato rocciatore negli anni '50 e poi un altrettanto appassionato escursionista, profondo estimatore delle Dolomiti bellunesi. 
Da ragazzo condivisi con lui una gita a Malga Cavallo di Sopra, nel gruppo della Croda Rossa, e mio padre coltivò la sua compagnia in montagna in molte occasioni.
Da giovane, Costantini aveva arrampicato spesso con compagni veneziani, fra i quali il forte Vittorio Penzo, realizzando alcune belle salite.
1952: il 2 marzo, con Penzo e U. Pensa salì in prima ascensione la cresta NE del Cernera, da Forcella Possoliva (II, III).
1953, l'anno delle invernali sul Pomagagnon: il 18 gennaio con G. Creazza, A. Zambelli, Penzo, Pensa ed E. Gorup Benanez ripeté la la via Terschak-Mayer sulla cresta SE del Campanile Dimai (1910, III).
L'8 marzo Costantini, Pensa, Penzo e Gorup Benanez superarono invece la via Menardi-Zanettin sulla parete S della Punta Erbing (1942, IV). 
Costantini fece anche altre salite degne di menzione, che però ora non ricordo più dove ho visto annotate ... 
Tutte avventure di un'altra epoca, che arricchirono sicuramente la vita di un grande appassionato della montagna.

4 lug 2011

Camminando tra il Passo Mauria e la Valpiova


Con Luigi davanti al tabià di Val de Palù
Stabie, Val de Palù, Ghirlo, Sasso Croera, Col Magnente, Stizinoi, Medarazo, Col Audoi: sono alcuni toponimi d'Oltrepiave (censuario di Lorenzago), la zona frequentata da Papa Giovanni Paolo II e legata al suo ricordo, che abbiamo voluto visitare la prima, calda domenica di luglio, con una camminata fra prati e boschi.
Siamo nel gruppo del Bivera, al margine dolomitico tra Cadore e Carnia: sono zone di bassa quota, legate ad un'economia agrosilvopastorale un tempo diffusa ma poi completamente cessata, e oggi ad un turismo "di sussistenza" (a piedi non abbiamo incontrato nessuno).
Sono comunque luoghi rilassanti, teatro di storici avvenimenti e battaglie sia durante la 1^ (la Linea Gialla) che durante la 2^ guerra mondiale (le azioni partigiane), che ci è piaciuto percorrere, pur avendo sbagliato di poco l'accesso al Col Audoi, sommità più elevata del crinale fra il Passo Mauria e la Val Piova. Lassù volevamo arrivare, e lassù torneremo presto a completare la salita. 
Ci siamo così limitati al Sasso Croera (1534 m), piccolo caposaldo - oggi fittamente rimboschito - di uno sbarramento militare a picco sulla SS52, punto culminante di una bellissima camminata in ambienti per noi nuovi, avvolgenti e silenziosi.
Ci ha gratificato molto anche aver conosciuto e chiacchierato con Luigi, anziano "custode" di Val de Palù, il pianoro dove ha due baite e passa molto del suo tempo sereno.
Luigi è il cadorino che nell'estate 1987 e poi cinque anni dopo accolse con grande emozione il Papa salito a piedi da Lorenzago, e ne conserva un grato ricordo.
Peccato per i motocrossisti incontrati su quei remoti sentieri, che hanno rotto l'incanto di un angolo straordinario, in nome di un divertimento che ci riesce inconcepibile!

30 giu 2011

Via dei Tedeschi, 1986

Anche se ho la mania di ricordare gli anniversari, mi stava sfuggendo il 25° della salita, con Andrea, Federico e Massimo, della via dei Tedeschi (Noe-Streitmann, 1934) sulla parete NE del Pich Chiadenis, di fronte al Peralba. Fu il "regalo" che mi concessi il 29 giugno 1986 dopo avere finalmente superato, tre giorni prima, il penultimo e ostico esame del corso di laurea.
Caratteristica salita di media difficoltà delle Carniche, la via è nota ai conoscitori della zona ma forse un po' meno a quelli che si fermano a Cortina. Essa segue una ripida rampa di roccia solida, che in alto si trasforma in un diedro e poi la cresta, piuttosto friabile, fino in vetta, per una lunghezza di almeno quattrocento metri.
Già attrezzata alle soste con chiodi fissi quando vi passammo, presenta difficoltà medie con alcuni passaggi fino al quarto inferiore: proprio lo standard sul quale per anni ci divertimmo senza mai penare. 
Il breve approccio dal rifugio Pier Fortunato Calvi e il ritorno sbrigativo a quest'ultimo per la via normale, la rendono una meta senz'altro ambita, che non ci impegnò allo spasimo e fu davvero una bella conquista.
Ho pochi flash della via, a parte il diedro sotto la cresta, piuttosto stretto per le mie dimensioni, e la delicata discesa per roccette appuntite, una sofferenza con le scarpette.
Ricordo invece vivamente la soddisfazione per l’obiettivo conseguito in quella domenica, che ne seguiva altre quattro freneticamente vissute tra Carniche e Giulie in quel mese di giugno in cui mi avviavo a concludere gli studi, e il piacere di avere condiviso la via con mio fratello e due amici “della Bassa”.
Proprio uno di loro, Massimo, quasi un quarto di secolo dopo mi ha inviato per mail una fotografia, che sembra sbiadita come se risalisse all'Ottocento.
Vi ho rivisto quattro ragazzi seduti sul cocuzzolo della vetta, alcuni scalzi per riposare i piedi dalla stretta delle prime scarpette liscie. Allora eravamo tutti sotto i trent'anni ...
Al di là dell'itinerario in sé, che sicuramente fa parte del carnet di tanti “modesti” frequentatori delle Alpi, della via dei Tedeschi vanto una gradita memoria per l’insieme della giornata e soprattutto perché - come spesso accade - nonostante mi fossi ripromesso di tornare lassù, la cosa finiva quel giorno.

28 giu 2011

"Doro Péar", pioniere dell’alpinismo sulle Dolomiti di Cortina

La cresta S della Punta Nera,
salendo all'"Albergo dei Peniés" (15/4/07)
Fra i personaggi che animarono il primo '900 alpinistico a Cortina, su uno vorrei indagare: Isidoro "Doro" Siorpaes, soprannominato Péar (pepe) probabilmente dal casato della madre, vissuto fra il 1883 e il 1958.
Definito "guida alpina"  da alcune fonti (“Il libro d’oro delle Dolomiti” di S. Casara, Milano 1980), fu citato dall'Accademico del CAI Federico Terschak come "amico e buon compagno di corda”.
1919: il 10 agosto, la coppia aprì la prima via alpinistica nuova in Ampezzo italiana: la cresta S della Punta Nera, che scende in Valle del Boite per oltre 1000 m di dislivello.
La "lunga e faticosa" ascensione richiese 7 ore d’impegno, su difficoltà tutto sommato medie ma in ambiente impervio, sicuramente più adatto a camosci che a umani: sarebbe interessante scoprire se sia mai stata ripetuta, e da chi. 
Dopo l’unica via nuova nota alle cronache, "Doro Péar" continuò egregiamente l'attività. Di lui si ricordano almeno due ripetizioni: una delle prime postbelliche della Via Eötvös-Dimai sulla parete S della Tofana di Rozes (con Angelo Dibona, Federico Terschak e Giulio Apollonio, 9/9/1920), e  la seconda salita e prima italiana senza guide della Via Dibona-de Zanna-Girardi-Paolazzi sul Campanile Rosà (cordate Federico Terschak-Isidoro Siorpaes e Gianangelo Sperti, alpinista bellunese di madre ampezzana-Agostino Cancider, 29/10/1920).
Considerato il periodo, si trattò di salite di un certo rilievo per il nostro “senza guida”, che in entrambe si alternò al comando con Terschak, e sicuramente furono precedute e seguite da altre imprese, di cui purtroppo però non ho notizia.
Pur con questi pochi dati, ho tratto una mia piccola conclusione: anche Isidoro Siorpaes ha un suo bel cantuccio nella storia alpinistica ampezzana, di cui continuo a cercare di riportare alla luce qualche frammento poco noto.
Osservando la cresta S della Punta Nera, che scende fin quasi al "vecchio confine" tra gendarmi, cenge, canaloni ghiaiosi e mughi assolati, mi sorge una domanda: qualcuno oggi la salirebbe ancora, con lo spirito e l’attrezzatura di quei tempi?
Per questo, mi piace vedere nella figura del "Péar", guida o dilettante che fosse, un pioniere appassionato dell’alpinismo sui monti di Cortina.

21 giu 2011

Marino, Erwin e il Sassolungo, cinquant'anni fa

La copertina del libro 
dedicato nel 2009 a Marino Bianchi
Scrivo queste righe quando è passato giusto mezzo secolo dal 21/6/1961: quel giorno Marino Bianchi Fuzigora (1918-1969), guida alpina di padre cibianese perfettamente integrata nella comunità d’Ampezzo, aprì la sua unica via nuova sui monti del paese paterno.
Con il cliente e amico austriaco Erwin Urban, Bianchi scalò, infatti, la parete N del Sassolungo di Cibiana, che domina il paese ed al quale i cibianesi sono molto affezionati, aggiungendo un itinerario a quelli di Casara e compagni (1924) e di Lino Lacedelli e Silvio Alverà (1947).
La via di Bianchi, guida dal 1945 che in trent'anni di attività realizzò interessanti prime salite, alcune anche di grande impegno, nei gruppi dell'Averau, Croda da Lago, Cunturines, Pelmo, Tofane e Marmarole, presenta un dislivello di cinquecento metri e difficoltà d’ordine classico e ai due alpinisti richiese quattro ore di scalata.
Secondo informazioni recenti, pare che non sia stata mai ripetuta, anche perché il versante N della cima non presenta roccia particolarmente invitante.
La parete fu solcata comunque da un altro percorso nel 1996, quando alcuni Ragni di Pieve di Cadore scovarono una quarta via originale, con difficoltà sostenute.
A chi scrive, il Sassolungo di Cibiana piace per la gratificante via normale da S, salita ormai diverse volte. Data la relativa facilità d’accesso, è abbastanza frequentato, ma su di esso si respira ancora un’atmosfera di vera Montagna.
Facendo poi da spartiacque, dalla sommità la visuale si apre da un lato sulle Dolomiti e dall’altro fino alle Prealpi, con sfondi e caratteristiche sempre diverse ed originali.
Purtroppo pare che la tradizione alpinistica a Cibiana non abbia avuto molti proseliti: per quanto sia da considerare ampezzano, Marino Bianchi resta l’unica figura di guida con radici cibianesi attiva nel ‘900, e la sua via del 1961 sul Sassolungo costituisce una palese dimostrazione d’affetto ai monti d’ascendenza paterna.
Ulteriori informazioni in : Ernesto Majoni, Il Signore delle Montagne. In ricordo di Marino Bianchi Fouzìgora (1918-1969), Tipolitografia Print House - Cortina d’Ampezzo, 2009, pp. 120, € 19,00.

20 giu 2011

A spasso sui monti ... con una capretta

Or sono trent'anni, con quattro della nostra compagnia effettuai nel gruppo della Croda Rossa d’Ampezzo - Sottogruppo di Bechei un'affascinante traversata, durante la quale condividemmo la compagnia di una … capretta.
Era, per la cronaca, il 20 giugno 1981: lo deduco dall’unica fotografia rimastami, nella quale, magro e capelli lunghi, appaio in Forcella Valun Gran sotto un’incipiente nevicata, accanto alla bestiola di cui sopra.
La traversata consistette nella salita da Malga Ra Stua a Fodara Vedla (al tempo funzionava ancora l'antico e indimenticato rifugio di legno annerito dal tempo, con i locali bassi e semibui impregnati di profumo di omelettes e di patate all'ampezzana), e nel proseguimento lungo il Valun Gran ai piedi della Croda Camìn fino alla Forcella Valun Gran, dove stabilimmo la “Cima Coppi” della giornata.
Consumata la merenda sui due metri quadri d’erba del valico, ci buttammo nello scollinamento verso la sottostante, arcana Forcella Camin, al quale seguirono la lunga e poco domestica discesa ad Antruiles attraverso le Ruoibes de Inze e la risalita sull'asfalto a Ra Stua per recuperare il mezzo.
Fu un gran bel giro circolare, in un territorio che trent'anni fa, dieci anni dopo quando lo rifeci e spero anche oggi, rimane integro e avventuroso.
Come anticipato, la nota originale fu una capretta bianca e marrone che, eludendo la vigilanza del pastore, ci seguì zampettando dalle malghe di Fodara fino a Ra Stua, quindi per quasi tutto l’anello.
Nel rimontare il pestifero Valun Gran, faticoso e senza tracce solide, trovammo il ghiaione ancora ricoperto da estese chiazze di neve.
Il caprino se la cavò onorevolmente, ma discendendo il breve conoide pietroso che piomba verso Forcella Camìn, i sassi aguzzi gli procurarono varie abrasioni alle zampe.
Fu davvero una pena vedere la nostra improvvisata compagna d’escursione trotterellare lasciando piccole tracce sanguinolente ad ogni “piè sospinto”!
Non era peraltro la prima escursione mista uomo-animale che compivo: frequentavo forse la seconda media quando ne feci diverse – anche non banali - con il cane “Nigritella” al seguito, e nel '75 c'inerpicammo lungo la ferrata del Col Rosà portando nello zaino un gattino, adottato al campeggio di Fiames!
In ogni caso, la capretta ci gratificò della sua presenza per tutta la giornata, si lasciò ritrarre pazientemente in varie pose e, una volta giunta a Malga Ra Stua, si eclissò tornando alle sue occupazioni.
Spero che l’istinto l’abbia aiutata a tornare a casa sua, sui pascoli di Fodara: a me, a distanza di sei lustri, resta solo qualche flash di una bella gita, nella quale non riuscimmo ad intavolare chissà quale dialogo con la nostra occasionale partner, ma capimmo che cosa vuol dire “arrampicarsi come le capre” sui declivi sassosi del Valun Gran, dove sicuramente noi cinque facemmo molta più fatica dell’animale.

17 giu 2011

Torre Wundt, note di storia

Sulla fessura SE della Torre Wundt,
il 27/8/1984
La prima ascensione invernale della fessura SE della Torre Wundt, nei Cadini di Misurina, salita per la prima volta da Piero Mazzorana e Sandro Del Torso l’8/9/1938, fu compiuta quasi vent’anni dopo.
Il 13/3/1956, infatti, Bruno Baldi e Fabio Pacherini, appartenenti al gruppo di triestini che gestiva la spartana Capanna Dordei al Passo dei Tocci e da alcune stagioni perlustrava minuziosamente il gruppo aprendo vie dovunque, scalavano per primi la fessura d'inverno.
Anni addietro, venne in mente più volte all’amico Alessandro, appassionato della Torre e della via, che d'estate abbiamo salito insieme una decina di volte, di rifare la Mazzorana fra dicembre e marzo, e naturalmente tentò di coinvolgere nell’operazione anche me.
Forse, con buone condizioni meteorologiche, la cosa non sarebbe drammatica, anche perché la fessura è posta a S e non dovrebbe essere mai troppo gelata.
Ma la prospettiva di salire al Passo dei Tocci con neve più o meno alta (io non scio), dormire nel locale invernale del Fonda Savio, che non ricordo propriamente come una reggia, e soprattutto il pensiero di dover affrontare la via normale a N, mi fecero desistere ogni volta dalla balzana idea.
Alessandro non ha più fatto la Wundt d’inverno, lasciando così a Baldi e Pacherini l'onore della prima, di cui ho trovato notizia in una Rivista del CAI di oltre mezzo secolo fa.
Se qualcuno ne avesse intenzione, sappia che l’invernale della classica via Mazzorana-Del Torso non sarebbe più la prima: probabilmente invece manca ancora la prima invernale solitaria.

15 giu 2011

Pallidi nomi di persone e luoghi d'Ampezzo

Non penso che la domanda se la pongano in molti, ma una risposta credo d'averla.
Quanti antroponimi, ossia quanti nomi di luogo d'Ampezzo, ricordano o in qualche modo si collegano a donne ed uomini, locali o forestieri, che hanno caratterizzato la storia della valle?
Da un mio sommario approfondimento, risulta che i toponimi sono almeno una cinquantina, e identificano strutture esistenti o scomparse, bizzarrie naturali, luoghi di fienagione e pascolo impalliditi nel ricordo, infrastrutture turistiche.
Molti luoghi li conosco solo per iscritto e non per averli ritrovati sul terreno, ma potrebbe anche essere uno stimolo per future ricerche nei boschi e sulle montagne.
I toponimi in questione ricordano il buon Meto, un tal Santo, certi Mardocheo, Curto e Andol, l’albergatore Frasto, una signora Bartoia, il Capon, le sorelle Mescores, abili cuoche.
Eppoi due ostesse, le Pioaneles e le Sceches, un antico Conte, il Moisar che sfuggiva agli uomini; Bartoldo è ricordato due volte, c’è la povera Ester e gli sfortunati Grisc e Macaron.
Ed ancora, prima che insorga il mal di testa, troviamo memoria di Catina de Agnesc, del Jaibar e di un cavaliere Pilato, di Mia del Gheto, di Dea, un Mouta e un ‘Sacheo, Lia e un Danel (nostro antenato), ed infine ci sono le Baraches e il Mocio.
Resta il ricordo di due anonimi deceduti, di un ‘Sandeaco, dell’intraprendente Menighel e del solitario Zorzi, c'è un tale Stefin e anche il Rana, il Miceli, il Ris-cia e i tre Tones, un Pelele e un Jandarmo, tanti Chenope medioevali, un Maioni del Vecia e un Touta.
Tutti questi nomi, più o meno leggendari, sono ormai scomparsi nei meandri della storia e per la maggior parte di essi sarà improbabile identificare con certezza le persone in carne ed ossa.
Siamo però certi che una cinquantina di valligiani, certamente persone semplici e senza velleità di protagonismo, per un motivo o per l’altro, hanno lasciato una traccia concreta nella toponomastica di Cortina, e la cosa ci fa riflettere, con un certo rispetto e venerazione.

13 giu 2011

"Fonso Surio", quasi dieci anni dopo

Poco meno di dieci anni fa, il 19/12/2001, in seguito a un imponderabile quanto tragico incidente occorsogli al termine di un concerto del Corpo Musicale di Cortina, scompariva Alfonso Colli, “Fonso Surio”.
Classe 1928, fra noi Alfonso aveva una certa notorietà per tre motivi: essere uno degli ultimi ciabattini di Cortina, professione che esercitò fino a settant’anni; aver militato, fino al ritiro per cause anagrafiche, nella nostra Scuola Sci; aver suonato e sfilato per oltre un quarantennio nel nostro Corpo Musicale.
Io invece lo ricordo principalmente come alpinista, amico e compagno di tante escursioni sulle vette.
La passione per la montagna lo accompagnò fedelmente per tutta la vita. Più volte mi divertii ascoltando i sapidi resoconti delle sue escursioni e arrampicate, soprattutto giovanili. Di tutti, me n’è rimasto particolarmente impresso uno, relativo ad una avventurosa salita che compì a vent’anni.
Con l’inseparabile "Berti" in mano, circa nel 1950 Alfonso aveva salito e sceso da solo la Via Wachtler (aperta ottant’anni prima sul versante W della Croda Rossa d’Ampezzo): un percorso che ha messo in crisi fior d’alpinisti, per lo svolgimento lungo e complicato e la roccia insicura.
Negli anni ‘70, già ultraquarantenne, “Fonso” riprese ad arrampicare per alcune stagioni ad alti livelli, legandosi a compagni del calibro di Luciano Da Pozzo, Renato De Pol e Lino Lacedelli.
Nel suo “carnet” poté allora iscrivere grandi salite: la “Diretta Dimai” sulla Torre Grande d’Averau, lo “Spigolo Giallo” sulla Cima Piccola e la Via Comici-Dimai sulla Cima Grande di Lavaredo, il Pilastro della Tofana di Ròzes, la Via Franceschi-Michielli sul Taé ed altre.
Passati i furori, continuò le sue stagioni di appassionato e instancabile camminatore: con lui ed altri, ci ritrovammo in decine d’uscite, soprattutto nel periodo 1984 - primi anni ’90.
Tra le tante occasioni condivise, mi sovvengono il Monte Casamuzza in Pusteria, il Cogliàns e la Creta Grauzaria in Carnia, la ferrata Bovero del Col Rosà ancora innevata, la via in parte nuova del 1985 sul versante N della Croda da Lago, la stupenda traversata Forcella Michele - Forcella Cristallino, la Forcella dei Sassi sui Tre Scarperi, la traversata delle Cime di Furcia Rossa per la Via della Pace, la Glődisspitze e la Simonyspitze in Austria, lo spigolo del Paterno, la ferrata sulla Pitturina in Comelico, e poi anche il Pizzocco, il Sasso di Bosconero, il Sasso Rosso di Braies, il Sassolungo di Cibiana, la N della Torre del Barancio, la normale della Torre dei Sabbioni, oltre a diverse gite nelle immediate vicinanze di Cortina.
Per me, di trent’anni più giovane, “Fonso” era un compagno affabile, innamorato della montagna, sempre pronto a battute e scherzi, tanto serio e concentrato nelle situazioni d'impegno quanto spensierato sulla via del ritorno e nelle (memorabili!) tappe in rifugio o a fondovalle.
Alfonso non amava i gruppi numerosi, la confusione, le gite sociali e soprattutto non ripercorreva mai per due volte lo stesso tracciato, a parte poche cime o ferrate, sulle quali invece tornava volentieri anche da solo.
Negli ultimi tempi c’eravamo persi di vista, almeno in montagna. A dieci anni dalla scomparsa, colgo l’occasione oggi per ricordarlo con piacere e nostalgia, attraverso i momenti vissuti assieme sulle nostre crode.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...