4 ott 2011

Il Pelmo, Alberto e Aldo: i pensieri di un'amica


Il Pelmo, parete N, dal Col de la Puina
(foto E. Majoni, 27/9/2009)
Per moltissimi anni, la mia giornata iniziava con il Pelmo davanti agli occhi; non c’era mattina che non mi sedessi al solito posto, con la tazza fumante del caffelatte, e mi beassi di quanto vedevo dalla finestra: il Pelmo in tutta la Sua maestosità!
Ogni giorno pensavo e ripetevo: “non potrei mai iniziare la giornata senza questa visione”, per quanto lo veneravo.
Da quel terribile 31 agosto di quest’anno, però, è più forte di me: quando si contorna all’orizzonte il Suo profilo, io non reggo lo sguardo, non ce la faccio, abbasso gli occhi pieni di lacrime e guardo avanti.
Non so perché ho questa reazione, me lo sono chiesto molte volte, ma non riesco a trovare una risposta che mi convinca: è l’imbarazzo che si prova davanti ad una persona di cui si sono venute a conoscenza cose molto intime, che non fa piacere che altri sappiano.
Ma... per il Pelmo? Che c’entra? Non lo so, forse col tempo capirò, forse qualcuno me lo spiegherà.
Di fatto, da quel giorno, Alberto e Aldo non sono più fisicamente con noi.
Sono nel pensiero, nel cuore, nello strazio, nella difficoltà di dover andare avanti senza la loro presenza.
Com’è lacerante considerare che non li incontreremo più, magari per caso in una baita sperduta, oppure a una cena, o per strada o in un qualunque posto del Mondo…
Lo spallone E del Pelmo, da Malga Ciauta
(foto E. Majoni, 26/12/2010)

Dove sono adesso Alberto e Aldo?
Mi piace fantasticare che i loro spiriti si rincorrono fra le guglie, i canaloni, sospinti da un vento giocoso e dispettoso insieme; mi incanta pensare che il sorriso scanzonato di Alberto stuzzichi il più serioso Aldo e lo trascini in divertenti scalate quando il tramonto arrossa la dolomia e li intravedo mentre aspettano l’alba e si beano dell’infinito che hanno attorno.
Voglio pensarli al riparo in un anfratto ben protetto, mentre lampi tuoni e tempesta sconquassano fino alle fondamenta la montagna, mentre aspettano che si calmi il finimondo, per poi riaffacciarsi e specchiarsi nella volta celeste; oppure affascinati dal luccichio delle stelle che ammiccano, persi ad ammirare lo splendore della luna che si riflette su un lastrone.
Chissà come percepiranno il lieve scendere della neve, il turbinio dei fiocchi, la quiete che regna attorno a questo evento così magico, che ancora ha il potere di incantarmi, di farmi provare le emozioni che vivevo da piccola quando nevicava.
Allora era una festa, lo è anche adesso per me: adoro la neve, il suo biancore, il suo silenzio, il freddo pungente, questa soffice coltre bianca che uniforma tutto, che stende un pietoso velo su tutte le brutture, che fa diventare bello anche il posto più squallido.
Forse si fermeranno affascinati a osservare le luci fioche dei paesi lontani, giù nella valle, cercheranno di indovinare qual è, fra il groviglio di case, la loro; forse rammenteranno la loro infanzia, magari penseranno ai Natali trascorsi, al presepe, all’albero di Natale..
E forse per una sola notte, la notte Santa, il Signore, nella Sua immensa bontà, permetterà ad essi di infilarsi dolcemente nei sogni dei loro cari per stringerli in un morbido abbraccio, il cui ricordo resterà addosso al risveglio e incancellabile nel tempo.
Dove sono adesso Alberto e Aldo?
Sono nel cuore delle persone che li hanno conosciuti, stimati, amati.

3 ott 2011

Grazie, Salzla, per quanto ci hai dato!

Cos'è poi il Salzla, o Monte di Tesido? Solo un "modesto ripiano prativo", una facile sommità erbosa con una croce, un tavolo e una panca, mezz'ora sopra l'affollata (Nuova) Malga di Tesido in bassa Val Casies.
Salendo sul Salzla, 2/10/2011\
Ma si è rivelato il luogo ideale per una gita tardo-estiva, in una giornata eccezionale di sole e di silenzio; una meta che fino ad oggi avevo snobbato, ma ora conserverò senz'altro nello scrigno delle cose più care.
Non è certamente una cima da esibire, ma un angolo del mondo dove ci si può rifugiare per apprezzare la Montagna. Grazie, Salzla, per quanto ci hai dato!

28 set 2011

Frankfurter Würstl o Salsiccia di Francoforte, una meta d'altri tenpi

Ispirato da una cartolina che vidi nel 2010 su un banchetto a Montagnalibri a Trento, stavolta scrivo due righe su un luogo che ho avuto occasione di conoscere per la prima volta ventisei fa, dopo aver superato con Sandro e Ivano lo spigolo NNO (Innerkofler-Biendl) del Monte Paterno.
Sulla cartolina, che ad occhio e croce potrebbe risalire al 1910 ed è colorata a mano come era costume dell'epoca, alpinista che sta scendendo sulla corda dalla Frankfurter Würstl o Salsiccia di Francoforte.
La Salsiccia di Francoforte,
con la Torre di Toblin sullo sfondo
La montagna con questo strano nome è un minuscolo e aguzzo campanile che si erge sulla cresta del Paterno a poca distanza dalla Drezinnenhűtte, oggi Rifugio Antonio Locatelli-Sepp Innerkofler.
A fine '800 nell'ambiente alpinistico il campanile, alto circa quindici metri e poco rilevante ma non proprio banale, era piuttosto rinomato.
Le guide pusteresi, e probabilmente anche quelle ampezzane, usavano portarvi i clienti prima di salire qualche itinerario impegnativo sulle montagne vicine, per sincerarsi che l'indomani riuscissero a superare certe difficoltà e non avessero a che fare con intrattabili zavorre.
Sulla Salsiccia, dove c'è posto solo per due persone, ho messo i piedi due volte, ma all'epoca non era d'uso scattare fotografie e così oggi non posso testimoniarlo.
Quando ho visto la cartolina, non ho resistito alla tentazione di acquistarla, per ricordare quella giornata, quando su quelle rocce mi parve per un momento di avere accanto a me i pionieri delle Dolomiti.

25 set 2011

Due passi verso il paradiso

Anche se l'avvicinamento è proprio breve (30 minuti di comoda carreggiabile, 90 m di dislivello ...) per noi vale sempre la pena raggiungere la Talschlusshütte (1540 m) in Comune di Sesto Pusteria, meta della nostra gita odierna, in una tiepida giornata di questa estate che fa fatica a cedere all'autunno. 
Vale la pena per la posizione della capanna: nel pianoro che conclude la Val Fiscalina ci si trova, infatti, all'ingresso del Parco Naturale delle Dolomiti di Sesto e si gode di un gran panorama. La capanna sorge ai piedi della Cima Una, dalla quale nell'ottobre 2007 rovinarono a valle migliaia di metri cubi di roccia, coprendo di polvere boschi, prati e case ma senza causare altri danni: intorno ad essa, poi, si alzano vette su cui sono state scritte notevoli pagine di storia alpinistica e bellica, dalla Croda Rossa di Sesto a Cima Una, fino all'imponente Punta dei Tre Scarperi.
La capanna offre attrazioni per grandi e piccoli: d'estate c'è un parco giochi e animali sui prati, d'inverno vi si può giungere con la slitta a cavalli, sciare lungo la pista di fondo che parte da Moso, camminare sulla neve in uno scenario ammantato di bianco.
Al rifugio, 25 settembre 2011
E ancora: lo chef propone numerosi piatti, sia tradizionali sia innovativi, oltre alle consuete leccornie locali; all'interno, infine, c'è una grande stube e alcune stanze foderate di legno che ricordano Heidi.
In poche parole, alla Talschlusshütte, molto nota e affollata tanto d'estate quanto d'inverno, ci si trova in un ambiente alpino piacevole e allettante.
Nonostante la strada da Cortina richieda il doppio della passeggiata e non sia sempre facile parcheggiare nel Piano Fiscalino, se non si ha voglia di camminare l'escursione merita un pensiero, che noi abbiamo già fatto alcune volte, in entrambe le stagioni. 
E ogni volta pianifichiamo di tornarvi, per salire al Rifugio Zsigmondy-Comici, al Locatelli, ai Prati di Croda Rossa o ancora più su, verso le grandi cime ...

24 set 2011

Una cengia che non c'è più

Nel luglio '94 mi ero messo in testa di festeggiare a modo mio un centenario alpinistico: volevo salire sulla Punta Marietta, misconosciuto campanile che spicca sul crinale della Tofana de Rozes e si vede molto bene dal versante S della valle d’Ampezzo.
La Punta, battezzata in guerra dagli Alpini, che la occuparono a scopo strategico il 2/8/1915, era stata conquistata il 4/7/1894 da J. Müller con Angelo Zangiacomi Zacheo, ampezzano, e Luigi Bernard, fassano. Pare che, come spesso accadeva, le guide fossero già salite sul torrione, per preparare la conquista al cliente.
Dopo quest’itinerario, ne fu aperto un secondo nel 1923 dal solitario cadorino Oliviero Olivo, e pare anche un terzo negli anni '60 da Bruno Menardi “Gim”, custode del Rifugio Cantore fino al 1972, ma la Punta non ha sicuramente mai riscosso il favore del pubblico.
Portatici al Rifugio Giussani, rimontammo quindi il conoide ghiaioso, ripido e senza tracce, a destra della Marietta e ci aggirammo a lungo sul suo lato N, dove avremmo dovuto trovare l’attacco della via, che a dire il vero non riuscivamo a vedere.
Andammo allora a cercare l’inizio della via Olivo, a sinistra di una parete gialla e verticale, sotto una striscia nera da stillicidio d’acqua.
Lo scoprimmo, e così – opportunamente attrezzato - mi avventurai sull’esposta traversata che dà l’accesso alla via. La qualità della roccia però mi convinceva poco e così, dopo aver spaziato con lo sguardo a destra e sinistra, tormentato dai dubbi e dal freddo di quella mattina d’inizio estate e dato che l'amico non se la sentiva di guidare la cordata, decisi seduta stante di lasciar correre.
Facemmo merenda sulla panoramica forcella fra la Punta Marietta e la Tofana, dove occhieggiava ancora un po’ di neve, e scendemmo per un ghiaione con salti rocciosi e tracce di passaggio.
In basso incrociammo la cengia che gli scalatori saliti per il I Spigolo ed anche la maggior parte di chi saliva il Pilastro o il III Spigolo, utilizzavano da cinquant'anni per scendere al Rifugio.

La cengia, com'era
(foto E. Maioni)
Per la cengia, sottile ed esposta, tornammo al Rifugio Giussani, dove una birra contribuì a festeggiare una giornata riuscita a metà ma ugualmente interessante per l'esplorazione.
Dal 7 settembre scorso la cengia non è più percorribile, a causa di un'ennesima, cospicua frana. Per la discesa dalle vie, ora ci sono due opzioni, secondo la via salita (sicuramente nessuno farà il nostro giro del '94...).
Per chi esce dal I Spigolo le guide consigliano di seguire una cengia più alta, segnata con ometti, che porta alla forcella tra Punta Marietta e il torrione senza nome ad essa addossato.
La zona della frana
(foto E. Maioni)
Lungo il percorso, già utilizzato in tempo di guerra, si incontrano ancora resti di opere belliche.
Chi invece esce dal Pilastro o dal III Spigolo può puntare direttamente alla forcella a sinistra e in alto rispetto a Punta Marietta, rimontare il canale segnato con ometti a sinistra (W) della Punta e uscire sulle ghiaie, dalle quali si scende al Rifugio senz'altri problemi.
Concludendo: dobbiamo prendere atto che un altro frammento d'ambiente e di storia alpinistica ampezzana se n'è andato!

19 set 2011

Alpinismo carsico


La vetta del Monte Cocusso
Sabato scorso con mia moglie ho rivisitato, dopo anni, il Monte Cocusso-Kokos, la cima che dall'alto dei suoi 672 m è la più alta del Carso, oggi libero dai lacci della frontiera jugoslava e arricchito dal 1999 dal rifugio Planinska Koca na Kokosi.
Dopo la breve e simpatica traversata da Pesek a Grozzana mi è sorta spontanea una riflessione sul mio "alpinismo carsico".
Studiando a Trieste, per qualche anno risiedetti in riva al mare, ma non volevo né certamente potevo dimenticare i monti. Ed è noto  che Trieste, in fatto di monti, la sa lunga.
Così, in compagnia di vari amici con cui dividevo la stessa passione, mi fu dato di esplorare vari angoli del Carso, salendo anche alcune vette di cui ho simpatici ricordi.
Al rifugio Koca na Kokosi, 674 m
Non sconfinammo mai in Jugoslavia, oggi Slovenia, dove le crode sarebbero state più alte e “alpine”, ma anche nel circondario della sede universitaria avemmo belle occasioni per passare alcune giornate sui monti.
Ricordo il Monte Ermada presso Sagrado, noto per i fatti della Grande Guerra, salito un 24 maggio con un caldo feroce; il Monte Lanaro, il citato Cocusso, prossimi alla frontiera, il Cippo Comici in Val Rosandra, varie “Vedette” e altro.
Niente Sabotino, al tempo jugoslavo, e neppure Monte Santo: ricordo però numerose piacevoli vie in Val Rosandra, la storica palestra dei triestini, e in altre palestre dei dintorni come Sistiana e Doberdò.
Oltre alle passeggiate in una zona che offre molteplici possibilità agli amanti dell’escursionismo, non scordo poi i dopo-gita nei locali che punteggiano il Carso.
Fra essi, oltre al Rifugio Premuda all’imbocco della Val Rosandra, che con i suoi 80 m di quota è il più basso rifugio CAI d’Italia, non mancammo di battere le note “osmize”, che in primavera offrivano vino, uova, salumi, formaggi e quanto serviva a coronare una giornata all’aria aperta, prima di ritornare ad arrovellarci sui libri.

8 set 2011

Pausa di riflessione

In questi giorni non ho più tanta voglia di alimentare questo blog con pensieri, riflessioni, storie e quant'altro.
Dopo la tragedia di Alberto e Aldo sul Pelmo, sembra diventato tutto triste anche se è ancora estate, nuvoloso anche se c'è il sole, vuoto anche se la nostra vita continua, e deve continuare.
Non appena passerà questa malinconia, tornerò anch'io in montagna.
Ciao a tutti.

31 ago 2011

Ciao Magico. Ciao Aldo.

Alberto Bonafede, "Magico"
Ciao Magico. Ciao Aldo.
Non ho, non abbiamo parole nel constatare che non ci siete più, che avete dato la vostra vita per salvarne altre due.
E che è successo proprio sul Pelmo, la grande montagna che nel 2006 diede spunto all'amicizia fra Magico e chi scrive, rafforzata dopo il centocinquantesimo della prima salita con la mostra sull'alpinismo a San Vito che organizzammo con Giuseppe nel 2008.
Aldo Giustina "Olpe"
E poi tante altre occasioni: i lavori di elettricista che ci facesti in casa, quel fortuito e simpatico incontro in una splendida giornata di marzo nella remota malga Steinzgeralm, fino all'ultima volta in cui ci siamo visti, alla cena delle guide ampezzane a fine luglio.
Come ha detto Sabrina, è proprio una tragedia: per i genitori, le compagne, i tre piccoli, i parenti, gli amici, il Soccorso Alpino, le guide, il paese di San Vito, la Montagna.
E anche per tutti noi, che vi abbiamo conosciuto, stimato e non vi dimenticheremo.
Se dovessimo ristampare il libro sul Pelmo che scrissi nel 2007, dovremo aggiungerci un paragrafo triste.
E lo dedicheremo a voi due e alla Simon-Rossi sulla Nord del Pelmo, la vostra ultima via, la più difficile.
Ciao Magico. Ciao Aldo. Un abbraccio.

26 ago 2011

Una via nuova tutta ampezzana sulla Croda da Lago

Certamente la Montagna non distingue fra "locali" e "foresti", nel bene e nel male.
C'è posto per tutti, dovunque: ma piace lo stesso constatare che a Cortina non sono sparite le cordate di locali che esplorano le montagne del loro paese, riuscendo a trovare spazi e linee vergini, magari di difficoltà classiche, dove lasciare la firma.
E' il caso dello Scoiattolo Carlo Alverà Pazifico, figlio di Modesto del Rifugio Croda da Lago, che nel 2009 dedicò allo zio Nicola una via nuova su un'altra cima famosa ai tempi dei pionieri e oggi poco salita, il Becco di Mezzodì.
Con Edoardo Valleferro Sfero, nipote di Elio che negli anni '50 aprì con gli Scoiattoli alcune vie, anche difficili, sulle crode ampezzane e in Oltrepiave, Carlo ha trovato un itinerario nuovo sul versante della Croda da Lago che guarda il Rifugio e che ha davanti tutti i giorni.
Il 10 agosto, infatti, i due giovani hanno aperto la via "Rajeta" sullo spigolo E del Campanile Innerkofler, guglia che fiancheggia la Croda da Lago vera e propria, nota per la via Hahn-Haupt, rivalutata in anni recenti.
da Planetmountain,
che ringrazio
Carlo e Edoardo hanno superato lo spigolo, che si sviluppa per 230 m, trovando difficoltà fra il IV+ e il VI+, e attrezzando la via con chiodi e protezioni veloci. Il nome della via si lega alla misteriosa pietra della Rajeta, il maggior tesoro nella Terra dei Monti delle leggende dolomitiche.
Sarebbe bello che la scoperta divenisse una classica della Croda da Lago, dove oggi si contano molti meno scalatori rispetto ad un tempo. E soprattutto che su quelle vette ricche di storia, dove da tempo è sceso il silenzio, si riuscisse a perpetuare il gioco-avventura dell'alpinismo.

24 ago 2011

35 anni fa lo scoprimento del busto dedicato ad Angelo Dibona

Domenica 28 agosto saranno trentacinque anni da quando, ricorrendo il 20° anniversario della morte di Angelo Dibona, la grande guida di Cortina, la comunità ampezzana volle ricordarlo celebrandone la figura e le imprese alpinistiche con una serie di manifestazioni.

Due torri conquistate da Angelo Dibona:
la Quarta alta e bassa d'Averau (IX/1911)
Fra queste spiccava l'inaugurazione del busto bronzeo, opera del famoso artista falcadino Augusto Murer, che ancora attrae l'attenzione all'ombra del campanile, e la pubblicazione di un volume dedicato alla vita e alle imprese alpinistiche del "Pilato".
Lo scoprimento del busto avvenne il 28/8/1976 con l'intervento del  Presidente Generale del CAI di allora, Sen. Giovanni Spagnolli, e di personalità politiche e alpinistiche.
Spiccava la presenza di alcuni valorosi compagni di cordata di Dibona, quali Anna Escher, Luis Trenker, Severino Casara e altri. La commemorazione ufficiale fu tenuta da Camillo Berti.
Chissà se il mondo alpinistico (e la Cortina) di oggi ripeterebbe una manifestazione con quelle caratteristiche?

17 ago 2011

Una nuova guida alpina: quella "ad honorem"?

L’altro ieri a Cortina, durante la manifestazione in onore delle guide alpine, che ha visto premiata una quindicina di uomini che hanno segnato la storia alpinistica del ‘900, ho saputo che si è ufficialmente creata una nuova patente: di guida alpina “ad honorem”.
Non è la guida "emerita", il professionista che dopo aver portato clienti sulle crode per decenni diventa tale al compimento del 60° anno d’età, ma (è parso di capire) chi lodevolmente opera a favore della Montagna soprattutto intrattenendo, organizzando, scrivendo.
Il Pelmo guarda e non favella ...
(Foto di Sabrina Menegus)
Sul nostro territorio ci sono tanti montanari appassionati che divulgano l’amore per la Montagna facendo ricerche, intrattenendo, pubblicando, scrivendo, ma a Cortina si è scelto di conferire la carica onorifica ad un - spigliato e competente, ça va sans dire  - giornalista e presentatore pedemontano.
Sento l’iniziativa francamente un po' grottesca. Da noi è quasi usuale che si dribbli chi in queste terre è nato, ci resta saldamente ancorato nonostante le difficoltà e le sempre più scarse attrattive, ma si adopera con passione per la cultura del territorio (in questo caso alpinistica), e si privilegino altri, magari più addentrati in alte sfere.
E' stato detto a ragione che nelle "Terre Alte" ci sono “montagne” di laureati, di giovani e meno giovani capaci e volenterosi, ma spesso non si sa fare di una mano un pugno e ci si fa insegnare dall’esterno "chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo".
Funziona così anche per la Montagna?

13 ago 2011

Due cime impresse nella memoria e nel cuore

Riguardando le note che ho scarabocchiato in tanti anni, ne ho ricavato che - fino alla data odierna - ho avuto la fortuna di salire per un totale di 11 volte la Punta Nera e la Zesta, le due cime più massicce del "ramo ampezzano" del Sorapis.
La propaggine rappresenta un angolo molto caratteristico delle crode d’Ampezzo. Inizia dal Valico sora la Cengia del Banco, una falsa forcella raggiungibile solo da un lato, e prima di terminare al Passo Tre Croci, si articola in alcune sommità panoramiche e non molto visitate: la Croda del Valico, la Croda Rotta, la Punta Nera, la Zesta, le due Cime del Laudo, le due Cime di Marcoira.
La Punta Nera, che si può ammirare già passeggiando in Corso Italia a Cortina, tocca la quota non banale di 2847 m. Ne ho scritto spesso e non mi dilungo sulla sua storia: testimonio di averla finora raggiunta sette volte (1987, 1990, 1995, 2001, 2003, 2004, 2008), di cui tre da solo.
Sulla Punta Nera, 26/7/2008
La scorbutica Zesta, invece, quotata 2768 m, si nota bene dalla strada 48 che porta da Cortina a Tre Croci, e si lambisce salendo dal Passo a Forcella del Ciadin. Su questa vetta, più aspra della vicina Punta Nera, sono salito quattro volte (1991, 1992, 1995, 1997), di cui una da solo. Penso di non soffrire di “autocondizionamento”, ma pensandoci, talvolta sono convinto di essere salito su queste cime anche in altre occasioni.
La Zesta dalla Punta Nera, 26/7/2004
Sarà forse perché, avendone scritto spesso, le rivivo ogni volta e mi sembra di essere sempre lassù!
In fatto di salite, in ogni modo, non è ancora chiusa la partita: tre anni fa promisi ad un amico che non la conosceva, di salire insieme la Punta Nera.
Lui ventilava di salirvi come i pionieri, da Acquabona ma , per il momento ho rilanciato l’offerta col più comodo accesso da Faloria o al massimo da Tre Croci, che resta nei tempi e nei canoni di una gita di media lunghezza e impegno.

8 ago 2011

Note sulla Croda de r'Ancona

Il 22/8/2002 mi assunsi l'iniziativa di collocare il primo libro di vetta sulla Croda de r’Ancona, “fosco baluardo” nel gruppo della Croda Rossa che domina la SS51 d’Alemagna tra Fiames ed Ospitale con canali ghiaiosi, cenge da camosci, rocce friabili e tanti mughi, offrendo una bella escursione da Ra Stua o Rufiedo.
Teatro di scontri durante la Grande Guerra, molte tracce dei quali sono ancora visibili sulle sue pendici, fino a tempo fa la cima non era poi così nota al pubblico.
Oggi, anche se per fortuna non rientra fra le più gettonate delle Dolomiti, conta molte visite in più. Tanti salitori sono locali e veneti - e la Croda viene scelta anche come meta di gite sociali -, mentre sono rari gli stranieri.
In vetta nella nebbia, 12 settembre 2004
Non è una cima per scalatori, non avendo pareti o spigoli degni di considerazione: la "via normale" è una camminata di media lunghezza, in cui si alternano detriti, erba e facili roccette.
Non esposta né troppo impegnativa, la salita, gradevole soprattutto in autunno, va affrontata con le informazioni, l'umiltà e la prudenza che spesso mancano in tanti escursionisti.
Il 15/10/2006, su segnalazione del guardaparco, tornai in vetta con l'amica Lorenza a sostituire il mio libretto, già logorato dalle intemperie e quasi esaurito. Posì il nuovo quaderno, che spero duri a lungo e non sia imbrattato da troppe stupidaggini e volgarità, in una scatola impermeabile sotto la croce, protetto da alcuni sassi e ben visibile per chi giunge in cima.
Con l'occasione sfogliai il ”vecchio” libretto, ma non proporrò statistiche né giudizi sui suoi contenuti. Mancano le firme d’alpinisti famosi e non ci sono cronache di imprese, ma solo i segni discreti del passaggio di chi è arrivato fin lassù con fatica e sudore per godersi un bel panorama sulle Dolomiti, fino alla Val Badia e ai ghiacciai.
Estrarre un nome o una frase piuttosto che altri non avrebbe senso. Ho notato invece che diverse persone sono state colpite dalla bellezza dei luoghi; molte si sono affezionate alla cima e vi salgono più volte, anche nella stessa stagione e venendo da lontano.
La Croda è pure meta di alpinisti in erba, indotti a conoscere la montagna con una salita che fa da buon banco di prova: lo fu anche per me, portatovi per la prima volta da miei genitori a circa dodici anni.
Ci si potrebbe perdere anche qui ...
Non cederò quindi a considerazioni storiche o di altro tipo, estratte dai contenuti del libro di vetta che consegnai all’archivio del CAI di Cortina. Auspico che la cima, nota da tempi antichi ai cacciatori per la ricchezza d’ungulati della zona, e ai pastori, poiché domina l'alpeggio di Lerosa, costituisca una bella meta per una giornata di svago.
Per alcuni sarà un traguardo sofferto e importante, per altri un tirocinio in vista di altri cimenti, ma dovrebbe conservare sempre integro il suo fascino selvaggio, di cima che in guerra fu teatro di cruenti episodi ed oggi è un simbolo di pace alpinistica.
Dopo l'arrogante e impunita verniciatura della via normale nell'autunno 2007 con decine di bolli rossi ad opera d'ignoti artisti, ora sarebbe bello che la Croda restasse fuori da altre iniziative di valorizzazione, e si mantenesse come la conosciamo: una cima abbastanza facile, praticabile fino al tardo autunno, che offre un bel panorama e vari motivi d’interesse storico ed ambientale.
Coloro che sceglieranno la Croda de r’Ancona per una salita dolomitica, potranno apporre con piacere il loro nome sul libretto di vetta, lasciando un segno su una cima interessante per il panorama, le testimonianze storiche che custodisce e l’atmosfera di solitudine che l'avvolge.

6 ago 2011

Punta della Croce: noterelle di storia

Nel 1877, defilatosi dalla corsa alla conquista delle crode dolomitiche a causa di un dissesto finanziario che gli impedì per sempre di soggiornare fra le sue crode, Paul Grohmann pubblicò un testo basilare per il turismo sui Monti Pallidi: “Wanderungen in den Dolomiten”, uscito in italiano come “La scoperta delle Dolomiti” soltanto nel 1982.
Descrivendo la catena del Pomagagnon, nel suo lavoro il viennese menziona la Croda di Perosego, la Croda da Pezzo, il Pomagagnon, sulla destra orografica della Forcella omonima, e la Croda dei Cestelis a sinistra.
Nomina poi Somforca e Zumelles, come valichi transitabili “sulla linea di congiunzione del massiccio del Cristallo con la Croda di Cestelis”. “Numerose forcelle - secondo l’autore - caratterizzano questa catena, per cui, oltre alla Forca, troviamo il Passo Zumelles, quello di Longes (Grava di Longes), Valloi, la Forcelletta, la Forcella Pomagagnon e la Forcella Fiammes.”
Orientarsi fra questi oronimi, che si ritroveranno in parte a cavallo dei due secoli, ad esempio negli scritti di von Glanvell, oggi non è più tanto semplice.
La Punta della Croce (al centro)
Dai prati di Mietres, 2/11/2003
Seppure la scoperta dell’alpinismo sulla dorsale risalga al 1890, con la prima salita della Croda Longes (2/8) e della Croda del Pomagagnon (27/8) per merito della guida Antonio Constantini con clienti britannici, il pioniere viennese testimoniava di avere già salito la mediana delle tre sommità del segmento occidentale della dorsale, che denomina Pomagagnon e poi Punta della Croce e quota 2290 m, e dichiara di avere raggiunto “in 10 minuti di ripida salita” dalla sottostante Forcella Pomagagnon.
Dovrebbe essere, questa di Grohmann, la prima testimonianza documentale della possibilità di compiere anche ascensioni, d’impegno poco più che escursionistico nel sottogruppo.
Con la conquista, da parte di Antonio Dimai, Phillimore e Raynor, della parete S della Costa del Bartoldo (22/8/1899), invece, la zona diverrà un paradiso per i rocciatori.

3 ago 2011

Un bel regalo di compleanno!

Il 3 agosto di qualche lustro fa, mentre se ne stava in vacanza a Cortina, l'amico Carlo, "romano de Roma" appassionato frequentatore delle Dolomiti, compiva poco più di vent'anni, Quale miglior regalo fargli, se non una bella via di roccia?
Fu così che, non ricordo di preciso con quanti e quali compagni, salimmo in lieta brigata la via Dimai sulla parete SE della Punta Fiames, in Ampezzo solo "ra paré").

Punta Fiames e via Dimai
(da guidedolomiti.com)
Era almeno la sesta volta che mi arrampicavo su quelle rocce, e a quell'epoca lassù mi sentivo quantomai a mio agio.
Non ho flash particolari della giornata: Carlo era con me e la salita procedette bene. Ricordo però che, sulla via del ritorno, ci buttammo tutti a poltrire al sole sui prati sotto Forcella Pomagagnon.
Mentre guardavo le nuvole, pensavo che lassù non c'era bisogno di torte, candeline, spumante. Ero convinto che dentro di sè Carlo aveva apprezzato a pieni polmoni il regalo (economico!) che avevo avuto la fantasia di fargli. Ma questo valeva certamente anche per noi!

30 lug 2011

Pasticci giovanili sul Campanile Rosà

Un'estate, in compagnia di giovani e più forti amici, tentai la salita di una cima che, sfortunatamente, è mancata dal mio “carnet” di conoscenze in Dolomiti: il Campanile Rosà, nel gruppo delle Tofane.
16 agosto 2008
L’aguzzo monolite di 100 m d’altezza, fronteggia la parete SE del Colle omonimo e si nota bene da vicino o in particolari condizioni di luce.
Fu salito da due guide, Angelo Dibona e Celestino de Zanna con Amadeo Girardi e Leopoldo Paolazzi, il 17 agosto (ma forse era il 17 ottobre) 1910.
La loro via, abbastanza impegnativa e sulla quale Dibona usò qualche chiodo, fu discretamente ripetuta nei tempi d'oro (seconda salita: F. Terschak-I. Siorpaes, G. Sperti-A. Cancider, 29 ottobre 1920), ed è stata anche teatro di incidenti, per la roccia non sempre sicura.
Giusto ottant'anni fa, nell'estate 1931, Piero Dallamano e Renato Ghirardini tracciarono sulla guglia una seconda via, esposta e con passaggi fino al V: passarono altri dieci anni e, nell’estate 1941, le guide Giuseppe Dimai e Celso Degasper con i fratelli Melloni corressero la via Dibona con un tiro che toccava il VI.
Riprendendo il discorso, la nostra salita non ebbe buon esito, perché si mise presto a diluviare e fummo costretti a fare marcia indietro.
Ripensandoci, mi rendo conto che forse avevamo sbagliato itinerario, perché - credendo di essere sulla Dibona - in realtà avevamo pasticciato sulla Dallamano, sul lato opposto.
Pur essendoci passato spesso alla base, non ho più avuto occasione di andare a curiosare intorno al Campanile Rosà, attraente per la forma, l’isolamento, la storia che reca le firme di alpinisti illustri. 
Val Fiorenza, 16 giugno 2004
Non so quante ripetizioni abbia avuto in un secolo, e mi piacerebbe anche sapere da chi vi è stato, cosa ha provato, spuntando in cima a quella bellissima lama rocciosa, teatro di imprese di pionieri ma oggi fatalmente fuori moda.

26 lug 2011

Dov'è la Crosc de Ester?

La ripida strada bianca che dalle case di Lacedel, aggirando a N il rilievo di Crepa, sale a Pocol, fino al 1909 (anno di apertura della Strada delle Dolomiti) fu l'unica via di collegamento fra Cortina e il Passo Falzarego.
A chi la percorre, giunto quasi sotto le rocce, non dovrebbe sfuggire una croce lignea tra l'erba, che reca una singolare iscrizione.
Il simbolo sacro è lì da molti anni a ricordare Ester Sprood, consorte inglese del calzolaio Andrea Constantini, colpita da un fulmine mentre transitava da quelle parti nell’estate 1889, poco meno che ottantenne.
La sua memoria ha dato origine ad un toponimo, "ra Crosc de Ester". Una decina di anni fa alcuni lavori boschivi nella zona, causarono danni al piccolo manufatto, prontamente risistemato grazie all’azione del Vicesindaco di allora. Mi si dice ora che qualcuno ci ha rimesso mano: non ho ulteriori notizie, ma andrò senz'altro a vedere.
Trovo la croce un dovuto e gradito atto di rispetto per la memoria della britannica accasatasi in Ampezzo, che ha dato un senso al sito e creato un toponimo ormai consolidato, anche se immagino pressoché ignoto alle più recenti generazioni.
Lì vicino c’è anche un’altra bizzarria toponomastica. Nel bosco alle spalle della croce, infatti, si trova un masso un po’ strapiombante, detto “ra cojina del Moisar”.
Secondo G. Richebuono, il toponimo deriva da Angelo Ardovara di Col (un Dadié di Campo, invece, secondo I. de Zanna) detto Moisar (bel termine ampezzano di origine tirolese che significa “lento nel pensare ed agire, tonto”).
Pare che questi solitamente salisse a cucinarsi il cibo in quella località: questa particolare usanza diede luogo all’originale appellativo.
Ricordo che, or è quasi mezzo secolo, il Sestier de Azon propose su un carro carnascialesco la rievocazione della figura dell’Ardovara o Dadié che fosse, nella scenetta "El Landro del Moisar".
Suppongo che oggi non molti conoscano questi due luoghi e le radici dei loro nomi, e ho qualche dubbio che basterà una croce nuova a ridestare i bei toponimi. 
Curioso segno (limite della proprietà regoliera?)
alle spalle della Crosc de Ester, 12/11/2006
Mi piacerebbe raccogliere ed analizzare tutti questi nomi originali del territorio che si stanno ormai squagliando nella memoria, per citarli ai turisti ma sopra tutto ai residenti, e affidare in prima battuta ai giovani alcuni saldi elementi della pericolante memoria storica d’Ampezzo.

23 lug 2011

La Bonnerhütte, unico rifugio fra Anterselva e San Candido

Per far conoscere il Toblacher Pfannhorn, cima panoramica già nota a Paul Grohmann, e la zona che lo circonda, nel 1880 la Sezione Hochpustertal del Club Alpino Tedesco-Austriaco tracciò un sentiero da Dobbiaco fino alla cupola sommitale.
Sul sentiero che sale da Kandellen

Nel 1894 il Comune di Dobbiaco concesse alla Sezione un terreno fabbricabile sul crinale che scende della cima: vi fu costruito un piccolo rifugio, la cui proprietà fu donata due anni dopo alla Sezione di Bonn.
Nacque così la Bonnerhütte, arricchita nel 1904 dalla Bonner Höhenweg, unìinteressante alta via di cresta che la collegava alla Defereggental, oltre il confine.
Con la ferrovia, che dal 30/11/1871 unì Vienna all'Italia, iniziarono a vedersi anche in alta Pusteria molti alpinisti, che salivano alla Bonnerhütte in portantina, con cavalli o muli, per poi seguire la Bonner Höhenweg. Dalla Defereggental era possibile raggiungere Lienz in carrozza, e rientrare a Dobbiaco con il treno.
Nell'estate 1907 il rifugio registrò circa 500 passaggi. Dopo la Grande Guerra e la tracciatura del nuovo confine, il Demanio italiano espropriò la costruzione, che fu usata inizialmente come base di sorveglianza e poi divenne una stalla.
Diroccata e inutilizzabile per molti anni, la struttura è rinata nel 2007 per opera di un volonteroso privato come Rifugio Bonnerhütte, l'unico rifugio alpino esistente sui Monti di Casies fra Anterselva e San Candido. Offre una ventina di posti letto e il tradizionale "servizio d'alberghetto".
Il modo migliore per salire al rifugio, appollaiato in posizione strategica sul ripido costone erboso a 2307 m, consiste nel partire da Kandellen - Candelle in Val San Silvestro e seguire il sentiero - carrareccia n. 25, che lo raggiunge in un paio d'ore buone.

Sulla terrazza del Bonnerhutte,
verso le Dolomiti
Con un’altra ora di cammino su terreno facile ed aperto, si giunge sul Toblacher Pfannhorn (m 2663), un belvedere senza pari. L'ideale sarebbe pernottare in rifugio e, temperature permettendo (la zona è molto ventosa), salire in cima di buon mattino: un'esperienza interessante, quasi pionieristica.

19 lug 2011

70 anni di vie nuove per gli Scoiattoli

Tofana Terza da Son Pouses
8 maggio 2011
Settant'anni fa di questi giorni, gli Scoiattoli esordivano sulla scena dell'alpinismo con la loro prima via nuova.
Iniziava così, sulle crode di Cortina e non solo qui, un percorso di ricerca che per il momento pare non si sia ancora esaurito.
Era il 18/7/1941 quando Luigi Menardi "Amanaco" detto "Iji" (1925-1979), appena sedicenne, saliva con Camillo Crico di Venezia la parete E della Tofana Terza, per un lungo itinerario, di difficoltà non molto alte (II e III), ma che richiese anche un chiodo di sicurezza.
La via Menardi-Crico, che fu affiancata un mese dopo da un itinerario parallelo e più facile, aperto da Crico in solitaria, potrebbe essere la medesima scesa nella primavera 1977, agli albori dello sci ripido, da Don Claudio Sacco Sonador e poi da Tone Valeruz.
Magari correrà anche vicina al percorso che esattamente quarant'anni dopo quattro giovani successori di "Iji", tra i quali il figlio Rolando, salirono d'inverno, denominandolo "Via Sgamala Hala".
Oggi sicuramente la via di "Iji" non viene più percorsa, ma resta comunque a testimonianza dell'avvio dell'attività esplorativa degli Scoiattoli, che in sette decenni hanno lasciato le loro impronte sulle montagne di tutto il mondo.

18 lug 2011

Jägerhütte, ideale per giornate così così

Ieri, giornata in cui il meteo non incitava a grandi entusiasmi, siamo tornati in un luogo scoperto da poco, per ora solo come meta estiva.
E' la Jägerhütte - Baita del Cacciatore, posta a 1830 m alle falde del Monte Elmo, sul bordo delle piste di sci che scendono verso Versciaco.
Lo scorso anno, su una guida dei rifugi dell'Alta Pusteria avevo iniziato per curiosità a spuntare le malghe e i rifugi già visitati in zona: ne mancavano ancora pochi, e uno era questa Baita, mai sentita nominare prima e persino assente dalla mia (antiquata, ormai) carta Freytag e Berndt.
Così, ci capitammo il 25 luglio, dopo avere chiesto informazioni a Sesto. Non avendo però capito il punto esatto di partenza dell'escursione, ci avviammo verso l'alto direttamente dalla SS52, dove avevamo notato uno dei tanti cartelli che indirizzano alla baita (molto ben indicata, non c'è che dire!).
Attraverso i prati uscimmo su una comoda strada forestale, incontrando una famiglia d'italiani che conosceva bene la zona. Salimmo un gran tratto con loro, stupendoci della lunghezza dell'approccio, comunque comodo e piacevole. Giunti alla baita, appollaiata su un erto costone, tutta in legno e con una caratteristica “Stube”, sulla cartina notai che partendo da una delle varie strade che collegano i masi alti al paese di Sesto, avremmo camminato forse la metà.
Ma allora fu meglio così, e per il ritorno scegliemmo di visitare la ”Waldkapelle”, rustica chiesetta di tronchi immersa nel bosco, costruita dagli abitanti di Sesto durante la Grande Guerra per avere un luogo in cui pregare dopo la distruzione del paese.
L'accoglienza nella baita ci piacque e così ci ripromettemmo di tornare lassù, ma per una via più breve. Ieri, infatti, portando la macchina al Maso Ausserlechner al Monte di Fuori, la salita si è sorprendentemente ridotta a soli 40 minuti, e poco più al ritorno, attraverso un ripido sentiero invaso dalle erbe.

Dopo ben 40 minuti di salita ...

La meta è piacevole, e l'abbiamo iscritta volentieri nel carnet delle opzioni per giornate non entusiasmanti dal punto di vista meteorologico.

15 lug 2011

Guide alpine di Cortina 1871-2011

Le guide alpine di Cortina festeggiano 140 anni. Correva infatti l'anno 1871 quando il cacciatore Fulgenzio Dimai soprannominato "Jènzio Deo", classe 1821, ottenne dall'I.R. Capitanato Distrettuale d'Ampezzo il permesso di svolgere il mestiere di guida alpina, anzi di Bergfuhrer.
Da allora la storia delle guide è stata scandita da numerosi e importanti anniversari. Nel 1876 le guide alpine ampezzane erano già in 9. Nel 1901 le baronesse ungheresi Ilona e Rolanda von Eotvos furono accompagnate da tre di loro (Dimai, Siorpaes e Verzi) sulla gigantesca, ancor oggi rispettata parete S della Tofana de Rozes.
Dieci anni dopo altre tre guide (Barbaria, Dibona, de Zanna) divennero i primi istruttori di sci alpino a Cortina.
Nel 1933 i fratelli Dimai, giovani guide, col triestino Emilio Comici salirono per prime la parete N della Cima Grande di Lavaredo.
Nel 1954, lo Scoiattolo e guida Lino Lacedelli raggiunse con Achille Compagnoni la vetta del K2.
1976: a vent'anni dalla scomparsa, Cortina dedicò un monumento in piazza ad Angelo Dibona, simbolo indiscusso delle guide ampezzane.
Nel 1994, Nadia Dimai è la prima donna di Cortina ad essere promossa guida alpina.
2011: le guide ampezzane sono legate da 140 anni con amici e clienti di tutto il mondo.
Per celebrare questo anniversario, le guide, insieme ad alcuni amici della montagna, si ritroveranno giovedì 21 luglio all'Hotel Ancora di Cortina per una cena in compagnia.
Sarà un'occasione di cameratismo e di festa per ricordare un anniversario importante, ed augurare al Gruppo altri 140 anni di attività, sempre nel magico mondo della Montagna.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...