1 nov 2011

Rocchetta di Prendera a Ferragosto

Dopo anni di scarpinate, credevo (illuso!) di conoscere abbastanza a fondo la valle d’Ampezzo.
Invece solo di recente, su suggerimento di un appassionato sanvitese, ho sperimentato l’accesso da S alla Rocchetta di Prendera, la cima più elevata della dorsale omonima nel gruppo della Croda da Lago.
Penso che su questa cima salgano quasi più scialpinisti che camminatori: l'ampia e comoda sommità, infatti, si raggiunge dal Rifugio Croda da Lago in un paio d’ore per piani inclinati, detriti ed erba, senza tracce ma anche senza problemi d’orientamento.
Da San Vito invece (“dal  versante italiano”, mutuando le parole del Tenente veneziano Pietro Paoletti, quello della prima salita invernale dell’Antelao, che il 17/10/1881 compì con la guida Giobatta Zanucco Nasèla la prima "invernale" "della Rocchetta", presumibilmente quella di Prendera), si raggiunge dapprima Forcella Col Duro, fra Malga Prendera e Forcella Anbrizora.

Isy in vetta, verso il Pelmo
Da lì, per tracce scarse ma con andamento logico, si sale con un po' di fatica per ripidi detriti, che dopo 250 m di dislivello, lambendo le rocce del Becco di Mezzodì, portano in cresta e in cima, dove dal 17/10/2009 ci sono anche la croce e il libro di vetta.
Dopo esserci goduti un panorama che non teme confronti (Pelmo, Becco, Croda da Lago, Sorapis, Antelao, Cortina, San Vito, Borca e Vodo) abbiamo optato per la discesa sul versante di Cortina.
Becco di Mezzodì e Croda da Lago
dalla cima
Obliquando sotto il Becco, mirando alla Monte de Federa e traversando con una dura sgambata la plaga di Groto, che mi pare una delle zone più selvagge e belle d’Ampezzo, un misto di massi, detriti, conifere e fiori purtroppo senza animali, siamo atterrati sul noto sentiero di Forcella Anbrizora, annusando  già il “radler” che ci attendeva al Rifugio.
Dimenticavo: in cima abbiamo incontrato due persone, che come noi avevano scelto di trascorrere il giorno di Ferragosto completamente fuori dalle "vasche" senza costrutto in Corso Italia. E ci siamo riusciti tutti e quattro.

26 ott 2011

Una meta ancora raggiungibile: il Lungkofel

La croce di vetta del Lungkofel e sullo sfondo
 il Picco di Vallandro, dal Sasso del Pozzo, 12/11/2005
Il Lungkofel,  malamente detto in italiano Monte Lungo, è posto lungo il ramo della Val di Braies che sale a Pratopiazza, domina i  Prati Camerali e si eleva a quota 2282 m.
La cima appartiene al gruppo del Picco di Vallandro e tramanda un fatto storico che, seppure mai ufficialmente asseverato, riveste una curiosa  importanza per la cronologia dell’alpinismo.
Si tratta della memoria del passaggio in zona, nell’estate 1790, del Barone Franz von Wulfen (Belgrado 1728 - Klagenfurt 1805), botanico, geologo e alpinista austriaco, scopritore della Wulfenia carinthiaca e della wulfenite.
Secondo le fonti, dal pianoro dell’Alpe Serla il solitario pioniere sarebbe montato in vetta al “Landkogel”, che si è potuto in seguito individuare, con un discreto margine di sicurezza, nel Lungkofel.
Una tradizione inveterata affermerebbe che  fu quella, e non l'Antelao o il Pelmo quindi, la prima elevazione dolomitica salita a scopo puramente alpinistico-sportivo.
Oltre che per la storia e l'ascensione, non difficile né eccessivamente frequentata, il Lungkofel interessa per la  parete W, alta quasi 400 m, che incombe verticale e giallastra sui diruti Bagni di Braies Vecchia. Tra la fine degli anni '40 e i primi anni '50 del secolo scorso, essa è stata salita per due vie da Marino Dall’Oglio e per una terza, più difficile, da Hans Frisch, ma  è lecito credere che oggi non vi si avventuri più nessuno.
Il Lungkofel si può salire, con una camminata abbastanza lunga ma senza passaggi di roccia, partendo dai Bagni di Braies Vecchia, passando per  Malga Pozzo e seguendo per buona parte  l'accesso al prospiciente, noto Monte Serla.
Per la posizione abbastanza isolata, anche il nostro monte, come il Serla, svela dalla sommità un bel panorama a 360° sul Picco di Vallandro, sul lato N della Croda Rossa d’Ampezzo, sulla valle di Braies e sulle Dolomiti di Valdaora.
La parete W del Lungkofel
dai Prati Camerali, 12/11/2005
La sua salita può essere combinata con quella del Serla, che lo sovrasta di circa 100 m (le due cime distano circa 45 minuti), in una gita pregevole e gratificante.
Finché non nevicherà troppo, il Lungkofel, a mio giudizio, si può ancora salire: senza dubbio offrirà a chi lo va a conoscere una buona soddisfazione alpinistica, panoramica e, perché no, anche storica.

24 ott 2011

Il bivacco dei cacciatori

Domenica mattina, a causa della temperatura, la nostra voglia di salire in alto non era molto elevata; perciò, giusto per sgranchirci le giunture, ho proposto una camminata lungo il suggestivo tratto iniziale della Valfonda, ai piedi delle pareti N del Cristallo.
Sul greto del rio un pallido sole ci ha dato un po' di carica ma, giunti al bivacco dei cacciatori di Auronzo e Misurina (sempre aperto, internamente lordato da un sacco di graffiti idioti. Un suggerimento: non sarebbe meglio chiuderlo e lasciarlo in uso a chi ne ha rispetto?), il terreno era imbiancato e la tagliente aria del nord si è fatta subito sentire.
Presso il bivacco, all'ombra del Cristallo
23/10/2011
Comunque la camminata, breve e tranquilla poiché   doveva fare da  aperitivo, ci ha soddisfatto; abbiamo rivisto un luogo da cui mancavamo da tempo, e ne abbiamo approfittato per scattare numerose foto alle crode circostanti, ormai impallidite nella luce d'autunno.
Salendo al bivacco (che vidi per la prima volta, mi pare, nel '71), fra tanti pensieri  non ne è mancato uno a Michele Innerkofler, che fu uno dei grandi personaggi dell'alpinismo dolomitico ottocentesco.
Nella sua breve vita, la guida pusterese partì per 300 volte e più  dall'Hotel Ploner dove lavorava, da solo o coi clienti, percorse a passo spedito il greto del Rio Valfonda, risalì la lunga valle e il ghiacciaio fino al Passo del Cristallo e scalò la "sua" cima, rientrando  a Schluderbach con oltre tre chilometri e mezzo di dislivello nei garretti.
Erano sgambate d'altri tempi, oggi difficilmente riproponibili, e  meritano tutta la nostra ammirazione!

22 ott 2011

Alla riscoperta dei Tonde de Cianderou

Sono già trascorse alcune stagioni da quando riscoprimmo una meta che avevo visitato una volta sola, oltre 20 anni prima, e vi passammo una giornata così piacevole da farci dire, come accade quando i luoghi piacciono "ci torneremo senz'altro ..." : i Tonde de Cianderou.
Oggi i Tonde, sono un orizzonte familiare: da qualche anno, durante la settimana, li ammiro ogni giorno e in ogni stagione dalla stazione delle autocorriere, guardando le pendici di Tofana de Inze verso NW.
Si tratta del verde cupolone che si eleva sul dosso declinante da Tofana verso Fiames. Non è una cima vera e propria, ma ha la sua quota (2273 m) ed è ben sforacchiata da opere militari, giacché vi si combatté duramente nel corso della Grande Guerra.
Verso i Tonde dal Castel de Podestagno,
3 aprile 2011
Dai Tonde la cresta continua, scavalca una cima rocciosa 150 m più elevata, Ra Zestes, e cala poi su Forcella Ra Vales, al margine della omonima conca; sul lato opposto invece si abbassa fino ad esaurirsi sul Passo Posporcora, tra Fiames e la Val de Fanes.
Su quella che dovrebbe essere la quota più elevata, c’è un particolare: una grotta artificiale molto alta, che nella nostra visita trovammo riempita da una pozza d’acqua profonda e trasparente, un fascinoso laghetto d’alta quota. In alto sulla grotta, anni fa poi l'appassionato Renato Schiavon collocò una madonnina, a protezione dei viandanti.
Si raggiunge quota 2273 deviando dal largo sentiero, quasi carrareccia, che unisce Cianderou col Passo sopraddetto. Il sentiero che sale ai Tonde, una traccia militare ben conservata, è  numerato col 446 e di recente è stato ripulito. Esso supera una ripida fascia prima boscosa e poi di mughi, ed infine un valloncello d’erba e detriti. Dal Lago Ghedina, col nostro passo, impiegammo circa 2,30 ore per 825 m di dislivello. La gita, compiuta in assoluta solitudine pur essendo piena estate, ci lasciò un'ottima sensazione: il colpo d'occhio, il silenzio e la pace che offrono certe zone anche nella Cortina più affollata sono divenuti merce rara!
Oggi ne scrivo perché un'appassionata che sale sui Tonde almeno tre volte l'anno, anche in ricordo del padre che l'accompagnò per la prima volta tanto tempo fa, data la buona frequentazione dei Tonde mi ha suggerito l'opportunità di collocare in vetta un piccolo libro.
L'idea è interessante: ovviamente ora è un po' tardi, ma per il 2012 potrebbe essere un impegno, di privati o del CAI. In cima non c'è una croce, e un libretto dove registrare un po' di storia dei Tonde de Cianderou non ci starebbe poi male.

20 ott 2011

Sulle malinconiche Ciadenes

Le bizzarrie meteorologiche di questi anni possono tavolta consentire di stare in camicia a quasi duemila metri, un mese prima di Natale.
Riposo sulla casamatta
Ci capitò un 26 novembre, giungendo  per l’ennesima volta sulle "nostre" Ciadenes,  fitto e ripido dosso boscoso che domina l'antica chiesa di Ospitale e per molti anni, in apertura o chiusura di stagione, ci dava l’occasione per una gita di media lunghezza e impegno alpinistico, apprezzabile per ambiente, panorama, tranquillità.
Quel 26 novembre, dopo il meritato riposo al sole che inondava il dosso e la consueta visita alla casamatta eretta lassù in tempo di guerra, scegliemmo di scendere per la traccia militare che cala a N. Pestammo così la prima neve su terreno ancora morbido e incrociammo un camoscio, che balzando dall’alto smosse una certa quantità di pietre, fonte di un minimo d'inquietudine.
In discesa verso la Val di Gotres
Giunti in Val di Gotres, seguendo le orme sul velo  di neve che imbiancava la strada, calammo veloci a Rufiedo a rivedere il sole, e fu giocoforza tornare faticosamente a Ospitale a piedi.
Fu un 26 novembre non improbabile da vivere, soprattutto sulla fascia soleggiata fra Podestagno e Ospitale, ma sicuramente bizzarro. 
A 2000 metri, a mezzogiorno, stemmo tranquilli in camicia per una buona mezz’ora, mentre intorno a noi la neve imbiancava già cime, forcelle e valli da una certa quota in su, e la SS 51 era in piena ombra.
La pace delle Ciadenes,  solitamente assoluta,  fu rotta solo per qualche istante da un elicottero, che volava basso verso S. Per un po’ vigilò sui nostri passi anche il solenne, alto volteggiare di un’aquila: una presenza piuttosto rara, sempre attraente per chi passeggia guardandosi intorno.

16 ott 2011

Knollkopf, ovvero la magia dell'autunno

E' la quarta o quinta volta (seconda dal 2008) che, in attesa dell'inverno, indirizziamo i nostri passi verso un'elevazione del gruppo del Picco di Vallandro che forse avrà scarsa importanza per i "palati fini", ma riteniamo meritevole, per il panorama e anche per il dislivello contenuto (quest'anno va così ...)
In vetta, 16/10/2011
L'elevazione è il Knollkopf o Col Rotondo dei Canopi, che dall'alto dei suoi 2204 m domina il sottostante, notissimo pianoro di Pratopiazza.
Oggi, per la prima volta, abbiamo diviso la vetta con alcuni locali: altrimenti, la lunga cresta di magro pascolo, detriti e mughi che costituisce la cima, lambita dal sole e dal vento, sforacchiata da resti di guerra e, grazie alla posizione, prodiga di un gran panorama verso Cortina, la Pusteria e il Cadore, è sempre stata soltanto per noi.
Verso la vetta salita, 16/10/2011
Sarà la traccia della via normale, di cui pare nessuno si prenda cura; sarà che per salire ci sono ben poche indicazioni, sulle guide e sul terreno; sarà che il Knollkopf deve cedere per fama ai gettonati Strudelkopf e Durrenstein, le altre due montagne di Pratopiazza ...
Secondo noi, però, arrivarci dall'altopiano, dopo una via normale non lunga ma neppure banale (soprattutto con terreno gelato), e godersi a quasi 180° l'impervio versante pusterese della Croda Rossa, arricchisce la gita in misura ideale. 
Ci piace pensare che quella di oggi, una bella giornata rubata alla stagione avanzata, non sarà proprio l'ultima occasione in cui abbiamo inspirato l'aria fine d'autunno da una cima poco nota, ricca di sole e di silenzio.

14 ott 2011

Vittorio De Zordo: “Il Bosconero - 30 itinerari per escursionisti e alpinisti”, per conoscere un gruppo selvaggio

Autore di questa guida, agile ma completa, adatta all’escursionista che non desidera allontanarsi troppo dal fondovalle ma anche all’alpinista che non disdegna corda e moschettoni per salire le cime o percorrere i “viaz”, è Vittorio De Zordo, finanziere quarantaseienne nato e cresciuto in Pusteria, ma con evidenti radici cadorine di Cibiana.
Appassionato di montagna, pratica l’attività escursionistica ed alpinistica d'estate come d'inverno. Socio dal 1976 del CAI Brunico, è Accompagnatore Nazionale di Alpinismo Giovanile, consigliere sezionale e responsabile del notiziario sezionale InfoCai. Con questo volume ha voluto "tornare alle origini", omaggiando le montagne della terra dei suoi padri: e direi che vi è riuscito bene.
Uscito nel giugno scorso nella collana “Itinerari alpini” di Tamari Montagna, "Il Bosconero" contiene proposte escursionistiche facili e meno facili nel gruppo dolomitico, ancora abbastanza impervio e non troppo conosciuto, che si estende fra il Boite, il Maè ed il Piave. E' stato presentato dal professor Guido De Zordo il 10 agosto durante la festa di San Lorenzo a Cibiana, poi il 21 agosto al Rifugio Casera Bosconero e infine il 22 settembre a Fusine di Zoldo.
La guida giunge opportunamente ad aggiornare e integrare il capitolo dedicato da Giovanni Angelini e Piero Sommavilla in “Pelmo e Dolomiti di Zoldo” (1983) della collana “Guida dei Monti d’Italia” a uno fra gli angoli meno contaminati delle Dolomiti Bellunesi, dove (è notizia di questi giorni) hanno trovato casa tre orsi e la lince.
In essa trovano spazio ben trenta itinerari, dalla camminata semplice e breve alla salita alpinistica fisicamente, se non tecnicamente impegnativa, su tutti i versanti del gruppo: Canal del Piave, Val di Zoldo, pendici del Monte Rite.
Vi si trovano illustrate le vie di accesso alle principali cime raggiungibili con passaggi fino al III, ai rifugi, ai bivacchi e alle casere, oltre ad informazioni ambientali e naturalistiche, box di approfondimento sulle peculiarità della montagna e delle genti che vi abitano, un inquadramento geografico ed una breve storia alpinistica della catena.
Sfogliando con curiosità questo omaggio ad una porzione di "Dolomiti insolite", mi sono venute in mente con soddisfazione alcune salite alpinistiche compiute su quelle montagne, che consiglio a tutti gli appassionati: il panoramico Sassolungo di Cibiana, gli Sfornioi Nord e di Mezzo, il Sasso di Bosconero, cime dove non è improbabile ritrovarsi ancora per intere giornate in silenzio e in solitudine.

10 ott 2011

Tone Belòbelo: guida, portatore, dandy


Non so se Tone sia uno di questi cinque portatori ... 
(Salendo al Nuvolau, estate 1891)
Antonio Soravia, per gli ampezzani "Tone Belòbelo", nato 190 anni fa e morto nel 1903, fu uno dei primi portatori di Cortina.
Non so a quando risalga l'inizio della sua attività alpinistica: non ho mai cercato conferme, indubbiamente non facili da trovare, della sua presenza su cime o rifugi.
Comunque, nel primo elenco delle guide attive in Ampezzo (1876), il suo nome non c'è. Nel ritratto delle guide attive nel 1893, invece si vede in seconda fila: aveva 72 anni! Nella fotografia scattata alle Grotte di Volpera nel 1897 (vedi la colonna a fianco), infine, data l'età avanzata, manca di nuovo.
Alla storia, più che per imprese di rilievo - che forse non fece mai - Soravia passò come un uomo che esercitò i mestieri e servizi più diversi (fra i quali, probabilmente, fece “anche” il portatore), e per lo stile di vita, che ne fece un personaggio dell’Ampezzo  "belle epoque".
Indagare la vita, sua come di altri colleghi, non è agevole, giacché il ceppo familiare è estinto, non so se vi siano eventuali libretti di guida, e mi pare arduo - acquisite le poche notizie esistenti - inquadrare la figura di quest’ampezzano del secolo XIX, come attore o comparsa dell’alpinismo locale.
Così mi piace credere  che fosse magari un "dandy", noto per motti di spirito e apprezzamenti anche salaci, disposto a guidare fino a settant’anni e più i clienti - o meglio, le clienti ... - alle Grotte di Volpera, a quella della Tofana, alla Porta del Dio Silvano, ai Cuaire o, arditamente, fin sulla Tofana o altre cime.
Mi pare di vederlo - giunto su qualche vetta - dissertare coi “touristi” di strambe avventure alpestri, dando magari di bocca alla fiaschetta ed assaporando infine beato la pipa sotto le nuvole.
Mentre i clienti infilano orgogliosi i biglietti da visita sotto l'ometto di vetta, fotografano, studiano il tempo, le rocce, le piante, Tone, portatore alpino classe 1821, li guarda e se la ride compiaciuto.

4 ott 2011

Il Pelmo, Alberto e Aldo: i pensieri di un'amica


Il Pelmo, parete N, dal Col de la Puina
(foto E. Majoni, 27/9/2009)
Per moltissimi anni, la mia giornata iniziava con il Pelmo davanti agli occhi; non c’era mattina che non mi sedessi al solito posto, con la tazza fumante del caffelatte, e mi beassi di quanto vedevo dalla finestra: il Pelmo in tutta la Sua maestosità!
Ogni giorno pensavo e ripetevo: “non potrei mai iniziare la giornata senza questa visione”, per quanto lo veneravo.
Da quel terribile 31 agosto di quest’anno, però, è più forte di me: quando si contorna all’orizzonte il Suo profilo, io non reggo lo sguardo, non ce la faccio, abbasso gli occhi pieni di lacrime e guardo avanti.
Non so perché ho questa reazione, me lo sono chiesto molte volte, ma non riesco a trovare una risposta che mi convinca: è l’imbarazzo che si prova davanti ad una persona di cui si sono venute a conoscenza cose molto intime, che non fa piacere che altri sappiano.
Ma... per il Pelmo? Che c’entra? Non lo so, forse col tempo capirò, forse qualcuno me lo spiegherà.
Di fatto, da quel giorno, Alberto e Aldo non sono più fisicamente con noi.
Sono nel pensiero, nel cuore, nello strazio, nella difficoltà di dover andare avanti senza la loro presenza.
Com’è lacerante considerare che non li incontreremo più, magari per caso in una baita sperduta, oppure a una cena, o per strada o in un qualunque posto del Mondo…
Lo spallone E del Pelmo, da Malga Ciauta
(foto E. Majoni, 26/12/2010)

Dove sono adesso Alberto e Aldo?
Mi piace fantasticare che i loro spiriti si rincorrono fra le guglie, i canaloni, sospinti da un vento giocoso e dispettoso insieme; mi incanta pensare che il sorriso scanzonato di Alberto stuzzichi il più serioso Aldo e lo trascini in divertenti scalate quando il tramonto arrossa la dolomia e li intravedo mentre aspettano l’alba e si beano dell’infinito che hanno attorno.
Voglio pensarli al riparo in un anfratto ben protetto, mentre lampi tuoni e tempesta sconquassano fino alle fondamenta la montagna, mentre aspettano che si calmi il finimondo, per poi riaffacciarsi e specchiarsi nella volta celeste; oppure affascinati dal luccichio delle stelle che ammiccano, persi ad ammirare lo splendore della luna che si riflette su un lastrone.
Chissà come percepiranno il lieve scendere della neve, il turbinio dei fiocchi, la quiete che regna attorno a questo evento così magico, che ancora ha il potere di incantarmi, di farmi provare le emozioni che vivevo da piccola quando nevicava.
Allora era una festa, lo è anche adesso per me: adoro la neve, il suo biancore, il suo silenzio, il freddo pungente, questa soffice coltre bianca che uniforma tutto, che stende un pietoso velo su tutte le brutture, che fa diventare bello anche il posto più squallido.
Forse si fermeranno affascinati a osservare le luci fioche dei paesi lontani, giù nella valle, cercheranno di indovinare qual è, fra il groviglio di case, la loro; forse rammenteranno la loro infanzia, magari penseranno ai Natali trascorsi, al presepe, all’albero di Natale..
E forse per una sola notte, la notte Santa, il Signore, nella Sua immensa bontà, permetterà ad essi di infilarsi dolcemente nei sogni dei loro cari per stringerli in un morbido abbraccio, il cui ricordo resterà addosso al risveglio e incancellabile nel tempo.
Dove sono adesso Alberto e Aldo?
Sono nel cuore delle persone che li hanno conosciuti, stimati, amati.

3 ott 2011

Grazie, Salzla, per quanto ci hai dato!

Cos'è poi il Salzla, o Monte di Tesido? Solo un "modesto ripiano prativo", una facile sommità erbosa con una croce, un tavolo e una panca, mezz'ora sopra l'affollata (Nuova) Malga di Tesido in bassa Val Casies.
Salendo sul Salzla, 2/10/2011\
Ma si è rivelato il luogo ideale per una gita tardo-estiva, in una giornata eccezionale di sole e di silenzio; una meta che fino ad oggi avevo snobbato, ma ora conserverò senz'altro nello scrigno delle cose più care.
Non è certamente una cima da esibire, ma un angolo del mondo dove ci si può rifugiare per apprezzare la Montagna. Grazie, Salzla, per quanto ci hai dato!

28 set 2011

Frankfurter Würstl o Salsiccia di Francoforte, una meta d'altri tenpi

Ispirato da una cartolina che vidi nel 2010 su un banchetto a Montagnalibri a Trento, stavolta scrivo due righe su un luogo che ho avuto occasione di conoscere per la prima volta ventisei fa, dopo aver superato con Sandro e Ivano lo spigolo NNO (Innerkofler-Biendl) del Monte Paterno.
Sulla cartolina, che ad occhio e croce potrebbe risalire al 1910 ed è colorata a mano come era costume dell'epoca, alpinista che sta scendendo sulla corda dalla Frankfurter Würstl o Salsiccia di Francoforte.
La Salsiccia di Francoforte,
con la Torre di Toblin sullo sfondo
La montagna con questo strano nome è un minuscolo e aguzzo campanile che si erge sulla cresta del Paterno a poca distanza dalla Drezinnenhűtte, oggi Rifugio Antonio Locatelli-Sepp Innerkofler.
A fine '800 nell'ambiente alpinistico il campanile, alto circa quindici metri e poco rilevante ma non proprio banale, era piuttosto rinomato.
Le guide pusteresi, e probabilmente anche quelle ampezzane, usavano portarvi i clienti prima di salire qualche itinerario impegnativo sulle montagne vicine, per sincerarsi che l'indomani riuscissero a superare certe difficoltà e non avessero a che fare con intrattabili zavorre.
Sulla Salsiccia, dove c'è posto solo per due persone, ho messo i piedi due volte, ma all'epoca non era d'uso scattare fotografie e così oggi non posso testimoniarlo.
Quando ho visto la cartolina, non ho resistito alla tentazione di acquistarla, per ricordare quella giornata, quando su quelle rocce mi parve per un momento di avere accanto a me i pionieri delle Dolomiti.

25 set 2011

Due passi verso il paradiso

Anche se l'avvicinamento è proprio breve (30 minuti di comoda carreggiabile, 90 m di dislivello ...) per noi vale sempre la pena raggiungere la Talschlusshütte (1540 m) in Comune di Sesto Pusteria, meta della nostra gita odierna, in una tiepida giornata di questa estate che fa fatica a cedere all'autunno. 
Vale la pena per la posizione della capanna: nel pianoro che conclude la Val Fiscalina ci si trova, infatti, all'ingresso del Parco Naturale delle Dolomiti di Sesto e si gode di un gran panorama. La capanna sorge ai piedi della Cima Una, dalla quale nell'ottobre 2007 rovinarono a valle migliaia di metri cubi di roccia, coprendo di polvere boschi, prati e case ma senza causare altri danni: intorno ad essa, poi, si alzano vette su cui sono state scritte notevoli pagine di storia alpinistica e bellica, dalla Croda Rossa di Sesto a Cima Una, fino all'imponente Punta dei Tre Scarperi.
La capanna offre attrazioni per grandi e piccoli: d'estate c'è un parco giochi e animali sui prati, d'inverno vi si può giungere con la slitta a cavalli, sciare lungo la pista di fondo che parte da Moso, camminare sulla neve in uno scenario ammantato di bianco.
Al rifugio, 25 settembre 2011
E ancora: lo chef propone numerosi piatti, sia tradizionali sia innovativi, oltre alle consuete leccornie locali; all'interno, infine, c'è una grande stube e alcune stanze foderate di legno che ricordano Heidi.
In poche parole, alla Talschlusshütte, molto nota e affollata tanto d'estate quanto d'inverno, ci si trova in un ambiente alpino piacevole e allettante.
Nonostante la strada da Cortina richieda il doppio della passeggiata e non sia sempre facile parcheggiare nel Piano Fiscalino, se non si ha voglia di camminare l'escursione merita un pensiero, che noi abbiamo già fatto alcune volte, in entrambe le stagioni. 
E ogni volta pianifichiamo di tornarvi, per salire al Rifugio Zsigmondy-Comici, al Locatelli, ai Prati di Croda Rossa o ancora più su, verso le grandi cime ...

24 set 2011

Una cengia che non c'è più

Nel luglio '94 mi ero messo in testa di festeggiare a modo mio un centenario alpinistico: volevo salire sulla Punta Marietta, misconosciuto campanile che spicca sul crinale della Tofana de Rozes e si vede molto bene dal versante S della valle d’Ampezzo.
La Punta, battezzata in guerra dagli Alpini, che la occuparono a scopo strategico il 2/8/1915, era stata conquistata il 4/7/1894 da J. Müller con Angelo Zangiacomi Zacheo, ampezzano, e Luigi Bernard, fassano. Pare che, come spesso accadeva, le guide fossero già salite sul torrione, per preparare la conquista al cliente.
Dopo quest’itinerario, ne fu aperto un secondo nel 1923 dal solitario cadorino Oliviero Olivo, e pare anche un terzo negli anni '60 da Bruno Menardi “Gim”, custode del Rifugio Cantore fino al 1972, ma la Punta non ha sicuramente mai riscosso il favore del pubblico.
Portatici al Rifugio Giussani, rimontammo quindi il conoide ghiaioso, ripido e senza tracce, a destra della Marietta e ci aggirammo a lungo sul suo lato N, dove avremmo dovuto trovare l’attacco della via, che a dire il vero non riuscivamo a vedere.
Andammo allora a cercare l’inizio della via Olivo, a sinistra di una parete gialla e verticale, sotto una striscia nera da stillicidio d’acqua.
Lo scoprimmo, e così – opportunamente attrezzato - mi avventurai sull’esposta traversata che dà l’accesso alla via. La qualità della roccia però mi convinceva poco e così, dopo aver spaziato con lo sguardo a destra e sinistra, tormentato dai dubbi e dal freddo di quella mattina d’inizio estate e dato che l'amico non se la sentiva di guidare la cordata, decisi seduta stante di lasciar correre.
Facemmo merenda sulla panoramica forcella fra la Punta Marietta e la Tofana, dove occhieggiava ancora un po’ di neve, e scendemmo per un ghiaione con salti rocciosi e tracce di passaggio.
In basso incrociammo la cengia che gli scalatori saliti per il I Spigolo ed anche la maggior parte di chi saliva il Pilastro o il III Spigolo, utilizzavano da cinquant'anni per scendere al Rifugio.

La cengia, com'era
(foto E. Maioni)
Per la cengia, sottile ed esposta, tornammo al Rifugio Giussani, dove una birra contribuì a festeggiare una giornata riuscita a metà ma ugualmente interessante per l'esplorazione.
Dal 7 settembre scorso la cengia non è più percorribile, a causa di un'ennesima, cospicua frana. Per la discesa dalle vie, ora ci sono due opzioni, secondo la via salita (sicuramente nessuno farà il nostro giro del '94...).
Per chi esce dal I Spigolo le guide consigliano di seguire una cengia più alta, segnata con ometti, che porta alla forcella tra Punta Marietta e il torrione senza nome ad essa addossato.
La zona della frana
(foto E. Maioni)
Lungo il percorso, già utilizzato in tempo di guerra, si incontrano ancora resti di opere belliche.
Chi invece esce dal Pilastro o dal III Spigolo può puntare direttamente alla forcella a sinistra e in alto rispetto a Punta Marietta, rimontare il canale segnato con ometti a sinistra (W) della Punta e uscire sulle ghiaie, dalle quali si scende al Rifugio senz'altri problemi.
Concludendo: dobbiamo prendere atto che un altro frammento d'ambiente e di storia alpinistica ampezzana se n'è andato!

19 set 2011

Alpinismo carsico


La vetta del Monte Cocusso
Sabato scorso con mia moglie ho rivisitato, dopo anni, il Monte Cocusso-Kokos, la cima che dall'alto dei suoi 672 m è la più alta del Carso, oggi libero dai lacci della frontiera jugoslava e arricchito dal 1999 dal rifugio Planinska Koca na Kokosi.
Dopo la breve e simpatica traversata da Pesek a Grozzana mi è sorta spontanea una riflessione sul mio "alpinismo carsico".
Studiando a Trieste, per qualche anno risiedetti in riva al mare, ma non volevo né certamente potevo dimenticare i monti. Ed è noto  che Trieste, in fatto di monti, la sa lunga.
Così, in compagnia di vari amici con cui dividevo la stessa passione, mi fu dato di esplorare vari angoli del Carso, salendo anche alcune vette di cui ho simpatici ricordi.
Al rifugio Koca na Kokosi, 674 m
Non sconfinammo mai in Jugoslavia, oggi Slovenia, dove le crode sarebbero state più alte e “alpine”, ma anche nel circondario della sede universitaria avemmo belle occasioni per passare alcune giornate sui monti.
Ricordo il Monte Ermada presso Sagrado, noto per i fatti della Grande Guerra, salito un 24 maggio con un caldo feroce; il Monte Lanaro, il citato Cocusso, prossimi alla frontiera, il Cippo Comici in Val Rosandra, varie “Vedette” e altro.
Niente Sabotino, al tempo jugoslavo, e neppure Monte Santo: ricordo però numerose piacevoli vie in Val Rosandra, la storica palestra dei triestini, e in altre palestre dei dintorni come Sistiana e Doberdò.
Oltre alle passeggiate in una zona che offre molteplici possibilità agli amanti dell’escursionismo, non scordo poi i dopo-gita nei locali che punteggiano il Carso.
Fra essi, oltre al Rifugio Premuda all’imbocco della Val Rosandra, che con i suoi 80 m di quota è il più basso rifugio CAI d’Italia, non mancammo di battere le note “osmize”, che in primavera offrivano vino, uova, salumi, formaggi e quanto serviva a coronare una giornata all’aria aperta, prima di ritornare ad arrovellarci sui libri.

8 set 2011

Pausa di riflessione

In questi giorni non ho più tanta voglia di alimentare questo blog con pensieri, riflessioni, storie e quant'altro.
Dopo la tragedia di Alberto e Aldo sul Pelmo, sembra diventato tutto triste anche se è ancora estate, nuvoloso anche se c'è il sole, vuoto anche se la nostra vita continua, e deve continuare.
Non appena passerà questa malinconia, tornerò anch'io in montagna.
Ciao a tutti.

31 ago 2011

Ciao Magico. Ciao Aldo.

Alberto Bonafede, "Magico"
Ciao Magico. Ciao Aldo.
Non ho, non abbiamo parole nel constatare che non ci siete più, che avete dato la vostra vita per salvarne altre due.
E che è successo proprio sul Pelmo, la grande montagna che nel 2006 diede spunto all'amicizia fra Magico e chi scrive, rafforzata dopo il centocinquantesimo della prima salita con la mostra sull'alpinismo a San Vito che organizzammo con Giuseppe nel 2008.
Aldo Giustina "Olpe"
E poi tante altre occasioni: i lavori di elettricista che ci facesti in casa, quel fortuito e simpatico incontro in una splendida giornata di marzo nella remota malga Steinzgeralm, fino all'ultima volta in cui ci siamo visti, alla cena delle guide ampezzane a fine luglio.
Come ha detto Sabrina, è proprio una tragedia: per i genitori, le compagne, i tre piccoli, i parenti, gli amici, il Soccorso Alpino, le guide, il paese di San Vito, la Montagna.
E anche per tutti noi, che vi abbiamo conosciuto, stimato e non vi dimenticheremo.
Se dovessimo ristampare il libro sul Pelmo che scrissi nel 2007, dovremo aggiungerci un paragrafo triste.
E lo dedicheremo a voi due e alla Simon-Rossi sulla Nord del Pelmo, la vostra ultima via, la più difficile.
Ciao Magico. Ciao Aldo. Un abbraccio.

26 ago 2011

Una via nuova tutta ampezzana sulla Croda da Lago

Certamente la Montagna non distingue fra "locali" e "foresti", nel bene e nel male.
C'è posto per tutti, dovunque: ma piace lo stesso constatare che a Cortina non sono sparite le cordate di locali che esplorano le montagne del loro paese, riuscendo a trovare spazi e linee vergini, magari di difficoltà classiche, dove lasciare la firma.
E' il caso dello Scoiattolo Carlo Alverà Pazifico, figlio di Modesto del Rifugio Croda da Lago, che nel 2009 dedicò allo zio Nicola una via nuova su un'altra cima famosa ai tempi dei pionieri e oggi poco salita, il Becco di Mezzodì.
Con Edoardo Valleferro Sfero, nipote di Elio che negli anni '50 aprì con gli Scoiattoli alcune vie, anche difficili, sulle crode ampezzane e in Oltrepiave, Carlo ha trovato un itinerario nuovo sul versante della Croda da Lago che guarda il Rifugio e che ha davanti tutti i giorni.
Il 10 agosto, infatti, i due giovani hanno aperto la via "Rajeta" sullo spigolo E del Campanile Innerkofler, guglia che fiancheggia la Croda da Lago vera e propria, nota per la via Hahn-Haupt, rivalutata in anni recenti.
da Planetmountain,
che ringrazio
Carlo e Edoardo hanno superato lo spigolo, che si sviluppa per 230 m, trovando difficoltà fra il IV+ e il VI+, e attrezzando la via con chiodi e protezioni veloci. Il nome della via si lega alla misteriosa pietra della Rajeta, il maggior tesoro nella Terra dei Monti delle leggende dolomitiche.
Sarebbe bello che la scoperta divenisse una classica della Croda da Lago, dove oggi si contano molti meno scalatori rispetto ad un tempo. E soprattutto che su quelle vette ricche di storia, dove da tempo è sceso il silenzio, si riuscisse a perpetuare il gioco-avventura dell'alpinismo.

24 ago 2011

35 anni fa lo scoprimento del busto dedicato ad Angelo Dibona

Domenica 28 agosto saranno trentacinque anni da quando, ricorrendo il 20° anniversario della morte di Angelo Dibona, la grande guida di Cortina, la comunità ampezzana volle ricordarlo celebrandone la figura e le imprese alpinistiche con una serie di manifestazioni.

Due torri conquistate da Angelo Dibona:
la Quarta alta e bassa d'Averau (IX/1911)
Fra queste spiccava l'inaugurazione del busto bronzeo, opera del famoso artista falcadino Augusto Murer, che ancora attrae l'attenzione all'ombra del campanile, e la pubblicazione di un volume dedicato alla vita e alle imprese alpinistiche del "Pilato".
Lo scoprimento del busto avvenne il 28/8/1976 con l'intervento del  Presidente Generale del CAI di allora, Sen. Giovanni Spagnolli, e di personalità politiche e alpinistiche.
Spiccava la presenza di alcuni valorosi compagni di cordata di Dibona, quali Anna Escher, Luis Trenker, Severino Casara e altri. La commemorazione ufficiale fu tenuta da Camillo Berti.
Chissà se il mondo alpinistico (e la Cortina) di oggi ripeterebbe una manifestazione con quelle caratteristiche?

17 ago 2011

Una nuova guida alpina: quella "ad honorem"?

L’altro ieri a Cortina, durante la manifestazione in onore delle guide alpine, che ha visto premiata una quindicina di uomini che hanno segnato la storia alpinistica del ‘900, ho saputo che si è ufficialmente creata una nuova patente: di guida alpina “ad honorem”.
Non è la guida "emerita", il professionista che dopo aver portato clienti sulle crode per decenni diventa tale al compimento del 60° anno d’età, ma (è parso di capire) chi lodevolmente opera a favore della Montagna soprattutto intrattenendo, organizzando, scrivendo.
Il Pelmo guarda e non favella ...
(Foto di Sabrina Menegus)
Sul nostro territorio ci sono tanti montanari appassionati che divulgano l’amore per la Montagna facendo ricerche, intrattenendo, pubblicando, scrivendo, ma a Cortina si è scelto di conferire la carica onorifica ad un - spigliato e competente, ça va sans dire  - giornalista e presentatore pedemontano.
Sento l’iniziativa francamente un po' grottesca. Da noi è quasi usuale che si dribbli chi in queste terre è nato, ci resta saldamente ancorato nonostante le difficoltà e le sempre più scarse attrattive, ma si adopera con passione per la cultura del territorio (in questo caso alpinistica), e si privilegino altri, magari più addentrati in alte sfere.
E' stato detto a ragione che nelle "Terre Alte" ci sono “montagne” di laureati, di giovani e meno giovani capaci e volenterosi, ma spesso non si sa fare di una mano un pugno e ci si fa insegnare dall’esterno "chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo".
Funziona così anche per la Montagna?

13 ago 2011

Due cime impresse nella memoria e nel cuore

Riguardando le note che ho scarabocchiato in tanti anni, ne ho ricavato che - fino alla data odierna - ho avuto la fortuna di salire per un totale di 11 volte la Punta Nera e la Zesta, le due cime più massicce del "ramo ampezzano" del Sorapis.
La propaggine rappresenta un angolo molto caratteristico delle crode d’Ampezzo. Inizia dal Valico sora la Cengia del Banco, una falsa forcella raggiungibile solo da un lato, e prima di terminare al Passo Tre Croci, si articola in alcune sommità panoramiche e non molto visitate: la Croda del Valico, la Croda Rotta, la Punta Nera, la Zesta, le due Cime del Laudo, le due Cime di Marcoira.
La Punta Nera, che si può ammirare già passeggiando in Corso Italia a Cortina, tocca la quota non banale di 2847 m. Ne ho scritto spesso e non mi dilungo sulla sua storia: testimonio di averla finora raggiunta sette volte (1987, 1990, 1995, 2001, 2003, 2004, 2008), di cui tre da solo.
Sulla Punta Nera, 26/7/2008
La scorbutica Zesta, invece, quotata 2768 m, si nota bene dalla strada 48 che porta da Cortina a Tre Croci, e si lambisce salendo dal Passo a Forcella del Ciadin. Su questa vetta, più aspra della vicina Punta Nera, sono salito quattro volte (1991, 1992, 1995, 1997), di cui una da solo. Penso di non soffrire di “autocondizionamento”, ma pensandoci, talvolta sono convinto di essere salito su queste cime anche in altre occasioni.
La Zesta dalla Punta Nera, 26/7/2004
Sarà forse perché, avendone scritto spesso, le rivivo ogni volta e mi sembra di essere sempre lassù!
In fatto di salite, in ogni modo, non è ancora chiusa la partita: tre anni fa promisi ad un amico che non la conosceva, di salire insieme la Punta Nera.
Lui ventilava di salirvi come i pionieri, da Acquabona ma , per il momento ho rilanciato l’offerta col più comodo accesso da Faloria o al massimo da Tre Croci, che resta nei tempi e nei canoni di una gita di media lunghezza e impegno.

8 ago 2011

Note sulla Croda de r'Ancona

Il 22/8/2002 mi assunsi l'iniziativa di collocare il primo libro di vetta sulla Croda de r’Ancona, “fosco baluardo” nel gruppo della Croda Rossa che domina la SS51 d’Alemagna tra Fiames ed Ospitale con canali ghiaiosi, cenge da camosci, rocce friabili e tanti mughi, offrendo una bella escursione da Ra Stua o Rufiedo.
Teatro di scontri durante la Grande Guerra, molte tracce dei quali sono ancora visibili sulle sue pendici, fino a tempo fa la cima non era poi così nota al pubblico.
Oggi, anche se per fortuna non rientra fra le più gettonate delle Dolomiti, conta molte visite in più. Tanti salitori sono locali e veneti - e la Croda viene scelta anche come meta di gite sociali -, mentre sono rari gli stranieri.
In vetta nella nebbia, 12 settembre 2004
Non è una cima per scalatori, non avendo pareti o spigoli degni di considerazione: la "via normale" è una camminata di media lunghezza, in cui si alternano detriti, erba e facili roccette.
Non esposta né troppo impegnativa, la salita, gradevole soprattutto in autunno, va affrontata con le informazioni, l'umiltà e la prudenza che spesso mancano in tanti escursionisti.
Il 15/10/2006, su segnalazione del guardaparco, tornai in vetta con l'amica Lorenza a sostituire il mio libretto, già logorato dalle intemperie e quasi esaurito. Posì il nuovo quaderno, che spero duri a lungo e non sia imbrattato da troppe stupidaggini e volgarità, in una scatola impermeabile sotto la croce, protetto da alcuni sassi e ben visibile per chi giunge in cima.
Con l'occasione sfogliai il ”vecchio” libretto, ma non proporrò statistiche né giudizi sui suoi contenuti. Mancano le firme d’alpinisti famosi e non ci sono cronache di imprese, ma solo i segni discreti del passaggio di chi è arrivato fin lassù con fatica e sudore per godersi un bel panorama sulle Dolomiti, fino alla Val Badia e ai ghiacciai.
Estrarre un nome o una frase piuttosto che altri non avrebbe senso. Ho notato invece che diverse persone sono state colpite dalla bellezza dei luoghi; molte si sono affezionate alla cima e vi salgono più volte, anche nella stessa stagione e venendo da lontano.
La Croda è pure meta di alpinisti in erba, indotti a conoscere la montagna con una salita che fa da buon banco di prova: lo fu anche per me, portatovi per la prima volta da miei genitori a circa dodici anni.
Ci si potrebbe perdere anche qui ...
Non cederò quindi a considerazioni storiche o di altro tipo, estratte dai contenuti del libro di vetta che consegnai all’archivio del CAI di Cortina. Auspico che la cima, nota da tempi antichi ai cacciatori per la ricchezza d’ungulati della zona, e ai pastori, poiché domina l'alpeggio di Lerosa, costituisca una bella meta per una giornata di svago.
Per alcuni sarà un traguardo sofferto e importante, per altri un tirocinio in vista di altri cimenti, ma dovrebbe conservare sempre integro il suo fascino selvaggio, di cima che in guerra fu teatro di cruenti episodi ed oggi è un simbolo di pace alpinistica.
Dopo l'arrogante e impunita verniciatura della via normale nell'autunno 2007 con decine di bolli rossi ad opera d'ignoti artisti, ora sarebbe bello che la Croda restasse fuori da altre iniziative di valorizzazione, e si mantenesse come la conosciamo: una cima abbastanza facile, praticabile fino al tardo autunno, che offre un bel panorama e vari motivi d’interesse storico ed ambientale.
Coloro che sceglieranno la Croda de r’Ancona per una salita dolomitica, potranno apporre con piacere il loro nome sul libretto di vetta, lasciando un segno su una cima interessante per il panorama, le testimonianze storiche che custodisce e l’atmosfera di solitudine che l'avvolge.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...