11 nov 2011

Kűhwiesenkopf, una meta interessante

Otto anni fa, girando tra le cime intorno al Lago di Braies che chiudono la catena dei Colli Alti, ne scoprimmo una da consigliare a chi cerca salite d’impegno limitato in ambienti sereni e riposanti: la Kűhwiesenkopf, in italiano Cima Pra della Vacca.

La cima, vista dalla cresta di discesa
Nota anche come Franzjosefshőhe in ricordo di Francesco Giuseppe, cui un tempo era dedicata la croce di vetta, quotata 2140 m, è l’ultima sommità verso E della dorsale delle "Dolomiti di Valdaora", in Val Pusteria.
Belvedere di prim’ordine sulla conca di Braies e sulle vette che la cingono, fino ai Monti di Casies e alle Dolomiti, ha anche interesse scientifico, a seguito di ritrovamenti geologici nella zona effettuati dallo studioso Michael Wachtler.
Per salirla, imboccammo la stradina che dal Lago di Braies s’inoltra nel bosco, lambisce l’isolato Riedlhof, di recente ricostruito, e si esaurisce in uno slargo ai piedi di un grande smottamento.
Proseguendo lungo un costone alberato e superando un ghiaione, salimmo a tornanti fino ad una sella con fienili, purtroppo quasi tutti ormai diroccati, sul bordo dell’Alpe Pra della Vacca.
Continuando sul pascolo, tagliammo verso destra la testata di una valletta e per i ripidi tornanti che da S s’inerpicano in cresta (sui quali, all'improvviso, ci si parò davanti un … ciclista, che scendeva con il suo mezzo su una traccia non più larga di una spanna), dopo 650 m di dislivello toccammo con soddisfazione la vetta, dalla cui artistica croce si gode una visuale amplissima.
Per scendere, imboccammo la traccia che divalla sul lato opposto, lungo il crinale fra la Cima e l’antistante Monte Castello di Braies, fino ad una sella prativa.
Fiori alla Woeggenalm
Per uno scosceso e umido vallone alberato, ci portammo alla Wöggenalm e per stradina forestale e da ultimo sull'asfalto, dopo cinque ore di marcia rimettevamo volentieri  piede al Lago.
Sarà stata la calda domenica estiva, l’atmosfera della zona o chissà che altro: fatto sta che ritenemmo l'anello della Kűhwiesenkopf davvero meritevole, e lo ripetemmo l'anno seguente accompagnandovi una gita sociale del CAI Cortina.

10 nov 2011

La targa sul Campanile Dimai verrà finalmente rinnovata!

La cresta SE del Campanile,
da Mietres (24 agosto 2008)
Nella splendida giornata del 31 ottobre 1999 salii (e credo che sia stata l'ultima volta) la "via normale" del Campanile Dimai, il massiccio torrione a S di Forcella Pomagagnon, ben visibile da Cortina.
Già denominato Teston del Pomagagnon, dall'inizio del '900 fu intitolato ad Antonio Dimai, la guida che il 22/8/1905 - col collega Agostino Verzi e le clienti Rolanda e Ilona von Eötvös - aprì sulla parete S una delle sue vie più impegnative.
Fu l'inizio di una storia alpinistica conclusa nel luglio 2005, quando Paolo Da Pozzo e Giuseppe Ghedina hanno aperto a sinistra della Dimai una via moderna (6+, un tiro A0 o 6c), su roccia magnifica.
Sulla vetta del Campanile, da cui è particolarmente interessante affacciarsi verso Cortina, alla fine degli anni '40 alcuni cadorini fissarono una targa di lamiera.
La targa ricordava Gemolo Cimetta, “Ragno” di Pieve di Cadore, e Giovanni Caldara, ampezzano. Poco più che ventenni, i due ragazzi erano caduti il 2/8/1947 dalla S del Campanile, probabilmente dalla Via Dimai-Verzi, e vennero recuperati dagli Scoiattoli.
Tempo fa segnalai le condizioni della targa, scolorita al punto da essere leggibile solo da chi sapeva qualcosa del fatto del '47, al segretario dei “Ragni” Ernesto Querincig, che mi comunicò l'interesse del gruppo a ricordare un suo socio storico.
Dieci giorni fa ho saputo con soddisfazione che la vecchia targa è stata prelevata, e rientra nei prossimi programmi dei "Ragni" la sua sostituzione, che avevo caldeggiato. Inoltre, una conoscente del Caldara si era offerta di contribuire alle spese di rinnovo della targa, e credo che la sua disponibilità sia ancora valida.
Classica visione
del Campanile da S
Il Campanile Dimai riserva un piccolo Eden, se paragonato alla vicina, modaiola Punta Fiames, abbastanza frequentata per gran parte dell'anno. Sul torrione ora non c’è altro che il ricordo dei due rocciatori; chi sale per le vie da S o lungo il pendio di roccette che sovrasta Forcella Pomagagnon, non dovrà mai fare a pugni con alcuno per scoprirvi un bell'angolo solitario.

7 nov 2011

Il giro di Pian de ra Spines

Dopo un ottobre splendido, la prima domenica di novembre ha portato con sè Messer Autunno, che si è mostrato in pompa magna: cielo grigio, nuvole gonfie, pioggia e - sparsa un po' ovunque - l'aria di smobilitazione che caratterizza il declino verso l'inverno.
Siccome però sostengo che, potendo, la pioggia "è sempre meglio prenderla nel bosco che guardarla dalle finestre ...", ieri pomeriggio siamo  partiti ugualmente, fidando nella buona sorte.
Niente di ardito, solo il classico "giro di Pian de ra Spines" che tutta Cortina conosce; un paio d'ore scarse senza dislivelli apprezzabili, dove si è praticamente certi di incontrare qualcuno, sia d'estate che d'inverno, col cane o il passeggino, in MTB, con gli sci o le ciaspe.
Pian de ra Spines: il tumulo a ricordo
dell'incidente aereo del 1976

Sul ponte "de ra piéncia"
Così è stato anche stavolta: la zona era abbastanza affollata e nella seconda metà del giro la pioggia ci ha raggiunto puntuale. Da un po' di tempo non percorrevo la comoda forestale che dal Ponte de ra Sia s'inoltra nel bosco verso Pian de ra Spines, affianca le larghe ghiaie del Boite, passa ai piedi del Col Rosà, doppia il ponte "de ra Piéncia" e consente di tornare al punto di partenza restando sempre nel bosco e fuori dal traffico; e devo dire che l'ho veramente apprezzata.
E poi, è la prima escursione alpina di cui conservo memoria, coi miei genitori e mio fratello sul passeggino; correva l'anno 1963!
Lungo il tragitto, per chi li sa guardare, ci sono tanti e tali spunti di osservazione (natura, panorama, storia, toponomastica) che anche il semplice giro di Pian de ra Spines, anello quasi pianeggiante che si svolge a 1300 m di quota, può garantire molta soddisfazione all'escursionista.

4 nov 2011

127 anni di Croda da Lago: note di storia

Due anni fa a Cortina avremmo potuto ricordare uno dei tanti Jubiläum (125° anniversario) amati nell'area austro-tedesca.
Dal Beco d'Aial, 24 luglio 2008
Domenica 19/7/2009 infatti sarebbe caduto il 125° della prima salita della Croda da Lago, all’epoca e per lungo tempo una delle salite dolomitiche più difficili. La palma della scalata, compiuta il 19/7/1884, spettò al Barone Lorànd von Eötvös, protagonista di molte salite sui nostri monti. Il nobile era guidato da Michele Innerkofler, pusterese che lavorava a Carbonin, base strategica per il Cristallo, da lui salito circa trecento volte prima di trovarvi una morte prematura nel 1888.
La scalata della Croda da Lago, che cede per soli sei metri il primato di vetta più alta del gruppo alla Cima d’Ambrizzola, seguì di dodici anni l’inizio dell’esplorazione del gruppo. Prima di Eötvös, infatti, William E. Utterson Kelso aveva salito con Santo Siorpaes Salvador il Becco di Mezzodì (5/7/1872), e P. Fröschels e F. Silberstein erano giunti per primi con Arcangelo e Pietro Dimai Deo sulla vicina Cima d’Ambrizzola (23/8/1878).
Prima dell'84, sulla Croda da Lago si erano già infranti i tentativi di alpinisti di grido, sconfitti perché il problema di base era giungere ai piedi della cresta che sostiene le varie cime.
Il versante E, lungo il quale si svolge la via normale, domina la conca del Lago di Federa, dove nel 1901 sorse il Rifugio Barbaria, poi Croda da Lago. In alto esso è tagliato da una lunga terrazza, dalla quale si slanciano le varie sommità, fra cui il Campanile Federa, il Campanile Innerkofler e la Croda da Lago vera e propria. 
Croda da Lago dal Rifugio Cinque Torri,
1910 circa
Il tratto che divide la terrazza dalla sottostante Monte de Federa cala con dirupi rocciosi che nell'800 non erano senz’altro valicabili (infatti, furono esplorati solo un secolo dopo, negli anni '80 del Novecento, con vie di falesia). Su quel tratto si posò l’occhio di lince di Innerkofler, che nella notte sul 16 luglio dell'84 arrivò in Ampezzo. Dopo aver esplorato la fascia basale della Croda, intuì la possibilità di accesso alla terrazza. Girò fra mughi, detriti e rocce, iniziando poi a salire e scrutando ogni ruga della montagna che lo sovrastava.
Ridisceso a bivaccare sulla terrazza, il giorno dopo notò, sul lato sinistro della cima, una torre che forma con la parete un enorme diedro, e capì di aver trovato la chiave di volta dell'impresa. Non sappiamo se giunse subito in cima; forse si spinse sul campanile antistante, o mantenne il segreto della vetta per riservare l'eventuale vittoria al suo cliente.
Il giorno 19 i due toccarono la forcella tra la Croda e la torre prospiciente, e da lì calcarono la vetta: quel giorno si avverava una grande conquista dell'alpinismo. Pochi giorni dopo, il Barone e la guida tornarono a Cortina, risalirono alla forcella divisoria, poi dedicata all'ungherese, e piegarono a sinistra guadagnando la cima del torrione gemello, che Eötvös raggiante volle dedicare alla sua guida.
L’accesso della Croda da Lago non è evidente, né semplice. Salendo da Pezié de Parù-Rocurto si può accorciare, e ciò si faceva certamente in passato, sfruttando passaggi fra i mughi e le rocce che dalla Val Negra portano all’estremo limite S della terrazza. Dal rifugio invece si traversa l’emissario del lago e lo si costeggia fin oltre un masso. Si prende a sinistra, salendo ad un canale roccioso che solca lo zoccolo e si risale fino ad una forcella, dalla quale si prosegue a sinistra per un canale-camino terroso. Sopra questo riprende il sentiero. Si supera una costola di mughi e si continua ancora per ghiaie, erba e roccette, mirando al visibile piede delle rocce. Il sentiero conduce a due torrioni, divisi da una forcella: conviene passare fra il torrione più appuntito e le pareti della Croda, portandosi poi sulla forcella che separa i due torrioni.
Il sentiero continua ancora, rimontando l'ennesimo canalone fra un gendarme e il Torrione Buzzati. Oltre lo sbocco di quest'ultimo canalone, le tracce giungono sulla terrazza della Croda da Lago: la si percorre fino alla gola che scende dalla forcella fra la Croda ed il Campanile Innerkofler, dove inizia la via normale.
Il fiuto di cacciatore di Innerkofler non lo tradì: con la salita della vetta più rilevante della catena diede inizio ad una fase nuova dell'alpinismo. Il pusterese, che nelle sue scalate aveva già toccato il IV grado, soffiò ai colleghi ampezzani un primato ambito. In breve la Croda divenne famosa e ricercata dai migliori alpinisti per la bellezza e l'eleganza delle linee di salita, più ancora che per l'effettiva difficoltà.
Merita ricordare la seconda salita della Via Innerkofler, effettuata da Gustav Euringer con Alessandro Lacedelli da Meleres undici giorni dopo la prima ascensione, e la prima invernale della stessa via. Le condizioni della scalata, condotta il 10/12/1891 partendo a piedi da Cortina prima dell'alba e ritornando a notte, furono tali da giustificarne in pieno l’inserimento fra le imprese invernali, pur essendosi svolta prima del 21 dicembre.
Ne furono protagonisti Jeanne Immink, Antonio e Pietro Dimai, che due anni dopo compì con Leone Sinigaglia la prima salita della cresta N della cima, percorso usato spesso in seguito per traversare la Croda.
Personalmente ricordo con piacere la Croda da Lago, entrata due volte nel mio carnet. Una prima volta quando, dopo la salita in sei lungo un itinerario d'incerta identificazione sul lato N, scendemmo per la Via Sinigaglia, e una seconda undici anni dopo, quando in quattro salimmo e scendemmo per la Innerkofler, la mia ultima salita di un certo impegno.
Cosa resta, 127 anni dopo, della conquista di Eötvös e Innerkofler? La via non va sottovalutata neppure oggi, poiché si svolge in un ambiente selvaggio e poco frequentato, la qualità della roccia non è mai superlativa e alcuni tratti sono esposti. Nonostante i singoli passaggi non siano proibitivi ed il panorama dalla vetta sia vastissimo, l’accesso è troppo lungo e scomodo per il metro degli alpinisti odierni, e oggi la Croda da Lago è stata messa un po' in disparte.
Dimenticata forse dagli uomini, ma non dalla storia: le sue rocce recano pagine d’oro dell'esplorazione dolomitica , e la Croda ha uno spazio importante nella storia ampezzana.

1 nov 2011

Rocchetta di Prendera a Ferragosto

Dopo anni di scarpinate, credevo (illuso!) di conoscere abbastanza a fondo la valle d’Ampezzo.
Invece solo di recente, su suggerimento di un appassionato sanvitese, ho sperimentato l’accesso da S alla Rocchetta di Prendera, la cima più elevata della dorsale omonima nel gruppo della Croda da Lago.
Penso che su questa cima salgano quasi più scialpinisti che camminatori: l'ampia e comoda sommità, infatti, si raggiunge dal Rifugio Croda da Lago in un paio d’ore per piani inclinati, detriti ed erba, senza tracce ma anche senza problemi d’orientamento.
Da San Vito invece (“dal  versante italiano”, mutuando le parole del Tenente veneziano Pietro Paoletti, quello della prima salita invernale dell’Antelao, che il 17/10/1881 compì con la guida Giobatta Zanucco Nasèla la prima "invernale" "della Rocchetta", presumibilmente quella di Prendera), si raggiunge dapprima Forcella Col Duro, fra Malga Prendera e Forcella Anbrizora.

Isy in vetta, verso il Pelmo
Da lì, per tracce scarse ma con andamento logico, si sale con un po' di fatica per ripidi detriti, che dopo 250 m di dislivello, lambendo le rocce del Becco di Mezzodì, portano in cresta e in cima, dove dal 17/10/2009 ci sono anche la croce e il libro di vetta.
Dopo esserci goduti un panorama che non teme confronti (Pelmo, Becco, Croda da Lago, Sorapis, Antelao, Cortina, San Vito, Borca e Vodo) abbiamo optato per la discesa sul versante di Cortina.
Becco di Mezzodì e Croda da Lago
dalla cima
Obliquando sotto il Becco, mirando alla Monte de Federa e traversando con una dura sgambata la plaga di Groto, che mi pare una delle zone più selvagge e belle d’Ampezzo, un misto di massi, detriti, conifere e fiori purtroppo senza animali, siamo atterrati sul noto sentiero di Forcella Anbrizora, annusando  già il “radler” che ci attendeva al Rifugio.
Dimenticavo: in cima abbiamo incontrato due persone, che come noi avevano scelto di trascorrere il giorno di Ferragosto completamente fuori dalle "vasche" senza costrutto in Corso Italia. E ci siamo riusciti tutti e quattro.

26 ott 2011

Una meta ancora raggiungibile: il Lungkofel

La croce di vetta del Lungkofel e sullo sfondo
 il Picco di Vallandro, dal Sasso del Pozzo, 12/11/2005
Il Lungkofel,  malamente detto in italiano Monte Lungo, è posto lungo il ramo della Val di Braies che sale a Pratopiazza, domina i  Prati Camerali e si eleva a quota 2282 m.
La cima appartiene al gruppo del Picco di Vallandro e tramanda un fatto storico che, seppure mai ufficialmente asseverato, riveste una curiosa  importanza per la cronologia dell’alpinismo.
Si tratta della memoria del passaggio in zona, nell’estate 1790, del Barone Franz von Wulfen (Belgrado 1728 - Klagenfurt 1805), botanico, geologo e alpinista austriaco, scopritore della Wulfenia carinthiaca e della wulfenite.
Secondo le fonti, dal pianoro dell’Alpe Serla il solitario pioniere sarebbe montato in vetta al “Landkogel”, che si è potuto in seguito individuare, con un discreto margine di sicurezza, nel Lungkofel.
Una tradizione inveterata affermerebbe che  fu quella, e non l'Antelao o il Pelmo quindi, la prima elevazione dolomitica salita a scopo puramente alpinistico-sportivo.
Oltre che per la storia e l'ascensione, non difficile né eccessivamente frequentata, il Lungkofel interessa per la  parete W, alta quasi 400 m, che incombe verticale e giallastra sui diruti Bagni di Braies Vecchia. Tra la fine degli anni '40 e i primi anni '50 del secolo scorso, essa è stata salita per due vie da Marino Dall’Oglio e per una terza, più difficile, da Hans Frisch, ma  è lecito credere che oggi non vi si avventuri più nessuno.
Il Lungkofel si può salire, con una camminata abbastanza lunga ma senza passaggi di roccia, partendo dai Bagni di Braies Vecchia, passando per  Malga Pozzo e seguendo per buona parte  l'accesso al prospiciente, noto Monte Serla.
Per la posizione abbastanza isolata, anche il nostro monte, come il Serla, svela dalla sommità un bel panorama a 360° sul Picco di Vallandro, sul lato N della Croda Rossa d’Ampezzo, sulla valle di Braies e sulle Dolomiti di Valdaora.
La parete W del Lungkofel
dai Prati Camerali, 12/11/2005
La sua salita può essere combinata con quella del Serla, che lo sovrasta di circa 100 m (le due cime distano circa 45 minuti), in una gita pregevole e gratificante.
Finché non nevicherà troppo, il Lungkofel, a mio giudizio, si può ancora salire: senza dubbio offrirà a chi lo va a conoscere una buona soddisfazione alpinistica, panoramica e, perché no, anche storica.

24 ott 2011

Il bivacco dei cacciatori

Domenica mattina, a causa della temperatura, la nostra voglia di salire in alto non era molto elevata; perciò, giusto per sgranchirci le giunture, ho proposto una camminata lungo il suggestivo tratto iniziale della Valfonda, ai piedi delle pareti N del Cristallo.
Sul greto del rio un pallido sole ci ha dato un po' di carica ma, giunti al bivacco dei cacciatori di Auronzo e Misurina (sempre aperto, internamente lordato da un sacco di graffiti idioti. Un suggerimento: non sarebbe meglio chiuderlo e lasciarlo in uso a chi ne ha rispetto?), il terreno era imbiancato e la tagliente aria del nord si è fatta subito sentire.
Presso il bivacco, all'ombra del Cristallo
23/10/2011
Comunque la camminata, breve e tranquilla poiché   doveva fare da  aperitivo, ci ha soddisfatto; abbiamo rivisto un luogo da cui mancavamo da tempo, e ne abbiamo approfittato per scattare numerose foto alle crode circostanti, ormai impallidite nella luce d'autunno.
Salendo al bivacco (che vidi per la prima volta, mi pare, nel '71), fra tanti pensieri  non ne è mancato uno a Michele Innerkofler, che fu uno dei grandi personaggi dell'alpinismo dolomitico ottocentesco.
Nella sua breve vita, la guida pusterese partì per 300 volte e più  dall'Hotel Ploner dove lavorava, da solo o coi clienti, percorse a passo spedito il greto del Rio Valfonda, risalì la lunga valle e il ghiacciaio fino al Passo del Cristallo e scalò la "sua" cima, rientrando  a Schluderbach con oltre tre chilometri e mezzo di dislivello nei garretti.
Erano sgambate d'altri tempi, oggi difficilmente riproponibili, e  meritano tutta la nostra ammirazione!

22 ott 2011

Alla riscoperta dei Tonde de Cianderou

Sono già trascorse alcune stagioni da quando riscoprimmo una meta che avevo visitato una volta sola, oltre 20 anni prima, e vi passammo una giornata così piacevole da farci dire, come accade quando i luoghi piacciono "ci torneremo senz'altro ..." : i Tonde de Cianderou.
Oggi i Tonde, sono un orizzonte familiare: da qualche anno, durante la settimana, li ammiro ogni giorno e in ogni stagione dalla stazione delle autocorriere, guardando le pendici di Tofana de Inze verso NW.
Si tratta del verde cupolone che si eleva sul dosso declinante da Tofana verso Fiames. Non è una cima vera e propria, ma ha la sua quota (2273 m) ed è ben sforacchiata da opere militari, giacché vi si combatté duramente nel corso della Grande Guerra.
Verso i Tonde dal Castel de Podestagno,
3 aprile 2011
Dai Tonde la cresta continua, scavalca una cima rocciosa 150 m più elevata, Ra Zestes, e cala poi su Forcella Ra Vales, al margine della omonima conca; sul lato opposto invece si abbassa fino ad esaurirsi sul Passo Posporcora, tra Fiames e la Val de Fanes.
Su quella che dovrebbe essere la quota più elevata, c’è un particolare: una grotta artificiale molto alta, che nella nostra visita trovammo riempita da una pozza d’acqua profonda e trasparente, un fascinoso laghetto d’alta quota. In alto sulla grotta, anni fa poi l'appassionato Renato Schiavon collocò una madonnina, a protezione dei viandanti.
Si raggiunge quota 2273 deviando dal largo sentiero, quasi carrareccia, che unisce Cianderou col Passo sopraddetto. Il sentiero che sale ai Tonde, una traccia militare ben conservata, è  numerato col 446 e di recente è stato ripulito. Esso supera una ripida fascia prima boscosa e poi di mughi, ed infine un valloncello d’erba e detriti. Dal Lago Ghedina, col nostro passo, impiegammo circa 2,30 ore per 825 m di dislivello. La gita, compiuta in assoluta solitudine pur essendo piena estate, ci lasciò un'ottima sensazione: il colpo d'occhio, il silenzio e la pace che offrono certe zone anche nella Cortina più affollata sono divenuti merce rara!
Oggi ne scrivo perché un'appassionata che sale sui Tonde almeno tre volte l'anno, anche in ricordo del padre che l'accompagnò per la prima volta tanto tempo fa, data la buona frequentazione dei Tonde mi ha suggerito l'opportunità di collocare in vetta un piccolo libro.
L'idea è interessante: ovviamente ora è un po' tardi, ma per il 2012 potrebbe essere un impegno, di privati o del CAI. In cima non c'è una croce, e un libretto dove registrare un po' di storia dei Tonde de Cianderou non ci starebbe poi male.

20 ott 2011

Sulle malinconiche Ciadenes

Le bizzarrie meteorologiche di questi anni possono tavolta consentire di stare in camicia a quasi duemila metri, un mese prima di Natale.
Riposo sulla casamatta
Ci capitò un 26 novembre, giungendo  per l’ennesima volta sulle "nostre" Ciadenes,  fitto e ripido dosso boscoso che domina l'antica chiesa di Ospitale e per molti anni, in apertura o chiusura di stagione, ci dava l’occasione per una gita di media lunghezza e impegno alpinistico, apprezzabile per ambiente, panorama, tranquillità.
Quel 26 novembre, dopo il meritato riposo al sole che inondava il dosso e la consueta visita alla casamatta eretta lassù in tempo di guerra, scegliemmo di scendere per la traccia militare che cala a N. Pestammo così la prima neve su terreno ancora morbido e incrociammo un camoscio, che balzando dall’alto smosse una certa quantità di pietre, fonte di un minimo d'inquietudine.
In discesa verso la Val di Gotres
Giunti in Val di Gotres, seguendo le orme sul velo  di neve che imbiancava la strada, calammo veloci a Rufiedo a rivedere il sole, e fu giocoforza tornare faticosamente a Ospitale a piedi.
Fu un 26 novembre non improbabile da vivere, soprattutto sulla fascia soleggiata fra Podestagno e Ospitale, ma sicuramente bizzarro. 
A 2000 metri, a mezzogiorno, stemmo tranquilli in camicia per una buona mezz’ora, mentre intorno a noi la neve imbiancava già cime, forcelle e valli da una certa quota in su, e la SS 51 era in piena ombra.
La pace delle Ciadenes,  solitamente assoluta,  fu rotta solo per qualche istante da un elicottero, che volava basso verso S. Per un po’ vigilò sui nostri passi anche il solenne, alto volteggiare di un’aquila: una presenza piuttosto rara, sempre attraente per chi passeggia guardandosi intorno.

16 ott 2011

Knollkopf, ovvero la magia dell'autunno

E' la quarta o quinta volta (seconda dal 2008) che, in attesa dell'inverno, indirizziamo i nostri passi verso un'elevazione del gruppo del Picco di Vallandro che forse avrà scarsa importanza per i "palati fini", ma riteniamo meritevole, per il panorama e anche per il dislivello contenuto (quest'anno va così ...)
In vetta, 16/10/2011
L'elevazione è il Knollkopf o Col Rotondo dei Canopi, che dall'alto dei suoi 2204 m domina il sottostante, notissimo pianoro di Pratopiazza.
Oggi, per la prima volta, abbiamo diviso la vetta con alcuni locali: altrimenti, la lunga cresta di magro pascolo, detriti e mughi che costituisce la cima, lambita dal sole e dal vento, sforacchiata da resti di guerra e, grazie alla posizione, prodiga di un gran panorama verso Cortina, la Pusteria e il Cadore, è sempre stata soltanto per noi.
Verso la vetta salita, 16/10/2011
Sarà la traccia della via normale, di cui pare nessuno si prenda cura; sarà che per salire ci sono ben poche indicazioni, sulle guide e sul terreno; sarà che il Knollkopf deve cedere per fama ai gettonati Strudelkopf e Durrenstein, le altre due montagne di Pratopiazza ...
Secondo noi, però, arrivarci dall'altopiano, dopo una via normale non lunga ma neppure banale (soprattutto con terreno gelato), e godersi a quasi 180° l'impervio versante pusterese della Croda Rossa, arricchisce la gita in misura ideale. 
Ci piace pensare che quella di oggi, una bella giornata rubata alla stagione avanzata, non sarà proprio l'ultima occasione in cui abbiamo inspirato l'aria fine d'autunno da una cima poco nota, ricca di sole e di silenzio.

14 ott 2011

Vittorio De Zordo: “Il Bosconero - 30 itinerari per escursionisti e alpinisti”, per conoscere un gruppo selvaggio

Autore di questa guida, agile ma completa, adatta all’escursionista che non desidera allontanarsi troppo dal fondovalle ma anche all’alpinista che non disdegna corda e moschettoni per salire le cime o percorrere i “viaz”, è Vittorio De Zordo, finanziere quarantaseienne nato e cresciuto in Pusteria, ma con evidenti radici cadorine di Cibiana.
Appassionato di montagna, pratica l’attività escursionistica ed alpinistica d'estate come d'inverno. Socio dal 1976 del CAI Brunico, è Accompagnatore Nazionale di Alpinismo Giovanile, consigliere sezionale e responsabile del notiziario sezionale InfoCai. Con questo volume ha voluto "tornare alle origini", omaggiando le montagne della terra dei suoi padri: e direi che vi è riuscito bene.
Uscito nel giugno scorso nella collana “Itinerari alpini” di Tamari Montagna, "Il Bosconero" contiene proposte escursionistiche facili e meno facili nel gruppo dolomitico, ancora abbastanza impervio e non troppo conosciuto, che si estende fra il Boite, il Maè ed il Piave. E' stato presentato dal professor Guido De Zordo il 10 agosto durante la festa di San Lorenzo a Cibiana, poi il 21 agosto al Rifugio Casera Bosconero e infine il 22 settembre a Fusine di Zoldo.
La guida giunge opportunamente ad aggiornare e integrare il capitolo dedicato da Giovanni Angelini e Piero Sommavilla in “Pelmo e Dolomiti di Zoldo” (1983) della collana “Guida dei Monti d’Italia” a uno fra gli angoli meno contaminati delle Dolomiti Bellunesi, dove (è notizia di questi giorni) hanno trovato casa tre orsi e la lince.
In essa trovano spazio ben trenta itinerari, dalla camminata semplice e breve alla salita alpinistica fisicamente, se non tecnicamente impegnativa, su tutti i versanti del gruppo: Canal del Piave, Val di Zoldo, pendici del Monte Rite.
Vi si trovano illustrate le vie di accesso alle principali cime raggiungibili con passaggi fino al III, ai rifugi, ai bivacchi e alle casere, oltre ad informazioni ambientali e naturalistiche, box di approfondimento sulle peculiarità della montagna e delle genti che vi abitano, un inquadramento geografico ed una breve storia alpinistica della catena.
Sfogliando con curiosità questo omaggio ad una porzione di "Dolomiti insolite", mi sono venute in mente con soddisfazione alcune salite alpinistiche compiute su quelle montagne, che consiglio a tutti gli appassionati: il panoramico Sassolungo di Cibiana, gli Sfornioi Nord e di Mezzo, il Sasso di Bosconero, cime dove non è improbabile ritrovarsi ancora per intere giornate in silenzio e in solitudine.

10 ott 2011

Tone Belòbelo: guida, portatore, dandy


Non so se Tone sia uno di questi cinque portatori ... 
(Salendo al Nuvolau, estate 1891)
Antonio Soravia, per gli ampezzani "Tone Belòbelo", nato 190 anni fa e morto nel 1903, fu uno dei primi portatori di Cortina.
Non so a quando risalga l'inizio della sua attività alpinistica: non ho mai cercato conferme, indubbiamente non facili da trovare, della sua presenza su cime o rifugi.
Comunque, nel primo elenco delle guide attive in Ampezzo (1876), il suo nome non c'è. Nel ritratto delle guide attive nel 1893, invece si vede in seconda fila: aveva 72 anni! Nella fotografia scattata alle Grotte di Volpera nel 1897 (vedi la colonna a fianco), infine, data l'età avanzata, manca di nuovo.
Alla storia, più che per imprese di rilievo - che forse non fece mai - Soravia passò come un uomo che esercitò i mestieri e servizi più diversi (fra i quali, probabilmente, fece “anche” il portatore), e per lo stile di vita, che ne fece un personaggio dell’Ampezzo  "belle epoque".
Indagare la vita, sua come di altri colleghi, non è agevole, giacché il ceppo familiare è estinto, non so se vi siano eventuali libretti di guida, e mi pare arduo - acquisite le poche notizie esistenti - inquadrare la figura di quest’ampezzano del secolo XIX, come attore o comparsa dell’alpinismo locale.
Così mi piace credere  che fosse magari un "dandy", noto per motti di spirito e apprezzamenti anche salaci, disposto a guidare fino a settant’anni e più i clienti - o meglio, le clienti ... - alle Grotte di Volpera, a quella della Tofana, alla Porta del Dio Silvano, ai Cuaire o, arditamente, fin sulla Tofana o altre cime.
Mi pare di vederlo - giunto su qualche vetta - dissertare coi “touristi” di strambe avventure alpestri, dando magari di bocca alla fiaschetta ed assaporando infine beato la pipa sotto le nuvole.
Mentre i clienti infilano orgogliosi i biglietti da visita sotto l'ometto di vetta, fotografano, studiano il tempo, le rocce, le piante, Tone, portatore alpino classe 1821, li guarda e se la ride compiaciuto.

4 ott 2011

Il Pelmo, Alberto e Aldo: i pensieri di un'amica


Il Pelmo, parete N, dal Col de la Puina
(foto E. Majoni, 27/9/2009)
Per moltissimi anni, la mia giornata iniziava con il Pelmo davanti agli occhi; non c’era mattina che non mi sedessi al solito posto, con la tazza fumante del caffelatte, e mi beassi di quanto vedevo dalla finestra: il Pelmo in tutta la Sua maestosità!
Ogni giorno pensavo e ripetevo: “non potrei mai iniziare la giornata senza questa visione”, per quanto lo veneravo.
Da quel terribile 31 agosto di quest’anno, però, è più forte di me: quando si contorna all’orizzonte il Suo profilo, io non reggo lo sguardo, non ce la faccio, abbasso gli occhi pieni di lacrime e guardo avanti.
Non so perché ho questa reazione, me lo sono chiesto molte volte, ma non riesco a trovare una risposta che mi convinca: è l’imbarazzo che si prova davanti ad una persona di cui si sono venute a conoscenza cose molto intime, che non fa piacere che altri sappiano.
Ma... per il Pelmo? Che c’entra? Non lo so, forse col tempo capirò, forse qualcuno me lo spiegherà.
Di fatto, da quel giorno, Alberto e Aldo non sono più fisicamente con noi.
Sono nel pensiero, nel cuore, nello strazio, nella difficoltà di dover andare avanti senza la loro presenza.
Com’è lacerante considerare che non li incontreremo più, magari per caso in una baita sperduta, oppure a una cena, o per strada o in un qualunque posto del Mondo…
Lo spallone E del Pelmo, da Malga Ciauta
(foto E. Majoni, 26/12/2010)

Dove sono adesso Alberto e Aldo?
Mi piace fantasticare che i loro spiriti si rincorrono fra le guglie, i canaloni, sospinti da un vento giocoso e dispettoso insieme; mi incanta pensare che il sorriso scanzonato di Alberto stuzzichi il più serioso Aldo e lo trascini in divertenti scalate quando il tramonto arrossa la dolomia e li intravedo mentre aspettano l’alba e si beano dell’infinito che hanno attorno.
Voglio pensarli al riparo in un anfratto ben protetto, mentre lampi tuoni e tempesta sconquassano fino alle fondamenta la montagna, mentre aspettano che si calmi il finimondo, per poi riaffacciarsi e specchiarsi nella volta celeste; oppure affascinati dal luccichio delle stelle che ammiccano, persi ad ammirare lo splendore della luna che si riflette su un lastrone.
Chissà come percepiranno il lieve scendere della neve, il turbinio dei fiocchi, la quiete che regna attorno a questo evento così magico, che ancora ha il potere di incantarmi, di farmi provare le emozioni che vivevo da piccola quando nevicava.
Allora era una festa, lo è anche adesso per me: adoro la neve, il suo biancore, il suo silenzio, il freddo pungente, questa soffice coltre bianca che uniforma tutto, che stende un pietoso velo su tutte le brutture, che fa diventare bello anche il posto più squallido.
Forse si fermeranno affascinati a osservare le luci fioche dei paesi lontani, giù nella valle, cercheranno di indovinare qual è, fra il groviglio di case, la loro; forse rammenteranno la loro infanzia, magari penseranno ai Natali trascorsi, al presepe, all’albero di Natale..
E forse per una sola notte, la notte Santa, il Signore, nella Sua immensa bontà, permetterà ad essi di infilarsi dolcemente nei sogni dei loro cari per stringerli in un morbido abbraccio, il cui ricordo resterà addosso al risveglio e incancellabile nel tempo.
Dove sono adesso Alberto e Aldo?
Sono nel cuore delle persone che li hanno conosciuti, stimati, amati.

3 ott 2011

Grazie, Salzla, per quanto ci hai dato!

Cos'è poi il Salzla, o Monte di Tesido? Solo un "modesto ripiano prativo", una facile sommità erbosa con una croce, un tavolo e una panca, mezz'ora sopra l'affollata (Nuova) Malga di Tesido in bassa Val Casies.
Salendo sul Salzla, 2/10/2011\
Ma si è rivelato il luogo ideale per una gita tardo-estiva, in una giornata eccezionale di sole e di silenzio; una meta che fino ad oggi avevo snobbato, ma ora conserverò senz'altro nello scrigno delle cose più care.
Non è certamente una cima da esibire, ma un angolo del mondo dove ci si può rifugiare per apprezzare la Montagna. Grazie, Salzla, per quanto ci hai dato!

28 set 2011

Frankfurter Würstl o Salsiccia di Francoforte, una meta d'altri tenpi

Ispirato da una cartolina che vidi nel 2010 su un banchetto a Montagnalibri a Trento, stavolta scrivo due righe su un luogo che ho avuto occasione di conoscere per la prima volta ventisei fa, dopo aver superato con Sandro e Ivano lo spigolo NNO (Innerkofler-Biendl) del Monte Paterno.
Sulla cartolina, che ad occhio e croce potrebbe risalire al 1910 ed è colorata a mano come era costume dell'epoca, alpinista che sta scendendo sulla corda dalla Frankfurter Würstl o Salsiccia di Francoforte.
La Salsiccia di Francoforte,
con la Torre di Toblin sullo sfondo
La montagna con questo strano nome è un minuscolo e aguzzo campanile che si erge sulla cresta del Paterno a poca distanza dalla Drezinnenhűtte, oggi Rifugio Antonio Locatelli-Sepp Innerkofler.
A fine '800 nell'ambiente alpinistico il campanile, alto circa quindici metri e poco rilevante ma non proprio banale, era piuttosto rinomato.
Le guide pusteresi, e probabilmente anche quelle ampezzane, usavano portarvi i clienti prima di salire qualche itinerario impegnativo sulle montagne vicine, per sincerarsi che l'indomani riuscissero a superare certe difficoltà e non avessero a che fare con intrattabili zavorre.
Sulla Salsiccia, dove c'è posto solo per due persone, ho messo i piedi due volte, ma all'epoca non era d'uso scattare fotografie e così oggi non posso testimoniarlo.
Quando ho visto la cartolina, non ho resistito alla tentazione di acquistarla, per ricordare quella giornata, quando su quelle rocce mi parve per un momento di avere accanto a me i pionieri delle Dolomiti.

25 set 2011

Due passi verso il paradiso

Anche se l'avvicinamento è proprio breve (30 minuti di comoda carreggiabile, 90 m di dislivello ...) per noi vale sempre la pena raggiungere la Talschlusshütte (1540 m) in Comune di Sesto Pusteria, meta della nostra gita odierna, in una tiepida giornata di questa estate che fa fatica a cedere all'autunno. 
Vale la pena per la posizione della capanna: nel pianoro che conclude la Val Fiscalina ci si trova, infatti, all'ingresso del Parco Naturale delle Dolomiti di Sesto e si gode di un gran panorama. La capanna sorge ai piedi della Cima Una, dalla quale nell'ottobre 2007 rovinarono a valle migliaia di metri cubi di roccia, coprendo di polvere boschi, prati e case ma senza causare altri danni: intorno ad essa, poi, si alzano vette su cui sono state scritte notevoli pagine di storia alpinistica e bellica, dalla Croda Rossa di Sesto a Cima Una, fino all'imponente Punta dei Tre Scarperi.
La capanna offre attrazioni per grandi e piccoli: d'estate c'è un parco giochi e animali sui prati, d'inverno vi si può giungere con la slitta a cavalli, sciare lungo la pista di fondo che parte da Moso, camminare sulla neve in uno scenario ammantato di bianco.
Al rifugio, 25 settembre 2011
E ancora: lo chef propone numerosi piatti, sia tradizionali sia innovativi, oltre alle consuete leccornie locali; all'interno, infine, c'è una grande stube e alcune stanze foderate di legno che ricordano Heidi.
In poche parole, alla Talschlusshütte, molto nota e affollata tanto d'estate quanto d'inverno, ci si trova in un ambiente alpino piacevole e allettante.
Nonostante la strada da Cortina richieda il doppio della passeggiata e non sia sempre facile parcheggiare nel Piano Fiscalino, se non si ha voglia di camminare l'escursione merita un pensiero, che noi abbiamo già fatto alcune volte, in entrambe le stagioni. 
E ogni volta pianifichiamo di tornarvi, per salire al Rifugio Zsigmondy-Comici, al Locatelli, ai Prati di Croda Rossa o ancora più su, verso le grandi cime ...

24 set 2011

Una cengia che non c'è più

Nel luglio '94 mi ero messo in testa di festeggiare a modo mio un centenario alpinistico: volevo salire sulla Punta Marietta, misconosciuto campanile che spicca sul crinale della Tofana de Rozes e si vede molto bene dal versante S della valle d’Ampezzo.
La Punta, battezzata in guerra dagli Alpini, che la occuparono a scopo strategico il 2/8/1915, era stata conquistata il 4/7/1894 da J. Müller con Angelo Zangiacomi Zacheo, ampezzano, e Luigi Bernard, fassano. Pare che, come spesso accadeva, le guide fossero già salite sul torrione, per preparare la conquista al cliente.
Dopo quest’itinerario, ne fu aperto un secondo nel 1923 dal solitario cadorino Oliviero Olivo, e pare anche un terzo negli anni '60 da Bruno Menardi “Gim”, custode del Rifugio Cantore fino al 1972, ma la Punta non ha sicuramente mai riscosso il favore del pubblico.
Portatici al Rifugio Giussani, rimontammo quindi il conoide ghiaioso, ripido e senza tracce, a destra della Marietta e ci aggirammo a lungo sul suo lato N, dove avremmo dovuto trovare l’attacco della via, che a dire il vero non riuscivamo a vedere.
Andammo allora a cercare l’inizio della via Olivo, a sinistra di una parete gialla e verticale, sotto una striscia nera da stillicidio d’acqua.
Lo scoprimmo, e così – opportunamente attrezzato - mi avventurai sull’esposta traversata che dà l’accesso alla via. La qualità della roccia però mi convinceva poco e così, dopo aver spaziato con lo sguardo a destra e sinistra, tormentato dai dubbi e dal freddo di quella mattina d’inizio estate e dato che l'amico non se la sentiva di guidare la cordata, decisi seduta stante di lasciar correre.
Facemmo merenda sulla panoramica forcella fra la Punta Marietta e la Tofana, dove occhieggiava ancora un po’ di neve, e scendemmo per un ghiaione con salti rocciosi e tracce di passaggio.
In basso incrociammo la cengia che gli scalatori saliti per il I Spigolo ed anche la maggior parte di chi saliva il Pilastro o il III Spigolo, utilizzavano da cinquant'anni per scendere al Rifugio.

La cengia, com'era
(foto E. Maioni)
Per la cengia, sottile ed esposta, tornammo al Rifugio Giussani, dove una birra contribuì a festeggiare una giornata riuscita a metà ma ugualmente interessante per l'esplorazione.
Dal 7 settembre scorso la cengia non è più percorribile, a causa di un'ennesima, cospicua frana. Per la discesa dalle vie, ora ci sono due opzioni, secondo la via salita (sicuramente nessuno farà il nostro giro del '94...).
Per chi esce dal I Spigolo le guide consigliano di seguire una cengia più alta, segnata con ometti, che porta alla forcella tra Punta Marietta e il torrione senza nome ad essa addossato.
La zona della frana
(foto E. Maioni)
Lungo il percorso, già utilizzato in tempo di guerra, si incontrano ancora resti di opere belliche.
Chi invece esce dal Pilastro o dal III Spigolo può puntare direttamente alla forcella a sinistra e in alto rispetto a Punta Marietta, rimontare il canale segnato con ometti a sinistra (W) della Punta e uscire sulle ghiaie, dalle quali si scende al Rifugio senz'altri problemi.
Concludendo: dobbiamo prendere atto che un altro frammento d'ambiente e di storia alpinistica ampezzana se n'è andato!

19 set 2011

Alpinismo carsico


La vetta del Monte Cocusso
Sabato scorso con mia moglie ho rivisitato, dopo anni, il Monte Cocusso-Kokos, la cima che dall'alto dei suoi 672 m è la più alta del Carso, oggi libero dai lacci della frontiera jugoslava e arricchito dal 1999 dal rifugio Planinska Koca na Kokosi.
Dopo la breve e simpatica traversata da Pesek a Grozzana mi è sorta spontanea una riflessione sul mio "alpinismo carsico".
Studiando a Trieste, per qualche anno risiedetti in riva al mare, ma non volevo né certamente potevo dimenticare i monti. Ed è noto  che Trieste, in fatto di monti, la sa lunga.
Così, in compagnia di vari amici con cui dividevo la stessa passione, mi fu dato di esplorare vari angoli del Carso, salendo anche alcune vette di cui ho simpatici ricordi.
Al rifugio Koca na Kokosi, 674 m
Non sconfinammo mai in Jugoslavia, oggi Slovenia, dove le crode sarebbero state più alte e “alpine”, ma anche nel circondario della sede universitaria avemmo belle occasioni per passare alcune giornate sui monti.
Ricordo il Monte Ermada presso Sagrado, noto per i fatti della Grande Guerra, salito un 24 maggio con un caldo feroce; il Monte Lanaro, il citato Cocusso, prossimi alla frontiera, il Cippo Comici in Val Rosandra, varie “Vedette” e altro.
Niente Sabotino, al tempo jugoslavo, e neppure Monte Santo: ricordo però numerose piacevoli vie in Val Rosandra, la storica palestra dei triestini, e in altre palestre dei dintorni come Sistiana e Doberdò.
Oltre alle passeggiate in una zona che offre molteplici possibilità agli amanti dell’escursionismo, non scordo poi i dopo-gita nei locali che punteggiano il Carso.
Fra essi, oltre al Rifugio Premuda all’imbocco della Val Rosandra, che con i suoi 80 m di quota è il più basso rifugio CAI d’Italia, non mancammo di battere le note “osmize”, che in primavera offrivano vino, uova, salumi, formaggi e quanto serviva a coronare una giornata all’aria aperta, prima di ritornare ad arrovellarci sui libri.

8 set 2011

Pausa di riflessione

In questi giorni non ho più tanta voglia di alimentare questo blog con pensieri, riflessioni, storie e quant'altro.
Dopo la tragedia di Alberto e Aldo sul Pelmo, sembra diventato tutto triste anche se è ancora estate, nuvoloso anche se c'è il sole, vuoto anche se la nostra vita continua, e deve continuare.
Non appena passerà questa malinconia, tornerò anch'io in montagna.
Ciao a tutti.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...