26 gen 2015

Prima ascensione invernale della Cima O dei Brentoni

Domani cadrà un anniversario importante per la storia europea, il settantesimo della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz per merito delle truppe dell'Armata Rossa, consacrato con il "Giorno della Memoria". 
Questo blog si occupa di montagne e delle loro vicende; perciò, senza voler dimenticare la Grande Storia, oggi ricordo un anniversario di storia minore, scoperto per caso leggiucchiando una guida alpinistica: i quarant'anni dalla prima salita invernale della Cima O dei Brentoni, tra Cadore e Carnia, compiuta dai friulani Giovanni Pontel e Giampaolo Sclauzero con Luciano Scagnetto e Italo Trevisan, il 26 gennaio 1975.
Mi piace qui ripensare agli amici Gianni e "il Grigio", appassionati alpinisti che conobbi nell'85 - iniziando il servizio civile ad Aiello del Friuli - e con i quali feci alcune salite sulle Alpi Carniche (Creta Cacciatori, Torre Val d'Inferno, 2° Torrione dei Longerin, Monte Verzegnis), Dolomiti,  Alpi Giulie (Cima Piccola della Scala, Vetta Bella) e Prealpi, conoscendo spesso zone poco note.
Ho rivisto entrambi, dopo un po' di tempo, a Cervignano alla fine di novembre del 2013, e mi ha emozionato rivivere con loro qualche frammento della nostra amicizia. 
La prima invernale del '75 riguarda la via normale per cresta O della quota maggiore dei Brentoni, una bella dorsale dolomitica che incornicia l'Altopiano di Razzo. La via, percorsa in discesa da G. Baldermann e compagni nel 1898 e poi in salita da Antonio Berti e Rossi nel 1914, è godibile e varia, su roccia salda e mai esposta, piuttosto nota anche perché abbastanza breve.
Cima O dei Brentoni, scendendo da Casera Doana,
giugno 2010
Noi la facemmo in discesa ai primi d'ottobre del '95, dopo avere salito la cresta SO e lo spigolo S della stessa cima, un pochino più impegnativi ma sempre divertenti, in un contesto in cui le crode, i pascoli e i boschi sottostanti risplendevano dei languidi colori dell'autunno. 
40 anni da una parte e 20 dall'altra, dunque: legati ad una cima che non ho più salito, ma ho rivisto altre volte e ammiro comunque ogni qualvolta passiamo per l'altopiano di Razzo.
Il pensiero di oggi va quindi alla solitaria Cima O dei Brentoni, a quella ascensione semplice ma non banale che gli amici "della Bassa" fecero per primi d'inverno tanto tempo fa, alle altre cime che conobbi grazie a loro, agli anni ... che sono volati via "corti come giorni".

22 gen 2015

Angelo "Nèno", la guida della "belle époque

Angelo Colle, della famiglia detta "Nèno", era nato in Ampezzo del Tirolo nel 1869. Nel 1905, la Sektion Ampezzo del Deutsch u. Oesterreichischer Alpen Verein lo autorizzò a svolgere l'attività di guida di montagna, pare dopo reiterati tentativi di conseguire la licenza: nella “Guida della Valle di Ampezzo e dei suoi dintorni” dello stesso anno, infatti, Colle figura ancora  - insieme ai giovani Arcangelo Colli (1876), Celestino de Zanna (1877), Florindo Pompanin (1875) e Baldassare Verzi (1877) - fra le “Guide aspiranti”. 
Andò per monti con clienti sino a sessant'anni e più, e per un periodo custodì anche la Tofanahütte, ribattezzata nel 1921 Rifugio Gen. Antonio Cantore sulle Tofane. A Colle viene ascritta un'unica prima salita: la quinta delle sei Cime di Furcia Rossa, poste nel gruppo di Fanes lungo il confine con il comune di Marebbe, su cui la guida accompagnò, il 6 agosto 1909, i clienti di lingua tedesca W. Thiel, H. Jung e Ph. Kleyensteuber. 
Durante la Grande Guerra, la cresta lungo la quale si allineano le Cime di Furcia Rossa, alle spalle della Tofana di Dentro, fu presidiata dall'esercito austro-ungarico, il quale le collegò con un percorso di arroccamento, risistemato e attrezzato negli anni Settanta del '900 con il nome di “Via della Pace”. 
Angelo Colle "Nèno" (1869-1960) 
(da Fini-Gandini, Le guide di Cortina d'Ampezzo, 1983)
Di Colle, spentosi novantenne, più che quello di ardite imprese, resta il ricordo di un singolare rappresentante della “belle époque” di Cortina, nei fortunati anni tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. Oggi nella conca il suo ceppo familiare non c'è più: chi scrive non conobbe il padre, ma ricorda bene il figlio Sisto, che fino a settant'anni suonati svolse l'attività di medico dentista nell'ambulatorio di fronte all'Albergo Aquila. 
Del "Nèno" non si possono scordare l'impressione che faceva quando lavorava sulla bocca - con i suoi occhiali spessi un dito. che ne rendevano gli occhi giganteschi allo sguardo di un bambino - e il ronzio del vecchio trapano a corda, con il quale operò fino al pensionamento.

18 gen 2015

El Clara e la Cortina che non c'è più

Conpagno, Fagno, Iérghele da Gòas, Nane Maghintar, el Tré de chi de Jèpe: dietro questi singolari, quasi criptici nomi, si nascondono vecchi personaggi, di Cortina o che lavorarono a Cortina e la generazione dello scrivente ricorda vagamente o, più spesso, ha sentito soltanto nominare dagli anziani. 
Ce n'è un altro che in valle d'Ampezzo, chi viaggia oggi oltre i 50 non può non aver notato almeno una volta, dato che, per diversi mesi l'anno, viveva praticamente in piazza. 
E' colui che ho appurato essersi chiamato Adolfo Demenego (di Caterina “de Clara” da Verocai), detto da alcuni semplicemente “el Clara”. Classe 1893, arruolato nel Genio Militare durante la Grande Guerra e inviato come bracciante in Sicilia, aveva un fratello, Michele, che fu uno degli oltre centoquaranta caduti ampezzani nel conflitto perché morì trentenne di tifo a Innsbruck nel 1915. 
Demenego era un commerciante. Solo stagionale, poiché d'estate appoggiava a uno dei pilastrini che limitavano il sagrato della Chiesa Parrocchiale verso Corso Italia un banchetto, sul quale esponeva bustine di stelle alpine, sacchetti con fiori di lavanda e altri souvenir del genere; d'inverno, invece, saliva di qualche passo verso nord e, nello slargo davanti all'Hotel Royal, sistemava l'armamentario per cuocere e vendere caldarroste. 
Primi '900: lo spartineve a cavalli
(da Richebuono G., Storia di Cortina d'Ampezzo, 1974)
Così stagione dopo stagione, per molti anni; sempre infagottato in vestiti modesti, col cappello in testa e negli ultimi tempi gli occhiali; alla sera raccoglieva con ordine la sua mercanzia e spariva. 
Si diceva che d'estate vivesse in una casupola di legno e lamiera sul pascolo dei Rònche a Socòl, andata poi misteriosamente bruciata, e d'inverno occupasse una stanza in una casa sotto il Municipio. 
Si diceva anche che alla sua morte, nel 1975, avesse lasciato un cospicuo patrimonio. 
Se ne disse più di una di quel, tutto sommato, pover'uomo. A me pare ancora di vederlo mentre si scaldava le mani, nei crudi inverni tra gli anni '60 e '70, intorno al suo banchetto davanti al Royal, protagonista di una Cortina che non c'è più.

15 gen 2015

Discesa con gli sci tra le Cime di Marcuoira

Quanto a salite e discese con gli sci dalle montagne ampezzane, va ascritta agli appassionati nostrani Bruno Corona e Co. la (seconda) discesa del poco invitante canale che, prendendo avvio da una forcella di cresta erbosa e tuttora innominata (!), separa le due Cime di Marcuoira, sul versante che guarda il Passo Tre Croci. 
Mi si diceva che il canale ha un dislivello che oscilla intorno al mezzo chilometro e un’inclinazione massima di 55°; quindi è ripido  a sufficienza, per chi manovra bene gli sci. L'inizio si raggiunge senza grosse difficoltà, salendo verso la Cima NE di Marcuoira dalla Forcella omonima; esso fu sceso dai nostri già oltre un quarto di secolo
Verso la forcella di cresta tra le Cime di Marcuoira 
 (a ds. la Cima NE, luglio 2003, foto E.M.)
fa, sul finire degli anni Ottanta del '900. 
Dell’impresa dovrebbe circolare ancora la testimonianza in un video amatoriale, che ci fu data occasione di vedere qualche anno fa. Credevo però che si trattasse di una prima assoluta, che avrebbe potuto servire per l'ipotetico aggiornamento delle guide alpinistiche delle Dolomiti Ampezzane (ormai alla riedizione aggiornata del favoloso "Berti" non ci credo più...). 
Sfogliando però il diario postumo di Mauro Rumez, sci alpinista triestino travolto da una valanga sull’Ortles nel 1998 (“Il mio sci estremo”, Nordpress Edizioni, 2001), risulta che il canale è stato una delle imprese "minori" dello stesso Rumez, che lo scese intorno alla metà degli anni '80. 
Se anche quella di Bruno Corona e amici dunque è stata la ripetizione di una discesa già compiuta, resta certamente un'avventura originale. 
Forse invece il canale, che si vede dalla SR 48bis, fra il Passo Tre Croci e Misurina, non è mai stato percorso d'estate: ammesso che la cosa sia fattibile e abbia un senso, potrebbe essere un suggerimento per chi cercasse qualcosa di nuovo da fare tra le arcinote Dolomiti d'Ampezzo.

12 gen 2015

La prima invernale solitaria del Becco di Mezzodì

Giusto novant'anni or sono, il 13 gennaio 1925, Giuseppe Degregorio detto Bepi, “Maestro di Posta”, alpinista Accademico del Cai, giornalista, scrittore e Presidente per quattro decenni del Cai - Sezione di Cortina, salì al Rifugio Croda da Lago in compagnia del custode, il buon Achille Toscani.
Quel giorno Bepi aveva progettato di solennizzare il proprio trentaseiesimo compleanno in maniera originale: scalando da solo d'inverno il Becco di Mezzodì, lungo i camini nei quali – oltre mezzo secolo prima - il pioniere Santo Siorpaes Salvador e William E. Utterson Kelso avevano dischiuso al turismo montano le montagne che si specchiano nel Lago di Federa.
Il Becco di Mezzodì e i boschi di Federa dal centro di Cortina
(novembre 2014, foto I.D.F.)
L’ascensione di Degregorio si concluse con successo. Il custode Toscani lo attese, comunque inquieto, accanto alla stufa del rifugio; poco prima del tramonto si avviò verso Forcella Ambrizzola con un badile in spalla, battendo pista nella neve alta per accogliere Bepi, e fu contento nel vederlo scendere, infreddolito ma sorridente.
Le fonti non hanno mai considerato quella salita come la probabile prima solitaria invernale del  Becco di Mezzodì, sul quale - peraltro - d'inverno era già giunta l'olandese Jeanine Immink con guide ampezzane, nel 1891. Solo l'autore, scomparso in età avanzata in una luminosa giornata di novembre del 1978, la raccontò in un capitolo del diario autobiografico "Cortina e le sue montagne". 
Oggi, a novant'anni dall'evento e a 126 dalla nascita di Degregorio, un illustre personaggio della Cortina del ventesimo secolo, vogliamo dare uno spazio nella storia locale anche a quella piccola, grande avventura .

8 gen 2015

"Alpinismo Eroico",: libro che non può mancare nella biblioteca degli appassionati

Alpinismo Eroico” di Emilio Comici, uscito in anastatica alla fine del 2014 dall'editore Hoepli, dopo la ristampa del 1995 curata da Elena Marco per Vivalda (319 pagine, 159 fotografie, € 34,90), è un libro anzitutto da sfogliare. 
Prima degli scritti di Comici, uno scalatore  che maneggiava bene anche la penna, e delle testimonianze di grandi alpinisti, stupiscono le oltre centocinquanta immagini in bianco e nero, vecchie ormai di ottant'anni e anche più. 
Le amate Tre Cime, la Civetta, le Dolomiti, le Carniche e le Giulie, i monti di Grecia ed Egitto, ma soprattutto l'"uomo Comici", che posa davanti all’obiettivo (spesso quello dell'amico e biografo Severino Casara), contribuiscono a rischiarare un periodo e un ambiente ormai lontani nel tempo.
L'elegante ristampa del volume ha riportato in libreria, per la quarta volta, “Alpinismo Eroico”, il cui originale è divenuto ormai argomento da bibliofili e - ne sa qualcosa chi scrive - non facile da trovare anche presso gli antiquari. 
La prima edizione era stata curata dal "Comitato Nazionale del C.A.I. per le onoranze ad Emilio Comici", istituito due anni dopo che il rocciatore triestino cadde da una falesia in Val Gardena mentre si allenava, a causa di un cordino marcio; ne fu poi fatta una seconda, nel 1961, anch'essa ormai piuttosto rara.
"Alpinismo Eroico" si divide in due parti: la prima, anticipata da una prefazione di Angelo Manaresi, al tempo Presidente del Cai, contiene tutti gli scritti del triestino, con le relazioni di alcune delle salite compiute tra il 1925 e il 1940. La seconda è una galleria di ricordi cui contribuirono, tra gli altri, Duilio Durissini della XXX Ottobre di Trieste, che avviò Comici al mondo sotterraneo; il pioniere Kugy, che al triestino indicò una via unica, perché orizzontale, la "Cengia degli Dei" nelle Giulie; Piaz, il "Diavolo delle Dolomiti"; la guida e maestro di sci Giuseppe Pirovano; l'amico Casara, che ricorda l’ultima via nuova, sulla parete nord del Salame, compiuta insieme il 28-29 agosto 1940. 
Chiudono l'opera, oltre all'elenco delle prime salite di Comici (dal quale mancano però le numerose, per quanto brevi vie che egli aprì in Val Rosandra, alle porte di Trieste), due autorevoli e illuminanti postfazioni, una dell'Accademico triestino Spiro Dalla Porta-Xydias, autore di due biografie di Comici, e il saggio "Comici e l'alpinismo del sesto grado" di Marco Albino Ferrari.
La ristampa segue di qualche anno un'altra anastatica meritoriamente promossa da Hoepli: "L'arte di arrampicare di Emilio Comici" di Severino Casara che, con 342 immagini accompagnate da numerosi stralci delle 124 lettere intercorse tra Comici e l'amico vicentino, illustra la tecnica di scalata del triestino, assurta quasi a forma d'arte. 
Anche questo volume va prima sfogliato, per gustare il pregio dell'edizione, e poi, ovviamente, letto per comprendere come Emilio Comici sia diventato una leggenda dell’alpinismo e perché molte delle sue vie vengano ancora oggi avvicinate con rispetto.

4 gen 2015

Piero de Jènzio, pioniere dei monti d'Ampezzo

Domani cadranno i centosette anni dalla morte (e quest’estate saranno centosessanta dalla nascita) di un personaggio importante per la storia dolomitica tra l'800 e il '900: la guida Pietro Antonio Dimai Deo, noto come Piero de Jènzio.
Questo primo post dell'anno vuole ricordare la nobile figura di un alpinista - del quale, peraltro, tempo addietro ebbi in dono una copia del 2° libretto di guida -, cui è attribuita una dozzina di vie nuove, due prime invernali (celebre quella sulla Croda da Lago, col cugino Antonio e Jeanine Immink, nel dicembre 1891) e molte salite sulle crode ampezzane, cadorine e pusteresi. 
Piero nacque a Chiave l’8 settembre 1855 da Fulgenzio e Maria Francesca Apollonio , in una famiglia che nel corso di un un secolo consegnerà alla storia sette guide. Il padre, "Jènzio Deo", e lo zio Angelo consacrati da Paul Grohmann, impersonarono nel modo più intenso l’epoca pionieristica della scoperta delle Dolomiti: erano, infatti, con il viennese il 28 settembre 1864 per la conquista della Marmolada di Penia, la maggiore elevazione delle Dolomiti. 
Guide di Cortina a Volpera nel 1897;
Pietro Dimai è il primo a sin., seduto
In famiglia divennero guide anche Arcangelo, il fratello minore Antonio e due figli di quest'ultimo, Angelo e Giuseppe. Pietro ricevette il permesso per svolgere la professione a soli 19 anni. Sarà uno dei più giovani a Cortina a conseguire l'obiettivo, prima del suo futuro cognato Pietro Siorpaes (1887), di Celso Degasper (1922), Bruno Verzi (1945) e Modesto Alverà (1976). 
Con il padre, lo zio, il cugino Arcangelo, il futuro suocero Santo Siorpaes, Alessandro Lacedelli, Giuseppe Ghedina Tomasc, Angelo Menardi Malto e Angelo Zangiacomi – mancava Giovanni Barbaria, promosso nel 1875 -, Dimai fu una delle prime nove guide autorizzate a Cortina, secondo la lista pubblicata in calce al tariffario delle gite e ascensioni del 1876. 
Già prima di uscire dalla scena dolomitica, Paul Grohmann aveva inquadrato i due Dimai come alpinisti degni di attenzione: “Devo ricordare i figli di Angelo e di Fulgenzio Dimai e cioè Arcangelo e Pietro Dimai, due bravi giovani. Penso che soprattutto il primo potrà diventare una guida eccellente.” Parole profetiche!
Nel 1892 Piero sposò Maria Teresa Siorpaes, primogenita di Santo, e si spense a poco più di cinquant'anni, di polmonite fulminante, il 5 gennaio 1908: solo tre mesi prima, il 21 settembre 1907, aveva accompagnato l'ultimo cliente, il dott. Glanzmann, sulla Croda da Lago.

22 dic 2014

Al Rifugio Jora, in un inverno che ancora non c'è

In attesa della neve, il giorno del solstizio d'inverno siamo tornati in un luogo scoperto due stagioni fa, dove il fine è senza dubbio una piacevole camminata, che viene però arricchita da proposte gastronomiche tentatrici, di ottimo livello quanto a qualità e presentazione. 
Circa a metà fra il piccolo posteggio sulla SS52 che da San Candido sale a Sesto e il Rifugio Gigante Baranci (meta di molte visite negli anni scorsi, poi un po' "tradito"), c'è un piccolo ristorante d'alta quota, collegato da uno skilift al soprastante Gigante Baranci: è il Rifugio Jora, quotato 1317 m. 
Si tratta di un luogo noto, quindi, in prevalenza agli sciatori, ma ovviamente aperto anche agli escursionisti privi di specifiche attrezzature. Per salirvi, usiamo il consueto accesso al Gigante Baranci, che passa dai diroccati e di anno in anno più inquietanti Bagni di San Candido e dalla chiesa di San Salvatore, suggestiva per la sua posizione solitaria in mezzo al bosco. 
Gli inquietanti Bagni di San Candido,
simbolo della Belle Epoque (foto I.D.F.)
Sopra la chiesa, la stradina forestale continua verso i Prati della Ferrara; un bivio a destra immette invece in un'altra stradina, che scende al vasto recinto delle prese dell'acquedotto comunale di San Candido, e dopo un lungo traverso quasi in piano nel bosco termina, a circa un'ora dalla partenza, presso il Rifugio. 
Durante la salita, purtroppo, la visuale è assai scarsa, ma la forestale su cui si procede è piacevole e spesso, come ieri, deserta. Giunti al Rifugio Jora, già visibile dal centro di San Candido, al "dovere" della camminata subentra il piacere del ristoro: soprattutto in alta stagione, la lista presenta proposte culinarie così allettanti che quasi imbarazzano l'escursionista, il quale aspirerebbe anche solo a un tè e a una minestra fumanti.
Presso il Rifugio Jora, il primo giorno d'inverno
(foto I.D.F.)
Anche per questa ragione - senza voler deprezzare altre strutture ricettive del circondario, dove siamo stati e torneremo ancora - lo Jora (che forse non sarà il prototipo del rifugio alpino, ma richiede comunque un'ora a piedi per essere guadagnato) si propone come un'accattivante meta dell'alta Pusteria. 
Ieri la strada che lo raggiunge era desolatamente priva di neve e piuttosto gelata. Intorno al Rifugio, dove qualche coraggioso già sciava, i cannoni sparavano, con una temperatura poco più che autunnale; davanti ad uno di essi era riuscita a arrivare persino una macchina e di fronte i prati della costa sinistra orografica di San Candido splendevano al sole.

17 dic 2014

Sulla Punta Erbing, un giorno rubato all'inverno

Il 17 dicembre di venti anni fa, a Cortina non era ancora caduta la neve. Il campanile batteva mezzogiorno quando, usciti dalla 3a Cengia del Pomagagnon, giungemmo sulla Punta Erbing, meta di un giorno rubato all'inverno in arrivo. 
A titolo informativo, la Erbing è il “canto del cigno” della dorsale del Pomagagnon, prima che essa vada a morire sul valico di Sonforcia. Quotata 2301 m, cade verso Cortina con una parete di discreto rilievo, mentre dall'altro lato un ampio costone di mughi e rocce consente di salire con impegno poco più che escursionistico. 
Probabilmente già nota prima dell'esplorazione dolomitica come terreno di caccia e anche pastorale, visto che alla sua base settentrionale si estende la Monte de Padeon, alpeggiata fino a qualche decennio fa, la Punta ha avuto il nome da G. Erbing, una meteora dell'alpinismo nelle Dolomiti. 
Punta Erbing, dal sentiero d'accesso
(foto Ernesto Majoni, 20.8.2009)
Costui, non so se fosse tedesco o anglosassone, salì nel 1905 la parete sud della Punta con le guide più ricercate del momento, Antonio Dimai e Agostino Verzi, ma ne risultò una via di importanza marginale. Nell'agosto 1942 due ragazzi, Luigi - Iji - Menardi e Antonio - Toni - Zanettin, tornarono sulla parete per una via più difficile, chiudendo dopo meno di un quarantennio la brevissima storia della Erbing. 
Per giungere sulla cima, più che dall'uscita della 3a Cengia, raccomanderei il sentiero segnalato (e ritracciato recentemente nella parte bassa), che da Forzèla Śumèles sale attraverso un bellissimo bosco e poi per detriti e alcuni facili gradoni rocciosi. 
Suppongo che la cima non rientri fra le "Top Ten" d'Ampezzo: forse, ma proprio forse, si potrà incontrarvi qualcuno dei percorritori del sentiero attrezzato della 3a Cengia, che termina a quattro passi dalla vetta. Lassù, oltre ad un gran panorama su tutta la valle, c'è solo una misera croce di rami; null'altro, neppure un quadernetto per le firme, che avevo intenzione di portare lassù io stesso, qualche tempo fa. 
La Punta Erbing è un pezzo di mondo selvaggio e indisturbato, come gran parte del versante nord del Pomagagnon. Per questa ragione, dopo quel 17 dicembre 1994 vi sono salito ancora due o tre volte in compagnia, e una anche da solo, per godermi la romantica emozione celata da un angolo poco noto, anche se alla vista di tutti.

15 dic 2014

Perle di storia d'Ampezzo: la casa di Tiziano

"Titianus Cadorinus aut Ampitiensis?
Al giorno d'oggi, la questione se le origini di Tiziano Vecellio fossero cadorine o per metà anche ampezzane ha perso il suo valore; fino ai primi del XX secolo, però, i partigiani dell'"ampezzanità" del sommo pittore erano ancora diffusi. 
Secondo la storia (riprendo da Don Pietro Alverà de Pol, che nella sua "Cronaca di Ampezzo nel Tirolo dagli antichi tempi al secolo XX" dedicò al pittore un paio di pagine, scusandomi con chi ne ha scritto dopo, magari trovando qualcosa di nuovo), Tiziano - uno dei quattro figli di Gregorio, consigliere e capitano delle milizie appartenente all'eminente e ricca famiglia Vecellio, e di una certa Lucia - sarebbe nato a Pieve di Cadore fra il 1476 e il 1485, se non addirittura nel 1490. 
In Ampezzo era opinione diffusa, invece, che Tiziano avesse visto la luce a Cianpo de Sote, in una delle poche case sulla riva sinistra del torrente Costeàna, da Maria Pompanin, una ragazza assunta come domestica a Pieve dal ricco Gregorio, e poi rimandata in Ampezzo per il parto. 
Rimasto orfano della madre ad appena sette anni, Tiziano sarebbe stato condotto a Pieve, per poi scendere a studiare a Venezia; su un muro della casa materna avrebbe però lasciato un affresco con la Vergine, il Bambino in braccio e ai suoi piedi un ragazzo proteso verso la Madre.
Comunque sia, il 24 dicembre 1916 un incendio, quasi sicuramente appiccato "manu militari", bruciò due delle case della piccola borgata. 
La presunta casa di Tiziano a Cianpo de Sote, 
in un'immagine di inizio '900 (foto raccolta E.M.)
Una di queste apparteneva a Maria e Colomba Pompanin, e su di essa si leggeva la grande scritta "Casa nativa di Tiziano 1477", poiché la tradizione affermava che proprio lì, oltre quattro secoli prima, Maria Pompanin avesse dato alla luce il futuro grande artista. 
Giacché l'incendio aveva danneggiato anche l'affresco, secondo Don Pietro Alverà il Comando italiano, per evitare problemi, avrebbe fatto radere al suolo l'edificio, che nel 1905 la "Guida della valle d'Ampezzo e de' suoi dintorni" consigliava ancora come obiettivo di una passeggiata di interesse storico.  
Infine, tra la fine dell'800 e i primi del '900, nei pressi della vecchia casa Pompanin, la guida alpina Angelo Maioni Bociastòrta edificò un ristorante, ampliato in Hotel alla fine degli anni '20, e - memore del dubbio storico - lo dedicò a Tiziano.
E oggi? Della presunta casa natale del sommo pittore a Cianpo de Sote, resta solo un paio di fotografie.

11 dic 2014

Nuovo libro su Cortina: "Rùşin", di Franco Laner

Franco Laner, nato a Cortina nel 1941, è professore ordinario di Tecnologia dell'architettura all'IUAV di Venezia. Ha al suo attivo oltre 30 pubblicazioni sui prodotti e componenti di laterizio, calcestruzzo, legno e legno lamellare, e sui monumenti della Sardegna preistorica.
Non aveva mai scritto del suo rapporto con Cortina, cui lo lega la discendenza materna, essendo nipote della guida alpina Angelo Dibona. Laner viene poco a Cortina. Sostiene di non averne particolare bisogno; anzi, ha scelto per anni di lasciare in sospeso domande, sentimenti, spiegazioni che forse il rientro avrebbe fatto tornare a galla e lo avrebbero scosso. Per lui, Cortina evoca sentimenti contrastanti: ma tempo fa ha sentito la necessità di ristabilire, fra gli opposti, un'accettabile armonia.
Ecco quindi questi “appunti ampezzani autobiografici”, dal titolo secco ed efficace di ”Rùşin” (Agorà Nuragica, Isili 2014, € 18,50): ruggine con qualcuno, ruggine che ricopre qualcosa, ruggine con la conca che lo ha visto nascere e crescere fino all'adolescenza sentendosi sempre un po' “forèsto”, per poi andare a studiare a Venezia e là fondare la sua esistenza.
Il libro, arricchito da belle immagini del fotografo Stefano Zardini, si divide in due parti: la prima contiene i risultati di un'esercitazione mnemonica, pur nei limiti dell'autoreferenzialità biografica, ed è a sua volta articolata in otto capitoli, in cui l'ampezzano si intercala, senza sovrapporsi, con l'italiano, per esemplificare e rendere più incisivi concetti, emozioni e sensazioni spesso smarrite: “Rùşin e coslupe”, “Ci sosto?”, “Parlà e scrie”, “Mè nono”, in cui Laner ricorda l'uomo Angelo Dibona; “El cianpanin”, col profilo di un ampezzano ingegnoso e risoluto ma forse valutato sempre con sufficienza: Silvestro Franceschi “Tète Dane”, progettista del Campanile; “Mè mare”, “Doi de marzo 1985”, “Schize”.
La seconda parte, invece, contiene alcuni suggerimenti tecnici, frutto del tentativo di Laner di ricreare il paesaggio ampezzano come un palinsesto capace di interferenze innovative, non solo culturali ma, se si può, anche economiche. Essa è divisa in cinque capitoli: “Paroi nos?” “In arboribus robur”, “Ra Scora Industriale”, “El laresc”, “Brascioi, brites e Regoles”.
“Rùşin” è un libro originale, sospeso fra l'autobiografia e il trattato tecnico, pieno d'amore verso Cortina, i suoi boschi, la gioventù dell'autore e di molti paesani mai dimenticati. 
“Rùşin. Appunti ampezzani autobiografici”, patrocinato dall'Istituto Ladin de la Dolomites, sarà presentato in Sala Cultura a Cortina sabato 13 dicembre p.v., con la partecipazione di alcuni ampezzani cui Franco deve riconoscenza, a vario titolo, per la nascita del volume: Eugenio Bernardi, Andrea Franceschi, Ernesto Majoni, Mario Manaigo e Stefano Zardini.

9 dic 2014

Appunti sulla Cortina che non c'è più: il "Museo Elisabettino"

Nel corso del tempo, com'è naturale, anche a Cortina sono andate perse - per i motivi più diversi - strutture importanti per l'aggregazione, la cultura, il turismo. 
E' stato così anche per il “Museo Elisabettino”, la prima realtà museale ampezzana, che purtroppo ebbe vita breve. Fondato nel 1906 come “Museo d’Antichità Ampezzana” su interessamento di alcuni appassionati d’arte e cultura locale, disciplinato da uno Statuto nel 1908, fu dedicato a Sissi, l'Imperatrice Elisabetta d’Austria. Inizialmente la raccolta fu ospitata a Ronco. in casa di Agostino Colle "Tino Codèš", uno dei benemeriti soci fondatori; in seguito, su suggerimento del medico Angelo Majoni, fu trasferita nel Municipio e arricchita con dipinti e altri pezzi d'antiquariato già depositati nel palazzo civico. 
Photo courtesy: "Storia d'Ampezzo"
di G. Richebuono, Mursia - Milano 1974
Lo scrittore, critico d'arte e giornalista Ugo Ojetti, Tenente volontario nella Grande Guerra, fu incaricato di compilare un inventario delle "cose notevoli" del Museo. Fra di esse emersero un Cristo ligneo del 1500, dipinti a olio di soggetto sacro del 1600-700, paliotti decorati, cassapanche intagliate, strumenti musicali, un olio del pittore inglese Edward Theodore Compton (il miglior paesaggista dolomitico), alcune tele dei fratelli pittori Giuseppe, Angelo e Luigi Ghedina "Tomàš", quarantadue fucili, armi antiche, vestiti tradizionali ecc. 
Ci lusinga pensare che ci fosse anche qualcosa inerente all'alpinismo: biglietti di scalatori recuperati da qualche cima, libretti delle prime guide, libri dei primi rifugi d'Ampezzo, qualche attrezzo alpinistico come alpenstock, ramponi o altro...
Durante il conflitto, una granata sconvolse il Museo, e la raccolta andò in gran parte dispersa. Nel 1929, non trovando più spazi espositivi adatti, la società del Museo fu dichiarata sciolta. 
Quel che rimane della collezione è conservato oggi presso il Museo Etnografico delle Regole d'Ampezzo: di quello dedicato a Sissi resta il ricordo attraverso preziose immagini, e l'ammirazione per chi lo volle costituire, pensando già oltre un secolo fa a salvaguardare le cose passate.

7 dic 2014

Incontri d'inverno in Dolomiti: Mauro Corona

Quel giorno, come tanti altri, lo ricordo esattamente: era il 16 febbraio 1981, e con Enrico stavamo completando le corde doppie per scendere verso la terrazza mediana della Torre Grande delle Cinque Torri. Avevamo appena salito la "Via delle Guide", la Dallamano-Ghirardini sulla Cima O, un itinerario che frequentammo diverse volte. 
La Via delle Guide sulla Cima O
(photo courtesy www.summitpost.org)

Non pensavamo certamente che, in una domenica di pieno inverno, sulle pareti della Torre Grande si potessero aggirare altre persone. E invece, poco prima di iniziare la seconda parte della discesa, ci superarono quasi furtivamente due uomini, usciti dalla "Via Miriam" prima della lunghezza della “schéna de mùsc”, che parlavano in uno strano dialetto. per noi quasi incomprensibile. 
Quello che scendeva in testa si fermò un attimo a salutare e ci indicò il compagno silenzioso, che portava pantaloni di lana grigia, un berretto di lana blu alla Lucio Dalla calato sulla faccia barbuta e non pareva un rocciatore. Aggiunse poi quasi sottovoce: “Vedi quello là? È giovane, e farà grandi cose.” 
L'uomo che disse queste parole era Italo Filippin, alpinista e cacciatore divenuto in seguito responsabile del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane; l'altro era Mauro Corona, scultore, alpinista e oggi conosciutissimo scrittore.

3 dic 2014

Col de Giatei, l'"ultima" scoperta

L'affezione che ho maturato per le montagne - concretizzata in più di quarantacinque anni di escursioni e salite di vario livello, e rientrata nell'ultimo triennio nei binari di un alpinismo pacifico, spesso in uscita dai limiti vallivi e teso, se possibile, a luoghi appartati e salvi dalla banalizzazione che purtroppo infesta sempre più la Montagna "turistica" - è congenita. 
Ne do il principale merito ai miei genitori, con i quali respirai l'"aria sottile" fin da giovanissimo, sperimentando già in 4a elementare il brivido della ferrata sulla "Strobel" della Punta Fiames, e l'emozione della notte in rifugio in Sennes e al Lavarella.
Sul Col de Giatei verso i Lastoi del Formin,
5 ottobre 2014 (foto IDF)
Vennero poi gli amici dell'adolescenza, fra i primi Enrico, Sandro e Carlo, con i quali imbastimmo esperimenti di roccia sorretti da tanto entusiasmo e da un po' di incoscienza; e poi ancora la compagnia dei trent'anni, con Alessandro, Denis, Federico, Mauro, Sisto, Tomaso, Roberto (lo "zoccolo duro") e molti altri e altre, con i quali ci spingemmo su tante cime dolomitiche e carniche e  su alcune nevose e ghiacciate nelle Alpi Aurine, sull'Ortles-Cevedale e in Austria. 
Da una quindicina di anni circa, la ricerca "pedibus calcantibus" non è più impetuosa; oggi divido con Iside la scoperta e riscoperta di cose piccole ma spesso nuove: cimette, itinerari dimenticati, laghi, malghe e rifugi sconosciuti, perché al centro di gite troppo brevi o troppo facili, perché un tempo non esisteva la "cultura delle malghe" e perché nei rifugi ci fermavamo poco, specie d'estate. 
Un percorso normale, sempre vivificato dalla passione e dalla voglia di sapere e di capire il perché e il come delle cose, rilassandosi su una vetta, nel bosco, davanti a un "cason", in riva a un lago. 
Le ultime vette scoperte o riscoperte? Golzentipp, Pausa Alta-Hochrast e Cocusso-Kokos nel 2011; Col Pionbin e Piz Ciampei nel 2012; Vedetta di Moccò nel 2013; Col de Giatei solo due mesi fa.
Il nostro è un itinerario di conoscenza permanente che non si è ancora esaurito né, spero, si esaurirà, fin quando sarà possibile.

1 dic 2014

Il sentiero misterioso: "Troi dei milezinche"

Percorrendo la Strada Statale 51 tra Cortina e Dobbiaco, giunto nei pressi di Carbonin, al cartello che segnala l'altitudine "1500 m" mi viene molto spesso automatico controllare se c'è qualche automobile nel piccolo spiazzo sul lato della strada. 
Se ce ne sono, di solito gli occupanti sono partiti per un sentiero che non si trova né sulle carte né nei libri, ma è comunque noto a cacciatori e a pochi camminatori. 
E' quello che a Cortina vien detto “troi dei milezinche” (“sentiero dei 1500”) o “troi de Mariano”, o ancora (l'ho sentito da poco) "sentiero blu", Anzitutto, l’origine dei tre nomi: il primo e il più diffuso, si deve al fatto che il sentiero inizia giusto a quella quota altimetrica. Il secondo si lega a Mariano Gaspari "Baldo", un ampezzano amante della montagna che amava molto percorrerlo e lo fece conoscere a tanti amici; il terzo deriva dal fatto che la traccia è segnata con rari bolli di vernice blu.
Dimenticavo di dire dove si trova e a cosa serve il “troi dei milezinche”: consente di salire da Carbonin a Pratopiazza lungo le pendici del Col Rotondo dei Canopi-Knollkopf, circa a metà della fascia boscosa sulla sinistra orografica della SS51, ed è meno lungo e senz’altro più divertente della strada ex militare che dall’Hotel Ploner sale al Rifugio Vallandro e traversa poi lungo l’altopiano. 
Le pendici del Col Rotondo dei Canopi, dal Rif. Vallandro
(photo courtesy IDF, 19.10.2014)
Il sentiero inizia sul margine della Statale, sale ripido per un tratto, quindi segue una cengia boscosa alta sul Rio di Specie-Platzerbach e, valicata una antica recinzione del confine pascolivo fra Dobbiaco e Braies, a circa 1900 m d'altezza - in una zona di risorgive - si unisce alla lunga strada che sale da Carbonin lungo la Val di Specie. 
Facile da smarrire in un paio di punti, era stato segnato con qualche bollo di vernice, poi raschiato, probabilmente da cacciatori della zona, per difendere la privacy venatoria. A Cortina e Auronzo, a quanto mi consta, è noto a diversi escursionisti: noi l’abbiamo percorso varie volte, tra le quali ricordiamo la suggestiva discesa del 21 gennaio 2007, in cui trovammo neve "in condizioni tardo primaverili" ... 
E’ quantomeno singolare che una traccia comoda e non difficile come quella, non sia mai apparsa su carte e guide, e sia nota solo ai pochi che la scelgono come alternativa alla strada sterrata, inoltrandosi per una buona ora in un bosco solitario percorso certamente più da animali che da esseri umani.

28 nov 2014

Stranezze d'Ampezzo: le "sorgenti del Boite"

Il torrente Boite, che nasce nell'angolo settentrionale della conca ampezzana, percorre la valle cui dà il nome e, dopo 42 chilometri, confluisce nel Piave a Perarolo. A differenza di quanto si può comunemente pensare, però, non possiede sorgenti vere e proprie. 
Esso sgorga, infatti, da una serie di risorgive nella parte più alta del verde pianoro di Cianpo de Crosc, un paio di chilometri oltre Ra Stua allo sbocco della Val Salata, ma nel primo tratto - dominato da placide e scenografiche anse – porta il nome di Aga de Cianpo de Crosc. 
L'Aga de Cianpo de Crosc scende lungo la valle fino a Pian de Loa; poco a monte di questo raccoglie le acque del Ru de Fanes, nato in Fanes Granda, in territorio marebbano, e disceso per la valle omonima alimentando il Lago e le cascate Sbarco e Souto de Fanes. 
Poco prima di Pian de Loa, nel Ru de Fanes si getta anche il Ru de Travenanzes, le cui sorgenti si trovano presso Forcella Col dei Bos e che bagna la valle dietro la Tofana. Il torrente raccoglie infine le acque del Ru Felizon, che sgorga dalla Fontana omonima, ai piedi del Cristallo; solo allora, allo sbocco della forra di Podestagno, può dirsi divenuto definitivamente Boite. 
Il Boite  neonato, Pian de Loa
(foto N. Munaro, 23.11.2014)
Eppure anche nella cartografia più diffusa, tra cui quella dell'Istituto Geografico Militare, e tra studiosi di livello pare che l'idrografia ampezzana sia stata un po' confusa, attribuendo le sorgenti e l'intero corso dell'Aga de Cianpo de Crosc al Boite e fuorviando anche qualche visitatore del Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo, che salito a Ra Stua, con una breve passeggiata, pensava di ammirare “le sorgenti del Boite”. 
Nel 1983, col loro manuale toponomastico “Monti boschi e pascoli ampezzani nei nomi originali”, de Zanna e Berti avevano fatto un po' di ordine nella questione; a chi scrive piace comunque immaginare che il Boite nasca sotto i Pòntes de Pian de Loa, allo sbocco del franoso canale che scende dalle pendici del Col Rosà.
Lassù, dove le acque provenienti dalla destra e dalla sinistra idrografica si fondono, in particolari condizioni meteorologiche mi è capitato di trovarle di due colori diversi.  

26 nov 2014

Curiosità di Cortina: la Bella Dormiente

Guardando dal fondovalle, il profilo combinato della Rochéta de Prendèra (il toponimo è alpinistico) e dell'adiacente Rochéta de la Ruoibes (El Zoco, per gli ampezzani), osservato da destra verso sinistra rammenta il profilo di una giovane distesa e immersa nel sonno. 
Becco di Mezzodì e "Bella Dormiente" 
al primo sole, novembre 2014 (foto I.D.F.)
Per questo motivo, alcuni romantici denominano la visione "la Bella Dormiente". Con un pizzico di fantasia, infatti, si riesce a distinguere lungo la cresta fronte, naso, bocca, mento e petto della fanciulla che riposa sotto un'enorme trapunta di dolomia, nell'attesa di un principe che la baci per risvegliarla.
Dieci anni fa, quasi convinto di aver setacciato a sufficienza i miei monti, inseguivo un'idea: sfiorare almeno per un tratto il profilo della "Bella Dormiente". Decidemmo così di metter piede sulla Rochéta de Prendèra, una cima minore ma con un belvedere a 360 gradi su montagne e paesi. 
Di solito sulla Rochéta, dove dall'autunno 2009 vigila discreta una croce di legno posta dagli amici del Cai di San Vito, salgono più sci-alpinisti che escursionisti; dal lato di Cortina ci si arriva in meno di due ore dal Rifugio Croda da Lago, per ampi dossi detritici e erbosi con scarse tracce. 
Da San Vito, invece, - il “versante italiano” del Tenente Paoletti, quello della prima invernale dell’Antelao, che il 17.10.1881 compì con la guida Giobatta Zanucco anche la probabile prima invernale (?) della Rochéta - si sale a Forcella Col Duro, fra Malga Prendera e Forcella Ambrizzola. Da lì, per detriti e ghiaie con qualche traccia, stando a destra del Becco di Mezzodì, si giunge in cresta e, assecondando il profilo della "Bella Dormiente", sul punto più alto, a 2496 m. 
Noi salimmo dal versante di San Vito e poi, riempitici gli occhi di un panorama che non teme confronti (Pelmo, Becco di Mezzodì, Croda da Lago, Sorapis, Antelao, Cortina, San Vito, Borca e Vodo), obliquammo sotto il Becco in direzione di Federa, traversando Gròto, uno degli angoli più selvaggi d’Ampezzo, molto interessante dal lato geologico e naturalistico. 
Dopo un andirivieni alquanto penoso che ci depositò sulla familiare carrareccia di Forcella Ambrizzola, un “radler grande” a “Croda” non ce lo levò davvero nessuno! Dimenticavo: sulla Rochéta incontrammo due-persone-due, che avevano scelto come noi di salire lassù il 15 agosto, scampando all'affollamento "vippaiolo" di Cortina!

20 nov 2014

Segreti ampezzani: la Porta del Dio Silvano

Salendo da Fraina verso Mandres per il sentiero che lambisce la base del Mondeciasadió (Monte Casa di Dio, antichissimo, immaginifico nome dell’attuale Monte Faloria), oltre la spianata di Ranpogniéi l'occhio è attratto da un'enorme nicchia rocciosa a foggia di portone, il cui architrave è formato da uno strato di dolomia rossastra.
E’ la Porta del Dio Silvano, dedicata alla divinità venerata ai tempi del paganesimo che proteggeva boschi, campi, armenti e obiettivo turistico di buon interesse fino a fine ’800 (quando ancora "le vecchierelle, passandovi dappresso, si facevano il segno della croce ..."), ma oggi condannata a un triste deperimento. 
La Porta si raggiunge, con buon impegno a causa del terreno scosceso e sempre più in movimento, abbandonando a destra il sentiero 220 all'altezza di un grosso  blocco cubico, che vien da pensare sia stato la tavola per i banchetti degli dei antichi. 
Avvicinandosi alla frattura della dolomia, emerge ancora qua e là qualche segnavia blu-rosso, lasciato dall'Azienda di Cura in tempi lontani. La traccia si fa sempre più labile, e toccare la Porta - ai piedi della quale, una cengetta con persistente odore di camosci lascia almeno tirare il fiato - sta diventando un’impresa da alpinisti. 
La Porta del Dio Silvano
foto E. Maioni, da www.guidedolomiti.com
Peccato, per tre ragioni: la prima perché, nel momento aureo della scoperta dei nostri monti, i clienti desiderosi di provare un’avventura breve ed economica, venivano volentieri indirizzati lassù dalle vecchie guide, che "facevano giornata" senza grande sforzo; la seconda perché la Porta è un luogo strano, centro di miti e leggende che varrebbe la pena studiare; la terza perché la zona - non molto lontana  dal centro di Cortina e comoda da raggiungere - sprigiona, soprattutto in autunno, un magnetismo che, a mio giudizio, l’incuria ha solo contribuito ad accentuare. 
Un sabato di un bellissimo novembre, con mia moglie andai a cercare di riassaporare quelle sensazioni che la Porta mi aveva dato fin dalla prima salita, nei primi anni Settanta. Lassù trascorremmo un paio d'ore di malinconico silenzio; solo due camosci, spaventati dal nostro pesticciare, lo ruppero per un attimo sparendo subito tra gli alberi. 
Anni dopo suggerii a chi di dovere che non sarebbe stato male pensare a un adeguamento, almeno minimo, della traccia che mena alla Porta: rimase solo un progetto, ma un giorno o l’altro qualcosa si dovrà fare. Se non si vuole che, visto il rapido disgregamento della parte rocciosa, fra qualche anno la porta di cui il Dio Silvano si serviva per accedere al suo regno rischi di non aprirsi più.

17 nov 2014

Luoghi misteriosi d'Ampezzo: il "Souto del Ris-cia"

Nel censuario d'Ampezzo sono abbastanza frequenti gli "antroponimi", cioè i nomi di luogo legati, per i motivi più vari, a persone fisiche. 
Nonostante tutto quello che ho scarpinato sui miei monti, ammetto che molti antroponimi non saprei esattamente dove si trovino, e non mi sono ancora preso la briga di andarli a cercare. In ogni modo, frequentando spesso gli atlanti, le carte, i libri di toponomastica di cui Cortina dispone, ho a disposizione una fonte inesauribile di spunti per ricerche, e i progetti non mancano.
Un luogo con un antroponimo originale che meriterebbe di essere localizzato sul terreno, anche perché la zona mi è abbastanza nota, è - ad esempio - il “Souto del Ris-cia”, ossia il “Salto dell'Hirschstein”. Si tratta di un dirupo roccioso, forse oggi sommerso dai detriti o inghiottito dal bosco (che, in quella zona, avanzano entrambi veloci), nel settore più a nord del gruppo della Tofana. 
Esattamente, il luogo si trova sulla destra orografica della Val Fiorenza, la valle boscosa che scende dal Passo Posporcora verso Fiames, fra l'estremità settentrionale dei Tonde de Cianderou e il Col Rosà, ed è percorsa dal sentiero che serve, tra l'altro, per l'avvicinamento alla ferrata "Bovero". 
Due particelle forestali hanno quel nome, ma dove sia esattamente il Souto non lo sapeva neppure l'amica Lorenza Russo, se nella sua tesi di laurea sui toponimi ampezzani scrisse che il dirupo si trova "... nel tratto mediano della valle, in un luogo imprecisato."
Salendo lungo la Val Fiorenza
(foto E.M.)
Ris-cia (che significa "scheggia di legno") è l'appellativo del ceppo Hirschstein, ancora fiorente a Cortina. Un membro di quella  famiglia, in un giorno d'inverno coperto dalla polvere del tempo (comunque non anteriore al 1780, quando un Carlo Hirnstein, o Hirschstein, arrivò dalla Germania come impiegato daziale a Cortina, dove si accasò e mise su famiglia), uscì di strada mentre stava scendendo per la Val Fiorenza con un carico di legna. Hirschstein volò con la slitta a mano sopra il salto, che da allora prese il nome della famiglia. 
Nessuno sa come sia andata a finire: certo è che dev'essere stato davvero un bel volo, se quel luogo misterioso porta ancora il nome del nostro antenato. 

14 nov 2014

Donne in montagna: Leni Riefenstahl a Cortina

Leni (Helene Bertha Amalia) Riefenstahl, nata a Berlino nel 1902 e scomparsa a Poecking nel 2003, è stata una regista, attrice e fotografa celebre per film e documentari che celebravano il regime nazista, e le assicurarono un ruolo di primo piano nella cinematografia tedesca del Novecento. 
La Riefenstahl aveva aderito al nazionalsocialismo, ma senza chiedere la tessera del partito, instaurando un legame di amicizia e stima reciproca con Hitler e condividendo l’estetica nazista, che contribuì a sviluppare dandole espressione visiva. 
La sua opera più nota è “Olympia” (1938), il film nel quale descrisse, in tre ore e mezza, i Giochi Olimpici tenuti a Berlino nell'agosto 1936. Per questo film, la regista si sobbarcò un lavoro enorme: dedicò infatti quasi un biennio a selezionare le scene e montare il film, visionando oltre quattrocento chilometri di pellicola. Dopo la guerra, nonostante tutto, riuscì a riaccostarsi al cinema, dedicandosi a lavori sulle culture tradizionali dell'Africa e sulla biologia marina. 
Mi interessa scriverne in questa sede, poiché ho scoperto che la Riefenstahl fece anche dell'alpinismo. Qualche anno fa, mentre consultavo uno dei libri del Rifugio Gianni Palmieri alla Croda da Lago per una ricerca, scoprii che il 29 luglio 1950 la regista – quasi cinquantenne e ancora alle prese, sia personalmente che dal punto di vista lavorativo, con la compromissione col regime crollato pochi anni prima - era a Cortina, dove aveva conosciuto Federico Terschak, il fotografo Giuseppe Ghedina e altri. 
Insolita prospettiva del Becco di Mezzodì da Cortina
(photo courtesy Bortolo De Vido +)
Salita al Rifugio, aveva compiuto con Hias Rebitsch di Innsbruck, uno dei migliori scalatori austriaci a cavallo della 2^ Guerra Mondiale e considerato pioniere del "free climbing", una delle, probabilmente rare, ripetizioni della via aperta l'11 agosto 1929  sulla parete sud del Becco di Mezzodì dal Walter Stősser e Friedrich Schutt (protagonisti l'8 agosto, con Ludwig Hall, della prima direttissima di 6° grado sulla parete sud della Tofana di Rozes).
Fu curioso, e anche un po' emozionante, trovare la firma di Leni Riefenstahl - un personaggio di rilievo, nel panorama europeo delle arti visive - sul registro delle presenze di un rifugio ampezzano, e associarla alle cronache alpinistiche del Becco di Mezzodì. Ciò conferma l'enorme richiamo che, da oltre un secolo e mezzo, le Dolomiti sanno esercitare dovunque.

12 nov 2014

Alpinismo dimenticato: la via Inglese in Tofana di Mezzo

Quasi sessant'anni fa, il 30 gennaio 1955, gli Scoiattoli Albino Michielli e Guido Lorenzi salirono per primi d'inverno la via Inglese, sulla parete sud-ovest della Tofana di Mezzo. 
La via, una delle tante “vie inglesi” delle Dolomiti, era stata aperta l'11 agosto 1897 da John Phillimore e Arthur Raynor con Antonio Dimai e Giuseppe Colli, e riscosse un certo favore nell'epoca d'oro dell’alpinismo, tanto che un esposto traverso e la successiva fessura, su calcare liscio e senza spaccature, furono facilitati con l'aggiunta di un cavo metallico.
Quest'autunno la guida alpina Franco Gaspari, con i colleghi di Cortina, ha eseguito alcuni lavori sulla ferrata della Tofana. Avendo notato il grosso cavo sotto la cresta, pensa che i primi salitori non possano aver superato direttamente il traverso e la fessura, troppo difficili per l'epoca, ma che le guide si siano calate dall'alto, fissandolo con fittoni piombati per farvi passare i clienti, che diedero poi il nome alla "prima" salita.
La "Guida della valle di Ampezzo e de' suoi dintorni" (che cita come seconda guida della cordata Giovanni Siorpaes, non Colli), invece, dice testualmente che "... per agevolare la salita e renderla meno pericolosa, la Sezione Ampezzo fece applicare nel punto più difficoltoso circa 20 metri di corda di ferro"; da un'ulteriore fonte pare che il lavoro sia stato eseguito nel 1898, quindi dopo la salita degli inglesi: a chi la ragione?
In ogni modo, il tariffario delle guide ampezzane nel 1898 includeva anche l'Inglese: la salita richiedeva un giorno e mezzo e costava 50 corone. Nel tariffario del 1962 la salita era ancora inclusa, e per effettuarla venivano richieste 20.000 lire. 
Penalizzata da un approccio e da una discesa piuttosto lunghi, nonostante l’apertura della ferrata sulla cresta sud-est della Tofana ('57) e della funivia “Freccia nel Cielo” ('71), negli anni la via Inglese è stata proprio disertata. "Toio" Dapoz, per un quarantennio gestore del Rifugio Giussani, diceva di non aver mai avuto in rifugio, almeno fino al '94, qualcuno intenzionato a salirla.
Incuriosito dal destino dell’itinerario, ho provato a contare le ripetizioni nel libretto posto in vetta alla Tofana nell'agosto 1938. Alcune pagine si leggono con difficoltà, ma ne ho dedotto comunque che in due decenni superarono la via solo 147 persone. L’anno di maggior afflusso fu il 1955: in un solo giorno la ripeterono tredici belgi, in sette cordate e con altrettante guide. Rare le guide con clienti (la prima appare nel 1942); pochi gli stranieri e un unico solitario, Luigi Menardi, nel 1950. Nel 1938, '44, '52, '54, '56, '57, '58, sull’Inglese non si vide nessuno.
Di recente, poi, l'amico Roberto mi ha passato, e ho visto con un po' di emozione, la fotografia della pagina del libretto di vetta datata 28 luglio 1940, in cui annotò  la ripetizione anche mio padre, salito con il collega Valentino Vecellio (padre di Roberto), G. Serafini e M. Corradini. Così, ho ripescato un pezzo che scrissi tempo fa per "Le Dolomiti Bellunesi", ampliandolo e aggiornandolo con gli ultimi dati dei quali sono venuto a conoscenza, e lo propongo, auspicando che interessi i frequentatori di questo blog.
7-8 salitori in media ogni anno erano davvero pochi, per una via non certo estrema (4° grado), che ai primi del '900 fu tra le più rinomate d’Ampezzo. Come detto, essa ha pagato la lunghezza dell’accesso e del rientro, la quota cui si svolge e il generale abbandono di percorsi lontani, scomodi, con roccia forse sporca e protezioni scarse. Comunque, nel periodo esaminato, la parete sud-ovest della Tofana di Mezzo non ha mai patito la confusione, ed il suo calcare non è certamente consumato. Chissà se qualcuno si prenderà più la briga di ripercorrerla!

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...