26 giu 2018

Cinque Torri, via "Felix": itinerario da riscoprire?

Sull'ombrosa parete nord della Torre Grande, tra il percorso con cui nel 1910 Angelo Dibona spinse al 5° il limite dei gradi su quelle pareti, e quello di 5°+ segnato il 6.8.1933 da Angelo e Giuseppe Dimai, in allenamento per il balzo finale sulla nord della Cima Grande di Lavaredo, salita con Emilio Comici il 12-13-14 dello stesso mese, c'è anche la via ”Felix”. E' poco nota, e anche chi scrive la "scordò" nel libro dedicato nel 2000 alle Torri, “Su par ra Pénes de Naeròu. Storia, alpinismo, oronomastica delle Cinque Torri d'Averàu con varie curiosità”.
Parete N della Torre Grande: "Felix" sale a sinistra 
della visibile fessura centrale (foto E.M.) 

“Felix” fu aperta cinquant'anni dopo la vicina Dimai, nell'estate 1983, dal “Ragno” cadorino Icio Dall'Omo con Roberto Gaspari Moroto di Cortina. Potrebbe essere la prima delle circa 100 vie delle Torri aperte in ottica sportiva, poiché dopo due cordate, giunta su una cengia, va a confluire nella Dibona.
Lunga un'ottantina di metri e valutata fino al 6°, fu aperta senza chiodi, supponiamo con protezioni “moderne”, e fu il primo di una serie di tracciati ideati da Dall'Omo e amici sulle Torri e divenuti poi di moda. Corrisponde forse in parte alla via aperta successivamente dalla guida Mario Dibona con Armando Nascè, che però sale dritta fino in vetta alla Torre, con difficoltà più o meno uguali a "Felix".
Credo che la via di Icio e Roberto segni il discrimine tra l'alpinismo classico e quello attuale di itinerari di falesia, d'alto impegno, attrezzati a prova di bomba e sui quali la prestazione mira a limiti sempre più alti. 
Passata la gioventù, non sarei riuscito a salire di là e così, un giorno in cui con l'amico Mirco scendevo per lo sconnesso ghiaione che rasenta la parete, mi accontentai di sostare un attimo per osservare i movimenti di una cordata impegnata lassù.
Voglio ricordare qui la "Felix" a 35 anni dall'apertura, pensando che la solida parete sulla quale fu disegnata, non sia snobbata da chi apprezza anche le salite non fini a sé stesse, indirizzate verso una cima come la Torre Grande, che custodisce tante storie curiose.

19 giu 2018

Rocchetta di Campolongo: regina delle Dolomiti dimenticate

Una cima delle Dolomiti Ampezzane negletta dai visitatori, assente dai libri fino al 2012 e paradossalmente – per quanto mai molto battuta – più nota oggi, in un momento in cui sempre più spesso si vanno a cercare luoghi “diversi”, estranei alle mode, alla confusione, al “preconfezionamento alpinistico”, è senza dubbio la Rocchetta di Campolongo, quarta e penultima per altezza delle cime che continuano la dorsale del Becco di Mezzodì a SO di Cortina e vanno a concludere il perimetro comunale all’altezza di Dogana Vecchia.
Quotata 2371 metri e priva di serie difficoltà alpinistiche, accessibile con una robusta escursione che si può iniziare al ponte di Socòl (1276 m di dislivello) o a quello di Rocurto sulla strada del Passo Giau (666 m di dislivello, tragitto comunque piuttosto lungo), è frequentata in buona parte da locali. Secondo il libro di vetta, che rimpiazza quello originario, posto nell'estate 1986 con una tabella lignea e qualche bollo rosso sulla "via normale" da un gruppo di amici di Zuel, spesso però registra salite di alpinisti provenienti da lontano.
Meta di gite collettive (la Sezione del Cai di Cortina vi portò 18 persone e un cagnolino nel settembre 2004, quella di Conegliano vi è salita nell'estate 2013), solcata sul versante cadorino da alcune vie di roccia di difficoltà classiche, la Rocchetta è nota perché il 16.10.1999 una coppia di locali scoprì casualmente sulle rocce del culmine, 220 anni dopo l’incisione, un “doppio” termine di confine numero 1 tra Ampezzo e San Vito di Cadore (dal 1511 al 1918 tra Tirolo e Venezia).
Gita sociale del Cai Cortina sulla Rocchetta di Campolongo,
5.9.04 (foto Carlo Bortot)
In quel periodo ne scrissi, cercai chiarimenti, formulai ipotesi, poi tutto si è adagiato tra i misteri della microstoria; comunque, sulla cima e alle sue falde il segno di confine numero 1 tra Cortina e Cadore è ben marcato in due luoghi diversi, e ci sono voluti oltre due secoli per evidenziarlo. 
So che appassionati di luoghi romiti di recente sono saliti sulla Rocchetta anche direttamente dal lato nord, che guarda verso la conca d'Ampezzo, per un itinerario forse inedito, di cui però non ho altre notizie e forse scriverò qualcosa in futuro. 
In ogni caso, la cima della Rocchetta - ormai sgombra dalla neve - attende anche quest’anno qualche altro curioso e disposto a fare fatica per godere lassù l’aria finissima e i grandi silenzi delle Dolomiti dimenticate.

17 mag 2018

Ristampato il libro “Rifugio Cinque Torri 1904-2004 - Un’avventura lunga cent’anni”

La famiglia Alberti Lèlo, proprietaria e gestrice della struttura, ha promosso in questi giorni la ristampa anastatica di “Rifugio Cinque Torri 1904-2004 - Un’avventura lunga cent’anni”, volume di Ernesto Majoni uscito 14 anni fa in occasione del secolo di vita del rifugio sotto la Torre Grande d'Averau. Le 64 pagine ricche di immagini d'epoca erano esaurito da tempo ma ancora richieste da alpinisti e bibliofili: ora il volume è nuovamente disponibile presso la famiglia Alberti a Zuel di Sopra, in alcune rivendite e dal 9 giugno al rifugio, che riaprirà per la stagione estiva.
In "Rifugio Cinque Torri 1904-2004" l'autore inizia la storia nel 1842 con la nascita di Giuseppe Ghedina Tomàsc, guida alpina che il 17.9.1880 condusse l’inglese C. G. Wall sulla Torre Grande, massima elevazione del gruppo detto Monte Castellat, dando avvio alla sua esplorazione. Nel 1904 i fratelli Mansueto e Giuseppe Manaigo e Agostino Colli, intuendo che le torri – alcune delle quali già note ai primi alpinisti - costituivano un buon richiamo ma difettavano di un ricovero e ristoro per i visitatori, costruirono l’Albergo 5 Torri, inizialmente in legno a piano unico e poi in muratura a tre piani e con una ventina di cuccette. Uscito praticamente indenne dai due conflitti mondiali, nel '63 l'edificio fu ampliato con la sala da pranzo e oggi – costantemente migliorato e raggiungibile anche con una strada, chiusa in agosto e ottima pista per escursioni invernali con gli sci o le ciaspe - conserva ancora lo stile della casa originaria.
Le Cinque Torri sono una meta molto gettonata e di facile accesso. Tanti escursionisti che passano lassù si dirigono poi più avanti, verso il Nuvolau, la Croda da Lago, i passi Falzarego e Giau o le vie ferrate della Gusela e dell’Averau, ma sulle Torri gli scalatori non mancano. Un tempo erano molto battute tutte le vie classiche delle guglie: Via delle Guide, Myriam, Riss, Diretta, Nord del Barancio, Lusy, Quarta Bassa, Inglese. Da un buon trentennio esse sono state in parte superate dai numerosi tiri moderni, molto duri, spesso brevi ma privi del piacere della vetta.
Il rifugio ha sempre tanto lavoro. Noto anche per la ricca offerta culinaria, è una tappa obbligata per escursionisti, guide alpine e scuole di roccia, scalatori d'antan, climbers, buongustai italiani e stranieri che lassù si satollano. La storia del Cinque Torri offre fatti e curiosità di rilievo: passato per due guerre, dall'Impero al Regno e alla Repubblica, il rifugio lavora da oltre un secolo con impegno e sacrificio, sempre affrontati di buon grado dai proprietari (giunti alla quarta generazione), che sotto le Torri hanno realizzato un valido punto di riferimento per Cortina e l'alpinismo. L’accogliente struttura, in cui si respira ancora l'autentica aria del rifugio alpino, è una pietra miliare dell'ospitalità in Dolomiti, nota e amata, e il libro di Majoni appena ristampato vuole perpetuarne la storia e la memoria.

Ernesto Majoni, “Rifugio Cinque Torri 1904-2004 - Un’avventura lunga cent’anni”, Tipografia Print House Cortina d’Ampezzo 2004 – ristampa anastatica 2018, pagine 64 con immagini in b/n.

8 mag 2018

Giacomo Colli, guida e rifugista, a 100 anni dalla morte

Poco meno di un secolo fa, il 22 giugno 1918, concludeva l'esistenza nella sua casa, nel villaggio di Col, Giacomo Colli Saèrio. Nato nel 1855, a trentaquattro anni aveva conseguito la licenza per esercitare la professione di guida, che gli venne poi rinnovata per un quarto di secolo. 
Giacomo Colli Saèrio, guida e rifugista
(20.5.1855-22.6.1918)
Pur trovandosi nella piena maturità nel periodo in cui “il livello tecnico alpinistico delle guide locali era altissimo”, fu soltanto una "guida per montagne basse", una di quelle disponibili a condurre clienti a piedi o a cavallo attraverso i passi e le valli dolomitiche o in semplici escursioni. Nella storia locale, di Colli si ricorda il soprannome “di Falzarego”, poiché fu uno dei primi, se non proprio il primo rifugista della conca. 
Rilevò, infatti, dal padre Francesco Saverio e poi mantenne per lungo tempo la gestione dell’Ospizio Falzarego, situato prima del passo omonimo sulla Strada delle Dolomiti, completata nel 1909, che sostituì la carreggiabile fra Ampezzo e Livinallongo. Il fabbricato, eretto dalla Magnifica Comunità ampezzana già nel 1868 per ospitare chi transitava per Falzarego, pur essendo la prima struttura d'interesse alpinistico della conca, non fu mai ritenuto un rifugio alpino; anzi, dopo essere stato dotato di una stazione postelegrafonica, nel 1905 fu trasformato in un vero e proprio albergo. 
All'epoca, per rilasciare la concessione a gestirlo, il Comune poneva obblighi rigorosi: apertura garantita fino al 20 novembre di ogni anno e in ogni condizione di tempo; obbligo per il custode di “mantenere la strada dal confine di Livinallongo fino a Cianzopé”, e di essere “fornito di vettovaglie e di buone bibite nonché di foraggi, dei quali avrà sempre una provvigione di almeno 300 chili di fieno e sufficiente quantità di avena”; il capitolato infine, curiosamente stabiliva che “l’Ospizio non potrà giammai essere abbandonato in mano a sole donne.” Per cui, tra il lavoro e gli obblighi ai quali sottostare e avendo moglie e due figlie femmine, quando mai il Saèrio avrà avuto il tempo di scorrazzare per le montagne?
Nel 1907 la gestione dell'Ospizio passò all'imprenditore, bolzanino ma nato in Grecia, Theodor Christomannos (1854-1911). Fautore della Strada delle Dolomiti, il successore di Colli  gestiva già una struttura analoga  sul Pordoi e tenne quella di Falzarego per poco tempo, poiché morì a soli cinquantasei anni. Raso al suolo dall'artiglieria allo scoppio della prima guerra mondiale, dell'Ospizio - Albergo Falzarego sopravvive in pratica soltanto qualche fotografia.

4 mag 2018

Su un "quinto stagno" del grande Angelo Dibona

A sinistra della via normale alla Torre Grande d'Averau dal versante Tofana, scoperta il 17 settembre 1880 da Giuseppe Ghedina Tomàsc col britannico C.G. Wall, si eleva l'ombrosa parete nord della Torre, ben visibile solo da chi si interni fra le guglie e solcata da poche, ma impegnative vie.
La più antica di queste ha oltre un secolo di vita: risale, infatti, all'ottobre 1910, si dovette ad Angelo Dibona e Celestino de Zanna che guidavano l'albergatore Amedeo Girardi, e spicca perché su di essa - cinque anni dopo la Dimai del Campanile omonimo e uno dopo lo spigolo Jori della Punta Fiames - si toccò per la prima volta sulle Torri il 5° grado, limite alpinistico del tempo.
Il tratto più "stagno" dell'itinerario, che in totale misura un centinaio di metri, sta nella cordata basale e si sostanzia nella fessura che un grande ”orecchio” di dolomia forma addossandosi alla parete verticale; inizia strapiombando, si fa sempre più larga man mano che sale e la cordata di Dibona la superò, ovviamente, senz'alcun mezzo artificiale.
Torre Grande, parete nord della Cima Nord 
Sulla destra, l'"orecchio" (foto E.M., 2009) 

Non saprei quanto frequenti siano le ascensioni della via, la prima di quelle nuove di Dibona sulle Torri (fra le quali Angelo scalò nel settembre 1911 la Quarta Bassa e Alta, e sedici anni dopo, coi colleghi Apollonio e Verzi, raggiunse in traversata aerea la piccola Trephor. Non ho riscontrato invece nelle fonti la variante alla via Myriam sulla Torre Grande, che Angelo avrebbe tracciato con un cliente ignoto nel luglio 1928. 
Dopo oltre un trentennio, ho ancora in mente quella salita, per vari motivi: la verticalità e la solidità della parete; l’esposizione della prima lunghezza di corda, allora provvista di un solo chiodo di assicurazione; l'orgoglio di conoscere un "quinto" del leggendario Dibona, che proprio nel biennio 1910-1911 compì alcune delle sue prime più “mostruose” sulle Alpi. Al confronto di quelle, la nord della Torre Grande d'Averau dovette sicuramente rappresentare un puro "divertissèment" in chiusura di stagione, prima che l'inverno consigliasse di riporre le corde in soffitta.

21 mar 2018

Il Cabiòto de ra Méšcores: una storia di fantasia che non prescinde dalla realtà

Le foglie dei salici erano nuove, brillanti e gli aghi dei larici teneri, di quel verde chiaro che dura soltanto poche settimane.
La luce abbagliante di mezzogiorno sbiadiva il cielo che riprendeva colore solo nel contorno del Tabùrlo, del Taé e degli altri monti.
Uomini e donne vestiti a festa salivano da Pian de Loa in compagnia del parroco, scherzavano insieme, la bella giornata e l’occasione facevano il resto.
Era la prima domenica di giugno del 1900: le sorelle Franceschi, note in Ampezzo con il soprannome di Méšcores, avevano scelto quella data per inaugurare il loro Cabiòto, che era lassù, a lato della strada, poco prima del Ponte Alto.
Che forra spaventosa! Mancava il fiato a sporgersi dal parapetto, eppure qualche ragazzo coraggioso se ne stava lì a guardare, con la testa penzoloni, mentre gli altri, che al ponte non erano neppure arrivati, facevano dentro e fuori del locale - una bella baita di legno d’abete rosso con graziose tendine di pizzo alle finestre – con un bicchiere di vino e un pezzetto di lardo.
Fuori, ad un lato della porta, erano stati sistemati alcuni tavolini con sedie, e intorno ad uno di questi si erano accomodate tre anziane signore cui l’età non aveva tolto né il bel colorito roseo, né un robusto appetito.
Era stato il farmacista a portarle fin lì su di un carretto da fieno, e loro gli avevano chiesto di non passare a prenderle prima che andasse giù il sole. Niente di più facile dal momento che il farmacista considerava il vino la migliore delle medicine e quel giorno ne aveva già bevuto a sufficienza: dopo solo un’ora si era accomodato sul prato caldo di sole dietro al Cabiòto, la giacca appallottolata a cuscino, le braccia conserte sul petto e i piedi appoggiati su una ceppaia che sembrava messa lì apposta. Buon riposo!
Ma torniamo alle padrone di casa, le Méšcores, cioè “i mattarelli”, che, come il soprannome lascia immaginare erano grandi cuoche. Anzi grandissime.
Nella loro casa di Ciademai avevano iniziato un mese prima a preparare i casunziéi con gli s-ciopetìs e ne avevano fatti cinquecento. Un lavoro infinito, paziente e preciso, come solo le donne possono fare. E prima, per settimane, nei prati ai piedi del Pomagagnon, avevano raccolto le pianticelle quando ancora non avevano messo i fiori bianchi a palloncino e quindi non era facile riconoscerle.
Bene, di tutti quei casunziéi su al Cabiòto ne erano arrivati poco più di quattrocento, gli altri avevano fatto gola ad una volpe, madre da poco e perciò indebolita e con bocche voraci da sfamare.
Senza perdersi d’animo le Méšcores avevano messo in cantiere una minestra d’orzo che sarebbe bastata a dieci cucciolate di volpi fameliche, ma l’avevano cucinata su a Ponte Alto, in un paiolo di bronzo su cui il fabbro Sgnèco aveva inciso con caratteri svolazzanti il nome del nuovo ristorante, “Cabiòto de ra Méšcores”.
Come dolce, per finire in bellezza quel pranzo inaugurale, avrebbero servito degli ottimi carafoi.
Dal fondovalle la gente continuava ad arrivare in gruppetti, a coppie, qualcuno era da solo ma avrebbe trovato degli amici, e si assiepava fuori del Cabiòto per un bicchiere di vino, un piatto di minestra o dei casunziéi. Ci fu anche chi, nella gran confusione, urtò una delle tre anziane signore comodamente sedute, ricevendone in cambio un colpo di bastone sui polpacci, e ci fu chi, dopo aver bevuto più del farmacista, disse che avrebbe provato a volare, lanciandosi dal ponte come aveva fatto quel cavaliere di Marebbe. Per fortuna non accadde niente di brutto (anche il farmacista si riprese, pronto per tornare a Cortina con le tre signore sempre più petulanti), anzi fu una delle più belle giornate della storia d’Ampezzo.
La prima domenica di giugno del 1900 su al Cabiòto de ra Méšcores, che da quel giorno per molto tempo avrebbero preparato piatti squisiti per i passanti.

(racconto di Lorenza Russo, 2015)

8 mar 2018

La "curta dei A.M.D.A.", il Pra Danèl, i segreti della natura e della storia

Un pomeriggio, cercando sul Pra Danèl (tra Acquabona e Dogana Vecchia) eventuali resti della cappella dei Piniés, demolita nel 1866 secondo quanto afferma Don Pietro Alverà nella "Cronaca d'Ampezzo nel Tirolo dagli antichi tempi al sec. XX", che comunque non vedemmo, fummo allertati da strani ronzii nel bosco. 
Nulla di extraterrestre: solo marito e moglie che, mediante una carrucola a mano, scivolavano allegramente su un cavo attraverso il Boite. Due ampezzani, un po' stupiti dell'incontro con noi in quel luogo lontano e noto solo a cervi e a cercatori di funghi, che sostarono volentieri a parlare del prato, della presunta cappella, della carrucola e della tabella "Ra curta dei A.M.D.A.", affissa lì vicino su una pianta.
Non riporto le notizie sul prato, che m'interessavano pensando che il fondo (un'enclave privata in territorio regoliero) possa ricordare un avo del ceppo Majoni Danèl (due membri del quale, i fratelli Silvestro e Serafino, salirono nel 1855 da Campo a Cortina e, accasandosi nella casa "numero 8" con due figlie di Nicolò Bigontina Padresanto, ebbero dal suocero il soprannome di Coléto). Mi colpirono invece i dati sulla carrucola, integrati una sera d'autunno in un piacevole scambio di idee con l'albergatore e cacciatore Marco Apollonio.
Sul Pra Danèl, con la Croda Marcora
sullo sfondo (foto E.M.)
Negli anni '60, quando fu chiuso l'accesso ai motori sulla strada boschiva Socol-Chiapuzza, limitando così solo ai pedoni la frequentazione della sponda destra orografica del Boite, Amadeo Dallago e Marco Apollonio - interessati a cacciare e pescare su quel lato del torrente, ma che ritenevano scomodo il modo di arrivarci - tesero sulla corrente un cavo metallico (residuato della funivia di Pocol), che mediante una piccola carrucola consentiva e consente ancora, a chi voglia provare l'emozione, di scivolare lungo il Boite quasi a pelo d'acqua: oggi la cosa non è più una novità, essendosi diffusa in varie località turistiche col nome "esotico" di "zip line". 
La scorciatoia fu denominata "ra curta dei A.M.D.A.": si sarebbe dovuta chiamare "ra curta dei D.A.M.A.", acronimo di nome e cognome dei fautori Dallago e Apollonio, con un rimando anche al nome scientifico del daino, Dama dama Linnaeus; riconoscendo la paternità dell'idea al giovane amico, Dallago propose invece di chiamarla "A.M.D.A." (Apollonio Marco e Dallago Amedeo). Così è rimasta, istituendo un toponimo popolare che manca nelle fonti ma non sulla bocca di chi conosce i luoghi. Oggi la carrucola è un po' meno sicura, perché una delle piante alle quali fu ancorato il cavo risente inevitabilmente del peso degli anni.

28 feb 2018

Torre Wundt, via Mazzorana: 80 candeline!

La ricorrenza avrà rilievo solo per i fans di storia dell'alpinismo, ma il ricordo delle avventure vissute su quella torre è vivo, e va sfogato. Da poco ho acquisito una foto di Piero Mazzorana che risale agli ultimi anni '60, quando la guida gestiva magistralmente il rifugio Auronzo alle Tre Cime. Per l'occasione, mi è venuto in mente che in settembre saranno ottant'anni dalla salita di una delle vie Mazzorana più note: quella sulla fessura sud-est della Torre Wundt, torrione dei Cadini in vista già da Misurina, che la guida percorse col cliente-amico Sandro Del Torso il 7 settembre 1938.
Mazzorana, il "Re" dei Cadini di Misurina
("Le Tre Cime di Lavaredo 1869-1969" di A. Sanmarchi)
Piero, venuto da ragazzo da Longarone ad Auronzo con i familiari, aveva ventotto anni ed era guida dal 1936: la fessura sulla Torre Wundt fu una delle sue 54 vie nuove (secondo Casara; qualcuna in più, tenuto conto delle varianti), scoperte in vent'anni dai Brentoni ai Cadini, dal Cristallo alla Croda dei Toni, dal Sella alle Tre Cime. Passato nel dopoguerra al rifugio Bruno Caldart a Forcella Longères (denominato Auronzo nel 1957, dopo la ricostruzione), lo gestì fino alla pensione. Ritiratosi a Merano, vi morì nell'aprile 1980.
Mi sono preso la briga di raccogliere i principali dati storici della via Mazzorana (200 m, AD+), in un elenco che propongo di seguito. 7.9.38: prima salita; 14.8.42, seconda con variante: Mario Pavesi - Cesare Carreri, Mantova; 25.7.54, altra variante: Bruno Crepaz - Piero Zaccaria, Trieste; 13.3.56, prima invernale: Bruno Baldi - Fabio Pacherini, Trieste; 10.8.72, terza variante: Diego Zandanel - guida, Cortina e Giuseppe Buleghin; 12.8.81, prima delle salite di chi scrive, con Mario Sanvito, Bologna; luglio '86, chiodatura di alcune soste e della via di discesa: Florian Pörnbacher, figlio del gestore del rifugio Fonda Savio e oggi suo successore.
Sulla fessura, che inizia a dieci minuti dal rifugio stesso, ogni estate si accalcano molte cordate, spinte da vari pregi: la brevità e comodità della via, la roccia solida, le difficoltà classiche, lo scenario che schiude la cima, l'accoglienza del Fonda Savio. A tutte le cordate rivolgo un pensiero, e l'auspicio che la Wundt, in tempi di sfide e "primati" sempre più estremizzati, dia ancora la soddisfazione semplice e pura che ha dato a me in 19 salite. Non dimenticando che - nel varcare la soglia del rifugio per il dovuto ristoro - Hans e famiglia mi accoglievano, con la loro cadenza pusterese, così: “Sei venuto su per la tua Torre?

20 feb 2018

Una cima dimenticata "alla fine del mondo", ma splendida!

Tita Valiér sull'Antelao con clienti, 
anni '30 (raccolta E.M.) 

Un giorno giunsi con un amico su una cima che giudicammo “alla fine del mondo”: Cima Scotèr (2800 m), nella porzione sanvitese del gruppo delle Marmarole, visibile già dalla piazza centrale del paese cadorino ma inspiegabilmente dimenticata. 
La notavo da decenni e mai avrei pensato di salirla, fin quando ne ebbi lo spunto dal libro “Antelao Sorapiss Marmarole”, in cui Luca Visentini così la descriveva: “È cima tra le più belle di questa regione. Irragionevolmente dimenticata e trascurata. Notata, indicata sulle carte, ma sprofondata nel segreto di quei pochi - 10 salite dal 1940 al 1985! - che hanno potuto ammirare, calcando la sua vetta, l’immagine più diretta ed ideale dell’Antelao.” 
Arrivammo lassù a metà agosto: sfogliando lo sgualcito  libro di vetta notammo che in quella stagione eravamo solo i secondi. Ignoro quanti ne siano seguiti negli anni a venire, ma credo non siano moltissimi a visitare una cima tanto arcana quanto stuzzicante, distanziata dal rovinoso Passo del Camoscio da meno di un'ora di cenge e paretine mai troppo difficili, ma friabili e esposte. 
Secondo le cronache, i primi a salire la Scotèr furono tre tedeschi, i coniugi Otto ed Ernestine Lecher con C. Reissig e quattro guide di Cortina, Giovanni Barbaria Zuchìn, Arcangelo Dibona Bonèl, Pietro Dimai Deo e Arcangelo Siorpaes de Valbòna: data della salita, 25 agosto 1900. 
Una curiosità: mentre raccoglievo notizie e immagini per il volume in onore del 150° della conquista del Pelmo, grazie alla cortesia del figlio Giovanni mi fu possibile consultare due libretti di una brava guida alpina sanvitese, Battista Del Favero "Tita Valiér" (1878-1952, attivo dal 1910 al 1937).
In essi erano attestate quattro ascensioni sulla vicina, più alta e più nota Cima Bel Pra; stranamente invece, in un trentennio di carriera il “Valiér” non salì mai con clienti la Scotèr, che domina anch'essa il suo paese con una sagoma massiccia e tutto sommato invitante. 
Nell'agosto 1997 partii con tre amici per salirla di nuovo. Sotto il Passo del Camoscio, l'incontro ravvicinato dell'unica ragazza del gruppo con alcuni sassi smossi da incauti turisti che ci precedevano, annullò purtroppo la gita. Ancora adesso, osservando la cima al tramonto o dopo un temporale o nelle migliori giornate d'inverno, mi dico: sarà pure dimenticata "alla fine del mondo", ma la Cima Scotèr è proprio una bella montagna!

16 feb 2018

"Zu Gast in Schluderbach", nuovo libro di montagna dello storico pusterese Wolfgang Strobl

Wolfgang Strobl, insegnante di Dobbiaco e autore di studi sulla letteratura latina del Rinascimento, sul fascismo in Italia e sugli albori del turismo tirolese, ha recentemente pubblicato a Innsbruck “Zu Gast in Schluderbach. Georg Ploner, die Fremdenstation und die Anfänge des Tiroler Alpintourismus” (pp. 423), un saggio frutto di minuziose ricerche in archivi e istituzioni italiane e straniere, sulla storia di Schluderbach - Carbonin, del genius loci Georg Ploner e dell'inizio a metà '800 della valorizzazione turistica della Val di Landro, percorsa dalla Strada d'Alemagna che collega la Pusteria e Cortina.
La fase storica esaminata incarna al meglio la scoperta e la conquista delle Dolomiti. L'imprenditore che intuì le potenzialità dei luoghi e le seppe sfruttare fu Georg Ploner, figlio di un contadino del maso Schluderbach presso Dobbiaco. Sul bivio fra la Val di Landro e la Val Popena Bassa - nel luogo detto Am Leger, dove nel 1835 circa suo padre aveva installato una tenda per ristorare chi percorreva, per lavoro o diletto, la Strada d'Alemagna – fondò un albergo, divenuto in breve un importante centro turistico e alpinistico, apportatore di fama e benefici sia alla Val Pusteria che a quella d'Ampezzo.
L'Hotel, condotto dalla famiglia Ploner fino agli anni Settanta del '900 e poi trasformato in un Residence, non serviva solo ai turisti - che fin dal 1871 raggiungevano Dobbiaco in trento da tutta Europa - ma anche agli alpinisti, che a Schluderbach trovavano guide valenti come gli Innerkofler, e con essi affrontavano le Tre Cime, i Cadini, il Cristallo e il Popena, e a infine a chi voleva riposare tra boschi e monti, accolto da una struttura moderna e dotata di tutti i comfort.
Nel periodo di maggior fulgore del turismo tirolese artisti, musicisti, nobili, regnanti, scienziati e scrittori sostarono a Schluderbach, confermando il proprio passaggio con articoli, diari, lettere e libri. Servendosi di quelle preziose testimonianze, Wolfgang Strobl ha ricostruito con meticolosità le secolari vicende della piccola stazione di villeggiatura ai confini dell'Impero, i personaggi che l'animarono, l'ascesa e il consolidamento della vocazione turistica di un luogo divenuto celebre e influente per la storia economica e sociale della regione.
L'ampio corredo iconografico del saggio onora le peculiarità di Schluderbach, del suo circondario e dei suoi frequentatori; 1300 note e una vasta bibliografia fanno di quest'opera una fonte informativa difficilmente eguagliabile su una struttura nata su un bivio stradale, oggi un po' decaduta ma ancora permeata dall'ineffabile fascino delle Dolomiti.

13 feb 2018

Sesto grado sulla Pala Perosego

Il 26 gennaio, dopo lunga malattia, è mancato Mario Dimai Casciàn, falegname di Cortina nato nel 1947. Lo conoscevo solo di vista ma – poiché da anni mi dedico a scoprire e divulgare fatti, personaggi e storie dell'alpinismo, soprattutto ampezzano - penso sia bello ricordarlo, facendo sapere che il suo nome è legato a una delle cime più piccole e meno note d'Ampezzo.
Pala Perosego da Coiana, con lo spigolo in evidenza
(foto I.D.F., 3.2.2018)
L'11 maggio 1968, in cordata col suo coetaneo Diego Valleferro - Scoiattolo e futura guida - Dimai salì lo spigolo sud della Pala Perosego, piccolo rilievo orientale del Pomagagnon che emerge dalla cresta di Zumèles a pochi passi dalla Forcella omonima, e mostra verso Cortina una parete e uno spigolo di un centinaio di metri. Per inciso, sulla Pala mi sento un po' "di casa": l'ho salita quattro volte da nord (lato Val Granda) e nel 2000 collocai lassù una custodia e un quaderno per le firme, presto distrutto dal maltempo; lo sostituii nel 2005, ma non so più se sia ancora in loco.
In un trentennio la Pala attrasse una decina di scalatori locali e non, che nel 1973, 1977 e 1995 vi aprirono altre vie di varia difficoltà. La prima in ordine di tempo, quattro tiri che risalgono fedelmente lo spigolo, fu stimata - quando si usavano ancora gli scarponi - di sesto grado: per risolverla, a Diego e Mario occorsero cinque ore e  35 chiodi, sette dei quali rimasti in parete.
Chissà se altre cordate dopo il 1968 avranno ripetuto la via Valleferro - Dimai sulla Pala: onestamente, a me la dolomia della cima non sembra particolarmente robusta e, guardandole da vicino, le pareti non così attraenti...
In ogni modo dal 26 gennaio il secco spigolo, che si nota bene già da vari punti del fondovalle e i salitori vollero dedicare ad Armando Menardi (forte alpinista, scomparso a soli ventun anni nel 1966), potrà ricordare anche Mario "Casciàn" e il suo sesto grado di mezzo secolo fa.

10 feb 2018

"Corvo Alto 1" e "Corvo Alto 2": dubbi irrisolti

Ispirato dalla salita odierna di due conoscenti, ripropongo un “rebus” toponomastico: una questioncina dolomitica di quelle che stuzzicano spesso gli studiosi e animano i dibattiti. 
Nel gruppo della Croda da Lago, sottogruppo del Cernera, fondale del Passo Giau tra San Vito e Selva di Cadore che prospetta obiettivi montuosi di buon interesse, pare, dico pare, che due cime vicine condividano lo stesso nome: Corvo Alto
Il “Corvo Alto 1” risulta denominato nelle fonti Monte Mondevàl (2455 m); si tratta di una singolare intrusione di bancate di lava e tufo nerastro in un contesto tutto dolomitico. A picco verso SO e SE, a NE scende invece con un pendio erboso poco ripido, che permette di salire sulla cima - dove qualcuno ha posto una piccola croce - a piedi, con gli sci o le ciaspe partendo dal ceruleo laghetto de la Bastes. 
Di solito, chi vi sale identifica il rilievo come “Corvo Alto” (e così fece anche il linguista Vito Pallabazzer, nel suo saggio sui toponimi del territorio di Selva di Cadore), ma non pare che il nome sia accettato in toto da selvani e sanvitesi; nella bozza dell' atlante toponomastico di San Vito (edita nel 2009), infatti, la cima in questione è detta Mandoàl (Montdevàl a Selva). 
Il “Corvo Alto 2” invece è il dirimpettaio Piz del Corvo (2383 m, Corvo Alto secondo la guida delle "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti; Piz a Corf, Pizacòrf secondo il professor Pallabazzer).
Verso il Monte Mondevàl, col Pelmo sullo sfondo 
(foto G. Da Vià, 10 febbraio 2018) 

Si tratta della maggiore elevazione del bastione dolomitico che scoscende sulle valli del Loschiesuoi e Fiorentina, e a NE si articola in un pendio pascolivo, lungo il quale si guadagna il culmine liberamente e senza difficoltà da Forcella Vallazza, alla testata del catino tra Piz e Mondevàl. 
Chi frequenta queste, come tante altre cime, ovviamente di rado si pone dubbi toponomastici. Il Mondevàl (“Corvo Alto 1") è una meta forse quasi più famosa d'inverno, anche se in veste estiva lo ricordiamo molto piacevole: meno noto e frequentato è invece il “Corvo Alto 2", sul quale salimmo nel 2009 dietro indicazione di amici e trovandolo meritevole.
Dalla croce della vetta, posta in ricordo di Vittorino Cazzetta che esplorò a fondo quelle zone, trovando lassù la morte nell’estate 1996, si dominano S. Fosca e Pescul, paesi sui quali scendono pareti percorse da vie di scalata, alcune di alta difficoltà. 
Per quanto riguarda i nomi delle due cime, ci chiediamo: chi avrà ragione? Antonio Berti, Vito Pallabazzer, gli scialpinisti, i selvani, chi discute su Facebook?

30 gen 2018

150 anni dalla nascita di Piero de Santo, guida ampezzana

Fra poco saranno centocinquant'anni dalla nascita di un alpinista e guida di Cortina fra i più rinomati del suo tempo: Pietro Siorpaes Salvador, più noto come Piero de Santo. 
Figlio di Santo, una delle prime guide dolomitiche, e fratello del bravo ma sfortunato Giovanni Cesare (più noto come Jan de Santo), armaiolo e cacciatore provetto, Pietro visse tra il 1868 e il 1953. Guida già dal 1887, rimase in attività per un periodo non molto lungo, avendo dovuto ritirarsi nel 1903 a causa di un incidente. Fino allora, tra le sue prime salite rientravano fra l'altro la parete NE del Piz Popena e la cresta NE della Punta Michele.
Cambiato il lavoro, batté ugualmente le montagne come guardacaccia, al servizio delle nobili anglo-americane Anna Powers Potts e Emily Howard Bury, proprietarie dal 1898 della villa Sant’Hubertus, lungo la strada per Dobbiaco. 
Appena patentato, Piero aveva salito per primo con due clienti la Cima Eötvös, dedicata al pioniere Rolando e seconda in altezza nei Cadini di Misurina, che i Siorpaes - soprattutto Giovanni - esplorarono spesso. 
Il 20 agosto 1888, dalla cima del Cristallo dove si trovava, assistette all'incidente e scese subito in aiuto del collega Michl Innerkofler, caduto in un crepaccio del ghiacciaio della Valfonda mentre tornava con due studenti da una delle sue trecento ascensioni alla celebre vetta.
Felix Pott con Piero de Santo, 1900 circa (raccolta E.M.) 
Piero fu protagonista di numerose scalate sulle Dolomiti, anche oltre Cortina, e i suoi clienti ebbero spesso parole di elogio per la bravura, la cordialità e la sicurezza con cui conduceva le cordate. Dopo l'incidente che ne fermò l'attività, non potendo più caricarsi della responsabilità di condurre turisti in gite impegnative, mantenne la sua passione guidando facoltosi cacciatori all'inseguimento delle prede nel territorio ampezzano. 
Si dice che, senza volerlo, sia stato anche il primo etologo di Cortina. Dal Barone Guido von Sommaruga (fondatore con Paul Grohmann del Club Alpino Austriaco), ricevette infatti alcune coppie di marmotte, che chiuse in una capanna alle pendici della Tofana per studiarne il comportamento. Gli animali, forse affamati, però fuggirono, e gli esemplari che popolano oggi la valle d'Ampezzo potrebbero discendere dalle marmotte sfuggite a Siorpaes.
Non è noto se corrisponda a verità la diceria secondo cui, dopo la morte nel 1906 della Contessa Potts, sua datrice di lavoro, la guida avrebbe sotterrato intorno a Sant’Hubertus uno scrigno con un "tesoro" affidatogli dalla nobildonna, mai ritrovato. Se così avvenne e gli sconvolgimenti bellici non contribuirono al disseppellimento di quanto nascosto lassù, il segreto di quel "tesoro" è scomparso con lui.

23 gen 2018

35 anni fa, sulla via Dimai...

Trentacinque anni fa, il 23 gennaio 1983, era domenica: una giornata anomala d'inverno, asciutta, con poca neve, temperatura ottobrina e un bel sole, quasi come oggi...
Selfie sulla cima: Ernesto, Enrico.
Federico e Mauro
Quattro amici (ottantotto anni in tutto, per gli amanti dei numeri: chi scrive, di 24, era il "vecio"; Enrico e Federico, di 22, i "mediani"; Mauro, di 20, il "bocia"), salirono tranquilli la parete sud della Punta Fiames, classico terreno di gioco svelato fin dall'inizio del secolo a generazioni di alpinisti, e conclusero la salita invernale della via Dimai-Heath-Verzi - per due di loro era già la seconda volta - con la spensieratezza tipica dell'età.
La via del ritorno, invece, causò un po' di apprensione, dato che l'ombroso canalone di Forcella Pomagagnon era molto ghiacciato; ma la domenica si concluse al meglio, lasciando un ricordo che - soprattutto nel "vècio" - è ancora vivo. La domenica seguente, invece, il vento era pungente, nevischiava e non si andò da nessuna parte; anche perché, proprio quella mattina, nostra zia Lisa morì.

5 gen 2018

5.1.92: compleanno al Prosecco sulla Punta Fiames

Alessandro, amico dal 1984 e ottimo compagno di corda in tante avventure, del quale purtroppo non trovo più i recapiti, compie 60 anni. Tanti cari auguri, "California"!
Nel 1992 Alessandro mi fece partecipe di un'idea: festeggiare insieme il suo 34° compleanno, in arrampicata. Fin qui nulla di eccezionale: il fatto è che l’amico è nato il 5 gennaio, per cui onorare il suo genetliaco sottintendeva compiere una salita almeno con un po' di neve e ghiaccio.
La Punta Fiames, d'inverno
(foto E. Maioni, guidedolomiti.com)
Dove andare? Eravamo giovani e decisi, e pensammo di provare la parete sud della Punta Fiames, lungo la quale ero già salito due volte d'inverno, e con Alessandro altre due d'estate. Per fortuna, fino a quel 5 gennaio non si erano viste grandi precipitazioni, per cui la parete era in buono stato e salimmo regolarmente, senza trovare ostacoli di rilievo.
Dopo le canoniche tre ore di scalata, uscimmo in cima allegri, godendo della solitudine assoluta: nel mio zaino c'era poco da mangiare e non c'erano regali, ma – di nascosto da Alessandro e con cautela per non romperla – ero riuscito a portare lassù una buona bottiglia di prosecco.
Ce la scolammo quasi tutta, mentre saltellavamo per il freddo sulla vetta innevata. Ovviamente gli effetti non mancarono: presi dall’euforia, infatti, alle tre del pomeriggio decidemmo di scendere per la ferrata Strobel. Tralascio i particolari del ritorno, secondo molti più consigliabile d'inverno (ma soltanto se la ferrata non sia troppo innevata!) e comunque più sicuro della traversata a Forcella Pomagagnon lungo la quale, nel marzo di due anni prima da solo, non mi ero trovato tanto bene...
Il tempo passava implacabile: scendevamo lenti, perché sulla pur mansueta ferrata le cenge erano coperte di neve dura, le scarpe non tenevano granché e il ghiaione basale si era trasformato in uno scivolo ripido e compatto, cosicché l'ultima mezz'ora, al tramonto, risultò abbastanza penosa.
Arrivammo integri all'Hotel Fiames solo grazie alla corda che avevamo usato in salita, al piccozzino e alla pila che il previdente amico, come per magia, aveva estratto dal suo zaino di epiche dimensioni. Un "pronto" a casa per rassicurare chi attendeva, e poi via lungo la Statale, a riprendere l’auto al parcheggio del Putti. Nel buio, al freddo e al gelo: ma dentro di noi c'era grande soddisfazione per la bella giornata appena conclusa.
Salutando l'amico che proseguiva per San Vito, gli proposi di festeggiare anche il mio 34° insieme su qualche via: solo che a me "piace vincere facile". Sono nato il 24 ottobre, e – salvo in stagioni anomale – normalmente in quei giorni l'inverno vero deve ancora farsi vedere...

18 dic 2017

Isidoro Siorpaes, "amico e buon compagno di corda"

Fra poco saranno sessant'anni dalla morte di un alpinista ampezzano che lasciò una traccia, seppur lieve, sui nostri monti: Isidoro Siorpaes Péar (dal soprannome materno, del casato Godini).
Classe 1883, scomparso settantacinquenne senza eredi, guida alpina secondo qualche autore, Siorpaes fu spesso ricordato da Federico Terschak, benemerito d'Ampezzo, come amico e buon compagno di corda.
Proprio con Terschak, il 10 agosto 1919 si rese protagonista di una salita che, se non per la difficoltà su roccia (2° grado), spicca per l'inventiva e perché fu la prima via aperta in Ampezzo italiana: la cresta sud della Punta Nera, oltre un chilometro sopra la valle del Boite.
Per superare la cresta, che fu ripetuta in tempi non lontani dall'alpinista Antonella Fornari, i due amici impiegarono sette ore, con un impegno non elevatissimo ma in un ambiente aspro.
Dibona, Apollonio e Siorpaes sulla via Dimai
in Tofana de Rozes (foto Terschak, raccolta E.M.)


Almeno finora, non è comunque quella l'unica prova disponibile dell'alpinismo del Péar. Ne ho altre due: una è la probabile prima ripetizione nel dopoguerra della via Dimai-Eötvös sulla parete sud della Tofana de Rozes, compiuta il 9 settembre 1920 con Terschak, Angelo Dibona e Giulio Apollonio; a essa si riferisce l'immagine qui accanto, tratta dall'edizione 1929 della Guida illustrata di Cortina d’Ampezzo e della conca ampezzana, fortunata opera dello stesso Terschak.
L'altra prova risale al 29 ottobre dello stesso 1920, quando Isidoro e Federico, col bellunese di madre ampezzana Gianangelo Sperti e Agostino Cancider, si aggiudicarono la II salita del Campanile Rosà, aguzzo torrione che si staglia sopra la piana di Fiames, per la via aperta un decennio prima da Angelo Dibona e Celestino de Zanna con Amedeo Girardi e Leopoldo Paolazzi.
Nessuna delle tre salite citate fu di scarso rilievo, neppure per il valente Isidoro, del quale purtroppo non ho altri dati. La convinzione che mi sono fatto su di lui, comunque, è che gli si debba riconoscere un ruolo nella cronaca alpinistica di Cortina del secolo scorso. 
Osservando la cresta della Punta Nera, che dai 2847 metri della cima scende verso il vecchio confine di Dogana tra canali, ghiaie, gendarmi e mughi, viene da pensare: ma quanti oggi la affronterebbero con lo spirito, la tecnica, l’attrezzatura di 99 anni fa (e senza la funivia di Faloria, che in un quarto d'ora porta in centro a Cortina)? 
Anche per questo, voglio ricordare il Péar,  con Terschak, Cancider, Apollonio e altri, anzitutto come uno dei primi "senza guida" ampezzani, modesto e valente esploratore delle nostre montagne.

14 dic 2017

79° incontro con "Le Dolomiti Bellunesi", semestrale delle Sezioni Cai della provincia di Belluno

Anche per questo Natale Le Dolomiti Bellunesi. Dalla Piave in su, semestrale delle Sezioni Cai della provincia di Belluno, propone ricerche sull'alpinismo, l'escursionismo, la natura e la storia; approfondimenti su uomini e montagne; divagazioni narrative; attività e problemi di alcune Sezioni provinciali del Cai; notizie di prime salite su vette bellunesi; recensioni di opere di autori o su argomenti locali.
Tutto questo anima il 79° numero del semestrale diretto da Silvano Cavallet ed Ernesto Majoni e pubblicato dalle Grafiche Antiga. In 123 pagine, dotate di ampia iconografia, il periodico illustra le opere e l'impegno di alpinisti, scrittori, donne e uomini che vivono tra le crode del Bellunese. Sin dal primo numero (estate 1978), la rivista ha avuto lo stesso obiettivo: quello di dare voce e volto all’alpinismo, nonché alla cultura, alla storia e alla vita delle valli tra il Comelico e il Grappa, di chi vi abita e le ama.
Anno per anno, con l'ausilio di decine di collaboratori, LDB ha acquistato credibilità e interesse fra i soci Cai della Provincia e oltre, riscuotendo il gradimento dei lettori e degli esperti del settore e proponendosi con successo nel panorama della pubblicistica nazionale.
Tra gli studi storico-culturali che occupano le prime 50 pagine del fascicolo, risaltano il racconto, affettuoso più che tecnico, di Andrea Carta sulla via normale alla Punta dei Tre Scarperi, il più misterioso Tremila dolomitico; Biciclette in Dolomiti, sul turismo a pedali tra i monti, di Giorgio Fontanive; Alla riscoperta della “Cava dell'Onice” di Caprile, sulla rivisitazione di una miniera ai piedi della Civetta, compiuta da Gianni Lovato col Gruppo Speleologico Proteo; Lino Conti e il suo Rifugio Popena, in cui Enrico Maioni e Mirella Conti tracciano la storia di un rifugio dalla vita breve e dall'amaro destino. Da segnalare poi La traversata delle quattro Rocchette, da Cortina a San Vito di Bruno Martinolli e Claudio Olivier,  una cavalcata in un angolo selvaggio e ricco di spunti esplorativi, naturalistici e storici, lungo il crinale che fu confine tra Ampezzo e il Cadore, il Tirolo e l'Italia.
La rivista concede spazio a un commosso ricordo di Armando Aste, grande alpinista molto legato alle Dolomiti Bellunesi, a relazioni di nuove salite e a recensioni di libri usciti da poco, che riguardano le nostre montagne. La foto di copertina di Apollonio Da Deppo, con gli Spalti di Toro innevati, rende omaggio al mezzo secolo dalla fondazione della Sezione Cai di Domegge, caduto la scorsa estate. 
Le Dolomiti Bellunesi di Natale 2017 spazia comunque anche su altri argomenti, cercando sempre di raccontare con partecipazione e orgoglio la cultura, la natura, la storia di monti e montanari dalla Piave in su.

9 dic 2017

Punta Giovannina, storia di una montagna difficile

Fa da sentinella, incombente, al rifugio Giussani nel cuore delle Tofane: ma quanti conoscono il nome e la storia di quella montagna?
La massiccia cima in questione si trova sul versante SO della Tofana Seconda ed è divisa dalla vetta più alta d'Ampezzo da Forcella del Valon, valico toccato durante la traversata dalle Tofane Seconda e Terza al rifugio. 
Quotato 2936 metri, domina Forcella Fontananégra con una parete gialla, nera e strapiombante, alta oltre 300 metri e visibile da lontano: il suo nome è Punta Giovannina. 
L'origine del toponimo, non molto antico e verosimilmente dovuto a una donna, è singolare. "Punta Giovannina" fu suggerito dalla guida Celso Degasper, primo salitore il 5 ottobre 1933, col collega Giuseppe Dimai Déo, della parete sud della montagna, che durante la Prima Guerra Mondiale forse gli Italiani avevano già visitato. 
Per festeggiare la salita, la Punta ebbe il nome di Giovann(in)a, Apollonio, dal 1930 moglie di Celso Degasper. La via delle due guide, ripetuta probabilmente una sola volta nell'estate 1951, dagli Scoiattoli Ettore Costantini e Bruno Alberti Rodèla, fu poi devastata da una frana e oggi non è più percorribile.
Lacedelli, Michielli e Zardini  in vetta alla Giovannina,
14/7/60 (foto: Fini-Gandini, Zanichelli 1983)
In compenso, lungo gli strapiombi sovrastanti il rifugio Giussani, dal luglio 1960 furono aperte quattro vie, tutte di 6°. La prima fu quella di Lino Lacedelli, Albino Michielli e Claudio Zardini, seguiti nel 1968 da Ivano Dibona e Diego Zandanel; dopo la prima solitaria della via Dibona (Angelo Ursella, 1968), nel 1975 toccò a Carlo e Agostino Demenego; nel marzo 1976 Modesto Alverà e Diego Ghedina salirono per primi, con un bivacco, la via Lacedelli d'inverno; nel 1996 Davide Alberti e Paolo Tassi hanno aperto "Super Toio", suggellando così, salvo ulteriori novità, la storia della cima. 
La Giovannina non è comunque solo per "iniziati"; è possibile toccare il culmine, con difficoltà non elevate, traversando per cenge da Forcella del Valon. La conquista però ha valore di dettaglio, più panoramico e fotografico che altro.

1 dic 2017

Dove il vecchio Pelèle sparava all'orso

Nell'esplorazione, oggi più storiografica e cartografica che pedestre, dei toponimi legati alle persone che animano, soprattutto, la grande distesa  boschiva ai piedi delle cime delle Rochétes - in una delle zone di Cortina più ricche e misteriose in questo senso - mi è capitata "tra i piedi" la Tòuta del Pelèle.
Come la Sciàra del Zorzi e il Ziérmo del Tòuta, anche questo toponimo è localizzato in destra orografica della Val d'Ortié, alla base della Pala de l Orso, pendio posto ai margini delle rocce sul confine tra Ampezzo e S. Vito.
Secondo la storia, la ceppaia biforcuta che esisteva lassù sotto la quarta Rochéta ("fino a poco tempo fa", secondo il dizionario toponomastico di I. De Zanna e C. Berti, 1983) sarebbe nata tagliando due abeti gemelli e fu usata da un cacciatore Michielli, che di solito vi sistemava il fucile durante i suoi appostamenti.
Non è la "Tòuta del Pelèle", ma rende l'idea!
(foto p. g.c. italianostrasiena, 2015)
Il nome si lega dunque a un ceppo familiare, i Michielli Pelèle di Campo, ancora presenti in Ampezzo e Cadore: il loro nomignolo ricorda una voce dialettale tirolese, ma si trova anche in spagnolo col significato di “fantoccio, pagliaccetto”, e denomina un brano per pianoforte di "Goyescas" (1916), celebre raccolta del musicista iberico Granados.
Nel suo studio “Pallidi nomi di monti. Camminare nel territorio delle Regole d'Ampezzo tra linguistica, natura e storia" (1994), Lorenza Russo dubitava che la "ceppaia d'albero abbattuto del Michielli" (così suona letteralmente il toponimo) esistesse ancora - per cause naturali, giacché è facile pensare che un bosco così remoto non abbia mai subito cospicui tagli - e si poneva anche un'altra domanda. 
Se il Pelèle, cacciatore dei tempi andati ed esperto delle selve sotto le Rochétes, potesse essere stato l'uccisore dell'orso che diede il nome alla vicina Pala: il plantigrado è ufficialmente scomparso da Ampezzo intorno alla metà dell'800, ma si è rivisto nella zona di Pòusa Marza, in una fugace visita nella primavera 2009.

24 nov 2017

"Pala di Marco" sul Mondeciasadió: probabile prima sci-alpinistica?

Un'immagine scattata da casa negli ultimi giorni d'autunno prima dell'arrivo della neve, al crestone di Mondeciasadió - dagli anni '30 denominato (Monte) Faloria, che si estende verso il Passo Tre Croci - mi ha fatto tornare in mente un'avventura riferitami anni fa da un amico comune.
Dal crestone scende verso Màndres una pala rocciosa (in verità, più un diedro-canale) che taglia l'intero versante in destra orografica della funivia. Quasi sicuramente il canale non ha mai attratto alcuno, tranne i camosci: ma, in un inverno in cui era ben coperto di neve, suscitò la curiosità del giovane Marco S. Qualche tempo fa, ho incontrato il giovane di allora: gli ho ricordato l'episodio, che aveva ancora presente, e lui mi ha reso volentieri partecipe di quella sua piccola “impresa”.
Il compaesano scese con gli sci il canale, che avrà un dislivello di almeno 400 metri e mi piace citare come "Pala di Marco", appena sedicenne. Era il 1976: in quegli anni Don Claudio, dinamico cappellano di Cortina e sciatore abile e spericolato, stava segnando nuove linee sulle pareti e nei canali più ripidi della conca, e Marco pensò: “Se lo fa lui, perché non posso farlo anch'io, visto che sugli sci me la cavo piuttosto bene?”
Così quell'inverno si misurò con la pala, o canale sul Mondeciasadió: non per una, ma per due volte, e in un'occasione - tra l'altro - era solo, poiché il suo "socio" aveva dato forfait.
La "Pala di Marco" sul Mondeciasadió, in un
bel pomeriggio di novembre 2017 (foto E.M.) 

Non dunque un'impresa straordinaria, ma forse una prima sci-alpinistica, in un luogo che non so se abbia un nome preciso, e non è passato alla storia come altri canali e pareti della zona. Una discesa quasi "estrema" di quaranta anni fa, compiuta una volta in neve fresca e l'altra su neve crostosa e dura, incontrando anche un salto roccioso scoperto, che impose una derapata e un salto di 5-6 metri: e questo fu tutto.
Chissà se dopo Marco S., altri si saranno infilati ancora in quel budello: ma per lo sport locale la cosa ha poco rilievo. L'amico ricorda invece un ultimo particolare: quando gli addetti alla funivia notarono che si stava avviando da solo al suo obiettivo, si agitarono un po': ma lui non si scompose minimamente. 
"A sedici anni - ha concluso sorridendo - facevamo queste e anche altre cose, senza tanto pensarci su!"

20 nov 2017

Curiosità nei boschi di Cortina: la "Scala del Zorzi"

Gli antroponimi ampezzani,  ovvero i nomi di luogo legati a persone vere o leggendarie, furono raccolti, analizzati e descritti ampiamente da Lorenza Russo in un libro che conseguì grande apprezzamento, "Pallidi nomi di monti" (1994). 
L'autrice scrisse poi un racconto (probabilmente rimasto in un cassetto) su un antroponimo singolare, che attira perché non si capisce se possa essere ancora riscontrabile sul terreno: "Sciàra del Zorzi". 
Il nome è legato al ceppo Zorzi di Zuel (villaggio dove un tempo ne abitava un ramo, detto "de chi de 'Sòrso"), di origine veneziana ed estinto da mezzo secolo, quindi d'indubbia storicità. 
Con altri due toponimi legati a casate locali, la "Tòuta del Pelèle" (Michielli) e il "Ziérmo del Tòuta" (Bigontina), la "Sciàra del Zorzi" si trova in destra orografica della Val d'Ortié, ai piedi della dorsale delle Rochétes. Si tratta di un bastione roccioso, situato nel bosco a circa 1800 metri vicino alla Pala del Orso (fra il Pian de ra Bàita e il Zìgar): l'angolo è uno dei più selvaggi della valle, accidentato, con scarsi sentieri e raramente battuto da turisti. 
I boschi sotto la Rochéta, in cui si trovava la Sciàra del Zorzi 
(foto I.D.F., autunno 2014) 

Perché ebbe il nome di "Sciàra del Zorzi"? Si dice che un Giorgio o Zorzi vi avesse facilitato un salto roccioso, fissando una rudimentale scala di legno. Forse Giorgio-Zorzi, che non si sa chi fosse né quando visse, era un cacciatore ("de chi de ra tribù" si dice, riferendosi agli abitanti di Zuel) e sul salto cui diede il nome aveva una posta al camoscio favorita. 
Sarebbe suggestivo curiosare tra la Pala del Orso e il Zigar, il dente roccioso visibile da Cortina che nel 1700 fu importante per marcare il confine tra il Tirolo e Venezia, cercando le tracce di una scala che - per quanto se ne sa - potrebbe essere stata collocata due o trecento anni fa, o forse più.
Pensandoci bene, in quella zona chi scrive è già stato:  in una lontana escursione fuori traccia, con Roberto ci recammo a vedere la cavità ai piedi della Rochéta de Cianpolòngo che ospita la croce di confine n. 1 (ufficiosamente passata vent'anni fa a n. 2) con i millesimi 1779-1852-1964 e dev'essere prossima al salto del Zorzi.
Però, anche se ce ne fosse stato un minimo avanzo, lassù una scala di legno proprio non la vedemmo.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...