20 lug 2018

Giulio Apollonio: alpinista, progettista e protagonista del turismo ampezzano

La storia turistica, soprattutto impiantistica, di Cortina non può dimenticare Giulio Apollonio, deus ex machina della Freccia nel Cielo, una delle funivie più importanti d'Italia che permette di guadagnare senza fatica la Tofana Seconda o di Mezzo – cima più alta d'Ampezzo, simbolo alpinistico dal quale il 29.8.1863 Paul Grohmann schiuse con Francesco Lacedelli "da Melères" le porte alla conquista dei monti della valle - e godere da lassù di un colpo d'occhio senza pari.
Giulio - classe 1896 - si laureò nel primo dopoguerra in ingegneria. Buon rocciatore, il 9.9.1920 compì con Angelo Dibona, Isidoro Siorpaes Péar e Fritz Terschak la prima salita "in Ampezzo italiana" della via Eötvös-Dimai sulla parete S della Tofana di Rozes. Il 3.8.1922, con Dibona, Enrico Gaspari e Agostino Cancider, fu tra i secondi salitori, a tredici anni dall'apertura, dello spigolo Jori della Punta Fiames, una delle più severe scalate dolomitiche dell'epoca.
Apollonio tra Dibona e Siorpaes, sulla parete S 
della Tofana de Rozes, 1920 (foto Terschak)
Seguendo la tradizione familiare, che vide lo zio Annibale tra i fondatori della Società Alpinisti Tridentini (di cui fu consigliere nel decennio 1881-90) e il progettista dei primi singolari rifugi “a cubo” del Trentino, Giulio Apollonio presiedette la SAT nel 1942-44 e 1949 e ne fu consigliere nel 1934-41, 1948 e nel triennio 1950-1952. Gran parte della sua attività professionale fu rivolta alla progettazione e al restauro dei rifugi alpini, e il suo impegno confluì nello studio “Come costruire i nostri rifugi”, presentato al LXX Congresso del Club Alpino Italiano, svoltosi a Lucca nell'estate 1958.
Il nome dell'ingegnere è legato soprattutto a un fortunato modello di bivacco in legno e lamiera per il ricovero di alpinisti ed escursionisti. Apollonio lo ideò durante la seconda guerra mondiale e lo attuò a Cortina nel 1954, inaugurando il bivacco fisso a Forcella Grande, tra le crode di Fanes: dedicato a Gianni Della Chiesa, il manufatto fu poi demolito per vetustà e utilizzo inappropriato nel 2013. Il ricovero modello Apollonio, dell'ampiezza media di 6 mq, non era a semibotte come quelli installati nelle Alpi Occidentali fin dagli anni Venti del '900, ma a parallelepipedo con tetto arcuato e 9 brande che, rovesciate, diventano ripiani e tavolini; una novità era il sistema di areazione, assicurato da una presa d’aria sulla porta e uno sfiatatoio sul tetto.
Comproprietario del Grand Hotel Savoia, in esercizio nel 1923, e presente a Cortina anche in ambito amministrativo, negli anni Sessanta Giulio promosse il progetto della funivia in tre campate dallo Stadio Olimpico del Ghiaccio a 3195 m, sotto la vetta della Tofana. Lo seguì e poté vederlo terminato nell'estate 1971. 
Morì il 9 agosto 1981, lasciando all'alpinismo e alla valle nativa una cospicua eredità tecnica, culturale e di accoglienza in campo turistico.

13 lug 2018

Curiosità di storia: la prima guida turistica di "Cortina italiana", 1923

Nonostante ostinate ricerche, fino a un anno fa supponevo che l'attività pubblicistica di promozione del turismo a Cortina svolta per decenni da Federico Terschak, alpinista, dirigente sportivo e scrittore di chiara fama, avesse esordito nel 1929.
È quello, infatti, l'anno cui risale la “Guida illustrata di Cortina d'Ampezzo e della conca ampezzana”, pubblicata dallo Studio Editoriale Dolomiti e ristampata per almeno quindici volte (fino al 1970) sia in italiano che in tedesco, con titoli e presso  editori diversi. 
Grazie a un incontro con un amico, anch'egli appassionato dell'editoria  su Cortina, però, ho dovuto rivedere le mie nozioni in materia. Terschak aveva esordito come autore di pubblicazioni turistiche a 24 anni, editando col padre Emil - allo scoppio della Grande Guerra - la “Führer durch Ampezzo und die Hochtouren um Cortina”. La guida, interessante pezzo d'antiquariato ristampato con accrescimenti e miglioramenti da S. Hirzel a Lipsia già nello stesso anno della prima edizione, contiene molte immagini, tra le quali alcune di scalate e rifugi alpini scattate da Federico, buon alpinista con e senza guide ed eccellente fotografo.
Passata Cortina all'Italia, nel 1923 la Tipografia Ronzon di Longarone licenziò subito la prima opera di Terschak in italiano, intitolata semplicemente “Guida di Cortina”; il giovane Federico ne risultava editore, mentre le sorelle Apollonio, titolari di un “negozio di chincaglieria” sul Corso Vittorio Emanuele, ne detenevano la proprietà riservata.
Munita di una carta stradale automobilistica curata dall'ufficio viaggi di Albino Dandrea con le “gite giornaliere attraverso le Dolomiti con automobili di lusso”, gli orari degli autoservizi e alcuni box pubblicitari, in una quarantina di pagine la Guida contiene gli argomenti essenziali per conoscere Cortina: cenni storici sulla valle, descrizione del paese, passeggiate, gite, attività invernali e cenni pratici, terminando con l'elenco di alberghi, ville e case private, esercizi e servizi turistici. 
Nel piccolo volume, privo di immagini e sicuramente non comune, c'è tutto il germe dell'entusiasmo di Terschak, un germanico che - dopo la baraonda della 1^ Guerra Mondiale e l'aggregazione di Cortina alla Provincia di Belluno – s'impegnava per far continuare l'ascesa del paese nel firmamento turistico internazionale: un progetto meritevole di plauso, di una persona che non va dimenticata.

9 lug 2018

La pace alpina dei Śuoghe

Chi conosce e frequenta quei luoghi estranei al tempo e allo spazio, li denomina “I Śuoghe”, ma la toponomastica ampezzana identifica il punto più strategico della dorsale, in prevalenza boscosa, che scende a est della Croda de r’Ancona fino allo sbocco della Val di Gotres, come “Ra Ciadénes”. 
Un secolo fa, sui Śuoghe i combattenti di entrambi gli schieramenti furono costretti a passare per attaccare e difendere la sottostante posizione di Son Pòuses, e contro la dorsale fallirono senza rimedio i tentativi di assalto portati dal Regio Esercito fin dal giugno 1915. 
La quota 2053, coperta di conifere e distinta da un segnale trigonometrico, e quella - 50 m più bassa e su terreno aperto - dove la traccia di sentiero aperta dai soldati (già segnata e numerata, ma dismessa da decenni per problemi di manutenzione), giungendo lassù dalla SS 51 incontra quella che sale dalla Val di Gotres, offrono uno scenario solitario e struggente, e la possibilità di osservare sia opere belliche che fauna selvatica in un contesto di autentica pace. 
La zona, per fortuna poco reclamizzata, è un'ottima meta primaverile per misurare i garretti in vista di ben altri impegni, e di escursioni autunnali per sfidare la neve, che lassù pare arrivi spesso in ritardo rispetto ad altrove. 
Del resto, il pendio alberato e percorso da più tracce, che s'inerpica da Ospitale per 563 m di dislivello fino alla sommità della dorsale, è ben esposto al sole e al vento, tanto che è capitato di salirci d'inverno su terreno quasi asciutto. 
L'ultima salita in vetta, 26.11.2006
(foto I.D.F.)
Oggi non onoro più l'appuntamento che per anni avevo instaurato coi Śuoghe, ma resta dolce e indelebile il ricordo dell'ultima occasione in cui traversammo da Ospitale a Gotres in condizioni tardo-estive: era un'irripetibile domenica di fine novembre, vissuta fino agli ultimi istanti di cammino. 
Vale sempre l'auspicio di non sapere né vedere se anche lassù dovessero prendere piede le valorizzazioni, talvolta aberranti, di "promotori turistici" di ogni provenienza, che infrangerebbero definitivamente l’atmosfera di quel magnifico mondo. 
Anche da grande ho visitato i Śuoghe o Ra Ciadenes, fondamentali in guerra e quasi dimenticati in pace, sempre con la stessa curiosità e la gioia dello studente che salì per la prima volta lassù coi genitori, firmando a matita la trave di colmo della casamatta sommitale quasi cinquant'anni fa, il 1° maggio 1972. 

5 lug 2018

Punta Nera, cresta sud: una sola ripetizione?

Credo sia noto che, nelle indagini che mi diverto a svolgere sull'alpinismo a Cortina, sulla sua storia più che centenaria e su molti suoi personaggi, compare spesso un uomo dalla vita lunga e movimentata: Federico "Fritz" Terschak, alpinista, scialpinista, dirigente sportivo e scrittore germanico accasato in Ampezzo, che dagli anni '10 fin quasi ai '70 del secolo scorso fornì importanti contributi alla storia locale.
Per decenni Terschak esplorò a fondo - con la corda come con gli sci - la conca dov'era giunto bambino e dove si spense nel 1977, quasi novantenne, lasciando sui monti ampezzani molti percorsi inediti e oggi in massima parte snobbati dalle mode. 
Uno di questi riveste per me una certa curiosità: la cresta sud della Punta Nera, salita il 10 agosto di novantanove anni fa da Terschak e Isidoro Siorpaes, al tempo referente delle guide per la Sezione Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco (ribattezzata nel 1920 Sezione di Cortina d'Ampezzo del Cai). L'interesse della via, più che nelle sue caratteristiche tecniche, sta nella cornice storica: fu infatti la prima via di roccia - e unica del 1919 - aperta sulle Dolomiti divenute da pochi mesi italiane.
Da S. Vito verso la Punta Nera (cartolina
austriaca del 1910, raccolta E.M.)
La via Terschak, di sviluppo chilometrico e con peculiarità esplorative in un contesto selvaggio, che inizia poco lontano dal trio di case di Dogana Vecchia, per quattro secoli confine di Stato, si conclude a 2847 metri sulla sommità martoriata dai fulmini della Punta Nera. Essa ha avuto almeno una ripetizione: quella di Antonella Fornari, cadorina d'adozione, scrittrice prolifica e cultrice delle vicende della Grande Guerra in Dolomiti.
Non ho i dati che, da "cronista di paese", servirebbero a contestualizzare meglio il fatto (data della ripetizione, nome dei compagni di cordata, ore impiegate, difficoltà riscontrate, eventuali curiosità), né immagini specifiche della cresta, ma sono riuscito a convincere Antonella a fissare qualche flash della sua lontana avventura in un pezzo, apparso nel numero Estate 2018 della rivista “Le Dolomiti Bellunesi” col titolo di “Sulla Punta Nera per la cresta sud”. 
Tanto può bastare, per integrare la storia e la memoria di Terschak, della Punta Nera, dell'alpinismo del primo '900 sulle Dolomiti a cavallo del confine, di una via che mi piacerebbe aver conosciuto.

30 giu 2018

“Escursioni nelle Dolomiti d'Ampezzo”, nuova pubblicazione del Parco

È in libreria “Escursioni nelle Dolomiti d'Ampezzo”, un volume in edizione italiana e inglese curato da Michele Da Pozzo, Direttore del Parco Naturale nel territorio di Cortina. Nell'ampio panorama della pubblicistica sulle crode ampezzane, emerge per una caratteristica: nasce da "dentro", cioè da chi il territorio lo possiede e gestisce, le Regole d'Ampezzo.
Il libro mira alla valorizzazione culturale, in modo ragionato, dell’incalcolabile ricchezza paesaggistica e naturalistica della valle, senza intaccarne i lembi di integrità più vulnerabili e preziosi. In 191 pagine, l'opera - agile e di piccolo formato - presenta decine di opportunità di escursioni, suddivise per gruppi montuosi e dotate tutte di un minimo e costante livello di manutenzione, segnalazione e periodico controllo della sicurezza.
Oltre che per singolo gruppo montuoso, le escursioni vengono ripartite per tipo d'accesso: ad anello, con partenza/arrivo in un unico punto, o in traversata, con maggiori necessità di collegamento, anche con mezzi pubblici. Sono poi distribuite per grado di difficoltà, con particolare attenzione alle ferrate, su cui occorrono una congrua attrezzatura e preparazione psico-fisica.
“Escursioni nelle Dolomiti d'Ampezzo” intende introdurre il fruitore alle peculiarità ambientali, naturalistiche, storico-culturali dei monti di Cortina, e contiene una cartografia essenziale per ubicare gli itinerari nel circondario e nelle sue varie sub-zone geografiche. È pertanto necessario che il lettore intenzionato a partire porti al seguito cartine escursionistiche aggiornate, almeno in scala 1:25.000, per poter individuare nel dettaglio l’itinerario da seguire e i punti critici per l’orientamento.
L’opera offre 137 proposte: 65 anelli, 39 traversate e 33 ferrate, integrate da una ricca iconografia che propone svariati punti di vista, molto spesso inusuali, sull'assortimento e il fascino del paesaggio ampezzano; non mancano ragguagli su tempi e difficoltà di ogni itinerario, basati sulla stima delle capacità di un fruitore “medio”. Il volume si trova presso gli uffici delle Regole d'Ampezzo e in alcuni punti vendita di Cortina, a € 10,00 la copia.

28 giu 2018

Guglia Giuliana, due poco note vie di Comici

Risalendo il sentiero, sconnesso ma sistemato di recente, verso il canalino terminale d'accesso al Popena Basso (la cupola boscosa sopra Misurina, la cui larga parete giallo-grigia - grazie all'intuito di Severino Casara, che la superò per primo - da quasi un secolo fa da falesia di arrampicata), ho scattato alcune immagini a un elegante spuntone di forma curiosa che, nel suo piccolo, ha una bella storia. 
La Guglia Giuliana
(foto tratta da flickr.com)
Lo spuntone, che dal punto più basso si eleva per oltre 60 metri verso il cielo, ma dal lago non si scorge proprio agevolmente, si chiama Guglia Giuliana. Nel 1944 (una targa alla base della parete nord, presso il sentiero che sale sul Popena Basso, ricorda l'evento) la guglia ebbe il nome della padovana Giuliana Massaro, che arrampicò spesso a Misurina, partecipò ad un paio di vie nuove sui Cadini e lassù precipitò, ferendosi mortalmente. 
Fino al '44 la guglia si chiamava GUF, ed era stata dedicata - come volevano i tempi - ai Giovani Universitari Fascisti, articolazione universitaria del Partito, da Cavallini, Cottafavi, Fabjan e Pompei, i quali - con capocordata Emilio Comici, per alcuni anni guida a Misurina - l'avevano salita il 19.7.1934. 
Dopo di allora, sulla guglia tracciarono una variante alla via Comici la guida di Cortina Giuseppe Dimai e una via nuova in solitaria la guida di Auronzo Piero Mazzorana. Nel frattempo, il 4.9.1937, Comici risalì in vetta con Pompei per la parete nord, per un itinerario valutato di 5° e 6°. 
Ecco la cronistoria essenziale della guglia, cui gli eventi di metà secolo fecero cambiare nome. Non è un caso isolato: pure nel Sella c'era una Torre GUF, battezzata così da Arturo Tanesini nel 1934 e, dopo la caduta del regime, riportata al nome originario di Fiechtlturm, e nel gruppo del Cristallo c'è un rilievo che i primi salitori nel 1931 chiamarono "Croda Medaglia d'oro Giuriati" per ricordare Mario Giuriati, eroe di guerra milanese: poi il nome sparì dalle pubblicazioni, nonostante la cima sia massiccia e ben visibile. 
Sono piccoli dilemmi della storia patria!

26 giu 2018

Cinque Torri, via "Felix": itinerario da riscoprire?

Sull'ombrosa parete nord della Torre Grande, tra il percorso con cui nel 1910 Angelo Dibona spinse al 5° il limite dei gradi su quelle pareti, e quello di 5°+ segnato il 6.8.1933 da Angelo e Giuseppe Dimai, in allenamento per il balzo finale sulla nord della Cima Grande di Lavaredo, salita con Emilio Comici il 12-13-14 dello stesso mese, c'è anche la via ”Felix”. E' poco nota, e anche chi scrive la "scordò" nel libro dedicato nel 2000 alle Torri, “Su par ra Pénes de Naeròu. Storia, alpinismo, oronomastica delle Cinque Torri d'Averàu con varie curiosità”.
Parete N della Torre Grande: "Felix" sale a sinistra 
della visibile fessura centrale (foto E.M.) 

“Felix” fu aperta cinquant'anni dopo la vicina Dimai, nell'estate 1983, dal “Ragno” cadorino Icio Dall'Omo con Roberto Gaspari Moroto di Cortina. Potrebbe essere la prima delle circa 100 vie delle Torri aperte in ottica sportiva, poiché dopo due cordate, giunta su una cengia, va a confluire nella Dibona.
Lunga un'ottantina di metri e valutata fino al 6°, fu aperta senza chiodi, supponiamo con protezioni “moderne”, e fu il primo di una serie di tracciati ideati da Dall'Omo e amici sulle Torri e divenuti poi di moda. Corrisponde forse in parte alla via aperta successivamente dalla guida Mario Dibona con Armando Nascè, che però sale dritta fino in vetta alla Torre, con difficoltà più o meno uguali a "Felix".
Credo che la via di Icio e Roberto segni il discrimine tra l'alpinismo classico e quello attuale di itinerari di falesia, d'alto impegno, attrezzati a prova di bomba e sui quali la prestazione mira a limiti sempre più alti. 
Passata la gioventù, non sarei riuscito a salire di là e così, un giorno in cui con l'amico Mirco scendevo per lo sconnesso ghiaione che rasenta la parete, mi accontentai di sostare un attimo per osservare i movimenti di una cordata impegnata lassù.
Voglio ricordare qui la "Felix" a 35 anni dall'apertura, pensando che la solida parete sulla quale fu disegnata, non sia snobbata da chi apprezza anche le salite non fini a sé stesse, indirizzate verso una cima come la Torre Grande, che custodisce tante storie curiose.

19 giu 2018

Rocchetta di Campolongo: regina delle Dolomiti dimenticate

Una cima delle Dolomiti Ampezzane negletta dai visitatori, assente dai libri fino al 2012 e paradossalmente – per quanto mai molto battuta – più nota oggi, in un momento in cui sempre più spesso si vanno a cercare luoghi “diversi”, estranei alle mode, alla confusione, al “preconfezionamento alpinistico”, è senza dubbio la Rocchetta di Campolongo, quarta e penultima per altezza delle cime che continuano la dorsale del Becco di Mezzodì a SO di Cortina e vanno a concludere il perimetro comunale all’altezza di Dogana Vecchia.
Quotata 2371 metri e priva di serie difficoltà alpinistiche, accessibile con una robusta escursione che si può iniziare al ponte di Socòl (1276 m di dislivello) o a quello di Rocurto sulla strada del Passo Giau (666 m di dislivello, tragitto comunque piuttosto lungo), è frequentata in buona parte da locali. Secondo il libro di vetta, che rimpiazza quello originario, posto nell'estate 1986 con una tabella lignea e qualche bollo rosso sulla "via normale" da un gruppo di amici di Zuel, spesso però registra salite di alpinisti provenienti da lontano.
Meta di gite collettive (la Sezione del Cai di Cortina vi portò 18 persone e un cagnolino nel settembre 2004, quella di Conegliano vi è salita nell'estate 2013), solcata sul versante cadorino da alcune vie di roccia di difficoltà classiche, la Rocchetta è nota perché il 16.10.1999 una coppia di locali scoprì casualmente sulle rocce del culmine, 220 anni dopo l’incisione, un “doppio” termine di confine numero 1 tra Ampezzo e San Vito di Cadore (dal 1511 al 1918 tra Tirolo e Venezia).
Gita sociale del Cai Cortina sulla Rocchetta di Campolongo,
5.9.04 (foto Carlo Bortot)
In quel periodo ne scrissi, cercai chiarimenti, formulai ipotesi, poi tutto si è adagiato tra i misteri della microstoria; comunque, sulla cima e alle sue falde il segno di confine numero 1 tra Cortina e Cadore è ben marcato in due luoghi diversi, e ci sono voluti oltre due secoli per evidenziarlo. 
So che appassionati di luoghi romiti di recente sono saliti sulla Rocchetta anche direttamente dal lato nord, che guarda verso la conca d'Ampezzo, per un itinerario forse inedito, di cui però non ho altre notizie e forse scriverò qualcosa in futuro. 
In ogni caso, la cima della Rocchetta - ormai sgombra dalla neve - attende anche quest’anno qualche altro curioso e disposto a fare fatica per godere lassù l’aria finissima e i grandi silenzi delle Dolomiti dimenticate.

17 mag 2018

Ristampato il libro “Rifugio Cinque Torri 1904-2004 - Un’avventura lunga cent’anni”

La famiglia Alberti Lèlo, proprietaria e gestrice della struttura, ha promosso in questi giorni la ristampa anastatica di “Rifugio Cinque Torri 1904-2004 - Un’avventura lunga cent’anni”, volume di Ernesto Majoni uscito 14 anni fa in occasione del secolo di vita del rifugio sotto la Torre Grande d'Averau. Le 64 pagine ricche di immagini d'epoca erano esaurito da tempo ma ancora richieste da alpinisti e bibliofili: ora il volume è nuovamente disponibile presso la famiglia Alberti a Zuel di Sopra, in alcune rivendite e dal 9 giugno al rifugio, che riaprirà per la stagione estiva.
In "Rifugio Cinque Torri 1904-2004" l'autore inizia la storia nel 1842 con la nascita di Giuseppe Ghedina Tomàsc, guida alpina che il 17.9.1880 condusse l’inglese C. G. Wall sulla Torre Grande, massima elevazione del gruppo detto Monte Castellat, dando avvio alla sua esplorazione. Nel 1904 i fratelli Mansueto e Giuseppe Manaigo e Agostino Colli, intuendo che le torri – alcune delle quali già note ai primi alpinisti - costituivano un buon richiamo ma difettavano di un ricovero e ristoro per i visitatori, costruirono l’Albergo 5 Torri, inizialmente in legno a piano unico e poi in muratura a tre piani e con una ventina di cuccette. Uscito praticamente indenne dai due conflitti mondiali, nel '63 l'edificio fu ampliato con la sala da pranzo e oggi – costantemente migliorato e raggiungibile anche con una strada, chiusa in agosto e ottima pista per escursioni invernali con gli sci o le ciaspe - conserva ancora lo stile della casa originaria.
Le Cinque Torri sono una meta molto gettonata e di facile accesso. Tanti escursionisti che passano lassù si dirigono poi più avanti, verso il Nuvolau, la Croda da Lago, i passi Falzarego e Giau o le vie ferrate della Gusela e dell’Averau, ma sulle Torri gli scalatori non mancano. Un tempo erano molto battute tutte le vie classiche delle guglie: Via delle Guide, Myriam, Riss, Diretta, Nord del Barancio, Lusy, Quarta Bassa, Inglese. Da un buon trentennio esse sono state in parte superate dai numerosi tiri moderni, molto duri, spesso brevi ma privi del piacere della vetta.
Il rifugio ha sempre tanto lavoro. Noto anche per la ricca offerta culinaria, è una tappa obbligata per escursionisti, guide alpine e scuole di roccia, scalatori d'antan, climbers, buongustai italiani e stranieri che lassù si satollano. La storia del Cinque Torri offre fatti e curiosità di rilievo: passato per due guerre, dall'Impero al Regno e alla Repubblica, il rifugio lavora da oltre un secolo con impegno e sacrificio, sempre affrontati di buon grado dai proprietari (giunti alla quarta generazione), che sotto le Torri hanno realizzato un valido punto di riferimento per Cortina e l'alpinismo. L’accogliente struttura, in cui si respira ancora l'autentica aria del rifugio alpino, è una pietra miliare dell'ospitalità in Dolomiti, nota e amata, e il libro di Majoni appena ristampato vuole perpetuarne la storia e la memoria.

Ernesto Majoni, “Rifugio Cinque Torri 1904-2004 - Un’avventura lunga cent’anni”, Tipografia Print House Cortina d’Ampezzo 2004 – ristampa anastatica 2018, pagine 64 con immagini in b/n.

8 mag 2018

Giacomo Colli, guida e rifugista, a 100 anni dalla morte

Poco meno di un secolo fa, il 22 giugno 1918, concludeva l'esistenza nella sua casa, nel villaggio di Col, Giacomo Colli Saèrio. Nato nel 1855, a trentaquattro anni aveva conseguito la licenza per esercitare la professione di guida, che gli venne poi rinnovata per un quarto di secolo. 
Giacomo Colli Saèrio, guida e rifugista
(20.5.1855-22.6.1918)
Pur trovandosi nella piena maturità nel periodo in cui “il livello tecnico alpinistico delle guide locali era altissimo”, fu soltanto una "guida per montagne basse", una di quelle disponibili a condurre clienti a piedi o a cavallo attraverso i passi e le valli dolomitiche o in semplici escursioni. Nella storia locale, di Colli si ricorda il soprannome “di Falzarego”, poiché fu uno dei primi, se non proprio il primo rifugista della conca. 
Rilevò, infatti, dal padre Francesco Saverio e poi mantenne per lungo tempo la gestione dell’Ospizio Falzarego, situato prima del passo omonimo sulla Strada delle Dolomiti, completata nel 1909, che sostituì la carreggiabile fra Ampezzo e Livinallongo. Il fabbricato, eretto dalla Magnifica Comunità ampezzana già nel 1868 per ospitare chi transitava per Falzarego, pur essendo la prima struttura d'interesse alpinistico della conca, non fu mai ritenuto un rifugio alpino; anzi, dopo essere stato dotato di una stazione postelegrafonica, nel 1905 fu trasformato in un vero e proprio albergo. 
All'epoca, per rilasciare la concessione a gestirlo, il Comune poneva obblighi rigorosi: apertura garantita fino al 20 novembre di ogni anno e in ogni condizione di tempo; obbligo per il custode di “mantenere la strada dal confine di Livinallongo fino a Cianzopé”, e di essere “fornito di vettovaglie e di buone bibite nonché di foraggi, dei quali avrà sempre una provvigione di almeno 300 chili di fieno e sufficiente quantità di avena”; il capitolato infine, curiosamente stabiliva che “l’Ospizio non potrà giammai essere abbandonato in mano a sole donne.” Per cui, tra il lavoro e gli obblighi ai quali sottostare e avendo moglie e due figlie femmine, quando mai il Saèrio avrà avuto il tempo di scorrazzare per le montagne?
Nel 1907 la gestione dell'Ospizio passò all'imprenditore, bolzanino ma nato in Grecia, Theodor Christomannos (1854-1911). Fautore della Strada delle Dolomiti, il successore di Colli  gestiva già una struttura analoga  sul Pordoi e tenne quella di Falzarego per poco tempo, poiché morì a soli cinquantasei anni. Raso al suolo dall'artiglieria allo scoppio della prima guerra mondiale, dell'Ospizio - Albergo Falzarego sopravvive in pratica soltanto qualche fotografia.

4 mag 2018

Su un "quinto stagno" del grande Angelo Dibona

A sinistra della via normale alla Torre Grande d'Averau dal versante Tofana, scoperta il 17 settembre 1880 da Giuseppe Ghedina Tomàsc col britannico C.G. Wall, si eleva l'ombrosa parete nord della Torre, ben visibile solo da chi si interni fra le guglie e solcata da poche, ma impegnative vie.
La più antica di queste ha oltre un secolo di vita: risale, infatti, all'ottobre 1910, si dovette ad Angelo Dibona e Celestino de Zanna che guidavano l'albergatore Amedeo Girardi, e spicca perché su di essa - cinque anni dopo la Dimai del Campanile omonimo e uno dopo lo spigolo Jori della Punta Fiames - si toccò per la prima volta sulle Torri il 5° grado, limite alpinistico del tempo.
Il tratto più "stagno" dell'itinerario, che in totale misura un centinaio di metri, sta nella cordata basale e si sostanzia nella fessura che un grande ”orecchio” di dolomia forma addossandosi alla parete verticale; inizia strapiombando, si fa sempre più larga man mano che sale e la cordata di Dibona la superò, ovviamente, senz'alcun mezzo artificiale.
Torre Grande, parete nord della Cima Nord 
Sulla destra, l'"orecchio" (foto E.M., 2009) 

Non saprei quanto frequenti siano le ascensioni della via, la prima di quelle nuove di Dibona sulle Torri (fra le quali Angelo scalò nel settembre 1911 la Quarta Bassa e Alta, e sedici anni dopo, coi colleghi Apollonio e Verzi, raggiunse in traversata aerea la piccola Trephor. Non ho riscontrato invece nelle fonti la variante alla via Myriam sulla Torre Grande, che Angelo avrebbe tracciato con un cliente ignoto nel luglio 1928. 
Dopo oltre un trentennio, ho ancora in mente quella salita, per vari motivi: la verticalità e la solidità della parete; l’esposizione della prima lunghezza di corda, allora provvista di un solo chiodo di assicurazione; l'orgoglio di conoscere un "quinto" del leggendario Dibona, che proprio nel biennio 1910-1911 compì alcune delle sue prime più “mostruose” sulle Alpi. Al confronto di quelle, la nord della Torre Grande d'Averau dovette sicuramente rappresentare un puro "divertissèment" in chiusura di stagione, prima che l'inverno consigliasse di riporre le corde in soffitta.

21 mar 2018

Il Cabiòto de ra Méšcores: una storia di fantasia che non prescinde dalla realtà

Le foglie dei salici erano nuove, brillanti e gli aghi dei larici teneri, di quel verde chiaro che dura soltanto poche settimane.
La luce abbagliante di mezzogiorno sbiadiva il cielo che riprendeva colore solo nel contorno del Tabùrlo, del Taé e degli altri monti.
Uomini e donne vestiti a festa salivano da Pian de Loa in compagnia del parroco, scherzavano insieme, la bella giornata e l’occasione facevano il resto.
Era la prima domenica di giugno del 1900: le sorelle Franceschi, note in Ampezzo con il soprannome di Méšcores, avevano scelto quella data per inaugurare il loro Cabiòto, che era lassù, a lato della strada, poco prima del Ponte Alto.
Che forra spaventosa! Mancava il fiato a sporgersi dal parapetto, eppure qualche ragazzo coraggioso se ne stava lì a guardare, con la testa penzoloni, mentre gli altri, che al ponte non erano neppure arrivati, facevano dentro e fuori del locale - una bella baita di legno d’abete rosso con graziose tendine di pizzo alle finestre – con un bicchiere di vino e un pezzetto di lardo.
Fuori, ad un lato della porta, erano stati sistemati alcuni tavolini con sedie, e intorno ad uno di questi si erano accomodate tre anziane signore cui l’età non aveva tolto né il bel colorito roseo, né un robusto appetito.
Era stato il farmacista a portarle fin lì su di un carretto da fieno, e loro gli avevano chiesto di non passare a prenderle prima che andasse giù il sole. Niente di più facile dal momento che il farmacista considerava il vino la migliore delle medicine e quel giorno ne aveva già bevuto a sufficienza: dopo solo un’ora si era accomodato sul prato caldo di sole dietro al Cabiòto, la giacca appallottolata a cuscino, le braccia conserte sul petto e i piedi appoggiati su una ceppaia che sembrava messa lì apposta. Buon riposo!
Ma torniamo alle padrone di casa, le Méšcores, cioè “i mattarelli”, che, come il soprannome lascia immaginare erano grandi cuoche. Anzi grandissime.
Nella loro casa di Ciademai avevano iniziato un mese prima a preparare i casunziéi con gli s-ciopetìs e ne avevano fatti cinquecento. Un lavoro infinito, paziente e preciso, come solo le donne possono fare. E prima, per settimane, nei prati ai piedi del Pomagagnon, avevano raccolto le pianticelle quando ancora non avevano messo i fiori bianchi a palloncino e quindi non era facile riconoscerle.
Bene, di tutti quei casunziéi su al Cabiòto ne erano arrivati poco più di quattrocento, gli altri avevano fatto gola ad una volpe, madre da poco e perciò indebolita e con bocche voraci da sfamare.
Senza perdersi d’animo le Méšcores avevano messo in cantiere una minestra d’orzo che sarebbe bastata a dieci cucciolate di volpi fameliche, ma l’avevano cucinata su a Ponte Alto, in un paiolo di bronzo su cui il fabbro Sgnèco aveva inciso con caratteri svolazzanti il nome del nuovo ristorante, “Cabiòto de ra Méšcores”.
Come dolce, per finire in bellezza quel pranzo inaugurale, avrebbero servito degli ottimi carafoi.
Dal fondovalle la gente continuava ad arrivare in gruppetti, a coppie, qualcuno era da solo ma avrebbe trovato degli amici, e si assiepava fuori del Cabiòto per un bicchiere di vino, un piatto di minestra o dei casunziéi. Ci fu anche chi, nella gran confusione, urtò una delle tre anziane signore comodamente sedute, ricevendone in cambio un colpo di bastone sui polpacci, e ci fu chi, dopo aver bevuto più del farmacista, disse che avrebbe provato a volare, lanciandosi dal ponte come aveva fatto quel cavaliere di Marebbe. Per fortuna non accadde niente di brutto (anche il farmacista si riprese, pronto per tornare a Cortina con le tre signore sempre più petulanti), anzi fu una delle più belle giornate della storia d’Ampezzo.
La prima domenica di giugno del 1900 su al Cabiòto de ra Méšcores, che da quel giorno per molto tempo avrebbero preparato piatti squisiti per i passanti.

(racconto di Lorenza Russo, 2015)

8 mar 2018

La "curta dei A.M.D.A.", il Pra Danèl, i segreti della natura e della storia

Un pomeriggio, cercando sul Pra Danèl (tra Acquabona e Dogana Vecchia) eventuali resti della cappella dei Piniés, demolita nel 1866 secondo quanto afferma Don Pietro Alverà nella "Cronaca d'Ampezzo nel Tirolo dagli antichi tempi al sec. XX", che comunque non vedemmo, fummo allertati da strani ronzii nel bosco. 
Nulla di extraterrestre: solo marito e moglie che, mediante una carrucola a mano, scivolavano allegramente su un cavo attraverso il Boite. Due ampezzani, un po' stupiti dell'incontro con noi in quel luogo lontano e noto solo a cervi e a cercatori di funghi, che sostarono volentieri a parlare del prato, della presunta cappella, della carrucola e della tabella "Ra curta dei A.M.D.A.", affissa lì vicino su una pianta.
Non riporto le notizie sul prato, che m'interessavano pensando che il fondo (un'enclave privata in territorio regoliero) possa ricordare un avo del ceppo Majoni Danèl (due membri del quale, i fratelli Silvestro e Serafino, salirono nel 1855 da Campo a Cortina e, accasandosi nella casa "numero 8" con due figlie di Nicolò Bigontina Padresanto, ebbero dal suocero il soprannome di Coléto). Mi colpirono invece i dati sulla carrucola, integrati una sera d'autunno in un piacevole scambio di idee con l'albergatore e cacciatore Marco Apollonio.
Sul Pra Danèl, con la Croda Marcora
sullo sfondo (foto E.M.)
Negli anni '60, quando fu chiuso l'accesso ai motori sulla strada boschiva Socol-Chiapuzza, limitando così solo ai pedoni la frequentazione della sponda destra orografica del Boite, Amadeo Dallago e Marco Apollonio - interessati a cacciare e pescare su quel lato del torrente, ma che ritenevano scomodo il modo di arrivarci - tesero sulla corrente un cavo metallico (residuato della funivia di Pocol), che mediante una piccola carrucola consentiva e consente ancora, a chi voglia provare l'emozione, di scivolare lungo il Boite quasi a pelo d'acqua: oggi la cosa non è più una novità, essendosi diffusa in varie località turistiche col nome "esotico" di "zip line". 
La scorciatoia fu denominata "ra curta dei A.M.D.A.": si sarebbe dovuta chiamare "ra curta dei D.A.M.A.", acronimo di nome e cognome dei fautori Dallago e Apollonio, con un rimando anche al nome scientifico del daino, Dama dama Linnaeus; riconoscendo la paternità dell'idea al giovane amico, Dallago propose invece di chiamarla "A.M.D.A." (Apollonio Marco e Dallago Amedeo). Così è rimasta, istituendo un toponimo popolare che manca nelle fonti ma non sulla bocca di chi conosce i luoghi. Oggi la carrucola è un po' meno sicura, perché una delle piante alle quali fu ancorato il cavo risente inevitabilmente del peso degli anni.

28 feb 2018

Torre Wundt, via Mazzorana: 80 candeline!

La ricorrenza avrà rilievo solo per i fans di storia dell'alpinismo, ma il ricordo delle avventure vissute su quella torre è vivo, e va sfogato. Da poco ho acquisito una foto di Piero Mazzorana che risale agli ultimi anni '60, quando la guida gestiva magistralmente il rifugio Auronzo alle Tre Cime. Per l'occasione, mi è venuto in mente che in settembre saranno ottant'anni dalla salita di una delle vie Mazzorana più note: quella sulla fessura sud-est della Torre Wundt, torrione dei Cadini in vista già da Misurina, che la guida percorse col cliente-amico Sandro Del Torso il 7 settembre 1938.
Mazzorana, il "Re" dei Cadini di Misurina
("Le Tre Cime di Lavaredo 1869-1969" di A. Sanmarchi)
Piero, venuto da ragazzo da Longarone ad Auronzo con i familiari, aveva ventotto anni ed era guida dal 1936: la fessura sulla Torre Wundt fu una delle sue 54 vie nuove (secondo Casara; qualcuna in più, tenuto conto delle varianti), scoperte in vent'anni dai Brentoni ai Cadini, dal Cristallo alla Croda dei Toni, dal Sella alle Tre Cime. Passato nel dopoguerra al rifugio Bruno Caldart a Forcella Longères (denominato Auronzo nel 1957, dopo la ricostruzione), lo gestì fino alla pensione. Ritiratosi a Merano, vi morì nell'aprile 1980.
Mi sono preso la briga di raccogliere i principali dati storici della via Mazzorana (200 m, AD+), in un elenco che propongo di seguito. 7.9.38: prima salita; 14.8.42, seconda con variante: Mario Pavesi - Cesare Carreri, Mantova; 25.7.54, altra variante: Bruno Crepaz - Piero Zaccaria, Trieste; 13.3.56, prima invernale: Bruno Baldi - Fabio Pacherini, Trieste; 10.8.72, terza variante: Diego Zandanel - guida, Cortina e Giuseppe Buleghin; 12.8.81, prima delle salite di chi scrive, con Mario Sanvito, Bologna; luglio '86, chiodatura di alcune soste e della via di discesa: Florian Pörnbacher, figlio del gestore del rifugio Fonda Savio e oggi suo successore.
Sulla fessura, che inizia a dieci minuti dal rifugio stesso, ogni estate si accalcano molte cordate, spinte da vari pregi: la brevità e comodità della via, la roccia solida, le difficoltà classiche, lo scenario che schiude la cima, l'accoglienza del Fonda Savio. A tutte le cordate rivolgo un pensiero, e l'auspicio che la Wundt, in tempi di sfide e "primati" sempre più estremizzati, dia ancora la soddisfazione semplice e pura che ha dato a me in 19 salite. Non dimenticando che - nel varcare la soglia del rifugio per il dovuto ristoro - Hans e famiglia mi accoglievano, con la loro cadenza pusterese, così: “Sei venuto su per la tua Torre?

20 feb 2018

Una cima dimenticata "alla fine del mondo", ma splendida!

Tita Valiér sull'Antelao con clienti, 
anni '30 (raccolta E.M.) 

Un giorno giunsi con un amico su una cima che giudicammo “alla fine del mondo”: Cima Scotèr (2800 m), nella porzione sanvitese del gruppo delle Marmarole, visibile già dalla piazza centrale del paese cadorino ma inspiegabilmente dimenticata. 
La notavo da decenni e mai avrei pensato di salirla, fin quando ne ebbi lo spunto dal libro “Antelao Sorapiss Marmarole”, in cui Luca Visentini così la descriveva: “È cima tra le più belle di questa regione. Irragionevolmente dimenticata e trascurata. Notata, indicata sulle carte, ma sprofondata nel segreto di quei pochi - 10 salite dal 1940 al 1985! - che hanno potuto ammirare, calcando la sua vetta, l’immagine più diretta ed ideale dell’Antelao.” 
Arrivammo lassù a metà agosto: sfogliando lo sgualcito  libro di vetta notammo che in quella stagione eravamo solo i secondi. Ignoro quanti ne siano seguiti negli anni a venire, ma credo non siano moltissimi a visitare una cima tanto arcana quanto stuzzicante, distanziata dal rovinoso Passo del Camoscio da meno di un'ora di cenge e paretine mai troppo difficili, ma friabili e esposte. 
Secondo le cronache, i primi a salire la Scotèr furono tre tedeschi, i coniugi Otto ed Ernestine Lecher con C. Reissig e quattro guide di Cortina, Giovanni Barbaria Zuchìn, Arcangelo Dibona Bonèl, Pietro Dimai Deo e Arcangelo Siorpaes de Valbòna: data della salita, 25 agosto 1900. 
Una curiosità: mentre raccoglievo notizie e immagini per il volume in onore del 150° della conquista del Pelmo, grazie alla cortesia del figlio Giovanni mi fu possibile consultare due libretti di una brava guida alpina sanvitese, Battista Del Favero "Tita Valiér" (1878-1952, attivo dal 1910 al 1937).
In essi erano attestate quattro ascensioni sulla vicina, più alta e più nota Cima Bel Pra; stranamente invece, in un trentennio di carriera il “Valiér” non salì mai con clienti la Scotèr, che domina anch'essa il suo paese con una sagoma massiccia e tutto sommato invitante. 
Nell'agosto 1997 partii con tre amici per salirla di nuovo. Sotto il Passo del Camoscio, l'incontro ravvicinato dell'unica ragazza del gruppo con alcuni sassi smossi da incauti turisti che ci precedevano, annullò purtroppo la gita. Ancora adesso, osservando la cima al tramonto o dopo un temporale o nelle migliori giornate d'inverno, mi dico: sarà pure dimenticata "alla fine del mondo", ma la Cima Scotèr è proprio una bella montagna!

16 feb 2018

"Zu Gast in Schluderbach", nuovo libro di montagna dello storico pusterese Wolfgang Strobl

Wolfgang Strobl, insegnante di Dobbiaco e autore di studi sulla letteratura latina del Rinascimento, sul fascismo in Italia e sugli albori del turismo tirolese, ha recentemente pubblicato a Innsbruck “Zu Gast in Schluderbach. Georg Ploner, die Fremdenstation und die Anfänge des Tiroler Alpintourismus” (pp. 423), un saggio frutto di minuziose ricerche in archivi e istituzioni italiane e straniere, sulla storia di Schluderbach - Carbonin, del genius loci Georg Ploner e dell'inizio a metà '800 della valorizzazione turistica della Val di Landro, percorsa dalla Strada d'Alemagna che collega la Pusteria e Cortina.
La fase storica esaminata incarna al meglio la scoperta e la conquista delle Dolomiti. L'imprenditore che intuì le potenzialità dei luoghi e le seppe sfruttare fu Georg Ploner, figlio di un contadino del maso Schluderbach presso Dobbiaco. Sul bivio fra la Val di Landro e la Val Popena Bassa - nel luogo detto Am Leger, dove nel 1835 circa suo padre aveva installato una tenda per ristorare chi percorreva, per lavoro o diletto, la Strada d'Alemagna – fondò un albergo, divenuto in breve un importante centro turistico e alpinistico, apportatore di fama e benefici sia alla Val Pusteria che a quella d'Ampezzo.
L'Hotel, condotto dalla famiglia Ploner fino agli anni Settanta del '900 e poi trasformato in un Residence, non serviva solo ai turisti - che fin dal 1871 raggiungevano Dobbiaco in trento da tutta Europa - ma anche agli alpinisti, che a Schluderbach trovavano guide valenti come gli Innerkofler, e con essi affrontavano le Tre Cime, i Cadini, il Cristallo e il Popena, e a infine a chi voleva riposare tra boschi e monti, accolto da una struttura moderna e dotata di tutti i comfort.
Nel periodo di maggior fulgore del turismo tirolese artisti, musicisti, nobili, regnanti, scienziati e scrittori sostarono a Schluderbach, confermando il proprio passaggio con articoli, diari, lettere e libri. Servendosi di quelle preziose testimonianze, Wolfgang Strobl ha ricostruito con meticolosità le secolari vicende della piccola stazione di villeggiatura ai confini dell'Impero, i personaggi che l'animarono, l'ascesa e il consolidamento della vocazione turistica di un luogo divenuto celebre e influente per la storia economica e sociale della regione.
L'ampio corredo iconografico del saggio onora le peculiarità di Schluderbach, del suo circondario e dei suoi frequentatori; 1300 note e una vasta bibliografia fanno di quest'opera una fonte informativa difficilmente eguagliabile su una struttura nata su un bivio stradale, oggi un po' decaduta ma ancora permeata dall'ineffabile fascino delle Dolomiti.

13 feb 2018

Sesto grado sulla Pala Perosego

Il 26 gennaio, dopo lunga malattia, è mancato Mario Dimai Casciàn, falegname di Cortina nato nel 1947. Lo conoscevo solo di vista ma – poiché da anni mi dedico a scoprire e divulgare fatti, personaggi e storie dell'alpinismo, soprattutto ampezzano - penso sia bello ricordarlo, facendo sapere che il suo nome è legato a una delle cime più piccole e meno note d'Ampezzo.
Pala Perosego da Coiana, con lo spigolo in evidenza
(foto I.D.F., 3.2.2018)
L'11 maggio 1968, in cordata col suo coetaneo Diego Valleferro - Scoiattolo e futura guida - Dimai salì lo spigolo sud della Pala Perosego, piccolo rilievo orientale del Pomagagnon che emerge dalla cresta di Zumèles a pochi passi dalla Forcella omonima, e mostra verso Cortina una parete e uno spigolo di un centinaio di metri. Per inciso, sulla Pala mi sento un po' "di casa": l'ho salita quattro volte da nord (lato Val Granda) e nel 2000 collocai lassù una custodia e un quaderno per le firme, presto distrutto dal maltempo; lo sostituii nel 2005, ma non so più se sia ancora in loco.
In un trentennio la Pala attrasse una decina di scalatori locali e non, che nel 1973, 1977 e 1995 vi aprirono altre vie di varia difficoltà. La prima in ordine di tempo, quattro tiri che risalgono fedelmente lo spigolo, fu stimata - quando si usavano ancora gli scarponi - di sesto grado: per risolverla, a Diego e Mario occorsero cinque ore e  35 chiodi, sette dei quali rimasti in parete.
Chissà se altre cordate dopo il 1968 avranno ripetuto la via Valleferro - Dimai sulla Pala: onestamente, a me la dolomia della cima non sembra particolarmente robusta e, guardandole da vicino, le pareti non così attraenti...
In ogni modo dal 26 gennaio il secco spigolo, che si nota bene già da vari punti del fondovalle e i salitori vollero dedicare ad Armando Menardi (forte alpinista, scomparso a soli ventun anni nel 1966), potrà ricordare anche Mario "Casciàn" e il suo sesto grado di mezzo secolo fa.

10 feb 2018

"Corvo Alto 1" e "Corvo Alto 2": dubbi irrisolti

Ispirato dalla salita odierna di due conoscenti, ripropongo un “rebus” toponomastico: una questioncina dolomitica di quelle che stuzzicano spesso gli studiosi e animano i dibattiti. 
Nel gruppo della Croda da Lago, sottogruppo del Cernera, fondale del Passo Giau tra San Vito e Selva di Cadore che prospetta obiettivi montuosi di buon interesse, pare, dico pare, che due cime vicine condividano lo stesso nome: Corvo Alto
Il “Corvo Alto 1” risulta denominato nelle fonti Monte Mondevàl (2455 m); si tratta di una singolare intrusione di bancate di lava e tufo nerastro in un contesto tutto dolomitico. A picco verso SO e SE, a NE scende invece con un pendio erboso poco ripido, che permette di salire sulla cima - dove qualcuno ha posto una piccola croce - a piedi, con gli sci o le ciaspe partendo dal ceruleo laghetto de la Bastes. 
Di solito, chi vi sale identifica il rilievo come “Corvo Alto” (e così fece anche il linguista Vito Pallabazzer, nel suo saggio sui toponimi del territorio di Selva di Cadore), ma non pare che il nome sia accettato in toto da selvani e sanvitesi; nella bozza dell' atlante toponomastico di San Vito (edita nel 2009), infatti, la cima in questione è detta Mandoàl (Montdevàl a Selva). 
Il “Corvo Alto 2” invece è il dirimpettaio Piz del Corvo (2383 m, Corvo Alto secondo la guida delle "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti; Piz a Corf, Pizacòrf secondo il professor Pallabazzer).
Verso il Monte Mondevàl, col Pelmo sullo sfondo 
(foto G. Da Vià, 10 febbraio 2018) 

Si tratta della maggiore elevazione del bastione dolomitico che scoscende sulle valli del Loschiesuoi e Fiorentina, e a NE si articola in un pendio pascolivo, lungo il quale si guadagna il culmine liberamente e senza difficoltà da Forcella Vallazza, alla testata del catino tra Piz e Mondevàl. 
Chi frequenta queste, come tante altre cime, ovviamente di rado si pone dubbi toponomastici. Il Mondevàl (“Corvo Alto 1") è una meta forse quasi più famosa d'inverno, anche se in veste estiva lo ricordiamo molto piacevole: meno noto e frequentato è invece il “Corvo Alto 2", sul quale salimmo nel 2009 dietro indicazione di amici e trovandolo meritevole.
Dalla croce della vetta, posta in ricordo di Vittorino Cazzetta che esplorò a fondo quelle zone, trovando lassù la morte nell’estate 1996, si dominano S. Fosca e Pescul, paesi sui quali scendono pareti percorse da vie di scalata, alcune di alta difficoltà. 
Per quanto riguarda i nomi delle due cime, ci chiediamo: chi avrà ragione? Antonio Berti, Vito Pallabazzer, gli scialpinisti, i selvani, chi discute su Facebook?

30 gen 2018

150 anni dalla nascita di Piero de Santo, guida ampezzana

Fra poco saranno centocinquant'anni dalla nascita di un alpinista e guida di Cortina fra i più rinomati del suo tempo: Pietro Siorpaes Salvador, più noto come Piero de Santo. 
Figlio di Santo, una delle prime guide dolomitiche, e fratello del bravo ma sfortunato Giovanni Cesare (più noto come Jan de Santo), armaiolo e cacciatore provetto, Pietro visse tra il 1868 e il 1953. Guida già dal 1887, rimase in attività per un periodo non molto lungo, avendo dovuto ritirarsi nel 1903 a causa di un incidente. Fino allora, tra le sue prime salite rientravano fra l'altro la parete NE del Piz Popena e la cresta NE della Punta Michele.
Cambiato il lavoro, batté ugualmente le montagne come guardacaccia, al servizio delle nobili anglo-americane Anna Powers Potts e Emily Howard Bury, proprietarie dal 1898 della villa Sant’Hubertus, lungo la strada per Dobbiaco. 
Appena patentato, Piero aveva salito per primo con due clienti la Cima Eötvös, dedicata al pioniere Rolando e seconda in altezza nei Cadini di Misurina, che i Siorpaes - soprattutto Giovanni - esplorarono spesso. 
Il 20 agosto 1888, dalla cima del Cristallo dove si trovava, assistette all'incidente e scese subito in aiuto del collega Michl Innerkofler, caduto in un crepaccio del ghiacciaio della Valfonda mentre tornava con due studenti da una delle sue trecento ascensioni alla celebre vetta.
Felix Pott con Piero de Santo, 1900 circa (raccolta E.M.) 
Piero fu protagonista di numerose scalate sulle Dolomiti, anche oltre Cortina, e i suoi clienti ebbero spesso parole di elogio per la bravura, la cordialità e la sicurezza con cui conduceva le cordate. Dopo l'incidente che ne fermò l'attività, non potendo più caricarsi della responsabilità di condurre turisti in gite impegnative, mantenne la sua passione guidando facoltosi cacciatori all'inseguimento delle prede nel territorio ampezzano. 
Si dice che, senza volerlo, sia stato anche il primo etologo di Cortina. Dal Barone Guido von Sommaruga (fondatore con Paul Grohmann del Club Alpino Austriaco), ricevette infatti alcune coppie di marmotte, che chiuse in una capanna alle pendici della Tofana per studiarne il comportamento. Gli animali, forse affamati, però fuggirono, e gli esemplari che popolano oggi la valle d'Ampezzo potrebbero discendere dalle marmotte sfuggite a Siorpaes.
Non è noto se corrisponda a verità la diceria secondo cui, dopo la morte nel 1906 della Contessa Potts, sua datrice di lavoro, la guida avrebbe sotterrato intorno a Sant’Hubertus uno scrigno con un "tesoro" affidatogli dalla nobildonna, mai ritrovato. Se così avvenne e gli sconvolgimenti bellici non contribuirono al disseppellimento di quanto nascosto lassù, il segreto di quel "tesoro" è scomparso con lui.

23 gen 2018

35 anni fa, sulla via Dimai...

Trentacinque anni fa, il 23 gennaio 1983, era domenica: una giornata anomala d'inverno, asciutta, con poca neve, temperatura ottobrina e un bel sole, quasi come oggi...
Selfie sulla cima: Ernesto, Enrico.
Federico e Mauro
Quattro amici (ottantotto anni in tutto, per gli amanti dei numeri: chi scrive, di 24, era il "vecio"; Enrico e Federico, di 22, i "mediani"; Mauro, di 20, il "bocia"), salirono tranquilli la parete sud della Punta Fiames, classico terreno di gioco svelato fin dall'inizio del secolo a generazioni di alpinisti, e conclusero la salita invernale della via Dimai-Heath-Verzi - per due di loro era già la seconda volta - con la spensieratezza tipica dell'età.
La via del ritorno, invece, causò un po' di apprensione, dato che l'ombroso canalone di Forcella Pomagagnon era molto ghiacciato; ma la domenica si concluse al meglio, lasciando un ricordo che - soprattutto nel "vècio" - è ancora vivo. La domenica seguente, invece, il vento era pungente, nevischiava e non si andò da nessuna parte; anche perché, proprio quella mattina, nostra zia Lisa morì.

5 gen 2018

5.1.92: compleanno al Prosecco sulla Punta Fiames

Alessandro, amico dal 1984 e ottimo compagno di corda in tante avventure, del quale purtroppo non trovo più i recapiti, compie 60 anni. Tanti cari auguri, "California"!
Nel 1992 Alessandro mi fece partecipe di un'idea: festeggiare insieme il suo 34° compleanno, in arrampicata. Fin qui nulla di eccezionale: il fatto è che l’amico è nato il 5 gennaio, per cui onorare il suo genetliaco sottintendeva compiere una salita almeno con un po' di neve e ghiaccio.
La Punta Fiames, d'inverno
(foto E. Maioni, guidedolomiti.com)
Dove andare? Eravamo giovani e decisi, e pensammo di provare la parete sud della Punta Fiames, lungo la quale ero già salito due volte d'inverno, e con Alessandro altre due d'estate. Per fortuna, fino a quel 5 gennaio non si erano viste grandi precipitazioni, per cui la parete era in buono stato e salimmo regolarmente, senza trovare ostacoli di rilievo.
Dopo le canoniche tre ore di scalata, uscimmo in cima allegri, godendo della solitudine assoluta: nel mio zaino c'era poco da mangiare e non c'erano regali, ma – di nascosto da Alessandro e con cautela per non romperla – ero riuscito a portare lassù una buona bottiglia di prosecco.
Ce la scolammo quasi tutta, mentre saltellavamo per il freddo sulla vetta innevata. Ovviamente gli effetti non mancarono: presi dall’euforia, infatti, alle tre del pomeriggio decidemmo di scendere per la ferrata Strobel. Tralascio i particolari del ritorno, secondo molti più consigliabile d'inverno (ma soltanto se la ferrata non sia troppo innevata!) e comunque più sicuro della traversata a Forcella Pomagagnon lungo la quale, nel marzo di due anni prima da solo, non mi ero trovato tanto bene...
Il tempo passava implacabile: scendevamo lenti, perché sulla pur mansueta ferrata le cenge erano coperte di neve dura, le scarpe non tenevano granché e il ghiaione basale si era trasformato in uno scivolo ripido e compatto, cosicché l'ultima mezz'ora, al tramonto, risultò abbastanza penosa.
Arrivammo integri all'Hotel Fiames solo grazie alla corda che avevamo usato in salita, al piccozzino e alla pila che il previdente amico, come per magia, aveva estratto dal suo zaino di epiche dimensioni. Un "pronto" a casa per rassicurare chi attendeva, e poi via lungo la Statale, a riprendere l’auto al parcheggio del Putti. Nel buio, al freddo e al gelo: ma dentro di noi c'era grande soddisfazione per la bella giornata appena conclusa.
Salutando l'amico che proseguiva per San Vito, gli proposi di festeggiare anche il mio 34° insieme su qualche via: solo che a me "piace vincere facile". Sono nato il 24 ottobre, e – salvo in stagioni anomale – normalmente in quei giorni l'inverno vero deve ancora farsi vedere...

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...