Le mie montagne, con la loro storia e le vicende di chi le ha vissute e amate e oggi le conserva nei pensieri: anzitutto le montagne ampezzane, ma qualche volta anche altre. Berg Heil!
23 lug 2012
21 lug 2012
Il diedro della Cima del Lago
Nel periodo di fervore alpinistico, salii per quattro volte (e mezza) una via che penso rimanga, esteticamente e qualitativamente, fra le più belle classiche offerte dalle cime attorno a Cortina.
Il giudizio comunque è soggettivo, e deriva più che altro dal fatto che sull’itinerario soltanto una volta, la più sfortunata, ci accadde di
trovare altri salitori.
Mi riferisco al diedro OSO della Cima (o Torre?) del
Lago nel Gruppo di Fanes, che si specchia nel laghetto del Lagazuoi. Il diedro fu scoperto nell'agosto 1954 da Paolo
Consiglio, Marino Dall’Oglio e Gianni Micarelli, tre romani che stavano battendo la zona di Fanes - Cunturines per scoprirvi nuovi e interessanti itinerari.
Dimenticato per alcuni anni, venne poi rivalutato dal triestino Enzo Cozzolino, che lo salì per primo da solo intorno al 1970, e da allora fu ammesso nelle antologie di scalate scelte come una via interessante
e piacevole.
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Sul diedro della Cima del Lago (foto A.M., 21/7/85) |
Il dislivello totale del diedro è di 400 m: i primi 150 hanno difficoltà limitate e roccia non eccellente, mentre il
resto si svolge su roccia ottima, con sei tirate che in un paio di punti toccano il 4+. Ricordo che in quegli anni i chiodi erano rari
(meno degli undici dichiarati dai primi salitori), ma comunque bastavano, potendosi assicurare naturalmente un po’ dovunque.
La mia prima visita al diedro della Cima del Lago avvenne il 26/9/80, quando mi ci portò Enrico, Scoiattolo e poi guida. Il 27/8/81 vi tornai da capocordata con Mario di Bologna, lasciando sull'ultima cordata un libretto di via che, quattro anni dopo, non c'era già più; il 21/7/85, ventisette anni fa, lo salimmo in alternata con Sandro in un’ora e mezzo dalla base, e infine vi tornai il 5/10/86 con Nicola, ancora da
capocordata.
A queste salite aggiungo il tentativo, arenatosi alla fine del primo tratto per le cadute di sassi provocate da altre cordate che arrancavano sopra di noi, compiuto con mio fratello, Cinzia e Michele, il 3/10/82.
Il ricordo della salita,
tecnica ma mai snervante, in un ambiente maestoso,
con una discesa abbastanza breve e semplice ma comunque non banale, dopo anni è sempre vivo, e vorrei mantenerlo per lungo tempo.
16 lug 2012
Don Luigi, vent'anni dopo
Domenica 15 luglio, con una Santa Messa nella Pievanale di San Vito di Cadore e una cerimonia al Centro Turistico Dolomiti a Borca, in cui diverse persone hanno portato una testimonianza di amicizia e gratitudine, è stato ricordato il XX anniversario della scomparsa di Don Luigi Frasson, sacerdote, docente, amante della Montagna. Fra i testimoni che hanno parlato, c'era, modestamente, il sottoscritto, unico ex liceale presente (salvo errori) fra quelli che frequentarono il "Pio X" negli anni '70.
Ecco il sunto della mia testimonianza. Il 1° ottobre 1972 iniziai a Borca la IV ginnasio. Trascorremmo il primo biennio nell’edificio della Ragioneria, oggi destinato ad altri usi; passammo poi per due anni nel convitto "Pio X" e nell'autunno 1976 salimmo a San Vito, nell'attuale sede del Liceo Ginnasio.
Dal terzo anno di scuola, quando entrammo nei locali del "Pio X", ci fu professore di lettere Don Luigi Frasson, che noi, con l'irriverenza tipica dell'età, soprannominavamo “il Gigio”: un educatore cui penso che molti dei diplomati del Classico a Cortina, in Cadore e altrove debbano riconoscenza.
La mia conoscenza e frequentazione di Don Luigi furono unicamente scolastiche. Ricordo un ottimo comunicatore, simpatico, autorevole ma non autoritario; mi fece amare tanto la letteratura italiana, che alla maturità volli portarla per prima materia, anche se poi gli studi universitari volsero in altra direzione. Entrambi amavamo le montagne; ne parlavamo spesso, e un giorno Don Luigi mi propose anche di fare una salita con lui; avevo individuato la parete della Punta Fiames, che già conoscevo, ma poi la cosa, per vari motivi, non ebbe seguito.
Becco di Mezzodì, dal sentiero 457 (Carlo Bortot) |
L'ultimo mio ricordo del sacerdote risale alla fine degli anni '80; una mattina d’autunno lo incontrai davanti al Panificio Alverà di Cortina, vestito da montagna e col sacchetto del pane in mano. Mi salutò col suo sorriso furbesco, disse subito “I me gà dito mirabilia de ti”, poiché sapeva che avevo iniziato l'avventura di giornalista che vivo già da quasi trent'anni, e ci tenne a precisare che stava andando sul Becco di Mezzodì, “la montagna che brilla, quando il sole la sfiora”.
Passarono anni. Nel 2001, per la Sezione del CAI Cortina compilai un opuscolo sul 100° del Rifugio Croda da Lago–G. Palmieri al Lago di Federa. Riordinando le fonti per ricreare la storia dell’edificio, dei suoi monti e della gente che l'animò, mi venne in mente che, quasi un decennio prima, dal Becco di Mezzodì - proprio in faccia al rifugio - era caduto Don Luigi mentre arrampicava con due confratelli, spegnendosi poco dopo all'ospedale.
Il 14/10/1995 ero tornato sul Becco con tre amici; mi ero imbattuto per caso nella placca scura in suo ricordo, posata su un masso lungo la traccia d'accesso da amici fiorentini, e poiché quel gesto mi aveva un po' commosso, non mancai di dedicare un paragrafo del mio libretto anche a lui.
Posso dire di non aver mai completamente dimenticato il mio docente, che ha instradato nella formazione culturale e umana almeno due generazioni di studenti. Del suo insegnamento nel triennio liceale al "Pio X" conservo due fondamenti basilari: l’interesse per i libri (quanti me ne consigliò, quanti ne lessi!) e la passione per lo scrivere, due temi che al “Gigio” piacevano e ci comunicava con una partecipazione tutta particolare, forse non sempre condivisa, ma comunque efficace.
Oltre a ciò, Don Luigi amava la Montagna; il suo nome è scritto anche nella storia alpinistica delle Dolomiti, grazie ad una via aperta sulla Punta Ellie (Cadini di Misurina) il 30/7/1968 con un altro insegnante scomparso, Giovanni Orsoni, e due amici.
Dal Becco, una "montagnola" cui mi sento particolarmente affezionato, perché a diciassette anni vi compii la prima scalata, e trent'anni più tardi per ora anche l'ultima, si domina l'intera valle d’Ampezzo e, non è retorica, si sente davvero il cielo un po' più vicino.
Ho saputo che Don Luigi tornava spesso lassù quando poteva, per condividere con le persone più care la soddisfazione della salita e il panorama a giro d'orizzonte dalla vetta. Dal secondo camino, liscio e un po’ strapiombante, che in un'occasione mise un po' a disagio anche me, il destino volle farlo cadere il 12/7/1992.
Mani amiche hanno inteso ricordarlo sommessamente con la placca citata, incastonata in un grande blocco lungo la traccia che si deve seguire per raggiungere il Becco da Forcella Ambrizzola.
Non ho idea se la placca sia ancora lì, né se sia ancora leggibile. Chi non lo sa, quasi certamente vi transita accanto senza eccessiva attenzione: ma chi scrive la ricorda lassù, ad eternare sulle Dolomiti un pensiero di gratitudine per Don Luigi, sacerdote, educatore, amante della Montagna.
14 lug 2012
Prima ascensione della Gusela de Padeon
“Contrariamente a quanto afferma la storia ufficiale dell'alpinismo, la Gusela, o Bujela de Padeon, marcato torrione cupoliforme ben visibile dalla Strada d’Alemagna nei pressi di Ospitale d'Ampezzo, che fiancheggia l'ombrosa Val Pomagagnon e viene salito abbastanza di rado, non fu raggiunta per la prima volta dagli indomabili soci della “Compagnia della Scarpa Grossa”.
Gli austriaci Viktor Wolf von Glanvell e Karl Gűnther von Saar, infatti, si erano attribuiti la prima salita della guglia, effettuata il 28/7/1900 nel corso di una breve, ma fruttuosa campagna sulla dorsale del Pomagagnon.
Gusela de Padeon, dalla I Pala de ra Pezories (foto di Roberto Vecellio) |
La conquista della Gusela (o Bujela, cioè ago), poca cosa dal punto di vista della scalata (terreno impervio, passaggi fino al 1+) ma significativa per la storia, andrebbe ascritta a un cacciatore, Andrea Cortese del casato dei “Zen”, nato a Zuel d'Ampezzo il 13 giugno 1808.
Secondo quanto riporta un cartiglio scovato di recente tra i documenti di un'antica famiglia ampezzana, Andrea sarebbe salito in cima alla Bujèla (“la Gusella, il monte che fa la guardia alla valle del Po Magagnon”) addirittura il 16/10/1833, quindi esattamente un trentennio prima che iniziasse l’epopea dell’alpinismo in Ampezzo.
Cortese giunse lassù da solo, fiutando un camoscio; nella salita trovò “non pochi perigli, essendo le roccie in taluni punti coverte di fine ghiaccia”, riuscì a bloccare l'ungulato e si portò a casa una riserva di carne da riporre in soffitta per l’inverno.
Il cacciatore morì assai giovane, di “angina pettorale”, il 26 novembre 1850: era figlio unico, celibe, e così la memoria della prima ascensione alpinistica ufficiale d’Ampezzo si perse con lui. Ora ne è stata inaspettatamente ritrovata la notizia, di cui faccio memoria al fine di correggere la cronaca, che attribuisce a Francesco Lacedelli da Meleres, Angelo Dimai Deo e Paul Grohmann, il 29 agosto 1863, il primo successo sulle nostre montagne”.
Nota.
Purtroppo questo raccontino è soltanto frutto della fantasia di chi scrive. Sarebbe interessante poter emendare la storia alpinistica di Cortina in tal senso, e con molta probabilità qualcosa di simile sarà anche accaduto, ma documenti del genere sopra citato non ne sono stati ancora rinvenuti. La speranza di fare uno "scoop", in ogni modo, non muore mai …
11 lug 2012
11 luglio 1982: Mondiali e Torre Wundt
Domenica 11 luglio 1982.
Per l'Italia intera è il giorno della stupenda vittoria ai Mondiali di calcio; per me, più di quello, è il giorno della mia quarta salita della fessura Mazzorana sulla Torre Wundt, compiuta con l'amico Arturo.
Torre Wundt, con la parte superiore della fessura Mazzorana-del Torso: ai suoi piedi il Rifugio F.lli Fonda Savio |
Di ritorno dalla salita nel primo pomeriggio, facciamo tappa a Misurina e festeggiamo con un'enorme birra. Scesi a Cortina, doccia, pizza e tutti da un altro amico, per assistere in compagnia al fatidico 3-1.
Varie altre birre per la vittoria e a sera l'immancabile carosello in macchina lungo la circonvallazione, strombazzando con i clacson in segno di adesione all'evento.
Per me. che sono momentaneamente libero da impegni di studio, alterno gite a scalate e per il calcio non ho mai avuto un grande trasporto, l'11 luglio 1982 fu riempito dalla fessura Mazzorana della Torre Wundt, scoperta per caso un anno prima e dopo di allora ripetuta per altre quattordici volte.
Per me. che sono momentaneamente libero da impegni di studio, alterno gite a scalate e per il calcio non ho mai avuto un grande trasporto, l'11 luglio 1982 fu riempito dalla fessura Mazzorana della Torre Wundt, scoperta per caso un anno prima e dopo di allora ripetuta per altre quattordici volte.
9 lug 2012
40 anni della via ferrata Olivieri sulla Punta Anna
Proprio quarant'anni fa, domenica 9/7/1972, s’inaugurava la nuova via ferrata sulla Punta Anna delle Tofane, costruita per iniziativa della guida Luigi Ghedina Bibi, proprietario e gestore del sottostante Rifugio Pomedes, e dedicata all'alpinista veneziano Giuseppe Olivieri.
L’itinerario,
piuttosto impegnativo poiché munito solo di corde metalliche, costituisce una variante
migliorativa della via ferrata alla Tofana di Mezzo. Esso ne rimpiazza il
tratto originario, ritenuto poco interessante, che dal piede delle
rocce saliva sulla Punta per cenge, canali e salti a destra
della cresta; raggiunge la sommità per l’aereo e panoramico spigolo SE e riprende parte della via di roccia aperta sulla parete E della cima nel 1943.
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Tofana di Rozes, Punta Anna e Tofana di Mezzo dal Bèco d'Aial, agosto 2008 |
Lo scrivente, all’epoca poco meno che quattordicenne, era presente con il padre e un suo collega all’inaugurazione della ferrata, e ricorda bene la scivolata del Parroco-Decano di allora Mons. Angelo Dapunt su una ripida lingua di neve che resisteva ai
piedi della parete, prontamente arrestata da due guide di Cortina presenti alla cerimonia.
Con
le stesse guide in testa e in coda alla piccola comitiva, percorsi poi la ferrata, giungendo in vetta con l’emozione che solo un ragazzo di quattordici anni può provare e chiudendo la giornata al Rifugio Giussani,
inaugurato ufficialmente due mesi più tardi.
5 lug 2012
La Torre che volle morire (per la caduta della Torre Trephor, 2004).
La torre era ormai allo stremo delle forze: il suo grande corpo si era incurvato, la sua voce era sempre più flebile, respirava a fatica, tremava spesso di freddo e si sentiva addosso tutto il male di vivere.
Da lungo tempo soffriva d’ipocondria e di un invincibile complesso d’inferiorità nei confronti delle sue dieci sorelle, tutte più alte, robuste e frequentate di lei.
Incastonata nel verde catino che fronteggia la tricuspidale Torre Seconda, sopportava sempre più a stento il vociare degli escursionisti che le lambivano i piedi senza degnarla di uno sguardo, e degli scalatori che l’aggiravano dirigendosi con baldanza verso mete più rinomate e alla moda (perlopiù le acrobatiche vie sportive, dove da anni numerosi anelli lucenti avevano incatenato pareti, diedri e spigoli e rimbalzavano i raggi del sole).
Si sentiva ormai vecchia e malconcia, la povera torre: il suo atto di nascita ufficiale, infatti, risaliva ad ottant’anni prima.
Un lontano giorno di settembre, Angelo gran (simbolo delle guide locali, allora quasi cinquantenne, che dopo i trionfi degli anni d’oro continuava a mietere successi sulle Alpi intere), Ijuco (aitante e baffuto ragazzo del ’99 che portava clienti in montagna da tre stagioni e si trovava a proprio agio con Angelo gran), e Angelo pizo, ventiseienne che aveva ricevuto in eredità dal padre Agostino la passione per le crode, la guardarono per la prima volta con un certo interesse.
Una sera, tornando a casa da una scalata d’allenamento, le guide si erano attardate sui prati d’Averau per scrutare ogni ruga rocciosa, nel tentativo di scoprire una possibilità di guadagnare la cima, ornata da un ciuffo di mughi non ancora sfiorato dall’uomo.
Dopo diversi tentativi, i tre convennero di riservare al pizo il compito di tentare l’ascesa della torre, dovunque strapiombante e all’apparenza inaccessibile, a meno di non ricorrere a qualche artifizio.
Con un macchinoso lancio di corda da una guglia adiacente, organizzarono, infatti, una traballante teleferica che consentì al più leggero del terzetto di portarsi agevolmente sull’aerea sommità del campanile.
Angelo provvide ad aiutare i compagni che, sorretti dalle sue robuste mani, s’inerpicarono sulla corda agili come gatti, e – mentre il sole saliva allo zenit - sfiorarono delicatamente i mughi che non avevano mai ricevuto carezze.
Dopo un breve consulto, le guide decisero d’intitolare la torre – storpiandone incomprensibilmente il nome – a Edward, affezionato cliente di Angelo gran e di Ijuco, che ogni anno soggiornava per lunghi mesi in paese scalando le cime più belle della conca, e poco tempo prima era stato guidato da Ijuco lungo una parete nascosta, prossima ad un lago ceruleo.
Da allora, trascorsero molti anni prima che qualcuno s’interessasse ancora alla torre, l’ultima ad essere conquistata nel magico giardino roccioso che guarda le Tofane.
Neppure il Deo, Celso, Bepe, Cassiano, Rico, Fausto, Giovanni, Ignazio, il Mescol – che sulle torri erano di casa, vi portavano spesso i clienti e v’intuirono mezza dozzina d’itinerari divenuti presto famosi – rivolsero più un serio pensiero alla torre, che pure avrebbe potuto mettere a dura prova i loro bicipiti, il loro equilibrio e le loro capacità.
Poco prima della guerra, Piero, consigliato dal fratello Ijuco - che ricordava bene l’acrobatica traversata di quel lontano settembre, ma non aveva più avuto occasione di provare la torre – riuscì a violarla dal basso con qualche chiodo, tracciando da solo una vietta, che si rivelò la soluzione più indovinata per sottomettere la scorbutica guglia.
Trascorsero estati torride e gelidi inverni: poca gente rivolgeva uno sguardo interessato a quel nanetto sovrastato, quasi schiacciato da giganti di dolomia più snelli e famosi, dove i turisti facevano la fila per salire.
Di rado, qualcuno toccava l’aerea cima: Angelo gran, che aveva i capelli bianchi ma l’entusiasmo di un adolescente, vi salì col figlio, poco prima di perderlo sotto una valanga su monti lontani; in un attimo di riposo dal lavoro ci provò anche Ugo con Piero suo cognato, e Attilio, principe dolomitico salito in Potor con Mariola, ebbe un brivido di paura notando che uno dei chiodi di Piero era pericolosamente inclinato e non avrebbe retto a lungo il peso di un uomo.
Vent’anni dopo la conquista, in una tiepida giornata autunnale Marino, guida quarantenne divenuto da poco papà, s’inerpicò da solo sulla cima dal versante più ombroso, senza lasciare traccia dell’itinerario seguito, divenuto quasi leggendario.
Finalmente, una mattina di fine agosto, il giovanissimo Paolo – che conosceva già molti segreti delle crode, ma dopo la morte del fratello in montagna, aveva ripreso a scalare da poco - attaccò con un amico il versante più ostico della guglia: una parete gialla alta trenta metri, rotta a metà da una nicchia che pareva scavata da un’aquila a colpi di becco, priva d’appigli e strapiombante.
Dopo cinque ore di lotta, i giovanotti ebbero ragione della lavagna rocciosa, non senza averla ferita con diciotto chiodi: per un ventennio la via rimase la più difficile della torre e altri due ragazzi come loro, attratti dalla possibilità di giungere per primi in vetta d’inverno, non ebbero fortuna e dovettero battere in ritirata di fronte a trenta perfidi metri di roccia.
Passarono altri quattro lustri: dalla città vennero Bruno e Stefano, per salire in verticale dal basso la parete che Piero aveva scalato in diagonale, e decorarono la parete coi primi anelli lucenti, che già invadevano tante montagne.
La guglia era una delle cime meno significative delle Alpi, ma nel suo piccolo poteva vantare una storia movimentata e non priva d’interesse. Come la Torre del Diavolo, la Guglia de Amicis, il Campanile Paola, anche lei era stata salita a prezzo di sforzi funambolici, con manovre che i puri avevano criticato severamente come semplici giochi d’equilibrio, degni di ginnasti e non di amanti della montagna.
Un fresco giorno d’autunno di tanti anni fa, per solennizzare il suo ventesimo compleanno, anche un appassionato alpinista e futuro scrittore di montagna ebbe la ventura di salire la torre con il valente cugino, e sperimentare l’acrobatica discesa dalla parete sud, a corda doppia nel vuoto.
Era la prima di tre salite: seppur breve e non alla moda, al nostro scrittore parve sempre una grande impresa, di cui serba un affettuoso ricordo.
A dispetto degli acciacchi, la torre superò indenne la fine del secolo e l’inizio del terzo millennio: ogni tanto però, soprattutto in primavera, le giunture cigolavano e le facevano male le ossa, bagnate da tante piogge, da ghiaccio e dalla neve, che lassù resisteva copiosa fino a stagione inoltrata.
Lei si difendeva, soffriva senza mai lamentarsi con le sorelle più fortunate, e sperava sempre in un domani luminoso, in una riscossa delle cime dimenticate, delle pareti passate di moda, in un ritorno degli scalatori antichi, che parlavano alle montagne come romantici cavalieri medievali.
Le sarebbe piaciuto rivedere ancora una volta e riabbracciare insieme Angelo gran, Angelo pizo, Ijuco, Piero, Marino, Paolo e Zanier, coloro che sulle sue rocce avevano scritto brevi ma felici pagine di storia e l’avevano corteggiata ed espugnata con garbo e coraggio.
Avrebbe voluto scrollarsi di dosso quegli anelli luccicanti fissati con resine spietate, che non si scioglievano né con le bufere né con il solleone e richiamavano folle vocianti di scalatori in tuta variopinta e scarpette senza stringhe, con le radioline accese e il telefonino che squillava senza sosta.
Avrebbe voluto sparire dai libri e dalle riviste, da chi le faceva pubblicità pensando magari di farle del bene e disturbando invece il suo triste sonnecchiare, il suo languido declino di vecchia dama solitaria e fuori moda, la sua vita legata al filo di ricordi che non sarebbero più tornati.
Avrebbe voluto …
Un caldo giorno di inizio estate, mentre la natura si approntava ad esplodere, le ultime chiazze di neve si struggevano fra i massi sotto le carezze del primo sole e intorno alle torri vagabondavano turisti mattinieri, la guglia fu vinta da un attacco più forte degli altri.
Era la nostalgia per l’epoca aurea dell’alpinismo, per la signorilità degli scalatori antichi, per i silenzi che avvolgevano le montagne fuori stagione, per i tramonti dorati, per i volti amici delle vecchie guide, ormai tutte salite sulle cime del cielo.
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La Torre morta |
Volse un ultimo sguardo al sole e si lasciò andare con dolcezza, ripiegandosi su stessa con un fragore discreto, quasi un soffio e lasciando un gran vuoto fra le sue sorelle e nel ricordo di chi la conosceva e le voleva bene.
Al suo capezzale accorsero immediatamente frotte di geologi, impiantisti, guide alpine, curiosi ed esperti d’ogni genere; il silenzio fu infranto dal viavai degli elicotteri, i giornalisti riempirono colonne d’inchiostro, interrogandosi sul perché di una morte così repentina e tragica e paventando che quella scomparsa potesse scatenare chissà quale epidemia.
Non restava più nulla da fare: al posto della piccola torre che per secoli aveva sfidato il sole e il vento, la neve e la pioggia e aveva accolto pochi rocciatori desiderosi di conoscerla, rimaneva soltanto un grigiastro cumulo di macerie, coperte di polvere ed inutili.
In mezzo ad esse, campeggiavano i chiodi di Piero, Marino e Paolo e alcuni anelli lucenti, ormai raggiungibili senza fatica.
2 lug 2012
La Piccola Croda Rossa e le sue vie d'accesso
Ho calcato circa 10 volte la vetta della Piccola Croda Rossa, montagna aspra ma alpinisticamente non difficile,
che fronteggia ad ovest la sorella maggiore e apre suggestive vedute verso Fanes, Sennes e Braies.
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La Piccola Croda Rossa d'inverno, da Sennes |
In tutte le uscite
ho seguito lo stesso percorso, che chiamerei "via normale ampezzana": dal laghetto ormai quasi asciutto di Rémeda Rossa, per evitare il lungo giro di Forcella Cocodain, si sale direttamente per
ripidi dossi erbosi e sassosi, senza tracce né indicazioni ma con una certa logica, fino in cresta, uscendo sulla Rémeda Rossa e lì innestandosi nella via normale, segnalata con radi bolli rossi e ometti, che proviene dal Rifugio Biella.
In discesa, ho sempre seguito l'aspra, suggestiva dorsale
delle Jeralbes, già relazionata da Berti, lungo la quale si giunge alla Crosc del
Grisc, poco sotto il lago di Rémeda Rossa sul sentiero che scende a Ra Stua.
Per visitare la cima ci sarebbero anche altre opportunità, utilizzabili in ambo i sensi, che necessitano comunque di esperienza e disinvoltura. La prima
segue il canale tra la Rémeda Rossa e la Croda, che
s’imbocca dal citato laghetto. Il canale, già noto ai cacciatori, non presenta problemi alpinistici, e da ultimo va rimontato sul lato sinistro
orografico, fino alla sella tra la Rémeda e la Piccola (informazioni M.A. e I.P.).
La
seconda possibilità, percorsa perlopiù in discesa, si stacca dalla
cresta delle Jeràlbes e mediante un franoso canale con tracce
d’ungulati, consente di raggiungere la Val Montejèla e il Bivacco Dall’Oglio (informazioni S.L.).
Le due possibilità, note
a pochi e prive comunque di indicazioni e facilitazioni, ravvivano una via normale fisicamente impegnativa, pregevole e tutto sommato un po’
noiosa, vista la distesa di pietrame e detriti che bisogna rimontare per giungere in vetta.
Da qualsiasi parte si affrontino,
sui declivi della Piccola è poi abbastanza usuale sorprendere ungulati, che lassù hanno uno degli habitat ampezzani preferiti e si
possono fotografare. Per farlo, comunque,
occorrono prontezza, silenzio e rispetto!
29 giu 2012
Un libro di montagna smilzo ma istruttivo: "La civiltà dell'alpeggio - le casère del Comèlico" di A. Carbogno
Si tratta di un estratto dai nn. 1-2 del 2007 del semestrale “Le Dolomiti Bellunesi”, nel quale Achille Carbogno ha raccolto per l'Università Adulti/Anziani di Belluno, Sezione di Comelico-Sappada, le succinte “biografie” delle 22 casere della montagna comeliana, da Casèra Aiàrnola a Pramarino, Pra della Fratta e La Fitta, che sigillano la civiltà dell'alpeggio di questo verde angolo bellunese.
Nella sentita presentazione Don Attilio Menia, Presidente dell' Università Adulti/Anziani di Belluno ed egli stesso comeliana, così riassume i sentimenti scaturiti dalla lettura di questo breve opuscolo, arricchito da numerose immagini: “... una corona unitaria di prati e di boschi, di colori e di pascoli, tra casère e tabià, dove, più che la verticalità, domina il graduale e dolce declivio seguito dalla gamma di picchi e balze, di dirupi e terrazzi, di canaloni e pianori in una varietà di forme orizzontali di morbida geografia. È museo aperto di beni naturali, fattore identitario di un territorio definito e tipicizzato; testimonianza eccezionale di transumanze e monticazioni estive; bellezza di spettacoli paesaggistici, architettura rurale che affonda le radici in lontananze di sconvolgimenti marini; valori turistici, però, addormentati dai illusorie industrie, agricoltura e zootecnia bloccate da ingenui sogni di attività più produttive. ...”
L'affascinante mondo alpestre del Comelico, terra incastonata fra le più celebri Dolomiti e le aspre Alpi Carniche, tratteggiato da Carbogno diviene, nel suo racconto, l'ultima frontiera del millenario rapporto fra l'uomo e la Montagna: una Montagna che corre il rischio concreto di scomparire, qui ben raccontata perché ben vissuta e ben camminata da un appassionato escursionista e divulgatore dei tesori della sua terra qual è il professore.
Una Montagna sicuramente minore e meno celebrata di quella dolomitica, ma che merita di essere visitata, conosciuta, amata.
25 giu 2012
1872 - Becco di Mezzodì - 2012
La prossima settimana cadrà il 140° anniversario della prima ascensione del Becco di Mezzodì, dovuta alla guida di Cortina Santo Siorpaes da Sorabànces con lo scozzese William Emerson Utterson Kelso .
Ma chi era costui? Kelso era nato ad Essex nel 1828. Dopo aver compiuto gli studi all’Accademia di Edimburgo, intraprese la carriera militare. Nel 1861 si congedò però dall’esercito col grado di capitano adducendo un’infermità, che evidentemente non era così grave da limitare l'attività alpinistica.
Un Becco di Mezzodì "inedito", dalla località El Gròto (15/8/2004) |
Sei giorni dopo, con Santo e il gardenese Anton Kaslatter, il capitano si aggiudicò la seconda salita del Sassolungo, apportando alla via comune (aperta da Paul Grohmann nel 1869) anche una breve variante d’attacco.
Il 19 luglio, con Alberto De Falkner, C. J. Treumann e Josef Baur di Landro, le guide Siorpaes, Pietro Zandegiacomo Orsolina di Auronzo e Peter Salcher di Luggau, giunse sul (forse) ancora inscalato Cimon del Froppa, l'elevazione più alta delle Marmarole.
Per l’occasione, la comitiva salì direttamente dal Ghiacciaio del Froppa di Fuori per la cresta NE, superando lungo la via una parete un po’ strapiombante, che ebbe il singolare toponimo di “Cavalcabissi”.
Nell’estate 1874 Kelso ritornò ancora nelle Dolomiti, per conquistare il 22 luglio, sempre con il fedele Santo, il misconosciuto Duranno, a cavallo fra Veneto e Friuli, per il canalone meridionale.
Il capitano scozzese risulta ancora presente sull'Antelao nel 1885: morì in un luogo ignoto nel 1898.
Il capitano scozzese risulta ancora presente sull'Antelao nel 1885: morì in un luogo ignoto nel 1898.
16 giu 2012
È in uscita il 68° fascicolo di “Le Dolomiti Bellunesi”,
Locandina originale di "Cavalieri della Montagna" (1949, arch. M. Mason - LDB) |
Un ampio
saggio di Marcello Mason sul cinema di montagna dai Lumière ad oggi, arricchito dalle locandine di famosi lungometraggi di
ogni epoca, occupa le prime 20 pagine del numero e introduce la
grande novità: dopo oltre trent'anni, "Le Dolomiti Bellunesi"
è tutta a colori! Subito dopo, Teddy Soppelsa è l'autore di una moderna e vivace
presentazione di Paolo, Thomas, Eric e Marino, ragazzi bellunesi di
"pianura" che hanno intrapreso di recente la carriera di
Guida Alpina. Seguono alcune riflessioni del direttore editoriale
Ernesto Majoni, sul ruolo che la cultura locale può rivestire oggi
per il nostro territorio: ostacolo o valore aggiunto per la crescita?
Storia militare e sportiva, memorie di alpinisti e cime grandi
e piccole s’intrecciano nei contributi di firme familiari ai
lettori: “Quei ragazzi del '99” di Elio Silvestri, “L'umana
pietà nella Grande Guerra” di Giovanni Di Vecchia, “Alle origini
della Transcivetta” di Giorgio Fontanive, “Ricordiamo Vincenzo
Altamura (1930-2009)” di Nico Zuffi, “Pelmo, montagna differente”
di Piergiovanni Fain e Piero De Marco Martin, “Chies e le sue
montagne” di Maudi De March. Da ultimo Filippo Frank, con “Dolomiti
sconosciute: il monte Porgeit”, guida alla scoperta di
una cima ai margini della nostra Provincia, ben poco nota ma
meritevole di attenzione.
Seguendo un palinsesto ormai consolidato,
si avvicendano quindi le rubriche: “Senza barriere”, sempre ricca
di bozzetti, storie e cronache alpine; le Sezioni provinciali del CAI che raccontano l'attività nella rubrica loro riservata; il “Notiziario”, che informa su vari fatti occorsi nella
scorsa stagione fra le vette del Bellunese.
Le prime invernali e le
vie nuove relazionate in questo fascicolo confermano un‘attività
esplorativa in Provincia che ancora non si esaurisce, e il numero si
chiude con le recensioni di alcune pubblicazioni di montagna, di
autori bellunesi o dedicate al nostro territorio.
Va sottolineata un'interessante iniziativa, che prende avvio da questo numero: il
concorso "Blogger Contest 2012", nel quale abbonati e
lettori sono stimolati a proporre brevi scritti di alpinismo e
cultura alpina adatti alla pubblicazione on line nel blog
"Altitudini"; per i primi classificati sono in palio alcuni
premi di sicuro interesse, e i migliori post selezionati dalla giuria
saranno pubblicati sul prossimo numero della rivista. Il Comitato di
Redazione di LDB invita quindi abbonati e lettori a partecipare.
“Le
Dolomiti Bellunesi” a colori inizia il 34° anno di
attività, confermando l'intenzione di ritagliarsi un posto di
rilievo nella pubblicistica nazionale di montagna.
14 giu 2012
14 giugno 1869: Tuckett, Lauener e Siorpaes sul Cristallo
Ricordo di un anniversario alpinistico di 143 anni fa che riguarda Cortina:
"1869. Già il 14 giugno, insieme a Christian Lauener di Lauterbrunnen (1826-1891), una delle grandi guide svizzere dell' Ottocento, con il quale formerà un affiatato binomio, Santo (Siorpaes, 1832-1900) accompagna il britannico Francis Fox Tuckett (1834-1913) nella seconda salita del Cristallo, per la via scoperta quattro anni prima (14 settembre 1865: Paul Grohmann con Angelo Dimai e Santo Siorpaes).
Al ritorno, Tuckett propone di cambiare tragitto e i tre scendono sul versante settentrionale, lungo il ghiacciaio della Valfonda fino a Carbonin, compiendo la prima traversata del Passo del Cristallo da sud verso nord. ..."
(da: E. Majoni, "Santo Siorpaes Salvador (1832-1900). Vita e opere di una guida alpina d'Ampezzo", Cortina d'Ampezzo 2004, pagina 11).
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Il Cristallo da Faloria (immagine provvisoria, da wikipedia) |
"1869. Già il 14 giugno, insieme a Christian Lauener di Lauterbrunnen (1826-1891), una delle grandi guide svizzere dell' Ottocento, con il quale formerà un affiatato binomio, Santo (Siorpaes, 1832-1900) accompagna il britannico Francis Fox Tuckett (1834-1913) nella seconda salita del Cristallo, per la via scoperta quattro anni prima (14 settembre 1865: Paul Grohmann con Angelo Dimai e Santo Siorpaes).
Al ritorno, Tuckett propone di cambiare tragitto e i tre scendono sul versante settentrionale, lungo il ghiacciaio della Valfonda fino a Carbonin, compiendo la prima traversata del Passo del Cristallo da sud verso nord. ..."
12 giu 2012
Tragicomico volo sul Sas de Stria
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Il Sas de Stria da Falzarego: a sin. lo spigolo e l'anticima (webmaster, da "frontedolomitico.it") |
Conoscevo bene quell'itinerario, che avevo già percorso almeno una dozzina di volte, e mi sentivo tranquillo. Il tempo era bello, sulla via non c'era nessuno e così salimmo senza premura, godendoci uno per uno i passaggi, che al tempo sapevo quasi a memoria.
Giunti ad uno strapiombo di 3+, lisciato da cinquant'anni di scalate ma protetto e sicuro, l'affrontai di slancio. All'uscita, forse a causa di un subitaneo malore, caddi all’indietro nel canale che separa il monte da una specie di anticima.
Fu questione di un attimo: poiché a quel livello lo spigolo non è molto verticale, battei per bene sulle rocce sottostanti e, trattenuto da Nicola, mi fermai dopo circa cinque metri. Incredibile ma vero: avevo solo un livido sull’osso sacro, i pantaloni a brandelli e, cosa ben "più grave", mi era sfuggito di tasca il portafoglio!
Mi feci calare piano verso il prezioso effetto personale, lo riagguantai e, vinto lo smarrimento per quella caduta così inaspettata, rifeci il passaggio con l'adrenalina che sempre si elabora in situazioni di questo genere.
Sostammo un attimo sotto la croce di vetta a rinfrancarci; io sbottai in una risata isterica e liberatoria, dopo la quale scendemmo allegramente alla macchina.
Ripensandoci, mi sono chiesto più di una volta che cosa mi possa essere accaduto quel giorno: non avevo problemi fisici, la salita era alla mia portata e per fortuna avevo appena rinviato nel chiodo fisso ai piedi del passaggio in questione.
Grazie a Dio, il colpo rimediato non era violento e - oltre al fondoschiena - non coinvolse altre parti delicate. Comunque dieci anni dopo, quando ad una visita medica mi chiesero se avessi mai accusato contusioni violente a carico dei nervi, la prima cosa che mi venne in mente fu lo spigolo del Sas de Stria. Dopo quel tragicomico ma fortunato volo ho ripercorso lo spigolo soltanto un'altra volta, in compagnia dell'amico Claudio, nel giugno 1993.
11 giu 2012
60 anni della via Lacedelli-Ghedina-Lorenzi alla Cima Scotoni
10-11-12/6/1952: Lino Lacedelli, Luigi Ghedina e Guido Lorenzi, giovani Scoiattoli e guide di Cortina, dopo alcuni tentativi, in trentotto ore di scalata salgono la parete SO della Cima Scotoni nel gruppo di Fanes, che si specchia nel Lago del Lagazuoi.
"L'ultima grande salita dolomitica prima dell'avvento del chiodo a pressione" la definirà anni dopo Reinhold Messner, appena sceso dalla via di cui fu il secondo ripetitore (i primi erano stati i giovanissimi e allora sconosciuti friulani Ignazio Piussi, Lorenzo Bulfon e Arnaldo Perissutti, nell'agosto 1955).
600 metri di parete giallo-nera sempre con alte difficoltà, 140 fra chiodi e cunei piantati e una "rivoluzionaria" piramide umana a tre per superare un tratto particolarmente duro: insieme al Pilastro di Rozes (Costantini-Apollonio, 1944), fu forse la via più impegnativa tracciata da ampezzani fino a quel tempo.
Per anni la Lacedelli-Ghedina Lorenzi fu ritenuta la scalata più impegnativa delle Dolomiti, soprattutto pensando agli "artifici" che i primi salitori avevano dovuto usare, tutti quelli che allora si conoscevano, per superare una parete durissima.
Fino al 1967 fu ripetuta soltanto due volte, perché intimoriva più di qualche cordata famosa; nel 1970 tre trentini ne fecero la prima invernale e pochi anni dopo un ragazzo venuto dal Comelico se ne aggiudicò la prima solitaria.
Fino al 1967 fu ripetuta soltanto due volte, perché intimoriva più di qualche cordata famosa; nel 1970 tre trentini ne fecero la prima invernale e pochi anni dopo un ragazzo venuto dal Comelico se ne aggiudicò la prima solitaria.
Oggi la Lacedelli, ancora molto apprezzata, viene ripetuta forse con metà del materiale usato dai primi salitori, e perlopiù in arrampicata libera. Su quella parete, che si specchia nel verde laghetto sull'Alpe di Lagazuoi, sono state tracciate altre vie più dure ma la via degli ampezzani resta un bell'esempio dell'abilità, del coraggio e della fantasia degli Scoiattoli, che allora scrissero una luminosa pagina nella storia delle Dolomiti, e tutte le pubblicazioni storiche ne fanno menzione.
A distanza di sessant'anni, i primi salitori sono tutti scomparsi, e come feci per il 40° e per il 50°, stavolta mi pare giusto ricordare nuovamente la loro impresa; se fossero fra noi, a Lino, Bibi e Guido farebbe sicuramente piacere.
5 giu 2012
Due ore nel bosco, sull'Anellino dei Ponti
Domenica il tempo non prometteva bene, quindi (ancora) niente trasferte sostanziose. Così, dopo aver sbrigato alcune faccende a casa, ho “inventato” un breve giro a bassa quota, che potrei intitolare l'“Anellino dei Ponti”, in una zona che non ci vedeva da qualche tempo (e, stranamente, questa volta non avevo al seguito la macchina fotografica...)
Il "doppio" segno n. 1 di confine con San Vito, sulla cima della Rocheta de Cianpolongo (foto E.M., 8/6/2003) |
Dal Ponte de Socol (1095 m) abbiamo raggiunto in breve il pascolo dei Ronche, animato dai bovini che sabato 9 saliranno sulla Monte de Federa; quindi su per la stradina forestale 427 al Ponte dei Aiade, sulla suggestiva forra del Ru d'Aiade o de Val d'Ortié (1236 m); giù per il ripido sentiero segnato ma non numerato che per il bosco dei Laghe porta ai Pontes de Val d'Ortié (1078 m), e ritorno al Ponte de Socol per la stradina forestale 426.
Bel giro, ambiente verdissimo, luminoso e solitario (abbiamo incrociato solo due bikers, già alla fine dell'anello); un paio d'ore di relax nei boschi ai piedi della Rocheta de Cianpolongo - sulla quale contiamo di risalire, per rivedere il "doppio" segno numero 1 del confine Cortina-San Vito -, un recesso dolomitico che “è Parco senza essere Parco”, sempre se la centralina sul Ru d'Aiade resterà solo un progetto...
Al rientro nel “consorzio civile”, dopo quel bagno verde, i lavori per i grandi condomini di Acquabona e la stalla delle Regole ai Ronche, pur essendo ancora in fase di esecuzione e anche se sicuramente porteranno qualche cosa alla comunità, hanno rotto un pochino l'incanto!
1 giu 2012
Medaglia d'oro al valor civile per Alberto Bonafede e Aldo Giustina
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Il Pelmo dalla Valle del Boite (arch. Istituto Ladin de la Dolomites - Borca di Cadore) |
Attorno ad esso viviamo in molti: più vicino l'Oltrechiusa, un po' più in disparte Cortina, ma il Pelmo fa comunque parte del nostro orizzonte quotidiano. Dal 31 agosto 2011 a tanti di noi, al cospetto di questa grande montagna, lo sguardo sfugge, si abbassa, i pensieri corrono, i ricordi bruciano; lassù, sulla tetra parete N, in un supremo atto di coraggio, abbiamo perso due amici, due uomini dal sorriso franco e pulito che vivevano per la Montagna e per gli altri.
Dieci mesi dopo la tragedia, il prossimo 10 giugno, a San Vito Alberto Bonafede "Magico" e Aldo Giustina "Olpe" riceveranno la medaglia d'oro al valor civile, con una cerimonia che si preannuncia sobria; la Repubblica Italiana concederà quindi il dovuto riconoscimento a due ragazzi che hanno donato la loro vita nel tentativo di salvare quella di due sconosciuti, trovatisi in difficoltà sul grande Pelmo.
Presenzieranno per l'occasione personalità politiche, amministrative, religiose; non mancheranno i discorsi, i momenti di commozione, le lacrime. La sala comunale di San Vito potrà contenere solo gli invitati, ma nei nostri paesi, intensamente abbracciata ad Alberto e Aldo, ci sarà comunque una comunità intera, quella di tutta la valle; amici, conoscenti, alpinisti e non, tutti scossi nel profondo da quel 31 agosto in cui il “Caregon del Padreterno” ha respinto uno spontaneo atto d'amore verso il prossimo.
Spunta una frase dalla mia memoria, e in questo frangente la dedico con affetto ai due ragazzi, che non mi pare retorico chiamare “eroi”: “L'anima del loro agire ed il senso del loro essere nella storia era più alto. Alto come le rocce e i dirupi da superare, per arrivare a dare speranza a chi si era perduto.”
31 mag 2012
Lainores, cima di confine
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Lainores con la sottostante Alpe di Rudo de Sote (da skiforum.it) |
L’oronimo ampezzano significa “piccole slavine”, e nasce dalle ripide pale prative, d'inverno valangose, a S del monte: i marebbani lo chiamavano “Sas dai Lavinures", oggi più di frequente "Sas dla Para”, sempre in relazione alle grandi pale, pascoli di camosci.
Dalla sommità, osservatorio austriaco nella 1^ Guerra Mondiale che si raggiunge per sentiero e tracce segnate dall'effimero Lago de Rudo presso il Rifugio Fodara Vedla, si gode una visuale giustamente celebre sugli altipiani e il crinale che li circoscrive dalla Croda del Béco agli appicchi occidentali della Croda Rossa.
Dalla sommità, osservatorio austriaco nella 1^ Guerra Mondiale che si raggiunge per sentiero e tracce segnate dall'effimero Lago de Rudo presso il Rifugio Fodara Vedla, si gode una visuale giustamente celebre sugli altipiani e il crinale che li circoscrive dalla Croda del Béco agli appicchi occidentali della Croda Rossa.
La discreta facilità dell’accesso e il valore panoramico e naturalistico della salita e della traversata, rendono le Lainores una meta appetibile sia per gli escursionisti che per gli sciatori, i quali giunsero per primi in vetta già nel 1910.
Come la maggior parte delle elevazioni a N di Cortina, anche le Lainores mi sono familiari: vi salii per la prima volta coi genitori appena decenne il giorno dello sbarco sulla Luna, e da allora vi sarò tornato almeno una dozzina di volte.
Per non dimenticare, ci tengo a chiudere questo post sottolineando che, salito su quella tranquilla cima di confine con tre amici nella fresca giornata del 23/10/1988, festeggiai idealmente lassù il mio trentesimo compleanno: quale miglior modo di solennizzarlo, se non su una delle cime escursionistiche più interessanti d’Ampezzo?
28 mag 2012
Due vie "pseudo-nuove" sui nostri monti
Per due volte nella vita ho creduto di aver aperto una via nuova in montagna.
Nell'ormai lontana estate '74, quando salimmo il ripido, selvaggio canalone-colatoio che divide il Taburlo dal Taé sul lato di Antruiles, che penso oggi non sia neppure considerato dalle persone con un po' di senno, escluso il gentile lettore che ha commentato questo post; la seconda volta alla fine di luglio '85, quando, in seguito ad un abbaglio, anziché salire la Via Sinigaglia o la Pott sulla parete N della Croda da Lago, uscimmo in vetta - divisi in due cordate - per un percorso che ci pareva originale, ma era già stato disceso nel 1895 dalla guida Pietro Dimai Deo con due clienti tedeschi.
La prima volta, imbevuti del classico entusiasmo adolescenziale, eravamo intenzionati a spedire alla stampa specialistica la relazione della salita e discesa del canalone, dove trovammo difficoltà forse al massimo di II, ma un terreno tremendamente friabile, franoso, opprimente. Nel 1985, invece, (ne parlavo domenica scorsa con Claudio B., uno dei componenti la lunga fila che salì per quella parete) ci limitammo a segnare l’andamento delle vie su una cartolina, denominando la nostra “Via Belzebù”, a causa della pioggia infernale di sassi che presi tutta e mi segnò indelebilmente un polso, il giorno prima di partire per dare il mio contributo alla Patria.
Credo comunque che il canalone del Taburlo, percorso soltanto perché avevamo capito male le indicazioni di Dino, salito da quelle parti qualche giorno prima, fosse stato già calcato da cacciatori o magari, considerata la zona, da soldati italiani durante la 1^ Guerra Mondiale.
Così le nostre aspirazioni ad entrare nella guida “Berti” furono stroncate per due volte sul nascere.
La cosa ovviamente non c’è mai stata di alcun peso, ma sotto sotto avremmo gradito leggere, in un’ipotetica riedizione della guida, “ Taburlo, Via Menardi-Majoni per canalone S” oppure “Croda da Lago, parete N, via Alverà e compagni con variante finale Majoni”.
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Croda da Lago, versante N, in una cartolina del 1910 (arch. E. Majoni) |
25 mag 2012
Un pittore e una montagna: Luigi de Zanna e il Taè
Il centro della mostra dedicatagli tre estati fa dal Comune e dalle Regole d'Ampezzo, era occupato da uno dei quadri più intriganti del pittore Luigi de Zanna (1858-1918).
Buona parte dei lavori di de Zanna ha per soggetto la montagna, e un quadro che prediligo in modo particolare è quello dipinto il 3 novembre 1909dai prati di Nighelonte, presso Fiames, poi rifatto in varie versioni e formati.
Al centro del dipinto, avvolta da una luce che ne evidenzia la fisionomia in modo straordinario, emerge una cima che rimane fra le mie preferite anche oggi, che non vi salgo da qualche stagione: il Taé (2511 m).
E' una delle sei cime del sottogruppo di Bechei, appendice della Croda Rossa, ed è una montagna "bifronte". Da N, infatti, appare come una calotta rocciosa e detritica, e si avvicina risalendo le Ruoibes de Inze e in alto traversando una scomoda distesa di blocchi fino in cresta. A S, invece, una parete stratificata e multicolore domina la Val di Fanes con grandi strapiombi incisi da sottili cenge, evidenti soprattutto d'inverno.
L’analogia della cima con un tagliere rigato dal coltello pare ovvia, e il nome ampezzano si rifà proprio a quell’utensile. De Zanna non era uno scalatore, ma ho l'impressione che conoscesse i monti che ritraeva.
Il Taé, comunque, era noto molto prima che gli fosse dedicato quel magico dipinto. La sottostante Monte d’Antruiles, infatti, fin da tempi antichi ospita un pascolo ovino, e sicuramente i pastori rincorsero spesso le greggi sulle balze sovrastanti, spingendosi su nella splendida conca del "Ciadin del Taé" e, visto che c’erano, magari in cima. Nella zona bazzicarono sempre anche i cacciatori, giacché, appartata e silenziosa com’è, offre ottimo rifugio agli animali selvatici.
Il Taé, comunque, era noto molto prima che gli fosse dedicato quel magico dipinto. La sottostante Monte d’Antruiles, infatti, fin da tempi antichi ospita un pascolo ovino, e sicuramente i pastori rincorsero spesso le greggi sulle balze sovrastanti, spingendosi su nella splendida conca del "Ciadin del Taé" e, visto che c’erano, magari in cima. Nella zona bazzicarono sempre anche i cacciatori, giacché, appartata e silenziosa com’è, offre ottimo rifugio agli animali selvatici.
Nell'estate 1906, tre tedeschi furono i primi a far conoscere il Taè, salito da Progoito per il canale che lo separa dal più basso Taburlo. Nel 1953 i giovani Albino Michielli Strobel e Beniamino Franceschi Mescolin ritennero che fosse giunto il momento e salirono in due giorni la verticale parete S, dove in seguito sono stati scovati altri percorsi sempre più duri.
Il Taé, protagonista di un emozionante quadro di Luigi de Zanna, sembra quasi scontare lo stesso destino del pittore: poco noto e apprezzato per lungo tempo, infatti, rimane ancora appannaggio di pochi appassionati, anche se per “conquistarlo” non occorrono certamente acrobazie, ma basta una lunga camminata in un angolo dolomitico integro e sempre gratificante.
23 mag 2012
"Cronache dalla Valle d'Ampezzo", il nuovo libro di L. Cancider
“Cronache dalla Valle d'Ampezzo” di Luciano Cancider (239 pagine con immagini in bianco e nero, Tipolitografia Print House - Cortina, maggio 2012) raccoglie la maggior parte dei contributi di taglio storico e di costume scritti nell'ultimo ventennio da Luciano Cancider per il bimestrale delle Regole d'Ampezzo “Ciasa de ra Regoles”.
Nei suoi contributi Cancider, appassionato e diligente spigolatore di documenti, ha scoperto e esaminato numerosi fatti di storia locale, perlopiù inediti e curiosi. Scorrendo il lavoro si passa, ad esempio, da spiegazioni storico-tecniche sulla costruzione del campanile di Cortina (1853-58) alla descrizione della caccia agli animali “feroci” nei secoli scorsi, dall’analisi di un carme latino composto per l’ingresso del Pievano Constantini nel 1860 al progetto, per fortuna accantonato, di una centrale idroelettrica sul Boite, e così via.
Dai 60 contributi raccolti, accompagnati da belle immagini d'archivio, emergono informazioni e curiosità sulla vita della comunità ampezzana di un tempo, sugli eventi naturali che colpirono la valle, sugli uomini e le donne che l’animarono, sulle associazioni che ne valorizzarono il tessuto socio-culturale, su antichi documenti riscoperti dopo secoli.
Dal 1992 al 2011, periodo in cui ha collaborato con regolarità a “Ciasa de ra Regoles”, Cancider ha saputo disegnare, gradualmente e senza presunzione, un grande e multicolore affresco storico, che può svelare anche ai più informati le pieghe nascoste della storia di Cortina.
Sarebbe stato un peccato relegare tutto questo lavoro solo nel bollettino informativo che esce dal 1990, per quanto i quasi 140 numeri pubblicati fino a oggi siano scaricabili dal sito web delle Regole.
L'ente ha così ritenuto doveroso, in omaggio all’autore e in segno di riconoscenza per la collaborazione che questi ha prestato in vari campi, trarre gli scritti dall’oblio al quale potevano avviarsi, offrendoli a chi li lesse a suo tempo e a chi oggi ancora non li conosce.
Pare quantomai opportuno invitare chi sfoglierà questo volume a non lasciar morire le proprie radici, se non si vuole ritrovarsi un domani senza Storia. Vorremmo che fosse la motivazione principale attorno alla quale far ruotare questa bella antologia di spigolature storiche e di costume di Luciano Cancider, al quale personalmente rivolgo un plauso per l'inclinazione sempre dimostrata verso ricerche sulla storia, le usanze e la parlata locale, sfociata in questa ed in altre opere interessanti e di rilievo. Peccato per uno svarione: il titolo di copertina non corrisponde a quello sul dorso e sulla prima pagina, ma la cosa non influisce sulla sostanza del libro, piacevole e meritevole di lettura da parte di ampezzani e non.
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