6 gen 2014

Il Pomagagnon e il Medioevo

La conoscenza del massiccio del Pomagagnon, a NE di Cortina, rimonta ad un'epoca certamente piuttosto antica. Punta Fiames (chiamata un tempo Croda di Fiammes), Punta della Croce (così battezzata circa centotrent'anni fa), Campanile Dimai (detto Teston del Pomagagnon fino al 1905, poi dedicato ad Antonio Dimai), scendendo a N con pendii detritici e sassosi mediamente ripidi, furono indubbiamente battute da cacciatori e dai pastori, che per secoli alpeggiarono le greggi sui Prati del Pomagagnon. 
Forse alcune cime erano state raggiunte già nel Medioevo da chi – tentando di eludere le tasse imposte a persone e cose dal Castellano di Podestagno – passava da Ampezzo a Ospitale scavalcando l'alta forcella che incide la dorsale, dalla quale - al posto dell’attuale fiumana detritica - scendevano pendii erbosi con tracce di sentiero. 
Nel romanzo “Sete di libertà e d’amore”, ambientato nel 1500, Giuseppe Richebuono suppone che una delle prime vette salite in Ampezzo sia stato proprio “il Pomagagnon”. 
Secondo l’autore, il giovane Biagio di Col, per sfuggire ai nemici che lo inseguivano, avrebbe raggiunto una delle vette del crinale, soccombendo al termine dell’impresa per il freddo e la fatica. 
Il dato potrebbe anche essere verosimile, poiché dell’alpinismo pre-pionieristico troppo poco si sa. Ci piace supporre che una delle prime montagne violate in Ampezzo appartenga al Pomagagnon, e magari sia la Costa del Bartoldo, la più nota, anche se non la più alta del massiccio. 
Il Pomagagnon da N,
photo: courtesy Roberto Vecellio
La prima testimonianza scritta della salita di una vetta del gruppo la fornì Paul Grohmann, nel 1877. Sembra, infatti, che il pioniere abbia raggiunto almeno una elevazione della dorsale, che chiamò dapprima Pomagagnon e in seguito Punta della Croce e quotò 2290 m, dichiarando d’averla raggiunta “in dieci minuti di ripida salita” da Forcella Pomagagnon.

3 gen 2014

Tofana Terza, invernale sulla parete E

Una delle discese scialpinistiche più impegnative e note in Ampezzo è senza dubbio la parete E della Tofana Terza, che incombe sull'altopiano di Ra Vàles. 
Alta circa seicento metri e non proprio verticale, la parete conta due vie alpinistiche, aperte entrambe nell’estate 1941: una dal giovane Scoiattolo Luigi Menardi detto ”Igi” con Camillo Crico e l’altra, un mese dopo, dallo stesso Crico con Müller. 
La prima discesa documentata della parete con gli sci ai piedi, invece, risulta essere quella del fassano Tone Valeruz, nel febbraio 1977. Il temerario cappellano di Cortina d’allora Don Claudio Sacco Sonador, travolto da una valanga sul Pore nel dicembre 2009, aveva compiuto anch'egli la discesa in quel periodo ma, evidentemente, la sua non fece notizia. 
La parete è composta di roccia non eccezionale, quindi la salita (suppongo molto poco ripetuta dal 1941 in qua) si potrebbe effettuare meglio d’inverno, quando il gelo blocca le pietre instabili e si può avanzare più veloci e sicuri. 
courtesy miacortina.it

Al riguardo, segnalo una notizia utile per aggiornare la guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti. Più o meno dove scesero con gli sci Valeruz e Don Sacco, esiste una terza via di salita, aperta il 15/2/1981 da quattro amici di Cortina: Mario Lacedelli, Enrico Maioni, Rolando Menardi (figlio di “Igi”) e Mario Siorpaes. 
L’itinerario, di cui trovai la notizia su uno dei libri di vetta della Tofana Terza, era stato scherzosamente battezzato “Via Sgamàla Hàla”. Non so quanto sia stato impegnativo per i quattro coetanei, allora ventunenni;  forse non tutti se lo ricordano. 
Anzi, a dire la verità, l'amico Enrico non lo ha dimenticato, e tempo addietro mi raccontava che si era trattato soltanto di una bella e non troppo difficile sgambata sulla neve.
A me pare che il fatto meriti di non essere dimenticato, e per questo lo ripesco dalle cronache di oltre trent’anni fa e lo propongo su questa pagina.

23 dic 2013

Torre Piccola di Falzarego, invernale della "Direttissima Scoiattoli"

Dall’11 aprile 1976, quando giunsi sulla cima della Torre Piccola di Falzarego concludendo la mia terza scalata assoluta,  fino a metà degli anni '90 del secolo scorso, ho salito varie volte  - nella bella stagione come anche in condizioni invernali - la "Direttissima Scoiattoli" sulla parete S della Torre.
Aperta da Luigi Ghedina Bibi, Albino Michielli Strobel e Arturo Zardini Tamps il 6 giugno 1954, non vi ricordo difficoltà molto elevate, ma un diedro abbastanza duro sotto la cima, che peraltro noi seguimmo una volta sola. 
C’era infatti la possibilità, sfruttata da molte cordate, di schivare la parete finale in due modi: uscendo a destra verso lo stretto intaglio che separa le due Torri di Falzarego, oppure meglio, salendo verso sinistra a riunirsi con la classica "Via delle Guide". 
Ebbene, al di là dei ricordi legati ai percorsi sulla Piccola, propongo qui una notizia storica. Non si saprà forse mai chi fu il primo solitario sulla "Direttissima", nota per la dolomia solida, il favorevole orientamento, l'ottima chiodatura e soprattutto la vicinanza a un parcheggio e a un ristorante; si sa però chi fu il primo a salirla d’inverno. 
Torre Piccola di Falzarego, versante S
courtesy scuolaguidodellatorre.it
In una vecchia Rivista Mensile del Cai, infatti, ho scovato la citazione: primo ad avventurarsi in invernale sulla "Direttissima Scoiattoli" fu proprio uno di loro, Guido Lorenzi dai Pale, con un compagno. La salita fu compiuta in due ore il 19 marzo 1956, pochi mesi prima che il ventisettenne Lorenzi trovasse la morte in un malaugurato incidente sul lavoro. 
Se il 20 aprile può considerarsi ancora inverno, invernale fu, modestamente, anche una delle mie salite, compiuta nel 1985 con Ivano e Roberto. Credo che loro due se la ricordino, se non altro per le risate che si fecero ad un tragicomico inconveniente che mi capitò in discesa!

16 dic 2013

Sandro, il camoscio e la Punta Nera

Un bel giorno d’estate di 137  anni fa, Alessandro Lacedelli (per i compaesani Sandro da Melères), orologiaio e guida alpina men che quarantenne, già interprete di numerose belle salite sui monti e che altrettante ne effettuerà fino a fine secolo, sale quasi per caso la Punta Nera, massiccia montagna che guarda i Tondi di Faloria e si scorge già dal centro di Cortina. 
Accanito cacciatore, Sandro è partito da casa, ha rimontato le baranciose pendici del Mondeciasadió (l'odierno Faloria) e scavalcato le Crepedèles (gli attuali Tondi di Faloria). 
Giunto a Forcella Faloria, col cannocchiale scorge un branco di camosci che risale correndo all'impazzata il vallone detritico che dalle pendici della Punta Nera cala sulla Val Orita, e decide di seguirli. 
Con Adriano, Mario, Mirco e Paola 
sulle tracce di Sandro da Melères
(foto E. Majoni, 26/07/08)
Alessandro aveva lo schioppo a tracolla, e un buon pezzo di carne gli avrebbe fatto comodo. A casa lo attendevano la moglie e i figli, e quel capo poteva arricchire la monotona dieta familiare, basata sui prodotti dei campi e dei pascoli. 
Risale la vasta colata detritica fin sotto le rocce della Punta, su terreno alpinisticamente vergine. Appostatosi dietro alcuni massi, mira ad un robusto maschio rimasto un po' indietro, lo colpisce e, seguendo le sue  tracce di sangue sulle rocce, affronta la cresta della Punta sovrastante, ancora inaccessa
Per brevi pareti e canali, in mezz'ora tocca il punto più alto, agguantando il camoscio e scoprendo un incomparabile belvedere sulla sua Valle d’Ampezzo. 
Fu quella la prima salita ufficiale della Punta Nera, cima dall’accesso molto lungo e faticoso fino al 1939, quando la Funivia “Principe di Piemonte” limitò l’avvicinamento ad  un paio d’ore, ma non convogliò certamente in vetta le masse che frequentano altre montagne delle Dolomiti. 
E a chi la raggiunge oggi, talvolta accade ancora di intuire, disteso dietro un masso, Sandro il cacciatore, che mira al camoscio.

9 dic 2013

Sei volte su una cima interessante e "diversa"

Nella nostra continua ricerca di angoli montani poco battuti e il meno affollati possibile, abbiamo diretto per sei volte i nostri passi verso lo Scoglio di San Marco (2005 m) nel gruppo del Monte Piana, una zona di cui fino all'estate del 2006 non sapevamo alcunché, pur trovandosi abbastanza vicina alla conca d’Ampezzo. 
Il sentiero d’accesso a questa cima, d'interesse puramente storico e escursionistico, fu tracciato dai fanti della Brigata Marche durante la 1^ Guerra Mondiale e poi abbandonato. Per novant'anni, fino al 2005, non fu quasi più rintracciabile sul terreno. Fu rimesso in sesto, ripulito e segnalato con lodevole misura da alcuni amici del Cai di Auronzo tra i quali Paola e Giovanni, che  poi lo dedicarono a Silvano De Romedi  di Treviso, un ingegnere appassionato di escursioni in luoghi impervi, scomparso in giovane età. 
Leone di San Marco, murato nella postazione
al termine della galleria (foto: E. Majoni, 25/5/2008)
Lo Scoglio è una cupola fittamente coperta di baranci e solcata da un lungo camminamento che si esaurisce in una galleria e una postazione a strapiombo sulla Val Rinbon, e fa da contrafforte alla Croda de l’Arghena, alle pendici della Cima Ovest di Lavaredo. Ha interesse storico perché – e ciò traspare chiaramente dal nome – per secoli fu l’avamposto più a nord della Repubblica Serenissima verso il Tirolo, e oggi segna il limite confinario fra la terra ladina cadorina e quella tedesca sudtirolese. 
La soluzione più comoda per salirvi prevede di lasciare il proprio mezzo all'agriturismo di Malga Rinbianco, e richiede un'oretta e mezza di cammino per circa 300 m di dislivello, senza  difficoltà alpinistiche.
Adatto per un'escursione di poco più di mezza giornata, il “rinato” Scoglio di San Marco merita attenzione per più di una ragione. In primo luogo, per il corso della storia che lo coinvolse tra il 16° secolo e il 1915-1918; poi per la zona aspra e solitaria nella quale s’inquadra; infine per il panorama e per il silenzio delle sue pendici, che si allungano fino all'incombente Croda de l’Arghena lasciando scoprire un utile collegamento, ripristinato anch'esso e da noi percorso un paio di volte, con soddisfazione.

5 dic 2013

Una montagna assolutamente “fuori dal coro”

Alcuni anni fa, in pieno agosto, misi piede con un amico sulla sommità di una montagna assolutamente “fuori dal coro”: la Cima Scotèr, gruppo delle Marmarole, ben visibile dal centro di S. Vito di Cadore e incredibilmente ignorata. 
Un buon appiglio per salire la montagna era stata la descrizione pubblicata da Luca Visentini in “Antelao Sorapiss Marmarole” nel 1986, dove si leggeva: “È cima tra le più belle di questa regione. Irragionevolmente dimenticata e trascurata. Notata, indicata sulle carte, ma sprofondata nel segreto di quei pochi – 10 salite dal 1940 al 1985!- che hanno potuto ammirare, calcando la sua vetta, l’immagine più diretta ed ideale dell’Antelao …” 
Cima Scotèr, dall'Antelao
(photo: courtesy of skiforum.it)
L’anno in cui salimmo, in vetta eravamo i secondi: dopo di noi non so, ma penso che ben poche persone giungano ogni stagione sullo stretto terrazzo sommitale della Cima, superando i cento metri circa di dislivello che lo dividono dal temuto Passo del Camoscio, con difficoltà intorno al primo grado superiore su rocce piuttosto friabili ed esposte, ma che non ricordo molto problematiche.
La prima ascensione della Scotèr si deve ad una folta comitiva: i germanici Ernestine e Otto Lecher e C. Reissig con le guide ampezzane "Joani Zuchìn", "Cànjelo Bonèl", "Piero de Jènzio" e "Cànjelo de Valbòna", il 25/8/1900. 
Una curiosità: nei libretti di "Tita Valiér" (1878-1952), brava guida alpina sanvitese in auge fra gli anni ’10 e ’30 dello scorso secolo, ho trovato le attestazioni di quattro salite con clienti sulla prospiciente, e un po' più impegnativa Cima Belprà, ma nemmeno una sulla Cima Scotèr, che pure impone sul paese a noi vicino un'alta e massiccia figura.

2 dic 2013

La salita del "Cervino di Longarone"

Il 26 maggio di qualche anno fa, con Federico, Caterina e Alessandro  salii una delle cime delle Dolomiti d'Oltrepiave forse più originali: lo Spiz Galina (1545 m, Gruppo Col Nudo-Cavallo). Il rilievo, più boscoso che roccioso e non proprio facile nonostante l'apparenza abbastanza mansueta, incombe ardito sul Piave sopra la Val Galina, e da qualcuno è stato  definito “il Cervino di Longarone”. 
Primo salitore ne fu il longaronese Gian Battista Protti, che giunse in vetta nella primavera del 1898, con un compagno e due montanari locali nel ruolo di guide. Per salire sullo Spiz, noi partimmo da Provagna, al di là del Piave e, risalendo la selvaggia Val Masarei, ci portammo alla forcella che separa lo Spiz dal retrostante massiccio, dove notammo un minuscolo ricovero di cacciatori, allora fatiscente e quest'anno ristrutturato come bivacco.
photo: courtesy of flickr.com
Da qui, la salita si trasformò in una arrampicata vegeto-minerale, con tanto di filo di ferro teso fra gli alberi e una catena di sicurezza, e da ultimo un pendio prativo molto ripido, dal quale emergevano alcuni massi, utili sia per l’orientamento perché evidenziati da bolli rossi, sia come appigli, soprattutto per la discesa.
La cima, comoda piattaforma erbosa che mi ricordò la nostra Bujèla de Padeon, ci ricompensò della fatica con un ampio panorama sulle Dolomiti d’Oltrepiave, su monti e paesi della Valbelluna, ma soprattutto con il magnifico isolamento dello Spiz: esso, quotato solo come … il nostro Ossario di Pocol, domina la valle del Piave da oltre 1000 metri d’altezza. 
Per la discesa imboccammo, con molta più fortuna che giudizio, un sentiero sul versante della Val Galina, lungo il quale tornammo a Provagna dopo un lungo giro tutto intorno al basamento dello Spiz. 
Ogni volta che passo per Longarone, mi viene spontaneo riguardare quella cima e ricordare con un sorriso una bella avventura, che non credo molti miei amici e conoscenti abbiano avuto la fantasia di fare.

26 nov 2013

111 cime attorno a Cortina

A differenza, purtroppo, di Cortina, dove - se non fosse stato per la simpatica disponibilità di Guido "Baa" del  Lagazuoi, che ci invitò nel suo rifugio il 7 luglio 2012 - il libro non è stato presentato, con gli amici Sandro Caldini e Roberto Ciri e l'editore Francesco Cappellari faccio un plauso a Cervignano del Friuli, la cui Sezione del Cai ci ha chiamato venerdì 22 novembre a presentare, nell'affollato salone della Casa della Musica e con un indovinato mix di parole, immagini e suoni, il nostro volume "111 cime attorno a Cortina", uscito lo scorso anno.
Un grazie dunque a Cristian Boemo, Presidente della Sezione "Giusto Gervasutti", uno al pubblico intervenuto - tra il quale ho rivisto diversi amici del periodo, lontano, ma sempre presente, in cui prestai il servizio civile nel vicino paese di Aiello -, uno a mia moglie che era con me, e last but not least uno a quelle cime attorno a Cortina che ho schedato e raccontato in un lavoro definito, magari un po' troppo rassegnatamente, il mio "testamento spirituale", la somma di decenni di vagabondaggi in montagna.
73 delle cime che ho salito in Ampezzo, in Cadore, in Val di Braies e in Pusteria (qualcuna ignota anche ad amici e paesani e mai relazionata altrove) sono confluite nel volume, insieme con altre 38 condivise anche da Sandro e Roberto. 
E' stata una bella esperienza e una grande soddisfazione, farsi ascoltare in un'umida serata di tardo autunno in una cittadina poco distante dal mare, davanti a un uditorio amante della montagna che si raccoglie intorno ad una Sezione del Cai attiva e disponibile. Ancora grazie a tutti!

11 nov 2013

A tu per tu col gallo cedrone

Quante volte in natura capita di sorprendere, o essere sorpresi, da animali? Credo sia successo a tutti; un camoscio, un capriolo, magari un cervo, uno stambecco, una vipera hanno sicuramente movimentato qualche nostra gita in montagna. 
Fin qui niente di strano. Personalmente ricordo vari episodi, uniti fra loro dall'emozione destata dall’incontro con la fauna dolomitica, tanto più in occasioni in cui ero solo e immerso nei miei pensieri, per cui l’incontro con un selvatico anche piccolo poteva causare sorpresa o apprensione. 
Oltre alla discesa al galoppo di almeno 60 camosci, cui assistetti nella primavera 1985 mentre iniziavo a salire verso la sommità de Ra Ciadenes, mi viene in mente un altro episodio, curioso più che spaventevole. 
Stavo percorrendo, lentamente e intento ad ossigenarmi a pieni polmoni, la carrareccia militare dei Tizoi Storte verso Lerosa.  Erano i primi di maggio, non c’era nessuno e varie chiazze di neve disturbavano la progressione. L’idea era quella di salire sulla Croda d'Ancona; giunto però ai Ciadis, dovetti arrendermi, perché il versante N della Croda era ancora coperto da una cospicua coltre nevosa, che suggeriva di scendere a più miti consigli. 
Lungo la strada fui sorpreso da un rumore insolito, forte e secco come uno sparo o  una catasta di legna che si rovescia, e mi si gelò quasi il sangue, Alzando lo sguardo, vidi con stupore un "pallone" nero con le ali che si sollevava da un folto cespuglio: era un gallo cedrone, animale goffo e schivo che dà raramente l'occasione di essere visto en plein air a chi non sia fotografo, naturalista, cacciatore. 
Il gallo cedrone in Via della Difesa a Cortina,
13/2/2011
Al Cason de Lerosa, un paesano arrivato lassù da poco mi confermò che, alcuni minuti prima, aveva fatto il medesimo incontro. Fui lieto di condividere con lui, non dico lo spavento, ma il brusco risveglio dai nostri pensieri per merito di un volatile sicuramente difficile da incontrare lungo un sentiero, e tanto più in centro a Cortina, come documenta l'immagine qui sopra, che ho scattato a pochi passi dal Santuario della B.V. della Difesa una fredda mattina d'inverno.

8 nov 2013

Racchette da neve, ciàspole, ciàšpes

Da qualche anno, anche a Cortina va affermandosi una tendenza: quella di usare, per definire le “racchette da neve”, la parola ciàspole, anziché quella schietta ampezzana ciàšpes (plurale di ciàšpa). Lo si può osservare sia nei mass media (pubblicazioni circolanti e siti web, di montagna e non, che reclamizzano cosa si può fare d'inverno a Cortina), sia anche nella parlata quotidiana.
Stiamo forse scivolando nell'ennesima forma di colonialismo culturale? Blando ma accettato, magari anche favorito in nome del turismo. Nulla di peccaminoso, ben s'intende, se solo la parola fosse italiana. Ma essa viene dal Trentino o giù di lì: nel Basso Agordino e in Val di Zoldo si dice càspe, nell'Alto Agordino fino a S. Tomaso e nella Valle del Biois ciàspe; in Val Badia e Oltrechiusa ciàspes, in Val di Fassa cèspes, in Comelico ciàspdi, in Friuli ciàspis, giàspis.
Per carità: non è certamente un male usare ciàspole se lo si desidera, se non altro perché lingue e dialetti cambiano di continuo, e sono sempre interessati da interferenze e contaminazioni reciproche. Solo che, così facendo, andrà a finire che, proprio in quanto “spinta” dall'esterno, la parola estranea si imporrà nel parlare d'ogni giorno come se fosse tipica dell'italiano; e magari nei vocabolari di italiano ci entrerà davvero.
Finché italiana non è, perché dunque usare una parola di altri, mentre nella nostra parlata c'è quella giusta? Ciàšpes è un termine ladino (i suoi tratti distintivi sono la palatalizzazione della c e il plurale femminile in -s), "cadorino" o "sellano" che sia.
Se proprio si sente il bisogno di vendere, usare, reclamizzare le ciàspole, le si chiami pure così, anche a Cortina. Ma si sappia che non è una parola locale, appartiene ad un'altra zona e cultura; la parola ampezzana per indicare il medesimo strumento (quello che gli avi usavano normalmente per muoversi sulla neve) esiste, ed è ciàšpes.

2 nov 2013

Fiames d'inverno (350° post di ramecrodes!!!)

Quando fu salita per la prima volta d’inverno la “paré", la classica Via Dimai-Heath-Verzi sulla Punta Fiames da S, scoperta nel 1901 e divenuta una delle più celebri delle Dolomiti? 
Non ho certezze, neppure dai libri di vetta, perché quello che la Sezione del Cai di Cortina conserva, inizia nel 1926, quando la parete era frequentata già da un quarto di secolo e le prime (femminile, invernale, solitaria) erano già state compiute. 
Credo, con sufficiente certezza, che la “paré” sia stata salita d’inverno già poco dopo l’apertura, poiché ai primi del ‘900 le guide esperte era solite condurre i colleghi più giovani a fare esperienza sulle cime allora in voga (Cristallo, Croda da Lago, Croda Rossa) e anche sulla Punta Fiames. Lassù, ad esempio, Angelo Dibona Pilato salì già nel 1903.
La parete della Fiames ha il vantaggio, in stagioni mediamente nevose, di poter essere salita in pratica per quasi tutto l’anno: lo prova la mia modesta esperienza, che mi ha consentito di salirvi due volte in gennaio, una in marzo e una in aprile (oltre ad un 2 novembre, giusto 27 anni fa), senza trovare neve e ghiaccio. 
In vetta alla Punta Fiames, 23/1/1983
 (autoscatto)
Forse oggi, poiché anche le classiche dolomitiche patiscono un po’ l’abbandono, nemmeno sulla Fiames si avventureranno più in tanti d’inverno, anche perché la discesa per il canalone gelato di Forcella Pomagagnon, in mancanza di tracce di avventurosi che ci abbiano preceduto, non è il massimo del piacere. 
Ormai, anche una via come la Dimai ha un approccio “un po’ lungo", non è abbastanza atletica e impegnativa, forse “sa di vecchio”: fatto sta che da chi scorrazza ancora attivamente per le crode la sento nominare sempre meno. 
A me resta la soddisfazione d’averla salita una ventina di volte, fra le quali le tre d'inverno: e serbo tutte le immagini, gli odori, i sentimenti goduti sulle cime del Pomagagnon nella stagione avversa, in cui il freddo fa da padrone, le crode sono più solitarie che mai e ci ricreiamo in un ambiente quasi primordiale. 

23 ott 2013

La Gusèla de Padeon, un luogo diverso

A fine luglio 1991 giunsi per la prima volta su una cima dolomitica che mi regalò suggestioni molto diverse dal solito: la Gusèla (in ampezzano Bujèla) de Padeon, sulla dorsale del Pomagagnon. 
Questo 'ago' è una singolare cupola rocciosa, ben visibile dalla SS51 d’Alemagna nei pressi di Ospitale. Sino agli anni '80 del Novecento, il suo interesse era limitato alla disertata via normale: il 28/7/1985 sulla grigia placca – residuo di un remoto franamento – rivolta verso la Val Pomagagnon - gli Scoiattoli Paolo Bellodis e Massimo Da Pozzo aprirono la via “Gipsy”, poi ripetuta e apprezzata varie volte. 
La Bujèla era stata salita  dai carinziani Viktor Wolf Von Glanvell e Karl Günther Von Saar esattamente 85 anni prima degli Scoiattoli, il 28/7/1900, lungo la “cengia a spirale”, che contorna la guglia con una certa regolarità. 
Due giorni dopo il più anziano della "Squadra della Scarpa Grossa", Karl Domenigg, tornò in vetta per l'“alto e liscio camino” che incrocia la via originaria e riserva qualche difficoltà in più. La via Glanvell, percorsa di rado ma giudicata da Luca Visentini nel suo libro sul Cristallo del 1996 una delle più godibili vie normali della zona, si aggira sul 1° grado superiore. 
La Bujèla dalla Val Padeon:
photo: courtesy of Roberto Vecellio, Cortina
Non è certo una semplice escursione, ma neppure una scalata da corda e chiodi: percorrendola s’incontrano tanti mughi, detriti, un breve tratto roccioso compatto e quasi verticale, e in fin dei conti - per conseguire una sommità piatta, erbosa e sorprendentemente comoda, dove lo scorso anno gli amici Roberto e Angelo hanno collocato il libro di vetta – è richiesta fatica ed una certa disinvoltura. 
Dopo il primo fortunato approccio, ritornai sulla Gusèla a metà novembre '92, trovando gran parte del percorso ghiacciato e assai poco gradevole, e poi ancora nel settembre '95: in seguito, mi pare di non aver più avuto occasione di calcare la vetta (ma come si dice, “le montagne sono sempre là...”). 
La Bujèla è un luogo diverso; magari prima che qualche altro franamento sconvolga la “cengia a spirale” e limiti un accesso tutto sommato non troppo complesso né difficile, gli appassionati del “selvaggio” potrebbero farle una visita.

16 ott 2013

Cima Campestrin N, cronaca di un mesto ritorno

In diverse occasioni, mi è occorso d’intraprendere con entusiasmo la salita a monti poco noti - magari vicini a casa - fidando su relazioni il più delle volte terribilmente obsolete, ma tornare a casa con le pive nel sacco per non aver trovato l’attacco, aver frainteso lo sviluppo delle vie, aver sbattuto il naso su difficoltà inattese, spesso dovute a modifiche morfologiche che al relatore della via erano ignote
Ricordo, tra esse, l’itinerario aperto dalla “Squadra della Scarpa Grossa” di Viktor Wolf von Glanvell nell'estate 1899 per la prima salita della Cima Campestrin N, che con la vicina Cima S forma il recesso più arcano delle crode di Fanes. 
Seguendo la descrizione di Berti, probabilmente stesa ancora da Glanvell, quella volta prendemmo una solenne cantonata. Dalla relazione pareva che, dal sentiero tra l’Armentarola e Fanes, all’altezza del Plan de Ciaulunch si dovesse rimontare la conoide detritica che sostiene il castello della cima. 
Da qui per una serie di camini, cenge e salti valutati di 1° o giù di lì, si poteva giungere su una vetta, che - secondo l'amico Claudio Cima, scrittore di montagna prematuramente scomparso – dopo un secolo  non era stata salita più di due-tre altre volte. 
Eravamo in quattro, era pieno agosto: giunti sconvolti alla sommità dell'implacabile e friabile pendio che dalla Cima scende verso la Val Badia, due rinunciarono alla vetta (uno aveva il Rolex nuovo al polso da difendere ...) accomodandosi in un anfratto sotto alcuni massi, mentre gli altri due, col fido “Berti” alla mano, cercarono la via degli austriaci. 
photo: courtesy by
www. magichedolomiti.it
Ponendosi mille domande, gli intrepidi scalarono in libera un lungo camino, inclinato ma con difficoltà certamente superiori a quelle previste, che scaricava senza posa. Quando l’ennesima frana sfuggì loro sotto i piedi puntando dritta ai due rinunciatari ormai quasi assopiti al tepore meridiano, pensammo che forse Glanvell non era passato proprio di là, che il camino era un altro, che una via di 1°  grado non poteva essere tanto infida. 
Alla fine ... lasciammo correre. La Campestrin N sarà certamente una cima misteriosa, suggestiva, fotogenica, ma che orrore, caro Viktor …!

12 ott 2013

Pace con le crode ampezzane

Quasi cento anni fa, anche nella valle d'Ampezzo i professionisti e gli appassionati della montagna avevano altro da pensare che andare "in croda”. 
C'erano centinaia di baracche, trincee, camminamenti, salme da recuperare, e aggirandosi fra le cime era inevitabile imbattersi in gallerie franate, ordigni inesplosi, reticolati rugginosi ed altro. 
Più che gli scalatori, in quegli anni sui monti si aggiravano i recuperanti, inventatisi un mestiere alla ricerca di legno, ferro, piombo, rame, stagno per arrotondare le poco liete condizioni di quegli anni disgraziati. 
Eppure c'erano anche alcuni, più fortunati, che ricominciavano a mettere le mani sulla dolomia. Il ventinovenne Federico Terschak, che già dal 1910 scalava su buone difficoltà ed era stato segretario della Sezione Ampezzo dell'Alpenverein, e Isidoro Siorpaes, un valligiano di qualche anno più anziano e con buone doti di alpinista, il 10 agosto del '19 si unirono per tentare l'interminabile cresta S della Punta Nera, che scende per oltre mille metri di roccia, mughi e detriti dai 2847 m della vetta fino alla base della parete, alta sui ghiaioni sopra Dogana, sull'ex confine fra il Tirolo e l'Italia. 
La cresta S della Punta Nera,
dal Pònte del Vénco (maggio 2009)
Per aggiudicarsi la cresta, ci vollero sette ore: la via Terschak-Siorpaes non passò alla storia come un'impresa memorabile, ma fu il primo tentativo di riprendere la familiarità con le crode, dopo un lustro in cui le Dolomiti avevano visto solo assalti all'arma bianca, cannonate, spari, morti, feriti, distruzione. 
In un certo senso, "Fritz" e "Doro Pear" fecero la pace con le crode ampezzane martoriate da una grande sciagura, dalla quale 140 compaesani non avevano fatto ritorno.

9 ott 2013

"La pelle dell'orso" di Matteo Righetto, un bel libro di montagna

Righetto, classe 1972, insegna materie letterarie a Padova. Parlandoci al telefono, nella sua voce ho percepito l'entusiasmo di chi si avvia verso una nuova attività: nel suo caso, lo scrittore di montagna. Questo è il suo primo romanzo "alpestre", dal quale prossimamente il regista Marco Paolini trarrà un lungometraggio.
"Menego", il protagonista della storia, fa la seconda media ad Agordo ed è sempre vissuto a Posalz, poche case alle pendici del Pore. Le montagne sono il suo mondo, e per lui non hanno segreti. Gli piace guardarsele quando va a scuola, dove ascolta dalla maestra le avventure di Tom Sawyer; gli piace vagabondare per i boschi e andare a pesca sul Codalonga, immaginando vicende fuori dal comune. Appena può va sul torrente, anche se da tempo i paesani sono in fibrillazione: c'è il rischio di incontrare “El Diàol”, il gigantesco orso che si aggira ai piedi del Póre, e il paese lo teme. Per Colle, il plantigrado è una leggenda: enorme, feroce e pauroso come forse non se ne sono mai incontrati.
Il piccolo “Menego” non riesce a credere che suo padre Pietro, sempre scostante, spesso ubriaco e annegato in una solitudine quasi anaffettiva, sia lo stesso uomo che ad un certo momento, attratto anche dalla prospettiva di una grossa taglia, gli propone di partire con lui a dare la caccia all'orso; solo loro due, per giorni e giorni nei boschi a contatto con una natura aspra e selvaggia, dove l'unica presenza umana è un saggio eremita, il vecchio Pepi. E così andrà avanti la storia.
“Menego” vivrà attimi terribili, esaltanti e dolorosi, rendendosi conto che la natura, per quanto pericolosa, non sarà mai crudele quanto gli uomini. 
"La pelle dell'orso" è un romanzo d'avventura ambientato in terra ladina, l'intenso racconto della formazione di un ragazzo, di ciò che accade per la prima volta e poi sarà per sempre. 
Ferdinando Camon ha scritto: “Spesso mi domando: nascerà un nuovo scrittore, capace di raccontare la nuova Natura … la grandezza del piccolo uomo che affronta la Grande Bestia? ...D'improvviso, in silenzio, ecco, il romanzo della nuova natura”.
(Matteo Righetto, La pelle dell'orso, Ugo Guanda Editore  2013, 153 pagine, 14,00 Euro)

1 ott 2013

Frane, frane, frane!

Le nostre montagne crollano ... 
Già si sa, non c'è nulla di nuovo sotto il pallido sole di primo autunno: ma ogni volta i giornali ne parlano, i fatti colpiscono e magari preoccupano anche un po'. 
L'ultimo bersaglio è stato il gruppo del Sorapìs, noto per non essere certo il regno del granito. Lunedì scorso l'instabilità geologica si è palesata sulla parete settentrionale della Cima O del Laudo (2670 m).
Da questa poco nota vetta che, con l'adiacente Cima E, domina l'omonimo Ciadin e il sentiero da Faloria al Rifugio Vandelli, si sono staccati 1000, forse 2000 mc di roccia; comunque, per misera consolazione, è una vetta che pochissimi salgono e ai rocciatori offre soltanto una brutta via di Piero Mazzorana, di cui ho scritto qui il 30 agosto scorso. 
Cima del Laudo O con la parete franata
(dalla Cima NE de Marcoira, estate 2003)
Pare che la frana non abbia sconvolto i vari sentieri della zona, se non la traccia che taglia le ghiaie sotto le Cime del Laudo, abbreviando il percorso da Forcella del Ciadin allo sperone del "Laudo" (il breve passaggio attrezzato che consente di scendere verso il Rifugio Vandelli);  tutto sommato non è sembrata una catastrofe.
Che dire? Piuttosto che sciocchezze, nulla: sono fenomeni naturali che ormai, per merito dei cambiamenti climatici, si ripetono ciclicamente;  in qualche caso (vedi l'enorme frana del 12 ottobre 2007 sulla Cima Una, che ha fatto vendere fotografie e cartoline) diventano un'attrazione turistica, in altri (vedi lo smottamento sulla parete N del Pelmo del 31 agosto 2011) portano lutto e dolore.
Fra un po', quando l'eco di queste ferite si sbiadirà, inevitabilmente si tornerà ancora sulle montagne, intuendo forse nuovi passaggi per aggirare le zone franate e instabili, e magari riscrivendo qualche fatto della storia.
Il divenire delle montagne è questo, lo dobbiamo accettare e adattarci.

17 set 2013

Sas Peron, storia di un'utopia

Sette lustri fa o giù di lì, tre o quattro di noi partirono a piedi da Cortina, muniti di un’attrezzatura alpinistica piuttosto raccogliticcia e assemblata di nascosto dalle famiglie, con l’intenzione di dare la scalata al Sas Peron. 
Questo roccione, dall’oronimo tautologico di “Sasso Pietrone”, sorge in destra orografica del Boite nella zona di Nighelònte, proprio di fronte alla fabbrica “Lacedelli”. Se ne lambisce la base percorrendo il comodo sentiero 413, che congiunge il Ponte de ra Sia presso Fiames con Cortina (o meglio, le case di Ciadin de Sora). 
La sua sommità si dovrebbe poter raggiungere in poco tempo, annaspando tra la fitta vegetazione, dalla strada che dal citato Ponte de ra Sia sale al Lago Ghedina, attualmente chiusa al traffico (e piacevole da percorrere a piedi). 
Ovviamente, la prima ascensione della parete, qualche decina di metri di roccia grigio-giallastra e all'apparenza friabile, perché piena d'erba, che volevamo compiere, non andò a buon fine: meglio così. 

Quello che ho ricordato l'altro ieri pomeriggio, tornando con moglie dopo decenni nei paraggi del Sas Peron, è la dose di sfrontatezza con cui, armati di un po’ di ciarpame e di poca tecnica ma "gasati" come pochi, avremmo voluto crearci, con almeno 15 anni d’anticipo sulle scoperte di Son Pòuses e Crepe d’Oucèra, una palestra di arrampicata vicina a Cortina e a bassa quota (1342 m), dove speravamo di incrementare le nostre nozioni alpinistiche. 
Esse s'incrementarono senz'altro un po', con risultati piuttosto diseguali per ciascuno dei membri del gruppo originario, mediante un semplice rimedio: salire, salire montagne vere e proprie, mirare in alto senza andare a impegolarsi su massi friabili in mezzo al bosco; se nessuno vi aveva mai pasticciato prima, ci sarà pure stata una ragione ...

14 set 2013

Tracce di un alpinismo antico

Dalla dorsale che la Croda Rossa d'Ampezzo protende verso E, emerge una cima tanto massiccia e ben visibile già da Cimabanche, quanto poco nota al grande pubblico.
Dal ramo che essa si allunga verso il valico, scende un costone in alto roccioso e in basso coperto di alberi e mughi, che limita sulla destra orografica la Val dei Chenòpe, al confine tra Cortina e Dobbiaco.
Il costone si chiama Costa del Pin perché gli alberi che lo ricoprono sono perlopiù pini silvestri; la cima sovrastante, salita per la prima volta da austriaci poco più di un secolo fa, ha lo stesso nome, Ponta del Pin, e raggiunge la quota di 2682 m.
Si tratta di un angolo ben conservato dei nostri monti, soprattutto perché privo di sentieri d'accesso. Lungo la dorsale della Costa del Pin, si sviluppa l'attuale limite confinario fra il Veneto e l'Alto Adige, del quale - in mezzo a mughi inestricabili – si nascondono alcuni capisaldi. 
Sulla Punta invece si sale dall'altipiano di Pratopiazza, con un minimo impegno alpinistico. 
Nell'agosto 1990, quando calcai per la prima volta la sommità della Punta del Pin, dalla quale si gode una insolita visuale sulla Croda Rossa, ero preparato. 
La Ponta del Pin, da Pratopiazza, 30/8/13
(photo: courtesy of idieffe)
Mi aveva incuriosito e guidato la laconica relazione della salita che Antonio Berti inserì nella sua guida delle Dolomiti Orientali, e mi era occorso di parlarne col figlio Camillo, profondo conoscitore delle nostre montagne, che mi confermò di avere salito la Punta col padre quando aveva forse una decina d'anni. 
Dopo il 1990 vi sono risalito un'altra mezza dozzina di volte, ripercorrendo dimenticate tracce di un alpinismo antico, privo di vernici e cartelli, in un ambiente magnifico e che non si può dimenticare.

7 set 2013

Per il 75° della Fessura Mazzorana sulla Torre Wundt

Per gli amanti delle statistiche, ricorre oggi il settantacinquesimo compleanno di un itinerario alpinistico molto apprezzato dagli estimatori dell’arrampicata classica: una via comoda e panoramica, su roccia buona e protetta, con una discesa veloce e un punto d’appoggio nei pressi. 
Sto citando l'amata fessura sulla parete SE della Torre Wundt nei Cadini di Misurina, proprio di faccia al Rifugio Fonda Savio. Scopritori dell’itinerario in questione, salito per la prima volta il 7/9/1938, furono due personaggi che potevano essere padre e figlio. Capo cordata era il longaronese Piero Mazzorana (1910-80), trapiantato ad Auronzo e guida alpina a Misurina da tre stagioni. Il suo secondo era il conte udinese Sandro Del Torso (1883-1967), che aveva scoperto le Dolomiti in età matura e nel decennio 1932-42, coi migliori alpinisti e guide del periodo, aprì 34 vie fino al 6° grado. 
Quell’estate Del Torso poté iscrivere nel suo carnet ben cinque prime salite, mentre Mazzorana ne scoprì tre, fra le quali un’altra – parallela, ma non altrettanto godibile - sulla stessa parete della Torre Wundt, il 20 settembre con la veneziana Ilde Scarpa. 
Durante una delle mie tante salite, 
27/8/1984
Passarono quattro anni prima della seconda salita dell'itinerario, destinato a divenire una classica dolomitica ancora di moda (merito dei mantovani Mario Pavesi e Cesare Carreri, il 14/8/1942), diciotto per registrare la prima invernale (effettuata da Bruno Baldi e Sergio Scarpa l’11/3/1956), e quarantatré per la prima salita di chi scrive, che conobbe la Wundt il 12/8/1981 con l'amico bolognese Mario Sanvito.
Il sottoscritto, che in quegli anni si era attaccato a quella via in maniera quasi maniacale, rifacendola una ventina di volte nello spazio di tre lustri, il 7/9/1988 era pronto per salire al Rifugio Fonda Savio e festeggiare degnamente con l’ennesima salita il mezzo secolo di vita dell’itinerario. 
Sarebbe stata un’occasione di rilievo, ma all’ultimo momento l'amica interpellata diede forfait senza motivo, e la giornata fu dirottata sulla più semplice, ma ugualmente piacevole, via ferrata “Bovero” sul Col Rosà. 
Buon 75° dunque, carissima Fessura Mazzorana!

5 set 2013

La Montagna di mio padre

A quindici anni dalla scomparsa, dedico questo pezzo a mio padre e alle salite che riuscì a compiere in gioventù. 
Si destreggiò in roccia solo per un breve periodo e, dati i tempi, conseguì anche onesti risultati. Pur frequentando “Scoiattoli” e guide dell’epoca, non ebbe la possibilità e poi il tempo materiale di fare di più, giacché metà dei suoi vent’anni volò via a Napoli, in Corsica e in Sardegna con la divisa addosso. 
Mio padre comunque non si dispiacque mai di non aver salito grandi vie, e andò in montagna per tutta la vita, amando specialmente i sentieri, le ferrate e i rifugi d’Ampezzo e non solo, e comunicando spesso a noi, prima piccoli incantati e poi più grandi saputelli, tante sue avventure giovanili. 
Tempo fa trovai in casa diverse fotografie di montagna, risalenti agli anni a cavallo della II Guerra Mondiale: d’inverno in Sennes, Fodara e Fanes, d’estate sul Cristallo e sulla Marmolada, sulla parete S della Punta Fiames, sulla via Inglese della Tofana II, sulla via Miriam della Torre Grande. 
Giuseooe Majoni sulla Punta Fiames,
24/8/1941
Mancavano quelle, se mai ce n’erano, di un’altra via nota ai primi del ‘900 e oggi dimenticata, che mi raccontò di aver tentato con un collega di banca: il Camino Barbaria del Becco di Mezzodì. Il freddo e l’umidità dell'autunno, la stanchezza o chissà che altro, li obbligarono a desistere, e da allora non tornò più su sul Becco, una montagna un tempo nota per le vie che offriva ma oggi messa abbastanza in disparte. 
Intorno al 1985, a me e mio fratello sarebbe piaciuto riportarlo sulla “paré” della Fiames, che secondo il libretto di via, mio padre aveva salito quattro volte tra il '40 e il '47 e di cui conservo due belle immagini. 
Non riuscimmo a combinare. Chissà come sarebbe andata ... Penso che sia un peccato non aver portato a termine con lui quella salita, in cui si sono arrischiate decine d’ampezzani, noi compresi! 

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...