6 feb 2017

Un incontro fuori norma nella Grotta della Tofana

Un giorno di aprile del 1980, decidemmo di andare a vedere le stalattiti e le stalagmiti di ghiaccio che si formano in primavera (chissà se oggi sono ancora suggestive come allora...) nella Grotta della Tofana, sulla parete sud della Tofana de Rozes.
Nella "Guida della valle d'Ampezzo e de' suoi dintorni" avevo letto che le guide ampezzane proponevano ai clienti la visita a quel particolare sito già a fine '800, e la cosa mi aveva incuriosito.
Un po’ con mezzi di fortuna e tanto a piedi, salimmo quindi alla Grotta, dove si arriva dal sentiero che porta al Castelletto oltrepassando un canale, una cengia e una parete un po’ esposte, attrezzate con corde metalliche. 
La Grotta della Tofana col percorso d'accesso
(dal sito guidedolomiti.com: grazie Enrico!)
Superammo con cautela l'erto canale innevato e con altrettanta attenzione le roccette bagnate, e in breve ci portammo alla Grotta, intiepidita dal sole poiché guarda verso sud. 
Sulla bocca del grande antro c'erano due maestri di sci di Cortina, con due signore che prendevano la tintarella. Leggermente imbarazzati, i maestri dissero di essere arrivati fin lassù dopo aver sceso il canalone del Busc de Tofana, perché le clienti desideravano vedere anche la Grotta; solo che adesso le signore, in scarponi da sci, non avevano più il coraggio di scendere per quel canale...
Quale momento più azzeccato per noi, di sfoggiare quel poco di tecnica alpinistica che padroneggiavamo? Negli zaini avevamo uno spezzone di corda, qualche cordino e alcuni moschettoni: imbragammo le clienti, facemmo i nostri bei nodi barcaioli e mezzi barcaioli e, con il dovuto tàio (cioè comportamento baldanzoso, in ampezzano) da scalatori consumati, in un paio di riprese le calammo alla base, dove giunsero sane, salve e contente. 
Scendendo verso il Rifugio Dibona, i maestri ci fecero capire che dell’incontro era meglio non parlare troppo in giro, poiché la Grotta della Tofana esulava dalle loro competenze e tariffe professionali, e anche per un altro, prosaico motivo, riguardo al quale ci fecero l’occhiolino. 
In cambio del silenzio, ci offrirono il pranzo: ricordo ancora il gusto con cui divorammo polenta, braciole e Skiwasser, prima di riprendere ridacchiando la via di casa.

29 gen 2017

Torre Wundt, fessura Mazzorana d'inverno? No, grazie!

Mentre la prima ripetizione della fessura sud-est della Torre Wundt, aperta dalla guida Piero Mazzorana con Sandro Del Torso il 7 settembre 1938, fu compiuta a quattro anni di distanza (14 agosto 1942,  Mario Pavesi e Cesare Carreri), la prima invernale dovette attendere quasi un ventennio. 
Solo il 13 marzo 1956, infatti, Bruno Baldi e Fabio Pacherini, soci dell'Associazione XXX Ottobre del Cai di Trieste, che gestiva la Capanna Dina Dordei al Passo dei Tocci (poi Rifugio Fratelli Fonda Savio) e stava esplorando i Cadini per aprirvi tutte le vie possibili, salirono la fessura con la neve. 
Anni fa, all'amico Alessandro, appassionato come il sottoscritto della via - che salimmo insieme mezza dozzina di volte, ma sempre al sole d'agosto - era venuto in mente di andarvi a curiosare d'inverno: ovviamente nel tentativo aveva cercato di coinvolgere chi scrive, che conobbe per la prima volta la Mazzorana nel 1981, salendola con Mario di Bologna.
In condizioni meteorologiche favorevoli, per noi - alpinisti poco più che "ciabattoni" e non certo himalaiani - forse la salita sarebbe stata possibile: la fessura sale a sud e potrebbe presentarsi in buono stato, seppur magari un po' gocciolante, anche in qualche bella giornata invernale. 
Sulla via Mazzorana-del Torso della Torre Wundt
con Alessandro e altri, 27 agosto 1984
Ma l’idea di salire al Passo dei Tocci con la neve (il sottoscritto non scia da quarant'anni), magari fermarsi nel bivacco invernale del rifugio, che ricordo freddo e scomodo, e poi dover scendere lungo la via normale sul tetro versante nord, mi fecero desistere più di una volta dalla "balzana" idea. 
Di fronte ai miei tentennamenti, credo che Alessandro non abbia trovato altri compagni per la Mazzorana d'inverno, lasciando a Baldi e Pacherini il "primato" della salita, di cui apparve la notizia nella Rivista del Cai del 1956. 
Se qualcuno ne avesse l'intenzione - specie quest'anno, che finora ci ha portato ben poca neve - sappia che l’invernale della fessura della Torre Wundt non sarebbe più una prima: ma forse manca ancora l'invernale di qualche solitario...

23 gen 2017

La Dimai della Punta Fiames: storia e storie di una via (600° post di ramecrodes)

E’ una mattina di prima estate del 1901. Dopo accurate ricognizioni, che li hanno portati a intuire un percorso possibile, Antonio Dimai - 35 anni, guida alpina di Cortina al culmine della fama - e Agostino Verzi, più giovane di tre anni e altrettanto abile e agguerrito, sono pronti. 
Con J.L. Heath di Londra, le guide salgono con successo una parete di circa 350 metri, articolata e complessa, dove nessuno ha ancora messo il naso e che - cent'anni dopo - rimane a buon diritto un'appagante esperienza: la sud della Punta Fiames del Pomagagnon, in paese detta semplicemente ra paré
L'avvicinamento, un po' lungo ma abbastanza comodo; l’interesse della via che – pur non rientrando fra le più impegnative delle Dolomiti – costituiva una meta di prestigio; la possibilità di seguire le cordate coi binocoli dal fondovalle, ben presto porteranno la via Dimai ad essere una delle più famose e gettonate della valle. 
Poco dopo la conquista, alcune guide di cui non si hanno i nomi riescono a evitare il tratto più ostico della Dimai, in cui le colate d'acqua rendono spesso la roccia scivolosa, con la “Variante”. Essa s'inoltra per circa settanta metri in una serie di camini di medio impegno, e inizialmente sarà preferita dalle guide con i clienti, per tornare a riprendere scarpe e sacchi ai piedi della parete, mantenendosi sempre sul versante al sole. 
Ernesto, Enrico, Federico, Mauro sulla Punta Fiames,
dopo aver salito la Dimai, 23/1/1983
Purtroppo non ho riferimenti sulla prima ripetizione, la prima femminile e la prima "senza guide" della Dimai, di cui presto andrà perso il conto delle visite. In ogni caso, penso che le scalate citate siano state compiute subito dopo l'apertura della via, apprezzata dai dolomitisti per la varietà dei passaggi, la bontà della roccia, la favorevole esposizione, il panorama. 
Il 3/1/1913, Angelo Dibona e l'ungherese Anton von Csaky compiono una delle prime invernali documentate; il 26/7/1945 la maestra elementare Anna Caldart ripete invece la Dimai da sola, assicurandosene la probabile prima solitaria femminile. 
Venerdì 27/5/1976, un diciottenne che ha già fatto quattro o cinque salite marina la scuola e, legato alla corda del coetaneo Ivo (il quale pensa già di diventare guida come il padre) supera favorevolmente anche lui la parete.
Ci tornerà poi per venti volte in un ventennio, tre delle quali d'inverno ed una giusto come oggi, 34 anni fa; non riesce ancora a dimenticarne nessuna.

19 gen 2017

Excelsior, grande vecchio Spiro!

Il 18 gennaio, poco più di un mese prima di toccare il secolo di vita, l'alpinista, regista teatrale, romanziere, saggista e dal giugno 2016 Presidente Onorario del Gism, Spiro Dalla Porta Xydias di Trieste, ha scalato per l'ultima volta la sua "guglia d'argento". 
Il Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, del quale anche lo scrivente si pregia di far parte, partecipa con deferente pensiero alla scomparsa, ricordando l'impegno profuso da Spiro, "l'ultimo dei romantici" secondo il suo biografo Andrea Bianchi, a favore e sostegno dei più schietti valori e ideali della Montagna, vissuti sempre con coerenza e fedeltà. 
L'ultimo incontro del Gism con Spiro (a destra, Fabio Vettori):. 
Rifugio Premuda in Val Rosandra - 17.10.2015 (foto E.M.) 
La lunga presidenza del Gism di Dalla Porta costituisce una testimonianza di vita, che ha permesso la sua presenza costante e accalorata nella dialettica e nei dibattiti sui contenuti dell'alpinismo e ha coinvolto tutti gli amanti e i frequentatori dei monti, con un impegno intellettuale di grande valore culturale e spirituale. 
Di Spiro va ricordata la partecipazione a diversi livelli di presenza al Cai, di cui fu Socio Accademico, Socio Onorario e Consigliere centrale, ben rappresentati dal suo alpinismo, ricco di oltre 100 prime salite tra il 1943 e il 1988, sia dagli oltre 50 titoli editoriali a suo nome.
La vita di Spiro Dalla Porta Xydias rappresenta dunque un solido punto di riferimento per i soci del Gism, che ne onorano la memoria custodendola tra i motivi di ispirazione più alti del sodalizio. 
Eravamo già pronti a recarci a Trieste il prossimo 21 febbraio, comunque fiduciosi di festeggiare il suo centesimo genetliaco ringraziandolo per aver tenuto sempre alta la bandiera dell'andar per monti, con gambe e braccia sì, ma soprattutto con cuore e spirito. Non ce n'è stato il tempo. 
Excelsior, grande vecchio Presidente.

12 gen 2017

In memoria di Gualtiero Ghedina, Scoiattolo di Cortina

Fra il 2016 e il 2017, nell'arco di due settimane, la valle d'Ampezzo ha perso tre coetanei del 1939. Il primo, Luciano Bernardi, è stato salutato in questo blog pochi giorni fa; il secondo, Gualtiero Ghedina, fu annoverato tra gli anni '50 e '60 del Novecento tra i rocciatori dilettanti più forti di Cortina. 
Primogenito di Giuseppe Ghedina Basilio (1898-1986) - celebre fotografo di montagna e editore di cartoline illustrate, anch'egli scalatore e conosciuto oltre i confini nazionali - Gualtiero aveva lavorato sulle orme del padre e del nonno Giacinto, propugnatore dell'arte della fotografia a Cortina.
Durante la prima salita
dello Spigolo degli Scoiattoli, luglio 1959 
Alla fine degli anni '50, Ghedina entrò nel rinomato gruppo degli Scoiattoli. Nelle cronache alpinistiche, il suo nome appare in almeno tre prime salite di un certo rilievo: la parete S del Piz Popena (500 metri di IV e V grado, superata col coetaneo Luciano Da Pozzo il 31.8.1958); lo "Spigolo degli Scoiattoli" sulla Cima O di Lavaredo (500 metri di VI grado superiore, salito con Lorenzo Lorenzi, Albino Michielli Strobel e Lino Lacedelli il 21-22.7.1959 in 21 ore, con 180 chiodi e un bivacco); lo Scoglio Serenella nel golfo di Positano (60 metri di VI grado, superati con Strobel, Lorenzi, Beniamino Franceschi Mescolin e Claudio Zardini il 18.9.1960). 
Oltre alle vie nuove, con il coetaneo Luciano Bernardi - scomparso il 29 dicembre scorso -  Ghedina effettuò anche la prima ripetizione dell'itinerario aperto nel luglio 1962 da Strobel e Arturo Zardini Tamps sulla parete nord del Bèco d'Aial, presso il Lago omonimo (190 metri di V e VI grado).
Ampezzo e la classe 1939, che in paese conta diverse guide, Scoiattoli e sportivi, non scorderanno certamente Gualtiero "Basilio": oltre ai familiari, parenti ed amici, egli lascia un ricordo nella lunga storia dell'alpinismo ampezzano.

4 gen 2017

L'uomo che amava i sentieri: ricordo di Luciano Bernardi

Lo scorso 31 dicembre è giunto all'ultima dimora Luciano Bernardi, noto a Cortina come "Luciano Agnèl". Classe del 1939, quella che alla conca ha dato, fra l'altro, un nutrito gruppo di guide, scalatori, Scoiattoli e sportivi, Luciano militò per molti anni come volontario nel Soccorso Alpino. Fu uno dei fondatori e cantò per mezzo secolo come secondo tenore nel Coro Cortina; dal 1981 al 2009 "prestò servizio" nel Consiglio Direttivo della Sezione del Cai, col referato per la sentieristica; consigliere, poi vice Presidente, per vent'anni fu Presidente della Cassa Rurale ed Artigiana di Cortina e anche consigliere della Federazione Veneta delle Banche di Credito Cooperativo.
Fece molte cose, dunque, e non sono tutte. Tra l'altro, fu un Regoliere attento e interessato; partecipò sempre alle vicende dell'istituzione, fu Marigo della Regola Alta di Ambrizzola, ma coltivò soprattutto una grande passione per l'ambiente e la sua difesa.
Escursione sociale del Cai Cortina sul Corno d'Angolo, 31.8.2008:
Luciano è il 2° da sinistra, tra le due signore (foto E. Majoni)
Buon alpinista con all'attivo numerose vie, grande conoscitore del territorio ampezzano in ogni angolo, scrupoloso nella cura e manutenzione di sentieri e tabelle, per il turismo promosse iniziative di spessore. Nel 1966, con gli amici Guido Biz, Carlo Gandini e Bruno Menardi “Gim”, scoprì e segnò la lunga cengia sul versante nord della terza Tofana che fu dedicata alla maestra Paolina Colleselli; nel 2000 partecipò alla ricostruzione della storica croce sulla Costa del Bartoldo del Pomagagnon e alla conseguente festa ai Casonàte, e nel 2004 fu prezioso consulente per l'identificazione e la segnatura della tappa ampezzana del Cammino delle Dolomiti.
Luciano ha sempre dato molto al nostro paese, tenendo in vista il bene comunitario, il senso della collettività, i principi mutualistici e solidaristici nel paese e con le realtà vicine.
Per decenni ha costituito un punto di riferimento alpinistico, culturale e umano, e Cortina lo ricorderà con simpatia. Poiché il nostro cammino si è "incrociato" a lungo e in vari frangenti, desidero ricordarlo com'era: quieto ma fermo, sempre presente, entusiasta e solido nei principi e nelle idee.
Ciao, amico Luciano.

1 gen 2017

Buon 2017 dal Monte Cristallo

Prima probabile salita: Pietro Alverà de chi de Pol, cacciatore ampezzano (+1861), o Don Giuseppe Manaigo, giovane sacerdote appassionato di scalate (+1858).
Prima salita con propositi esplorativi, o almeno documentata da scritti: il viennese Paul Grohmann con le guide locali Angelo Dimai Deo e Santo Siorpaes Salvador, il 14.9.1865. 
Prima salita femminile: Anna Ploner, figlia diciottenne di Georg, oste di Carbonin, con la guida di Sesto Pusteria Michl Innerkofler, nell'estate del 1874.
Prima salita senza guide: Giuseppe D’Anna con alcuni compagni, nell'estate del 1880. 
Prima salita invernale: gli ampezzani Bortolo Alverà de chi de Pol e Pietro Dimai Deo, guida, il 22.11.1882. 
Prima salita femminile italiana: Irene Pigatti di Colle Umberto (TV), con Innerkofler, il quale in poco più di una quindicina d'anni raggiunse la vetta circa 300 volte, nell'estate del 1886. 
Manca la certezza della prima solitaria, comunque ininfluente poiché i sei riferimenti temporali sopra citati circoscrivono chiaramente la storia alpinistica del Cristallo, ancora oggi uno dei 3000 più ambiti ed appaganti delle Dolomiti che circondano la conca ampezzana. 
La nobile cima non è più affollata come in qualche giornata estiva di cent'anni or sono; colpa di diversi fattori, fra i quali in primis forse l'accentuato dislivello e il conseguente faticoso approccio alle rocce, sia dal versante di Cortina sia da quello opposto di Schluderbach. 
Inconsueto scorcio sul Monte Cristallo e il Piz Popena,
dall'Alpe Faloria (foto E.M., estate 2003)
Il tratto di pura ascensione però, 400 metri di difficoltà contenute nel 2° grado con un paio di passaggi più impegnativi, è istruttivo e assai piacevole, perché si svolge su solida dolomia, in discreta esposizione e in un contesto solitario e assai affascinante.
Se è permesso un inciso autoreferenziale, dopo la prima volta avvenuta il 13 settembre 1980, chi scrive è giunto sul Cristallo in altre quattro occasioni, sempre nella pienezza dei sensi e sentendosi ogni volta un po’ pioniere. Questo malgrado le tracce (non le facilitazioni, che non ci sono!) inevitabilmente lasciate lungo il tragitto e sulla sommità da uomini e donne di ogni nazionalità. in oltre 150 anni dalla conquista. 
Dovendo suggerire a un alpinista motivato un 3000 dolomitico non aperto alle grandi folle, non banale ed eccezionalmente panoramico, secondo l'esperienza personale non avrei alcuna esitazione nell'indicargli il Cristallo.

22 dic 2016

Sotto il Becco di Mezzodì: una "dolorosa" avventura

Un giorno d'agosto, scendendo verso il Lago di Federa dalla Rocchetta di Prendèra – che avevamo salito per la prima volta - ebbi la pessima idea di passare per "Gròto", il dirupato costone, detritico e sassoso ma ingentilito da piccole macchie di verde e rododendri, che copre le falde settentrionali del Becco di Mezzodì e da un paio di anni vediamo giornalmente dal nostro salotto.
What is "Gròto"? Sapevo già che il nome non c'entra nulla con il maschile di un'inesistente “gròta”, voce ampezzana rimpiazzata da “landro”, ma invece significa curiosamente ”incrostazione di sudiciume, sudiciume indurito di pelle non lavata”. In quel senso ricordavo di averlo sentito pronunciare spesso in casa, ma in ogni caso il perché dell'oronimo mi è ancora sconosciuto. 
Lasciando stare le questioni toponomastiche, ero convinto che, per scendere, avremmo potuto sfruttare a nord del Becco le tracce di passaggio lasciate in quasi un secolo dai salitori - oggi sempre più rari - del Camino Barbaria (aperto il 19.VIII.1908) e della Emmeli (aperta il 15.X.1927), due vie che affrontano la cima da quella parte e un tempo erano alla moda. Sbagliammo sicuramente qualcosa, se è vero che tracce degne del loro nome non ne trovammo; dove passavano gli scalatori, lo sono venuto a sapere da un amico guida di Cortina soltanto dodici anni dopo!
Sotto il Becco, verso "Gròto"
(foto E.M., estate 2004)
Così, dovemmo passare proprio per "Gròto" mirando comunque al lago e al rifugio sulle sue rive: una ginnastica non lunghissima ma snervante, fra blocchi di vari tipi e misure, ghiaia, cespugli e fiori, che c'impegnò fin poco prima del lago. La fantasiosa variante ci servì senz'altro per conoscere la zona, ma mi stancò al punto che poco più tardi, scendendo per il sentiero 437 verso Rocurto, m'impigliai in una radice inaspettata. Finii lungo disteso e presi una tale legnata, che una mano e alcune costole mi fecero male per diversi giorni.
Alla malora anche "Gròto"! Pensai: se per caso fossimo tornati sulla Rocchetta o avessimo voluto aggirare la "meridiana degli ampezzani" sul versante di Cortina, sarebbe stato meglio rasentare le pareti! Avrei così visto dove salgono il Barbaria e la Emmeli, due vie che non ho fatto, e saremmo arrivati in minor tempo e forse con minor fatica sulla trafficata mulattiera, che ogni giorno d'estate smista i turisti da e verso Ambrizzola, Mondeval e tutto il resto.

19 dic 2016

Tracce dimenticate di alpinismo antico sulla Punta del Pin

Dal crinale proteso verso est dalla Croda Rossa d'Ampezzo, si allunga una sommità, massiccia ma quasi anonima, quotata comunque 2682 metri e visibile fin dalla sella di Cimabanche. 
Il ramo di questa che scende sul valico è costituito da una dorsale - rocciosa nella parte superiore, coperta da folti alberi e mughi in quella sottostante - che a sua volta fa da limite destro orografico alla Val dei Chenòpe, tra Cortina e Dobbiaco. 
La dorsale è detta Costa del Pin, giacché le piante che la ricoprono sono in prevalenza pini silvestri; il rilievo incombente, salito per la prima volta con intenti esplorativi da austriaci 110 anni or sono, porta il medesimo nome, Punta del Pin. 
L'angolo in cui svetta la Punta è poco battuto poiché - grazie al cielo - vi mancano i sentieri segnati. Lungo la Costa, da Cimabanche sale il confine fra le provincie di Belluno, nella quale ancora insiste la Punta, e di Bolzano; di esso, volendo immergersi nella tenace e resinosa vegetazione (come facemmo un lontano giorno di dicembre) si rinvengono ancora alcuni dei cippi settecenteschi. 
La Punta postula un minimo impegno alpinistico e la via più semplice, ascrivibile al 1°-1°+, si svolge sul suo lato che guarda l'alpe di Pratopiazza. Nell'agosto del 1990, quando ne calcai per la prima volta il punto più elevato, scoprendo l'inedita e ammaliante visuale della parete orientale della Croda Rossa, mi ero preparato a scoprire una montagna quasi ignota, anche in valle d'Ampezzo nel cui territorio ricade, ed ancor meno frequentata. 
Punta del Pin a sinistra e Croda Rossa,
da Malga Pratopiazza (E.M., 11.10.09)
Mi aveva attirato lassù la sintetica relazione della salita riportata da Antonio Berti nel suo viatico "Dolomiti Orientali"; per sicurezza avevo chiesto ulteriori ragguagli al figlio Camillo, enciclopedico conoscitore delle Dolomiti, che mi raccontò di avere salito la Punta col padre da ragazzo, quindi nei primi anni '30. 
Negli anni ho toccato la Punta del Pin almeno una mezza dozzina di volte, seguendo tracce dimenticate di alpinismo antico, avventuroso, non banale, che richiede solo piede fermo e un po' di fatica ma avvicina davvero al cielo.

13 dic 2016

Il Pomagagnon, palestra per scalate invernali

Alcune salite invernali delle varie vie sulle punte del Pomagagnon, la dorsale che anima la classica visione d'Ampezzo verso nord, si concentrarono tra il 1952 e il 1953.
Dopo la prima d'inverno della Diretta Alverà-Menardi del 1944 (V grado) sulla Costa del Bartoldo, portata a termine dalla guida Luigi Ghedina con Ambrogio Cazzetta e Cicci Turati il 16.3.1952, il 18.1.1953 Elvezio Costantini (medico originario di Borca, risiedette e lavorò per decenni a Cortina dove è ricordato ancora con simpatia), salì con i veneziani Creazza, Gorup Besanez, Pensa, Penzo e Zambelli lo spigolo sud-est del Campanile Dimai, superato per la prima volta nel 1910 dai senza-guida Federico Terschak e A. Mayer (III grado).
Sette giorni dopo, il 25 gennaio, Gorup Besanez, Pensa e Polato giunsero invece sulla friabile - e davvero poco attraente - Croda Longes, forse ricalcando il percorso individuato sul lato sud-ovest dalla guida Antonio Constantini, che il 27.8.1890 con il cliente Sidney Jones tracciò il secondo itinerario alpinistico sul Pomagagnon (I-II grado).
L’8.2.1953 lo Scoiattolo Bruno Alberti, con alcuni amici rimasti senza nome, ripeté la "Diretta Dibona", aperta sedici anni prima sulla parete sud-est della Testa del Bartoldo dalle guide Ignazio e Fausto Dibona con Hermione Blandy (V grado). Un mese dopo, l'8 marzo, Beniamino Franceschi rifece la via con altri amici, ma neppure di essi ci sono pervenuti i nomi.
Sempre l'8.3.1953, Costantini, con Gorup Benanez, Pensa e Penzo, aveva rotto il silenzio della Punta Erbing, raggiungendola per la via aperta nel 1942 sulla parete sud dallo Scoiattolo Luigi Menardi con Toni Zanettin (IV grado). 
Il Pomagagnon e Cortina da sud, in una cartolina
datata 1950 (raccolta E.M.)
L'1.11.1953, infine, Gorup Besanez, Penzo e Varagnolo - non si sa se in condizioni realmente invernali - salirono la Croda dei Zestelis per la via aperta dalle guide Zaccaria Pompanin e Angelo Zangiacomi con Robert Grauer (1903 o forse 1904, III grado).
Dopo una stagione così vivace, sul Pomagagnon (dove, come abbiamo provato di persona, e poi scritto tante volte, le condizioni per effettuare le salite sono spesso molto favorevoli anche d'inverno: lo confermano la via Dimai sulla Punta Fiames salita dall'amico Mauro domenica 4 dicembre, e il sentiero attrezzato della Terza Cengia, percorso da escursionisti umbri domenica 11), di sicuro furono compiute altre invernali interessanti, almeno per la statistica. Nessuna fonte forse ne ha tenuto il conto, oppure non abbiamo ancora cercato a sufficienza...

10 dic 2016

Scalando la Punta della Croce, montagna di secondo piano

Alcune lastre fotografiche fin-de-siécle raccolte dalla guida Antonio Dimai e oggi in possesso del pronipote Franco Gaspari, ritraggono la "via originaria” sulla parete sud della Punta della Croce, che fiancheggia la celeberrima Punta Fiames. 
Quella via ebbe un buon credito nell'epoca d’oro dell'alpinismo. Aperta alla fine d'agosto del 1900 dalle guide Agostino Verzi e Giovanni Siorpaes con Felix Pott, supera la parete con una ventina di cordate, soltanto un terzo delle quali però di rilievo alpinistico. Durante la salita, infatti, si scavalcano varie cenge e zone erbose, per cui con terreno umido o bagnato l'itinerario risulta un po' sgradevole.
Punta Fiames, Punta della Croce, Campanile Dimai
dai prati di Mietres, 2.11.2003 (foto E.M.)
Oggi non è molto ripetuto perché, come ebbe a dire anni fa una guida, “... non si arrampica tanto, e bisogna tirarsi dietro la corda per un sacco di lunghezze...” Eppure, all'inizio del '900 la Pott era rinomata, e le prime quattro salite si susseguirono nell'arco di un mese e mezzo: gli "anziani" vi portavano le guide aspiranti a fare pratica, e la salirono, fra gli altri, Orazio De Falkner e - più volte - il Re Alberto dei Belgi con guide di Cortina. 
A parte la via Pott, è molto piacevole la via normale della Punta, che l'affronta dal lato vulnerabile: il pendio di erba, detriti e facili rocce sovrastante la comoda traccia che unisce Forcella Pomagagnon alla Punta Fiames. 
La croce che avrebbe dato il nome alla montagna, (si dice) collocata dalla guida Giuseppe Ghedina prima del 1883, non saluta più i visitatori da decenni; manca anche il libro di vetta e sulla cima c'è solo un ometto di sassi. 
Ad esso si aggiungono gli sguardi spesso perplessi di chi affolla la dirimpettaia Punta Fiames, raggiunta per la ferrata, la parete o lo spigolo, e si chiede che cosa si possa fare su quella montagna di secondo piano. 
E pensare che fino agli anni '70 del Novecento, sulla Punta della Croce le guide ampezzane organizzavano anche "gite accompagnate per adulti"! Chi la scalasse, credo però che non ne resterebbe insoddisfatto: gente non ne incontrerà quasi mai, e un pisolino sull'erba della vetta, davanti a tutta la conca d’Ampezzo, è una soddisfazione da levarsi.

6 dic 2016

Punta Fiames, via Dimai, un lontano 6 dicembre

Il 6 dicembre di trent'anni fa, Enrico e il sottoscritto conseguirono un "primato alpinistico" originale: la salita della via Dimai-Heath-Verzi sulla parete della Punta Fiames, primo e corposo pilastro della dorsale del Pomagagnon verso occidente, in tre ore e cinquanta minuti.
"Prima parete" della via Dimai
24.5.87 (foto M. Casanova)
Partiti dalla Birreria Pedavena, oggi Croda Cafè in centro a Cortina, alle 10 del mattino, ritornammo nello stesso punto all'una e cinquanta del pomeriggio. La parete ci si era presentata in condizioni pressoché estive, e la via (per la quale di solito ci vogliono tre ore dalla base alla vetta) si poté salire in conserva, assicurandoci solo in due tratti.
Va precisato qualche particolare, che consentì una prestazione sicuramente irrilevante di fronte ad altri exploit, ma che ricordiamo con piacere. Quanto a Enrico, le sue capacità erano e sono indiscutibili: aggiungo che il suo lavoro di guida ci permise di salire in macchina per la strada militare fin quasi sotto il ghiaione che scende da Forcella Pomagagnon, risparmiando un'ora in salita e poco meno in discesa.
Quanto a me, invece, oltre all'età ci metto una buona agilità e la conoscenza della via, che in quella stagione ripetevo già per la terza volta.
“Ra paré” in meno di 4 ore casa-casa fu un momento unico e irripetuto, il cui ricordo rimane: per la gioia provata, per la giornata straordinariamente mite (era San Nicolò e sul Pomagagnon faceva caldo quasi come d'estate), e infine anche perché sono volati via trent'anni; come si usa dire, sembra ancora ieri...

4 dic 2016

Da "Popena Pìciol" a "Torre Wundt": storia di un nome

La cima che ritengo di aver amato di più e ho salito una ventina di volte, sempre per la via Mazzorana-del Torso con un tentativo alla vicina Mazzorana-Scarpa, è la Torre Wundt, nei Cadini di Misurina. Fino all'ultimo scorcio dell'800, però, essa non portava il nome con cui è nota oggi: non so quanti conoscano l'origine del suo oronimo "straniero".
Gli abitanti di Auronzo, nel cui territorio si eleva, chiamarono il torrione - che domina il magro Cadin dei Toce, per secoli sede di pascolo di ovini e caprini della Val d'Ansiei - Popena Pìciol, ossia Piccolo. 
Chissà come mai l'oronimo "Popena" giunse anche lassù, dato che tutto quanto si chiama Popena (Piz, due Guglie, le valli Alta e Bassa, Costa, Monte, due Pale, Passo e Sella) si trova invece sul versante opposto della sella di Misurina, dove Auronzo incontra Cortina e Dobbiaco? 
In ogni caso, solo il 27 giugno 1893, quando l'alpinismo dolomitico era in auge da oltre trent'anni e già si esploravano anche cime minori e più impegnative, due uomini s'inventarono di provare a salire quel torrione isolato nel cuore dei Cadini, allora regno di cacciatori e bracconieri. 
Il Cadin dei Toce e la Torre Wundt, 
dalla "via normale" 
del Monte Popena (foto E.M., 21.9.08)
Costoro erano una guida di Cortina poco più che ventenne, Giovanni Cesare Siorpaes Salvador detto Jan de Santo perché figlio di Santo, una delle prime guide d'Ampezzo, e il colonnello Theodor von Wundt, germanico con due grandi passioni: le scalate invernali e la fotografia. 
La torre, che si protende per circa 200 metri d'altezza sull'intaglio del Passo dei Toce e fu raggiunta dapprima aggirandola per un canale a nord, poi salendo per cenge, un ripido pendio di roccette e infine una bella parete, ricevette il nome di Wundt per ricordare il primo salitore, che fece molte altre scalate e si spense nel 1929 lasciando diversi libri e fotografie delle sue scorribande alpine. 
Quasi mezzo secolo dopo la prima via, alla quale ne erano seguite altre due di guide famose (Siorpaes con Angelo Dibona e Schubert, 1903; Bortolo Barbaria con Secklmann, 1909), un'altra guida, Piero Mazzorana, percorse con il friulano Sandro del Torso la fessura sud-est della Wundt. La fessura affianca il tratto finale della salita dal Pian dei Spirite al Passo dei Toce, ed è divenuta l'itinerario comune, più comodo e per questo spesso piuttosto affollato, per calcare i 2517 metri della vetta, ladina ma dal nome forestiero.

26 nov 2016

In cima alle Ciadenes in uno scampolo d'estate

Le pazzie meteorologiche di questi ultimi decenni potrebbero permettere di trovarsi a 2000 metri, poco prima di Natale, in maniche di camicia.
Ci capitò dieci anni fa, domenica 26 novembre 2006, mentre giungevamo per l’ennesima volta in cima a quello che a Cortina viene chiamato "i Suoghe" o Ra Ciadenes, cioè il ripido dosso ricoperto di conifere che domina la chiesa di Ospitale d’Ampezzo e per anni, aprendo o concludendo la stagione, fu la meta di una gita classica, impareggiabile per l’ambiente silenzioso e meditativo.
Iside al sole, sul tetto della casamatta più alta
Il 26 novembre 2006, dopo aver fatto merenda al sole che scaldava il tetto della più alta delle due casematte costruite in guerra su quella sommità, scegliemmo di fare un anello scendendo per la labile traccia che cala a nord. Pestando un velo di neve su terreno ancora morbido, in discesa incrociammo anche un camoscio solitario, che con un balzo smosse una buona quantità di sassi, fonte d’iniziale inquietudine. 
Giunti in Val di Gotres, seguendo le orme che solcavano lo straterello di neve sulla carrareccia, continuammo veloci verso il sole fino alle vecchie caserme di Rufiedo, dalle quali non rimase che tornare alla macchina a piedi. 
Lungo la discesa verso Gotres
Fu un 26 novembre non improbabile da vivere, soprattutto lungo il declivio boscoso fra Podestagno e Ospitale, ma sicuramente inusuale. A 2000 metri, a mezzogiorno, per oltre mezz’ora ce ne stemmo al sole in maniche di camicia osservando intorno a noi - da una certa quota in su - forcelle, monti e valli già imbiancati e l'ombra sulla Strada d’Alemagna. 
Il leggendario silenzio che avvolge Ra Ciadenes, quel giorno fu rotto per un attimo da un elicottero, che volava verso sud. Per il resto, i nostri passi furono scortati anche dal solenne roteare di un’aquila, una presenza non frequente sui nostri monti e sempre affascinante per chi vive la montagna con le gambe e con il cuore.

21 nov 2016

Ai piedi della Croda Rossa d'Ampezzo: le Pale "ovine"

Ai piedi della Croda Rossa d'Ampezzo, vigilano sui pascoli di Lerosa due sommità d'interesse meramente escursionistico, accomunate da nomi ispirati agli ovini. 
La meno elevatA è la Pala del Asco (del montone, 2300 m circa), una cupola erbosa che - secondo un attento osservatore - meritava un nome diverso, forse Pala de ra Valbònes (data la posizione, sulla soglia del circo delle Valbònes, e l'omonimia con un'altra pala nelle vicinanze). Meta invernale di discreto richiamo, è invece trascurata d'estate, pur offrendo una gita tranquilla fuori dai sentieri. 
L'altra sommità è la Pala de ra Fédes (delle pecore, 2733 m), primo gendarme della cresta NO della Croda Rossa, salita in solitaria da Franz Nieberl nel 1915 per una via che di sicuro non ha molti seguaci. Anche questa, singolare perché inclinata come il tetto di una chiesa, è omonima di un'altra Pala vicina, sulla quale un tempo salivano le greggi per raggiungere l'alpeggio di Fosses.
Citata in poche fonti, tra le quali primeggia "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti, sulla Pala de ra Fédes l'escursionismo si unisce al facile alpinismo. La salita non richiede la corda, ma almeno di sapersi muovere su detriti e roccette un po' esposte e instabili. L'escursione può essere poi valorizzata scendendo sul lato opposto lungo un erto canale con tracce di camosci, che sbocca in Val Montejèla, dove sorgeva fino al 2013 il Bivacco fisso Pia Helbig-Dall'Oglio. 
La Pala de ra Fédes è adatta a chi solitamente non si appoggia a cartelli, cartine e teorie di bolli rossi, mentre la Pala del Asco può essere oggetto di una gita più semplice, specialmente se abbinata al vicino Castel de ra Valbònes (2380 m), un suggestivo "carapace" di roccia grigio-scura che si distende sull'imponente Graon de inpó Castel ed evoca le storie dei Monti Pallidi.
Dalla Pala de ra Fedes verso la Croda Rossa
(25.9.2014, al tramonto, P.C.)
Ricordo con piacere le due salite di vent'anni fa sulla Pala de ra Fédes; sapevamo di non essere i primi, ma ugualmente ci sorprese scoprire, in quel remoto angolo del mondo, di due piccoli ometti che identificavano un luogo noto solo agli appassionati di un certo modo di andar sui monti. L'immagine qui sopra, inviatami dal fotografo Paolo Colombera - giunto in cima al tramonto di un giorno d'autunno -, rende l'idea dell'atmosfera che regna lassù.
Ricordo però anche le salite della Pala del Asco e del Castel de ra Valbònes, un tempo regno dei camosci, solitarie e ricche di pace e silenzi. Il circo delle Valbònes è grandioso e merita di essere esplorato con rispetto e contemplazione.

9 nov 2016

Da Cima Marino Bianchi a Torre Bonafede-Giustina: vette dedicate ad alpinisti e non

Fin dagli inizi dell'alpinismo, gli scalatori dedicavano alcune delle vette senza nome che riuscivano a salire a persone di solito legate alla montagna. Spigolando tra i gruppi che circondano Cortina, tra gli esempi meno remoti possiamo citare, sulla Croda da Lago, la poco nota Cima dedicata nel 1973 a Marino Bianchi, guida caduta quattro anni prima sulle crode di Fanes.
Vicino a essa emerge il torrione intitolato nel 1975 allo scrittore Dino Buzzati, legato da  grande affetto alla Croda, sulla quale - giusto mezzo secolo fa - compì l'ultima scalata alla corda di Rolly Marchi e con l'assistenza di Lino Lacedelli. Da vent'anni, inoltre, una guglia della turrita cresta della Croda si chiama Punta Raffaele, a ricordo dello Scoiattolo Raffaele Zardini, caduto col deltaplano sui prati di Mietres. Tra l'altro, Campanile Buzzati e Punta Raffaele sono solo due delle creazioni dello Scoiattolo Franz Dallago, che nel piccolo gruppo della Croda da Lago ha scoperto oltre trenta nuovi itinerari.
La cresta della Croda da Lago: al centro spunta
il Campanile Dino Buzzati (foto E.M., estate 2009)
Ai piedi del Nuvolao, sempre Dallago ha ricordato con Torre Anna una sua gentile amica. Ancora lui ha battezzato due guglie alla pendici della Tofana II: una dedicata a Franco De Zordo di Cibiana, caduto dalla Piccolissima di Lavaredo, e l’altra ad Albino Michielli Strobel, Scoiattolo animatore dell'alpinismo a Cortina tra gli anni Cinquanta e Sessanta del '900. Una terza guglia della zona fu dedicata da A. Menardi e M. Alverà a Mario Zandonella Calleghèr, modesto quanto forte scalatore comelicese, caduto sul Pelmo.
Tra le vette del Pomagagnon, dai primi del '900 un campanile ricorda Antonio Dimai, la guida che nell'agosto 1905 ne salì con Agostino Verzi e le sorelle Eötvös la parete sud; dal 1950, un risalto della cresta sud-est dello stesso Campanile ricorda invece lo Scoiattolo Armando Apollonio.
Nella zona del Piz Popena, Angelo Dibona - icona delle guide di Cortina - è presente nell'omonimo Campanile, che salì da solo nel 1908 e ripeté poi con Luigi Rizzi e i fratelli Mayer nel 1909.
Non mancano all'appello i giovani sanvitesi Alberto Bonafede (Magico) e Aldo Giustina (Olpe), caduti il 31.8.2011 durante un soccorso sulla parete nord del Pelmo; il 2 novembre dello stesso anno, Paolo Michielini dedicò loro una torre senza nome alla base del Pelmo stesso.
Si potrebbe andare avanti a iosa, ma è il caso di rinviare magari ad altra sede l'elenco completo delle cime dolomitiche che tramandano la memoria di persone legate alla montagna, perché questo post non diventi un'arida lista di nomi e date.
Ribatto invece sulla constatazione che a Cortina latita il ricordo di qualche persona di cui si potrebbero riconoscere le benemerenze; da nessuna parte, per esempio, aleggia la memoria di Fritz Terschak, Accademico del Cai, organizzatore sportivo e scrittore, che sui monti della valle d'Ampezzo, in cui giunse bambino e visse fino alla scomparsa, aveva tracciato venti vie nuove e sull'alpinismo e turismo alpino scrisse interessanti opere. 
Neppure Chéco da Melères (Francesco Lacedelli, prima guida di Cortina e unica nata nel 18° secolo), vanta un punto di riferimento in quota, a parte la recente targa al Rifugio Giussani in Tofana. A Paul Grohmann, indefesso divulgatore delle Dolomiti, invece, due anni fa il Comune di Dobbiaco ha dedicato la strada ex militare che da Carbonin sale a Pratopiazza, altopiano dove sicuramente Grohmann camminò negli anni Settanta dell'800.
Oggi sulle Dolomiti le cime ancora innominate sono rare, così come è sempre più arduo scoprire linee di salita del tutto nuove, e la tendenza impone di identificare queste e quelle con nomi perlopiù anglofili e di gusto mediocre. A memoria dei personaggi che hanno fatto la storia, ma che la storia non ricorda, vada almeno questo ricordo collettivo.

5 nov 2016

Campanile Perosego, guglia da esplorare

Vagabondando sui monti, che "... non basterebbe una vita intera per conoscere ...", s'incontrano spesso formazioni rocciose singolari, misconosciute per la dislocazione, la conformazione, la carenza di comodi accessi, la scarsità di interesse.
È anche il caso del Campanile Perósego. Nelle fonti che ho consultato (Grohmann, che già prima del 1877 aveva valicato Forcella Zumeles, vicina al campanile; Battisti; de Zanna-Berti; Filippi), la cima non è citata, tanto da far pensare con buona certezza che il nome le sia stato dato dai primi salitori sessant'anni orsono.
L'intaglio fra il Campanile a sinistra
e la Pala Perosego (foto E.M., 20.5.07)
Il campanile manca anche sulla carta Tabacco fg. 03, sulla quale non c'è neppure la Pala omonima, e la cresta da Punta Erbing a Sonforcia è tutta inclusa nel nome collettivo "Agaròles". Quanto all'oronimia, è scontata la metafora oggettuale del campanile, cioè "struttura foggiata a torre, isolata e separata da altre formazioni". Nelle valle d'Ampezzo ce ne sono molti altri, dal Campanile Dimai al Rosà, dal Campanile Federa al Dibona e così via.
Secondo L.  Russo, "Perósego" si legherebbe a un pendio sassoso (l'intera zona presenta salti rocciosi) o a un pendio ai piedi di un "terreno rosicchiato", alludendo alle ghiaie a monte della sella di Perósego, resti dell'erosione delle rocce soprastanti. Come detto, il nome non è antico: la prima salita ufficiale della guglia, che fa parte del Pomagagnon e sorge isolata a destra della Pala Perósego, tra due fenditure della cresta di Zumeles, risale infatti al 29 giugno 1955, ad opera degli Scoiattoli Candido Bellodis e Beniamino Franceschi con Elio Valleferro, che salirono da sud-ovest in un'ora e mezzo, su difficoltà di IV e con l'uso di due chiodi.
Il Campanile Perosego da nord
(foto E.M., 20.5.07)
La loro relazione è dettagliata, pur riguardando una parete di soli 90 metri d'altezza. "Si risale un piccolo ghiaione e poi per brevi salti di roccia si giunge ai piedi della parete. Si attacca nel punto più basso della parete, obliquando leggerm. verso d.; si superano così i primi 40 m. su rocce friabili ma di scarsa difficoltà giungendo ad una piazzola che dista pochi m. dallo spigolo d. del campanile. Da questa ha inizio una fessura che si sposta leggerm. verso s. e sulla stessa si raggiunge una nicchia, donde inizia un'altra profonda fessura verticale, la quale va seguita fino in vetta.". Nella guida "Cristallogruppe und Pomagagnonzug" (1981), la relazione è più analitica e descritta in tre lunghezze di corda, facendo pensare che l'autore Jürgen Schmidt, che tra l'altro diede al Campanile la quota 2197 m, avesse salito la via Bellodis. Premesso che, visto da sud, è una torre a sé stante anche se accorpata al castello della Pala Perósego, Schmidt giudica la via utile solo come diversivo e la stima in 90 metri di IV e 30 di II. Né Berti né Schmidt però indicano come si possa salire e scendere "normalmente" dal Campanile.
La fonte più recente di notizie è "Gruppo del Cristallo" (1996), di Luca Visentini. L'autore, salito su quasi tutte le cime del Pomagagnon, il Campanile però non lo raggiunse, liquidandolo così: "Il campanile medesimo, oltre ad un mugo ed un isolato pinetto a quel punto, sporge subalterno colle sue roccette sommitali e superfluamente rischiose. ..." Ebbene: nel 2000 da solo e poi nel 2001, 2005 e 2007 con mia moglie, salendo sulla Pala Perósego transitai proprio per "quel punto", il panoramico intaglio senza nome tra la Pala ed il torrione, accessibile per tracce da nord ma precipitoso sul lato opposto.
Mentre la vicina Pala Perosego, sicuramente non granitica, ha attratto varie cordate, che vi hanno aperto quattro vie dal III al VI+, il Campanile, che offre limitate possibilità, non ha sollecitato altri. La sua storia si è iniziata e conclusa il giorno in cui tre giovani capaci e creativi s'inoltrarono nel canale ai piedi della Pala, spostandosi poi sullo spigolo del torrione che nessuno aveva ancora considerato, e salendolo con successo.
Non so se, oltre alla plausibile salita di Schmidt (compiuta prima della sua morte, sul Monte Rosa nel 1978), altri abbiano scalato la via Bellodis. Non essendo più il tempo per me di salire il Campanile, che si vede bene già da Cortina e meglio da Mietres e Larieto, chi raccogliesse l'idea potrebbe sfruttarla per visitare anche il lato più breve, giudicato "superfluamente rischioso". 
Toccando l'esposto intaglio tra la Pala e il Campanile per le tracce che si dipartono dal sentiero 205 (Sonforcia - Zumeles), si potrà godere di una visione originale del torrione. Limitata, ma privilegio di pochi; un colpo d'occhio su Cortina distesa quasi un chilometro più in basso; una finestra sulle crode ampezzane ignota e disertata, alla quale merita di sicuro affacciarsi.

30 ott 2016

Il Col de Lasta, un suggerimento per l'autunno

Probabilmente sarà più frequentato in inverno, che non nel resto dell'anno; lo ritengo un bel suggerimento per chi si trovasse al Rifugio Sennes, aperto di solito fino a stagione inoltrata e d'inverno, e volesse impiegare fruttuosamente qualche oretta. 
Meta quasi obbligatoria per chi si ferma lassù e magari desidera ammirare il tramonto dall'alto, il Col de Lasta (esattamente Picio Col de Lasta, 2297 m) è un rilievo tondeggiante di valore solo escursionistico; domina il pascolo e il rifugio Sennes, in Val di Marebbe ma molto frequentato anche da Cortina, e permette un'escursione breve, facile e tranquilla. 
Per salirvi, dietro il rifugio si prendono le marcate e visibili tracce che risalgono il costone NO, riunendosi in alto con altre tracce che salgono dal vicino Rifugio Munt de Senes; in una mezz'ora abbondante si è sulla cupola terminale. 
Il Rifugio Sennes: subito dietro, il Col de Lasta
in abito invernale (foto www.cairovigo.it)
Vetta solitaria malgrado sia prossima a due frequentati rifugi (in una domenica d'agosto, salii e scesi il Col da solo, senza incontrare mai nessuno), il Col de Lasta è un monte senz'altro modesto, ma incastonato a meraviglia fra le crode, forcelle e vallate dei parchi di Fanes - Sennes - Braies e delle Dolomiti d'Ampezzo. 
Dopo la sosta in vetta, volendo visitare un'altra cima - poco nota e calpestata - si può continuare per la cresta, e in una manciata di minuti inserire nel proprio carnet anche il Col Maréo (sulle carte più diffuse il nome non lo vedo; si trova invece un Gran Col de Lasta, quotato 2311 m, che potrebbe essere anche il Maréo "ribattezzato" ad uso turistico). 
Su questo secondo Col svetta una croce con un'iscrizione in ladino marebbano, di cui purtroppo non ho immagini: io l'ho salito una sola volta, immergendomi lassù in un ambiente sconfinato e godendo di qualche attimo di pace perfetta.

28 ott 2016

Montagne, segni zodiacali e colori ...

Gli oronimi (i nomi di luogo legati alle montagne) si possono classificare coi criteri più diversi: provare a farlo può essere un ottimo spunto per originali studi scientifico-alpinistici.
Dagli zootoponimi legati agli animali, agli ergotoponimi legati al lavoro dell'uomo, dai toponimi connessi alla religione a quelli derivati da nomi di persone, e così via; una raffinata classificazione di questo genere, per circa 600 toponimi ampezzani, è già stata ideata e realizzata negli anni '90 dall'amica Lorenza Russo. 
Una curiosità che mi è balzata agli occhi di recente è che, perlomeno sui monti delle Tre Venezie, non mancano neppure alcuni oronimi legati allo zodiaco. 
Non ho trovato, però, tutti i 12 segni; ma penso che possano esistere, magari in zone più lontane e remote rispetto a quelle che ho conosciuto e frequentato. 
In ogni caso, sull'arco alpino orientale si riscontrano nomi di montagne e di luoghi che evocano i Gemelli (Cadini di Misurina), il Leone (Monfalconi), il Toro (Spalti di Toro), la Vergine (Alpi Giulie); almeno un terzo dell’arco zodiacale, a questo punto, è rappresentato. 
Di nero questa piccola cima non ha nulla, eppure 
si chiama Monte Nero di Braies (foto E.M., 28.9.03)

Aggiungo poi gli oronimi connessi ai colori: che ne dite di Cresta (Cristallo), Croda (Marmarole), Punta (Alpi Aurine), Sasso Bianco (Marmolada)? Di Forcella (Cristallo) e Torre Gialla (Pale di San Martino)? Di Punta Grigia (Croda dei Toni)? Di Croda (Vedrette di Ries), Punta (Sorapis), Sasso (Alpi Aurine, ma anche Monti di Volaia) e Monte Nero (Dolomiti di Braies)? Di Monte Rosa (Popera)? Di Croda (Rossa d'Ampezzo), Forcella (Tofana), Monte (Alpi Carniche) e Sasso Rosso (di Braies)? Del Col (Pale di San Martino), Forcella (Cristallo) e Promontorio Verde (Alpi Giulie)? E chi più ne ha più ne metta: chissà quanti altri!
Se diventasse difficile innovare costantemente questo blog, che mi pare seguito con lusinghiero riscontro, inizierò a raccogliere e classificare cime "astrologiche", "colorate", "diaboliche", "personificate", "sante" ecc., per costruire un ominario o un bestiario alpino dalle mille facce. Mi tengo questo "alpinismo di carta" per riempire, magari, le stagioni che verranno.

21 ott 2016

Il Torrione dell'Abete, cima quasi ignota

Pescando dal lungo elenco di oronimi ampezzani di derivazione alpinistica, spesso piuttosto moderni, che compilai anni fa con l'idea di farne una pubblicazione, ne ho trovato uno che mi pare lineare, ma comunque curioso. 
Pochi, o più facilmente nessuno dei miei lettori saranno in grado di localizzare con esattezza il Torrione dell'Abete. Eppure si tratta di un campanile abbastanza individuato e dotato della sua quota altimetrica precisa (2366), che si scorge bene dai rifugi delle Cinque Torri e dalla Val Formin. 
Quel torrione si trova subito a nord della Cima Bassa da Lago: per vederlo, bisogna però localizzare prima la Cima Bassa, altra vetta ben poco nota e ancor meno salita. 
La  Croda da Lago dal versante nord, in una cartolina del 1910.
Il Torrione emerge subito a destra della conifera (raccolta E.M.)
In ogni modo, la vicenda della cima prese avvio poco meno di cinquant'anni fa e si concluse in due estati. Il Torrione dell'Abete, infatti, fu scalato per la prima volta da O, e forse battezzato nell'occasione, da due alpinisti veneziani avvezzi a pionieristiche esplorazioni nei recessi più nascosti dei nostri monti, alla fine di giugno del 1968. 
La loro via, di difficoltà contenute, ebbe un seguito il 6 novembre dell'anno successivo, quando sulla sommità del Torrione mise piede Franz Dallago, uno dei rari (forse l'unico) ampezzano che lo conosce, giacché pure chi scrive, una volta tanto, sa della cima solo dalle fonti e dalle carte. In quell'occasione, la guida accompagnava due clienti su un nuovo itinerario di difficoltà medie da SO, che incrocia quello dei veneziani. 
E' agevole pensare che l'oronimo della cima sia stato tratto da una o più conifere presenti in vetta, così come accadde per la Torre del Barancio, la mediana del trio che forma la seconda torre d'Averau, battezzata nel 1912 dalla guida Zaccaria Pompanin poiché è ornata sul sommo da un ciuffo di mughi. 
La questione dell'abete, del nome e della via mi sarebbe piaciuto magari chiederla al primo salitore, purtroppo già scomparso, e così la curiosità rimane inappagata.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...