10 lug 2011

News a Malga San Silvestro


Malga San Silvestro com'era
15 luglio 2007

Giornata calda fin dal mattino: inadatta a "imprese", per chi ha tranquillamente spento la sveglia ... Idea! Andiamo a Malga San Silvestro (sarà la decima volta dal 2001), al limite orientale dei nostri prediletti Monti di Casies!
Per noi quella costruzione pastorale, incastonata a 1800 m nell'ampia valle percorsa dal rio omonimo, che scende dalle falde dello Strickberg, è una meta abbastanza ricorrente, quando partiamo più tardi del solito e abbiamo voglia di una camminata tranquilla e senza grande impegno.
Fino all'anno scorso, dopo un'ora e un quarto di gradevole salita dal parcheggio Schoneggen, oltre il rio appariva una casetta accogliente, ma proprio rustica, priva di spazi e di comodità: nel 2002, arrivando in Malga sotto un temporale, non vi trovammo neppure una misera tettoia per ripararci!
Me lo aveva detto un conoscente, tempo fa; da quest'anno (l'apertura ufficiale è prevista per mercoledì 13 luglio, ma oggi qualcosa da bere c'era ugualmente), la Malga è rinata.
Ora sarà un po' più grande, moderna e accogliente per gli escursionisti che salgono da Dobbiaco a piedi o in MTB, traversano dal Bodeneck oppure - come facemmo noi nel 2009 - vi si fermano scendendo dall'ascensione al Markinkele, una gratificante cima proprio sul confine.

Malga San Silvestro com'è
10 luglio 2011
Nella splendida giornata odierna, la valle ci è parsa più affollata del solito; è forse la conferma che Malga San Silvestro, quando non si può o non si vuole fare di più, merita una visita.
Ora aspettiamo la prossima salita (se aprisse anche d'inverno, per noi sarebbe il massimo!), per "provare" la nuova malga, a due piani e tutta odorosa di larice, immersa nei boschi e i pascoli di una valle dove saliamo sempre con molto piacere!




8 lug 2011

Ricordo del dottor Costantini

Campanile Dimai, cresta Terschak
(da Mietres, 24.8.2008)
E' scomparso a 85 anni il dottor Elvezio Costantini, di Borca.
Medico condotto e della Casa di Riposo di Cortina, fu un appassionato rocciatore negli anni '50 e poi un altrettanto appassionato escursionista, profondo estimatore delle Dolomiti bellunesi. 
Da ragazzo condivisi con lui una gita a Malga Cavallo di Sopra, nel gruppo della Croda Rossa, e mio padre coltivò la sua compagnia in montagna in molte occasioni.
Da giovane, Costantini aveva arrampicato spesso con compagni veneziani, fra i quali il forte Vittorio Penzo, realizzando alcune belle salite.
1952: il 2 marzo, con Penzo e U. Pensa salì in prima ascensione la cresta NE del Cernera, da Forcella Possoliva (II, III).
1953, l'anno delle invernali sul Pomagagnon: il 18 gennaio con G. Creazza, A. Zambelli, Penzo, Pensa ed E. Gorup Benanez ripeté la la via Terschak-Mayer sulla cresta SE del Campanile Dimai (1910, III).
L'8 marzo Costantini, Pensa, Penzo e Gorup Benanez superarono invece la via Menardi-Zanettin sulla parete S della Punta Erbing (1942, IV). 
Costantini fece anche altre salite degne di menzione, che però ora non ricordo più dove ho visto annotate ... 
Tutte avventure di un'altra epoca, che arricchirono sicuramente la vita di un grande appassionato della montagna.

4 lug 2011

Camminando tra il Passo Mauria e la Valpiova


Con Luigi davanti al tabià di Val de Palù
Stabie, Val de Palù, Ghirlo, Sasso Croera, Col Magnente, Stizinoi, Medarazo, Col Audoi: sono alcuni toponimi d'Oltrepiave (censuario di Lorenzago), la zona frequentata da Papa Giovanni Paolo II e legata al suo ricordo, che abbiamo voluto visitare la prima, calda domenica di luglio, con una camminata fra prati e boschi.
Siamo nel gruppo del Bivera, al margine dolomitico tra Cadore e Carnia: sono zone di bassa quota, legate ad un'economia agrosilvopastorale un tempo diffusa ma poi completamente cessata, e oggi ad un turismo "di sussistenza" (a piedi non abbiamo incontrato nessuno).
Sono comunque luoghi rilassanti, teatro di storici avvenimenti e battaglie sia durante la 1^ (la Linea Gialla) che durante la 2^ guerra mondiale (le azioni partigiane), che ci è piaciuto percorrere, pur avendo sbagliato di poco l'accesso al Col Audoi, sommità più elevata del crinale fra il Passo Mauria e la Val Piova. Lassù volevamo arrivare, e lassù torneremo presto a completare la salita. 
Ci siamo così limitati al Sasso Croera (1534 m), piccolo caposaldo - oggi fittamente rimboschito - di uno sbarramento militare a picco sulla SS52, punto culminante di una bellissima camminata in ambienti per noi nuovi, avvolgenti e silenziosi.
Ci ha gratificato molto anche aver conosciuto e chiacchierato con Luigi, anziano "custode" di Val de Palù, il pianoro dove ha due baite e passa molto del suo tempo sereno.
Luigi è il cadorino che nell'estate 1987 e poi cinque anni dopo accolse con grande emozione il Papa salito a piedi da Lorenzago, e ne conserva un grato ricordo.
Peccato per i motocrossisti incontrati su quei remoti sentieri, che hanno rotto l'incanto di un angolo straordinario, in nome di un divertimento che ci riesce inconcepibile!

30 giu 2011

Via dei Tedeschi, 1986

Anche se ho la mania di ricordare gli anniversari, mi stava sfuggendo il 25° della salita, con Andrea, Federico e Massimo, della via dei Tedeschi (Noe-Streitmann, 1934) sulla parete NE del Pich Chiadenis, di fronte al Peralba. Fu il "regalo" che mi concessi il 29 giugno 1986 dopo avere finalmente superato, tre giorni prima, il penultimo e ostico esame del corso di laurea.
Caratteristica salita di media difficoltà delle Carniche, la via è nota ai conoscitori della zona ma forse un po' meno a quelli che si fermano a Cortina. Essa segue una ripida rampa di roccia solida, che in alto si trasforma in un diedro e poi la cresta, piuttosto friabile, fino in vetta, per una lunghezza di almeno quattrocento metri.
Già attrezzata alle soste con chiodi fissi quando vi passammo, presenta difficoltà medie con alcuni passaggi fino al quarto inferiore: proprio lo standard sul quale per anni ci divertimmo senza mai penare. 
Il breve approccio dal rifugio Pier Fortunato Calvi e il ritorno sbrigativo a quest'ultimo per la via normale, la rendono una meta senz'altro ambita, che non ci impegnò allo spasimo e fu davvero una bella conquista.
Ho pochi flash della via, a parte il diedro sotto la cresta, piuttosto stretto per le mie dimensioni, e la delicata discesa per roccette appuntite, una sofferenza con le scarpette.
Ricordo invece vivamente la soddisfazione per l’obiettivo conseguito in quella domenica, che ne seguiva altre quattro freneticamente vissute tra Carniche e Giulie in quel mese di giugno in cui mi avviavo a concludere gli studi, e il piacere di avere condiviso la via con mio fratello e due amici “della Bassa”.
Proprio uno di loro, Massimo, quasi un quarto di secolo dopo mi ha inviato per mail una fotografia, che sembra sbiadita come se risalisse all'Ottocento.
Vi ho rivisto quattro ragazzi seduti sul cocuzzolo della vetta, alcuni scalzi per riposare i piedi dalla stretta delle prime scarpette liscie. Allora eravamo tutti sotto i trent'anni ...
Al di là dell'itinerario in sé, che sicuramente fa parte del carnet di tanti “modesti” frequentatori delle Alpi, della via dei Tedeschi vanto una gradita memoria per l’insieme della giornata e soprattutto perché - come spesso accade - nonostante mi fossi ripromesso di tornare lassù, la cosa finiva quel giorno.

28 giu 2011

"Doro Péar", pioniere dell’alpinismo sulle Dolomiti di Cortina

La cresta S della Punta Nera,
salendo all'"Albergo dei Peniés" (15/4/07)
Fra i personaggi che animarono il primo '900 alpinistico a Cortina, su uno vorrei indagare: Isidoro "Doro" Siorpaes, soprannominato Péar (pepe) probabilmente dal casato della madre, vissuto fra il 1883 e il 1958.
Definito "guida alpina"  da alcune fonti (“Il libro d’oro delle Dolomiti” di S. Casara, Milano 1980), fu citato dall'Accademico del CAI Federico Terschak come "amico e buon compagno di corda”.
1919: il 10 agosto, la coppia aprì la prima via alpinistica nuova in Ampezzo italiana: la cresta S della Punta Nera, che scende in Valle del Boite per oltre 1000 m di dislivello.
La "lunga e faticosa" ascensione richiese 7 ore d’impegno, su difficoltà tutto sommato medie ma in ambiente impervio, sicuramente più adatto a camosci che a umani: sarebbe interessante scoprire se sia mai stata ripetuta, e da chi. 
Dopo l’unica via nuova nota alle cronache, "Doro Péar" continuò egregiamente l'attività. Di lui si ricordano almeno due ripetizioni: una delle prime postbelliche della Via Eötvös-Dimai sulla parete S della Tofana di Rozes (con Angelo Dibona, Federico Terschak e Giulio Apollonio, 9/9/1920), e  la seconda salita e prima italiana senza guide della Via Dibona-de Zanna-Girardi-Paolazzi sul Campanile Rosà (cordate Federico Terschak-Isidoro Siorpaes e Gianangelo Sperti, alpinista bellunese di madre ampezzana-Agostino Cancider, 29/10/1920).
Considerato il periodo, si trattò di salite di un certo rilievo per il nostro “senza guida”, che in entrambe si alternò al comando con Terschak, e sicuramente furono precedute e seguite da altre imprese, di cui purtroppo però non ho notizia.
Pur con questi pochi dati, ho tratto una mia piccola conclusione: anche Isidoro Siorpaes ha un suo bel cantuccio nella storia alpinistica ampezzana, di cui continuo a cercare di riportare alla luce qualche frammento poco noto.
Osservando la cresta S della Punta Nera, che scende fin quasi al "vecchio confine" tra gendarmi, cenge, canaloni ghiaiosi e mughi assolati, mi sorge una domanda: qualcuno oggi la salirebbe ancora, con lo spirito e l’attrezzatura di quei tempi?
Per questo, mi piace vedere nella figura del "Péar", guida o dilettante che fosse, un pioniere appassionato dell’alpinismo sui monti di Cortina.

21 giu 2011

Marino, Erwin e il Sassolungo, cinquant'anni fa

La copertina del libro 
dedicato nel 2009 a Marino Bianchi
Scrivo queste righe quando è passato giusto mezzo secolo dal 21/6/1961: quel giorno Marino Bianchi Fuzigora (1918-1969), guida alpina di padre cibianese perfettamente integrata nella comunità d’Ampezzo, aprì la sua unica via nuova sui monti del paese paterno.
Con il cliente e amico austriaco Erwin Urban, Bianchi scalò, infatti, la parete N del Sassolungo di Cibiana, che domina il paese ed al quale i cibianesi sono molto affezionati, aggiungendo un itinerario a quelli di Casara e compagni (1924) e di Lino Lacedelli e Silvio Alverà (1947).
La via di Bianchi, guida dal 1945 che in trent'anni di attività realizzò interessanti prime salite, alcune anche di grande impegno, nei gruppi dell'Averau, Croda da Lago, Cunturines, Pelmo, Tofane e Marmarole, presenta un dislivello di cinquecento metri e difficoltà d’ordine classico e ai due alpinisti richiese quattro ore di scalata.
Secondo informazioni recenti, pare che non sia stata mai ripetuta, anche perché il versante N della cima non presenta roccia particolarmente invitante.
La parete fu solcata comunque da un altro percorso nel 1996, quando alcuni Ragni di Pieve di Cadore scovarono una quarta via originale, con difficoltà sostenute.
A chi scrive, il Sassolungo di Cibiana piace per la gratificante via normale da S, salita ormai diverse volte. Data la relativa facilità d’accesso, è abbastanza frequentato, ma su di esso si respira ancora un’atmosfera di vera Montagna.
Facendo poi da spartiacque, dalla sommità la visuale si apre da un lato sulle Dolomiti e dall’altro fino alle Prealpi, con sfondi e caratteristiche sempre diverse ed originali.
Purtroppo pare che la tradizione alpinistica a Cibiana non abbia avuto molti proseliti: per quanto sia da considerare ampezzano, Marino Bianchi resta l’unica figura di guida con radici cibianesi attiva nel ‘900, e la sua via del 1961 sul Sassolungo costituisce una palese dimostrazione d’affetto ai monti d’ascendenza paterna.
Ulteriori informazioni in : Ernesto Majoni, Il Signore delle Montagne. In ricordo di Marino Bianchi Fouzìgora (1918-1969), Tipolitografia Print House - Cortina d’Ampezzo, 2009, pp. 120, € 19,00.

20 giu 2011

A spasso sui monti ... con una capretta

Or sono trent'anni, con quattro della nostra compagnia effettuai nel gruppo della Croda Rossa d’Ampezzo - Sottogruppo di Bechei un'affascinante traversata, durante la quale condividemmo la compagnia di una … capretta.
Era, per la cronaca, il 20 giugno 1981: lo deduco dall’unica fotografia rimastami, nella quale, magro e capelli lunghi, appaio in Forcella Valun Gran sotto un’incipiente nevicata, accanto alla bestiola di cui sopra.
La traversata consistette nella salita da Malga Ra Stua a Fodara Vedla (al tempo funzionava ancora l'antico e indimenticato rifugio di legno annerito dal tempo, con i locali bassi e semibui impregnati di profumo di omelettes e di patate all'ampezzana), e nel proseguimento lungo il Valun Gran ai piedi della Croda Camìn fino alla Forcella Valun Gran, dove stabilimmo la “Cima Coppi” della giornata.
Consumata la merenda sui due metri quadri d’erba del valico, ci buttammo nello scollinamento verso la sottostante, arcana Forcella Camin, al quale seguirono la lunga e poco domestica discesa ad Antruiles attraverso le Ruoibes de Inze e la risalita sull'asfalto a Ra Stua per recuperare il mezzo.
Fu un gran bel giro circolare, in un territorio che trent'anni fa, dieci anni dopo quando lo rifeci e spero anche oggi, rimane integro e avventuroso.
Come anticipato, la nota originale fu una capretta bianca e marrone che, eludendo la vigilanza del pastore, ci seguì zampettando dalle malghe di Fodara fino a Ra Stua, quindi per quasi tutto l’anello.
Nel rimontare il pestifero Valun Gran, faticoso e senza tracce solide, trovammo il ghiaione ancora ricoperto da estese chiazze di neve.
Il caprino se la cavò onorevolmente, ma discendendo il breve conoide pietroso che piomba verso Forcella Camìn, i sassi aguzzi gli procurarono varie abrasioni alle zampe.
Fu davvero una pena vedere la nostra improvvisata compagna d’escursione trotterellare lasciando piccole tracce sanguinolente ad ogni “piè sospinto”!
Non era peraltro la prima escursione mista uomo-animale che compivo: frequentavo forse la seconda media quando ne feci diverse – anche non banali - con il cane “Nigritella” al seguito, e nel '75 c'inerpicammo lungo la ferrata del Col Rosà portando nello zaino un gattino, adottato al campeggio di Fiames!
In ogni caso, la capretta ci gratificò della sua presenza per tutta la giornata, si lasciò ritrarre pazientemente in varie pose e, una volta giunta a Malga Ra Stua, si eclissò tornando alle sue occupazioni.
Spero che l’istinto l’abbia aiutata a tornare a casa sua, sui pascoli di Fodara: a me, a distanza di sei lustri, resta solo qualche flash di una bella gita, nella quale non riuscimmo ad intavolare chissà quale dialogo con la nostra occasionale partner, ma capimmo che cosa vuol dire “arrampicarsi come le capre” sui declivi sassosi del Valun Gran, dove sicuramente noi cinque facemmo molta più fatica dell’animale.

17 giu 2011

Torre Wundt, note di storia

Sulla fessura SE della Torre Wundt,
il 27/8/1984
La prima ascensione invernale della fessura SE della Torre Wundt, nei Cadini di Misurina, salita per la prima volta da Piero Mazzorana e Sandro Del Torso l’8/9/1938, fu compiuta quasi vent’anni dopo.
Il 13/3/1956, infatti, Bruno Baldi e Fabio Pacherini, appartenenti al gruppo di triestini che gestiva la spartana Capanna Dordei al Passo dei Tocci e da alcune stagioni perlustrava minuziosamente il gruppo aprendo vie dovunque, scalavano per primi la fessura d'inverno.
Anni addietro, venne in mente più volte all’amico Alessandro, appassionato della Torre e della via, che d'estate abbiamo salito insieme una decina di volte, di rifare la Mazzorana fra dicembre e marzo, e naturalmente tentò di coinvolgere nell’operazione anche me.
Forse, con buone condizioni meteorologiche, la cosa non sarebbe drammatica, anche perché la fessura è posta a S e non dovrebbe essere mai troppo gelata.
Ma la prospettiva di salire al Passo dei Tocci con neve più o meno alta (io non scio), dormire nel locale invernale del Fonda Savio, che non ricordo propriamente come una reggia, e soprattutto il pensiero di dover affrontare la via normale a N, mi fecero desistere ogni volta dalla balzana idea.
Alessandro non ha più fatto la Wundt d’inverno, lasciando così a Baldi e Pacherini l'onore della prima, di cui ho trovato notizia in una Rivista del CAI di oltre mezzo secolo fa.
Se qualcuno ne avesse intenzione, sappia che l’invernale della classica via Mazzorana-Del Torso non sarebbe più la prima: probabilmente invece manca ancora la prima invernale solitaria.

15 giu 2011

Pallidi nomi di persone e luoghi d'Ampezzo

Non penso che la domanda se la pongano in molti, ma una risposta credo d'averla.
Quanti antroponimi, ossia quanti nomi di luogo d'Ampezzo, ricordano o in qualche modo si collegano a donne ed uomini, locali o forestieri, che hanno caratterizzato la storia della valle?
Da un mio sommario approfondimento, risulta che i toponimi sono almeno una cinquantina, e identificano strutture esistenti o scomparse, bizzarrie naturali, luoghi di fienagione e pascolo impalliditi nel ricordo, infrastrutture turistiche.
Molti luoghi li conosco solo per iscritto e non per averli ritrovati sul terreno, ma potrebbe anche essere uno stimolo per future ricerche nei boschi e sulle montagne.
I toponimi in questione ricordano il buon Meto, un tal Santo, certi Mardocheo, Curto e Andol, l’albergatore Frasto, una signora Bartoia, il Capon, le sorelle Mescores, abili cuoche.
Eppoi due ostesse, le Pioaneles e le Sceches, un antico Conte, il Moisar che sfuggiva agli uomini; Bartoldo è ricordato due volte, c’è la povera Ester e gli sfortunati Grisc e Macaron.
Ed ancora, prima che insorga il mal di testa, troviamo memoria di Catina de Agnesc, del Jaibar e di un cavaliere Pilato, di Mia del Gheto, di Dea, un Mouta e un ‘Sacheo, Lia e un Danel (nostro antenato), ed infine ci sono le Baraches e il Mocio.
Resta il ricordo di due anonimi deceduti, di un ‘Sandeaco, dell’intraprendente Menighel e del solitario Zorzi, c'è un tale Stefin e anche il Rana, il Miceli, il Ris-cia e i tre Tones, un Pelele e un Jandarmo, tanti Chenope medioevali, un Maioni del Vecia e un Touta.
Tutti questi nomi, più o meno leggendari, sono ormai scomparsi nei meandri della storia e per la maggior parte di essi sarà improbabile identificare con certezza le persone in carne ed ossa.
Siamo però certi che una cinquantina di valligiani, certamente persone semplici e senza velleità di protagonismo, per un motivo o per l’altro, hanno lasciato una traccia concreta nella toponomastica di Cortina, e la cosa ci fa riflettere, con un certo rispetto e venerazione.

13 giu 2011

"Fonso Surio", quasi dieci anni dopo

Poco meno di dieci anni fa, il 19/12/2001, in seguito a un imponderabile quanto tragico incidente occorsogli al termine di un concerto del Corpo Musicale di Cortina, scompariva Alfonso Colli, “Fonso Surio”.
Classe 1928, fra noi Alfonso aveva una certa notorietà per tre motivi: essere uno degli ultimi ciabattini di Cortina, professione che esercitò fino a settant’anni; aver militato, fino al ritiro per cause anagrafiche, nella nostra Scuola Sci; aver suonato e sfilato per oltre un quarantennio nel nostro Corpo Musicale.
Io invece lo ricordo principalmente come alpinista, amico e compagno di tante escursioni sulle vette.
La passione per la montagna lo accompagnò fedelmente per tutta la vita. Più volte mi divertii ascoltando i sapidi resoconti delle sue escursioni e arrampicate, soprattutto giovanili. Di tutti, me n’è rimasto particolarmente impresso uno, relativo ad una avventurosa salita che compì a vent’anni.
Con l’inseparabile "Berti" in mano, circa nel 1950 Alfonso aveva salito e sceso da solo la Via Wachtler (aperta ottant’anni prima sul versante W della Croda Rossa d’Ampezzo): un percorso che ha messo in crisi fior d’alpinisti, per lo svolgimento lungo e complicato e la roccia insicura.
Negli anni ‘70, già ultraquarantenne, “Fonso” riprese ad arrampicare per alcune stagioni ad alti livelli, legandosi a compagni del calibro di Luciano Da Pozzo, Renato De Pol e Lino Lacedelli.
Nel suo “carnet” poté allora iscrivere grandi salite: la “Diretta Dimai” sulla Torre Grande d’Averau, lo “Spigolo Giallo” sulla Cima Piccola e la Via Comici-Dimai sulla Cima Grande di Lavaredo, il Pilastro della Tofana di Ròzes, la Via Franceschi-Michielli sul Taé ed altre.
Passati i furori, continuò le sue stagioni di appassionato e instancabile camminatore: con lui ed altri, ci ritrovammo in decine d’uscite, soprattutto nel periodo 1984 - primi anni ’90.
Tra le tante occasioni condivise, mi sovvengono il Monte Casamuzza in Pusteria, il Cogliàns e la Creta Grauzaria in Carnia, la ferrata Bovero del Col Rosà ancora innevata, la via in parte nuova del 1985 sul versante N della Croda da Lago, la stupenda traversata Forcella Michele - Forcella Cristallino, la Forcella dei Sassi sui Tre Scarperi, la traversata delle Cime di Furcia Rossa per la Via della Pace, la Glődisspitze e la Simonyspitze in Austria, lo spigolo del Paterno, la ferrata sulla Pitturina in Comelico, e poi anche il Pizzocco, il Sasso di Bosconero, il Sasso Rosso di Braies, il Sassolungo di Cibiana, la N della Torre del Barancio, la normale della Torre dei Sabbioni, oltre a diverse gite nelle immediate vicinanze di Cortina.
Per me, di trent’anni più giovane, “Fonso” era un compagno affabile, innamorato della montagna, sempre pronto a battute e scherzi, tanto serio e concentrato nelle situazioni d'impegno quanto spensierato sulla via del ritorno e nelle (memorabili!) tappe in rifugio o a fondovalle.
Alfonso non amava i gruppi numerosi, la confusione, le gite sociali e soprattutto non ripercorreva mai per due volte lo stesso tracciato, a parte poche cime o ferrate, sulle quali invece tornava volentieri anche da solo.
Negli ultimi tempi c’eravamo persi di vista, almeno in montagna. A dieci anni dalla scomparsa, colgo l’occasione oggi per ricordarlo con piacere e nostalgia, attraverso i momenti vissuti assieme sulle nostre crode.

26 mag 2011

Spiz Galina 1991-2011

La cuspide sommitale, dalla Val Galina
20/4/2008
E vai con gli anniversari!
Dal mio diario: “Il 26/5/1991  mi capitò di salire con Sandro, Cate e Federico una cima particolare: lo Spiz Galina (1545 m, come gli alberghi di Pocol a Cortina ...), nel gruppo del Col Nudo.
Questa piramide alberata, rocciosa e un po' ostica da conquistare, incombe sul Piave sopra Soverzene, e da qualcuno fu definita a ragione “il Cervino  di Longarone”.
Primo salitore ne fu il longaronese Gian Battista Protti, che giunse in vetta il 27/3/1898, con un compagno e due valligiani come guide.
93 anni dopo, noi quattro partimmo da Provagna, appartato borgo di là dal Piave e, risalendo la Val Masarei (che dovrebbe essere percorsa dal sentiero CAI 957), giungemmo sulla forcella tra lo Spiz e il massiccio retrostante, dove sostammo presso un piccolo, sudicio ricovero di cacciatori.
Poco più avanti, la salita divenne un’interessante arrampicata vegetominerale, con tanto di filo di ferro annodato agli alberi a mo' di appiglio e uno spezzone di catena per sicurezza. Da ultimo ci inerpicammo lungo un erto pendio erboso dove sporgevano alcuni massi, utili per l’orientamento perché segnati da bolli rossi, e per afferrarvisi nella delicata discesa.
Sulla cima, una cupola erbosa ampia e accogliente che ricorda un po' la nostra Bujela de Padeon, scaricammo la tensione ammirando le Dolomiti d’Oltrepiave e i monti e paesi della Valbelluna, ma soprattutto respirando il magnifico isolamento dello Spiz, che domina la vallata sottostante da oltre mille metri d’altezza.
In discesa, imboccammo (più con fortuna che con giudizio e senza cartine) un sentiero sul lato della Val Galina, che - aggirando interamente la cima che avevamo salito pensando di fare soltanto due passi - ci riportò a Provagna dopo 7 ore dalla partenza.
Sono passato anche l'altro ieri a Longarone, e ogni volta mi viene automatico lanciare un'occhiata allo Spiz e rivivere per un attimo quell'avventura di venti anni fa, che non so quanti dalle mie parti abbiano avuto la fantasia di fare.”

25 mag 2011

Due passi sulla Cima Nord Est di Marcoira

Rosy e Isy in vetta,
19/7/2003
Uno dei monti ampezzani dove negli ultimi anni siamo saliti più volte, per comodità e per affezione, è senz'altro la Cima Nord Est di Marcoira (2422 m), elevazione della parte “ampezzana” del Sorapis.
Mentre verso il Passo Tre Croci, la Cima scende con alte pareti scalate per vie ormai dimenticate, sul versante soleggiato essa scivola con un ripido pendio erboso nel Ciadin del Loudo.
Il Ciadin è una suggestiva valletta, invasa in parte dalle ghiaie, dove al tempo di Grohmann gli ampezzani portavano le pecore; oggi, tornata al silenzio, può considerarsi un autentico gioiello ambientale. Da questo versante, si arriva in vetta seguendo una traccia, all'inizio appena visibile ma ben presto assente, che parte da Forcella Marcoira.
La prima volta giunsi lassù per caso, il giorno della Sagra di una ventina di anni fa. Ero solo: arrivato all'imbocco del Ciadin, mi venne un'idea, anche se delle Cime di Marcoira sapevo solo le due parole riportate nel “Berti”. Mi stupii di trovare in vetta un ometto e una croce, e cercai altre tracce, ma nulla.
Tempo dopo un conoscente, col quale avevo fatto un paio di arrampicate, mi raccontò di aver salito più volte la Cima per una via di Ettore Castiglioni. Perdiana, era proprio quella che nel 1980 mio fratello e io avevamo cercato di scalare, senza trovare neppure l’attacco, e quasi annegando nei mughi dello zoccolo!
Tornai sulla Marcoira alcune altre volte, e il 10/10/1999 – giorno in cui gli Alpini salirono numerose vette dolomitiche, lanciando in aria razzi tricolori per ricordare la fine del millennio – noi eravamo lassù.
Lasciai un primo contenitore con un minuscolo quaderno per le firme: da allora, forse anche grazie alla mia piccola "campagna stampa", la Cima ha guadagnato ogni anno qualche visitatore.
L’ultima volta che ho calcato la Nord Est, nel luglio 2005, constatai che in circa un mese erano saliti in vetta “ben” 15 appassionati: penso che si tratti di alpinisti che, come noi, deviano spesso dagli itinerari obbligati per rifugiarsi su crode in apparenza minori, dove però non s'incrociano folle vocianti e non si trovano né ferro, né vernice, né rifiuti.

20 mag 2011

Il "Gigio" e il Becco di Mezzodì

Il Becco di Mezzodì, dal sentiero 457
(foto C. Bortot, 5/9/2004)
Piccola, necessaria premessa. Nel 1972 iniziai la IV Ginnasio a Borca. Nei primi due anni scolastici fummo accolti nell’edificio dove poi alloggiò l'ITC; nei due seguenti ci spostarono al "Pio X", e infine nel 1976 migrammo a San Vito, prendendo possesso dell'attuale sede del Liceo.
Dalla 1^ liceo in poi fu mio professore di lettere Don Luigi Frasson di Cittadella, che noi chiamavamo Gigio e qualcun altro Don Pippo: un religioso che a Cortina e in Cadore ricordiamo in molti con riconoscenza.
Nel 2001 compilai per il CAI Cortina una pubblicazione, con cui solennizzammo i i 100 anni del Rifugio ”Croda da Lago – G. Palmieri” al Lago di Federa.
Compulsando le fonti per ricreare l'interessante storia dell’immobile e quella romantica delle vette circostanti, mi sovvenne che, nove anni prima, Don Luigi era caduto dal Becco di Mezzodì, mentre saliva con due anziani confratelli, morendo pochi giorni dopo. Così dedicai un paragrafo del libro anche a lui.
E' passato quasi un ventennio, e ricordo spesso il mio docente, che ha instradato nella formazione culturale ed umana almeno due generazioni di studenti cadorini e ampezzani, e se fosse tra noi oggi si avvierebbe ai novant'anni.
Dei suoi insegnamenti di quel triennio, mi  sono rimasti due fondamenti importanti: l’interesse per i libri e soprattutto la passione per lo scrivere, argomenti che al Gigio piacevano e ci comunicava con partecipazione, magari non sempre condivisa ma efficace.
Oltre a ciò, Don Luigi amava la Montagna, tanto che il suo nome trova spazio anche nella storia alpinistica delle Dolomiti con una via aperta sulla Punta Ellie (Cadini di Misurina) nell'estate 1968 col collega Giovanni Orsoni e due amici.
Parlavamo spesso di crode, e diverse volte mi aveva invitato a legarmi alla sua corda per una salita, cosa che, per vari motivi, non avvenne mai.
Ricordo che qualche anno dopo la maturità, una mattina d’ottobre, lo incontrai in piazza a Cortina, vestito da roccia, e mi disse che stava partendo per il Becco di Mezzodì, “la montagna che brilla, quando il sole la sfiora”.
Su quella cima, dalla quale si abbraccia tutta la conca d’Ampezzo, Don Luigi era salito spesso e tornava sempre quando gli era possibile.
Nel secondo camino, largo e un po’ strapiombante, che una volta infastidì anche chi scrive, la sorte volle che cadesse a 69 anni, in una calda giornata di luglio.
Mani ignote intesero ricordarlo sottovoce con una targa di pietra scura, incastonata in un grande blocco lungo la traccia che da Forcella Ambrizzola s’inerpica ai piedi delle rocce.
Chi non sa vi transita accanto senza darvi importanza: chi scrive sa che lassù c’è una lapide, e vi ha fatto un paio di visite, per dedicare a Don Luigi un pensiero di riconoscenza.

18 mag 2011

Croda de Pousa Marza, 1994

Dal mio diario ...
Sfogliandolo oggi, mi torna alla mente la salita della Croda de Pousa Marza (2504 m), una caratteristica, poco nota cima del gruppo del Cristallo, calcata anche da alpinisti illustri.
Dopo la conquista di Michl Innerkofler e la prima ripetizione dello stesso con la cliente Mitzl Eckerth (entrambe avvenute il 29/7/1884), la salirono Casara, Buzzati col vecchio Quinz di Misurina, gli Scoiattoli Raniero Valleferro e Alberto Dallago per via nuova (1976), l'amico bellunese Claudio Cima e Luca Visentini, che nel suo "Gruppo del Cristallo" ne ha lasciato una relazione completa ed esauriente.
Il 9/7/1994, poco meno di centodieci anni dopo Innerkofler e due prima del libro di Visentini, avendola già osservata più volte dal prospiciente Corno d’Angolo, con Roberto m’inventai di salire la Croda, seguendo l'unica relazione disponibile all'epoca: quella - peraltro sufficiente - della guida Berti.
Ci trovammo così di fronte a un centinaio di metri di bella parete verticale ed esposta, con difficoltà fra il II e il III+, dove non c'erano chiodi né segni di passaggio; il percorso, logico e vario, ci schiuse l’accesso ad una montagna che ha una sua personalità, e fummo contenti d'averla conosciuta.
In seguito ho scoperto che la seconda ripetizione (prima ufficiale) della via dovette attendere sei anni esatti dalla conquista, e fu appannaggio di Emil Artmann, non si sa se solo o con altri, il 29/7/1890. Lo testimonia un inciso in ”Die Erschliessungen der Ostalpen” (III, 1894, 454).
La notizia può avere poco significato: ma conferma che al tempo dei pionieri si annotavano tutte le prime salite e le prime ripetizioni anche delle cime minori, quale possiamo considerare la nostra Croda de Pousa Marza.

16 mag 2011

Ottobre '83, sul Col Rosà da solo

Domenica 23 ottobre '83. Due giorni fa ho superato l'esame di Diritto Amministrativo, e sono tornato subito a casa per onorare come più mi piace il successo, e il mio 25° compleanno che cadrà proprio domani: su una cima.
Domenica scorsa, per esorcizzare la tensione dell’esame imminente, salivo la ferrata della Punta Fiames: oggi resto in zona, per ripetere ancora una volta quella del Col Rosà. Da solo, per necessità ma anche perché talvolta è pure meglio.
Poche cose nello zaino e tuta da ginnastica, in autobus a La Vera, a Fiames a piedi: entro nel bosco e dopo un'oretta - per il comodo e piacevole sentiero che risale la Val Fiorenza – esco in Posporcora.
L’aria è quella limpida e frizzante, classica di un mattino autunnale: niente freddo, silenzio magico. Supero il ripido sentiero che porta alla ferrata, e all'attacco incontro tre alpinisti, tra cui una ragazza.
Scambio due parole, ma ho fretta, la cima mi aspetta. Un lungo tratto in libera, e mi assicuro solo sulla traversata: assaporo la grande esposizione di quei metri ben attrezzati, in breve sono fuori e salgo veloce verso la chiazza di mughi sotto la vetta.
Passo le ghiaie, quasi corro nel camino con gli scalini di guerra e in cima sento il campanile che batte mezzogiorno.
Non c’è nessuno: una brezzolina rinfrescante, un sole giallino, un grosso gracchio che già pregusta la colazione, e io.
E’ una giornata in cui apprezzo più che mai la solitudine di questa cima, molto frequentata in stagione: gusto più che posso il panorama circostante, il piacere di essere lassù, guardare la valle e stare bene, in pace con me stesso e la natura. Sui lastroni della cima, a picco sulla parete verticale, riesco persino a fare un riposino.
Non vorrei scendere, e fantastico sulla possibilità di restare quassù, vivendo di alberi, animali, sole e vento. D’improvviso, però, un soffio più freddo mi risveglia da quella quiete, e mi sovviene un pensiero: a casa mi aspetta il temuto “Liebman”, il manuale di Procedura Civile!


Il Col Rosà: la ferrata sale per la cresta a sinistra.
25/10/2009.

10 mag 2011

Il silenzio di Son Pouses

Son Pouses, verso le Crode Camin e le Lavinores
8 maggio 2011
Domenica scorsa, dopo qualche anno di assenza, abbiamo iniziato la stagione tornando con soddisfazione a Son Pòuses. L´oronimo ampezzano evoca le "pòuses", spiazzi destinati al riposo del bestiame al pascolo; Son Pòuses (1825 m) non è una cima, ma una gibbosità dalla sommità quasi piatta, posta alle pendici sud della Croda de r´Ancona e separata da questa da una valletta boscosa.
Domina la Val di Rudo, nel tratto Podestagno - Ra Stua, e durante la Prima Guerra Mondiale fu un punto strategico importante, strenuamente difeso dagli austroungarici e sede di scontri cruenti.
Sparsa di trincee, appostamenti e ruderi, Son Pòuses è al centro di un anello di medio impegno, in un angolo dove  è quasi più consueto imbattersi in animali selvatici che in gitanti.
Scendendo dalla cima. Sullo sfondo il Col Bechei, la Croda d'Antruiles, 
la Forcella e la Croda Camin
Per arrivarci, dal Tornichè di Podestagno si segue brevemente la strada verso Ra Stua, fino ad un cartello.
L'anello prende avvio con una risalita a ripidi tornanti nel vecchio bosco solcato da trincee, fino alla falesia rocciosa attrezzata circa venti anni fa per l'arrampicata.
Ai piedi delle rocce, obliquando a destra, ci s'immette nella traccia che saliva dal Torniché lungo il Ru dei Caai, dismessa con l'istituzione del Parco.
La si segue, passando a destra e sinistra del rio asciutto e inoltrandosi in un bosco un po´ chiuso, ma decisamente bello. Da ultimo, per zolle erbose si esce sulla sommità, erbosa e magramente alberata.
Colpiscono subito l'occhio alcune piante da frutto nate durante la Grande Guerra, in gran parte ormai rinsecchite e cadenti.
L'anello si completa poi scendendo lungo le pendici ovest del risalto. In basso, un tratto del sentiero piuttosto rovinato serpeggia fra i detriti e i blocchi che precipitano dalla frana incombente e richiede un minimo di attenzione.
Ad un bivio sulle ghiaie si continua a scendere fra la vegetazione, passando accanto al poco noto sacello del "Sant'Antone de Son Pòuses",  fino alla strada di Ra Stua, donde si torna al parcheggio, chiudendo l'anello dopo circa due ore e mezzo.
Son Pòuses costituisce un'escursione gradevole, proprio sulla porta d'ingresso del Parco Naturale delle Dolomiti d´Ampezzo. Non troppo faticosa e ben soleggiata, già a inizio maggio la sommità ci ha regalato begli scorci sulle nostre montagne e su molte testimonianze della guerra, che qui fu particolarmente dolorosa.

7 mag 2011

90 anni dello spigolo Dibona della Torre Fanes


Torre Fanes con a ds. il Monte Valon Bianco.
Da Son Pouses, 8/05/2011
Una volta, discutendo con alcuni amici, affermai deciso che forse la più bella via da me fatta nelle Dolomiti era stato lo spigolo N della Torre Fanes, in vista della Val Travenanzes e delle Tofane.
Forse lo spigolo, superato da Angelo Dibona con Winifred E. Marples il 15/7/1921 e per la seconda volta (probabile prima integrale, poiché pare che Dibona sia arrivato allo spigolo in alto, da Forcella Torre Fanes) da Albino Alverà e Gino Pisoni nel 1949, non ha le armi per diventare una classica, ma per me fu ugualmente una gran via.
Ricordo l'ambiente solitario e selvaggio, la scarsa chiodatura (tre o forse quattro ancoraggi).
Ricordo, più che uno spigolo, un vasto schienale non sempre verticale, poi la cengia finale ad anello, di roccia friabile e da percorrere con attenzione, e infine la cima, certamente fra le meno calpestate d’Ampezzo, senza segni d'uomo.
Motivo: il lungo percorso di avvicinamento, la dolomia non sempre a prova di bomba, una normale (Von Glanvell e Von Saar, 12 agosto 1898) non proprio facile né breve, da seguire in discesa, un nome poco trendy.
Non credo che in novant'anni (59, al tempo in cui la ripetemmo), la Dibona-Marples, prima via nuova della grande guida dopo la guerra, abbia raccolto centinaia di visite, anche se nel suo celebre volume Pause la iscrisse fra le "cento scalate classiche" dell'arco alpino.
Noi (il paziente Enrico e io) salimmo un limpido 28 settembre, partendo e tornando al Falzarego a piedi, e della via ricordo la completezza, dal sentiero che si avvicinava allo spigolo (verso il remoto Cadin di Fanes), alla discesa un po' complessa, sulla quale trovammo ghiaccio e alla fine risolvemmo con un inatteso cordino su uno spuntone, che ci depositò a Selletta Fanes, terreno già noto.
Se giovasse, va consigliata ai buongustai del IV vecchio stile con qualche passo più secco, a chi può apprezzare una parete ombrosa e con tratti di ghiaia, senza chiodi ma con un sapore di Dolomiti che poche altre volte ho ritrovato.
Da Internet ho saputo che nel 2005 un paio di frane hanno interessato sia lo spigolo Dibona-Marples, circa due lunghezze prima della cengia anulare, sia la via di discesa. Se qualcuno è salito di recente, mi piacerebbe avere notizie aggiornate, per rinfrescare la nostra grande avventura.

5 mag 2011

1790: sul Lungkofel inizia l'alpinismo dolomitico

Il Monte Lungo di Braies, che tocca la quota di 2282 m, è posto lungo il ramo sinistro della valle omonima, che da San Vito sale verso l'altopiano prativo di Pratopiazza.
Questo monte è legato a un fatto di storia che, seppure mai ufficialmente asseverato, riveste un ruolo basilare per la storia dolomitica.
Su di esso, infatti, pare sia salito nell’estate 1790, il gesuita e botanico carinziano Barone Franz von Wulfen, lo stesso che darà il nome alla Wulfenia Carinthiaca.
Dal pianoro dell’Alpe Serla dove si era recato sicuramente per erborizzare, il botanico montò in vetta in solitaria al “Landkogel”, che si è potuto individuare con un buon margine di sicurezza nel Lungkofel, nome tedesco mal tradotto in Monte Lungo.
La tradizione sostiene che sia stata quella la prima cima delle Dolomiti ad essere salita "con intenzioni alpinistiche".
Oltre che per la piacevole ascensione che offre, il Monte Lungo di Braies risalta per la parete W, che incombe verticalmente per oltre 400 m sui diruti Bagni termali di Braies Vecchia; nei primi anni '50 del '900, essa fu salita per tre vie, non so quanto ripetute, dall’accademico Marino Dall’Oglio e da Hans Frisch, forte alpinista di Brunico.
Il Monte Lungo si avvicina con una camminata abbastanza lunga ma piacevole, che può partire da Braies Vecchia A motivo della posizione abbastanza isolata, come il dirimpettaio Serla, svela anch'esso dalla cima una bella visuale a 360° sul Picco di Vallandro, sul versante N della Croda Rossa d’Ampezzo, sulla valle di Braies e sui verdi Colli Alti.
La salita può essere abbinata a quella del Serla, che lo sovrasta di 96 m, realizzando un'escursione molto utile per immergersi nella zona e ripercorrere le tappe di colui che forse iniziò, senza rendersene conto, l'alpinismo nelle Dolomiti Orientali.

Il Monte Lungo dai Prati Camerali, 12/11/2005


2 mag 2011

Pagine di storia ampezzana: Luigi Piccolruaz, guida alpina (1862-1924)

Tra le numerose guide e portatori che fra l'800 e il '900 animavano la vita di Cortina, uno solo “veniva da fuori” ed era quindi escluso dall'anagrafe dei Regolieri, pur essendosi accasato in paese e perfettamente amalgamato nella piccola comunità, tanto da meritare il soprannome di "Nichelo", proprio del casato Zambelli. Era Luigi Piccolruaz, nato nell'alta Val Badia nel 1862.
Di professione guardacaccia, Luigi operò alle dipendenze delle nobili Emily Howard Bury e Anna Power Potts, che verso la fine del secolo si erano fatte costruire sulla colinetta che domina il "Tornichè" di Podestagno, la palazzina detta “Villa Sant’Hubertus”.
Giovandosi della sua pratica della montagna, Luigi "Nichelo" svolse anche l'attività di guida alpina dal 1884 fino al 1909, quando cessò dal ruolo. Nelle fonti ho trovato il suo nome solo per la seconda salita della Torre Grande d'Averau, portata a termine con alcuni compaesani nell'estate del 1883: la sua figura si vede comunque spesso in fotografie di caccia accanto ai clienti che amavano venire a Cortina per le loro battute.
Piccolruaz, che nel primo dopoguerra ebbe una spiacevole diatriba con la Sezione Ampezzo del D.Oe.A.V., in via di rinomina in Sezione CAI di Cortina d'Ampezzo, per aver condotto abusivamente un cliente sul Cristallo, si spense nel 1924.
Cinque anni prima la famiglia, che viveva in una piccola casa lungo la strada d’Alemagna, era stata duramente colpita dalla morte di un figlio, Emilio, deceduto per una malattia contratta sul fronte.
I Piccolruaz si sono estinti in linea diretta con Maurizio "Guardia" (1904-81), estremo custode delle memorie avite, che ebbi il piacere di conoscere nel 1977. 
Stranamente, la guida alpina Luigi non è stato iscritto sulle due grandi lapidi marmoree che nel nostro cimitero ricordano oltre cento guide e portatori ampezzani nati dal 1796 in avanti.

30 apr 2011

Il Busc de r'Ancona e il suo mistero


Il Busc de r'Ancona (foto tratta da panoramio.com)


Che si raggiunga dall'alto, mediante la “via ferrata” artigianale che percorre l'esposta cresta digradante dalla vetta della Croda de r'Ancona, o dal basso, risalendo per tracce di guerra con piccoli bolli il pendio coperto di mughi e detriti che affianca la strada di Gotres poco prima di Forcella Lerosa, il “Busc de r'Ancona” rimane sempre e comunque un angolo dolomitico pregno di suggestione.
Questo foro naturale alto forse venti metri, scavato nella roccia rossastra e friabile della cresta che dalla Croda de r'Ancona degrada verso la dorsale delle Ciadenes, visibile già dalla sottostante Strada d'Alemagna poco oltre la curva di Podestagno, è un luogo importante.
Importante perché è oggetto di un'antica leggenda, raccontata dal Wolff, nella quale si sostiene che sia stato opera del demonio, in fuga dalla conca ampezzana che aveva tentato invano di convertire; importante perché durante la Grande Guerra fu un luogo strategico e sulla dorsale circostante s'infransero pesantemente i tentativi dell'Esercito Italiano di sfondare e assaltare Son Pouses; importante perché è oggetto di un anello escursionistico dai Ciadis a Forcella Lerosa attraverso la solitaria Croda de r'Ancona; importante, infine, perché anni fa fu scelto da un'alpinista solitaria per attraversarlo con gli sci ai piedi, scendendo il canalone che dà verso Ospitale, fino alla Strada d'Alemagna.
Importante o no, è un luogo che mi piace e dove, dopo oltre trent'anni dalla prima volta in cui vi giunsi, torno sempre volentieri.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...