27 ott 2012

Nel silenzio dei Brentoni


Cresta di Val d’Inferno: un gruppo di guglie aguzze e spuntoni minori dal nome un po’ truce, che separa la Carnia dal Cadore e appartiene alla giogaia dei Brentoni-Castellati. 
Cime non sempre comode e spesso friabili, con accessi talvolta lunghi e faticosi, angoli solitari dove resta sempre qualcosa da scoprire: questo offre la cresta, un luogo genuino e romantico. Dai pinnacoli della cresta che guardano l'altopiano di Razzo, emerge il secondo Torrione (2311 m), dalle linee eleganti se non ardite, alto sui pascoli di  Camporosso e sui boschi che scendono in Val Frison. 
I Brentoni, dalla strada di Casera Doana
27 giugno 2010
Lungo lo spigolo S sale una via, ritenuta una delle più interessanti del gruppo, che anni addietro percorsi due volte. 
L'avevano tracciata nel 1938 due grandi alpinisti dolomitici,  Castiglioni e Detassis, durante la minuziosa esplorazione delle Alpi Carniche per la stesura dell’omonima guida, uscita nel 1954. 
La via, anche se non particolarmente succulenta (sono 220 m di media difficoltà, su roccia non sempre eccellente), presenta alcuni pregi che la rendono apprezzabile da chi predilige un certo alpinismo, oggi in via d’estinzione. 
Per me fu già bello salire in un fresco mattino di fine ottobre verso lo spigolo, verso Forcella Losco e Camporosso e poi seguendo il sentiero di Forcella Valgrande, che presto si lascia per un pendio di erba e ghiaia dominato dal Torrione. 
Per noi, abituati alle famose crode di casa, il panorama era insolito: Carniche, Giulie e Dolomiti si proponevano agli occhi in un avvicendarsi di piani diversi, che avrebbe colpito anche l’osservatore più distratto. 
Nessun rumore turbava quegli spazi aperti, quell'ambiente dorato; forse più in autunno, il periodo ottimale per aggirarsi sui Brentoni, su quelle crode la pace regna sovrana. 
Fu bello salire la via con calma, godendo i singoli passaggi, mai duri ma neppure banali: la rampa, le pareti sul filo dello spigolo, il diedro, la cresta finale, fino in vetta. 
Fu piacevole godersi il sole sul poco spazio disponibile, vagando col pensiero sulle crode che si offrivano alla vista, mai così nitide come in quella giornata. La conclusione della gita ci vide poi scendere soddisfatti per la  via normale, districandoci fra salti ghiaiosi e ripide cenge erbose solcate dai camosci. 
Fu infine dolce terminare la giornata andando pian piano incontro alle luci della valle e lasciare nella sera ormai vicina la solitudine dell’altopiano. 
Fu bello, e valse la visita, il secondo Torrione della Cresta di Val d’Inferno, nei Brentoni. Chi  lo sale, se può, lo salga in silenzio, sottovoce, per mantenere il fragile incanto che ancora resiste lassù. Ne sarà di certo gratificato.

23 ott 2012

Col Rosà, da solo

23 ottobre: era domenica, una bellissima domenica. Leggo nei miei appunti: "Venerdì scorso  ho superato l’esame di Diritto Amministrativo, e sono risalito subito a Cortina per celebrare l’avvenimento come piace a me, in montagna.

Col Rosà, da Val Fiorenza (foto F.P.)

Sette giorni fa, per esorcizzare il pensiero dell’esame che incombe, ho fatto la ferrata “Strobel” sulla Punta Fiames: oggi vorrei tornare in zona per salire  la “Bovero” del Col Rosà. In solitaria anche stavolta, un po' perchè ne ho bisogno, ma anche perché non mi dispiace. Zainetto e tuta, arrivo a Fiames, m’inoltro nel bosco e in breve - per la comoda, un po’ cupa mulattiera che risale la Val Fiorenza - spunto al Passo Posporcora. L’aria è quella fresca e vitrea  di un mattino d'ottobre avanzato: non fa freddo e il silenzio urla.
Supero l’erto pendio che porta alla ferrata, e alla base di questa incontro due ragazzi e una ragazza. Scambio due parole, ma ho premura, perché la cima mi aspetta.
Un lungo tratto in libera, e solo sulla nota “traversata” aggancio il moschettone: mi gusto la danza sul vuoto di quei pochi metri solidamente attrezzati, in breve sono fuori e continuo veloce fino ai mughi sotto la vetta. Attraverso le ghiaie, salgo rapidamente il camino con gli scalini metallici e quando  spunto in vetta le campane suonano mezzogiorno.
Non c’è nessuno: una leggera brezza, un pallido sole, un gracchio che forse  pregusta la colazione ed io.
Sto apprezzando a pieni polmoni la solitudine di una cima altrimenti molto frequentata: immagazzino a più non posso tutto quello che vedo  e metabolizzo la gioia di trovarmi in alto, essere di nuovo su quella vetta e godermela in armonia con me stesso e la natura.
Sulle pietre sommitali, esposte sul ciglio della parete che guarda Cortina, schiaccio anche un pisolino. Non sarebbe  bello restare quassù, e vivere da eremiti sul Col Rosà tra alberi, animali, sole e vento?
Proprio in quel momento di beatitudine, un soffio da nord mi ridesta da quella quiete: mi è venuto in mente che a casa mi sta aspettando il famigerato “Liebman”, il manuale di Procedura Civile!"



21 ott 2012

Le Anguane di Ciou de ra Maza


“Lago della testa del bastone”: in italiano un toponimo siffatto suona quantomeno bizzarro e non so se abbia altre occorrenze.
In ampezzano, “Lago de Ciou de ra Maza” trova invece un  riferimento puntuale, anche se di significato non proprio immediato.
Il lago è un minuscolo specchio d'acqua a q. 1891 m, nascosto nei boschi ai piedi dei Crepe del Formin; da esso prende origine il torrente Costeana, affluente del Boite.
La maggior parte della zona identificata con il toponimo “Ciou de ra Maza” appartiene alle Regole di San Vito di Cadore, ed è solcata da una pista forestale, che la raggiunge dal basso, partendo poco sopra Pezié de Parù, e va a concludersi sul limite territoriale fra Cortina e San Vito, segnato dalla Marogna de Giou.
Se il "nostro" nome di questo luogo di confine non pare chiaro, forse quello sanvitese è un po' più evidente: secondo l'atlante toponomastico del territorio di San Vito, i vicini chiamano la zona “Laghete de Iou de la Maza”, con riferimento quindi al letto asciutto di un qualche torrente.
La zona è isolata e silente: al lago, dominato dalle arcane ultime propaggini della costiera dei Lastoi del Formin, passano di sicuro più cervi che cristiani, la zona è selvaggia ed oggi, splendida domenica d'autunno in cui la neve imbiancava già le pendici delle montagne, sulle rive del piccolo specchio d'acqua per un attimo ci è parso di udire ancora il fruscio delle Anguane che lavavano il bucato.

15 ott 2012

Croda de r'Ancona, bella cima

Obiettivi proficui, a Cortina, per chi vorrebbe conoscere la montagna  e non collezionare solo quote  e gradi? Ce ne sono, eccome se ce ne sono!
Ne suggerisco uno, che risulterà certamente soddisfacente: la Croda de r’Ancona (2367 m), che incombe isolata sulla Strada d’Alemagna con un castello roccioso sostenuto da un intrigante zoccolo di rocce, mughi e boschi.
Sul lato opposto, ossia verso i pascoli di Lerosa, la Croda si mostra ancora rocciosa, ma più mansueta: il suo "tallone d’Achille" risiede nella cresta O, che scende verso Son Pouses e Ra Stua, inarcandosi a metà con un dosso dove sorge un antico segnale trigonometrico, detto Croda dei Ciadis.
Croda dei Ciadis e Croda de r'Ancona 
da Fiames, 14/10/2011 (foto idf)
Non so quante volte ho  salito la Croda: facevo le medie, quando mi ci portò per la prima volta mio padre, grande appassionato della zona, che allora come oggi (e spero ancora per molto) è estranea alle Dolomiti impacchettate da funi, scalini e scalette e pubblicizzate ai quattro venti.
Sulla Croda si va a piedi, non ci sono scalate da fare, né ferrate: o meglio, una breve ferratina artigianale, mai ufficialmente collaudata, c'è. E’ comunque solo una lunga fune rugginosa, che aiuta a scendere dalla cima al leggendario Busc de r’Ancona, sulla cresta di Ra Ciadenes, dal quale si può poi rientrare a Lerosa per labili tracce di guerra.
Il 22/8/2002 portammo sulla Croda il primo libro di vetta, sostituito con uno più solido giusto sei anni fa, il 15/10/2006. In una delle tante salite,  nell'autunno 2004, ricordo che - per la prima volta - la nebbia ci fece quasi smarrire la traccia sui Ciadis, una zona traforata da residuati bellici, quel giorno avvolta e livellata da nebbie inquietanti. 
Magari oggi questo non succederebbe, dopo che un ignoto "artista" ha decorato la via normale, in salita e in discesa, con una lunga teoria di bollini rossi, dei quali, in verità,  non si sentiva proprio gran bisogno.
Nei limiti del possibile, non mancheremo di tornare ancora su quella cima, soprattutto per mostrare a chi non la conosce un bell'angolo dolomitico, umile e meno reclamizzato ma non per questo trascurabile.

10 ott 2012

13 anni fa, sulla Cima NE di Marcoira

Una montagna dove siamo saliti spesso, per affetto ma anche per comodità, è la Cima NE di Malquoira, o di Marcoira,  posta  lungo la diramazione ampezzana del Sorapis.
Mentre a N, verso il Passo Tre Croci, la cima scende con alte pareti salite da nomi illustri per vie misconosciute, a S scivola con pale erbose assai erte ma abbordabili verso il Ciadin del Lòudo, una valletta oggi purtroppo parzialmente imbiancata dalle ghiaie, dove ai tempi dei pionieri pascolavano le pecore: un angolo romito, un gioiello solitario.
Da questa parte, la "Marcoira" si sale in breve tempo seguendo una traccia poco marcata e non segnalata, che prende avvio a Forcella Marcoira, lo stretto intaglio raggiungibile dal Passo Tre Croci per un accidentato canale detritico.
La prima volta giunsi in cima per caso, il giorno della Sagra d’Ampezzo di tot anni fa. Transitavo per il Ciadin da solo e di quella montagna sapevo solo quel poco che riportava il “Berti”. In vetta, mi stupii di trovare un ometto e due rami a mo' di croce, e cercai altro: ma nulla.
Qualche tempo dopo un conoscente, con il quale avevo fatto un paio di salite, mi disse di essere giunto più volte su quella sommità seguendo una via di Castiglioni. Cavolo, ma era proprio quella che nell'80 con mio fratello avevamo cercato, senza capire neppure l’attacco, quasi annegando nei mughi dello zoccolo!
Tornai su a metà degli anni ‘90, e tredici anni orsono, il 10/10/1999 - giorno in cui gli Alpini scorrazzavano per ogni cima dolomitica, lanciando razzi tricolori per ricordare la fine del millennio – eravamo di nuovo su.
Lasciai sotto l'ometto un barattolo con uno striminzito calepino, subito sostituito da un amico di manica più larga: da allora, grazie anche ad alcuni miei articoli, ogni estate si affacciò sulla Cima qualcuno in più.
L’ultima volta, per ora, sono tornato sulla "Marcoira" nel luglio 2005, notando che in meno di un mese erano arrivati in vetta ben 15 appassionati: alla fine, siamo sempre quelli, che sfuggono alle "autostrade dolomitiche" per rifugiarsi su crode solo in apparenza minori, dove non occorre farsi largo fra la folla vociante, la vernice, le cartacce.
Dove la solitudine alpina non è una frase fatta.

Il cinema fra le Dolomiti del Cadore e di Cortina


L'amico Emanuele D'Andrea, nativo di Pelos di Cadore, già Presidente della Magnifica Comunità di Cadore e cultore di storia patria, ha compilato la maggior parte dei “Quaderni Storici” che la Tipografia Tiziano di Pieve produce per documentare gli aspetti storico-culturali del Cadore. 
Nel suo ultimo lavoro Breve storia del cinema fra le Dolomiti del Cadore e di Cortina d'Ampezzo, settimo titolo della collana, D'Andrea sviluppa un suo pallino: il cinema legato, per ambientazione o perché prodotto da locali, al Cadore e a Cortina, al quale hanno già lavorato noti antesignani sia cadorini che ampezzani, come Bortolo De Vido, Giuseppe Ghedina, Gianni Mario, Aldo Molinari, Fiorello Zangrando.
Nel Quaderno l'autore ha sviscerato la storia del cinema sulle Dolomiti del Cadore e di Cortina iniziando oltre un secolo fa, nel 1907, quando il regista londinese Frank Ormiston-Smith venne a girare con una “Lumiere” a manovella “The tree tops of Lavaredo in the Dolomite Mountains”, prototipo del cinema di montagna. Nel film si prestarono come attori Mansueto Barbaria, Angelo Dibona e Baldassare Verzi, note guide alpine ampezzane, ma di esso si è salvata solo una fotografia, nella quale i personaggi posano con la macchina da presa sullo sfondo delle Tre Cime. 
La storia, per ora, termina con i registi Carlo ed Enrico Vanzina, che a Cortina hanno dedicato numerosi film e sceneggiati, non sempre di buon gusto ma comunque efficaci per reclamizzare la valle d'Ampezzo e le sue crode. Il volume contiene poi l'elenco di associazioni e personaggi cadorini, autori e registi, che si sono interessati e s'interessano di cinema; nella terza parte D'Andrea illustra un progetto importante: una cineteca cadorina, in cui  conservare tutti i materiali audio, cartacei e video che riguardino il Cadore e i cadorini. 
Seguono un'ampia bibliografia e gli indici di nomi, titoli e illustrazioni. Queste ultime, molte delle quali sono inedite, testimoniano la nascita e lo sviluppo di una forma culturale che interessa il Cadore, Cortina e le nostre montagne ormai da più di 100 anni. Mi fa piacere che, fra i personaggi da evidenziare in questo ambito, D'Andrea abbia dato il doveroso spazio, compresa la copertina (l'immagine, “Cine sulle cime”, fu scattata alla fine degli anni '40 sulla Grande di Lavaredo), ad un uomo che ho avuto la fortuna di conoscere e apprezzare: Severino Casara, forse il più illustre pioniere del cinema dolomitico, che amò le Dolomiti Ampezzane e Cadorine salendole, descrivendole in libri di successo e divulgandole nelle sue numerose pellicole.

Emanuele D'Andrea, “Breve storia del cinema fra le Dolomiti del Cadore e di Cortina d'Ampezzo”, 87 pp. con numerose immagini, Tipografia Tiziano – Pieve di Cadore 2012.

5 ott 2012

Ricordo di "Tesele Ris-cia" (1922-2012)

Ampezzana d’antico ceppo, scomparsa il 22 settembre a pochi giorni dal 90° compleanno, Teresa Michielli Hirschstein, nota come “Tesele Ris-cia”, si è impegnata per molti anni a sostenere le peculiarità culturali e tradizionali di Cortina con l’appoggio a numerose iniziative di promozione e difesa dell'idioma e del sapere locale: una per tutte, la  collaborazione per oltre un ventennio alla redazione dei vocabolari delle Regole, “Ampezzano” (1986) e “Taliàn-Anpezàn” (1997).
Nell'estate 2010, “Poesies e canzós de Tesele Michielli Hirschstein”, 85 pagine stampate dalla Tipografia Ghedina, le regalò un giusto riconoscimento: la divulgazione di una quarantina di poesie e canzoni, composte in un ampio arco di tempo e in parte già pubblicate e apprezzate altrove.
Con le sue parole e i suoi versi Tesele, autodidatta che creava i suoi materiali con la penna nel tepore della “stua” di Doneà, ha delineato con icastica efficacia la sua visione del mondo e della vita, trasportando i lettori dai prati in fiore ai boschi fascinosi, dal crepuscolo che s'irradia sulle sue montagne all'incanto di una notte di luna, dalla nostalgia del passato alla gioia per le piccole cose, dal calore del focolare ai ricordi lontani. Sono brevi, vividi frammenti del variopinto mondo di un’autrice che ha amato profondamente la sua valle e la sua gente e che ora, dopo la sua scomparsa, pare giusto ricordare e ringraziare.

2 ott 2012

Una delizia "alpinistica"

Rispetto all'autunno e all'inverno, in estate è poco  frequente che, nelle nostre camminate, facciamo espressamente tappa in un  rifugio per pranzarvi.
Coi rigori invernali, ovviamente, come - credo - ogni escursionista ci piace finalizzare ogni nostra passeggiata alla sosta in una malga o in un rifugio, per mandar giù qualche cosa di caldo e gustoso.
Dopo decenni di frequentazione delle strutture ricettive alpestri nel circondario ampezzano e in parte del Sudtirolo, con qualche incursione in Cadore e Comelico, non voglio assolutamente stilare  una graduatoria in base all’accoglienza, alla simpatia, alla cucina, alle tariffe favorevoli; sarebbe oltremodo antipatico e politicamente poco corretto.
Intendo solo comunicare che il metro di paragone utilizzato nelle nostre uscite, perlopiù nel Sudtirolo anche perché di qua dal Passo Cimabanche quella purtroppo è una pietanza introvabile, è il nostro “smorm”, ovvero il “Kaiserschmarren”, frittata dolce e spezzettata servita con marmellata di mirtilli rossi (“conserva de brusciéi”) o, talvolta, con frutta sciroppata: un’autentica delizia, per quanto abbastanza calorica.
E’ un piatto che, insieme alla minestra d’orzo o ai canederli, compare spesso sulle nostre tavolate, quando raggiungiamo una "Alm" o una "Huette", e in conformità a quello, generalmente misuriamo il ricordo e la predilezione per quel determinato luogo.
La classifica ha valore puramente interno, ma siccome anche in questo campo la memoria non ci manca, sono diversi i luoghi nei quali torniamo di buon grado per numerosi motivi, non ultimo quello gastronomico; siamo certi che lì, se non cambia il cuoco, dovremmo sempre trovare uno “smorm” ben cotto, abbondante e dolcemente saporito.
Che volete: penso che l'andar per malghe e rifugi d’inverno sia godibile anche, e soprattutto, per questo!

26 set 2012

C'è sempre per ognuno una montagna...

"C'è sempre per ognuno una montagna", titolava un bel libro del maestro Giancarlo Bregani, uscito negli anni '60. A Trieste, "una montagna" è la Val Rosandra, piccolo universo prealpino affacciato sul mare. 
In uno spazio relativamente piccolo, ci stanno boschi, un torrente, una cascata, sentieri, guglie, diedri, pareti e spigoli, e anche un piccolo rifugio, che è stato la meta di una nostra recente passeggiata.
Costruito nel 1940 e dedicato all'ingegner Mario Premuda, caduto sulle Alpi Giulie, il rifugio si trova all'inizio della valle, in uno slargo presso il quale un tempo c'era un mulino.
Il "Premuda" ha due particolarità: quella di essere sede da un settantennio di una gloriosa scuola di alpinismo, e quindi emanare ancora un po' del profumo dell'alpinismo eroico di Comici e compagni, e quella di essere il rifugio alpino più basso della penisola italiana, trovandosi a 81 m sul livello dell'Adriatico, che da qui dista soltanto una manciata di chilometri.
Ne aggiungerei anche altre due: gode di un accesso breve e facile (una dozzina di minuti a piedi attraverso il placido borgo di Bagnoli di Sopra), e quindi può essere visitato anche da chi montagne non ne scala; e, cosa che nemmeno i più talebani possono ignorare, pur non offrendo stanze e camerate come i rifugi canonici, offre una cucina varia e saporita, da buon ristorante.
Mancavamo da qualche anno dal "Premuda", e una settimana fa vi siamo tornati, senza velleità escursionistiche ma gustandoci solo il breve giro fra gli alberi che scavalca il torrente alle sue spalle.
In futuro avrei in mente di camminare ancora in Valle, salendo alla "vedetta" di Moccò, che domina il rifugio e poi, uno dopo l'altro, ritornando ai luoghi familiari ai tempi universitari: la chiesetta di Santa Maria in Siariis, il Cippo Comici, il Crinale, le silenziose case di Botazzo a pochi metri dall'ex confine, la Ferrovia, e magari visitarne altri che non ho avuto il tempo o l'occasione di conoscere, il Monte Carso, lo Stena e qualche recente sentiero.
"C'è sempre per ognuno una montagna" titolava Bregani: e quell'inciso torna spesso nei miei pensieri quando vagabondiamo per monti.
Non so se sia un pensiero realmente condiviso, o una scusante al fatto che, come affermava un notissimo scrittore-alpinista, con gli anni "le montagne si allontanano sempre di più"...

13 set 2012

Il Cristallo ... da lontano


Il Cristallo ... da lontano
(Col Siro, 26/7/2012, foto M.G.)
E' già passato del tempo dal giorno d’agosto in cui, con due amici, salii per l’ultima volta sul Cristallo. In seguito, osservandolo da lontano e pensandovi, mi è preso qualche volta il desiderio di tornarvi, perché credo che - tra i “3000” di Cortina e dintorni - il Cristallo sia senza dubbio il più completo e stimolante per un alpinista, esordiente o provetto che sia.
La prima volta in cui giunsi in vetta era il 13 settembre, proprio come oggi: eravamo tre ragazzi, 56 anni in totale. Data la gioventù e quanto vi attiene, l'ascensione mi parve abbastanza semplice, ma mi entusiasmò e così, una volta a valle, la esibii con orgoglio ad amici e conoscenti.
Rividi di nuovo la cima meno di un anno dopo, al culmine di un'estate frenetica; passò poi una decina di stagioni fin quando, un lontano primo settembre, in vetta ci colsero una nebbia e un freddo tale da impedirci anche la necessaria sosta per ripigliare fiato. Tornati al Passo del Cristallo, preso dalla fame volli almeno sbucciare un’arancia: pareva di vetro, e così la colazione, dopo quella fatica, fu davvero misera. Ma quella giornata rimase a lungo negli annali per tutti.
Ero di nuovo sul Cristallo a Ferragosto dell'anno seguente; scendendo lungo il Graon de ra Cerijeres, a uno di noi capitò un disguido che avrebbe potuto avere risvolti molto seri, ma che risolvemmo con la spensieratezza di quegli anni; completai infine la cinquina nell'ultima "grande estate" (alpinistica, intendo).
Dal Passo Tre Croci (in barba al buon Visentini, secondo il quale la salita richiede in media 6 ore e mezzo) salimmo in vetta nel folle tempo di due ore e 55 minuti: un'ora e 50 per i 1013 m di ghiaia che portano al Passo e 65 minuti per la via normale, ovviamente senza mai legarci. La discesa fu altrettanto precipitosa, e la birra da Germano a Son Zuogo ebbe un gusto indimenticabile; quel giorno mi sentii quasi un reduce da qualche impegnativa battaglia.
Non ci credo poi tanto, ma talvolta, quando la guardo, incrocio le dita con l'auspicio di poter calpestare una sesta volta una delle più belle montagne della mia valle.

10 set 2012

Un giorno di settembre, il Piz Ciampei

Il Piz Ciampei,  di poco rilievo per gli alpinisti, sorge sul confine fra Livinallongo e la Val Badia e si nota bene dal Passo Valparola. Appartiene al piccolo gruppo del Col di Lana, è quotato 2290 m e ne lambisce le pendici chi passa per i frequentati sentieri che servono a compiere il panoramico giro del Setsas, scalarne la cima, dirigersi verso il Col di Lana o verso Pralongià. Eppure, quanti lo conoscono e l'hanno mai salito?
Sotto la cima
Nemmeno noi, che in questi anni abbiamo setacciato a fondo i nostri monti e da quelle parti siamo passati più volte. Non lo avevamo mai sentito e non avevamo mai letto alcunché di lui, fino a ieri. L'idea viene dall'amico Sandro, che circa un mese fa ha visitato la cima, scrivendone la relazione per un sito internet. Così, in una luminosa domenica di fine estate, cercando le gite brevi e comode che hanno caratterizzato questa stagione, siamo andati a mettere il naso in quell'angolino di Dolomiti. E mi pare che la nostra curiosità sia stata ripagata.
Per salire il Piz, siamo dovuti uscire dal sentiero numero 24 e alzarci per intuibili tracce lungo i pascoli ancora monticati di Gerda, verso l'ampia chiazza di baranci che riveste la parte basale della cima. Lasciati i baranci sulla nostra sinistra, siamo giunti alla base del castello terminale, non alto ma composto di detriti e rocce appuntite e malsicure. Lo abbiamo superato grazie ad una discreta traccia, e in breve abbiamo toccato la rustica croce di vetta. Dalla cima ci siamo sporti subito a curiosare a N, sui dirupi ombrosi e piuttosto scoscesi che guardano l'Armentarola; e  lì, appena scesi dalla sommità, spingendoci in un corridoio fra le rocce abbiamo scorto un camoscio solitario.
Giungendo su una cima, specie se nuova, mi piace sempre fare confronti ambientali e alpinistici con altre già note; in questo caso, il Ciampei mi è parso un mix fra il Becco Muraglia, caposaldo della nota Muraglia di Giau, e il Monte Nero, rilievo coperto di mughi in Val Foresta, sopra il Lago di Braies.
Dal Ciampei, che dista solo un'ora dal traffico stradale e dalla folla dei modaioli resti di guerra di Falzarego e Valparola, si gode una visuale abbastanza estesa: a N e O la Val Badia e le sue crode fino al Sas da Putia e al Piz Boè, Piz dles Cunturines, Lagazuoi, Sas de Stria e Setsas; a S e E, poco più discosti, Antelao, 5 Torri, Croda da Lago, Cernera, Pelmo, Civetta, Pore e Col di Lana, un pezzo di Marmolada e le Pale di San Martino.
Ma soprattutto, su questa cima modesta e non proprio banale, inserita in un contesto ambientale assai suggestivo, abbiamo trovato solo un camoscio a contenderci lo spazio.

5 set 2012

Povero Colòto!

Povero "Colòto"!
Il "Colòto" sarebbe stato Luigi Cesaletti (23 luglio 1840 - 6 settembre 1912), pioniere delle guide alpine di San Vito di Cadore e primo salitore - il 24/8/1877, da solo - della Torre dei Sabbioni nelle Marmarole, del quale domani ricorrerà il centenario della morte.
Luigi Cesaletti
Per due volte sul quotidiano "Il Gazzettino", anche dopo una mia richiesta di rettifica, rivolta per conoscenza alle Sezioni CAI coinvolte, San Vito e Feltre, ho letto che il ricordo di domenica 9 settembre, rimandato di una settimana per il maltempo, riguarda il 200° anniversario della nascita della guida. 
Se fosse effettivamente così, all'epoca della salita della piccola ma severa torre che guarda Forcella Grande e gli valse la qualifica di "conquistatore del 3° grado", Cesaletti avrebbe avuto già 65 anni; cosa che appare quantomeno poco probabile.
Oso sperare che nei discorsi ufficiali che si terranno durante la festa, da parte di sanvitesi e feltrini questo svarione venga corretto. La memoria di Luigi Cesaletti e la storia dell'alpinismo richiedono un po' di precisione.
PS del 12/9/2012: il peccato è stato consumato per la terza volta. "Il Gazzettino" di oggi, commentando la festa di domenica scorsa, persevera nell'affermare che essa riguardava i 200 anni dalla nascita della guida alpina e, come ciliegina sulla torta, aggiunge che la Torre dei Sabbioni si trova nel gruppo del Sorapis.
Povero Colòto!

3 set 2012

Croda d'Antruiles

Croda d'Antruiles, dalla "cianà" di Castel
(foto I.D.F., 2/9/2012)
Salendo lungo la strada che da St. Hubertus s'inoltra in Val de Rudo fino a Ra Stua, in  destra orografica della valle, alto sull'antico pascolo della Monte d'Antruiles, emerge dallo sperone che il Col Bechei protende verso E un torrione rossastro di circa 200 m d’altezza, che ricorda la prora di un veliero.
Il torrione appartiene al gruppo della Croda Rossa d’Ampezzo, è quotato 2405 m, funge da spartiacque fra le Ruoibes de Inze e quelle de Fora e si chiama Croda de Antruiles.  Il nome si ritrova per la prima volta nel 1901, nella rivista Oesterreichische Alpenzeitung. Si collega al sottostante pascolo, utilizzato ab antiquo dagli ampezzani per gli ovini,  e risale probabilmente alla prima salita, compiuta l’11/9/1900 dopo un bivacco in tenda presso la Casera d’Antruiles, dai carinziani Viktor W. von Glanvell e Karl G. von Saar. I pionieri scelsero per la conquista l'accidentata cresta O della cima, simile alla schiena di un drago, che inizia dalla Forcella d’Antruiles e porta in vetta con un dislivello di una settantina di m e una lunghezza di almeno trecento. 
Dopo il 1900 pare che la cima non abbia più ricevuto visite fino al 1991, quando Marino Dall’Oglio e la guida alpina Fabio Lenti, dopo aver tentato senza successo la via dei primi salitori (ripercorsa con buona certezza per la prima volta dalla guida alpina Andrea Piccoliori e Corrado Menardi di Cortina il 18/10/2011, 111 anni dopo!) tracciarono una difficile via sul lato delle Ruoibes de Fora. 
Dopo di allora, la Croda è stata salita poche altre volte, incontrando sempre difficoltà e rischi per la friabilità e la possibilità di caduta sassi. Nel 1990 aveva pericolosamente attratto Alessandro e me: se ci fosse andata bene, saremmo stati anche noi dei pionieri, ma rimase solo una pia intenzione e, su un mensile locale, ne scrissi come di un “mons horribilis”.
Ieri, durante la passeggiata pomeridiana strappata alla prima grigia domenica di settembre, siamo andati ad ammirare e fotografare la Croda da una prospettiva diversa: dalla "cianà" (mangiatoia) di Castel, fra St. Hubertus e Pian de Loa, da dove spunta come una lama nel fitto dei boschi.
Negli ultimi anni ho  ripreso la Croda d'Antruiles così tante volte e da diverse angolazioni, che mi sembra ormai una cima familiare, anche se non l'ho mai salita! 

31 ago 2012

Alberto e Aldo, un anno dopo

Carissimi Alberto e Aldo.
Pelmo invernale da San Vito di Cadore (foto Angelo Roilo)
Oggi è un anno che non ci siete più, che avete sacrificato la vostra vita per salvare due giovani mai visti né conosciuti. E' un anno che il Pelmo, la grande cima dalla quale nel 2006 era nata un'amicizia fra Alberto e chi scrive, rafforzata dopo il 150° della salita di Ball con la mostra sull'alpinismo sanvitese organizzata nel 2008 con Aldo M. e Giuseppe, vi ha tolto a questo mondo, dove avreste avuto ancora tanto da fare e da dire.
In quest'anno, in casa e fra amici, abbiamo ricordato spesso con commozione le occasioni in cui vi fummo vicini: in particolare i lavori di elettricista nel nostro appartamento, l'incontro fortuito in una calda domenica di primavera alla Steinzgeralm al confine con l'Austria, fino all'ultima volta in cui ci ritrovammo, alla cena delle guide di Cortina a fine luglio 2011.
Quel 31 agosto è stato una tragedia incalcolabile per tutti: genitori, compagne, figli, parenti, amici, Soccorso Alpino, guide, San Vito, la Montagna. E un durissimo colpo per coloro che vi hanno conosciuto, stimato e non vi dimenticheranno.
Oggi, in questa giornata piovosa e quasi autunnale, il Pelmo non si vede: vi dedichiamo un pensiero con immutato affetto, cercando d'immaginare fra le nuvole la via Simon-Rossi sulla Nord, la vostra ultima ascensione, dalla quale non siete potuti tornare.
Un abbraccio, Alberto; un abbraccio, Aldo.

28 ago 2012

La Punta Col de Varda, Comici, Buzzati e ... io


Il 4/IX/1977 (dovevo ancora compiere diciannove anni) con Enrico, già lanciato verso la carriera di rocciatore, salii la via aperta l'1/IX/1934 da Emilio Comici e Sandro del Torso sulla fessura NE della Punta Col de Varda, il marcato pilastro triangolare che domina il rifugio omonimo sopra Misurina. 
Punta Col de Varda con la fessura Comici
(foto E.M., 12/12/2010)
La "Comici" è una classica frequentata, che ho ripetuto diverse volte: si attesta sul 4°, ma in alto c'è una lunghezza aerea e un po' più dura, superare la quale (anche da primo, nel '79) mi diede una bella soddisfazione. 
Fra i massi della vetta Enrico e io trovammo un barattolo con un biglietto, che già allora lessi con l'interesse dello storico. 
Seppi così che il giorno prima aveva calpestato la cima l'anziana guida auronzana Piero Mazzorana, gestore per cinque lustri del Rifugio Auronzo ed  autore di oltre sessanta vie nuove perlopiù sui Cadini di Misurina, una delle quali fu la mia grande passione
La guida era salita in solitaria per la “Via Obliqua”, percorso di media difficoltà che incrocia la fessura Comici, ancora con la voglia di roccia che fin da giovanissimo l'aveva visto girovagare per decine di cime nei gruppi dei Brentoni, Cadini, Cristallo, Croda dei Toni, Lavaredo, Popera, Sella e altri. 
Leggere quel bigliettino spiegazzato mi emozionò, pensando che allora Mazzorana aveva già 67 anni ma che, evidentemente, la passione per la montagna non lo aveva ancora abbandonato. Quando  scomparve, nella primavera 1980, fra l'altro mi dispiacque di non avere fotografato  quella firma tremolante trovata tra le pietre di una piccola sommità dolomitica: forse era l’ultima testimonianza alpinistica della guida Piero Mazzorana.
Scrivo questo proprio oggi per due motivi: 
- il primo è che sono passati esattamente vent'anni dall'ultima occasione in cui salii, con Alessandro, la fessura Comici-del Torso, e giunsi in vetta per la sesta volta alla Punta Col de Varda; 
- il secondo è che da un bel libro di Rolly Marchi e Bepi Pellegrinon, uscito da poco nel 40° della scomparsa di Dino Buzzati, ho appreso che la prima ripetizione della fessura del triestino spettò proprio al grande scrittore bellunese, che la compì l'8/IX/1934 con Renato Zanutti e Rosetta Orlandi.

25 ago 2012

Cima NE di Marcoira e Zesta: due libri di vetta rovinati:

La Cima NE di Marcoira e la Zesta sono due  rilievi della "diramazione ampezzana" del Sorapis; entrambi visibili dal Passo Tre Croci, si fronteggiano,  non sono molto lunghi né molto difficili da salire, e soprattutto sono due pregiati belvederi. 
Dalla Cima NE di Marcoira verso le Cime del Laudo,
la Zesta e la Punta Nera (E.M., 19/7/2003)
Sulla Cima NE di Marcoira (2422 m)  portai per primo, il 10 ottobre 1999, un libro di vetta, presto sostituito da uno più grande, in cui anno dopo anno si sono accumulate le testimonianze di chi dalla sottostante Forcella Marcoira sceglie di deviare dal battuto sentiero del Ciadin del Loudo e rimontare gli erti pendii erbosi con labili tracce che portano in vetta a godere un bel panorama, verso il Sorapis da una parte e la conca di Misurina dall'altra. 
Sulla Zesta il libro fu lasciato nel 1994 dagli amici Mara e Ivano; anche questo, in quasi vent'anni si è arricchito delle note di numerosi appassionati che hanno scelto la cima per una salita non del tutto banale, con poche tracce e culminante in una sommità solitaria. 
Nonostante le precauzioni che si prendono perché i libri di vetta si conservino nel modo migliore, di recente gli amici Clara e Roberto, saliti su entrambe le cime, mi hanno riferito di avere trovato il libro della Marcoira danneggiato dalle intemperie e  inutilizzabile; spero che qualcuno di buona volontà provveda a sostituirlo, consentendo di perpetuare la cronistoria di chi sale su quella cima, molto raramente dalle vie di roccia a settentrione e un po' più spesso per la via normale.
Anche il libro della Zesta ha subito il maltempo e non versava più in buone condizioni ma, riportato a valle e convenientemente riparato, è stato poi rimesso al suo posto sotto l'ometto a 2768 m di quota, e ancora per qualche tempo potrà documentare le non folte salite sulla vetta da parte di "buongustai" dolomitici.

21 ago 2012

The Notting Hillbillies e l'Hochgall

Ho riscoperto e ascolto spesso l'unico album dei "The Notting Hillbillies",  un gruppo root rock/alternative country/bluegrass britannico fondato nel 1987 da Mark Knopfler, chitarrista dei Dire Straits e poi solista, con Steve Phillips, Brendan Croker e Guy Fletcher.
Uscito nel 1990, l'album s'intitola "Missing. Presumed having a good time" e soprattutto il primo brano, "Railroad worksong", mi ricorda le montagne, perché lo ascoltavo regolarmente sotto la doccia al rientro dalle nostre cavalcate.
L'Hochgall col tracciato della normale dal Rif. Roma
(gentile prestito dal sito Vienormali.it: grazie, Roberto!)
Risentire The Notting Hillbillies per me si lega ad una cima specifica: l'Hochgall (Collalto, 3436 m), forse il più bel 3000 della Valle Aurina, che salii con Sandro e Carlo il 25 agosto 1990.
Quel sabato, all'alba eravamo già al lago di Anterselva per superare la ripida e interminabile scarpata che porta a Forcella Ripa, affrontare  la normale "austriaca" dell'Hochgall (a fine estate quasi spoglia di neve e per noi doppiamente impegnativa, avendo tre piccozze e tre paia di ramponi ma neppure un metro di corda), giungere in vetta, darsi il tempo di ammirare il panorama e scendere per la lunga normale "italiana" al Rifugio Roma e poi fino a Riva di Tures, dove arrivammo nel tardo pomeriggio.
Un provvidenziale taxi ci riportò all'imbrunire ad Anterselva, discretamente spremuti dopo una cavalcata di 11 ore e 3600 metri complessivi di dislivello, di cui 600 di II grado tra salita e discesa.
Fu una gita grandiosa e indimenticabile, che riuscii a compiere tutta in maglietta e pantaloni della tuta per il clima favorevole, e allora ci ripromettemmo di ritornare lassù magari ogni lustro. 
Promesse da marinaio! L'idea si dissolse subito: sono passati il 1995, il 2000, il 2005 e il 2010 e noi tre abbiamo valicato i "50". L'Hochgall, magnifica cima con due vie normali tutt'altro che banali, ci sta aspettando!

20 ago 2012

Se n'è andato Mario Recafina, costruttore del Rifugio Dibona

il Torrione A. Dibona, dal Rifugio omonimo
(foto E.M., 18/2/11)
Sabato scorso è scomparso a 85 anni Mario Recafina (Chéca).
Non fu uno scalatore, ma uno dei generi della guida Angelo Dibona Pilato, al quale cinque giorni fa è stata finalmente dedicata la ex piazza Venezia all'ombra del campanile di Cortina.
L'11/7/1953 nel Valon de Tofana, ai piedi del crestone meridionale della Tofana di Mezzo e dell'ampio conoide detritico che sale a Forcella Fontananegra, venne aperto un nuovo rifugio.
Era stato costruito nella stagione precedente sui ruderi di un preesistente edificio militare, proprio per iniziativa di Recafina e della giovanissima consorte Antonia, ultimogenita di Angelo Dibona, e fu intitolato alla guida.
Ampliato e ristrutturato rispettivamente nel 1975-1976  e nel 2004-2005, molto frequentato sia d'estate grazie alla carrareccia ex militare che vi giunge da Fedarola, sia d'inverno (vi si saliva col "gatto delle nevi" già mezzo secolo fa ...), oggi il "Dibona" è uno dei luoghi più "trendy" della montagna ampezzana, base per gite, ferrate e scalate fra le più gettonate delle Dolomiti. Da qualche anno è nelle mani di Riccardo, secondogenito di Mario, che lo conduce con suo figlio Nicola.
Credo che ogni alpinista ed escursionista passato al Dibona a partire dall'estate del '53 (ovviamente  incluso chi scrive, che vi giunse per la prima volta più di quarant'anni or sono), abbia ricevuto almeno un saluto, un'informazione, un consiglio, un bicchiere di vino anche fuori stagione da Mario Recafina, operatore turistico ampezzano da ricordare.

13 ago 2012

Il Col Pionbin a Ferragosto

Quest'anno va un po' a rilento.
Impegni, non solo lavorativi, che cascano anche di domenica; schiena e ginocchia bizzose; feste campestri e qualche "happy hour"; la sveglia che non vuol mai suonare a tempo debito; indecisione e ripetitività nel scegliere le mete; insomma, in montagna ci si va comunque, ma con un po' di comodità in più; e da ultimo, non sono più 30, né 40 e nemmeno 50!
Succede così anche in questi giorni di Ferragosto.
Ripesco allora dalla riserva , ormai in rapido esaurimento, delle salite "ampezzane" ancora da fare una piccola cima che alla fine si rivelerà una gradevole scoperta: il Col Pionbin (2313 m), cupola verde con qualche roccetta di fronte al Cernera, che domina i pascoli di Giau e ai piedi della quale siamo passati tante volte senza degnarla di uno sguardo.
Tofana di Rozes fra le nuvole,
dalla cima del Col Pionbin
Non è sicuramente una meta per alpinisti, ma il Col Pionbin rileva nella storia locale, perché tra il '500 e il '700 sulle sue pendici furono scoperti alcuni giacimenti di galena per estrarne piombo, che alimentarono lavoro, guadagni e persino minacce di aggressioni armate fra i "todeschi" e i sanvitesi, proprietari della zona.
Insomma, partiamo per questo Col Pionbin, che si può salire da più versanti: in un'ora scarsa dal quantomai caotico Passo Giau siamo già in vetta, dopo aver rimontato il pendio erboso ripido e senza tracce che guarda la Val di Zonia; e una volta lassù?
Inconfondibili, numerose tracce di "scalate" bovine, un ometto con un palo a mo' di croce che mi premuro di rialzare perché si noti anche dal Passo, un bel panorama sui monti ampezzani (notevoli Tofana di Rozes e Lastoi de Formin, ma anche Torre Grande d'Averau, Becco Muraglia ...) e quelli agordini (Marmolada in primis, ma anche Pore, Col di Lana, Setsas ...), fino al Boè e ai passi Pordoi e Gardena.
Meno di cento metri sotto di noi, che ci siamo stesi al sole in uno degli avvallamenti erbosi sommitali. passano escursionisti incolonnati da e per Forcella Giau e l'Uomo di Mondeval.
Quassù, a occhio e croce, ne arriverà forse un paio l'anno.

9 ago 2012

Il leone sullo scoglio

Il Leone murato sullo Scoglio di San Marco nel 2006
(foto E.M., 25/5/2008)
Cercando mete non troppo note e il meno affollate possibile, fra il 2006 e il 2008 ho salito per sei volte con familiari e amici una cima della quale fino allora non sapevo alcunché, pur trovandosi a  soli15 km da Cortina.
Seppure la sommità si noti fin da Misurina, la via di salita, aperta da fanti e mitraglieri della Brigata Marche durante la I Guerra Mondiale e poi abbandonata, fino a sette anni fa non era quasi più rintracciabile. E' stata riscoperta, pulita e segnata con misura da alcuni membri del CAI di Auronzo, che l'hanno dedicata a Silvano De Romedi, ingegnere trevigiano mio coetaneo, appassionato di percorsi fuori traccia e scomparso a 47 anni.
La cima in questione è lo Scoglio di San Marco (2005 m), sulle pendici della Cima O di Lavaredo. E' una cupola che fa da massiccio contrafforte alla Croda de l’Arghena, coperta di conifere e fitti mughi e incisa da una lunga trincea.
Oltre all'ambiente, lo Scoglio è interessante per la storia perché – ne fa fede il toponimo – fu per secoli l'avamposto della Serenissima in Val d'Ansiei più proteso verso il Tirolo, ed oggi segna il limite fra Auronzo e Dobbiaco. Ai suoi piedi, in Val Rinbon, sorge poi il cippo confinario del Sasso Gemello, anch’esso meritevole di una visita.
Per salirlo, si lascia l’automobile al casello della strada delle Tre Cime e ci si porta per sterrata a Malga Rinbianco. Nei pressi della malga s’imbocca un sentiero che scende per pascoli e nel bosco, si destreggia in un lariceto e risale quindi la baranciosa, poco ripida Costa dei Lares. Dopo circa 1,15 h si raggiunge quasi inavvertitamente la piatta cima, tagliata da un lungo e caratteristico caminamento, pulito e interamente percorribile.
Oltre un passaggio scosceso facilitato da una corda fissa, la trincea termina in una breve galleria e apre l’accesso ad un osservatorio scavato proprio sulla “prua” dello Scoglio, di fronte al Monte Piana e al Monte Rudo.
Dall’osservatorio, in cui è stato murato un Leone di San Marco in gesso e lasciato il libro di vetta, si dominano la Val Rinbon, la piana di Landro, nonché cime ed orizzonti vicini e lontani.
Meta di una passeggiata di poco più di mezza giornata, come detto, lo Scoglio di San Marco è una cima curiosa per varie ragioni: la storia che vi fu scritta dal Medioevo alla 1^ Guerra Mondiale; la natura incontaminata in cui s’inserisce; l'ampia visuale che offre; il silenzio delle sue pendici, che si collegano alla soprastante Croda de l’Arghena tramite un'interessante traccia militare.
Quest’ultima qualità, il silenzio alpino, oggi merce rarefatta a seguito dell’inevitabile, per quanto pacifico, dilagare stagionale del turismo, è il dono che cerchiamo e gustiamo sempre di più: una caratteristica che vorremmo distinguesse sempre anche lo Scoglio di San Marco.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...