17 mar 2015

L'"Atlante toponomastica di Vodo di Cadore", omaggio alla Montagna

Ampezzo vanta l'Atlante del territorio silvo pastorale delle Regole e del Comune di Fiorenzo Filippi, affiancato tre anni fa dall'Atlante toponomastico d'Ampezzo curato da Stefano Lorenzi; a San Vito l'Union Ladina d'Oltreciusa ha edito nel 2009 la Bozza di atlante dei nomi dei luoghi del territorio sanvitese; sui toponimi di Borca avevano scritto Bolcato, Zanetti e Sala nel 1998 e, di recente, a Selva è stata edita una cartina; a Venàs sembra che un lavoro sia quasi fatto, ma qualcuno dovrebbe curarne l'edizione.
Ora, quasi a quadrare il cerchio fra comunità vicine, esce l'"Atlante toponomastica di Vodo di Cadore", frutto della passione di Luigi (Jijio) Belfi e del figlio Domenico. In tre tavole di dettaglio e una d'insieme di 125x96 cm, corredate da un volumetto con l’indice dei nomi per una migliore consultazione, gli autori hanno riunito 928 nomi di luogo e 191 di taulàs da monte (fienili di montagna) rinvenuti sui 4.688 ha. del Comune di Vodo. Jijo e Nico, architetto che continua a cercare, camminando, conferme toponomastiche sul terreno, hanno condensato nell'Atlante anni di ricerche, condotte con dedizione e attaccamento al loro paese.
Ritengo quest'operazione di grande valore culturale per le nostre comunità, in cui fino a tempi non antichi baite, boschi, campi, prati, persino rocce avevano tutti un nome, il cui significato spesso si è perso nel vortice della storia ed oggi è sempre meno facile comprendere.
Col declino delle attività agro-silvo-pastorali e il conseguente sfasamento del millenario rapporto dell'uomo con l'ambiente, la toponomastica montana andrebbe purtroppo a perdersi, se non fosse per la fissazione su supporti cartacei o magnetici, da parte di volenterosi appassionati, dei nomi noti o ricavati dai documenti e dal sapere di persone competenti.
Lasciando a chi di dovere l'incarico di analizzare l'etimologia dei toponimi vodesi, molti dei quali comunque appaiono anche nei territori vicini e sembrano chiari da capire, è importante sottolineare l'originalità e la bellezza di tanti nomi di luogo a Vodo, Peaio e Vinigo. E inoltre, il fatto che i Belfi hanno recuperato, fissandola all'anno 2000, anche l'onomastica di un “vanto” vodese: i quasi duecento taulàs da monte che – solo per fare un paragone - sui 25.457 ha. di Cortina (dove sono denominati caśoi)) sono soltanto una quarantina, quasi tutti di proprietà regoliera.
L'Atlante, sostenuto dal Comune, Magnifica Regola Grande, Regola Staccata di Vodo e Union Ladina d'Oltreciusa e patrocinato dall'Istituto Ladin de la Dolomites, è stato presentato nella Sala della Regola a Vodo il 14 marzo scorso, davanti a un centinaio di interessati. Il lavoro ha sancito la passione di Jijio e Nico per la cose di casa, e con esso la toponomastica ladina ha guadagnato un altro tassello, di un puzzle multicolore e sempre da completare.
Un suggerimento a chi si procurerà un cofanetto: non lasciarlo esposto sullo “scaffale ladino” di casa, ma, se può, farsi magari plastificare qualche tavola e portarla con sé nel bosco, sui monti, a funghi, nei fienili, dovunque insomma possa tornargli utile. 
Concludo con un auspicio: che l'atlante toponomastico di Vodo s'imponga come un strumento di valore per conoscere, rispettare e amare il patrimonio inesauribile che è il territorio delle nostre comunità.

13 mar 2015

Bortolo Barbaria e il suo impegnativo camino

“Bortolìn Zuchìn”, al secolo Bortolo Barbaria, membro di un ceppo familiare estintosi poco meno di vent'anni fa e che ha dato a Cortina quattro guide di montagna, ebbe i natali nel villaggio di Bigontina il 9 aprile 1873. 
Primogenito di Giovanni (1850-1939), avventuroso personaggio che fu guida dal 1875 al 1910 circa, e agli inizi del Novecento costruì sulle rive del Lago di Federa il rifugio Barbaria, ceduto nel 1905 alla Sezione di Reichenberg del Club Alpino Tedesco-Austriaco, Bortolo era falegname, e si distinse anche come valente intarsiatore. 
Promosso guida nel 1901, negli anni '10, con i colleghi Angelo Dibona e Celestino de Zanna, divenne uno dei primi tre istruttori, o maestri di sci, di Cortina. 
Barbaria fra Bruno Verzi (sin.) e Celso Degasper, anni '40
(da Fini-Gandini, Le guide di Cortina d'Ampezzo, 1983)
Fu conosciuto come “l'uomo dei camini” poiché amava scalarli, e alcuni portano il suo nome. Il più celebre è senz'altro il “Camino Barbaria” (impegnativo ancora oggi!), sulla parete N del Becco di Mezzodì, salito con il collega Giuseppe Menardi Berto, Francesco Berti e Ludovico Miari di Venezia, il 19 agosto 1908. 
Ci sono poi altri due “camini Barbaria”, sulla Torre Wundt (Cadini di Misurina, salito con Secklmann, 1909) e sull'Averau (salito con S. Greenough, 1910). 
Nell'estate del 1913 Barbaria fece da guida all'accademico triestino Marino Lusy; con lui, il 1° agosto si spinse sulla più bassa delle tre vette che formano la Torre Seconda d'Averau, dedicata poi a Lusy dalle guide di Cortina. 
“Bortolìn”, che secondo il libro di vetta del Piz Popena, nell'estate del 1939 risultava ancora attivo come accompagnatore, morì nel febbraio 1953. 
Chi scrive, ovviamente, ha conosciuto questo alpinista solo in forma ideale, frequentando spesso - come migliaia d'altri appassionati - la via originaria della Torre Lusy, una classica delle Cinque Torri, che per oltre ottant'anni è stata associata per errore alla pur valente guida “Śacar de Radešchi”, alias Zaccaria Pompanin da Zuel.

5 mar 2015

Quando il Becco di Mezzodì "indossa il berretto"

Benedetta sapienza degli avi! Il Becco di Mezzodì, guglia di dolomia che svetta lungo il confine fra Cortina e San Vito, accompagna sulla destra orografica la conca di Cortina e si scorge nitidamente in quasi tutta la valle, si chiama così per una ragione astronomica: sulla sua sommità, infatti, il sole culmina a mezzogiorno in punto. 
Questo "orologio solare" fu sempre un punto di riferimento per i valligiani, boscaioli, cacciatori, contadini e pastori. Sembra però che le radici dell'oronimo  non siano poi così antiche: in Ampezzo, infatti, una volta la montagna - già riportata sulla carta dell'Anich a metà del '700, come "Sasso di Mezzodì" - era denominata Ra Ziéta, la civetta. 
Dal nome, che non si sa perché fosse stato affibbiato al torrione, nasce il detto “Canche ra Ziéta bete su ra bareta, inze poco tenpo ra peta” (“Quando il Becco di Mezzodì indossa il berretto, poco dopo picchierà”), ovvero, quando il Becco di Mezzodì si copre di nuvole (e la cosa, con il maltempo, non è certamente infrequente), presto cadrà la grandine. 
Corda doppia dal Becco di Mezzodì
sotto il diluvio, 1980 (foto E.M.)

Chiedendo venia del presenzialismo, a questo punto non posso tacere di aver vissuto anch'io le conseguenze della “bareta” del Becco. Un giorno d'estate dell'80, con gli amici del tempo, andai a salire la cima per la via normale (Siorpaes-Utterson Kelso, 1872), cui sono molto legato perché nel '75 fu la mia prima vera scalata, ed esattamente trent'anni dopo l'ultima. 
Mentre riposavamo beatamente in cima, il Becco "indossò il berretto": il tempo cambiò di brutto, tuoni e lampi scossero il cielo e scese il diluvio. Riunite le nostre cose, ci buttammo a rotta di collo verso valle ma, dovendo preparare le corde doppie necessarie per scendere i larghi camini della via normale, i tempi si allungarono e così ci beccammo tutta l'acqua del mondo. 
Varcammo la soglia del Rifugio Croda da Lago bagnati come pulcini: il rovescio era cessato e il Becco rifulgeva di nuovo nel tramonto dorato di quella giornata.

3 mar 2015

"Sonéte", poesie d'occasione in ladino d'Ampezzo, di Ernesto Majoni

Sonéte. Poesia modernes de ocajion par anpezan di Ernesto Majoni Coleto, 4° titolo della collana di poesia patrocinata dall'Istituto Ladin de la Dolomites di Borca di Cadore, contiene sedici sonéte, poesie d'occasione composte secondo la tradizione ampezzana - un tempo assai vivace - di onorare fatti paesani, soprattutto festosi, con componimenti nell'idioma locale.
Dal 19° secolo, con Don Bortolo Zardini Zesta (1852) e Firmiliano Degasper Meneguto (1860), nella letteratura d'Ampezzo si contano centinaia di sonéte: il verseggiatore  più prolifico al riguardo fu certamente Arcangelo Dandrea (Canjelo Magro, 1895-1966), singolare esempio di autodidatta, autore anche di testi teatrali, attivo alla metà del '900. 
Se ne facevano per nascite, battesimi, genetliaci, sposalizi, coscrizioni, Carnevale, ordinazioni sacerdotali, ingresso di Parroci, inaugurazioni, spettacoli, persone in luce nel paese. Negli anni '80 e '90 del Novecento, l'autore ha voluto rinverdire l'usanza, dedicando versi in ladino anche a lauree, cittadini attivi nello sport, pensionamenti o dimissioni dal lavoro, oppure solo per il gusto di verseggiare, senza motivi specifici da onorare.
Alcuni componimenti seguono le regole del sonetto italiano (14 endecasillabi, con 4 rime alternate AB AB AB AB e 2 ripetute (CDE CDE); altri sono liberi; in tutti, comunque, l'autore ha sempre cercato di valorizzare l'assonanza delle parole rimate fra loro.
Non si tratta forse di letteratura avviata all'immortalità, ma l'autore ricorda con soddisfazione che i sonéte, quando furono offerti ai destinatari, riscossero un buon gradimento. I sonéte di questa piccola pubblicazione riguardano comunque un periodo tramontato, persone che hanno seguito strade diverse o sono scomparse, anni d'ispirazione poetica fervida ma poi rapidamente affievolitasi.
Vanno letti, dunque, senza impegno; vanno visti dal lettore come quadretti di vita locale di un quarto di secolo fa e più: gli anni della gioventù, in cui l'alienazione dei “social network” era ancora di là da venire, v'erano maggiori occasioni di ritrovarsi e stare insieme, e, in momenti festosi, qualcuno si prendeva il tempo di arricchirli con un soneto.
Questo, l'autore crede sia un po' venuto a mancare oggi. Ma forse non tutto è perduto.
Ernesto Majoni Coleto. Sonéte / Poesia modernes de ocajion / par anpezan, pagine 31, Tipografia Ghedina - Cortina d'Ampezzo 2015, € 6,00

25 feb 2015

Pubblicata la biografia di Paul Grohmann, lo scopritore delle Dolomiti

La casa editrice bolzanina Athesia ha pubblicato un libro di notevole spessore e interesse per gli amanti della montagna: si tratta di “Paul Grohmann. Erschließer der Dolomiten und Mitbegründer des Alpenvereins”. 
Il libro, realizzato a più mani, propone un'esauriente ritratto di Paul Grohmann (1838-1908), scopritore delle Dolomiti e cofondatore del Club Alpino Austriaco, molto legato a Cortina, Auronzo e all'alta Pusteria, valli in cui tra il 1863 e il 1875 raggiunse per primo le vette più rilevanti. 
L'opera arriva, tra l'altro, anche a ricordare due dei 150mi alpinistici del 2015, che interessano specificamente Cortina: la conquista della Tofana Terza (27 agosto 1865, guida Angelo Dimai) e quella del Cristallo (14 settembre 1865, guide Angelo Dimai e Santo Siorpaes).
"Paul Grohmann", curato dal ricercatore di Dobbiaco Wolfgang Strobl, è un libro che dovrebbe varcare l'ambito germanofono ma, essendo redatto in tedesco, purtroppo rimarrà accessibile solo ad una fascia ristretta di lettori. In ogni modo, esso si divide in diversi capitoli. All'autobiografia, che l'alpinista viennese compilò nel 1899, succede il racconto, dello stesso salitore, della conquista della Cima Grande di Lavaredo, portata a termine da Grohmann il 20 agosto 1869 con le guide Peter Salcher di Luggau e Franz Innerkofler di Sesto. Hubert Kerner presenta poi una ricerca sulla genealogia della famiglia di Grohmann; Hans-Günter Richardi inquadra l'uomo che, nel 7°-8° decennio dell'Ottocento, esplorò con un puntiglio tutto tedesco i monti ampezzani, cadorini e pusteresi; Florian Trojer analizza il rapporto di Grohmann con il Club Alpino austriaco, che il giovane fondò nel 1862 insieme al Barone von Sommaruga e al geologo von Mojsisovics. 
La gardenese Ingrid Runggaldier delinea quindi l'attività di Grohmann come scrittore di montagna, mentre Egon Kühebacher affronta il tema della toponomastica, allora incerta e destinata a subire varie modifiche, che il viennese raccolse durante le sue gite dolomitiche e nel 1875 usò nella “Karte der Dolomit Alpen”. Da ultimo, Wolfgang Strobl scrive del rapporto privilegiato di Grohmann con il paese di Dobbiaco durante le sue visite nelle Dolomiti.
L'appendice contiene gli elenchi delle maggiori ascensioni di Grohmann e dei suoi saggi di montagna, nonché della letteratura che lo riguarda. Il volume dovrebbe essere la prima biografia completa del precursore dell'alpinismo dolomitico, ricordato a Cortina (che lo nominò cittadino onorario nel 1873 e gli intitolò una via cittadina nel 1933), a Dobbiaco (che nell'autunno scorso gli ha dedicato la lunga, un po' noiosa strada ex militare della Val di Specie, da Carbonin a Pratopiazza), a Ortisei (dove c'è un monumento in suo onore), e a Vienna (in cui una via della città porta il suo nome). 
Esso documenta in maniera precisa la vita di un uomo, di uno studioso e di un alpinista, che ha avviato e illuminato l'esplorazione delle nostre montagne.
Wolfgang Strobl (a cura di), Paul Grohmann. Erschließer der Dolomiten und Mitbegründer des Alpenvereins, pagine 256 con immagini in bianco e nero e a colori, Athesia – Bozen 2014, € 24,90

20 feb 2015

"Anche il mio Luigino era una buona guida ..."

Luigi Apollonio, del ceppo dei “Lònghe”, nato nella borgata di Alverà nel luglio 1899, fu l'ultima guida alpina d'Ampezzo a vedere la luce nell'800. Di professione carpentiere, arruolato giovanissimo col Genio nella Prima Guerra Mondiale, nel 1925 fu autorizzato dal Cai di Cortina a svolgere il mestiere di guida alpina, e fu in attività almeno fino al 1965.
Spesso compagno di Angelo Dibona, nel 1926 fu insignito di una medaglia d'argento al valor civile, per una complessa operazione di soccorso alpino. Nella sua carriera, Apollonio partecipò ad almeno quattro prime salite, a partire dal luglio 1927, quando con il cliente Edward de Trafford salì per primo la Cima Sud-Ovest di Marcuoira (Gruppo del Sorapis). Nel settembre dello stesso anno, con Dibona e Angelo Verzi, toccò la vetta della Trephor, la più piccola delle Torri d'Averau, traversando lungo la corda da una guglia adiacente.
Nel luglio 1930, con Angelo Dibona e i fratelli Olga e Rinaldo Zardini, si aggiudicò la parete ovest della Cima Cason de Formin, sulla dorsale della Croda da Lago; in settembre, ancora con Dibona e lo statunitense Paul Leroy Edwards, salì lo spigolo sud-sud-ovest della Tofana de Rozes; nel settembre 1933, infine, con Ignazio Dibona - figlio di Angelo - e Giovanni Barbaria, fu primo sullo spigolo sud-est della Croda Marcora, che domina San Vito. Apollonio, che negli anni '30 aveva fatto da guida, tra gli altri, anche allo scrittore Dino Buzzati, morì a Cortina nel 1978.
Luigi Apollonio a destra, con Angelo Dibona,
intorno al 1930 (raccolta E.M.)
Di “Ijuco Longo”, che abitava giusto di fronte alla Chiesa della B.V. della Difesa, mi permetto di rievocare un ricordo personale, collocabile nel 1976. Per i primi programmi in ampezzano che l'amico Cesare e io tenevamo a Radiocortina, mi era venuto in mente di sentire una vecchia guida, e per questo avevo pensato a Celso Degasper, con il quale avevo un po' di confidenza, perché frequentava spesso casa mia per la sua attività. Una sera di novembre, registrammo l'intervista in casa del verboso Celso: soltanto le prime due domande occuparono tre quarti d'ora, esaurendo la cassetta e lasciando inutilizzate le altre dieci che avevo predisposto.
Qualche giorno dopo incontrai i coniugi Apollonio. La consorte di Luigi, “Adelina Spazacamina”, un po' seccata ci tenne a farmi sapere che “Anche el mè Ijuco l ea na bona guida ...”. Come dire “Perché non hai voluto intervistare (anche) lui?” Preso alla sprovvista, non seppi come motivare la mia scelta, e diventai rosso come un peperone.


16 feb 2015

Il Sas Scendù, un luogo singolare

Lungo la strada che sale dal "Tornichè" per la valle di Rudo sino a Ra Stua, presso lo slargo a 1547 m di quota, dal quale una carrareccia scende all'Aga de Cianpo de Crosc, supera anche il rio delle Ruoibes de Inze e giunge al pascolo di Antruiles, c'è un luogo singolare. 
Nulla di eccezionale, a dire il vero: un remoto evento geologico, che ha lasciato in eredità il toponimo di Sas Scendù, ovvero "sasso scisso, tagliato in due parti nel senso della lunghezza". 
Si tratta di un ciclopico macigno, rotolato in epoca antica dal soprastante costone dei Ciadìs e sdoppiatosi in due parti, affondate nella vegetazione come enormi denti.  Non conosco storie o leggende particolari, né aneddoti di vita agrosilvopastorale o venatoria legati al Sas, ma esso è lì, alla vista di tutti, e il passante attento non può non notarlo.
Tempo fa, mi addentrai a curiosare nella fessura che separa le parti del macigno, e notai piccoli residui di opere in cemento. Pensai subito che - vista la posizione della valle di Rudo, sul fronte della Grande Guerra - il Sas potesse essere servito al Regio Esercito da apprestamento di difesa, osservatorio o chissà quale altra funzione.
Non passo lassù da tempo, non ho più curiosato tra i due macigni e  non saprei se i residui di cemento siano ancora leggibili: credo però che, più che di emergenza archeologica, per essi si possa senz'altro parlare di testimonianza storica plurisecolare. 
Il Sas Scendù, sotto la neve 
(foto Ernesto Majoni)
Il Sas Scendù è un luogo originale e merita uno sguardo, se vi si passa accanto magari in inverno quando sulla strada di Ra Stua si circola solo a piedi o con gli sci. Quanti altri sasc scendude ci saranno nel territorio di Cortina? Molti, forse, ma soltanto due con un toponimo antico e consolidato: un masso quasi omonimo si trova nel bosco retrostante la borgata di Ronco, e lo conoscevamo come il Sas de ra scendedures (Sasso delle fessure) o anche de ra sète scendedures.
Ovviamente, la genesi del toponimo sarà la stessa per entrambi i macigni. Concludo pensando che sarebbe un peccato che, svanendo la lingua d'Ampezzo, la ricca toponomastica che le è collegata andasse irrimediabilmente a sparire.

11 feb 2015

Giuseppe Apollonio, portatore e guida per montagne basse

Continua la storia delle vecchie guide alpine ampezzane, con alcune cose su Giuseppe Apollonio.
Della famiglia “de Bèpe de Agostino”, Giuseppe nacque a Majon centocinquant'anni fa, nel 1865. Il suo mestiere principale fu quello di guardia boschiva. Dai primi del '900, però, sfruttando la sua conoscenza del territorio di Cortina e dei dintorni, nonché la buona resistenza fisica, ebbe anche il permesso di esercitare l'attività di “portatore e guida per montagne basse”, che fino al 1919 dipese dalla Sektion Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco e poi dalla Sezione di Cortina del Club Alpino Italiano.
Logicamente, fra i portatori elencati nella “Tariffa per le guide di montagna del Distretto Giudiziario di Ampezzo” del 1898, Apollonio non c'é. Il suo nome ricorre, invece, varie volte nella “Guida di Cortina d'Ampezzo” di Federico Terschak, edita nel 1929 e aggiornata, in una quindicina di edizioni in italiano e in tedesco, per circa quarant'anni. 
È singolare notare come, nella guida pubblicata nel 1938, Apollonio risultasse ancora disponibile ad offrire i propri servigi ai clienti, nonostante l'età ormai avanzata: settantatré anni! 
Il portatore spicca poi, tra i più giovani Arcangelo Colli “Dantogna” e Simone Lacedelli “Juscia”, nell'ultima immagine che ritrae un gruppo di guide ampezzane prima della Grande Guerra (1913): il nostro è il secondo in piedi in alto, partendo da sinistra. 
Guide di montagna di Cortina d'Ampezzo, 1913
Purtroppo anche di Giuseppe Apollonio, come di tanti portatori e guide per montagne basse attivi nel momento pionieristico dell'alpinismo, si ricava poco o nulla dai documenti relativi alla evoluzione dell'andar per Dolomiti, e di lui si è quasi persa la memoria. 
Piace pensare che “Bèpe”, spentosi ottantenne nel 1946, abbia svolto comunque una lunga, apprezzabile, per quanto oscura attività, seguendo guide e alpinisti alla base delle vie più alla moda, per poi accollarsi le scarpe e i bagagli affidatigli, salire per le vie consuete sulle vette, e lassù attendere i clienti per il ritorno a fondovalle.

26 gen 2015

Prima ascensione invernale della Cima O dei Brentoni

Domani cadrà un anniversario importante per la storia europea, il settantesimo della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz per merito delle truppe dell'Armata Rossa, consacrato con il "Giorno della Memoria". 
Questo blog si occupa di montagne e delle loro vicende; perciò, senza voler dimenticare la Grande Storia, oggi ricordo un anniversario di storia minore, scoperto per caso leggiucchiando una guida alpinistica: i quarant'anni dalla prima salita invernale della Cima O dei Brentoni, tra Cadore e Carnia, compiuta dai friulani Giovanni Pontel e Giampaolo Sclauzero con Luciano Scagnetto e Italo Trevisan, il 26 gennaio 1975.
Mi piace qui ripensare agli amici Gianni e "il Grigio", appassionati alpinisti che conobbi nell'85 - iniziando il servizio civile ad Aiello del Friuli - e con i quali feci alcune salite sulle Alpi Carniche (Creta Cacciatori, Torre Val d'Inferno, 2° Torrione dei Longerin, Monte Verzegnis), Dolomiti,  Alpi Giulie (Cima Piccola della Scala, Vetta Bella) e Prealpi, conoscendo spesso zone poco note.
Ho rivisto entrambi, dopo un po' di tempo, a Cervignano alla fine di novembre del 2013, e mi ha emozionato rivivere con loro qualche frammento della nostra amicizia. 
La prima invernale del '75 riguarda la via normale per cresta O della quota maggiore dei Brentoni, una bella dorsale dolomitica che incornicia l'Altopiano di Razzo. La via, percorsa in discesa da G. Baldermann e compagni nel 1898 e poi in salita da Antonio Berti e Rossi nel 1914, è godibile e varia, su roccia salda e mai esposta, piuttosto nota anche perché abbastanza breve.
Cima O dei Brentoni, scendendo da Casera Doana,
giugno 2010
Noi la facemmo in discesa ai primi d'ottobre del '95, dopo avere salito la cresta SO e lo spigolo S della stessa cima, un pochino più impegnativi ma sempre divertenti, in un contesto in cui le crode, i pascoli e i boschi sottostanti risplendevano dei languidi colori dell'autunno. 
40 anni da una parte e 20 dall'altra, dunque: legati ad una cima che non ho più salito, ma ho rivisto altre volte e ammiro comunque ogni qualvolta passiamo per l'altopiano di Razzo.
Il pensiero di oggi va quindi alla solitaria Cima O dei Brentoni, a quella ascensione semplice ma non banale che gli amici "della Bassa" fecero per primi d'inverno tanto tempo fa, alle altre cime che conobbi grazie a loro, agli anni ... che sono volati via "corti come giorni".

22 gen 2015

Angelo "Nèno", la guida della "belle époque

Angelo Colle, della famiglia detta "Nèno", era nato in Ampezzo del Tirolo nel 1869. Nel 1905, la Sektion Ampezzo del Deutsch u. Oesterreichischer Alpen Verein lo autorizzò a svolgere l'attività di guida di montagna, pare dopo reiterati tentativi di conseguire la licenza: nella “Guida della Valle di Ampezzo e dei suoi dintorni” dello stesso anno, infatti, Colle figura ancora  - insieme ai giovani Arcangelo Colli (1876), Celestino de Zanna (1877), Florindo Pompanin (1875) e Baldassare Verzi (1877) - fra le “Guide aspiranti”. 
Andò per monti con clienti sino a sessant'anni e più, e per un periodo custodì anche la Tofanahütte, ribattezzata nel 1921 Rifugio Gen. Antonio Cantore sulle Tofane. A Colle viene ascritta un'unica prima salita: la quinta delle sei Cime di Furcia Rossa, poste nel gruppo di Fanes lungo il confine con il comune di Marebbe, su cui la guida accompagnò, il 6 agosto 1909, i clienti di lingua tedesca W. Thiel, H. Jung e Ph. Kleyensteuber. 
Durante la Grande Guerra, la cresta lungo la quale si allineano le Cime di Furcia Rossa, alle spalle della Tofana di Dentro, fu presidiata dall'esercito austro-ungarico, il quale le collegò con un percorso di arroccamento, risistemato e attrezzato negli anni Settanta del '900 con il nome di “Via della Pace”. 
Angelo Colle "Nèno" (1869-1960) 
(da Fini-Gandini, Le guide di Cortina d'Ampezzo, 1983)
Di Colle, spentosi novantenne, più che quello di ardite imprese, resta il ricordo di un singolare rappresentante della “belle époque” di Cortina, nei fortunati anni tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. Oggi nella conca il suo ceppo familiare non c'è più: chi scrive non conobbe il padre, ma ricorda bene il figlio Sisto, che fino a settant'anni suonati svolse l'attività di medico dentista nell'ambulatorio di fronte all'Albergo Aquila. 
Del "Nèno" non si possono scordare l'impressione che faceva quando lavorava sulla bocca - con i suoi occhiali spessi un dito. che ne rendevano gli occhi giganteschi allo sguardo di un bambino - e il ronzio del vecchio trapano a corda, con il quale operò fino al pensionamento.

18 gen 2015

El Clara e la Cortina che non c'è più

Conpagno, Fagno, Iérghele da Gòas, Nane Maghintar, el Tré de chi de Jèpe: dietro questi singolari, quasi criptici nomi, si nascondono vecchi personaggi, di Cortina o che lavorarono a Cortina e la generazione dello scrivente ricorda vagamente o, più spesso, ha sentito soltanto nominare dagli anziani. 
Ce n'è un altro che in valle d'Ampezzo, chi viaggia oggi oltre i 50 non può non aver notato almeno una volta, dato che, per diversi mesi l'anno, viveva praticamente in piazza. 
E' colui che ho appurato essersi chiamato Adolfo Demenego (di Caterina “de Clara” da Verocai), detto da alcuni semplicemente “el Clara”. Classe 1893, arruolato nel Genio Militare durante la Grande Guerra e inviato come bracciante in Sicilia, aveva un fratello, Michele, che fu uno degli oltre centoquaranta caduti ampezzani nel conflitto perché morì trentenne di tifo a Innsbruck nel 1915. 
Demenego era un commerciante. Solo stagionale, poiché d'estate appoggiava a uno dei pilastrini che limitavano il sagrato della Chiesa Parrocchiale verso Corso Italia un banchetto, sul quale esponeva bustine di stelle alpine, sacchetti con fiori di lavanda e altri souvenir del genere; d'inverno, invece, saliva di qualche passo verso nord e, nello slargo davanti all'Hotel Royal, sistemava l'armamentario per cuocere e vendere caldarroste. 
Primi '900: lo spartineve a cavalli
(da Richebuono G., Storia di Cortina d'Ampezzo, 1974)
Così stagione dopo stagione, per molti anni; sempre infagottato in vestiti modesti, col cappello in testa e negli ultimi tempi gli occhiali; alla sera raccoglieva con ordine la sua mercanzia e spariva. 
Si diceva che d'estate vivesse in una casupola di legno e lamiera sul pascolo dei Rònche a Socòl, andata poi misteriosamente bruciata, e d'inverno occupasse una stanza in una casa sotto il Municipio. 
Si diceva anche che alla sua morte, nel 1975, avesse lasciato un cospicuo patrimonio. 
Se ne disse più di una di quel, tutto sommato, pover'uomo. A me pare ancora di vederlo mentre si scaldava le mani, nei crudi inverni tra gli anni '60 e '70, intorno al suo banchetto davanti al Royal, protagonista di una Cortina che non c'è più.

15 gen 2015

Discesa con gli sci tra le Cime di Marcuoira

Quanto a salite e discese con gli sci dalle montagne ampezzane, va ascritta agli appassionati nostrani Bruno Corona e Co. la (seconda) discesa del poco invitante canale che, prendendo avvio da una forcella di cresta erbosa e tuttora innominata (!), separa le due Cime di Marcuoira, sul versante che guarda il Passo Tre Croci. 
Mi si diceva che il canale ha un dislivello che oscilla intorno al mezzo chilometro e un’inclinazione massima di 55°; quindi è ripido  a sufficienza, per chi manovra bene gli sci. L'inizio si raggiunge senza grosse difficoltà, salendo verso la Cima NE di Marcuoira dalla Forcella omonima; esso fu sceso dai nostri già oltre un quarto di secolo
Verso la forcella di cresta tra le Cime di Marcuoira 
 (a ds. la Cima NE, luglio 2003, foto E.M.)
fa, sul finire degli anni Ottanta del '900. 
Dell’impresa dovrebbe circolare ancora la testimonianza in un video amatoriale, che ci fu data occasione di vedere qualche anno fa. Credevo però che si trattasse di una prima assoluta, che avrebbe potuto servire per l'ipotetico aggiornamento delle guide alpinistiche delle Dolomiti Ampezzane (ormai alla riedizione aggiornata del favoloso "Berti" non ci credo più...). 
Sfogliando però il diario postumo di Mauro Rumez, sci alpinista triestino travolto da una valanga sull’Ortles nel 1998 (“Il mio sci estremo”, Nordpress Edizioni, 2001), risulta che il canale è stato una delle imprese "minori" dello stesso Rumez, che lo scese intorno alla metà degli anni '80. 
Se anche quella di Bruno Corona e amici dunque è stata la ripetizione di una discesa già compiuta, resta certamente un'avventura originale. 
Forse invece il canale, che si vede dalla SR 48bis, fra il Passo Tre Croci e Misurina, non è mai stato percorso d'estate: ammesso che la cosa sia fattibile e abbia un senso, potrebbe essere un suggerimento per chi cercasse qualcosa di nuovo da fare tra le arcinote Dolomiti d'Ampezzo.

12 gen 2015

La prima invernale solitaria del Becco di Mezzodì

Giusto novant'anni or sono, il 13 gennaio 1925, Giuseppe Degregorio detto Bepi, “Maestro di Posta”, alpinista Accademico del Cai, giornalista, scrittore e Presidente per quattro decenni del Cai - Sezione di Cortina, salì al Rifugio Croda da Lago in compagnia del custode, il buon Achille Toscani.
Quel giorno Bepi aveva progettato di solennizzare il proprio trentaseiesimo compleanno in maniera originale: scalando da solo d'inverno il Becco di Mezzodì, lungo i camini nei quali – oltre mezzo secolo prima - il pioniere Santo Siorpaes Salvador e William E. Utterson Kelso avevano dischiuso al turismo montano le montagne che si specchiano nel Lago di Federa.
Il Becco di Mezzodì e i boschi di Federa dal centro di Cortina
(novembre 2014, foto I.D.F.)
L’ascensione di Degregorio si concluse con successo. Il custode Toscani lo attese, comunque inquieto, accanto alla stufa del rifugio; poco prima del tramonto si avviò verso Forcella Ambrizzola con un badile in spalla, battendo pista nella neve alta per accogliere Bepi, e fu contento nel vederlo scendere, infreddolito ma sorridente.
Le fonti non hanno mai considerato quella salita come la probabile prima solitaria invernale del  Becco di Mezzodì, sul quale - peraltro - d'inverno era già giunta l'olandese Jeanine Immink con guide ampezzane, nel 1891. Solo l'autore, scomparso in età avanzata in una luminosa giornata di novembre del 1978, la raccontò in un capitolo del diario autobiografico "Cortina e le sue montagne". 
Oggi, a novant'anni dall'evento e a 126 dalla nascita di Degregorio, un illustre personaggio della Cortina del ventesimo secolo, vogliamo dare uno spazio nella storia locale anche a quella piccola, grande avventura .

8 gen 2015

"Alpinismo Eroico",: libro che non può mancare nella biblioteca degli appassionati

Alpinismo Eroico” di Emilio Comici, uscito in anastatica alla fine del 2014 dall'editore Hoepli, dopo la ristampa del 1995 curata da Elena Marco per Vivalda (319 pagine, 159 fotografie, € 34,90), è un libro anzitutto da sfogliare. 
Prima degli scritti di Comici, uno scalatore  che maneggiava bene anche la penna, e delle testimonianze di grandi alpinisti, stupiscono le oltre centocinquanta immagini in bianco e nero, vecchie ormai di ottant'anni e anche più. 
Le amate Tre Cime, la Civetta, le Dolomiti, le Carniche e le Giulie, i monti di Grecia ed Egitto, ma soprattutto l'"uomo Comici", che posa davanti all’obiettivo (spesso quello dell'amico e biografo Severino Casara), contribuiscono a rischiarare un periodo e un ambiente ormai lontani nel tempo.
L'elegante ristampa del volume ha riportato in libreria, per la quarta volta, “Alpinismo Eroico”, il cui originale è divenuto ormai argomento da bibliofili e - ne sa qualcosa chi scrive - non facile da trovare anche presso gli antiquari. 
La prima edizione era stata curata dal "Comitato Nazionale del C.A.I. per le onoranze ad Emilio Comici", istituito due anni dopo che il rocciatore triestino cadde da una falesia in Val Gardena mentre si allenava, a causa di un cordino marcio; ne fu poi fatta una seconda, nel 1961, anch'essa ormai piuttosto rara.
"Alpinismo Eroico" si divide in due parti: la prima, anticipata da una prefazione di Angelo Manaresi, al tempo Presidente del Cai, contiene tutti gli scritti del triestino, con le relazioni di alcune delle salite compiute tra il 1925 e il 1940. La seconda è una galleria di ricordi cui contribuirono, tra gli altri, Duilio Durissini della XXX Ottobre di Trieste, che avviò Comici al mondo sotterraneo; il pioniere Kugy, che al triestino indicò una via unica, perché orizzontale, la "Cengia degli Dei" nelle Giulie; Piaz, il "Diavolo delle Dolomiti"; la guida e maestro di sci Giuseppe Pirovano; l'amico Casara, che ricorda l’ultima via nuova, sulla parete nord del Salame, compiuta insieme il 28-29 agosto 1940. 
Chiudono l'opera, oltre all'elenco delle prime salite di Comici (dal quale mancano però le numerose, per quanto brevi vie che egli aprì in Val Rosandra, alle porte di Trieste), due autorevoli e illuminanti postfazioni, una dell'Accademico triestino Spiro Dalla Porta-Xydias, autore di due biografie di Comici, e il saggio "Comici e l'alpinismo del sesto grado" di Marco Albino Ferrari.
La ristampa segue di qualche anno un'altra anastatica meritoriamente promossa da Hoepli: "L'arte di arrampicare di Emilio Comici" di Severino Casara che, con 342 immagini accompagnate da numerosi stralci delle 124 lettere intercorse tra Comici e l'amico vicentino, illustra la tecnica di scalata del triestino, assurta quasi a forma d'arte. 
Anche questo volume va prima sfogliato, per gustare il pregio dell'edizione, e poi, ovviamente, letto per comprendere come Emilio Comici sia diventato una leggenda dell’alpinismo e perché molte delle sue vie vengano ancora oggi avvicinate con rispetto.

4 gen 2015

Piero de Jènzio, pioniere dei monti d'Ampezzo

Domani cadranno i centosette anni dalla morte (e quest’estate saranno centosessanta dalla nascita) di un personaggio importante per la storia dolomitica tra l'800 e il '900: la guida Pietro Antonio Dimai Deo, noto come Piero de Jènzio.
Questo primo post dell'anno vuole ricordare la nobile figura di un alpinista - del quale, peraltro, tempo addietro ebbi in dono una copia del 2° libretto di guida -, cui è attribuita una dozzina di vie nuove, due prime invernali (celebre quella sulla Croda da Lago, col cugino Antonio e Jeanine Immink, nel dicembre 1891) e molte salite sulle crode ampezzane, cadorine e pusteresi. 
Piero nacque a Chiave l’8 settembre 1855 da Fulgenzio e Maria Francesca Apollonio , in una famiglia che nel corso di un un secolo consegnerà alla storia sette guide. Il padre, "Jènzio Deo", e lo zio Angelo consacrati da Paul Grohmann, impersonarono nel modo più intenso l’epoca pionieristica della scoperta delle Dolomiti: erano, infatti, con il viennese il 28 settembre 1864 per la conquista della Marmolada di Penia, la maggiore elevazione delle Dolomiti. 
Guide di Cortina a Volpera nel 1897;
Pietro Dimai è il primo a sin., seduto
In famiglia divennero guide anche Arcangelo, il fratello minore Antonio e due figli di quest'ultimo, Angelo e Giuseppe. Pietro ricevette il permesso per svolgere la professione a soli 19 anni. Sarà uno dei più giovani a Cortina a conseguire l'obiettivo, prima del suo futuro cognato Pietro Siorpaes (1887), di Celso Degasper (1922), Bruno Verzi (1945) e Modesto Alverà (1976). 
Con il padre, lo zio, il cugino Arcangelo, il futuro suocero Santo Siorpaes, Alessandro Lacedelli, Giuseppe Ghedina Tomasc, Angelo Menardi Malto e Angelo Zangiacomi – mancava Giovanni Barbaria, promosso nel 1875 -, Dimai fu una delle prime nove guide autorizzate a Cortina, secondo la lista pubblicata in calce al tariffario delle gite e ascensioni del 1876. 
Già prima di uscire dalla scena dolomitica, Paul Grohmann aveva inquadrato i due Dimai come alpinisti degni di attenzione: “Devo ricordare i figli di Angelo e di Fulgenzio Dimai e cioè Arcangelo e Pietro Dimai, due bravi giovani. Penso che soprattutto il primo potrà diventare una guida eccellente.” Parole profetiche!
Nel 1892 Piero sposò Maria Teresa Siorpaes, primogenita di Santo, e si spense a poco più di cinquant'anni, di polmonite fulminante, il 5 gennaio 1908: solo tre mesi prima, il 21 settembre 1907, aveva accompagnato l'ultimo cliente, il dott. Glanzmann, sulla Croda da Lago.

22 dic 2014

Al Rifugio Jora, in un inverno che ancora non c'è

In attesa della neve, il giorno del solstizio d'inverno siamo tornati in un luogo scoperto due stagioni fa, dove il fine è senza dubbio una piacevole camminata, che viene però arricchita da proposte gastronomiche tentatrici, di ottimo livello quanto a qualità e presentazione. 
Circa a metà fra il piccolo posteggio sulla SS52 che da San Candido sale a Sesto e il Rifugio Gigante Baranci (meta di molte visite negli anni scorsi, poi un po' "tradito"), c'è un piccolo ristorante d'alta quota, collegato da uno skilift al soprastante Gigante Baranci: è il Rifugio Jora, quotato 1317 m. 
Si tratta di un luogo noto, quindi, in prevalenza agli sciatori, ma ovviamente aperto anche agli escursionisti privi di specifiche attrezzature. Per salirvi, usiamo il consueto accesso al Gigante Baranci, che passa dai diroccati e di anno in anno più inquietanti Bagni di San Candido e dalla chiesa di San Salvatore, suggestiva per la sua posizione solitaria in mezzo al bosco. 
Gli inquietanti Bagni di San Candido,
simbolo della Belle Epoque (foto I.D.F.)
Sopra la chiesa, la stradina forestale continua verso i Prati della Ferrara; un bivio a destra immette invece in un'altra stradina, che scende al vasto recinto delle prese dell'acquedotto comunale di San Candido, e dopo un lungo traverso quasi in piano nel bosco termina, a circa un'ora dalla partenza, presso il Rifugio. 
Durante la salita, purtroppo, la visuale è assai scarsa, ma la forestale su cui si procede è piacevole e spesso, come ieri, deserta. Giunti al Rifugio Jora, già visibile dal centro di San Candido, al "dovere" della camminata subentra il piacere del ristoro: soprattutto in alta stagione, la lista presenta proposte culinarie così allettanti che quasi imbarazzano l'escursionista, il quale aspirerebbe anche solo a un tè e a una minestra fumanti.
Presso il Rifugio Jora, il primo giorno d'inverno
(foto I.D.F.)
Anche per questa ragione - senza voler deprezzare altre strutture ricettive del circondario, dove siamo stati e torneremo ancora - lo Jora (che forse non sarà il prototipo del rifugio alpino, ma richiede comunque un'ora a piedi per essere guadagnato) si propone come un'accattivante meta dell'alta Pusteria. 
Ieri la strada che lo raggiunge era desolatamente priva di neve e piuttosto gelata. Intorno al Rifugio, dove qualche coraggioso già sciava, i cannoni sparavano, con una temperatura poco più che autunnale; davanti ad uno di essi era riuscita a arrivare persino una macchina e di fronte i prati della costa sinistra orografica di San Candido splendevano al sole.

17 dic 2014

Sulla Punta Erbing, un giorno rubato all'inverno

Il 17 dicembre di venti anni fa, a Cortina non era ancora caduta la neve. Il campanile batteva mezzogiorno quando, usciti dalla 3a Cengia del Pomagagnon, giungemmo sulla Punta Erbing, meta di un giorno rubato all'inverno in arrivo. 
A titolo informativo, la Erbing è il “canto del cigno” della dorsale del Pomagagnon, prima che essa vada a morire sul valico di Sonforcia. Quotata 2301 m, cade verso Cortina con una parete di discreto rilievo, mentre dall'altro lato un ampio costone di mughi e rocce consente di salire con impegno poco più che escursionistico. 
Probabilmente già nota prima dell'esplorazione dolomitica come terreno di caccia e anche pastorale, visto che alla sua base settentrionale si estende la Monte de Padeon, alpeggiata fino a qualche decennio fa, la Punta ha avuto il nome da G. Erbing, una meteora dell'alpinismo nelle Dolomiti. 
Punta Erbing, dal sentiero d'accesso
(foto Ernesto Majoni, 20.8.2009)
Costui, non so se fosse tedesco o anglosassone, salì nel 1905 la parete sud della Punta con le guide più ricercate del momento, Antonio Dimai e Agostino Verzi, ma ne risultò una via di importanza marginale. Nell'agosto 1942 due ragazzi, Luigi - Iji - Menardi e Antonio - Toni - Zanettin, tornarono sulla parete per una via più difficile, chiudendo dopo meno di un quarantennio la brevissima storia della Erbing. 
Per giungere sulla cima, più che dall'uscita della 3a Cengia, raccomanderei il sentiero segnalato (e ritracciato recentemente nella parte bassa), che da Forzèla Śumèles sale attraverso un bellissimo bosco e poi per detriti e alcuni facili gradoni rocciosi. 
Suppongo che la cima non rientri fra le "Top Ten" d'Ampezzo: forse, ma proprio forse, si potrà incontrarvi qualcuno dei percorritori del sentiero attrezzato della 3a Cengia, che termina a quattro passi dalla vetta. Lassù, oltre ad un gran panorama su tutta la valle, c'è solo una misera croce di rami; null'altro, neppure un quadernetto per le firme, che avevo intenzione di portare lassù io stesso, qualche tempo fa. 
La Punta Erbing è un pezzo di mondo selvaggio e indisturbato, come gran parte del versante nord del Pomagagnon. Per questa ragione, dopo quel 17 dicembre 1994 vi sono salito ancora due o tre volte in compagnia, e una anche da solo, per godermi la romantica emozione celata da un angolo poco noto, anche se alla vista di tutti.

15 dic 2014

Perle di storia d'Ampezzo: la casa di Tiziano

"Titianus Cadorinus aut Ampitiensis?
Al giorno d'oggi, la questione se le origini di Tiziano Vecellio fossero cadorine o per metà anche ampezzane ha perso il suo valore; fino ai primi del XX secolo, però, i partigiani dell'"ampezzanità" del sommo pittore erano ancora diffusi. 
Secondo la storia (riprendo da Don Pietro Alverà de Pol, che nella sua "Cronaca di Ampezzo nel Tirolo dagli antichi tempi al secolo XX" dedicò al pittore un paio di pagine, scusandomi con chi ne ha scritto dopo, magari trovando qualcosa di nuovo), Tiziano - uno dei quattro figli di Gregorio, consigliere e capitano delle milizie appartenente all'eminente e ricca famiglia Vecellio, e di una certa Lucia - sarebbe nato a Pieve di Cadore fra il 1476 e il 1485, se non addirittura nel 1490. 
In Ampezzo era opinione diffusa, invece, che Tiziano avesse visto la luce a Cianpo de Sote, in una delle poche case sulla riva sinistra del torrente Costeàna, da Maria Pompanin, una ragazza assunta come domestica a Pieve dal ricco Gregorio, e poi rimandata in Ampezzo per il parto. 
Rimasto orfano della madre ad appena sette anni, Tiziano sarebbe stato condotto a Pieve, per poi scendere a studiare a Venezia; su un muro della casa materna avrebbe però lasciato un affresco con la Vergine, il Bambino in braccio e ai suoi piedi un ragazzo proteso verso la Madre.
Comunque sia, il 24 dicembre 1916 un incendio, quasi sicuramente appiccato "manu militari", bruciò due delle case della piccola borgata. 
La presunta casa di Tiziano a Cianpo de Sote, 
in un'immagine di inizio '900 (foto raccolta E.M.)
Una di queste apparteneva a Maria e Colomba Pompanin, e su di essa si leggeva la grande scritta "Casa nativa di Tiziano 1477", poiché la tradizione affermava che proprio lì, oltre quattro secoli prima, Maria Pompanin avesse dato alla luce il futuro grande artista. 
Giacché l'incendio aveva danneggiato anche l'affresco, secondo Don Pietro Alverà il Comando italiano, per evitare problemi, avrebbe fatto radere al suolo l'edificio, che nel 1905 la "Guida della valle d'Ampezzo e de' suoi dintorni" consigliava ancora come obiettivo di una passeggiata di interesse storico.  
Infine, tra la fine dell'800 e i primi del '900, nei pressi della vecchia casa Pompanin, la guida alpina Angelo Maioni Bociastòrta edificò un ristorante, ampliato in Hotel alla fine degli anni '20, e - memore del dubbio storico - lo dedicò a Tiziano.
E oggi? Della presunta casa natale del sommo pittore a Cianpo de Sote, resta solo un paio di fotografie.

11 dic 2014

Nuovo libro su Cortina: "Rùşin", di Franco Laner

Franco Laner, nato a Cortina nel 1941, è professore ordinario di Tecnologia dell'architettura all'IUAV di Venezia. Ha al suo attivo oltre 30 pubblicazioni sui prodotti e componenti di laterizio, calcestruzzo, legno e legno lamellare, e sui monumenti della Sardegna preistorica.
Non aveva mai scritto del suo rapporto con Cortina, cui lo lega la discendenza materna, essendo nipote della guida alpina Angelo Dibona. Laner viene poco a Cortina. Sostiene di non averne particolare bisogno; anzi, ha scelto per anni di lasciare in sospeso domande, sentimenti, spiegazioni che forse il rientro avrebbe fatto tornare a galla e lo avrebbero scosso. Per lui, Cortina evoca sentimenti contrastanti: ma tempo fa ha sentito la necessità di ristabilire, fra gli opposti, un'accettabile armonia.
Ecco quindi questi “appunti ampezzani autobiografici”, dal titolo secco ed efficace di ”Rùşin” (Agorà Nuragica, Isili 2014, € 18,50): ruggine con qualcuno, ruggine che ricopre qualcosa, ruggine con la conca che lo ha visto nascere e crescere fino all'adolescenza sentendosi sempre un po' “forèsto”, per poi andare a studiare a Venezia e là fondare la sua esistenza.
Il libro, arricchito da belle immagini del fotografo Stefano Zardini, si divide in due parti: la prima contiene i risultati di un'esercitazione mnemonica, pur nei limiti dell'autoreferenzialità biografica, ed è a sua volta articolata in otto capitoli, in cui l'ampezzano si intercala, senza sovrapporsi, con l'italiano, per esemplificare e rendere più incisivi concetti, emozioni e sensazioni spesso smarrite: “Rùşin e coslupe”, “Ci sosto?”, “Parlà e scrie”, “Mè nono”, in cui Laner ricorda l'uomo Angelo Dibona; “El cianpanin”, col profilo di un ampezzano ingegnoso e risoluto ma forse valutato sempre con sufficienza: Silvestro Franceschi “Tète Dane”, progettista del Campanile; “Mè mare”, “Doi de marzo 1985”, “Schize”.
La seconda parte, invece, contiene alcuni suggerimenti tecnici, frutto del tentativo di Laner di ricreare il paesaggio ampezzano come un palinsesto capace di interferenze innovative, non solo culturali ma, se si può, anche economiche. Essa è divisa in cinque capitoli: “Paroi nos?” “In arboribus robur”, “Ra Scora Industriale”, “El laresc”, “Brascioi, brites e Regoles”.
“Rùşin” è un libro originale, sospeso fra l'autobiografia e il trattato tecnico, pieno d'amore verso Cortina, i suoi boschi, la gioventù dell'autore e di molti paesani mai dimenticati. 
“Rùşin. Appunti ampezzani autobiografici”, patrocinato dall'Istituto Ladin de la Dolomites, sarà presentato in Sala Cultura a Cortina sabato 13 dicembre p.v., con la partecipazione di alcuni ampezzani cui Franco deve riconoscenza, a vario titolo, per la nascita del volume: Eugenio Bernardi, Andrea Franceschi, Ernesto Majoni, Mario Manaigo e Stefano Zardini.

9 dic 2014

Appunti sulla Cortina che non c'è più: il "Museo Elisabettino"

Nel corso del tempo, com'è naturale, anche a Cortina sono andate perse - per i motivi più diversi - strutture importanti per l'aggregazione, la cultura, il turismo. 
E' stato così anche per il “Museo Elisabettino”, la prima realtà museale ampezzana, che purtroppo ebbe vita breve. Fondato nel 1906 come “Museo d’Antichità Ampezzana” su interessamento di alcuni appassionati d’arte e cultura locale, disciplinato da uno Statuto nel 1908, fu dedicato a Sissi, l'Imperatrice Elisabetta d’Austria. Inizialmente la raccolta fu ospitata a Ronco. in casa di Agostino Colle "Tino Codèš", uno dei benemeriti soci fondatori; in seguito, su suggerimento del medico Angelo Majoni, fu trasferita nel Municipio e arricchita con dipinti e altri pezzi d'antiquariato già depositati nel palazzo civico. 
Photo courtesy: "Storia d'Ampezzo"
di G. Richebuono, Mursia - Milano 1974
Lo scrittore, critico d'arte e giornalista Ugo Ojetti, Tenente volontario nella Grande Guerra, fu incaricato di compilare un inventario delle "cose notevoli" del Museo. Fra di esse emersero un Cristo ligneo del 1500, dipinti a olio di soggetto sacro del 1600-700, paliotti decorati, cassapanche intagliate, strumenti musicali, un olio del pittore inglese Edward Theodore Compton (il miglior paesaggista dolomitico), alcune tele dei fratelli pittori Giuseppe, Angelo e Luigi Ghedina "Tomàš", quarantadue fucili, armi antiche, vestiti tradizionali ecc. 
Ci lusinga pensare che ci fosse anche qualcosa inerente all'alpinismo: biglietti di scalatori recuperati da qualche cima, libretti delle prime guide, libri dei primi rifugi d'Ampezzo, qualche attrezzo alpinistico come alpenstock, ramponi o altro...
Durante il conflitto, una granata sconvolse il Museo, e la raccolta andò in gran parte dispersa. Nel 1929, non trovando più spazi espositivi adatti, la società del Museo fu dichiarata sciolta. 
Quel che rimane della collezione è conservato oggi presso il Museo Etnografico delle Regole d'Ampezzo: di quello dedicato a Sissi resta il ricordo attraverso preziose immagini, e l'ammirazione per chi lo volle costituire, pensando già oltre un secolo fa a salvaguardare le cose passate.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...