26 feb 2016

Una valanga di cento anni fa

Salendo per la strada che si stacca dal "Tornichè" di Podestagno (l'ampio tornante sulla Statale 51 d'Alemagna), e raggiunge l'alpeggio e il Rifugio Ra Stua, nel punto identificato dalla toponomastica ampezzana con un nome dall'origine oscura, “Luó de Vilagranda”, s'incontra una lapide. Una lapide di pietra rossastra di 52 cm x 43, fissata alla roccia sul lato destro della strada, che ricorda a chi passa una disgrazia accaduta giusto cent'anni fa, nel pieno della follia bellica.
Sul Luò de Vilagranda, quasi 93 anni dopo
(foto E:M., 6/1/2009)
Le parole incise sulla pietra oggi si leggono un po' a fatica. Esse testimoniano che in quel luogo, il 27 febbraio del 1916, sette militari del 168° Infanterie Bataillon austro-ungarico furono travolti da una grossa valanga, che in anni non lontani si è staccata di nuovo dai dirupi soprastanti, ai piedi dell'altopiano di Son Pòuses. 
I militari i cui nomi furono scolpiti sulla lapide (polacchi e boemi, secondo le notizie dell'amico Antonio) erano Stanislaw Szewczyk, Adalbert Tworek, Andreas Smolski, Wasil Jvaski, Fedor Jvasky, Luc Golicz, Karl Weinl: risultando arruolati con l'ultima coscrizione, si è supposto che i sette non fossero più giovanissimi.
Nel 2001, ai piedi della lapide, una di quelle che nella conca ampezzana ricordano i fatti della Grande Guerra, il Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo collocò una tabella di legno con alcune note storiche sugli sventurati fanti sorpresi dalla valanga in quel luogo. Soprattutto d'inverno, salendo a Ra Stua a piedi o con gli sci, lungo una strada frequentatissima, ma non del tutto esente dal rischio di valanghe, il "Luó de Vilagranda" merita una fermata e una riflessione.

21 feb 2016

Venanzio Zardini "della morte", guida alpina d'Ampezzo

Nella lunga serie di guide e portatori che esercitarono la professione a Cortina durante l'epoca aurea della scoperta delle Dolomiti, appare anche un tale Venanzio Zardini, curiosamente soprannominato “de ra morte”. 
Nato nel 1842 e scomparso giusto un secolo fa, di  mestiere faceva "el caligàro" (il calzolaio). Il suo nome non si trova collegato a grandi salite, prime o invernali, e supponiamo che l'unica immagine che lo ritrae “sul campo” sia quella - già pubblicata - del 1889 o 1891, in cui compare con quattro barbuti colleghi (presumiamo sia il primo a sinistra), mentre accompagna su una portantina una cliente invalida verso la Sachsendankhütte, il rifugio edificato alcuni anni prima sulla sommità del Nuvolau. 
Guide alpine di Cortina verso il Nuvolau, 1889 o 1891
(archivio E.M.)
Di quest'uomo, dunque, non ci sarebbero informazioni interessanti per la storia dell'alpinismo. Dovrebbe essere stato un portatore, cioè avere operato sui monti in appoggio a guide più "blasonate"; forse non s’impegnò mai in salite di spessore, limitandosi a gite meno impegnative, ma non per ciò meno remunerative, oppure a valicare con clienti i passi e forcelle scavalcati oggi da comode strade. 
Di Zardini e alcuni altri - l'ho già scritto - è un peccato avere poco materiale, dato che anche le guide meno "appariscenti" come lui hanno fornito un prezioso contributo alla storia turistica di Cortina. 
In questo caso, poi, è abbastanza misterioso anche l'inquietante soprannome della guida, abbandonato dagli eredi in favore del meno aspro "(de chi) de Venanzio". 
Ho sempre nel cassetto vari spunti per una storia delle guide ampezzane otto e novecentesche che, non avendo inciso il loro nome su vette o in salite di grido, sono state dimenticate. 
Prendo atto comunque che anche Venanzio Zardini, probabilmente nell'ultimo ventennio dell'800 (nell'elenco delle guide autorizzate, diffuso dalla Sezione Ampezzo del D.Oe.A.V. il 18/1/1890, figura anche lui), lavorò per divulgare la conoscenza della valle d'Ampezzo e quindi per lo sviluppo del movimento turistico, che in quegli anni andava rivelando la conca al mondo.

12 feb 2016

Graa, Graon o Canalon del pesc, un luogo singolare

In queste note intendo soffermarmi su uno "zoonimo" che identifica un luogo sicuramente familiare soltanto a pochi, curiosi e smaliziati: la Graa, Graon, Canalon del pesc (il ghiaione, canalone del pesce). 
Si tratta di un lungo colatoio detritico piuttosto scosceso, che si apre sulla dorsale di Zumèles nella catena del Pomagagnon e si nota già dal centro di Cortina. Il canalone ha origine sui Crépe de Zumèles (una dorsale che, per quanto relativamente ristretta, conta oltre venti toponimi, legati perlopiù all'attività di fienagione che vi fu esercitata per secoli), fra la Pala Magra e Spiolto. 
Dalla testata del Canalon del Pesc,
verso Cortina (foto E.M., 20/8/09)
L'identificazione non è forse immediata, ma non è certo difficile capire perché il toponimo tiri in ballo un pesce. La forma del canalone, infatti, evoca proprio un pesce, o anche una grande clessidra, con una marcata strozzatura nel mezzo. 
Il colatoio, percorso da labili tracce e non segnalato né riportato in alcuna delle fonti di cui ho conoscenza, unisce il versante nord a quello sud dei Crépe de  Zumèles, ed è percorso solo da una minima parte di chi scende dal sentiero attrezzato della Terza Cengia del Pomagagnon o dalla via normale della Punta Erbing e, senza traversare alla più logica e veloce Forcella Zumèles, decide di calare a valle un po' prima. Inerpicarsi per il canalone in salita, oltre che escursionisticamente inutile, dal punto di vista atletico sarebbe una discreta follia. 
Poiché è inciso in un terreno erto e instabile (caratteristico dell'intera zona di Zumèles), il canalone non consente comunque una discesa veloce come in luoghi simili, poiché i detriti e i blocchi che lo riempiono sono grossi e solidi, e per scendere ci vuole un minimo di attenzione; ma l'angolo selvaggio in cui si trova penso giustifichi senz'altro una breve avventura.
Sento il toponimo esattamente dal 18 settembre 1976, giorno in cui - giunti a Col Tondo dopo aver percorso con mio padre e mio fratello la Terza Cengia - me lo nominò il gestore del rifugio di allora, "Bèpe Leon". Se non sbaglio, sono sceso per il canalone tre volte: in due tornavo dal sentiero attrezzato e in una dalla Punta Erbing con mia moglie, che si ricorda della discesa, soprattutto per il ... mal di piedi patito.

8 feb 2016

Sepp Innerkofler, alpinista, pioniere del turismo ed eroe


Per il centocinquantesimo della nascita (28 ottobre 1865) e il centenario della morte sul Paterno (4 luglio 1915), è apparsa "Sepp Innerkofler. Bergsteiger Tourismuspionier Held", agile biografia di Sepp Innerkofler, alpinista e guida alpina, pioniere del turismo ed eroe della Prima Guerra Mondiale, che - rispetto al pubblico di lingua italiana che vi fosse interessato - sconta purtroppo il fatto di essere stata pubblicata, per ora, solo in tedesco.
Il volume (126 pagine, numerose immagini a colori e in bianco e nero, edizioni Folio Verlag, Vienna-Bolzano - 2015) si apre con un saggio di Hans Heiss, già direttore del Südtiroler Landesarchiv, sull'importanza di Innerkofler pr la storia del turismo in Alta Pusteria; ad esso segue un ampio studio di Rudolf Holzer, insegnante e profondo conoscitore delle vicende turistiche e alpinistiche della valle di Sesto, nonché autore di altri studi sulle guide locali. 
In tre capitoli intitolati “Sepp Innerkofler, una vita per la patria e per i monti”, Holzer illustra la figura dell'arrampicatore, scopritore - con la prima salita della parete nord della Cima Piccola di Lavaredo, il 28 luglio 1890, che scalò per quarantadue volte - del 4° grado di difficoltà sulle crode dolomitiche, pioniere dello sviluppo turistico di Sesto, gestore di rifugi e soprattutto eroe di guerra, caduto nella famosa azione sul Monte Paterno.
Si leggono poi la trascrizione di un'intervista radiofonica del 1975 sul contestato episodio della morte di Sepp; gli elenchi delle nuove vie della guida, dei riconoscimenti militari, dei segni sul territorio che ricordano il pusterese; l'albero genealogico degli Innerkofler, che hanno dato a Sesto numerose guide e albergatori, il tutto corredato da molte foto d'epoca, cui però il formato quasi tascabile del libro e l'uso del bianco e nero rendono sicuramente poca giustizia.
Questo studio ripercorre la storia di un uomo delle Dolomiti che non rimase confinato nella sua valle, ma fu amico e collaboratore di guide ampezzane (Pietro Dimai de Jenzio, Giovanni Siorpaes de Santo, Angelo Zangiacomi Zacheo), auronzane, fassane e svizzere; aprì vie anche sulle montagne di Cortina, in Zoldo e in Austria e accompagnò alpinisti di rilievo, come Hanns Helversen, Jeanne Immink, Leon Treptow, Adolf Witzenmann. 
Nell'elenco delle prime ascensioni di Sepp, che sono una trentina, emergono alcuni spunti di ricerca, che meriterebbero un approfondimento anche nella storiografia di lingua italiana. 
Secondo la storia sudtirolese, Innerkofler è stato l'eroe “per eccellenza” della Prima Guerra Mondiale, e la sua morte sul Paterno è stata spesso strumentalizzata: sulla questione Rudolf Holzer fornisce il proprio giudizio e le proprie risposte.
Fermo restando il limite della lingua, il lavoro di Heiss e Holzer va letto perché informa in modo esauriente su un protagonista della storia delle Dolomiti, che secondo Reinhold Messner fu “uno dei migliori scalatori del suo tempo, custode di rifugio, guida alpina e da ultimo Standschütze. Ma soprattutto fu una degna persona.".

4 feb 2016

Lo Spalto di Col Bechei, una cima/non cima

Lo Spalto (meglio gli Spalti, i Špalte) del Col Bechéi, noto per le molte vie di scalata tracciate negli ultimi trent'anni, prima della Seconda Guerra Mondiale in pratica “non esisteva”. 
L'avancorpo roccioso conosciuto dai geologi come Monte Paréi, con il quale il Col Bechéi - nel gruppo della Croda Rossa, tra Cortina e Marebbe - cade sul versante sinistro orografico della Val de Fanes, fu salito, infatti, per la prima volta da alpinisti il 31 maggio 1944. 
Il primo itinerario, la "Via Sinistra", tracciato dagli Scoiattoli Ettore Costantini e Claudio Apollonio (difficoltà 4°-5°), richiese quattro ore di salita e non si sa se sia mai stato ripreso. Costantini tornò sullo Spalto il 9 settembre 1945 col giovanissimo Ugo Samaja, aprendo in due ore la “Via Destra” (3°-4°). Il 29 giugno 1955, infine, Guido Lorenzi, Albino Michielli e Arturo Zardini intuirono sulle pareti un terzo, più breve percorso (5°).
Gli Spalti, in una prospettiva insolita
(photo by plus.google.com)
 
Dopo un periodo di silenzio, l'esplorazione dello Spalto è stata avviata in modo sistematico nei primi anni '80 del Novecento, per terminare - in via ufficiosa, poiché esistono di certo altre possibilità - nel 2012 con la via “Spina de Mul” di Kehrer e Gargitter. 
Non essendo in grado di salire le vie dello Spalto (se non forse la "Destra"), un giorno d'estate in cui non sapevamo di preciso che cosa fare, ci mettemmo in mente di raggiungere dalla Val de Fanes le cenge alla sommità dello Spalto stesso: poteva essere una gita inedita, in un ambiente interessante. 
L'approccio allo Spalto, pur erto e accidentato, non ci diede grandi problemi: a un certo punto, però, mentre traversavamo sotto le rocce ci bloccammo davanti a un impluvio di vegetazione e detriti instabili. Presi dal dubbio di star facendo una fatica inutile e in mancanza di ausili per continuare in sicurezza, non ci pensammo due volte a gettare la spugna. 
Rinunciare però non fu doloroso: personalmente, mi sentii appagato per avere messo il naso sullo Spalto del Col Bechei, una cima/non cima, un angolo di Dolomiti riservato ai climbers e che pochissimi escursionisti conoscono.

1 feb 2016

Il (Piccolo) Cervino in invernale

Al tempo dell'Università si andava spesso in Val Rosandra o sulla Napoleonica, due affascinanti ambienti a pochi chilometri da Trieste, dove si passeggiava e, quando possibile, si mettevano le mani sul ruvido calcare di guglie e paretine della zona.
Il 1° febbraio 1981, in una mattina dolce come sanno esserlo alcune mattine invernali carsoline (quasi come in questo strambo periodo sulle Alpi...), Enrico e io salimmo il Piccolo Cervino, una slanciata guglia  della Val Rosandra, che per la sua forma appuntita richiama "il più nobile scoglio d'Europa", il sogno di migliaia di alpinisti sul quale purtroppo non sono mai arrivato.
Di quella piccola invernale prealpina, non facile ma così breve da non essere niente di tale, ho un ricordo lontano, riaffacciatosi comunque alla mente questa mattina, ricorrendone l'anniversario.
Quel primo di febbraio, dunque, calcammo la vetta del Piccolo Cervino d'inverno; pago dell'"impresa" compiuta, il giorno dopo mi misi con rinnovato entusiasmo sul libro di Diritto delle Comunità Europee, superando con profitto l'esame di lì a due settimane.
Studiare, leggere, uscire in allegra compagnia con amiche e amici, spellarsi le dita sulle rocce: anni spensierati, che "volarono via corti come giorni"...

29 gen 2016

220 anni fa nasceva Chéco da Melères, la prima guida alpina d'Ampezzo

Francesco Lacedelli detto "Chéco", unica guida alpina d'Ampezzo (e delle Dolomiti?) nata nel 18° secolo. vide la luce in una casa di contadini del villaggio di Melères 220 anni fa, il 29 gennaio 1796. Appena tredicenne, si schierò contro i soldati francesi durante il periodo della Quinta coalizione delle guerre napoleoniche, e ripeté l'impresa nel 1814, nel periodo della Sesta coalizione. Abilissimo cacciatore di camosci, nel 1848 entrò negli Standschűtzen, la milizia territoriale ampezzana, da cui si congedò, lasciando gli obblighi militari, nel 1859. 
Dopo di allora si dedicò al mestiere di orologiaio, come lo zio Marco e il nipote Alessandro, onorando una famiglia che "… per quella incombenza, operava in Ampezzo incontrastata. I loro orologi da torre e da muro venivano esportati in tutta la Pusteria fino a Brunico e oltre; nonché all'estero, cioè nei paesi del Cadore, dove qualche orologio da parete risulta essere ancora in funzione. ..."  
Della sua vita, in verità, si sa poco; l'attività alpinistica ne occupò solo un biennio, tutto legato a Paul Grohmann. Tra il 29 agosto 1863 e il 16 settembre 1864 infatti, Lacedelli guidò per primo il cliente austriaco su tre grandi cime: la Tofana di Mezzo, quella di Rozes e il Sorapis. Si aggiudicò inoltre la seconda salita del Pelmo e dell'Antelao e il 2 settembre 1864, durante una ricognizione solitaria verso il Sorapis, giunse per primo sulla poco più bassa Croda Marcòra. 
La Tofana di Mezzo segnò l'inizio dell'alpinismo ufficiale a Cortina. Pianificando l'esplorazione sistematica delle Dolomiti, Grohmann volle iniziare con la vetta più alta tra quelle che circondano Cortina. Preparazione, testardaggine e disponibilità di tempo e denaro, fin dalla prima campagna alpinistica furono gli elementi fondamentali delle sue conquiste. Lo dimostra questo episodio: salendo verso la Tofana di Mezzo, giunti in alto nel Valón de Tofana, “Chéco” chiese al cliente quale cima voleva salire, delle due che li sovrastavano e parevano quasi allo stesso livello. Senza esitare, il viennese rispose: “Non importa quale, purché sia la più alta!”; c’è tutto l’alpinismo dell’800 in questa richiesta! L’esperienza e il fiuto del cacciatore furono decisivi e la prima ascensione di una cima d'Ampezzo riuscì con successo.
Facciamo un passo indietro. "Chéco", ormai ultrasessantenne, era stato contattato nel 1862 da Grohmann, Segretario generale del neocostituito Club Alpino Austriaco, che aveva già salito la Marmolada di Rocca tentando di traversare per la cresta alla Marmolada di Penia, ancora inviolata. 
Tra i cacciatori ampezzani ("... gente onesta, guide fidate e generalmente ottimi arrampicatori ...) l’austriaco cercava qualcuno per esplorare i monti della conca, rivelata da poco al nascente turismo. Come prima guida, volle proprio il vecchio Lacedelli, e non ebbe mai da pentirsene (… la mia prima guida … la migliore che potessi trovare … e che si distingueva per forza, resistenza, moderazione ed orgoglio e per un coraggio che non lo faceva indietreggiare davanti a nessun ostacolo e gli consentiva di risolvere qualsiasi problema.”).
Come detto, l’attività di “Chéco” terminò il 16 settembre 1864. Quel giorno, con Grohmann e Angelo Dimai Déo, guardaboschi poi promosso guida, traversò in 22 ore di marcia il Sorapis, e ne toccò la vetta al secondo tentativo. Spinti dalla stanchezza, dal tempo cattivo e dal buio imminente, i tre decisero di non scendere per la via di salita, ma per il versante opposto, verso il Cadore, che ritenevano più diretto. Mentre però “Chéco” scese rapidamente, Grohmann e Dimai - attardatisi sul vasto ghiaione mediano - si trovarono davanti ad un salto roccioso che lo scaltro Lacedelli aveva evitato. 
Annodata la fune ad uno spuntone, si calarono per essa: fu la prima corda doppia delle Dolomiti Orientali. In cima al Sorapis, forse presagendo che sarebbe stata l’ultima salita del vecchio Lacedelli, Grohmann gli avrebbe consegnato il libretto numero 1 di guida alpina ampezzana, sulla cui esistenza però non vi sono certezze.
La guida, che fra l’altro collaborò nel 1856 a costruire l'orologio, oggi ancora in funzione, del campanile di Cortina, se ne andò a novant'anni, il 30 agosto 1886. Di quel giorno, Terschak scrisse: "... È giorno di lutto per le guide ampezzane… La sua vita era stata in gran parte spesa nell'esplorazione dei monti d'Ampezzo; fu il capostipite delle guide ampezzane, uomo i cui meriti per la sua valle erano stati, come al solito, riconosciuti molto di più dai suoi alpinisti, - primo tra essi il Grohmann, - che non dai propri compaesani..."
Mentre infatti Grohmann aveva ricevuto già nel 1873 una prova tangibile della gratitudine della comunità, con la concessione della cittadinanza onoraria d'Ampezzo, il valente e umile “Chéco”, che per primo - pur inconsciamente - spinse la sua gente sulla via della Montagna, fino ad oggi non ha strade né piazze né cime che lo ricordino ai posteri.

25 gen 2016

Due passi al Rifugio Vallandro

Molti appassionati conoscono e apprezzano il Rifugio Vallandro (Dürrensteinhütte), posto a 2040 m all'estremità dell'altopiano di Pratopiazza. 
Siamo in tanti anche a Cortina, dove - fino a tempo fa - per dire "vado al Vallandro" si usava anche “vado su da Maria”, impersonando il rifugio nella dinamica signora pusterese che lo condusse col consorte Ferdl d'estate e d'inverno, per tanti anni. 
Ora Maria è scesa in città, lasciando la gestione in mano ad altri, e il Vallandro è ormai un rinomato punto fermo, di stagione in  stagione, per escursionisti, bikers, fondisti. 
Il rifugio sorge in territorio di Dobbiaco, sul piazzale con il forte austriaco che durante la Grande Guerra vigilò sul fronte; vi si può giungere dai due parcheggi di Pratopiazza con una camminata quasi in piano, oppure da Ponticello in Val di Braies tagliando più volte la strada carrozzabile, o ancora dal Passo Cimabanche per la Val dei Chenope (d'estate e in autunno sicuramente la scelta migliore), o infine da Carbonin per la Val di Specie. 
Al Vallandro, ottobre 2014
(foto I.D.F.)
Quest'ultima soluzione segue la strada più volte sistemata e dal 2014 dedicata al pioniere Paul Grohmann, che rimonta per 7 km l'ampio dosso boscoso che sale da Carbonin, e se ben innevata diventa una lunga e poco ripida pista per sci e slittini. 
Percorrerla è, tutto sommato, abbastanza monotono, ma alcune scorciatoie (la più corposa è il cosiddetto “troi dei 1500”, che costituisce quasi un'escursione a sé stante) movimentano la strada, e le due ore buone che ci vogliono, passano abbastanza in fretta. 
Quante volte l'abbiamo battuta in tanti inverni, in salita e in discesa, di giorno e anche di notte! Quante volte l'aria tagliente dell'altopiano ci ha sferzato uscendo dal bosco, quando alto accanto al forte s'intravede il rifugio, ma il tratto che manca sembra non finire mai! 
Quante volte siamo giunti sudati in quella casa, lasciando fuori la neve e bramando soltanto di rifugiarci al caldo della grande stufa! 
Il Rifugio Vallandro appartiene ai nostri ricordi e le visite che gli abbiamo fatto ormai sono storia. La prima volta che giunsi lassù, infatti, ero in 2^ media: fu un'idea della scuola e del naturalista Rinaldo Zardini, che ci portò a cercare fossili sull'Alpe di Specie. Quarantasei anni fa.

20 gen 2016

I Śuoghe o Ra Ciadenes, note di solitudine

Chi conosce il luogo, ma non penso che siamo in tantissimi, lo identifica correntemente come “I Śuoghe” (in ampezzano: i gioghi, i passi). In realtà, però, lo sbalzo della dorsale che dal mitico Busc de r’Ancona si estende verso est fino allo sbocco della Val de Gotres, nella toponomastica locale è denominato “Ra Ciadenes” (le catene).
Comunque si chiamino, durante la Grande Guerra i Śuoghe o Ra Ciadenes costituirono un passaggio tristemente obbligato per l'assalto allo strategico altopiano di Son Pòuses; contro la dorsale già dal giugno 1915 s’infransero, con un alto tributo di sangue, i tentativi di sfondamento da parte dell’esercito italiano. 
La quota 2053, un cocuzzolo coperto di mughi con una postazione in cemento e un segnale trigonometrico, e quella - di circa 50 m più bassa - dove un sentiero un tempo segnato e curato dal Cai, ma oggi degradato a poco più di una traccia, sopravviene dalla SS51 d'Alemagna, oltrepassa due casematte, di cui quella superiore ancora utile per un momentaneo ricovero, e si unisce al sentiero che scende verso Lerosa, costituiscono un suggestivo angolo dolomitico, in cui non è raro imbattersi in qualche ungulato, e si vagabonda tranquilli fra numerosi resti bellici. 
La zona, piuttosto calda d'estate, è raccomandata per escursioni primaverili, per saggiare i polpacci in vista degli appuntamenti dell'alta stagione, e per divagazioni autunnali, sfidando l’inverno, che lassù pare si presenti un po' più tardi che altrove.
Iside sulla casamatta superiore, nel pomeriggio tardo-estivo
del 26 novembre di qualche anno fa (foto E.M.)
Del resto, il ripido pendio che da Podestagno fiancheggia la SS51 ed è coperto da fitto bosco fino alla sommità della dorsale, è ben soleggiato, per cui ci è accaduto di percorrere i suoi aspri sentieri in marzo come in dicembre, senza trovare neve in cui sprofondare o ghiaccio sul quale scivolare.
Purtroppo, ormai da tempo - per ragioni diverse - non onoriamo quello che si era configurato come un appuntamento rituale coi Śuoghe, ma ricordiamo spesso con soddisfazione l'ultima volta in cui compimmo il "nostro" anello (i due sentieri che da Ospitale giungono in cima alla dorsale, in sinistra orografica quello per la salita e in destra quello, ancor meno battuto, per la discesa). Era, infatti, un 26 di novembre, e - oltre alla scontata tranquillità - godemmo di un'incredibile giornata tardo-estiva...
Faccio scongiuri che sui Śuoghe e Ra Ciadenes, dove ho l'impressione che il tempo sia come cristallizzato, non allunghi mai le mani qualche “valorizzatore turistico", istituzionale o no. Credo che si andrebbe a spezzare senza rimedio l’atmosfera che avvolge quei costoni dirupati, così importanti in guerra e negletti in pace. Lassù ho vagabondato moltissimo, sempre con la stessa curiosità ed entusiasmo del ragazzo che salì lassù per la prima volta coi genitori il 1° maggio 1972.

13 gen 2016

Il Sas del Orso Bianco: prove alpinistiche giovanili

Per noi ragazzi della seconda metà degli anni '70, avere tra le mani un "sasso" era un mezzo per sentirsi grandi, sicuramente più salutare dello sprecare i pomeriggi in piazza o al bar. 
Oltre le case di Mortisa, dove inizia il bosco di Volpera, avevamo scoperto un "sasso" grande e articolato, affondato come un dente canino nella vegetazione, oggi sempre più amazzonica. 
Complice un parziale, rustico adattamento eseguito in quegli anni da giovani della zona, iniziammo ad andarci anche noi, per allenare - più che le braccia - la fantasia. 
Il masso lo battezzammo “Sas del Orso Bianco”, ma non ricordo il perché; mi pare di ricordare invece che culminasse in uno spuntone principale, rastremato in cima e scalabile, anche se su roccia mediocre. 
Su un terrazzino a metà c'erano i resti di un zingaresco "bivacco" di lamiere e teli di plastica, e su cenge e paretine trovammo chiodi, filo di ferro, una scaletta di legno. 
L’unico settore che ci intimidiva era la parete sud, non molto alta ma liscia e ripida, che credo sia stata salita in quegli anni dallo Scoiattolo Carlo Michielli. 
Noi tre o quattro, per il nostro Sas nutrivamo un sacco di idee e di progetti, dall'attrezzare una ferratina che volevamo far collaudare a parenti esperti, all'inventare dirette e direttissime su ogni metro libero. Volevamo insomma vivere pienamente la passione che sbocciava, in quel mondo vegeto-minerale fuori dal tempo e dallo spazio... 
La difficoltà dei tratti in cui occorrevano le mani per salire toccava forse il 3° e la roccia - sporca di erbe e ghiaino - non era certamente il calcare della Marmolada: quel masso non sarebbe mai potuto diventare una falesia di stampo moderno...
Prove alpinistiche giovanili: Carlo (15 anni), Sandro (15), 
Ernesto (16)  in cima alla Punta Fiames, 16.4.1974
Dentro di me, il mito del Sas del Orso Bianco, però, s'infranse soltanto quando, dalla strada boschiva che collega Mortisa al Lago d’Aial, proprio di fronte al nostro regno, scorgemmo due ragazzotti forestieri impegnati su una parete senza dubbio migliore e con difficoltà apprezzabili. 
Conoscemmo così Diego Campi di Vicenza (a me sembrò già grande, ma avrà avuto la mia età), compagno di cordata del famoso Renato Casarotto che in un pomeriggio di “disperazione”, con l'amico Scattolin, o Scandolin, stava tentando di scalare una "non-vetta" in un "non-luogo", snobbando il nostro piccolo universo friabile a favore di una parete seria. 
Lungo la quale, forse, noi non saremmo riusciti a salire.

9 gen 2016

Sulla cima più bassa d'Italia

Credo, con buona approssimazione, di essere salito - tra mille altre - anche sulla cima meno elevata della penisola italiana. 
Non ne sono certo, ignorando se sia mai stata redatta una statistica di tutte le elevazioni nazionali ritenute "montane"; ma i 116 m sul livello del Mare Adriatico ai quali "svetta" il Colle dell'Eremita configurano di certo un record degno di nota. 
Logicamente, non siamo di fronte a una vetta rocciosa con falesie strapiombanti sul mare, ma soltanto al punto più alto dell'isola di San Domino, la più frequentata del fascinoso arcipelago delle Tremiti, di fronte al promontorio del Gargano. 
Lungo la stradina
che porta al Colle dell'Eremita (foto I.D.F.)
Dal pugno di case del Villaggio San Domino, sede del Comune, bastano circa quaranta minuti per superare 75 metri di dislivello e toccare il culmine del Colle; dapprima si segue uno stradello lastricato e poco trafficato che solca la pineta, e poi una comoda sterrata, curiosamente fiancheggiata in buona parte da vezzosi lampioncini (sic!), come una strada di città.
La vetta del Colle, piatta e ricoperta di rada macchia mediterranea, ospita le solitarie macerie di quella che è nota come la Cappella dell'Eremita, unico "monumento" antico dell'isola, e dispiega un ampio panorama sulle isole circostanti e sulla più lontana costa pugliese. 
Il Colle ci è rimasto impresso, perché non ne sapevamo alcunché e lo salimmo curiosi, poche ore dopo lo sbarco a San Domino: nei nostri soggiorni sulle isole, vi abbiamo sempre cercato montagne, e ne abbiamo scoperta e salita una discreta quantità!
Aver raggiunto anche la "cima" più bassa dello stivale, dove oltre a noi, in quel tardo pomeriggio d'estate, non c'era nemmeno un alito di vento, fu un'emozione nuova e degna di ricordo.

5 gen 2016

Sulla Punta Nera d'inverno, da solo

Originale prospettiva della Punta Nera (foto E. Maioni, 
da www.guidedolomiti.com) 
Tra poco ricorrerà il 75° anniversario della prima invernale di una cima che conosco bene e scrivendo della quale rischio spesso di ripetermi, perché resta una fonte di bei ricordi e m'ispira sempre grande simpatia e desiderio di conoscenza: la Punta Nera. 
Ritengo che la prima invernale sia degna di citazione, per due ragioni: perché fu anche la prima invernale solitaria, essendo stata realizzata il 27 febbraio 1941 dall'ingegnere Giorgio Brunner, triestino al tempo poco più che quarantenne, pratico di salite d'inverno e da solo, ma spesso anche compagno del grande Comici; poi perché, grazie alla funivia aperta nel 1939, Brunner riuscì ad effettuare l'ascensione, scendere e rientrare all'appartamento che aveva preso in affitto nel villaggio di Alverà, in sole sei ore e mezzo. 
Chi segue questo blog, saprà di certo che la Punta Nera non è la cima più alta né la più importante del gruppo del Sorapis, e offre un ambiente selvaggio, un'ampia visuale su Cortina e il Cadore e un percorso breve e accessibile all'esperto che non soffra di vertigini. La via consueta, intuita forse per caso dal cacciatore e guida Alessandro Lacedelli da Meleres che braccava un camoscio, richiede una mezz'oretta dall'intaglio tra le Crepedeles e i Tonde del Sorapisc, dove transita il sentiero Cai 215, e presenta lievi difficoltà in arrampicata su dolomia friabile: servono le mani per l’equilibrio, ma non occorrono funambolismi né attrezzi.
Brunner salì sulla funivia nel centro di Cortina alle dieci del mattino e alle sedici e trenta era già in Alverà: usò gli sci fino alla forcella alla base della Punta e incontrò neve ottima, riuscendo così in un'invernale inspiegabilmente fino allora ignorata, su una vetta che colpisce l'occhio già dal centro del paese, ma tutto sommato è sempre rimasta in secondo piano. 
Nel 2008, con quattro amici, rimettemmo tra i sassi della cima un quadernetto per le firme: sul precedente, rimasto lassù per otto anni, le firme erano in media solo venti per stagione. 
Strano, perché in un paio d'ore e poco più di salita dall'affollata zona di Faloria, chi volesse trascorrere alcune belle ore di montagna troverebbe nella Nera una cima con le caratteristiche di tante altre maggiori e più rinomate: ambiente grandioso, vasto panorama, solitudine e pace invidiabili.

30 dic 2015

Montagne, luoghi e personaggi ampezzani

Non credo proprio che la domanda se la pongano in molti, ma una risposta ce l'ho. 
Quanti antroponimi, cioè nomi di luogo della nostra Cortina ricordano o si collegano in qualche maniera a persone locali o forestiere che hanno caratterizzato la storia della valle? 
Da un  approfondimento personale, risulta che gli antroponimi in questione sono un gran numero, e si riferiscono a strutture esistenti o scomparse, bizzarrie naturali, luoghi di caccia, fienagione e pastorizia impalliditi nel ricordo, infrastrutture turistiche e altro. Restano fuori, per il momento, i nomi - spesso abbastanza recenti - affidati a cime, guglie, torrioni, vie alpinistiche, che sono anch'essi decine e presuppongono una catalogazione a parte.
Quale Danel diede il nome a questo prato isolato
ai piedi del Sorapis? (foto E.M., 28/9/2013)
Molti luoghi si conoscono soltanto per iscritto e non per averli identificati sul terreno (anzi, per qualcuno la cosa è diventata difficile), ma questo potrebbe anche essere l’input per andare a cercare tra i boschi e sulle cime. 
Gli antroponimi recuperati ricordano Mèto, Santo, il Mardochèo, il Curto e Andol, l’albergatore Frasto, tale Bartoia, il Capon, le sorelle cuoche Mescores. 
E ancora le ostesse Pioaneles, Saeries e Sceches, un antico Conte e il Moisar che fuggiva gli uomini; un lontano Bartoldo è ricordato due volte, c’è l'inglese Ester e gli sfortunati Grisc e Macaron. 
E poi, prima che insorga il mal di testa, nei luoghi ampezzani troviamo memoria di Catina de Agnesc, del Jaibar e di un Pilato, di Mia del Gheto, Dea, un Mouta e un ‘Sacheo, di Lia e di un antenato (forse anche mio) Danel, ed infine ci sono le Baraches e il Mocio.
Ci resta ancora il ricordo di due morti senza nome, di un ‘Sandeaco, dell’intraprendente Menighel e del solitario Zorzi, di Stefin e del magro Rana, del Miceli, del Ris-cia e dei tre Tònes, di un Pelèle e del Jandarmo marebbano che lavorava a Cortina, di tutti i Chenope medioevali, del Vecia, del Touta... 
Sono tanti personaggi, reali o leggendari, dispersi nei meandri della storia e per la maggior parte di essi è improbabile riuscire a identificarli con certezza in carne ed ossa. 
E' certo però che tutti loro, valligiani e non, certamente persone semplici e senza velleità di protagonismo, per un motivo o per l’altro lasciato hanno una traccia concreta nella toponomastica d’Ampezzo, e la cosa merita un po' d'attenzione e d'interesse non solo da parte degli studiosi.

25 dic 2015

Walter, un amico del Cai Cortina (1932-2015)

Giovedì 18 dicembre è mancato a Kempten, in Germania, un amico: Walter Knischek, referente della Sektion Reichenberg del Oesterreichischer Alpenverein. Molti soci del Cai Cortina lo conoscevano dal 2001, quando il sodalizio della sua città natale - che, trovandosi nella regione dei Sudeti, fece parte fino al 1945 della Germania e fu poi annessa alla Cecoslovacchia col nome di Liberec - si gemellò con quello ampezzano, in nome dell'antica proprietà del Rifugio Croda da Lago, proprietà del Club Alpino Tedesco-Austriaco dal 1905 al primo dopoguerra.
Glorerhutte, 26/8/07: Walter con Federico Majoni,
all'epoca Presidente del Cai Cortina (foto E.M.)
Come consigliere e segretario del Cai Cortina, ho conosciuto bene Walter, con il quale ci siamo ritrovati in diverse occasioni: nel 2001, per il centenario del "nostro" Rifugio; nel 2002, in un fine settimana al loro rifugio, la Neue Reichenbergerhutte, dal quale raggiungemmo insieme la Rosenspitze; nel 2004 a Sankt Jakob in Defereggen, da cui ci portò sul Gross Leppleskofl; nel 2007 a Kals am Grossglockner, per salire al Glorerhutte; nel 2011 di nuovo nel grazioso paese di Sankt Jakob, dove i soci della Sektion Reichenberg si ritrovano annualmente in un soggiorno di una settimana (Bergsteigertreffen).
Voglio ricordare Walter Knischek come una cara persona, un vero appassionato della montagna, un amico ddella Sezione del Cai di Cortina, unita a quella di Reichenberg - che la Seconda Guerra Mondiale disperse in varie città e nazioni - dal rifugio sulle sponde del Lago di Fedèra, sul quale dal 1901 al 1918 sventolò il vessillo tirolese.
Spero che dalle montagne del cielo Walter ci guardi sempre, e gli porgo un caro "Berg Heil"!

20 dic 2015

L'invernale del Becco Muraglia

Un bel giorno di febbraio, in cui la neve latitava anche in quota e l'aria era ormai primaverile, con un paio di amici giungemmo sulla sommità del Bèco de ra Marògna (Becco Muraglia), il piccolo corno roccioso ai piedi della Gusela del Nuvolau che si intravede già salendo da Pocol al Passo Giau. 
Più che per l’alpinismo e l'escursionismo, il Bèco è importante per la storia di Cortina e di San Vito, giacché per quattro secoli fece da confine di stato, e oggi segna ancora il limite fra i pascoli sanvitesi di Giau e quelli delle Regole ampezzane. 
In antico il picco, quotato 2271 m, non aveva un toponimo specifico. Becco Muraglia, o Bèco de ra Marògna, è vecchio soltanto di un secolo, risale alla Prima Guerra Mondiale e deriva dal fatto che  la Marògna (muraglia) di Giau, costruita nel 1753, trova uno dei punti d’inizio proprio ai suoi piedi. 
Salendo verso il Bèco de ra Marògna 
(foto C. Bortot, settembre 2009) 

Non si sa chi sia salito per primo sull'esile punta, dove la guida Franz Dallago, oltre quarant'anni fa, riuscì a scoprire una breve via di difficoltà classiche, tornando un quarto di secolo dopo a ripeterla con una variante. 
L'itinerario "normale" per raggiungere la vetta si concentra in una paretina inclinata, alta forse cinquanta metri, di roccia mediocre e un po' fastidiosa per il ghiaino e con difficoltà valutabili di 1° grado superiore. L'ho percorsa tre-quattro volte, a coronamento dell'escursione in uno dei più suggestivi angoli della zona, il sottostante bosco del Foràme. 
La salita di febbraio fu un'invernale in piena regola: non saremo stati certamente i primi della storia, ma l’inverno asciutto e la voglia di godere aria frizzante ci spinsero a cercare una meta diversa e calcare quella cima. Vi siamo poi tornati ancora, per la comodità dell'accesso e le peculiarità storiche e panoramiche, ma soprattutto perché la vetta tranquilla e il bosco circostante costituiscono una bella via di fuga dal mondo sottostante. 
In questi giorni, finché persiste la stagione asciutta e avara di precipitazioni, l'invernale del Becco Muraglia forse non sarebbe tanto problematica!

17 dic 2015

Ho arrampicato con Angelo Dibona (Casara racconta la prima scalata del "Pilato")

Angelo Dibona Pilato, icona delle guide ampezzane, morì a settantasette anni nel 1956. In mezzo secolo di attività alpinistica frequentò l'intero arco alpino dalla Francia alla Slovenia e le scogliere inglesi, e aprì circa 70 vie nuove, sfiorando i limiti del possibile per l'epoca e affermandosi per coraggio e disinvoltura sia su roccia che su ghiaccio.
Forse a pochi è noto come il Pilato avrebbe conosciuto la montagna. Prendo il racconto, misto di realtà e leggenda, dagli scritti di Severino Casara, compagno di Dibona nell'ultima via nuova, aperta nel'estate 1944 sulla Punta Michele (Popena) con Walter Cavallini, Otto Menardi e Luis Trenker.
Come tanti montanari, in gioventù Dibona badava anch'egli al bestiame. Era circa il 1891: con suo cugino Damiano, lui pure divenuto una buona guida, faceva il "vida" (garzone pastore) sull'alpe di Fosses, da secoli pascolo di pecore. 
Un giorno, in un momento di libertà, i ragazzi si diressero verso la grotta che spicca sul risalto che domina il lago e il Cason de Fosses, il Castel de Fosses. La grotta veniva chiamata “el busc de l oro” e si mormorava che ospitasse un tesoro, che però nessuno aveva mai visto.
Il Castel de Fosses con il Cason e il "busc de l oro" : 
sullo sfondo la Piccola Croda Rossa ( raccolta E. Maioni) 
Angelo volle andare a curiosare; salutò Damiano e salì per le rocce, giungendo ben presto alla grotta. Nell'antro non trovò tesori, ma solo ghiaia, acqua colante e guano: deluso, provò a scendere, trovandosi subito in difficoltà.
Il cugino, che seguiva la salita dalla base, gli urlò di provare a destra. Angelo, tremante, traversò su una cengetta marcia, trovando solo pochi appigli per le mani, e dopo interminabili minuti riuscì a posare un piede su una minuscola lista erbosa, da cui pian piano giunse alle ghiaie. Era la sua prima scalata: aveva dodici anni.
Qualche anno più tardi, dopo aver lavorato da un orefice, lasciò il chiuso della bottega per scalare le montagne. Richiamato dall'esercito austriaco, stette tre anni in divisa; al rientro fu accolto come portatore a Pratopiazza, e si spinse sulle cime ampezzane e pusteresi sotto la guida dell'esperto Giovanni Cesare Siorpaes, "Jan de Santo". 
Dopo un corso a Villach, a ventott'anni fu promosso guida e iniziò ad aprire nuove vie, vincendo fin dall'inizio alte difficoltà. Passando qualche volta a Fosses, avrà sicuramente lanciato uno sguardo al Castel, dove aveva iniziato una lunga e luminosa carriera, che lo portò a conoscere tutte le cime d'Europa. 
Il 21 aprile 2016 saranno sessant'anni dalla sua morte: si potrebbe rivalutare il ricordo del simbolo delle guide ampezzane, magari con una piccola targa proprio sulle rocce del Castel de Fosses.

14 dic 2015

Le rocce selvagge della Bujèla de Padeon

Venticinque anni fa, una montagna ampezzana su cui salivo per la prima volta dopo aver spulciato a fondo la guida Berti alla ricerca di nuove idee, mi diede emozioni più intense del solito: la Bujèla (cioè l'ago) de Padeon, sulla dorsale del Pomagagnon. 
La Bujèla un torrione singolare, isolato e poco appariscente, che s'impone allo sguardo guardando verso la Val Padeon dalla Statale d'Alemagna nei pressi di Ospitale. Fino al 28 luglio 1985 vantava soltanto una via normale pressoché sconosciuta e disertata, e fra gli scalatori godeva di una considerazione nulla.
Quella domenica, gli Scoiattoli Paolo Bellodis e Massimo Da Pozzo inventarono - sulla placca grigio-gialla e compatta che guarda i Prade del Pomagagnon, resto di un'antica frana - la via "Gipsy": 180 metri di stampo moderno con difficoltà di quinto e sesto, in seguito frequentata spesso. Così la cima guadagnò, se non la notorietà, qualche citazione in più sulla stampa specializzata.
La Bujèla  in lontananza, salendo sulla Punta Erbing 
(foto E.M., agosto 2009) 
Sulla Bujèla erano saliti per primi con intenzioni alpinistiche i carinziani Viktor Wolf von Glanvell e Karl Günther von Saar, che ottantacinque anni prima degli Scoiattoli, il 28 luglio 1900, seguirono la cengia a spirale che avvolge il torrione con regolarità. Due giorni dopo, il loro compagno Karl Doménigg salì invece per un camino alto e liscio, che incrocia la via Glanvell con qualche difficoltà in più (per la verità, durante un'esplorazione, non capimmo dove fosse...). 
La via originaria, poco battuta anche se Visentini, nel suo libro "Gruppo del Cristallo" (1996), lo giudicava una delle normali più godibili della dorsale del Pomagagnon, presenta difficoltà di 1° grado superiore. Non è una semplice gita, ma nemmeno una scalata: la corda - salvo che nel tratto iniziale, se qualcuno non si sentisse sicuro - serve poco. 
Salendo ci si destreggia fra alberi, ghiaie, mughi, roccette, e poco sotto la vetta su una solida e ripida paretina. Fatti i conti, per guadagnare la sommità, quasi piatta e molto comoda perché erbosa, ci vuole un po' di impegno. 
Dopo la salita del 1991, tornai sulla Bujèla nella frizzante mattina del 14 novembre 1992, scoprendo la via in parte gelata e sgradevole, e poi ancora una terza volta nel settembre 1995. Questa concluse la serie delle mie visite ad una vetta così singolare. 
La Bujèla de Padeon, che oggi possiede anche un piccolo libro di vetta, è un angolo di mondo al quale, prima che cedimenti e frane invadano la cengia e rovinino un accesso ancora avventuroso, seppure non troppo difficile, agli amanti delle rocce selvagge consiglio di dare un'occhiata.

11 dic 2015

Salire sul Cristallo in pieno inverno

Un fatto della storia dolomitica che merita di essere ricordato è l'ascensione invernale del Cristallo, prima cima della valle d'Ampezzo vinta d'inverno, in risposta alle importanti salite realizzate nello stesso periodo appena di là dal confine grazie alle forti guide di San Vito: Croda Marcora (novembre 1881), Antelao e Pelmo (gennaio-febbraio 1882).
Tentato dall'anglo-tedesco Moritz Holzmann col pioniere Santo Siorpaes, ma fallito per la troppa neve, il Cristallo d'inverno cedette a due valligiani: Bortolo Alverà de Pol e la guida Pietro Dimai Deo. 
Pietro Dimai, Giovanni Siorpaes e Antonio Dimai
a Ospitale, 1895 (raccolta E.M.)
Bortolo, apparso e scomparso dalle cronache poiché non era un alpinista, ma l’I.R. Maestro Stradale (il cantoniere, responsabile della strada che sale a Misurina), e fu poi Presidente e Direttore della prima e unica banca con sede a Cortina, la Cassa di Depositi e Prestiti per Ampezzo costituita nel 1894, salì sul Cristallo con "Piero de Jènzio" il 22 novembre (secondo alcuni il 22 febbraio) 1882. 
La guida aveva ventisette anni ed era patentata già da otto; il suo compaesano di anni ne aveva trentatré, e non è noto perché si fosse unito alla guida per un'impresa del genere. 
Di certo la cordata incontrò un grosso ostacolo nelle temperature, dato che la via normale del Cristallo si svolge fra i 2800 e i 3200 m di quota, e oltre un secolo fa gli inverni erano veramente inverni. 
D'estate, la cima è alla portata di alpinisti con piede fermo e avvezzi all'esposizione, ma si sa che d'inverno le pareti inclinate sono le peggiori, prova ne sia che la salita con la neve non ha avuto ripetizioni a iosa: una recente è quella di Mario Dibona Moro, Scoiattolo e guida che - alla fine degli anni '90 - in sei giorni traversò da solo in senso orario tutte le cime che attorniano la conca d'Ampezzo. 
Non si sa come Piero e Bortolo videro dalla vetta la conca di Cortina, i villaggi, i boschi, i campi e i prati ammantati di bianco e immersi nel silenzio: un quadro degno di un presepe, che purtroppo nessuno raccontò per iscritto e oggi possiamo solo immaginare. 
Fu l'inizio dell'alpinismo invernale nella valle, replicato nove anni dopo dallo stesso Piero col giovane cugino Antonio e l'intrepida olandese Jeanine Immink sulla più impegnativa, anche se meno elevata, vetta della Croda da Lago.

9 dic 2015

Con Sandro sulla cima, tra storia e fantasia

... Mi sarebbe piaciuto essere accanto a lui in quel giorno d’estate del 1876, quando Alessandro Lacedelli (conosciuto come Sandro da Melères), quarantenne orologiaio, armaiolo, cacciatore e guida che aveva già scalato tante cime e molte altre ne avrebbe salito fino a fine secolo, toccò da solo il culmine della Punta Nera, tra le crode del Sorapis. 
Sarebbe stato bello partire insieme da Melères, risalire le boscose pendici del Mondeciaşadió (odierno Monte Faloria), scavalcare le nude Crepedeles (Tondi di Faloria) e sostare sull'erba a Forcella Faloria per uno spuntino e due tirate di pipa, non ancora certi sul da farsi. 
Mi sarebbe piaciuto, in quel momento, scorgere col cannocchiale un branco di camosci che risaliva correndo all’impazzata il vallone detritico che dalla base della Punta Nera cala ripido verso la Val Orita, e decidere di braccarlo. 
Alessandro aveva un fucile a tracolla: andava sui monti non soltanto per fare dell'alpinismo, e un buon pezzo di carne gli avrebbe fatto comodo. A casa aveva famiglia, e qualche braciola avrebbe potuto ampliare la magra dieta contadina, basata sui prodotti dei campi, dei pascoli e del bosco. 
Mi sarebbe piaciuto accodarmi a lui e risalire l'instabile colata di ghiaie e grossi  massi fino a quel piccolo intaglio sulla cresta, che decenni dopo sarebbe stato battezzato Sella di Punta Nera, ma allora era noto soltanto ai cacciatori. 
Da lì, appostandoci dietro gli ultimi blocchi, mirare ad un bel maschio che saltava e poi, seguendo le tracce di sangue sulle rocce, affrontare l'erta cresta della Punta. Per essa, di balzo in balzo lungo cenge e canali friabili, avremmo toccato la stretta sommità, godendo forse per primi un'incomparabile vista sulla tirolese valle d’Ampezzo e sull'italiana vallata del Cadore. 
La Punta Nera. dai pressi di Forcella Faloria
(foto E.M., 26 luglio 2012)
La nostra sarebbe stata la prima salita alpinistica della Punta Nera, una cima che rimase lunga e faticosa da raggiungere fino al 1939, quando l'ardita teleferica “Principe di Piemonte”, che issava gerarchi e signore con i tacchi al moderno rifugio intitolato a Edda Ciano Mussolini, ridusse di molto l’avvicinamento alla Sella, limitandolo a un paio d'ore circa, o poco di più dal Passo Tre Croci. 
Anche se oggi la Punta Nera dal Rifugio Faloria è una gita relativamente comoda, sulla cima solitaria non arrivano comunque in molti (nel libro di vetta, in un'intera estate, ho contato solo 22 firme). 
Eppure, quanto valore ha per la storia d'Ampezzo e quanti pregi per l'alpinista, la salita di Sandro da Melères dell'estate 1876!

5 dic 2015

Mesto ritorno da un Campanile

La passione per la montagna mi ha offerto - in numerose giornate di discreta levatura, appassionanti e gratificanti - di scoprire tante cime e vie, sognarne altre, fare progetti, conseguire soddisfazioni e qualche sconfitta. 
Anche queste fanno comunque parte dell’esperienza dell'alpinista e si ricordano con piacere e magari un velo di nostalgia, salvo che non siano state dolorose. 
Solo per parlare di vie alpinistiche, rientrammo con le pive nel sacco dalla Mazzorana sulla parete della Cima del Laudo franata poco tempo fa (II grado, roccia paurosa), dalla Von Glanvell su una delle Cime Campestrin (I-II grado, stesso problema e forse un errore di itinerario), dalla Von Glanvell sulla prima Cima Campale (I-II grado, scariche incessanti di pietre), e poi dalle più difficili Lacedelli sulla Torre Grande d’Averau, Dibona sulla Torre Grande di Falzarego, Dimai sul Campanile Dimai del Pomagagnon... 
Specialmente quest’ultima prometteva di essere una grande salita e il ritiro mi dispiacque. Eravamo giovani e abbastanza ben allenati; il ripiegamento non si dovette, comunque, a incapacità della cordata, ma soltanto a un temporale, che ci prese a metà via e ci costrinse a ripiegare in fretta. 
Avevamo già salito varie lunghezze (le 
Punta Fiames, Punta della Croce e Campanile Dimai,
dai prati sotto Mietres, (foto E.M., novembre 2003)
due più difficili erano ancora sopra di noi), quando si scatenò il diluvio. A scanso di guai, mediante fortunate cenge baranciose riuscimmo a traversare in quota verso la Punta della Croce e raggiungere il grande e impraticabile canale che separa quest'ultima dalla Punta Fiames, sulla verticale dello spigolo Jori. 
Sul tratto di cengia che attraversa la Punta della Croce, proprio ai piedi della via Pott, c'era una lattina vuota di Coca Cola, abbandonata da poco. Quindi, qualcuno passava anche in quei luoghi dimenticati! Giunti sul bordo del canalone, mentre studiavamo una discesa che non pareva scontata, intravedemmo due chiodi rugginosi. 
Con due calate mettemmo quindi felicemente piede nel canalone, poco sopra il sentiero del Calvario. Lungo l'impluvio c’era di tutto, cordini putridi, chiodi spezzati, moschettoni e persino i frantumi di un casco: roba sfuggita a salitori dello spigolo, che sperammo se la fossero ugualmente cavata (ossa, grazie a Dio, non ce n'erano)... 
Il ritorno da quel Campanile fu particolarmente mesto, ma eravamo comunque soddisfatti: tempo dopo, l'amico risalì e completò la via sudando le proverbiali sette camicie, perché - grazie all'intuito e alla bravura del vecchio Tone Dimai, che l'aveva salita nell'agosto del 1905 con Tino Verzi e le indomabili sorelle ungheresi Eotvos - essa si era rivelata assai meno semplice di quello che avevamo immaginato.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...