9 ott 2015

Nuovo accesso alla "misteriosa" Rocchetta di Sorarù

Dopo un tentativo del 6 settembre, cui ha partecipato anche il fodom Gianpaolo Soratroi, il 26 settembre scorso Sebastiano Pallua e Cesare Masarei di Colle S. Lucia -quest'ultimo già salito in precedenza per un tracciato diverso, ritrovato poi sconvolto da un recente crollo- hanno inaugurato un nuovo accesso da sud-est alla Rocchetta di Sorarù (2440 m). 
La cupola sommitale della Rocchetta
di Sorarù (foto Gianpaolo Soratroi, 6.9.2015)

Detta un tempo dagli ampezzani "Rocheta Outa", la più ostica e "misteriosa" delle quattro vette che si allineano sulla cresta diramantesi a est del Becco di Mezzodì fino al Becolòngo, fra Cortina e San Vito di Cadore, poteva essere uno dei tanti obiettivi che negli anni più fervidi chi scrive non avrebbe disdegnato. Gli mancò però tutto: l'occasione, la compagnia e la fantasia.
I due appassionati ritengono di aver trovato una "nuova" normale alla vetta. Giunti poco sotto la massima quota per il tracciato (penso) usuale, con una lunghezza di corda di 55 m di III+/IV-, su cui hanno lasciato un cordone, un chiodo e altri 2 chiodi di sosta, e un'altra di una decina di m di II, hanno calpestato la Rocchetta, profittando di un angolo visuale davvero inedito verso la Valle d'Ampezzo e quella del Boite.
Per la discesa, hanno poi attrezzato due corde doppie dalla Spalla est. Pallua ha comunicato che sotto la cima sul lato est, si dev'essere verificato da poco un ulteriore franamento (in effetti in parte visibile da Cortina), poiché sono stati trovati vari massi staccati e fessure aperte, verosimilmente opera di fulmini.
A giudizio dei collesi, la Rocchetta di Sorarù è stata un'esperienza stimolante, per il colpo d'occhio originale, per la solitudine primigenia che vi si respira e per la soddisfazione di chi persegue quel pizzico di avventura che ancora resiste, anche nel cuore delle Dolomiti più battute e ferrate.

4 ott 2015

Relax alla Malga di Tesido

Scrivere della Taistner Vorderalm, o meglio della Malga di Tesido, significa citare un esercizio che ha anticipato l'escursionismo invernale fra le nostre montagne. 
Quella di Tesido (di Dentro: c’è anche quella di Fuori, ma è chiusa) è stata una delle prime malghe pusteresi a fiutare l’interesse ad un'apertura anche nella stagione bianca, ed è la prima che ho conosciuto personalmente, essendovi salito con alcuni amici già quasi trent'anni fa, il 4 ottobre del 1987. 
In vista della Malga: sullo sfondo, l'anticima del Rudlhorn
(foto E.M., ottobre 2011)
La malga sorge a 2012 m di quota, sul bordo inferiore del vasto pascolo, in parte paludoso, dell’Alpe di Tesido, nel comune di Welsberg-Monguelfo. La Malga è circondata in destra orografica dalla dorsale Lutterkopf-Monte Luta - Durakopf-Monte Salomone, collegati da un bel sentiero panoramico, e in sinistra dalla dorsale che dal modesto Salzla-Monte di Tesido, attraverso l'ardito Rudlhorn-Roda di Scandole, sale all’Eisatz-Monte Novale di Fuori. Sono tutte vette prive di difficoltà alpinistiche, divertenti e panoramiche, che abbiamo salito più volte, fino a estati non lontane. 
La Malga di Tesido inoltre è il capolinea di una pista di slittino fra le più amate e frequentate dell'alta Pusteria: i 4,5 km della larga e non molto ripida strada forestale che sale dal Mudlerhof e si dipana tra gli alberi del Tschochenwald. 
Per arrivare alla malga, la soluzione classica e meno lunga prevede di seguire (poco più di un’ora) la citata strada. Da qualche anno il punto di partenza, presso il Mudlerhof, maso con ristoro che merita una sosta: la veranda promette la visuale su ben 53 vette dolomitiche, è stato ampliato in un grande parcheggio, a riprova della frequentazione della zona d'estate e d'inverno. 
Ci troviamo  nel cuore dei Monti di Casies: i versanti rocciosi sono disgregati e non offrono scalate, ma le cime degne di una visita sono tante, in buona parte ideali anche per lo scialpinismo. Tra Antholz-Anterselva e Winnebach-Prato Drava si celano luoghi che conosciamo, amiamo e dove siamo saliti spesso, in entrambe le stagioni. La Malga di Tesido e le sue montagne rientrano proprio fra questi.

1 ott 2015

Punta della Croce, una salita facile e godibile

Le nostre guide alpine conoscono e frequentano le montagne ampezzane roccia per roccia, passo dopo passo. Da molte generazioni anch'esse condividono la passione, l’esperienza e lo spirito d'avventura con chi desidera vivere senza pensieri la bellezza dei nostri monti, delle ferrate, dei sentieri e dei rifugi. Le guide sono al servizio di tutti - piccoli o grandi, neofiti o esperti - per garantire un divertimento sano, emozioni autentiche, avventure insolite e in tutta sicurezza. 
Nel corso degli anni però molto è cambiato: il tipo di clientela che ricerca le guide, il genere di itinerari richiesti, la professionalità delle guide stesse. Oggi si lavora sulle ferrate . anche d'inverno - abbastanza sui sentieri, un po' meno sulle vie di scalata che non siano quelle sulle pareti classiche, o quelle delle falesie naturali o artificiali. 
Punta della Croce e Campanile Dimai,
da Mietres (foto E.M., estate 2008)
Ma torniamo ai sentieri: ero ragazzo quando, nel programma delle gite estive (ideate dalla guida Simone Lacedelli negli anni '50) ai clienti si proponevano alcune mete inusuali, oggi abbandonate. Ne ricordo in particolare una: la Punta della Croce, sulla dorsale del Pomagagnon. La Punta, salita già da Paul Grohmann prima del 1877, si conquista partendo da Ospitale, attraverso la Val Pomagagnon e i Prade del Pomagagnon, che ne lambiscono il lato nord. L'ho raggiunta alcune volte, fra le quali mi piace ricordare in particolare quella del 31 ottobre 1999, in una giornata calda e luminosa che sembrava sfuggita all'estate. 
La rampa di circa cento metri di dislivello che separa i Prade del Pomagagnon dal punto più alto, presenta zolle d'erba e detriti; per salirla occorrono meno di venti minuti, su difficoltà di I grado, e l'approccio è tanto lineare nella bella stagione quanto ostico nel caso vi si trovi neve o ghiaccio. 
La prova? Nel settembre 2001, lungo la rampa finale della Punta - che stavo salendo con mia moglie - c’imbattemmo addirittura in un chiodo con un cordino, piantato forse da qualcuno salito d'inverno dal versante sud, e poi trovatosi in difficoltà nello scendere da quello nord, divenuto uno scivolo ghiacciato. 
La Punta della Croce è un'escursione misconosciuta: è un peccato, perché la panoramica vetta vede sicuramente più gracchi che persone, mentre la dirimpettaia e "trendy" Punta Fiames è interessata dalla primavera al tardo autunno da un via vai quasi garantito.

28 set 2015

Il Corno d'Angolo, arena della solitudine

Già guardando da sud, dal ponte che scavalca il Rudavoi sulla strada tra Cortina e Auronzo, il Corno d’Angolo si mostra abbastanza ardito e fotogenico. 
Se lo si osserva invece dal Cason de Pousa Marza, graziosa baita di proprietà regoliera che sorge alle sue pendici, in un piccolo pascolo fra le crode, lo scorcio è ancora migliore: la prospettiva legittima il nome datogli in tempi non antichissimi, anche se mi sarebbe parso più corretto “Corno de Pousa Marza”, poiché la cima vigila sul pascolo omonimo come un'enorme sentinella di dolomia 
Ernesto in cima
(foto A. C., agosto 2004)
Da nord, infine, ossia dal catino di magro verde, ghiaia e massi dove andava a caccia il grande Michele Innerkofler e che dalla sella dell'ex Rifugio Popena si spinge fra le crode fin quasi al Passo Popena, il Corno appare mansueto e la salita, non troppo nota né battuta, presenta ben pochi problemi per l'alpinista esperto. 
Da questo lato, deboli tracce e qualche ometto lungo placche e scaglie inclinate guidano in vetta. Dal termine del catino, si risolve tutto in circa un quarto d’ora, non troppo impegnativo ma che richiede un po' di attenzione per la friabilità. 
Il Corno ha una storia breve. 82 anni fa, un alpinista tracciò la prima delle tre vie che si contano sulle sue pareti. Era un personaggio illustre, Emilio Comici, che il 20 settembre del '33 superò con Sandro del Torso il giallastro spigolo sud, lasciando scritto che sul tracciato aveva trovato passaggi “friabili e pericolosi, perché difficilmente i chiodi tengono” … 
Giunti sulla sottile, un po' instabile sommità, il panorama che si apre dal Piz Popena verso le Marmarole, dai Cadini di Misurina verso le Tre Cime e più lontano, è motivo di una certa emozione per chi calpesti le pietre più elevate. 
Colpisce la serenità di quelle pareti e di quelle guglie dimenticate, di quel culmine solitario dove noi, amanti dei recessi appartati e poco attratti per abitudine da zone “più di moda”, ci siamo avventurati diverse volte, godendo sempre del Corno d'Angolo con soddisfazione.

23 set 2015

Il Diedro Mazzorana, in un nebbioso sabato autunnale

È trascorso ben oltre un ottantennio dal 23 settembre 1931, giorno in cui Piero Mazzorana (un ragazzo di Longarone emigrato coi familiari in Auronzo, dove mise su casa, fu promosso guida alpina e poi condusse per 25 anni il grande rifugio sotto le Tre Cime), saliva da solo verso la parete est del Monte Popena (o Popena Basso), la cupola immersa nei mughi che domina in destra orografica il Lago di Misurina. 
Nelle sue scorribande Piero – già autore di qualche via nuova sui monti del Cadore - aveva intravisto una possibile linea sul Monte: un diedro fessurato che sale a sinistra degli strapiombi caratteristici della parte orientale della parete. 
Risalì di slancio il diedro superando difficoltà fino al quarto grado, forse senza neppure lasciare traccia del suo passaggio; ne uscì un breve itinerario, che negli anni successivi avrebbe guadagnato un meritato successo. 
La "via Mazzorana a sinistra degli strapiombi gialli”, presenta un interessante sviluppo di circa duecento metri, su una dolomia solida e articolata, e garantisce una salita di mezza giornata, piacevole e rilassante. 
Ernesto sulla prima cordata del Diedro Mazzorana
sul Monte Pooena, 3.9.84 (foto M.N. Petrucci)
Giusto mezzo secolo dopo Piero Mazzorana, che una volta in pensione era andato a vivere a Merano, dove morì all'improvviso nella primavera del 1980, in un nebbioso sabato d'ottobre Ernesto conobbe per la prima volta quel diedro del Monte Popena, con Federico, Andrea e Nadia.
La via lo divertì molto, anzitutto per il contesto ambientale nel quale si trova, poi per le difficoltà senz'altro alla sua portata, e infine per la caratteristica uscita su una vetta verde e silenziosa, dalla quale un tranquillo vagabondaggio fra abeti, larici e mughi riportò il quartetto a Misurina, per la sospirata birra finale. 
Da allora, Ernesto tornò sul diedro almeno per altre tre volte, avendo sempre negli occhi lo slancio del ventenne auronzano che, il primo giorno d'autunno del lontano 1931, aveva sfiorato da solo quegli appigli, scrivendo una nuova pagina di storia della falesia di Misurina, scoperta qualche anno prima da un altro ventenne, "matto per le crode": Severino Casara.

17 set 2015

Cinque volte sul Cristallo, una montagna stupenda

Domenica 27 settembre, autunno permettendo, il Cai di Cortina – supportato da guide alpine, volontari del Soccorso Alpino e Scoiattoli - ha previsto una salita di gruppo del Cristallo per ricordare il 150° della prima ascensione, compiuta da Paul Grohmann con le guide Angelo Dimai Deo e Santo Siorpaes Salvador il 14 settembre 1865. 
Apro il cassetto dei ricordi. Son volati quasi vent'anni da quando tornai sul Cristallo per la quinta e ultima volta! Osservandolo oggi e facendoci un pensiero, talvolta mi sembra persino di non esserci salito a sufficienza, perché ritengo che - tra le grandi montagne d'Ampezzo e dintorni - per un appassionato il Cristallo sia senza dubbio la più completa e stimolante, anche se per nulla banale.
Toccai la cima per la prima volta il 13 settembre 1980, 115 anni dopo Grohmann: del trio di quel giorno ero il più grande, ed ero appena ventiduenne. Data la giovinezza e quanto essa si porta appresso, mi parve una gita tutto sommato poco difficile, ma mi entusiasmò talmente che, giunto a casa, la esibii con orgoglio per giorni a parenti ed amici.
Ero di nuovo lassù poco meno di un anno dopo, al termine di una stagione di salite con Mario; passò poi una decina d'anni fin quando, un 1° settembre, la nebbia e il freddo ci negarono persino una breve sosta sulla cima e la firma del libro di vetta. Sceso al Passo del Cristallo, preso dalla fame tentai di sbucciare un’arancia: ma era dura come il vetro, e così, dopo tutta quella fatica, mi toccò saltare il pranzo. La giornata gelida rimase comunque nel cassetto della memoria, per tutti i partecipanti.
Cristallo (a sin.) e Piz Popena, dalla Monte de Faloria,
agosto 2003 (foto E.M.)

Il Cristallo mi accolse per la quarta volta intorno a Ferragosto del 1991; quel giorno, scendendo lungo il ghiaione, il più giovane di noi fece una capriola che avrebbe potuto avere risvolti molto seri, ma che liquidammo con la spensieratezza di quei tempi. Completai infine la cinquina in bellezza con Prini e Trevisan, nell'agosto del 1996.
Dal Passo Tre Croci (più che dimezzando la tempistica di Luca Visentini, che nella sua guida del Gruppo - Edizioni Athesia, 1996 - indica in media 6,30 ore solo per la salita) corremmo sul Cristallo in 2 ore e 55 minuti: 1 ora e 50 per i milletredici metri del ghiaione che sale al Passo e un'ora e 5 per i trecentonovantaquattro di roccia della normale, percorsi senza neppure un cordino nello zaino. Volammo anche in discesa, perché da Germano a Son Zuogo la birra aspettava impaziente, e quel giorno portai a casa un "primato" indimenticabile.
Quando guardo il Cristallo, soprattutto al tramonto, oggi gongolo pensando che ne ho potuto toccare la vetta per cinque volte e ricordo ancora bene molti frammenti delle mie visite a una delle più belle montagne della mia valle.

13 set 2015

La "Baracca Dibona", un bivacco mancato

Nella conca di Cortina, tanto più nella zona vincolata ormai da un quarto di secolo a Parco Naturale, oggi è quantomeno inopportuno pensare a nuovi rifugi o bivacchi fissi. 
Settant'anni fa, l'idea era fattibile; alla fine della Seconda Guerra Mondiale, infatti, la Sezione del Cai Cortina discusse la proposta di due famiglie lombarde, di dedicare un bivacco fisso nelle Dolomiti ai congiunti Carlo Valli e Nando Grandori, caduti sulla Via Solleder in Civetta. 
Il sito individuato per la costruzione era il Passo del Cristallo, valico sul crinale principale del gruppo, fra il Cristallo e il Piz Popena, che attraverso il vallone detritico di "ra Zerijeres" unisce il Passo Tre Croci al ghiacciaio della Valfonda. 
Il Passo, molto noto agli alpinisti dell'epoca pionieristica, è fondamentale per traversare – un tempo soltanto d'estate, oggi perlopiù con gli sci – da Tre Croci a Carbonin, e per salire la cima principale del Cristallo. 
Il bivacco Valli-Grandori però, alla fine non fu costruito; al suo posto ne sorsero due sulle Alpi Retiche. Non sarebbe stato un edificio del tutto nuovo, perché si prevedeva di sistemare una piccola caserma militare italiana, la Baracca Dibona (non ho verificato se abbia un collegamento con la nota guida alpina ampezzana che, comunque, durante la guerra non era di stanza in zona), incastonata nelle rocce del Popena un po' sotto il Passo e oggi diroccata. 
Il gruppo del Cristallo dal Lago di Landro, col Passo in vista
(cartolina del 1910 circa, raccolta E.M.)
Il Cai Cortina, guidato al tempo dall'Accademico e scrittore Bepi Degregorio, era propenso alla cosa, perché nella zona non c'erano strutture e il Cristallo era certamente più frequentato di oggi. 70 anni dopo, la situazione si è quasi ribaltata: nel gruppo ci sono impianti, rifugi e ferrate, ma le salite alle cime storiche si sono comunque rarefatte e molte vie non vengono più percorse per le solite cause che hanno modificato l'alpinismo: l’isolamento delle pareti, la lunghezza degli accessi, l’ambiente severo, la roccia spesso malsicura... 
Più di recente, emerse di nuovo l'idea di ripristinare la Baracca Dibona per dedicarla a Giuliano Girotto, scialpinista veneziano travolto da una valanga nell'aprile 1989 sotto il Passo del Cristallo. Anche quel proposito però cadde, e i ruderi della piccola caserma italiana rimangono là, come un nido d’aquila a quasi 2800 m di quota, testimoni di un tragico periodo storico e di un'idea caduta nel vuoto.

4 set 2015

Intorno al Casón del Macarón

Saliti rapidamente in macchina, sforzando sui pedali in MTB o, più escursionisticamente, a piedi al Lago d’Aial - da Campo di Sotto, Mortisa o Ra Sapada presso Pocol - si può ampliare l'orizzonte con due passi negli scuri boschi di Federa, di valore ambientale e storico.
Si tratta della strada boschiva, purtroppo segnata dalle recenti precipitazioni, che inizia a pochi passi dl rifugio sulla sponda del lago e, ristretta a sentiero, sale poi ripida col segnavia 431 al Lago di Federa e al Rifugio Croda da Lago. 
Dopo circa mezz'ora, la strada tocca il Casón del Macarón (1484 m). La già fatiscente capanna di legno usata dai boscaioli impiegati nella zona, fu riedificata qualche anno fa in muratura, è di proprietà regoliera e viene destinata alla fruizione turnaria da parte dei Consorti. 
Presso il Casón ci accolgono un provvidenziale "brento", dal quale zampilla sempre acqua freschissima, e due crocifissi campestri. Il più antico è la Crosc del Macarón, alzata in anni lontani nel piccolo areale paludoso al margine del sentiero e ai piedi della torva - ma panoramicamente meritevole - torre nerastra del Bèco d’Aial, su una particella boschiva della Regola di Campo. 
La Crosc del Macaron 
(foto E. Majoni, 24/7/08)
Il toponimo si riconnette al fatto (accaduto in un momento storico impallidito nel tempo) che in quella radura sarebbe stato rinvenuto un uomo, ferito o addirittura morto, forse un disertore. La scrittrice Lorenza Russo, più prosaica, suppone invece che fosse stato semplicemente il pastore degli ovini di lassù, sorpreso da un fulmine mentre attendeva al suo gregge. 
Chiunque fosse il defunto, in ricordo del fatto un'anima pia pose la croce, riattata non tantissimo tempo fa se non altro per mantenere il toponimo. 
Di questo, che dalla croce si è espanso anche al grazioso Casón, è quantomeno interessante sapere la genesi. Nel parlare d'Ampezzo la voce “macarón”, di probabile derivazione greca e giunta quassù attraverso la lingua di Venezia, vale per “sciocco, sempliciotto”. 
E uno sciocco, un sempliciotto, o forse soltanto un pover'uomo solitario, fu quello che trovò la morte su quel prato spesso intriso d'acqua, in un lontano giorno di tanti secoli fa.

1 set 2015

Il Pian de Socroda, oasi di nostalgia

A quota 1950 m nel gruppo della Croda Rossa, a circa un'ora dalla spianata di Cianpo de Crosc, se ne apre un'altra, più piccola e raccolta: il Pian de Socroda. Situato ad est e "sotto la croda" da cui prende nome il gruppo montuoso, è una radura di magro pascolo con qualche mugo; si estende ai piedi del pulpito roccioso che sorregge la Val Montejela e rientra nell'antica proprietà della Regola Alta di Larieto. 
Ricco d'acqua, il Pian de Socroda dà i natali a due sorgenti, le cui acque si gettano nel Ru de ra Cuodes, affluente di quello che presso Pian de Loa diventerà il Boite. Il luogo è piacevole dal punto di vista ambientale, ma purtroppo un po' eroso nella parte alta dalle ghiaie che ruscellano dai dirupi soprastanti. Non ho tenuto il conto delle visite che gli ho fatto negli anni, sia in salita sia in discesa, ma sono certo di non aver incontrato spesso rumorose compagnie... 
La parte alta del Pian de Socroda,
erosa dalle ghiaie (foto www.ilpalo.ner)
Socroda si raggiunge per strada forestale da Ra Stua-Cianpo de Crosc, oppure da Lerosa traversando per tracce di bestiame (tizoi) segnalate anni fa.
Ci si transita poi scendendo dal famoso "Sentiero 0", oggi ufficialmente chiuso, che iniziava dalla Crosc del Grisc e, passando presso la Madonna della Solitudine, portava su al bivacco Pia Helbig Dall'Oglio in Val Montejela, smantellato - non senza qualche critica - nell'autunno 2013.
Il Pian de Socroda, parte del "cuore antico" del Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo, è una radura più popolata dal bestiame che si sposta da Ra Stua che dagli escursionisti, e custodisce anche una memoria storica. 
Vi passarono infatti, forse primi alpinisti, Grohmann, la guida Fulgenzio Dimai detto Jènzio Deo e il cacciatore Angelo Dimai Pizo. Nell'estate 1865, i tre avevano pianificato la salita dell'inviolata Croda Rossa dal versante NO, ma sfortunatamente il tentativo fallì ad un passo dalla vetta, lasciando la primogenitura della Croda alle guide Santo Siorpaes Salvador e Christian Lauener con Whitwell, il 20 giugno 1870. 
Oggi, oltre agli escursionisti, passano ancora per il Pian i rari appassionati che mirano a salire la Croda Rossa dalla Val Montejela, seguendo l'accesso di Grohmann: soprattutto in autunno, la radura è un'oasi nostalgica, in cui si percepisce ancora un'aura d'altri tempi. Quanti meravigliosi doni ci ha fatto la natura!

27 ago 2015

... "barance del banco" o "de Santo"? Dubbi toponomastici dolomitici

La Punta della Croce è la sommità centrale delle tre che sorgono a ovest di Forzela del Pomagagnon nel gruppo omonimo, e prende il nome da una grande croce - scomparsa da decenni - piantata sulla sommità, si dice, dalla guida Giuseppe Ghedina Tomasc (1842-1883). 
Il primo ad avventurarsi sulla parete sud della Punta, che guarda Cortina, fu l'austriaco Felix Pott con le giovani guide Giovanni Cesare Siorpaes Salvadór (Jan de Santo) e Agostino Verzi Sceco. Era il 24 agosto 1900.
Diede notizia della salita anche la Guida della Valle d'Ampezzo e dei suoi dintorni di Bruno Apollonio, Giuseppe Lacedelli e Angelo Majoni, pubblicata a Vienna nel 1905, a pagina 107: “... La punta a sinistra che presenta suppergiù le stesse attrattive e le stesse difficoltà (di “quella a destra della frana ghiaiosa”, cioè la Costa del Bartoldo) fu salita per la prima volta il 25 (sic) agosto 1900 dal Signor Felice Pott di Vienna colla guida Agostino Verzi (sic) e denominata “Via Pott”. ...
Sullo zoccolo della parete appare netta una macchia di vegetazione tra le rocce, cui la guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti riservava un breve inciso già nell'edizione 1928. Il ballatoio coperto di mughi posto sotto la muraglia, a più di un centinaio di metri dalla base della Punta, ebbe un momento di gloria ai primi del secolo XX, quando le guide presero l'abitudine di sostare con i clienti e i portatori per cambiare le scarpe, prima di iniziare l'arrampicata vera e propria.
In centro, la Punta della Croce coi "barance del banco" 
o "de Santo" (foto: www.ilravanatore.wordpress.com)

Antonio Berti chiama il luogo, di cui oggi i visitatori sono certamente rari, “i barance del banco”. Di quale banco si trattasse non si riesce a capire, e nemmeno sono chiare l'origine e la valenza del toponimo, per quanto ormai dimenticate. 
Orazio De Falkner, il fiorentino che con Miss Grace Filder e la guida Antonio Dimai Deo salì per quarto la Via Pott il 10 ottobre 1900, solo un mese e mezzo dopo l'apertura, sul Bollettino del Cai del 1901 scrisse invece che la sua guida chiamava il sito "i barance de Santo”. Non so il perché …”, commentò laconico; pensandoci, possiamo supporre che quel Santo, nome non diffusissimo in Ampezzo, potesse essere il pioniere dolomitico Siorpaes Salvadór, padre di Giovanni Cesare, primo salitore della parete e scomparso il 12 dicembre 1900.
Forse Santo, provetto cacciatore, era già arrivato lassù in anni lontani, più alla ricerca di ungulati che come alpinista interessato a salire una parete, tutto sommato, complessa. Che qualcuno, magari uno dei figli guide, fosse stato con lui e gli avesse intitolato il luogo per qualche arcana ragione? 
Nella vicenda alpinistica del Pomagagnon si annida anche questo piccolo dubbio toponomastico: diamo credito al Barone De Falkner all'inizio del '900 o ad Antonio Berti, trent'anni dopo? 
Per avere qualche certezza, forse basterebbe capire se Siorpaes, molto prima che fosse salita la parete della Punta, ebbe effettivamente a che fare con quell'angolo di verde, dove oggi transitano i pochi camosci che popolano il Pomagagnon, o almeno che cosa fosse il "banco" che ad un angolo delle Dolomiti Ampezzane lasciò un oronimo ormai caduto nell'oblio.



25 ago 2015

Appunti di storia: la Sachsendankhutte sul Nuvolau, primo rifugio d'Ampezzo

Iniziava il penultimo decennio dell'800, quando il colonnello Richard von Meerheimb (1825-96), uscito da una malattia alle gambe che dalla nativa Großenhain presso Dresda lo aveva spinto a Cortina per curarsi, volle mostrare la sua riconoscenza alla valle che lo aveva accolto e la cui aria benefica aveva respirato a lungo. 
Versò quindi alla neonata Sezione Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco una somma di denaro, da destinare alla costruzione di un ricovero alpino. Sorse così il primo vero e proprio rifugio ampezzano, secondo nelle Dolomiti Orientali dopo la Dreizinnenhütte sulla Forcella di Toblin (attuale Rifugio Antonio Locatelli-Sepp Innerkofler, aperto nel 1882). 
Foto E. Terschak, raccolta D. Colli
La costruzione trovò posto in cima al Nuvolau, facile cupola rocciosa che all'epoca distava quattro ore a piedi dal fondovalle, nota per l'ampio panorama e suggerita dal pioniere Paul Grohmann nella sua guida escursionistica delle Dolomiti, "Wanderungen in den Dolomiten" (1877). 
Per ricordare il lodevole gesto del militare, la Sezione Ampezzo battezzò la costruzione Sachsendankhütte, rifugio in ringraziamento da un sassone. La festa d'apertura, l’11 agosto 1883, fu purtroppo funestata dalla morte della giovane guida alpina Giuseppe Ghedina Tomasc, che precipitò per ragioni mai chiarite dalla soglia del nuovo rifugio verso il Masarè de l'Avoi. 
Ingrandita nel 1895 e nel 1902, durante la Grande Guerra - trovandosi addossata alla linea del fronte - la costruzione fu trasformata in osservatorio dal Comando Militare italiano e semidistrutta dai colpi dell'artiglieria austriaca. 
Nel primo dopoguerra la Sezione del Cai di Cortina, rifondata nel 1920, ne fu confermata proprietaria, e la ricostruì nel 1928-29, inaugurando nel luglio 1930 un rifugio più grande e accogliente dell'originario, che ribattezzò Rifugio Nuvolau. 
Dopo il II conflitto mondiale, la gestione fu rilevata dai coniugi Guido e Gilma de Zanna, che nel 1973 la passarono agli attuali conduttori Mansueto e Giovanna Siorpaes. Essi, coadiuvati dai figli, custodiscono ancora con passione il "loro" rifugio, che il 14 settembre 2008 festeggiò il 125° dall'apertura con una partecipata cerimonia, resa più "rustica" da una precoce nevicata. 
Seppure assediato da altri rifugi, impianti di risalita e piste di sci, il Nuvolau - dotato soltanto dal 2015 di acqua corrente, dopo 132 anni - resta uno dei ricoveri alpini più prestigiosi delle Dolomiti. 
Vi si sale unicamente a piedi, non costituisce la base per grandi ascensioni o vie ferrate, ma l'indimenticabile colpo d’occhio che si schiude dalla cima, soprattutto in occasione della levata del sole, rende sempre commovente l’arrivo lassù.

23 ago 2015

Silenzi e misteri sulla Piccola Croda Rossa

Piccola Croda Rossa e Croda Rossa d'Ampezzo
da Sennes (foto E.M., febbraio 2007)
Ho salito la Piccola Croda Rossa, la cima che fronteggia la più nota Croda Rossa, tra Cortina e Braies, una decina di volte. Nota forse agli antichi cacciatori, la cima fu toccata per la prima volta con intenti esplorativi il 4 luglio 1894, per la cresta NE da Viktor Wolf Von Glanvell con la guida Josef Appenbichler di Braies, e raggiunta con gli sci da tale Trojanek già prima della Grande Guerra. 
Personalmente, sono sempre salito per quella che chiamo la "via ampezzana” alla vetta: dal piccolo lago ormai quasi prosciugato di Remeda Rosses, su per erti gradoni di pascolo e rocce senza tracce fino in cresta, sbucando sulla cupola della Remeda Rossa e qui riallacciandosi alla via solita, che sale dal Rifugio Biella. 
In discesa invece, ho sempre scelto la dorsale, rocciosa in alto, ghiaiosa e pascoliva più in basso, di "Ra Jeralbes" (citata anche da Berti nella guida "Dolomiti Orientali" e segnalata da un unico ometto a metà circa), che consente di chiudere l'anello alla Crosc del Grisc, sul sentiero di partenza. Quindici anni fa, il 22 agosto 2000, la proposi con mutua soddisfazione anche a mia moglie, che ricorda ancora la discesa per le Jeralbes con una certa emozione. 
Per salire sulla Piccola Croda Rossa ci sarebbero ancora due varianti, non provate direttamente. La prima segue un aperto canale tra la Remeda Rossa e la Croda, che s’imbocca dal citato laghetto. Noto ai cacciatori, il canale non sembrerebbe troppo impegnativo; in alto va percorso sulla sinistra orografica e consente di uscire alla Sella della Remeda. 
La seconda possibilità, che so utilizzata da taluni in discesa, si diparte dalla parte bassa delle Jeralbes e per uno dei canali che calano verso la Val Montejela, consente di raggiungere l'ex Bivacco Dall’Oglio. 
Le opzioni, note a pochi e richiedenti un minimo d'impegno in più, unitamente alla discesa per le Jeralbes, vivacizzano una salita suggestiva per ambiente e panorama, ma un po’ noiosa, vista l’enorme distesa di pietrame e detriti da attraversare per toccare la quota più alta, dove il libro di vetta ricorda l'amico Claudio Alberti, caduto in montagna nel 1995. 
Anni fa, da qualunque lato si affrontassero, sui declivi della Piccola Croda Rossa era usuale imbattersi in molto camosci e stambecchi, che lassù hanno uno degli habitat preferiti e si potevano fotografare abbastanza facilmente. 
Ora forse è un po' meno facile: gli animali non sono più tanti, ma gli esseri umani che frequentano la cima sono sempre pochi, e sulle pendici della Piccola Croda Rossa non è raro quel silenzio che sui monti ho sempre cercato.

20 ago 2015

"Piero Longo" e la Torre Trephor

Nell'inverno di quarant'anni fa si spegneva Pietro Apollonio, più noto come "Piero Longo". Nato nella frazione di Alverà nel 1904, fratello minore della guida alpina Luigi (1899-1978), verso i trent'anni iniziò anch'egli a fare la guida, restando attivo (secondo quanto si ricava da Terschak) fino ai primi anni '60. 
Sulle cime ampezzane c'erano quattro vie nuove legate a Piero, che fu anche un valente maestro di sci. In due si legò in cordata con Ignazio Dibona (1911-42), lo sfortunato primogenito di Angelo, travolto da una valanga sui monti dell'Abruzzo: la parete N della Torre del Barancio, salita il 7/9/34 con Ferdinando "Dino" Stefani e tuttora molto ripetuta, e la Direttissima sulla parete SE della Croda Rossa d'Ampezzo, un 6° grado oggi dimenticato, realizzato in diciassette ore il 28 e 29/9/34 con l'uso di cinquanta chiodi, e salito per la seconda volta da M. Dall'Oglio e P. Consiglio nel 1951. 
Poco prima della II Guerra Mondiale, con il collega Luigi Franceschi Mescol  Piero salì la parete O della Torre Quarta e poi in solitaria la Torre Trephor ("Cenerentola" delle torri d'Averau), dove comunque erano saliti nel settembre 1927 Verzi, Dibona e suo fratello Luigi, traversando sulla corda tesa da una guglia adiacente. Come si sa, nel maggio 2004 la Torre Trephor è crollata per ragioni del tutto imponderabili, e così le vie di Piero Apollonio sono rimaste in tre.
Pietro Apollonio Longo (1904-75)
Foto tratta da: Fini-Gandini, Le guide di Cortina d'Ampezzo,
 1983 (rielaborata)
Data l'età (quando scomparve, non avevo ancora salito montagne con corda e moschettoni), non ricordo il Longo di persona. L'ho conosciuto invece dopo, in via indiretta, scalando più volte la "Nord del Barancio" - sui cui piccoli appigli ci intirizzimmo spesso le mani - e tre volte la Trephor, sulle cui rocce nessuno potrà più appendere le staffe, come si faceva usualmente negli anni '70. 
Piero è stato, infine, uno dei protagonisti della mia novella in ampezzano, italiano e tedesco “Ra tore che r'à vorù morì – Storia de na croda”, data alle stampe nel 2007 per ricordare la “scomparsa” della Trephor, piccolo angolo di Dolomiti nel quale convennero illustri nomi dell'alpinismo e di cui oggi rimane solo la memoria.

17 ago 2015

Uno dei luoghi a me più cari: il Bèco d'Aial

Un enorme dente di roccia scura e di forma piramidale che emerge, insieme ad altre strane guglie, da un mare di conifere sulla destra orografica della Val Costeana, a nord della Monte de Formin e a circa metà della salita da Cortina al lago de Fedèra. 
Sul ripiano sommitale, dal quale si apre una visuale quasi circolare sulla vallata ampezzana, durante la Prima Guerra Mondiale l'Esercito Italiano costruì una postazione per la difesa antiaerea, accessibile con un sentiero completamente artefatto. Dell'apprestamento rimangono robusti muri e, a pochi passi dalla cima, una caverna utilizzata come deposito di materiali o come alloggio per i soldati. 
Chi conosce le nostre montagne, avrà capito che sto volando ancora una volta con la memoria su uno dei tanti luoghi a me più cari: il Bèco d'Aial. Lassù, in circa un quarto di secolo, mi sono arrampicato molte volte, l'ultima in una bella giornata di luglio di pochi anni fa. 
Sul Bèco, esclusi i numerosi giovani convenuti a far festa nel 1986 e nel 1987 quando - con la regia dello scomparso amico Luciano - fra i muri del riparo si accendeva il tradizionale falò nella notte del 14 agosto (usanza oggi purtroppo abbandonata), non mi è mai accaduto d'imbattermi in altre persone.
Gusela, Nuvolau, Averau e 5 Torri 
dalla cima del Bèco (foto E.M., luglio 2008)
In effetti, il panorama da quell'aguzza piramide dolomitica non è proprio per tutti. Il sentiero, nel tratto verso la cima, nonostante il ripristino effettuato dal Cai Cortina dopo una disgrazia occorsa nel 2005, rimane sempre un po' delicato, esposto e sporco di ghiaino e richiede attenzione.
Questo non mi ha comunque impedito di tornare spesso, con amici e nell'estate del '96 anche con i miei genitori, su una delle vette meno elevate (il Bèco si ferma, infatti, a quota 1846) e tutto sommato meno alla moda della conca d'Ampezzo, ma non per questo meno preziose.

12 ago 2015

Punta Erbing, luogo di grandi silenzi

Antonio Dimai, famosa guida alpina di Cortina, amava il Pomagagnon e dal 1899 al 1905 vi aprì cinque vie. Nell’ultima, salì la parete sud del culmine più a oriente del gruppo; erano con lui il collega e amico Agostino Verzi e il cliente G. Erbing, il cui cognome identifica oggi la cima. 
Dimai si era lasciato “sfuggire” la parete della vicina Croda dei Zestelis, sulla quale Zaccaria Pompanin e Angelo Zangiacomi avevano guidato Robert Grauer; due estati dopo, però, la guida si rifece battezzando una vetta fino ad allora senza nome.
73 anni fa come oggi, alla via Dimai se ne aggiunse un'altra - un po' più difficile - di Iji e Toni, ragazzi di Cortina, salita per la prima volta d'inverno da alcuni alpinisti di Venezia nel 1953. Oggi di quelle vie non parla e non scrive più nessuno.
La Erbing è comunque un'ottima opportunità per una bella escursione. La si può salire concatenandola col sentiero attrezzato III Cengia del Pomagagnon (consigliato a persone preparate e attrezzate), o per la via di rientro da esso, che inizia a Forcella Zumeles, è segnalata fino in cresta, è mediamente impegnativa e ha un buon sapore d’antico.
Per toccare la Punta, meta senza dubbio un po' inusuale nelle Dolomiti Ampezzane, va prima raggiunta, secondo le diverse soluzioni previste da guide e cartine, la citata Forcella Zumeles. Si traversa poi piacevolmente l'alberato versante nord dei Crepe de Zumeles, finché la traccia inizia a salire sotto la parete. Ad un'erta e franosa rampa seguono due movimenti su roccette, che adducono al selvaggio lato nord della Erbing, Quassù non è improbabile incontrare qualche camoscio solitario.
Ometto e croce di vetta, 
com'erano nel 2009 (foto E.M.)

Il sentiero, sempre segnalato, continua a zig-zag su detriti fino a un intaglio della cresta che si affaccia sulla conca d'Ampezzo, dove finisce la III Cengia. In una decina di minuti, con un minimo di cautela, si tocca l'ormai visibile puntina, belvedere sulla sottostante Cortina.
Chi scrive ha salito la Erbing almeno sei volte con gli amici, con la moglie, da solo, e da entrambi i versanti. Mi piaceva condividere la fascia boscosa dei Crepe dei Zumeles, la ripida rampa fra i baranci, che ogni anno scivola un po' più a valle; le roccette della faticosa dorsale che guarda il Cristallo; la crestina finale. 
Ma l'emozione la trovavo nel fazzoletto di detriti della cima, dove un ometto e una croce di rami informano che si è su un culmine poco noto, un balcone panoramico di notevole bellezza, ma soprattutto un luogo di grandi silenzi.

10 ago 2015

Il Camino Barbaria, una via dimenticata

Pur se ha dimensioni contenute e la roccia non è ovunque solidissima, sul Becco di Mezzodì (detto anticamente Sasso di Mezzodì, "ra Zieta"), che fu la meridiana dei valligiani antichi, in pratica sono stati scalati ogni camino, diedro, fessura, parete o spigolo. 
Dal 1872, quando Santo Siorpaes Salvadór scoprì la chiave per la cima accompagnandovi il cliente W.E. Utterson Kelso, fino al 2009, quando Carlo Alverà e Federico Svaluto hanno superato il grande tetto che sporge sul lato NO, sono almeno una ventina le vie e le varianti tracciate sulla vetta, che fa da confine fra Cortina e il Cadore, un tempo era una meta "à la page" e oggi non patisce certo di eccessiva congestione. 
Una delle sue vie, però, ha avuto una certa notorietà ai primi del Novecento: il Camino Barbaria. Fino al 1908, infatti, l’offerta del Becco si limitava soltanto alla via originaria; il 19 agosto di quell'anno raddoppiò, con la salita del camino nord-ovest. Il camino, di difficoltà piuttosto sostenute per l’epoca, fu percorso dalle guide Bortolo Barbaria Zuchin (che amava salire i camini delle Dolomiti, e ha lasciato il suo nome almeno a tre) e Giuseppe Menardi Berto, uno degli oltre centotrenta ampezzani deceduti in tempo di guerra, con i clienti veneziani Francesco Berti e Lodovico Miari. 
Becco di Mezzodì. Il Camino Barbaria sale
fra il sole e l'ombra (foto I.D.F., 2014)

Correggendo un errore ripetuto per decenni, che posizionava la prima salita al 2 settembre 1908, ho scoperto sul libro di vetta che quel giorno invece sul Becco i primi salitori del camino non c'erano, essendo passati due settimane prima. La seconda salita del Barbaria si deve alle guide Antonio Dimai Deo e Agostino Verzi Sceco con le sorelle Ilona e Rolanda von Eötvös, il 31 luglio 1909; il 7 agosto 1910, infine, il ventenne Federico Terschak e A. Mayer compirono la prima salita senza guide, e due settimane dopo la giovane guida fassana Francesco Jori effettuò la prima ascensione solitaria.
Il camino, che fino al settembre 1914 contava circa venticinque ripetizioni, manca in tutte le raccolte di scalate dolomitiche di livello classico. Chi sale oggi sul Becco, credo lo faccia quasi soltanto per l'antica via di Siorpaes e Kelso, che riassume in sè e chiude la storia ultra centenaria di una montagna bella e dimenticata.

6 ago 2015

La "Crosc del Pomagagnon" ha 65 anni

Le cime delle nostre montagne sono costellate di croci, grandi e piccole, umili o monumentali. Tutte sono un segno della fede che animava chi è venuto prima di noi e che c'è da sperare sia ancora presente in tanta gente di oggi. Del resto capita ancora che, specialmente gli amanti della montagna, passando davanti a una cappelletta o a un crocifisso, non manchino di rivolgere un pensiero riconoscente al Creatore di ogni cosa. 
Per le considerazioni svolte, io dico di sì alle croci sulle vette, purché non siano fatte di cemento, abbiano un'altezza congrua e una fattura tradizionale, come molte, anche sulle Dolomiti. 
Le prese di posizione, che ogni tanto animano un sonnacchioso tran tran stagionale, sull'opportunità di erigere croci sulle montagne, a me sembrano sempre un po' pretestuose.
Aldilà del credo di ognuno, la croce sulla vetta è una meta sicura per gli alpinisti; concede una pausa  di meditazione e ringraziamento per la cima raggiunta; s'integra con la dolomia ed è spesso accolta nella toponomastica. 
Una testimonianza significativa in questo senso è data dalla “Crósc del Pomagagnon” sulla Costa del Bartoldo, la vetta più nota, anche se non la più alta della catena che va da Ospitale al Passo Tre Croci. 
Ritorno sul tema, che ho trattato più volte, perché in questi giorni Valerio (classe 1939, uno dei "ragazzi del '50") mi ha ricordato che la “Crósc” ha compiuto sessantacinque anni. 
Era, infatti, l'Anno Santo 1950 quando, il 6 luglio, quaranta ragazzi guidati dai cappellani Don Giuseppe Richebuono e Don Alberto Palla innalzarono una croce di legno e lamiera sulla Costa, dando così alla cima (fino ad allora nota agli scalatori per alcune vie, tra cui la "Dimai-Phillimore") un motivo in più per la visita. 
Rovinata da una bufera, nel luglio 2000 - a mezzo secolo dalla prima posa - la croce fu sostituita a cura del  Cai locale e benedetta con una cerimonia in Val Padeon, cui erano presenti molti ragazzi del 1950 e anche l'ex cappellano Giuseppe Richebuono. Nuovamente danneggiata dalle grandi nevicate del 2013-2014, è stata rimessa a posto giusto un anno fa da quattro volontari del Cai, del Parco d'Ampezzo e del Cnsas di Cortina. 
La Crosc del Pomagagnon, 
appena risistemata, 6.8.14 (foto Cai Cortina)
La “Crósc del Pomagagnon” “è” la Costa del Bartoldo; obiettivo ambito di una escursione non banale, che la luce favorevole consente di scorgere fin da Cortina. Parecchi dei ragazzi di 65 anni fa sono "andati avanti", ma in quelli rimasti, non è svanita la memoria degli entusiasmi, delle fatiche, delle paure, delle gioie provate nell'alzare lassù un simbolo della propria fede. 
Dal libretto di vetta (collocato da chi scrive nel 1996 e rinnovato nel 2014), pare che le visite alla croce siano costanti, quasi tutte di escursionisti che salgono da N, seguendo l'itinerario disceso per la prima volta da Von Glanvell e compagni nel luglio 1900, ma forse già praticato da cacciatori.
La frequentazione e la storia riducono comunque ogni polemica sul senso e l'opportunità di una croce discreta, vissuta e amata da tante persone, non solo in Ampezzo.

4 ago 2015

La Guglia Edmondo De Amicis, officina del diabolico Piaz

Oggi non penso che soffra di eccessivo affollamento, anche perché l'approccio alla base è più lungo della salita in sé; ma di certo nella prima metà del '900 fu un obiettivo famoso, non semplice e ambito da alpinisti d'ogni dove. 
E' la Guglia Edmondo De Amicis, torrione che si alza dal bosco ai piedi delle Pale di Misurina e al cospetto del lago omonimo, dal quale è però malamente distinguibile. 
Alta come un condominio di una quindicina di piani, la De Amicis evoca nella forma il fungo dei nostri boschi che si chiama spugnola, e vanta una storia lunga e movimentata.
La conquistarono, infatti, nel luglio 1906 la vulcanica guida fassana Tita Piaz e l'amico Ugo De Amicis, figlio dell’autore del libro “Cuore”, che volle dedicarla al padre. 
Giudicandola un osso piccolo ma duro, per toccare la vetta la guida studiò un trucco degno della sua fama di "Diavolo delle Dolomiti": una lunghissima corda fissata a una palla di piombo, lanciata dalla cima del modesto rilievo che la fronteggia (detto Campanile Misurina) e arrotolata sui mughi della cima con un gomitolo di cordini
Scivolando per diciotto metri sulla corda tesa a sessanta metri dalla base, gli attori della funambolica impresa giunsero in vetta dopo varie ore di lavoro. La salita fece un po' di scalpore, ma - al pari di altre  simili nei Cadini di Misurina e sugli Spalti di Toro - non fu reputata alpinismo autentico.
L'ascensione diretta della Guglia attese altri sette anni: nell'agosto 1913 Hans Dűlfer, von Bernuth, la guida Zelger e Frau Kasnakoff riuscirono a salire dal basso, incontrando  difficoltà piuttosto alte per l'epoca, poi facilitate da qualche chiodo. 
Classica cartolina della Guglia De Amicis da N
Nel corso del '900 la traversata lungo la corda e la via Dűlfer  divennero celebri e molto ripetute, spesso come set fotografico; nel '52 la Guglia fu anche protagonista di un film di Severino Casara.
La De Amicis è poi stata salita praticamente da ogni lato: nel '40 lo spigolo a destra della via originaria fu percorso da Mazzorana, Pagani e Falconi; sul versante est, dove si scende in doppia, si arrampicarono nel '61 Menegus, Bonafede e Nessi; nel '67, infine, Molin e Pandolfo in oltre sei ore piantarono 30 chiodi sullo spigolo a destra della Mazzorana. E non è detto che la vicenda finisca qui!
La punta della guglia è così stretta da riuscire a ospitare solo un ciuffo di mughi e gli spit di sosta; niente campane, croci, libri di vetta. Il 13 maggio del '79, una fresca domenica di primavera, anche chi scrive ebbe la grande fortuna di arrivare lassù con Enrico, il Lace e Spidi; per quell'unica salita, la Guglia Edmondo De Amicis è entrata di diritto nell'album dei ricordi più intensi.

1 ago 2015

20 volte sullo spigolo del Sas de Stria

Da modesto dilettante, penso di essere stato un "habitué" del
Sas de Stria da Falzarego: a sinistra,
il profilo dello spigolo SE (foto E.M., 07.2012)
 Sas de Stria, o meglio dell'itinerario che sale per lo spigolo SE della cima incombente sul Passo Falzarego, snella ed elegante soprattutto dalla Strada delle Dolomiti, che unisce Cortina all'Agordino. 
Aperta il 1° agosto 1939, anno povero di novità alpinistiche, da Andrea Colbertaldo e Lorenzo Pezzotti di Vicenza, la via segue fedelmente lo spigolo meridionale della rocca, e in alto evita un grande strapiombo biancastro piegando a destra e infilandosi in una singolare galleria, che conduce ad una cengia poco sotto la sommità. 
Lo spigolo Colbertaldo, salito in prima invernale da Marino Dall'Oglio e amici nel marzo 1953, è apprezzato - oltreché da chi ama ancora l'alpinismo gradato di III-IV - da guide e scuole di roccia per aprire o chiudere la stagione. La via può occupare mezza giornata, poiché inizia a trenta minuti dalla strada tra i passi Falzarego e Valparola e la discesa - un sentiero storico che s'insinua in varie trincee di guerra - termina a poca distanza dalla strada.
Dal 23 ottobre 1977, quando salii la Colbertaldo con Enrico, facendomi un regalo per i miei 19 anni (ma forse ero già salito l'anno prima) fino alla primavera 1993, penso di aver percorso tra i 3 e i 4 km di spigolo (cioè, di averlo salito una ventina di volte), tornandovi spesso perché è un tracciato vario e divertente, mai scontato e inquadrato in una cornice dolomitica di alto rango.
Nell'ultima salita, ricordo ancora lo sdegno dell'amico avvocato, il quale in cima mugugnava che, per lui, aver dovuto arrampicare su una croda “facile”, dove arrivano anche i bambini, c'è sempre qualcuno che starnazza facendo merenda e spesso lascia solo cartacce, lo aveva soddisfatto ben poco.
Chiudo con un flash di una giornata storica, il 7 luglio 1982. La ricordo perché tornavo in montagna dopo sei mesi esatti dall’incidente in cui mi si era strappato un legamento della gamba destra; fui operato e dovetti girare col gesso per 78 giorni. 
"Tirava" Federico, e io salii quasi issandomi di braccia, perché la gamba era ancora fiacca e il ginocchio non piegava bene; ma la soddisfazione di toccare ancora la cima dopo quell'incidente fu smisurata, e ne ebbi la prova incontrovertibile che a vent’anni potevo ancora fare quello ed altro.

26 lug 2015

Pala Perosego, cima sconosciuta, sottile ed aerea

Una volta compravo molti libri di montagna. Un giorno di novembre di una ventina d'anni fa trovai quello che conservo con riguardo, perché è una piacevole lettura e una preziosa fonte di informazioni e suggerimenti: “Gruppo del Cristallo” di Luca Visentini, edito da Athesia. 
Grazie a quella lettura, scoprii che la Pala Perosego, cima dolomitica quasi sconosciuta anche se - oltre alla breve via normale - ne ospita altre quattro di difficoltà fino al 6°+ (due sono opera degli Scoiattoli di Cortina), si poteva salire abbastanza facilmente.
Il rilievo, con l'accorpato e misterioso Campanile omonimo, sporge di poco dalla cresta delle Pale di Zumeles, che dalla sella di Sonforcia avvia la dorsale del Pomagagnon, ma soltanto verso Cortina mostra una certa autonomia di linee. 
Alla fine di settembre del 2000, partii da solo con meta la Pala, che leggendo la relazione mi pareva adatta a una gita solitaria. Messi i piedi (o meglio, le ginocchia) sulla sottile ed esposta cresta terminale, sotto l'ometto lasciai una scatola di plastica e un quaderno per le eventuali firme di altri salitori, e verso la metà di giugno dell'anno seguente tornai su a darvi un'occhiata.
Prima della pioggia, sulla cresta terminale 
(foto Ernesto Majoni, 22 maggio 2005)
Qualche tempo dopo, un amico agordino mi informò che un fulmine doveva aver distrutto la scatola e uno spostamento d'aria aveva scaraventato il quaderno giù dalla cima. 
Così, il 22 maggio 2005 risalii lassù con Iside, portandomi appresso una scatola più robusta e un altro quaderno; su quest'ultimo, alla nostra quarta visita del 20 maggio 2007, scoprii con piacere un certo numero di firme. 
Passò altro tempo; mi venne detto che anche la seconda scatola e il quaderno che conteneva erano spariti, forse distrutti dal maltempo o da qualche simpatico "amico" della montagna. Se così è stato, spero per opera naturale e non umana, mi auguro che qualcuno si sia preso la briga di riportare su quella cima sconosciuta, sottile ed aerea un piccolo "diario di bordo".
Sulla Pala non sono più tornato, ma ho saputo che il 28 agosto 2010 vi salì anche l'amico Luca Beltrame, caduto sulle Alpi Giulie due anni fa, il giorno del suo 43° compleanno. Chissà se Luca ha potuto lasciare in vetta la firma come segno del suo amore per la Montagna?*
La Pala Perosego non ha significato per i collezionisti di grandi Dolomiti ma lo può avere per chi sfugge alle folle incolonnate e non si fa fermare dall'assenza di tabelle, funi metalliche e bolli di vernice. 
Lassù, a un'ora di distanza dagli impianti e rifugi del Cristallo, c'è solo un grande silenzio.

*Se per caso qualcuno dei miei lettori è salito dopo il 2010 ed ha trovato in vetta un nuovo libretto e la firma di Luca Beltrame, mi piacerebbe saperlo.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...