17 nov 2011

Sul Curiè, "piccola" cima delle Carniche

 
Il Curiè, dalla strada forestale
verso La Forceta
Sopra Forcella Zovo, il secondario valico stradale immerso nel verde fra Costalta e la Val Visdende, il 4 luglio dell'anno scorso salimmo una cima semplice ma molto interessante, di cui avevo letto sulla guida delle Alpi Carniche: il (Monte, o Col) Curié, quota 2035 m.
In ricordo dell'amico Mario, una settimana dopo il 1° anniversario della scomparsa, mi fa piacere quindi riferire di quella salita, che gli avevo proposto ed avremmo potuto effettuare con lui e la consorte Paola, originaria proprio di quelle zone. 
Non ho idea da dove derivi l'oronimo "Curiè", ma questo poco importa. Non è una punta rocciosa aguzza e non offre alcunché agli scalatori: è solo un placido cupolone, fittamente boscato fino a tre quarti e pascolivo nel quarto sommitale, che scende verso il fondo della Valle del Piave con alte ed ertissime fiancate coperte di vegetazione.
Agli inizi del '900, l'Esercito Italiano doveva avere individuato nel Curié un luogo strategico di osservazione sull'eventuale seconda linea, perché fu aperta una mulattiera fino in vetta, ripida ma tutto sommato non lunghissima né faticosa, se non per il caldo qualora venga percorsa d'estate (lo confermo!).
Le tre croci di vetta,
con il Popera sullo sfondo
Dopo un buon tratto chiuso fra le piante di un vecchio bosco, il sentiero incrocia una trincea artificiale, un balcone dal quale si apre un'ampia visuale verso il gruppo dolomitico delle Crode dei Longerin, la Val Vissada, i monti che coronano la Val Visdende.
La cima, verde e spaziosa, è caratterizzata da tre croci e, almeno nel 2010, provvedeva ad animarla un folto gregge di ovini. Pensavo che il Curié, il quale offre suggestivi colpi d'occhio sul Comelico e sulle crode che gli fanno corona, fino alla Carnia, fosse poco considerato; invece ho scoperto che per gli abitanti di Valle, Costalta e San Pietro di Cadore, i paesi che si adagiano ai suoi piedi, è un classico.
Da Forcella Zovo (Doo), dove si trova un simpatico rifugio, occorre un'ora e mezza per guadagnare questa "piccola" cima delle Alpi Carniche, un belvedere meritevole di essere conosciuto, cambiando per una volta gli orizzonti ed estraniandosi dalle Dolomiti "firmate" che tanto fastidio danno a Mauro Corona.
Ed è proprio quello che Iside e io facemmo, con soddisfazione, in quella assolata domenica di luglio!

16 nov 2011

Il cordino blu di Forcella Bassa

Data la chiarezza dell’oronimo, di Forcella Bassa sulle Alpi ce ne sarà di sicuro più di una.
Una in particolare mi colpisce, per due ragioni: una certa “inutilità” geografica, posto che su ambedue i versanti sprofonda con scoscendimenti ben poco ammalianti e non consente di compiere alcuna traversata, e poi l’isolamento ambientale e alpinistico.
A sin. il Pezovico, a ds. la Quota 2014:
in mezzo Forcella Bassa (foto IDF, 14/10/2011)
La Forcella Bassa si trova nel gruppo del Pomagagnon, si vede bene da Fiames e segna lo spartiacque fra il versante che le Pezories rivolgono alla Val Granda e quello rivolto alla Valle del Boite. Sicuramente nota e presidiata nella Grande Guerra, poiché in zona si scoprono ancora resti di apprestamenti difensivi italiani, non credo che oggi rivesta interesse per l'alpinismo.
Io ci passai per la prima volta un caldo giorno di fine primavera, scendendo dal Pezovico appena raggiunto con Antonio e Roberto per la "via normale", dall'ex ponte ferroviario sul Felizon.
Giunti in forcella, prima di risalire sull'antistante Quota 2014, ci saltò subito all'occhio un lungo cordino blu annodato su alcuni massi, che pareva nuovo fiammante.
Ripassando mentalmente le scarne notizie alpinistiche circolanti sulle Pezories, almanaccai che potesse averlo lasciato lì la cordata trevigiana di Alfredo Pozza e Maria Petillo.
Nel febbraio '92 i due, infatti, avevano aperto una via sulla parete N del Pezovico, già "assaggiata" da Severino Casara e poi dagli Scoiattoli, e l'avevano dedicata all'ampezzana Luciana Alberti Zardini.
Pezovico, dalla Rocca di Podestagno,
25/10/2009
Ricordai anche di aver letto sulla stampa che, essendo il bollettino meteorologico di quei giorni piuttosto sfavorevole, il mancato rientro in serata dei trevigiani aveva suscitato l'intervento del Soccorso Alpino, per fortuna rivelatosi poi superfluo.
Pozza e Petillo, ottimi scalatori, forse non conoscevano la via del ritorno, abbastanza semplice. Così, dopo aver bivaccato quasi al termine della via, la mattina del 24 febbraio iniziarono a calarsi nel ripido e gelido canalone N, che scende in Val Granda con un aspetto non proprio ridente.
Per iniziare le doppie, lasciarono in forcella un lungo cordino blu. Per quindici mesi, di là non passò certamente più nessuno; domenica 30 maggio '93, però, appena lo vedemmo, quel bel cordino scomparve senza indugio nello zaino di uno di noi ...

14 nov 2011

La Wundt, una delle torri che che mi sono più care

Una famosa via alpinistica di Piero Mazzorana (1910-80), valente guida dolomitica, è senza dubbio quella tracciata lungo la fessura SE della Torre Wundt, nel gruppo dei Cadini di Misurina.
Si tratta di uno degli oltre 40 itinerari aperti dalla guida nel gruppo, dove quasi ogni cima ha una "via Mazzorana", e alcune sono divenute classiche.
Detta in passato Popena Piciol, la Torre fu salita nel 1893 da Theodor von Wundt con le guide ampezzane Giovanni Barbaria e Giovanni Siorpaes. Sulle sue pareti lasciarono traccia celebri scalatori come Angelo Dibona, ma la fessura, visibile dal vicino Rifugio F.lli Fonda Savio, fu affrontata solo il 7/9/1938 da Mazzorana con Sandro Del Torso.
Il pregio, e volendo anche il difetto principale della via (“elegante, aerea, varia e su roccia molto compatta” secondo Goedeke, che alle crode d’Auronzo, Comelico e Sesto ha dedicato una bella guida in tedesco) è che l'inizio si raggiunge in pochi minuti dal Rifugio: non è scontato trovare sempre altre cordate lungo la parete, ma il pericolo dei sassi smossi è quantomai reale.
Alla base della Torre si sale da Pian dei Spiriti in un’ora abbondante; la via poi si sviluppa in sette lunghezze, per circa 200 m. Le difficoltà di 3° e 4° la rendono indicata anche per scalatori di medio rango; è ben protetta e la discesa è veloce e non complessa.
Tutti questi fattori, ineccepibili per una arrampicata su roccia, anche se nelle belle giornate rischiano di convogliarvi decine d’alpinisti, m'invogliarono a salire spesso la Mazzorana, anche più volte in una stagione.
Cercando un percorso nuovo e comodo dove condurre un amico, conobbi per la prima volta la Wundt giusto trent'anni fa, il 12/8/1981.
Sul secondo tiro della Fessura Mazzorana,
27 agosto 1984
Nei successivi quindici anni ho salito la Mazzorana altre 18 volte con amici diversi; evidentemente mi piaceva!
La ricordo come un appuntamento quasi fisso: spesso riuscimmo a salirla anche in un pomeriggio e in essa trovavamo il “mix” ideale per le nostre capacità: il diedro d'inizio verticale e appigliato, la stretta fessura del secondo tiro (dove una volta volli passare con lo zaino vedendo i sorci verdi), la grotta nera che guarda il Rifugio, la traversata esposta, la rampa detritica dove si tirava il fiato e le rocce terminali, sulle quali sentivamo di avere già la cima in pugno.
La firma sul libro di vetta, poi, era un rito atteso e gioioso! Negli anni '80, sulla via c'erano due chiodi, e noi non ne aggiungemmo altri. Nel luglio 1986, vista la crescente popolarità del percorso, Florian del Rifugio Fonda Savio andò a mettere alcuni fittoni, migliorando senz’altro la sicurezza della via, ma privandola di quel pizzico di avventura, che aveva conservato per quasi mezzo secolo.
Ai piedi della Torre,
fine anni '90
In questi anni, passando ai piedi della Torre, mi è capitato ogni volta di notare cordate all’opera. Le ho seguite con un po' “competenza” e di emozione, pensando alle mie salite. Credo che – se riuscirò a superare la fessura della seconda lunghezza senza incastrarmi – forse avrò ancora l’opportunità di lasciare il mio nome sulla Torre Wundt, sicuramente una delle torri che mi sono più care.

13 nov 2011

Val Orita: solo d'estate?

Chissà se in futuro gli sciatori potranno ancora percorrerla; pur non essendo uno sciatore, è per questo che ne scrivo.
Premetto che, fino a trent'anni fa circa, la discesa lungo la Val Orita - escursione già citata da Grohmann nel 1877 - costituiva una scialpinistica molto gradita.
La valle colma di ghiaie che porta quello strano nome ha origine a 2500 m circa, ai piedi della Croda Rotta, nel gruppo del Sorapis. Aggirato lo zoccolo di questa, scende ripida e coperta di mughi verso la valle del Boite, terminando dopo 1200 m di dislivello poco sopra Acquabona, ultimo centro abitato di Cortina verso S.
Con neve sufficiente, la discesa per la Val Orita, iniziando ai Tondi di Faloria e concludendo ad Acquabona (o anche più sopra, a Fraina) era una gita divertente, di impegno medio, in un ambiente privo di affollamento.
La scarsità del manto nevoso e le alte temperature che ci affliggono da anni, soprattutto in primavera, però, l'hanno presto fatta dimenticare.
Chi la scese, fino agli anni ’70, ricorda ancora, fra l'altro, comici capitomboli tra i baranci della valle, spesso alti quanto un uomo! 
La Val Orita ripresa dalla "Losa del Pilato"
3 ottobre 2007
Oggi la Val Orita si frequenta poco in salita, più spesso in discesa (e così a chi scrive è piaciuto seguirla, diverse volte) per il sentiero 214, che si immerge nel verde per un paio d'ore, dà spesso la possibilità di incontrare animali, offre scorci inediti e di solito garantisce una perfetta tranquillità.
Se non torneranno più gli inverni di un tempo, dunque, il fuoripista dai Tondi ad Acquabona potrebbe rimanere solo un ricordo per chi l’ha fatto, o un appuntamento mancato per chi colleziona discese in ogni angolo delle Alpi.
Ma così 'San da Ran e Dona Dindia, il Dio Silvano e la pittrice del Monte Faloria, i nove elfi che abitano il magico prato di Ranpognei e tutte le altre creature dei boschi della zona, potranno vivere tranquille e indisturbate per sempre...

11 nov 2011

Kűhwiesenkopf, una meta interessante

Otto anni fa, girando tra le cime intorno al Lago di Braies che chiudono la catena dei Colli Alti, ne scoprimmo una da consigliare a chi cerca salite d’impegno limitato in ambienti sereni e riposanti: la Kűhwiesenkopf, in italiano Cima Pra della Vacca.

La cima, vista dalla cresta di discesa
Nota anche come Franzjosefshőhe in ricordo di Francesco Giuseppe, cui un tempo era dedicata la croce di vetta, quotata 2140 m, è l’ultima sommità verso E della dorsale delle "Dolomiti di Valdaora", in Val Pusteria.
Belvedere di prim’ordine sulla conca di Braies e sulle vette che la cingono, fino ai Monti di Casies e alle Dolomiti, ha anche interesse scientifico, a seguito di ritrovamenti geologici nella zona effettuati dallo studioso Michael Wachtler.
Per salirla, imboccammo la stradina che dal Lago di Braies s’inoltra nel bosco, lambisce l’isolato Riedlhof, di recente ricostruito, e si esaurisce in uno slargo ai piedi di un grande smottamento.
Proseguendo lungo un costone alberato e superando un ghiaione, salimmo a tornanti fino ad una sella con fienili, purtroppo quasi tutti ormai diroccati, sul bordo dell’Alpe Pra della Vacca.
Continuando sul pascolo, tagliammo verso destra la testata di una valletta e per i ripidi tornanti che da S s’inerpicano in cresta (sui quali, all'improvviso, ci si parò davanti un … ciclista, che scendeva con il suo mezzo su una traccia non più larga di una spanna), dopo 650 m di dislivello toccammo con soddisfazione la vetta, dalla cui artistica croce si gode una visuale amplissima.
Per scendere, imboccammo la traccia che divalla sul lato opposto, lungo il crinale fra la Cima e l’antistante Monte Castello di Braies, fino ad una sella prativa.
Fiori alla Woeggenalm
Per uno scosceso e umido vallone alberato, ci portammo alla Wöggenalm e per stradina forestale e da ultimo sull'asfalto, dopo cinque ore di marcia rimettevamo volentieri  piede al Lago.
Sarà stata la calda domenica estiva, l’atmosfera della zona o chissà che altro: fatto sta che ritenemmo l'anello della Kűhwiesenkopf davvero meritevole, e lo ripetemmo l'anno seguente accompagnandovi una gita sociale del CAI Cortina.

10 nov 2011

La targa sul Campanile Dimai verrà finalmente rinnovata!

La cresta SE del Campanile,
da Mietres (24 agosto 2008)
Nella splendida giornata del 31 ottobre 1999 salii (e credo che sia stata l'ultima volta) la "via normale" del Campanile Dimai, il massiccio torrione a S di Forcella Pomagagnon, ben visibile da Cortina.
Già denominato Teston del Pomagagnon, dall'inizio del '900 fu intitolato ad Antonio Dimai, la guida che il 22/8/1905 - col collega Agostino Verzi e le clienti Rolanda e Ilona von Eötvös - aprì sulla parete S una delle sue vie più impegnative.
Fu l'inizio di una storia alpinistica conclusa nel luglio 2005, quando Paolo Da Pozzo e Giuseppe Ghedina hanno aperto a sinistra della Dimai una via moderna (6+, un tiro A0 o 6c), su roccia magnifica.
Sulla vetta del Campanile, da cui è particolarmente interessante affacciarsi verso Cortina, alla fine degli anni '40 alcuni cadorini fissarono una targa di lamiera.
La targa ricordava Gemolo Cimetta, “Ragno” di Pieve di Cadore, e Giovanni Caldara, ampezzano. Poco più che ventenni, i due ragazzi erano caduti il 2/8/1947 dalla S del Campanile, probabilmente dalla Via Dimai-Verzi, e vennero recuperati dagli Scoiattoli.
Tempo fa segnalai le condizioni della targa, scolorita al punto da essere leggibile solo da chi sapeva qualcosa del fatto del '47, al segretario dei “Ragni” Ernesto Querincig, che mi comunicò l'interesse del gruppo a ricordare un suo socio storico.
Dieci giorni fa ho saputo con soddisfazione che la vecchia targa è stata prelevata, e rientra nei prossimi programmi dei "Ragni" la sua sostituzione, che avevo caldeggiato. Inoltre, una conoscente del Caldara si era offerta di contribuire alle spese di rinnovo della targa, e credo che la sua disponibilità sia ancora valida.
Classica visione
del Campanile da S
Il Campanile Dimai riserva un piccolo Eden, se paragonato alla vicina, modaiola Punta Fiames, abbastanza frequentata per gran parte dell'anno. Sul torrione ora non c’è altro che il ricordo dei due rocciatori; chi sale per le vie da S o lungo il pendio di roccette che sovrasta Forcella Pomagagnon, non dovrà mai fare a pugni con alcuno per scoprirvi un bell'angolo solitario.

7 nov 2011

Il giro di Pian de ra Spines

Dopo un ottobre splendido, la prima domenica di novembre ha portato con sè Messer Autunno, che si è mostrato in pompa magna: cielo grigio, nuvole gonfie, pioggia e - sparsa un po' ovunque - l'aria di smobilitazione che caratterizza il declino verso l'inverno.
Siccome però sostengo che, potendo, la pioggia "è sempre meglio prenderla nel bosco che guardarla dalle finestre ...", ieri pomeriggio siamo  partiti ugualmente, fidando nella buona sorte.
Niente di ardito, solo il classico "giro di Pian de ra Spines" che tutta Cortina conosce; un paio d'ore scarse senza dislivelli apprezzabili, dove si è praticamente certi di incontrare qualcuno, sia d'estate che d'inverno, col cane o il passeggino, in MTB, con gli sci o le ciaspe.
Pian de ra Spines: il tumulo a ricordo
dell'incidente aereo del 1976

Sul ponte "de ra piéncia"
Così è stato anche stavolta: la zona era abbastanza affollata e nella seconda metà del giro la pioggia ci ha raggiunto puntuale. Da un po' di tempo non percorrevo la comoda forestale che dal Ponte de ra Sia s'inoltra nel bosco verso Pian de ra Spines, affianca le larghe ghiaie del Boite, passa ai piedi del Col Rosà, doppia il ponte "de ra Piéncia" e consente di tornare al punto di partenza restando sempre nel bosco e fuori dal traffico; e devo dire che l'ho veramente apprezzata.
E poi, è la prima escursione alpina di cui conservo memoria, coi miei genitori e mio fratello sul passeggino; correva l'anno 1963!
Lungo il tragitto, per chi li sa guardare, ci sono tanti e tali spunti di osservazione (natura, panorama, storia, toponomastica) che anche il semplice giro di Pian de ra Spines, anello quasi pianeggiante che si svolge a 1300 m di quota, può garantire molta soddisfazione all'escursionista.

4 nov 2011

127 anni di Croda da Lago: note di storia

Due anni fa a Cortina avremmo potuto ricordare uno dei tanti Jubiläum (125° anniversario) amati nell'area austro-tedesca.
Dal Beco d'Aial, 24 luglio 2008
Domenica 19/7/2009 infatti sarebbe caduto il 125° della prima salita della Croda da Lago, all’epoca e per lungo tempo una delle salite dolomitiche più difficili. La palma della scalata, compiuta il 19/7/1884, spettò al Barone Lorànd von Eötvös, protagonista di molte salite sui nostri monti. Il nobile era guidato da Michele Innerkofler, pusterese che lavorava a Carbonin, base strategica per il Cristallo, da lui salito circa trecento volte prima di trovarvi una morte prematura nel 1888.
La scalata della Croda da Lago, che cede per soli sei metri il primato di vetta più alta del gruppo alla Cima d’Ambrizzola, seguì di dodici anni l’inizio dell’esplorazione del gruppo. Prima di Eötvös, infatti, William E. Utterson Kelso aveva salito con Santo Siorpaes Salvador il Becco di Mezzodì (5/7/1872), e P. Fröschels e F. Silberstein erano giunti per primi con Arcangelo e Pietro Dimai Deo sulla vicina Cima d’Ambrizzola (23/8/1878).
Prima dell'84, sulla Croda da Lago si erano già infranti i tentativi di alpinisti di grido, sconfitti perché il problema di base era giungere ai piedi della cresta che sostiene le varie cime.
Il versante E, lungo il quale si svolge la via normale, domina la conca del Lago di Federa, dove nel 1901 sorse il Rifugio Barbaria, poi Croda da Lago. In alto esso è tagliato da una lunga terrazza, dalla quale si slanciano le varie sommità, fra cui il Campanile Federa, il Campanile Innerkofler e la Croda da Lago vera e propria. 
Croda da Lago dal Rifugio Cinque Torri,
1910 circa
Il tratto che divide la terrazza dalla sottostante Monte de Federa cala con dirupi rocciosi che nell'800 non erano senz’altro valicabili (infatti, furono esplorati solo un secolo dopo, negli anni '80 del Novecento, con vie di falesia). Su quel tratto si posò l’occhio di lince di Innerkofler, che nella notte sul 16 luglio dell'84 arrivò in Ampezzo. Dopo aver esplorato la fascia basale della Croda, intuì la possibilità di accesso alla terrazza. Girò fra mughi, detriti e rocce, iniziando poi a salire e scrutando ogni ruga della montagna che lo sovrastava.
Ridisceso a bivaccare sulla terrazza, il giorno dopo notò, sul lato sinistro della cima, una torre che forma con la parete un enorme diedro, e capì di aver trovato la chiave di volta dell'impresa. Non sappiamo se giunse subito in cima; forse si spinse sul campanile antistante, o mantenne il segreto della vetta per riservare l'eventuale vittoria al suo cliente.
Il giorno 19 i due toccarono la forcella tra la Croda e la torre prospiciente, e da lì calcarono la vetta: quel giorno si avverava una grande conquista dell'alpinismo. Pochi giorni dopo, il Barone e la guida tornarono a Cortina, risalirono alla forcella divisoria, poi dedicata all'ungherese, e piegarono a sinistra guadagnando la cima del torrione gemello, che Eötvös raggiante volle dedicare alla sua guida.
L’accesso della Croda da Lago non è evidente, né semplice. Salendo da Pezié de Parù-Rocurto si può accorciare, e ciò si faceva certamente in passato, sfruttando passaggi fra i mughi e le rocce che dalla Val Negra portano all’estremo limite S della terrazza. Dal rifugio invece si traversa l’emissario del lago e lo si costeggia fin oltre un masso. Si prende a sinistra, salendo ad un canale roccioso che solca lo zoccolo e si risale fino ad una forcella, dalla quale si prosegue a sinistra per un canale-camino terroso. Sopra questo riprende il sentiero. Si supera una costola di mughi e si continua ancora per ghiaie, erba e roccette, mirando al visibile piede delle rocce. Il sentiero conduce a due torrioni, divisi da una forcella: conviene passare fra il torrione più appuntito e le pareti della Croda, portandosi poi sulla forcella che separa i due torrioni.
Il sentiero continua ancora, rimontando l'ennesimo canalone fra un gendarme e il Torrione Buzzati. Oltre lo sbocco di quest'ultimo canalone, le tracce giungono sulla terrazza della Croda da Lago: la si percorre fino alla gola che scende dalla forcella fra la Croda ed il Campanile Innerkofler, dove inizia la via normale.
Il fiuto di cacciatore di Innerkofler non lo tradì: con la salita della vetta più rilevante della catena diede inizio ad una fase nuova dell'alpinismo. Il pusterese, che nelle sue scalate aveva già toccato il IV grado, soffiò ai colleghi ampezzani un primato ambito. In breve la Croda divenne famosa e ricercata dai migliori alpinisti per la bellezza e l'eleganza delle linee di salita, più ancora che per l'effettiva difficoltà.
Merita ricordare la seconda salita della Via Innerkofler, effettuata da Gustav Euringer con Alessandro Lacedelli da Meleres undici giorni dopo la prima ascensione, e la prima invernale della stessa via. Le condizioni della scalata, condotta il 10/12/1891 partendo a piedi da Cortina prima dell'alba e ritornando a notte, furono tali da giustificarne in pieno l’inserimento fra le imprese invernali, pur essendosi svolta prima del 21 dicembre.
Ne furono protagonisti Jeanne Immink, Antonio e Pietro Dimai, che due anni dopo compì con Leone Sinigaglia la prima salita della cresta N della cima, percorso usato spesso in seguito per traversare la Croda.
Personalmente ricordo con piacere la Croda da Lago, entrata due volte nel mio carnet. Una prima volta quando, dopo la salita in sei lungo un itinerario d'incerta identificazione sul lato N, scendemmo per la Via Sinigaglia, e una seconda undici anni dopo, quando in quattro salimmo e scendemmo per la Innerkofler, la mia ultima salita di un certo impegno.
Cosa resta, 127 anni dopo, della conquista di Eötvös e Innerkofler? La via non va sottovalutata neppure oggi, poiché si svolge in un ambiente selvaggio e poco frequentato, la qualità della roccia non è mai superlativa e alcuni tratti sono esposti. Nonostante i singoli passaggi non siano proibitivi ed il panorama dalla vetta sia vastissimo, l’accesso è troppo lungo e scomodo per il metro degli alpinisti odierni, e oggi la Croda da Lago è stata messa un po' in disparte.
Dimenticata forse dagli uomini, ma non dalla storia: le sue rocce recano pagine d’oro dell'esplorazione dolomitica , e la Croda ha uno spazio importante nella storia ampezzana.

1 nov 2011

Rocchetta di Prendera a Ferragosto

Dopo anni di scarpinate, credevo (illuso!) di conoscere abbastanza a fondo la valle d’Ampezzo.
Invece solo di recente, su suggerimento di un appassionato sanvitese, ho sperimentato l’accesso da S alla Rocchetta di Prendera, la cima più elevata della dorsale omonima nel gruppo della Croda da Lago.
Penso che su questa cima salgano quasi più scialpinisti che camminatori: l'ampia e comoda sommità, infatti, si raggiunge dal Rifugio Croda da Lago in un paio d’ore per piani inclinati, detriti ed erba, senza tracce ma anche senza problemi d’orientamento.
Da San Vito invece (“dal  versante italiano”, mutuando le parole del Tenente veneziano Pietro Paoletti, quello della prima salita invernale dell’Antelao, che il 17/10/1881 compì con la guida Giobatta Zanucco Nasèla la prima "invernale" "della Rocchetta", presumibilmente quella di Prendera), si raggiunge dapprima Forcella Col Duro, fra Malga Prendera e Forcella Anbrizora.

Isy in vetta, verso il Pelmo
Da lì, per tracce scarse ma con andamento logico, si sale con un po' di fatica per ripidi detriti, che dopo 250 m di dislivello, lambendo le rocce del Becco di Mezzodì, portano in cresta e in cima, dove dal 17/10/2009 ci sono anche la croce e il libro di vetta.
Dopo esserci goduti un panorama che non teme confronti (Pelmo, Becco, Croda da Lago, Sorapis, Antelao, Cortina, San Vito, Borca e Vodo) abbiamo optato per la discesa sul versante di Cortina.
Becco di Mezzodì e Croda da Lago
dalla cima
Obliquando sotto il Becco, mirando alla Monte de Federa e traversando con una dura sgambata la plaga di Groto, che mi pare una delle zone più selvagge e belle d’Ampezzo, un misto di massi, detriti, conifere e fiori purtroppo senza animali, siamo atterrati sul noto sentiero di Forcella Anbrizora, annusando  già il “radler” che ci attendeva al Rifugio.
Dimenticavo: in cima abbiamo incontrato due persone, che come noi avevano scelto di trascorrere il giorno di Ferragosto completamente fuori dalle "vasche" senza costrutto in Corso Italia. E ci siamo riusciti tutti e quattro.

26 ott 2011

Una meta ancora raggiungibile: il Lungkofel

La croce di vetta del Lungkofel e sullo sfondo
 il Picco di Vallandro, dal Sasso del Pozzo, 12/11/2005
Il Lungkofel,  malamente detto in italiano Monte Lungo, è posto lungo il ramo della Val di Braies che sale a Pratopiazza, domina i  Prati Camerali e si eleva a quota 2282 m.
La cima appartiene al gruppo del Picco di Vallandro e tramanda un fatto storico che, seppure mai ufficialmente asseverato, riveste una curiosa  importanza per la cronologia dell’alpinismo.
Si tratta della memoria del passaggio in zona, nell’estate 1790, del Barone Franz von Wulfen (Belgrado 1728 - Klagenfurt 1805), botanico, geologo e alpinista austriaco, scopritore della Wulfenia carinthiaca e della wulfenite.
Secondo le fonti, dal pianoro dell’Alpe Serla il solitario pioniere sarebbe montato in vetta al “Landkogel”, che si è potuto in seguito individuare, con un discreto margine di sicurezza, nel Lungkofel.
Una tradizione inveterata affermerebbe che  fu quella, e non l'Antelao o il Pelmo quindi, la prima elevazione dolomitica salita a scopo puramente alpinistico-sportivo.
Oltre che per la storia e l'ascensione, non difficile né eccessivamente frequentata, il Lungkofel interessa per la  parete W, alta quasi 400 m, che incombe verticale e giallastra sui diruti Bagni di Braies Vecchia. Tra la fine degli anni '40 e i primi anni '50 del secolo scorso, essa è stata salita per due vie da Marino Dall’Oglio e per una terza, più difficile, da Hans Frisch, ma  è lecito credere che oggi non vi si avventuri più nessuno.
Il Lungkofel si può salire, con una camminata abbastanza lunga ma senza passaggi di roccia, partendo dai Bagni di Braies Vecchia, passando per  Malga Pozzo e seguendo per buona parte  l'accesso al prospiciente, noto Monte Serla.
Per la posizione abbastanza isolata, anche il nostro monte, come il Serla, svela dalla sommità un bel panorama a 360° sul Picco di Vallandro, sul lato N della Croda Rossa d’Ampezzo, sulla valle di Braies e sulle Dolomiti di Valdaora.
La parete W del Lungkofel
dai Prati Camerali, 12/11/2005
La sua salita può essere combinata con quella del Serla, che lo sovrasta di circa 100 m (le due cime distano circa 45 minuti), in una gita pregevole e gratificante.
Finché non nevicherà troppo, il Lungkofel, a mio giudizio, si può ancora salire: senza dubbio offrirà a chi lo va a conoscere una buona soddisfazione alpinistica, panoramica e, perché no, anche storica.

24 ott 2011

Il bivacco dei cacciatori

Domenica mattina, a causa della temperatura, la nostra voglia di salire in alto non era molto elevata; perciò, giusto per sgranchirci le giunture, ho proposto una camminata lungo il suggestivo tratto iniziale della Valfonda, ai piedi delle pareti N del Cristallo.
Sul greto del rio un pallido sole ci ha dato un po' di carica ma, giunti al bivacco dei cacciatori di Auronzo e Misurina (sempre aperto, internamente lordato da un sacco di graffiti idioti. Un suggerimento: non sarebbe meglio chiuderlo e lasciarlo in uso a chi ne ha rispetto?), il terreno era imbiancato e la tagliente aria del nord si è fatta subito sentire.
Presso il bivacco, all'ombra del Cristallo
23/10/2011
Comunque la camminata, breve e tranquilla poiché   doveva fare da  aperitivo, ci ha soddisfatto; abbiamo rivisto un luogo da cui mancavamo da tempo, e ne abbiamo approfittato per scattare numerose foto alle crode circostanti, ormai impallidite nella luce d'autunno.
Salendo al bivacco (che vidi per la prima volta, mi pare, nel '71), fra tanti pensieri  non ne è mancato uno a Michele Innerkofler, che fu uno dei grandi personaggi dell'alpinismo dolomitico ottocentesco.
Nella sua breve vita, la guida pusterese partì per 300 volte e più  dall'Hotel Ploner dove lavorava, da solo o coi clienti, percorse a passo spedito il greto del Rio Valfonda, risalì la lunga valle e il ghiacciaio fino al Passo del Cristallo e scalò la "sua" cima, rientrando  a Schluderbach con oltre tre chilometri e mezzo di dislivello nei garretti.
Erano sgambate d'altri tempi, oggi difficilmente riproponibili, e  meritano tutta la nostra ammirazione!

22 ott 2011

Alla riscoperta dei Tonde de Cianderou

Sono già trascorse alcune stagioni da quando riscoprimmo una meta che avevo visitato una volta sola, oltre 20 anni prima, e vi passammo una giornata così piacevole da farci dire, come accade quando i luoghi piacciono "ci torneremo senz'altro ..." : i Tonde de Cianderou.
Oggi i Tonde, sono un orizzonte familiare: da qualche anno, durante la settimana, li ammiro ogni giorno e in ogni stagione dalla stazione delle autocorriere, guardando le pendici di Tofana de Inze verso NW.
Si tratta del verde cupolone che si eleva sul dosso declinante da Tofana verso Fiames. Non è una cima vera e propria, ma ha la sua quota (2273 m) ed è ben sforacchiata da opere militari, giacché vi si combatté duramente nel corso della Grande Guerra.
Verso i Tonde dal Castel de Podestagno,
3 aprile 2011
Dai Tonde la cresta continua, scavalca una cima rocciosa 150 m più elevata, Ra Zestes, e cala poi su Forcella Ra Vales, al margine della omonima conca; sul lato opposto invece si abbassa fino ad esaurirsi sul Passo Posporcora, tra Fiames e la Val de Fanes.
Su quella che dovrebbe essere la quota più elevata, c’è un particolare: una grotta artificiale molto alta, che nella nostra visita trovammo riempita da una pozza d’acqua profonda e trasparente, un fascinoso laghetto d’alta quota. In alto sulla grotta, anni fa poi l'appassionato Renato Schiavon collocò una madonnina, a protezione dei viandanti.
Si raggiunge quota 2273 deviando dal largo sentiero, quasi carrareccia, che unisce Cianderou col Passo sopraddetto. Il sentiero che sale ai Tonde, una traccia militare ben conservata, è  numerato col 446 e di recente è stato ripulito. Esso supera una ripida fascia prima boscosa e poi di mughi, ed infine un valloncello d’erba e detriti. Dal Lago Ghedina, col nostro passo, impiegammo circa 2,30 ore per 825 m di dislivello. La gita, compiuta in assoluta solitudine pur essendo piena estate, ci lasciò un'ottima sensazione: il colpo d'occhio, il silenzio e la pace che offrono certe zone anche nella Cortina più affollata sono divenuti merce rara!
Oggi ne scrivo perché un'appassionata che sale sui Tonde almeno tre volte l'anno, anche in ricordo del padre che l'accompagnò per la prima volta tanto tempo fa, data la buona frequentazione dei Tonde mi ha suggerito l'opportunità di collocare in vetta un piccolo libro.
L'idea è interessante: ovviamente ora è un po' tardi, ma per il 2012 potrebbe essere un impegno, di privati o del CAI. In cima non c'è una croce, e un libretto dove registrare un po' di storia dei Tonde de Cianderou non ci starebbe poi male.

20 ott 2011

Sulle malinconiche Ciadenes

Le bizzarrie meteorologiche di questi anni possono tavolta consentire di stare in camicia a quasi duemila metri, un mese prima di Natale.
Riposo sulla casamatta
Ci capitò un 26 novembre, giungendo  per l’ennesima volta sulle "nostre" Ciadenes,  fitto e ripido dosso boscoso che domina l'antica chiesa di Ospitale e per molti anni, in apertura o chiusura di stagione, ci dava l’occasione per una gita di media lunghezza e impegno alpinistico, apprezzabile per ambiente, panorama, tranquillità.
Quel 26 novembre, dopo il meritato riposo al sole che inondava il dosso e la consueta visita alla casamatta eretta lassù in tempo di guerra, scegliemmo di scendere per la traccia militare che cala a N. Pestammo così la prima neve su terreno ancora morbido e incrociammo un camoscio, che balzando dall’alto smosse una certa quantità di pietre, fonte di un minimo d'inquietudine.
In discesa verso la Val di Gotres
Giunti in Val di Gotres, seguendo le orme sul velo  di neve che imbiancava la strada, calammo veloci a Rufiedo a rivedere il sole, e fu giocoforza tornare faticosamente a Ospitale a piedi.
Fu un 26 novembre non improbabile da vivere, soprattutto sulla fascia soleggiata fra Podestagno e Ospitale, ma sicuramente bizzarro. 
A 2000 metri, a mezzogiorno, stemmo tranquilli in camicia per una buona mezz’ora, mentre intorno a noi la neve imbiancava già cime, forcelle e valli da una certa quota in su, e la SS 51 era in piena ombra.
La pace delle Ciadenes,  solitamente assoluta,  fu rotta solo per qualche istante da un elicottero, che volava basso verso S. Per un po’ vigilò sui nostri passi anche il solenne, alto volteggiare di un’aquila: una presenza piuttosto rara, sempre attraente per chi passeggia guardandosi intorno.

16 ott 2011

Knollkopf, ovvero la magia dell'autunno

E' la quarta o quinta volta (seconda dal 2008) che, in attesa dell'inverno, indirizziamo i nostri passi verso un'elevazione del gruppo del Picco di Vallandro che forse avrà scarsa importanza per i "palati fini", ma riteniamo meritevole, per il panorama e anche per il dislivello contenuto (quest'anno va così ...)
In vetta, 16/10/2011
L'elevazione è il Knollkopf o Col Rotondo dei Canopi, che dall'alto dei suoi 2204 m domina il sottostante, notissimo pianoro di Pratopiazza.
Oggi, per la prima volta, abbiamo diviso la vetta con alcuni locali: altrimenti, la lunga cresta di magro pascolo, detriti e mughi che costituisce la cima, lambita dal sole e dal vento, sforacchiata da resti di guerra e, grazie alla posizione, prodiga di un gran panorama verso Cortina, la Pusteria e il Cadore, è sempre stata soltanto per noi.
Verso la vetta salita, 16/10/2011
Sarà la traccia della via normale, di cui pare nessuno si prenda cura; sarà che per salire ci sono ben poche indicazioni, sulle guide e sul terreno; sarà che il Knollkopf deve cedere per fama ai gettonati Strudelkopf e Durrenstein, le altre due montagne di Pratopiazza ...
Secondo noi, però, arrivarci dall'altopiano, dopo una via normale non lunga ma neppure banale (soprattutto con terreno gelato), e godersi a quasi 180° l'impervio versante pusterese della Croda Rossa, arricchisce la gita in misura ideale. 
Ci piace pensare che quella di oggi, una bella giornata rubata alla stagione avanzata, non sarà proprio l'ultima occasione in cui abbiamo inspirato l'aria fine d'autunno da una cima poco nota, ricca di sole e di silenzio.

14 ott 2011

Vittorio De Zordo: “Il Bosconero - 30 itinerari per escursionisti e alpinisti”, per conoscere un gruppo selvaggio

Autore di questa guida, agile ma completa, adatta all’escursionista che non desidera allontanarsi troppo dal fondovalle ma anche all’alpinista che non disdegna corda e moschettoni per salire le cime o percorrere i “viaz”, è Vittorio De Zordo, finanziere quarantaseienne nato e cresciuto in Pusteria, ma con evidenti radici cadorine di Cibiana.
Appassionato di montagna, pratica l’attività escursionistica ed alpinistica d'estate come d'inverno. Socio dal 1976 del CAI Brunico, è Accompagnatore Nazionale di Alpinismo Giovanile, consigliere sezionale e responsabile del notiziario sezionale InfoCai. Con questo volume ha voluto "tornare alle origini", omaggiando le montagne della terra dei suoi padri: e direi che vi è riuscito bene.
Uscito nel giugno scorso nella collana “Itinerari alpini” di Tamari Montagna, "Il Bosconero" contiene proposte escursionistiche facili e meno facili nel gruppo dolomitico, ancora abbastanza impervio e non troppo conosciuto, che si estende fra il Boite, il Maè ed il Piave. E' stato presentato dal professor Guido De Zordo il 10 agosto durante la festa di San Lorenzo a Cibiana, poi il 21 agosto al Rifugio Casera Bosconero e infine il 22 settembre a Fusine di Zoldo.
La guida giunge opportunamente ad aggiornare e integrare il capitolo dedicato da Giovanni Angelini e Piero Sommavilla in “Pelmo e Dolomiti di Zoldo” (1983) della collana “Guida dei Monti d’Italia” a uno fra gli angoli meno contaminati delle Dolomiti Bellunesi, dove (è notizia di questi giorni) hanno trovato casa tre orsi e la lince.
In essa trovano spazio ben trenta itinerari, dalla camminata semplice e breve alla salita alpinistica fisicamente, se non tecnicamente impegnativa, su tutti i versanti del gruppo: Canal del Piave, Val di Zoldo, pendici del Monte Rite.
Vi si trovano illustrate le vie di accesso alle principali cime raggiungibili con passaggi fino al III, ai rifugi, ai bivacchi e alle casere, oltre ad informazioni ambientali e naturalistiche, box di approfondimento sulle peculiarità della montagna e delle genti che vi abitano, un inquadramento geografico ed una breve storia alpinistica della catena.
Sfogliando con curiosità questo omaggio ad una porzione di "Dolomiti insolite", mi sono venute in mente con soddisfazione alcune salite alpinistiche compiute su quelle montagne, che consiglio a tutti gli appassionati: il panoramico Sassolungo di Cibiana, gli Sfornioi Nord e di Mezzo, il Sasso di Bosconero, cime dove non è improbabile ritrovarsi ancora per intere giornate in silenzio e in solitudine.

10 ott 2011

Tone Belòbelo: guida, portatore, dandy


Non so se Tone sia uno di questi cinque portatori ... 
(Salendo al Nuvolau, estate 1891)
Antonio Soravia, per gli ampezzani "Tone Belòbelo", nato 190 anni fa e morto nel 1903, fu uno dei primi portatori di Cortina.
Non so a quando risalga l'inizio della sua attività alpinistica: non ho mai cercato conferme, indubbiamente non facili da trovare, della sua presenza su cime o rifugi.
Comunque, nel primo elenco delle guide attive in Ampezzo (1876), il suo nome non c'è. Nel ritratto delle guide attive nel 1893, invece si vede in seconda fila: aveva 72 anni! Nella fotografia scattata alle Grotte di Volpera nel 1897 (vedi la colonna a fianco), infine, data l'età avanzata, manca di nuovo.
Alla storia, più che per imprese di rilievo - che forse non fece mai - Soravia passò come un uomo che esercitò i mestieri e servizi più diversi (fra i quali, probabilmente, fece “anche” il portatore), e per lo stile di vita, che ne fece un personaggio dell’Ampezzo  "belle epoque".
Indagare la vita, sua come di altri colleghi, non è agevole, giacché il ceppo familiare è estinto, non so se vi siano eventuali libretti di guida, e mi pare arduo - acquisite le poche notizie esistenti - inquadrare la figura di quest’ampezzano del secolo XIX, come attore o comparsa dell’alpinismo locale.
Così mi piace credere  che fosse magari un "dandy", noto per motti di spirito e apprezzamenti anche salaci, disposto a guidare fino a settant’anni e più i clienti - o meglio, le clienti ... - alle Grotte di Volpera, a quella della Tofana, alla Porta del Dio Silvano, ai Cuaire o, arditamente, fin sulla Tofana o altre cime.
Mi pare di vederlo - giunto su qualche vetta - dissertare coi “touristi” di strambe avventure alpestri, dando magari di bocca alla fiaschetta ed assaporando infine beato la pipa sotto le nuvole.
Mentre i clienti infilano orgogliosi i biglietti da visita sotto l'ometto di vetta, fotografano, studiano il tempo, le rocce, le piante, Tone, portatore alpino classe 1821, li guarda e se la ride compiaciuto.

4 ott 2011

Il Pelmo, Alberto e Aldo: i pensieri di un'amica


Il Pelmo, parete N, dal Col de la Puina
(foto E. Majoni, 27/9/2009)
Per moltissimi anni, la mia giornata iniziava con il Pelmo davanti agli occhi; non c’era mattina che non mi sedessi al solito posto, con la tazza fumante del caffelatte, e mi beassi di quanto vedevo dalla finestra: il Pelmo in tutta la Sua maestosità!
Ogni giorno pensavo e ripetevo: “non potrei mai iniziare la giornata senza questa visione”, per quanto lo veneravo.
Da quel terribile 31 agosto di quest’anno, però, è più forte di me: quando si contorna all’orizzonte il Suo profilo, io non reggo lo sguardo, non ce la faccio, abbasso gli occhi pieni di lacrime e guardo avanti.
Non so perché ho questa reazione, me lo sono chiesto molte volte, ma non riesco a trovare una risposta che mi convinca: è l’imbarazzo che si prova davanti ad una persona di cui si sono venute a conoscenza cose molto intime, che non fa piacere che altri sappiano.
Ma... per il Pelmo? Che c’entra? Non lo so, forse col tempo capirò, forse qualcuno me lo spiegherà.
Di fatto, da quel giorno, Alberto e Aldo non sono più fisicamente con noi.
Sono nel pensiero, nel cuore, nello strazio, nella difficoltà di dover andare avanti senza la loro presenza.
Com’è lacerante considerare che non li incontreremo più, magari per caso in una baita sperduta, oppure a una cena, o per strada o in un qualunque posto del Mondo…
Lo spallone E del Pelmo, da Malga Ciauta
(foto E. Majoni, 26/12/2010)

Dove sono adesso Alberto e Aldo?
Mi piace fantasticare che i loro spiriti si rincorrono fra le guglie, i canaloni, sospinti da un vento giocoso e dispettoso insieme; mi incanta pensare che il sorriso scanzonato di Alberto stuzzichi il più serioso Aldo e lo trascini in divertenti scalate quando il tramonto arrossa la dolomia e li intravedo mentre aspettano l’alba e si beano dell’infinito che hanno attorno.
Voglio pensarli al riparo in un anfratto ben protetto, mentre lampi tuoni e tempesta sconquassano fino alle fondamenta la montagna, mentre aspettano che si calmi il finimondo, per poi riaffacciarsi e specchiarsi nella volta celeste; oppure affascinati dal luccichio delle stelle che ammiccano, persi ad ammirare lo splendore della luna che si riflette su un lastrone.
Chissà come percepiranno il lieve scendere della neve, il turbinio dei fiocchi, la quiete che regna attorno a questo evento così magico, che ancora ha il potere di incantarmi, di farmi provare le emozioni che vivevo da piccola quando nevicava.
Allora era una festa, lo è anche adesso per me: adoro la neve, il suo biancore, il suo silenzio, il freddo pungente, questa soffice coltre bianca che uniforma tutto, che stende un pietoso velo su tutte le brutture, che fa diventare bello anche il posto più squallido.
Forse si fermeranno affascinati a osservare le luci fioche dei paesi lontani, giù nella valle, cercheranno di indovinare qual è, fra il groviglio di case, la loro; forse rammenteranno la loro infanzia, magari penseranno ai Natali trascorsi, al presepe, all’albero di Natale..
E forse per una sola notte, la notte Santa, il Signore, nella Sua immensa bontà, permetterà ad essi di infilarsi dolcemente nei sogni dei loro cari per stringerli in un morbido abbraccio, il cui ricordo resterà addosso al risveglio e incancellabile nel tempo.
Dove sono adesso Alberto e Aldo?
Sono nel cuore delle persone che li hanno conosciuti, stimati, amati.

3 ott 2011

Grazie, Salzla, per quanto ci hai dato!

Cos'è poi il Salzla, o Monte di Tesido? Solo un "modesto ripiano prativo", una facile sommità erbosa con una croce, un tavolo e una panca, mezz'ora sopra l'affollata (Nuova) Malga di Tesido in bassa Val Casies.
Salendo sul Salzla, 2/10/2011\
Ma si è rivelato il luogo ideale per una gita tardo-estiva, in una giornata eccezionale di sole e di silenzio; una meta che fino ad oggi avevo snobbato, ma ora conserverò senz'altro nello scrigno delle cose più care.
Non è certamente una cima da esibire, ma un angolo del mondo dove ci si può rifugiare per apprezzare la Montagna. Grazie, Salzla, per quanto ci hai dato!

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...