18 mar 2014

Basta neve!

Brutto tempo, neve, macchina rotta,  impegni vari: sono quasi cinquanta giorni che non camminiamo, se non casa-ufficio, ufficio-casa e poco più. Urge una soluzione! 
Domenica 16 marzo: bella giornata, anche se si rivelerà un po' ventosa. Si parte: ma per dove? Sempre le stesse mete, ora basta! E allora? Val Fiscalina, Rifugio Fondovalle? Pochetto, più in macchina che a piedi, ma meglio di niente. 
Prima sorpresa: il parcheggio di Campo Fiscalino, seppur abbastanza grande, è strapieno, il semaforo d'entrata segna rosso e vi sono cinque automobili (di italici volponi) in vana attesa che qualcuno già se ne vada, alle 11 del mattino. Retro, e la lasciamo come i selvaggi, lungo la strada. 
Partenza. Fin dai primi passi la neve è fradicia, la strada è scivolosa, piena di gobbe, buche colme d'acqua, resti dei cavalli che trainano le slitte (ne incontreremo almeno cinque, in andata e in ritorno). 
Poi ci sorpassano anche due jeep che zigzagano sulla strada, fiancheggiata da muri di neve più alti di me: ma sono il Soccorso Alpino e la Finanza ... 
Sapremo il perché, una volta al Rifugio. Tra i tavoli esterni e quelli interni, ci saranno 500 persone: molti si sono ammassati qui per una gara di scialpinismo, che - ci è stato possibile capire - saliva al Rifugio Comici, passava al Locatelli, traversava (intorno?) al Sasso di Sesto e scendeva di nuovo fino qui. 
Per leggere, bisogna ... chinarsi!
(foto idieffe)
Un'ora e trentadue, dicono, per il vincitore (un vicino di tavolo dice: " in un'ora e trentadue me ne vado al mare a Jesolo, ma in macchina!" 
Comunque, al rifugio si respira la vera "solitudine alpina": è pieno quasi da scoppiare, c'è un cicaleccio assordante, bambini e fisarmoniche. 
Per fortuna, rimediamo due sedie a un tavolo già occupato da quattro locali; intorno a noi, le cameriere corrono come trottole, stracolme di piatti e bicchieri. Chapeau!
Riusciamo in ogni caso a mangiare, bene, come ogni volta. Dopo un'oretta, basta uno sguardo. Pago e via; di nuovo la strada piena di gobbe, buche colme d'acqua, resti dei cavalli che trainano le slitte, e adesso c'è anche il vento, sembra gennaio ... 
Proviamo a spostarci sul bordo della pista di fondo: la neve è un po' migliore, ma il guadagno non è granché. Una veloce sosta "tecnica" al bar di Campo Fiscalino e poi via, ... più veloci della luce... 
Escursioni invernali ne abbiamo fatte di migliori: però, volete mettere Croda dei Toni, Cima Una, Punta dei Tre Scarperi, Croda Rossa di Sesto, bianche contro il cielo azzurro, come il Fitz Roy che abbiamo visto in Patagonia? Pareva di toccarle con un dito! 
Infine, una chicca: la Val Fiscalina, come quella d'Ampezzo, è patrimonio dell'Unesco ma, a differenza di Cortina, te lo sa sbattere in faccia ad ogni piè sospinto, anche sui tovaglioli del Rifugio!

15 mar 2014

Punta Col de Varda: l'ultima salita di Piero Mazzorana

Il 4/9/1977 avevo appena finito il liceo. Con Enrico - diciassettenne ma già proiettato verso l'alpinismo di alto livello - ripetei  per la prima volta la via aperta l'1/9/1934 (N.B.: fra poco saranno 80 anni!) da Emilio Comici e Sandro del Torso sulla parete orientale della Punta Col de Varda, che guarda il Lago di Misurina. 
La via Comici è nota per un mix di fattori, che la rendono ancora oggi un itinerario amato e frequentato. In uno degli ultimi tiri di corda c'è un tratto aereo e difficile, che a me diede sempre una piccola emozione in più. 
Punta Col de Varda dal Rifugio omonimo
(foto E.M., 12.12.2010)
In un barattolo fra i sassi della vetta trovai un biglietto, che già allora lessi con l'interesse dello storico. Il biglietto testimoniava che, il giorno prima, era salito sulla Punta nientemeno che Piero Mazzorana, famosa guida auronzana e gestore fino a poco tempo prima del Rifugio Auronzo, ma soprattutto autore di circa sessanta vie nuove, perlopiù sui Cadini di Misurina, alcune delle quali avrei apprezzato negli anni a venire. 
Quel 3 settembre, Mazzorana aveva salito da solo la “Via Obliqua”, che incrocia la Comici, con la stessa passione che fin da ragazzo lo aveva visto esplorare i gruppi dei Brentoni, Cadini, Cristallo-Popena, Croda dei Toni, Popera, Sella, Tre Cime  ecc. 
Avere in mano quel pezzettino sgualcito di carta mi colpì, solo pensando che allora Mazzorana aveva già 67 anni e, nonostante tutto. la voglia di Dolomiti non lo aveva ancora abbandonato. 
Quando, nella primavera del 1980, seppi da mio padre - che lo conosceva - che era scomparso dopo breve malattia, mi dispiacque di non aver fotografato quella firma tremolante nascosta in mezzo ai sassi. 
Forse era l’ultima testimonianza alpinistica della guida Piero Mazzorana.

11 mar 2014

Il cordino blu di Forcella Bassa

Data l’ovvietà dell’oronimo, di “Forcella Bassa” nelle Dolomiti ce ne sarà sicuramente più di una. 
Quella che colpisce per la sua “inutilità geografica" separa le due cime del Pezovico, q. 1933 e q. 2014, sprofonda da entrambi i lati con forre scoscese e per nulla attraenti e non consente di scavalcare alcun versante. 
Luogo di un isolamento pressoché assoluto, divide il lato delle Pales de ra Pezories che domina la Val Granda da quello che incombe sulla Valle del Boite, all’altezza di Fiames. 
Vidi la forcella per la prima volta in una calda giornata di primavera, scendendo dal Pezovico sul quale Antonio ci aveva portato per la via normale, che inizia dall'ex ponte ferroviario sul Felizon. 
In forcella, annodato ad alcuni massi, troneggiava un lungo cordone blu, che sembrava nuovo di zecca. Ripassando in fretta le poche notizie sull'alpinismo che riguarda la dorsale delle sei cime delle Pezories, mi parve di poter arguire che fosse stato lasciato poco tempo prima dalla cordata Alfredo Pozza - Maria Petillo. 
Le due cime del Pezovico, divise
da Forcella Bassa (photo: courtesy idieffe, 5.9.13)
Il 23/2/1992, i due trevisani, infatti, avevano salito per primi la parete N del Pezovico, già tentata da Severino Casara e dagli “Scoiattoli” Menardi e Ghedina, tracciando una via dedicata all'ampezzana Luciana Joy Zardini. Ricordavo di aver letto sul giornale che, essendo in quei giorni le condizioni meteorologiche abbastanza sfavorevoli, il mancato rientro in serata degli scalatori aveva subito allertato il Soccorso Alpino. 
Forse la guida Pozza e la compagna Petillo non sapevano come fare per il ritorno; così - dopo 12 ore di scalata e un bivacco tra i mughi e i salti di roccia del Pezovico - la mattina del 24 febbraio decisero di calarsi in doppia verso N, nel precipite impluvio che confluisce in Val Granda. 
Per la prima calata, proprio in forcella, dovettero lasciare un cordino nuovo. Poi, per quindici mesi, di là certamente non passarono altri: alla fine di maggio dell'anno dopo, quando lo vedemmo, il cordino sparì senza indugio nei tasconi dello zaino di uno di noi...

7 mar 2014

La scalata della Frankfurter Würstl

Ispirato da una cartolina acquistata su un banchetto al Festival Montagnalibri di Trento, mi fa piacere ricordare un luogo (montano, ovviamente) che ebbi occasione di conoscere quasi trent'anni fa, nel giugno 1985, dopo aver salito con due amici la via Innerkofler-Biendl sullo spigolo NNO del Monte Paterno. 
Su quella cartolina, che a prima vista potrebbe risalire al 1910 ed è  colorata a mano, come era abitudine al tempo, si nota un alpinista che si sta calando dalla Frankfurter Würstl, Salsiccia di Francoforte, sullo sfondo della Torre di Toblin.
La montagna col nome "gastronomico" è un piccolo campanile abbastanza aguzzo, che sorge lungo la cresta del Paterno a breve distanza dal Drezinnenhűtte, oggi Rifugio Antonio Locatelli-Sepp Innerkofler di fronte alle Tre Cime. 
Alla fine del XIX secolo il campaniletto, alto solo una ventina di metri e poco significativo dal punto di vista alpinistico, anche se non è proprio banale da salire, era un obiettivo rinomato nell'ambiente locale. 
Le guide ampezzane e pusteresi erano solite condurvi i clienti, prima di salire qualche itinerario impegnativo sulle vicine cime di Lavaredo, per appurare che l'indomani riuscissero a far superare loro certe difficoltà, e non avessero invece a che fare con intrattabili zavorre. 
Sulla Salsiccia, dove ricordo che c'era posto solo per due persone e un chiodo di calata, ho messo i piedi due volte; ma all'epoca non avevamo l'abitudine di scattare fotografie, e così oggi me ne manca la testimonianza. 
Quando ho visto quella cartolina a Trento l'ho acquistata d'impulso, insieme con alcune altre, ricordando così due giornate ormai lontane, nelle quali provai la sensazione di condividere quel pilastrino roccioso con qualche pioniere delle Dolomiti.

3 mar 2014

Tre salite della via "Armida" in Cinque Torri

Alla fine di luglio del 1942 giunsero al Rifugio Cinque Torri, con l’intenzione di passarvi un fine settimana rivelatosi poi molto produttivo, due “Ragni” di Pieve di Cadore: il ventiduenne Roger Petrucci Smith e l'amico Italo Da Col. 
Il 31 luglio i giovani scoprirono una nuova linea di salita sulla inaccessa parete ONO della Cima Ovest della Torre Grande d'Averau, superandola nel settore che si eleva a sinistra del diedro della via “Olga”, già salito nel 1929 e divenuto un percorso classico.
Il nuovo tracciato fu dedicato alla giovane Armida (Ermida all’anagrafe, classe 1914 e ancora vivente), figlia di Annamaria Apollonio in Zardini, che a quel tempo gestiva con energia sia il sottostante rifugio che la Capanna Gino Ravà lungo la strada del Passo Giau, oggi non più esistente. 
La via dei "Ragni" si sviluppa per oltre cento metri, dei quali una settantina più impegnativi, in parte su roccia insicura e con difficoltà che toccano il VI-. Venticinque anni più tardi (agosto 1967), fu rettificata nel tratto finale dai due "Scoiattoli" Franz Dallago Naza e Raffaele Zardini Laresc, nipote di Armida, con una breve variante su roccia più solida, che è quella seguita comunemente ancora oggi. 
photo: F. Burattini, 
courtesy digilander.libero.it
Chi scrive ricorda di avere salito almeno tre volte la via “Armida”, che gli riuscì sempre più dura di quanto pareva osservandola dalla base, e ne ebbe una certa soddisfazione. 
Forse quel percorso sulle amate Cinque Torri, surclassato da altri itinerari più divertenti e soddisfacenti, non entrerà mai fra le vie classiche dolomitiche; ma il liscio ed esposto passaggio d'uscita della variante, che allora si dribblava attaccandoci una staffa ma ci pareva ugualmente piuttosto difficile, era una "chicca" che valeva l’intera arrampicata.

1 mar 2014

Popéna Basso, via "Scoiattoli" sotto la neve

Un 2 novembre, sotto una precoce e fitta nevicata, feci da spettatore a una ripetizione della via "Scoiattoli" sul Popéna Basso, il cimotto coperto di mughi che domina il Lago di Misurina con  una larga parete grigia e gialla, alta fino a duecento metri e solcata da una ragnatela di vie. La guida "Berti" classifica di sesto grado la via, aperta da "Boni" Alverà e "Nano" Apollonio il 29 giugno 1942, e dice che per superarla servirono 22 chiodi e sei ore di scalata. L’itinerario, pur se piuttosto breve, fu il primo dei tanti "sesti" realizzati dal gruppo di giovani di Cortina. 
I secondi salitori  della "Scoiattoli" furono Francesco Corte Colò "Mazzetta" e Valerio Quinz (13 settembre 1949), e il primo solitario (estate 1952) fu Alziro Molin. 
Popéna Basso, parete est 
(foto E.M., 21.9.2008)
I protagonisti della salita del 2 novembre erano due amici di qualche anno più giovani di me: Enrico, entrato poco dopo negli Scoiattoli e poi nelle guide, e Stefano, non ancora sedicenne, anche lui passato per gli Scoiattoli e divenuto guida qualche anno più tardi. La via non era certo alla mia portata, per cui sfruttai parte della giornata salendo la prima lunghezza della vicina “Mazzorana-Adler”, aperta dalla nota guida di Misurina col cliente Adler nel 1936. Costretto a scendere per il maltempo, riuscii a completarla nella splendida giornata del 3 novembre di cinque anni dopo, con Carlo; data la piacevolezza dell'itinerario, vi tornai poi altre volte. 
Una domenica di settembre  di pochi anni fa proposi a Iside di tornare, stavolta a piedi, sull'erbosa cima del Popéna Basso. Rividi così, con piacere e ovviamente un po' di nostalgia, quei diedri e quelle pareti che serbano alcuni ricordi della mia piccola carriera di alpinista, che non si espresse male su difficoltà abbordabili ma oltre, saggiamente, si arrestò. 
In futuro mi piacerebbe calcare ancora la sommità di quella cupola che guarda Misurina: salire per il silenzioso sentiero militare, ignorato dai gitanti perché non segnalato, che zigzaga nel bosco tra mughi e ghiaie fino alla piatta cima, e da lassù perdermi fra forcelle, valli, vette e vie note e sconosciute: sarebbe un altro bel bagno nei ricordi.

19 feb 2014

Monte Nero di Braies, una vetta dimenticata

Il Monte Nero di Braies (Schwarzberg, 2147 m) è l´ultimo rilievo roccioso e barancioso proteso dalla dorsale dei Colli Alti in direzione del Lago di Braies. 
Scarsamente frequentata, anche per la mancanza di una traccia definita nell'ultimo tratto, la vetta offre però un grande panorama: Sasso del Signore, Monte Alpe del Camoscio, grande e piccola Croda del Béco, Cima Cadin di Sennes, Col del Ricegon, Punte Riodalato, Monte Punta, Cima dei Colli Alti e Monte Muro, Piz da Peres, Punta delle Tre Dita... 
Tanti anni fa avevo letto la stringata citazione della salita sulla guida "Dolomiti Orientali" di Berti; non le diedi però mai importanza, vista la bassa quota, che diceva poco, e la presenza di mughi su ogni versante, che lasciava presagire soltanto grandi sudate.
L'idea di andare a curiosare lassù venne dall'amico Marino Dall'Oglio il quale, dopo averla salita con una delle sue guide nei primi anni 2000, una sera a cena mi raccontò che - in più di un sessantennio di alpinismo - il Monte Nero era l'ultima cima intorno a Braies che ancora gli mancava.
Incuriosito, pochi giorni dopo andai a salirla, tornandovi poi altre due volte, anche con una gita sociale del Cai Cortina, che fu molto apprezzata. La prima visita, con Iside domenica 4 agosto 2002, mi lasciò la deliziosa sensazione di un viaggio a ritroso nel tempo fino all'epoca dei pionieri, che a Braies si chiamavano principalmente Josef Appenbichler, Anton Müller, Viktor von Glanvell, Karl von Saar, Karl Domenigg. 
Proprio da cime come quella, che si sale dal Lago di Braies alzandosi dapprima nel bosco, poi sui pascoli, tra alberi e mughi e infine lungo un instabile, esposto costone di rocce e detriti che porta all'inclinata parete finale, penso che gli alpinisti dell'800 scrutassero le loro future conquiste nella zona. 
I pionieri, magari accompagnati da valligiani esperti o dalle prime guide, certamente salivano prima sulle sommità più semplici e vi si fermavano a lungo, per osservare nei dettagli anfratti, cenge e pareti e scoprire gli accessi più logici e praticabili alle vette circostanti ancora inscalate. 
L'altissima parete N della Croda del Béco che fa da sfondo al Lago di Braies, fu salita da Von Glanvell il 4/8/1892, 110 anni esatti prima che io mi sorprendessi ad ammirarla dal Monte Nero. 
Il Monte Nero di Braies, dalla Sella di Val Foresta
(foto E.M., 28/9/2003)
La storia non lo dice, ma magari il carinziano, per rendersi conto della complessità del versante che voleva affrontare, potrebbe aver raggiunto proprio il dirimpettaio, strategico Monte Nero: magari in un pomeriggio di tempo incerto, col fido "Seppele" Appenbichler che lo aveva instradato, appena quindicenne, sulla via della Montagna. 
Dal Monte Nero oggi la visuale resta immutata, ma credo che scoperte pionieristiche ne siano rimaste ben poche. La piccola croce consumata dagli anni che adorna la sommità di quella vetta dimenticata, attende sempre paziente chi scelga di indirizzarsi con gambe e cuore ad un monte  solitario, umile ma suggestivo e inserito in una splendida arena dolomitica.

13 feb 2014

Fuoripista in Val Orita

Tre anni fa, su questo blog dubitavo che nel futuro - visti i manti nevosi spesso risicati e le temperature sovente ballerine rispetto alle stagioni che, in fin dei conti, caratterizzano da anni le Alpi, specie in primavera - gli appassionati di scialpinismo potessero ancora percorrere sci ai piedi la Val Orita. 
Guardandola oggi, non so se, date le ciclopiche precipitazioni che in questo periodo ci tengono in ostaggio, devo ricredermi e auspicare che la discesa per la valle - un luogo citato già da Paul Grohmann e utilizzato nel 1879 da Arcangelo Dimai Déo col suo cliente Bencke per traversare la Punta Nera, della quale avevano fatto la seconda salita – possa tornare a essere, sempre e soltanto con neve assestata e sicura, una sci alpinistica fattibile e ricercata.
La valle di detriti e mughi con lo strambo nome di Orita (Grohmann supponeva che la forma originaria di Falòria, anch'esso di significato non evidente, fosse '*Val Òria', e il nome Orita fosse legato a quest'ultima. Il confronto però, secondo Lorenza Russo, non ha elementi sufficienti su cui fondarsi, cosicché il nome rimane oscuro) inizia alla base della Croda Rota, appendice della Punta Nera. Aggirato lo zoccolo della Croda, scende quasi in picchiata verso la valle del Boite, terminando dopo circa 1200 m alle spalle di Acquabona, ultima frazione di Cortina verso S. 
Quando non esisteva ancora il concetto di “sci ripido” o “free ride”, la discesa per Val Orita, dai Tondi di Faloria ad Acquabona (o anche prima, a Fraina) era un vero e proprio "fuoripista", divertente, di medio impegno, in una zona solitaria e panoramica. 
Chi scese la valle d'inverno fino agli anni ’70, me lo ha confermando, sottolineando, fra l'altro,il ricordo di comici capitomboli tra i noti, tenaci mughi che emergevano dalla neve, spesso alti quanto un uomo! 
Comunque, passando all'estate, la Val Orita è poco battuta in salita e un po' di più in discesa (così al sottoscritto è piaciuta diverse volte). Vi passa il sentiero 214, che per un paio d'ore attraversa un ambiente aspro, caldo e asciutto, lasciando spesso intravvedere camosci, offrendo scorci inediti e garantendo il silenzio. 
Val Orita dai boschi di Federa,
ottobre 2007
A parte, dunque, quest'inverno che immagino ci lascerà una lunga primavera, sicuramente adatta per galoppate come quella (ipotesi da cogliere al volo!), l'antico fuoripista dai Tondi di Faloria a Acquabona è rimasto un bel ricordo per chi lo effettuò, e magari un progetto mancato per chi racimola discese in ogni canale nevoso. 
Credo che in quel bell'angolino della valle d'Ampezzo, un po' per l'abbandono e un po' per i metri di neve che lo ricoprono, anche quest'anno 'San da Ran e Dona Dindia, il Dio Silvano, la pittrice del Faloria, gli elfi che ancora riescono a vivere tra l'erba del misterioso prato di Ranpogniei e gli animali della zona potranno starsene tranquilli e indisturbati.

6 feb 2014

Il piccolo "giallo" del Rauchkofel

Nel libro “Wanderungen in den Dolomiten”  del barone Theodor von Wundt, tradotto in italiano come “Sulle Dolomiti d’Ampezzo. 1887-1893” e pubblicato nel 1996 dalla Cooperativa di Cortina, c'è un capitolo dedicato al Rauchkofel (Monte Fumo), cima del gruppo del Cristallo salita, ufficialmente per la prima volta, dall'ingegnere Wenzel Eckerth con la guida Michl Innerkofler il 2/7/1883, e che fu fortificata ed aspramente contesa tra italiani e austriaci nella guerra 1915/1918.
Nel testo compare la famosa fotografia di uno strapiombo roccioso alto almeno venti metri, dal quale sta scendendo una persona a corda doppia. A destra in basso, un'altra persona la osserva. 
Questa immagine, datata 1893, è oggetto di un "qui pro quo" che si trascina da 120 anni.  Alcuni scrittori che non lessero, o forse non capirono l'originale tedesco, infatti, riconobbero nella persona a destra la  guida di Cortina Mansueto Barbaria Zuprian. L'uomo che scende lungo la corda fu invece identificato in Santo Siorpaes da Sorabances, protagonista della scoperta dolomitica fra il settimo e il nono decennio del 19° secolo. 
L'immagine di Theodor Wundt
Wundt però non parlò mai di Santo, ma di “Santobua”. Credo che “Bua/Pua”, fra l'altro soprannome di una famiglia ampezzana  oggi estinta, sia solo la storpiatura tirolese del tedesco “Bube”, “ragazzo, moccioso”. Nel testo, la traduttrice lo ha interpretato, con buona approssimazione, come “il giovane Santo”. Al tempo dell'immagine, ripresa durante la traversata da Schluderbach alla Valfonda attraverso il Rauchkofel (v. “Dolomiti Orientali Volume I Parte 1^” di Antonio Berti, 1971, pagina 542), Santo Siorpaes aveva 61 anni e si era ormai ritirato dall'alpinismo attivo. Per questa ragione, il "giovane Santo" potrebbe essere stato più ragionevolmente uno dei suoi figli, Pietro "Piero" o Giovanni Cesare "Jan", già affermati come guide anche se avevano soltanto 25 e 24 anni. 
Lungi da me voler sottrarre al mitico "Salvador" l'onore di un’eventuale impresa tardiva, che andrebbe a far cumulo con tutte quelle realizzate nel suo ventennio migliore. Rilevo però come spesso, nelle ricerche storiche, un solo termine equivocato possa stravolgere fatti che a chi studia (in questo caso l'andar per crode), interessano da vicino. 
In 120 anni la traversata del Rauchkofel non ha visto di sicuro molti ripetitori, pur svolgendosi in un contesto di grande fascino. Non attrasse nemmeno noi, che pure il Berti lo avevamo sfogliato meticolosamente e avremmo potuto trovarci uno stimolo per fare qualcosa di nuovo.  Eckerth l'aveva descritta nel 1891 nel suo lavoro su “Il Gruppo del Monte Cristallo": von Wundt raccolse la sfida e due anni dopo la portò a termine con successo.
Uno dei suoi due compagni in  quell'avventura, però, non era quello che, fraintendendo l'ostico dialetto "Puschtra" dei nostri vicini, la storia ha sempre creduto.

2 feb 2014

Curiosità di Cortina: "el bràzo del pùlpito"

Questa volta propongo ai lettori una curiosità di carattere storico-ecclesiastico più che alpinistico, comunque legata alla montagna, visto che riguarda sempre la valle d'Ampezzo. 
Nell'ultimo sessantennio, la nostra Basilica Minore dei Santi Filippo e Giacomo ha accumulato una vasta bibliografia: sono almeno una decina, infatti, le pubblicazioni su di essa, di cui la più recente è "Pietre vive", opera del 2011 di sei autori locali ristampata per la seconda volta nello scorso autunno. 
Tutti i testi si diffondono sui pregi storici, architettonici e artistici del settecentesco edificio di culto, ma - salvo errori - nessuno cita, nemmeno di striscio, l'elemento noto agli ampezzani come “el bràzo del pùlpito”. 
Dal “pùlpito”, ossia il palco ricoperto da un piccolo tetto e situato nella parte sinistra della Basilica, sopra il portone che vi accede dal corso principale - sul quale parlava il predicatore in tempi lontani - sporge un braccio ligneo, vecchio di almeno 180 anni, che regge un crocifisso. 
Rimesso al suo posto qualche anno fa, dopo essere stato rinforzato per scongiurarne il crollo, è noto agli ampezzani come “el bràzo del pùlpito”, e stranamente non si trova citato in testi di storia o storia dell'arte, ma ... in un vocabolario! 
"El bràzo del pùlpito"
"Cortina d'Ampezzo nella sua parlata. Vocabolario ampezzano con una raccolta di proverbi e detti dialettali usati nella valle", edito nel 1929 dal medico Angelo Majoni, nella sezione “Raccolta di proverbi e modi di dire ampezzani”, paragrafo “Lavoro, riposo”, riporta infatti un detto: 'Crédesto ch'ebe 'l brazo del pulpito?', 'Credi che abbia il braccio del pulpito?', che forse da piccolo udii in famiglia anch'io. 
Majoni spiegava il detto con queste parole: '... sul pulpito della parrocchia c'è un braccio di legno, che da oltre 100 anni tiene in mano un crocifisso; il significato dunque è: pretendi un po' troppo.' 
Il braccio col crocifisso quindi, pur privo di particolari pregi architettonici o artistici, fu così importante per la gente di Cortina da generare persino un detto. In considerazione del suo valore storico e devozionale,  merita uno sguardo da chi entri in Basilica e si soffermi, con occhio appena un po' curioso, sulle peculiarità dell'edificio.

27 gen 2014

Jora: prima il dovere, poi il (grande) piacere!

Prima che questo robusto inverno porti altra neve (ma solo al di qua del Passo Cimabanche, visto che in Val Badia, Val Gardena e in Pusteria finora i fiocchi non sono abbondati), siamo tornati in un rifugio scoperto solo l'anno scorso, dove il fine è senz'altro l'escursione a piedi, ma essa non può essere disunita dalla tentazione di proposte gastronomiche di lusso, quanto a qualità e presentazione.
Circa a metà fra la strada San Candido-Sesto e il Rifugio Gigante Baranci, al quale ogni inverno indirizziamo un paio di visite ma che di recente abbiamo un po' "tradito", c'è un altro rifugio, o forse un elegante ristorantino d'alta quota, che un impianto unisce al soprastante Rifugio Gigante Baranci, facendone un luogo  frequentato perlopiù con gli sci ai piedi, ma aperto anche ai pedoni: lo Jora, quotato "soltanto" 1317 m. 
Per raggiungerlo d'inverno senza sci o ciaspe, bisogna seguire l'accesso al Rifugio Gigante Baranci, che passa dagli inquietanti Bagni di San Candido e dalla cappella di San Salvatore ai Bagni, oggi ripristinata e suggestiva per il suo isolamento in mezzo ai boschi. 
Poco oltre la cappella, dove la strada forestale s'impenna verso i Prati della Ferrara, un bivio a destra immette in un'altra forestale, che passa per un ampio recinto con le sorgenti d'acqua del Comune di San Candido, piega nel bosco a destra e con un lungo traverso quasi in piano, dopo un'oretta dalla partenza, termina presso il rifugio.
Durante l'avvicinamento, purtroppo, il panorama è molto scarso, ma la strada sulla quale si procede è piacevole, anche se domenica - per i nostri canoni - era alquanto affollata. Al Rifugio, visibile fin dalla piazza centrale di San Candido, d'estate si salirebbe più brevemente dal paese per un'altra ripida sterrata. 
Rifugio Jora, 15/12/2013
(photo: courtesy of idieffe)

Giuntì lassù, al "dovere" della camminata, subentra poi il "piacere", ormai noto, del pranzo: una lista di pietanze con proposte degne di autentici gourmet. E, con questo, non ce ne vogliano gli altri rifugi e malghe della zona dove siamo stati, e dove torneremo. 
Lo Jora, più ristorante che rifugio alpino ma che in ogni caso richiede almeno 60 minuti per essere raggiunto a piedi, è una meta deliziosa. Se poi, oltre al canonico tè caldo, ci si lascia coinvolgere da qualche sfiziosa proposta dello chef Markus, l'escursione è davvero completa: e ... Trip Advisor ringrazia!

23 gen 2014

Casera Campestrin, oltre trent'anni fa

Lasciatemi indulgere per l'ennesima volta (ma ramecrodes si alimenta anche di questo), a un piacevole ricordo, che voglio condividere con voi.
Di recente l'amico Roberto mi ha donato due diapositive passate in digitale, di una giornata in montagna di cui ricordo ancora un flash, ma che è ormai impallidita nel tempo: la traversata dal Passo Cibiana a Ospitale di Cadore attraverso il gruppo del Bosconero (Forcella Bella dei Sfornioi, Bivacco Casera Campestrin, Casera Valbona).  Due considerazioni: 
- mentre a Forcella Bella dei Sfornioi e a Casera Valbona sono passato altre volte, anche in anni non lontani, al Bivacco Casera Campestrin, di cui nel 2013 ricorreva il 50° dall'apertura, non ho avuto altre occasioni di salire, quindi la diapositiva è un "unicum"; 
- nell'immagine, datata 11 ottobre 1981 (son già trentadue anni ..., eravamo in gita sociale con altri soci del Cai di Cortina, del quale ero consigliere da pochi mesi) rivedo me, mio fratello, amici e conoscenti. Alcuni di loro sono scomparsi, in Montagna e non, altri non li ho più rivisti e non ne ricordo neppure il nome, altri ancora sono rimasti a Cortina e ci si ritrova, anche abbastanza spesso. 
E io dov'ero? Davanti, a sinistra:  giovane studente di Giurisprudenza, allampanato, con addosso cinquanta libbre in meno, capelli lunghi, un maglione grigio non certo di marca, e l'aria beata di chi sa che, il giorno prima, ha salito per la prima volta una bella via, il diedro Mazzorana sul Popena Basso. 
Ah, che tempi!

20 gen 2014

Un'ascensione lunga cinque minuti: il Col Jarinei

Un sabato d'ottobre ormai lontano passavamo da quelle parti, quando la curiosità ci spinse a deviare dal sentiero Cai 457 per avvicinarci a un luogo che non conoscevamo, e trovammo delizioso: la massima elevazione della cresta del Col Jarinei, che inizia a Forcella Sonforcia (più esattamente "Forcella Sonforcia de Col Jarinei" per distinguerla dall'omonima sul Cristallo) e si sviluppa verso N, dominando i pascoli che scendono verso Federa. 
La “cima” (null'altro che alcuni affioramenti rocciosi coperti di vegetazione) ha la sua quota altimetrica 2102 m, e si raggiunge in cinque minuti, superando la bellezza di 33 m di dislivello dalla citata forcella, sul crinale proteso dalla Rocheta de Prendera a N, fra la testata della Val Federa e quella della Val d’Ortié. 
A due passi dalla cima
photo: courtesy of idieffe
Una buona traccia di passaggio, certamente ascrivibile al bestiame che pascola a Federa, convalidata da un grande bollo di vernice rossa su un masso, accompagna sul culmine della cresta, che sarebbe curioso seguire in discesa, finché si esaurisce sui pascoli più bassi. 
La zona, usata da tempi antichi per l'alpeggio e la caccia, è ideale per una camminata in solitudine (quel giorno noi incrociammo ben due persone, che con noi tre "facevano le dita di una mano"): complice anche l'autunno, vi ricordo un’atmosfera malinconica e molto rilassante. 
Non riuscimmo a scorgere  le famose “jarines” (pernici di monte) che hanno dato il nome alla cresta, e fu un peccato: in compenso Iside, Lorenza e io assaporammo la tranquillità di un angolo fra i meno consumati della valle d’Ampezzo, che si spera possa restare così com'è, ancora a lungo.

15 gen 2014

Lainòres, montagna verde

L'ampia cupola pascoliva e striata da barre rocciose delle Lainòres sovrasta a S i grandi alpeggi di Fodara Vedla (in ampezzano Rudo de Sote) e Sennes (Rudo de Sora), cuore degli Altipiani Ampezzani nel gruppo della Croda Rossa. 
La cima, su cui giunge un sentiero che si diparte dalla carrareccia militare tra Ra Stua e Fodara, offre un panorama meritoriamente rinomato sugli Altipiani e sul crinale che li delimita, dalla Croda del Béco alla Croda Rossa d'Ampezzo, che qui espone i suoi valloni occidentali. 
Per l'ascensione, praticabile da più versanti e da parte di ogni buon camminatore, la naturalità della vetta e delle sue pendici e l'ampiezza degli orizzonti, le Lainòres sono apprezzate come meta escursionistica e scialpinistica; d'inverno furono salite dal pioniere Federico Terschak già nel 1910 .
Autunno verso le Lainòres
(photo: courtesy of idieffe)
Il nome, caratteristico perché declinato al plurale, significa “piccole slavine” e si riferisce ai valangosi pendii a S: in Marebbe, invece, la cima viene chiamata “Sas dla Para”, in relazione alle ripide pale erbose che la distinguono. 
Come la maggior parte delle cime del sottogruppo ampezzano della Croda Rossa, anche quella delle Lainòres mi è nota e cara.
Dal 20 luglio 1969, giorno in cui l'uomo metteva piede sulla Luna e io, poco meno che undicenne, giungevo con papà e mamma lassù - alzando con stupore un paio di pernici bianche -, vi sono tornato almeno dieci volte, fino ad un'estate non lontana.
Scelsi proprio quella cupola silenziosa per festeggiare in anticipo con gli amici Claudio, Mauro e Sisto il mio trentesimo compleanno, nella limpida giornata del 23 ottobre 1988. 
Non avrei potuto solennizzare in modo migliore l'anniversario, se non su una delle crode “facili” più interessanti delle Dolomiti Ampezzane.

13 gen 2014

Kradorfer, malga autentica

Penso che ognuno di noi custodisca un personale "luogo del cuore", montano o marino, estivo o invernale, noto o sconosciuto, italiano o estero che sia.
Per la mia signora e per me, che amiamo andare a piedi anche d'inverno, uno di questi luoghi è senza dubbio la Kradorferalm, malga con ristoro che sorge a 1704 m di quota su uno degli alpeggi che animano il solco vallivo del rio Pidig, tra S. Maddalena in Casies e la Forcella di Casies, al confine con l'austriaca Defereggental.
La malga, che abbiamo visitato ieri per la settima volta in pochi anni, è "malga" autentica, anche d'inverno: rustica quanto basta, senza fronzoli, con una lista di cibi e bevande non troppo pretenziosa né cara, senza motoslitte che sfrecciano ma semmai con una slitta a cavalli che sale e scende lenta, portando turisti affascinati dai boschi e dai monti innevati che fanno corona alla valle.
Attorno alla malga, che si raggiunge dal paese con un percorso non molto lungo né faticoso, i bambini slittano o giocano a scivolare sui pendii innevati, si respira allegria e si godono bei colpi d'occhio verso monte e verso valle; alto sopra S. Martino s'impone l'Hochstein (Sassalto), meta di una memorabile e impegnativa escursione con Iside, Franca e Giacomo nell'agosto 2008. 
La Kradorfer, insomma, è una meta tranquilla e riposante, affacciata sulla sottostante vallata di Casies che è il regno di fondisti, di escursionisti e di un turismo ancora privo di "vasche", pellicce e  VIP.
Sul "Sentiero Scoiattolo", verso il Deferegger Pfannhorn,
12.01.14
Ieri siamo tornati, per la seconda volta quest'inverno, nella ormai familiare valle del Pidigbach, e dopo una ottima "Brettlmarende" nella malga, al ritorno abbiamo imboccato - come al solito - il "Sentiero Scoiattolo", un facile itinerario di un'ora scarsa che si snoda tra pascoli, boschi e acque sulla sinistra orografica del rio; ci piace soprattutto in discesa e d'inverno, perché solitamente è ben pistato, panoramico e soleggiato.
Non pretendiamo chissà cosa, soprattutto dalle brevi domeniche invernali, e la Kradorferalm pare offrirci quello che ci soddisfa di più!

6 gen 2014

Il Pomagagnon e il Medioevo

La conoscenza del massiccio del Pomagagnon, a NE di Cortina, rimonta ad un'epoca certamente piuttosto antica. Punta Fiames (chiamata un tempo Croda di Fiammes), Punta della Croce (così battezzata circa centotrent'anni fa), Campanile Dimai (detto Teston del Pomagagnon fino al 1905, poi dedicato ad Antonio Dimai), scendendo a N con pendii detritici e sassosi mediamente ripidi, furono indubbiamente battute da cacciatori e dai pastori, che per secoli alpeggiarono le greggi sui Prati del Pomagagnon. 
Forse alcune cime erano state raggiunte già nel Medioevo da chi – tentando di eludere le tasse imposte a persone e cose dal Castellano di Podestagno – passava da Ampezzo a Ospitale scavalcando l'alta forcella che incide la dorsale, dalla quale - al posto dell’attuale fiumana detritica - scendevano pendii erbosi con tracce di sentiero. 
Nel romanzo “Sete di libertà e d’amore”, ambientato nel 1500, Giuseppe Richebuono suppone che una delle prime vette salite in Ampezzo sia stato proprio “il Pomagagnon”. 
Secondo l’autore, il giovane Biagio di Col, per sfuggire ai nemici che lo inseguivano, avrebbe raggiunto una delle vette del crinale, soccombendo al termine dell’impresa per il freddo e la fatica. 
Il dato potrebbe anche essere verosimile, poiché dell’alpinismo pre-pionieristico troppo poco si sa. Ci piace supporre che una delle prime montagne violate in Ampezzo appartenga al Pomagagnon, e magari sia la Costa del Bartoldo, la più nota, anche se non la più alta del massiccio. 
Il Pomagagnon da N,
photo: courtesy Roberto Vecellio
La prima testimonianza scritta della salita di una vetta del gruppo la fornì Paul Grohmann, nel 1877. Sembra, infatti, che il pioniere abbia raggiunto almeno una elevazione della dorsale, che chiamò dapprima Pomagagnon e in seguito Punta della Croce e quotò 2290 m, dichiarando d’averla raggiunta “in dieci minuti di ripida salita” da Forcella Pomagagnon.

3 gen 2014

Tofana Terza, invernale sulla parete E

Una delle discese scialpinistiche più impegnative e note in Ampezzo è senza dubbio la parete E della Tofana Terza, che incombe sull'altopiano di Ra Vàles. 
Alta circa seicento metri e non proprio verticale, la parete conta due vie alpinistiche, aperte entrambe nell’estate 1941: una dal giovane Scoiattolo Luigi Menardi detto ”Igi” con Camillo Crico e l’altra, un mese dopo, dallo stesso Crico con Müller. 
La prima discesa documentata della parete con gli sci ai piedi, invece, risulta essere quella del fassano Tone Valeruz, nel febbraio 1977. Il temerario cappellano di Cortina d’allora Don Claudio Sacco Sonador, travolto da una valanga sul Pore nel dicembre 2009, aveva compiuto anch'egli la discesa in quel periodo ma, evidentemente, la sua non fece notizia. 
La parete è composta di roccia non eccezionale, quindi la salita (suppongo molto poco ripetuta dal 1941 in qua) si potrebbe effettuare meglio d’inverno, quando il gelo blocca le pietre instabili e si può avanzare più veloci e sicuri. 
courtesy miacortina.it

Al riguardo, segnalo una notizia utile per aggiornare la guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti. Più o meno dove scesero con gli sci Valeruz e Don Sacco, esiste una terza via di salita, aperta il 15/2/1981 da quattro amici di Cortina: Mario Lacedelli, Enrico Maioni, Rolando Menardi (figlio di “Igi”) e Mario Siorpaes. 
L’itinerario, di cui trovai la notizia su uno dei libri di vetta della Tofana Terza, era stato scherzosamente battezzato “Via Sgamàla Hàla”. Non so quanto sia stato impegnativo per i quattro coetanei, allora ventunenni;  forse non tutti se lo ricordano. 
Anzi, a dire la verità, l'amico Enrico non lo ha dimenticato, e tempo addietro mi raccontava che si era trattato soltanto di una bella e non troppo difficile sgambata sulla neve.
A me pare che il fatto meriti di non essere dimenticato, e per questo lo ripesco dalle cronache di oltre trent’anni fa e lo propongo su questa pagina.

23 dic 2013

Torre Piccola di Falzarego, invernale della "Direttissima Scoiattoli"

Dall’11 aprile 1976, quando giunsi sulla cima della Torre Piccola di Falzarego concludendo la mia terza scalata assoluta,  fino a metà degli anni '90 del secolo scorso, ho salito varie volte  - nella bella stagione come anche in condizioni invernali - la "Direttissima Scoiattoli" sulla parete S della Torre.
Aperta da Luigi Ghedina Bibi, Albino Michielli Strobel e Arturo Zardini Tamps il 6 giugno 1954, non vi ricordo difficoltà molto elevate, ma un diedro abbastanza duro sotto la cima, che peraltro noi seguimmo una volta sola. 
C’era infatti la possibilità, sfruttata da molte cordate, di schivare la parete finale in due modi: uscendo a destra verso lo stretto intaglio che separa le due Torri di Falzarego, oppure meglio, salendo verso sinistra a riunirsi con la classica "Via delle Guide". 
Ebbene, al di là dei ricordi legati ai percorsi sulla Piccola, propongo qui una notizia storica. Non si saprà forse mai chi fu il primo solitario sulla "Direttissima", nota per la dolomia solida, il favorevole orientamento, l'ottima chiodatura e soprattutto la vicinanza a un parcheggio e a un ristorante; si sa però chi fu il primo a salirla d’inverno. 
Torre Piccola di Falzarego, versante S
courtesy scuolaguidodellatorre.it
In una vecchia Rivista Mensile del Cai, infatti, ho scovato la citazione: primo ad avventurarsi in invernale sulla "Direttissima Scoiattoli" fu proprio uno di loro, Guido Lorenzi dai Pale, con un compagno. La salita fu compiuta in due ore il 19 marzo 1956, pochi mesi prima che il ventisettenne Lorenzi trovasse la morte in un malaugurato incidente sul lavoro. 
Se il 20 aprile può considerarsi ancora inverno, invernale fu, modestamente, anche una delle mie salite, compiuta nel 1985 con Ivano e Roberto. Credo che loro due se la ricordino, se non altro per le risate che si fecero ad un tragicomico inconveniente che mi capitò in discesa!

16 dic 2013

Sandro, il camoscio e la Punta Nera

Un bel giorno d’estate di 137  anni fa, Alessandro Lacedelli (per i compaesani Sandro da Melères), orologiaio e guida alpina men che quarantenne, già interprete di numerose belle salite sui monti e che altrettante ne effettuerà fino a fine secolo, sale quasi per caso la Punta Nera, massiccia montagna che guarda i Tondi di Faloria e si scorge già dal centro di Cortina. 
Accanito cacciatore, Sandro è partito da casa, ha rimontato le baranciose pendici del Mondeciasadió (l'odierno Faloria) e scavalcato le Crepedèles (gli attuali Tondi di Faloria). 
Giunto a Forcella Faloria, col cannocchiale scorge un branco di camosci che risale correndo all'impazzata il vallone detritico che dalle pendici della Punta Nera cala sulla Val Orita, e decide di seguirli. 
Con Adriano, Mario, Mirco e Paola 
sulle tracce di Sandro da Melères
(foto E. Majoni, 26/07/08)
Alessandro aveva lo schioppo a tracolla, e un buon pezzo di carne gli avrebbe fatto comodo. A casa lo attendevano la moglie e i figli, e quel capo poteva arricchire la monotona dieta familiare, basata sui prodotti dei campi e dei pascoli. 
Risale la vasta colata detritica fin sotto le rocce della Punta, su terreno alpinisticamente vergine. Appostatosi dietro alcuni massi, mira ad un robusto maschio rimasto un po' indietro, lo colpisce e, seguendo le sue  tracce di sangue sulle rocce, affronta la cresta della Punta sovrastante, ancora inaccessa
Per brevi pareti e canali, in mezz'ora tocca il punto più alto, agguantando il camoscio e scoprendo un incomparabile belvedere sulla sua Valle d’Ampezzo. 
Fu quella la prima salita ufficiale della Punta Nera, cima dall’accesso molto lungo e faticoso fino al 1939, quando la Funivia “Principe di Piemonte” limitò l’avvicinamento ad  un paio d’ore, ma non convogliò certamente in vetta le masse che frequentano altre montagne delle Dolomiti. 
E a chi la raggiunge oggi, talvolta accade ancora di intuire, disteso dietro un masso, Sandro il cacciatore, che mira al camoscio.

9 dic 2013

Sei volte su una cima interessante e "diversa"

Nella nostra continua ricerca di angoli montani poco battuti e il meno affollati possibile, abbiamo diretto per sei volte i nostri passi verso lo Scoglio di San Marco (2005 m) nel gruppo del Monte Piana, una zona di cui fino all'estate del 2006 non sapevamo alcunché, pur trovandosi abbastanza vicina alla conca d’Ampezzo. 
Il sentiero d’accesso a questa cima, d'interesse puramente storico e escursionistico, fu tracciato dai fanti della Brigata Marche durante la 1^ Guerra Mondiale e poi abbandonato. Per novant'anni, fino al 2005, non fu quasi più rintracciabile sul terreno. Fu rimesso in sesto, ripulito e segnalato con lodevole misura da alcuni amici del Cai di Auronzo tra i quali Paola e Giovanni, che  poi lo dedicarono a Silvano De Romedi  di Treviso, un ingegnere appassionato di escursioni in luoghi impervi, scomparso in giovane età. 
Leone di San Marco, murato nella postazione
al termine della galleria (foto: E. Majoni, 25/5/2008)
Lo Scoglio è una cupola fittamente coperta di baranci e solcata da un lungo camminamento che si esaurisce in una galleria e una postazione a strapiombo sulla Val Rinbon, e fa da contrafforte alla Croda de l’Arghena, alle pendici della Cima Ovest di Lavaredo. Ha interesse storico perché – e ciò traspare chiaramente dal nome – per secoli fu l’avamposto più a nord della Repubblica Serenissima verso il Tirolo, e oggi segna il limite confinario fra la terra ladina cadorina e quella tedesca sudtirolese. 
La soluzione più comoda per salirvi prevede di lasciare il proprio mezzo all'agriturismo di Malga Rinbianco, e richiede un'oretta e mezza di cammino per circa 300 m di dislivello, senza  difficoltà alpinistiche.
Adatto per un'escursione di poco più di mezza giornata, il “rinato” Scoglio di San Marco merita attenzione per più di una ragione. In primo luogo, per il corso della storia che lo coinvolse tra il 16° secolo e il 1915-1918; poi per la zona aspra e solitaria nella quale s’inquadra; infine per il panorama e per il silenzio delle sue pendici, che si allungano fino all'incombente Croda de l’Arghena lasciando scoprire un utile collegamento, ripristinato anch'esso e da noi percorso un paio di volte, con soddisfazione.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...