27 mar 2013

Peccato per il K2, e peccato per gli uomini del K2!

Come tanti compatrioti e in più come ampezzano, appassionato di montagna e nipote di Lino Lacedelli, ho assistito un po' trepidante alla fiction “K2 Montagna degli italiani”, trasmessa da Raiuno il 18-19 marzo.
Vista quella e altri prodotti simili, mi sono fatto un convincimento: la televisione italiana, probabilmente perché deve accontentare spettatori da Courmayeur a Lipari, alpinisti e no, non è capace di raccontare la montagna in modo obiettivo e verosimile.  
Lacedelli al Campo Base del K2,
50 anni dopo (fine luglio 2004)

Dopo tutte le puntate della soap-opera sostenuta con valige di euro dall'Autonome Provinz  Bozen, in cui un Terence Hill imambolato caccia il lupo (!) dietro l'Hotel sul Lago di Braies e molte altre amenità del genere, la fiction sulla prima salita del K2, fatto sofferto e controverso della nostra storia del secondo dopoguerra, pare ne abbia seguito le orme.
Si scorrazza da dialoghi banali ("ciò, 'ndemo a mona ..." dicono un paio di volte i giovani candidati, come nei sexy movies italiani degli anni '70) a personaggi spesso falsati (la “morosa” di Lino, da una lucente cucina, di formica ben poco montanara, va in stalla con scarpe nere e tacchi a spillo; Lino indossa solo un "eskimo" per sfidare il vento dei 5000, scala l'improbabile campanile di una chiesa che non è quella di Cortina e parla come il suo omonimo Lino Toffolo; Bonatti sale in alto con la giacca a vento aperta, senza berretto né guanti, e pare Ricky Memphis; Cassin abita in una baita d’alta montagna come un selvaggio, anziché nella operosa città di Lecco …); da paesaggi incongruenti (ma ci sarà erba tra le rocce a quota 7000?) a ricostruzioni alpinistiche un po’ ridicole (scalatori impacciati anche su terreno facile; zaini stracolmi di corde ingarbugliate in modo poco professionale, Lacedelli e Compagnoni che arrivano in cima pestando ... orme già tracciate!).
Con zio Lino a Malga Federa, 9/2/2003
(photo: courtesy of idieffe)
L’unico personaggio con un po' di realismo mi è parso il professor Desio, militaresco organizzatore della spedizione. Per il resto, seppure fosse un film “di regime”, era meglio “Italia K2″ di Marcello Baldi.
Persino il Cai nazionale (vedi i quotidiani odierni) ha preso le distanze da questo lavoro con un secco comunicato stampa. Peccato per il K2, e peccato per gli uomini del K2!

25 mar 2013

Prima salita scialpinistica del Picco di Vallandro


Dal lato sud, quello più in vista e usualmente praticato sia con gli scarponi sia con le pelli di foca, non offre di certo motivi che ne giustifichino il pomposo nome di Picco.
E’ un vasto, lungo, un po’ noioso pendio di pascolo e ghiaie, solcato da un sentiero “à vaches”, che solo nell’ultimo tratto si fa un po’ più interessante, perché zig-zaga fra roccette, scavalca l’anticima con un passo esposto reso sicuro da una catena metallica e porta in vetta.
Il Picco di Vallandro con il sentiero d'accesso,
dal Col Rotondo dei Canopi (foto E.M., 16/10/2011)
Il Picco di Vallandro (2839 m), in tedesco Dürrenstein, è una grande montagna, rinomata fin da epoca antica per l'ampio panorama a giro d’orizzonte, che la rende una delle mete più note e frequentate di tutto il circondario pusterese.
Grazie al semplice accesso, che richiede comunque due ore e mezzo per superare 850  m di dislivello dall'altopiano di Pratopiazza, non si sa chi e quando lo salì la prima volta.
Quanto alla storia alpinistica, che conta anche nomi illustri, ho trovato la notizia della probabile prima ascensione in sci, compiuta il 29 aprile 1934 da Federico Terschak, Silvio Manassero e Giuseppe Degregorio per la via normale, che poi quest'ultimo raccontò nel volume di racconti "Cortina e le sue montagne" (1952)  ed oggi molto frequentata.
Il Picco mi ha visto in vetta solo un paio di volte, l’ultima abbastanza di recente. Della salita, compiuta a fine giugno, mi rimane il flash dell'alta cornice di neve fra l’anticima e la cima, che dissuadeva i presenti da un approccio sicuro al punto più alto.
Fin quando un agile pusterese prese l’iniziativa e la bucò con la piccozza, aprendo la traccia che consentì agli aspiranti salitori di godere la bella visuale sulla Pusteria e le Dolomiti, che si dispiega dalla croce di vetta.

20 mar 2013

Appunti di cinema: come nacque il lungometraggio "Cavalieri della Montagna"


Un caro ricordo: la cartolina del Rif. Passo Staulanza
inviatami da Severino Casara per il Natale 1977
(archivio E.M.)
Il 13 marzo, al Circolo AUSER di Domegge di Cadore, ho tenuto una lezione su "Severino Casara e il Cadore".
Avendo conosciuto l'alpinista in gioventù, mi è parso bello ricordare ancora una volta una vita tutta votata alla montagna, estrinsecata in centinaia di ascensioni, 14 libri, conferenze, fotografie, amicizie e soprattutto in 27 corto- e lungometraggi.
Oggi, ad un mese dal 110° anniversario della nascita dell'alpinista vicentino, rievoco l'episodio della nascita del suo primo lungometraggio, "Cavalieri della Montagna", che ho rivisto qualche tempo fa ad Auronzo, in occasione di un'indovinata rassegna di cinematografia curata dalla Sezione del Cai.
Natale 1947: Casara e l'amico Walter Cavallini giungono in sci a Forcella Longeres, dove alcuni operai lavorano alla sostituzione del tetto del rifugio, volato sui pendii della Val Marzon a causa della bufera.
I due ripetono la via normale sulla Cima Ovest. Salendo, rimangono affascinati dalla particolarità di pareti, stalattiti di ghiaccio e placche vetrate, sotto l’effetto di una luce che definiscono "da Tabor".
Casara esprime un desiderio, che egli stesso però ritiene quasi un'utopia: girare d'inverno sulle Dolomiti auronzane, e in particolare sulle Tre Cime. Un'utopia soprattutto per quei tempi, in quanto girare un film in quelle condizioni avrebbe comportato costi molto elevati.
Cima Ovest di Lavaredo, dalla Croda de l'Arghena
(photo: courtesy of C.B., 25/5/2008)
Scesi al rifugio, discutono del loro sogno con alcuni operai auronzani. L’idea giunge in Comune, dove nei giorni seguenti l'avvocato viene ricevuto dal Sindaco, che plaude all’idea, offrendo subito l’appoggio logistico dell’Amministrazione.
Ma girare un film richiede una grossa somma, replica l’alpinista. Claudio Bombassei, suocero del Sindaco, offre il denaro necessario, dicendo a Casara: “ Lei è matto per le crode, io per la mia terra. Due matti insieme fanno un savio”.
L’offerta viene subito accettata, con l’impegno di restituire il denaro qualora il film dovesse rivelarsi una fonte di guadagno.
Nei mesi seguenti, quindi, fervono i preparativi per girare il primo film d'inverno sulle Dolomiti. Attori: Casara interpreta Emilio Comici, Cavallini Paul Preuss, Angelo Dibona il custode del Rifugio Longeres. In una piccola parte c'è anche la giovane guida Valerio Quinz. Protagonista: la Montagna.
Il maltempo prolunga le riprese sulla roccia e sulla neve, ma Casara non molla e dopo molto lavoro può scendere a Milano con le pizze del primo negativo interamente girato d'inverno sulle crode dolomitiche.
E' l'inizio di una fortunata carriera, che consoliderà l'amore di Casara per la montagna e ne conserverà il ricordo ancora oggi.

18 mar 2013

Lo strudel dello Jora

In arrivo al Rifugio Jora
(il luogo è sicuramente più bello della fotografia!)
Prima che questo squinternato e per noi fiacco inverno 2012-2013 portasse ancora neve (mentre scrivo fiocca per benino e al suolo ce ne saranno almeno 30 cm, che sembrano voler aumentare), a quattro giorni dall'inizio della primavera abbiamo completato la "esplorazione" dei rifugi dell'area tra San Candido e Sesto Pusteria, dove fare una passeggiata e, perché no, gustare qualcosa di buono.
Circa a metà strada tra San Candido e il Rifugio Gigante Baranci, nostra meta favorita per un paio di volte l'anno, c'è un altro esercizio, che finora mancava alla nostra raccolta. E' un ristorante d'alta quota in elegante stile tirolese, ai piedi di una sciovia che lo collega al Gigante Baranci: il Rifugio Jora, quota 1317 m., meta della camminata di ieri.
D'inverno, i pedoni vi possono salire dalla strada San Candido - Sesto, portandosi prima ai diroccati Bagni di San Candido e poi alla chiesetta di S. Salvatore. Qui un bivio a destra indica una strada forestale che scende un po', traversa un'ampia zona recintata con sorgenti idriche, piega ancora a destra nel fitto bosco e con una lunga diagonale quasi pianeggiante esce presso il rifugio.
Il panorama durante la salita purtroppo è molto ridotto, ma il camminare è piacevole e tranquillo: il rifugio si scorge già dalla Piazza del Magistrato di San Candido e d'estate vi si può arrivare direttamente dal paese per una stradina sterrata. Dopo la passeggiata facile e godibile, lunga quasi come quella del soprastante Gigante Baranci, ... una lieta sorpresa: il migliore strudel con salsa di vaniglia che, almeno fino ad oggi, abbiamo assaggiato in una pasticceria, una malga, un rifugio della zona. E non ce ne vogliano tutti gli altri, dove comunque torneremo.
Così ristorati, Iside e io, che ieri eravamo fra i pochi saliti al rifugio a piedi, abbiamo messo in "saccoccia" una nuova, gradevole e golosa meta per una bella gita. Grazie Jora!

14 mar 2013

Cu de ra Badessa, montagna "irriverente"


Parlando con alcuni amici, sono rimasto meravigliato del fatto che due o tre di loro conoscessero la cima detta Croda del Béco, ma non sapessero come mai essa veniva, e da alcuni viene ancora denominata anche “Cu de ra Badessa”.
Il motivo è più serio di quanto il toponimo possa far pensare, e così ho cercato di capire qualcosa di più di una questione che meriterebbe un bell'approfondimento storico e toponomastico.
A chi conosce il territorio ampezzano non occorre che dica dov'è la Croda del Béco, massiccia cima del gruppo della Croda Rossa che tocca i 2810 m d’altezza, domina a S con inconfondibili lastroni di calcare grigio-argento i pascoli di Fosses e a N cade verso il Lago di Braies con una parete di oltre un chilometro.
La Croda fa da confine tra Cortina, Marebbe (dove si chiama Gran Sas dla Porta) e Braies (dove si chiama Grosser Seekofel). Proviamo a guardarla anche da lontano, per esempio dal rettilineo poco prima di Fiames, venendo da Cortina: per l'analogia del doppio dosso finale (la croce si trova su quello sinistro) con due gigantesche natiche, nel Medioevo gli antenati battezzarono la Croda, forse già salita da pastori e cacciatori, “cu de ra Badessa”, “fondoschiena della Badessa”.
Croda del Béco e Rifugio Biella
(foto E.M., 22/7/2007)
Da dove viene un nome così irriverente? Il crinale della Croda del Béco fu per secoli il confine tra il territorio ampezzano e quelli amministrati dal Castello di Sonnenburg, oggi Castel Badia presso Brunico. A metà del 1400 la più nota delle badesse di Sonnenburg, l'energica e guerriera Verena von Stuben, tentò di annettere con la forza la ricca conca ampezzana ai territori amministrati dal Castello, con i quali la montagna confinava.
Dalla cima della Croda del Bèco, la Piccola Croda del Bèco
e i monti di Braies (foto E.M., 21/7/2007)
Dopo vari scontri e mediazioni, nel 1471 la badessa (tra l'altro ribellatasi più volte al potente Vescovo di Bressanone, il Cardinale filosofo Nicolò Cusano) dovette desistere e la vertenza per l'annessione finì. Ma allora gli ampezzani iniziarono a chiamare con sdegno e feroce ironia il monte dalla forma arrotondata, che ricordava loro la prosperosa e odiata religiosa, “cu de ra Badessa”.
Questa è la genesi storica del toponimo popolare, che rischia di non essere più compreso perché oggi sanguinose vertenze per i confini non se n’accendono più, le carte e le guide riportano solo il nome Croda del Béco e a chi la sale dal Rifugio Biella interessa l’ampio panorama, forse qualche stambecco che talvolta si incontra sui lastroni meridionali, e al riferimento alla storia medievale non fa proprio più caso.

9 mar 2013

La prima invernale della Croda Rossa per la via normale

Sessant’anni fa gli Scoiattoli di Cortina valorizzarono le montagne di Cortina - che esploravano assiduamente ormai da una dozzina d'anni - con tre prime invernali e due salite di VI.
Iniziarono la serie Lino Lacedelli, Guido Lorenzi e Albino Michielli, salendo il 18 gennaio in 9 ore la S della Tofana di Rozes, per la via aperta nel 1901 da Antonio Dimai, Agostino Verzi e Giovanni Siorpaes con le baronesse Ilona e Rolanda von Eötvös.
Dalla scalata, compiuta dagli Scoiattoli con l'idea di affrontare lo stesso inverno un percorso ben diverso, la Solleder sulla parete NO del Civetta (salita poi nel 1963), Michielli uscì con un congelamento ai piedi.
Poco dopo, sul Cristallo, Beniamino Franceschi, Candido Bellodis e Elio Valleferro superarono in giornata la via Dallamano-Ghirardini per parete O.
Il 9 marzo, infine, fu realizzata l'invernale che oggi ricordo, sessant’anni dopo. Ne fu teatro la Croda Rossa d’Ampezzo, affrontata per la prima volta nel 1865 da Paul Grohmann con Angelo Dimai Deo e il cacciatore Angelo Dimai Pizo.
La Croda Rossa da Valfonda, 23/10/2011
Poco prima della vetta, i tre commisero un errore di giudizio che fece fallire la salita: il successo toccò poi a Whitwell con Christian Lauener e Santo Siorpaes, nel 1870.
Nel 1915-18 l’Esercito austriaco installò un posto d’osservazione in vetta, che forse doveva   funzionare tutto l’anno, ma non si sa se fu usato. Per la prima invernale della Croda Rossa si dovrà attendere il secondo dopoguerra.
Vi riuscirono, infatti, Lino Lacedelli, Ugo Pompanin, Guido Lorenzi e Angelo Menardi Milar, allora Segretario del Cai di Cortina, il 9 marzo 1953.
Passata la notte al Cason dei Cazadore, i quattro si mossero prima dell’alba, in una giornata che si preannunciava splendida, e per la Val Montejela giunsero in cima alla levata del sole.
Prescindendo dalle difficoltà della salita che. peraltro, d'inverno furono certamente maggiori, la prima invernale della Croda Rossa fu una bella salita. Nel febbraio 2003, a Malga Federa, Lacedelli mi raccontava che per il quartetto, allenato com’era, fu “soltanto una gran bella gita”, compiuta per “soffiare” la primogenitura ai romani che battevano a tappeto le montagne d’Ampezzo e di Braies.
Dal 1953 la Croda Rossa, forse l’ultima grande cima dolomitica salita d'inverno, è stata raggiunta altre volte tra dicembre e marzo. La seconda ascensione, nel 1967, spettò proprio a uno dei ”romani”, Marino Dall’Oglio, ottimo conoscitore della zona, con la moglie Klara e la guida Bruno Menardi Gimmi.
Secondo Dall’Oglio la salita fu più facile di quella estiva, perché il freddo bloccava tutte le pietre mobili rendendo più sicura la roccia, nota per la sua consistenza che in qualche luogo è inquietante.
Oggi, per quanto siano cambiati i tempi e le attrezzature, la cima non è mai affollata nemmeno d'estate; ad onore della storia, mi è parso doveroso ricordare i quattro (dei quali  rimane ancora solo Pompanin come testimone), che il 9 marzo 1953 chiusero la conquista "pionieristica" dei nostri monti.

7 mar 2013

Torre Wundt, prima ripetizione della via Mazzorana-del Torso


Torre Wundt, in vista della Via Mazzorana,
anni '90 (photo: courtesy of idieffe)
Tempo fa ripensavo alla torre dei Cadini di Misurina dedicata nel 1893 a Theodor Wundt e in particolare alla fessura E, percorsa 75 anni fa da Piero Mazzorana e Sandro del Torso, quando mi capitò di leggere la notizia della prima ripetizione della via (molto frequentata grazie alla vicinanza del Rifugio Fonda Savio, il quale alla Torre Wundt deve il suo celebre e remunerativo “Hüttenberg”).
La prima ripetizione di quell'itinerario, intuito dalla guida alpina di Longarone salita ad Auronzo in compagnia del forte alpinista udinese classe 1883, risale al 14 agosto 1942.
Essa si dovette a due mantovani ventenni, Mario Pavesi e Cesare Carreri, che in quei giorni si stavano godendo tra le Dolomiti di Sesto una breve licenza dal servizio militare, prima di rientrare al Corso Ufficiali di Artiglieria.
La notizia, fino ad allora sicuramente inedita, venne da un libro pubblicato dalla figlia di Cesare Carreri, Cecilia, “Alpinismo degli anni ’40. Frammenti di alpinismo dedicati a mio padre”, a cura di Mare Verticale.
Fra l’altro, secondo il testo, i due mantovani avrebbero salito solo parte della via originale, ma non è chiaro dove passi la loro variante, di cui mancano altri riscontri.
Secondo la testimonianza di Carreri e Pavesi, nel 1938 Mazzorana lungo il percorso aveva lasciato   un solo chiodo, forse lo stesso cui si riferirono tutti i ripetitori fino all'"attualizzazione" della fessura, eseguita dal figlio del gestore del rifugio a metà luglio '86: un simpatico chiodo ad anello ai piedi della paretina nera che schiude l'accesso al camino finale. 
Mentre sfogliavo il piacevole omaggio della dottoressa Carreri alla memoria del padre, mi vedevo ancora una volta, ragazzo entusiasta, salire per quel "budello" di roccia solida e spesso priva di sole, dove tra il 1981 e il 1996 ho speso una ventina di  giornate liete in compagnia di tanti cari amici.

4 mar 2013

Per sei volte sulla Ponta del Pin

Incuriosito dalla brevissima relazione che compare nella guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti, nell’agosto 1990 mi avventurai coi soliti amici sulla Ponta del Pin.
E’ questa la massiccia cima tondeggiante, quotata 2682 m, che fronteggia la parete E della Croda Rossa d’Ampezzo, ti viene quasi incontro dall'altopiano di Pratopiazza e demarca il confine fra Cortina e Dobbiaco.
La salita, non molto impegnativa ma neppure banale, mi era stata testimoniata da Camillo Berti, figlio di Antonio, che mi disse di averla fatta con il padre già negli anni Trenta del '900.
La Ponta del Pin con a sinistra il foro della cresta,
dal Col Rotondo dei Canopi, 16/10/2011
Questa montagna isolata e impervia, fatta di placche instabili, detriti faticosi e rocce aguzze, battuta dai camosci, regala un grandioso panorama, in primis sulla Croda Rossa e sulle Cime Campale che le stanno di fianco. Non credo goda della frequenza di molti, anche perché la prima descrizione dettagliata su come arrivarci è stata pubblicata ad opera di chi scrive, soltanto un anno fa.
La via normale, che oscilla fra l'escursionismo e il facile alpinismo, si può arricchire dando un'occhiata anche al grosso foro che buca la cresta, già visibile da Pratopiazza. Dalla cima si dominano numerose altre cime e la Strada d’Alemagna che, 1200 metri più in basso, pare lontanissima con i suoi rumori!
La Ponta mi piacque a tal punto che, nel corso di nove stagioni, la rifeci per sei volte, l'ultima anche con mia moglie. Interessato da un mio scritto, nel 1999 l'accademico Dall’Oglio (a proposito, ciao Marino!) ripeté la salita e poi, con le guide Obojes e Tschurtschenthaler, aprì sullo sperone opposto alla via normale (a 75 anni di età!) una delle sue ultime vie nuove, su buona roccia.
In più, due anni prima tre sudtirolesi avevano scalato la parete compatta e strapiombante che guarda il Cadin di Croda Rossa, lungo un itinerario estremo. Quindi qualche cosa di alpinisticamente prelibato c'è anche lassù.
Per giungere in cima non si chiedono equilibrismi e attrezzature, ma attenzione e fatica, dato il tipo di terreno; la salita però compensa senz'altro chi desideri spingersi per qualche ora fuori da passi già troppe volte percorsi.
Non so se e quando rivisiterò la Ponta del Pin, una cima misconosciuta e disertata della conca ampezzana: certo è che l’ho salita, l'ho sempre apprezzata e ne sono soddisfatto.

24 feb 2013

Salendo la Croda de Pousa Marza


Propongo un ricordo della salita per la via normale sulla Croda de Pousa Marza (2504 m), piccola cima del gruppo del Cristallo, di rilevanza limitata ma calcata da alpinisti illustri.
La Croda de Pousa Marza,
dalla via normale del Corno d'Angolo
(foto E.M., 31/8/2008)
Dopo la conquista da parte della guida pusterese Michl Innerkofler con la giovane Mitzl Eckerth, avvenuta il 29/7/1884, la salirono anche personaggi famosi: da Severino Casara a Dino Buzzati con la guida Giuseppe Quinz, dagli Scoiattoli Raniero Valleferro e Alberto Dallago per una via nuova nell'aprile 1976 all'amico bellunese scomparso Claudio Cima, fino a Luca Visentini, che nella sua guida "Gruppo del Cristallo" ne propose una relazione completa ed esauriente.
Già due anni prima che uscisse il volume di Visentini, però, dopo averla osservata a sufficienza dalla dirimpettaia, più semplice ma altrettanto poco nota cima del Corno d’Angolo,  m'ero inventato di salire sulla Croda, e lo feci il 9/7/1994 con Roberto, sfruttando la descrizione, laconica ma soddisfacente, che trovai nella guida Berti.
Salimmo così una lunga parete di roccia buona fra il II e il III grado di difficoltà, senza trovare chiodi né alcun'altra traccia umana; ritenemmo la via interessante, perché ci schiuse l’accesso ad una montagna abbastanza massiccia e dalle belle forme, ma misconosciuta dagli alpinisti.
La seconda salita della Via Innerkofler dovette attendere sei anni esatti dalla prima, e fu appannaggio del germanico Emil Artmann, non si sa se in solitaria o con altri, il 29/7/1890. Lo testimonia il terzo volume di ”Die Erschliessungen der Ostalpen” (1894).
In sé la notizia dirà molto poco, ma dimostra che un secolo fa e più le cronache annotavano tutte le prime salite e le prime ripetizioni anche delle cime dolomitiche meno appariscenti, qual è proprio la Croda de Pousa Marza, che né Roberto né io abbiamo dimenticato e additiamo all'altrui curiosità..

18 feb 2013

Una visita alla "Malga del sacrestano"


Con gli amici veronesi, davanti alla Messneralm
17/2/13 (photo by courtesy of idieffe)

Forse negli anni in cui miravamo "sempre più in alto", non la degnammo neppure di uno sguardo; o forse semplicemente non c'era ancora, la malga che abbiamo scoperto ieri in Casies, la valle dove andiamo sempre più spesso a camminare, d'inverno come d'estate.
Si tratta della "Malga del sacrestano", in tedesco Messneralm, un bel fabbricato di legno con tanto di parco giochi per bambini che sorge a 1659 m di quota sul lato destro orografico del rio Pidig, una decina di minuti più in basso della Kradorferalm, che visitiamo almeno una volta l'anno, se non due.
La Messneralm ha l'aspetto nuovo e fresco di un piccolo ristorante, dista un'ora di salita e 200 m di dislivello dal centro di Santa Maddalena ed è costruita su un ripiano al limitare del bosco.
Messneralm, dalla strada della Kradorferalm 1/1/2012
(photo by courtesy of idieffe)
Da qui il panorama si apre un po' verso nord e un po' verso sud, in direzione della vetta che Iside ed io ricordiamo spesso con soddisfazione: l'Hochstein, salito con Franca e Giacomo intorno a Ferragosto del 2008.
Ieri, in una domenica livida e abbastanza fredda che, al ritorno verso Cortina, ci ha regalato anche una breve bufera di neve, abbiamo aggiunto un altro tassello alla frequentazione della Valle di Casies; è stata una scoperta piacevole, arricchita dalla conoscenza di due coppie di veronesi attratti, al pari di noi, da luoghi alpini come questo: un po' fuori mano ma non troppo, un po' rustici, dove si mangia bene a prezzi umani e dove si può trascorrere una giornata nella natura, senza impegnarsi in imprese.
Ovviamente, la Messneralm è entrata nel nostro carnet di malghe pusteresi, per l'inverno e non solo; penso che non mancheremo di rifarle una visita, magari d'estate con la nostra nipotina Elisabetta!

15 feb 2013

La cengetta del Beco d'Aial

Un incidente accaduto alla fine di giugno 2005 costò la vita a una turista fiorentina che saliva da sola verso la vetta, ammantando così di un alone un po’ “sinistro” il Beco d’Aial, caratteristica piramide scura che si staglia ai piedi della Croda da Lago spuntando dai boschi di Federa come un enorme dente canino.
Il Beco d'Aial, dal sentiero 445 - Ciou del Conte
(foto E.M., 24/7/2008)
Tratto peculiare e allora incriminato della salita è una cengia stretta ed esposta, franata pochi anni prima ma subito rimessa in sesto dai volontari del CAI Cortina, cui segue un tratto un po’ friabile che porta in vetta.
La cengia è l’unico passaggio delicato dell’altrimenti semplice e breve via normale del Beco. Si sviluppa per una quindicina di metri ed è delicata soprattutto al ritorno, giacché il versante a sinistra di chi scende, seppur non verticale, degrada con rocce e erbe fino al bosco per almeno un centinaio di metri.
Nel 1986, in preparazione del raduno in vetta per i rituali fuochi di Ferragosto, con lo scomparso Luciano attrezzammo una artigianale ed estemporanea ferratina, munendo la cengia di tre chiodi ai quali assicurammo una vecchia corda da roccia. Forse però la cengia era meno scivolosa di oggi, o almeno così pareva a noi, che avevamo meno di trent'anni...
Le nostre finanze c’imposero, qualche giorno dopo, di andare a recuperare l’attrezzatura, ma forse un simile ausilio sarebbe tornato ancora utile per la visita – poco nota e praticata – al Beco. Il Bèco è apparso nelle guide alpinistiche per la prima volta nel 2012, una piacevole diversione dal ripido sentiero numero 431 e una fonte di originali vedute su Cortina e le sue crode.
Mi dispiacque che lassù si fosse consumato quel gravissimo, imponderabile incidente; comunque oggi la “via normale” può essere ancora percorsa con piede fermo e attenzione, per godere del silenzio, della tranquillità e della visuale offerta da una cima minore, ma non per questo irrilevante, delle Dolomiti.

11 feb 2013

Girovagando sulle cime delle Pezories (questo è il 300° post di ramecrodes!)


Avrei un suggerimento per chi ama inoltrarsi nei cantoni dolomitici meno battuti e ancora prodighi di spunti esplorativi.
Proporrei ai volonterosi di dare un'occhiata alle Pale delle Pezories, la dorsale con sei rilievi autonomi che a S si affaccia sulla Valle del Boite con scoscendimenti alti fino a 600 m, mentre a N, verso Val Granda e Val Pomagagnon, si adagia con ampie balze rocciose coperte di mughi.
Iniziando da N, troviamo dapprima il misterioso Pezovico (due quote, 1933 e 2014), raramente salito nonostante balzi in primo piano dalla piana di Fiames.
Subito dopo, distinguibile a fatica da lontano, segue il Torrione Scoiattoli, che per essere avvicinato richiede manovre alpinistiche non facili. Vengono quindi le Pale delle Pezories: la I, più elevata e relativamente più nota, la II e la III, di rilievo minore.
Pezovico e Pezories da N, dalla strada di Malga Ra Stua
(photo: courtesy of idieffe, 27/1/2013)
Le Pezories vennero fortificate dai militari italiani durante la I Guerra Mondiale, e sulle loro pendici restano ancora alcune testimonianze del conflitto.
La più facile da salire è la III Pala, collegata ai Prati del Pomagagnon dai resti di un' interessante mulattiera militare. Anni addietro, quando la visitai, trovai in vetta solo una rudimentale croce di rami, e null’altro.
La cima è un diversivo, per chi, scendendo dalla Punta Fiames, dalla Punta della Croce o dal Campanile Dimai (o da tutti e tre), volesse collezionare ancora una vetta con poco sforzo.
Alpinisticamente, oltre a tre difficili vie sul Torrione Scoiattoli, ce n’é una sul versante N del Pezovico, provata da Casara negli anni ’40 e dagli Scoiattoli negli anni '80, e conclusa da Alfredo Pozza nell'inverno 1992.
Sulla I Pala c’è una via di Dall’Oglio del 1950 ed un itinerario più facile del 1967, che inizia a Forcella Alta e dovrebbe intersecare un percorso italiano di guerra.
Insomma, chi cercasse qualche cosa di originale, sulle Pezories avrà sicuramente di che sbizzarrirsi e divertirsi.

8 feb 2013

Siamo quasi a pagina 20.000

Cari lettori,
leggete, leggete sempre i post di questo blog! 
Al momento attuale mancano soltanto 29 pagine per raggiungere la fatidica quota 20.000. 
Sul Campanile di Val Montanaia, qualche anno fa
 (foto Enrico Lacedelli)
Non sarà un risultato stratosferico, ma per ramecrodes 2 è sicuramente un traguardo di prestigio. 
Non prometto gadget o riconoscimenti a chi raggiungerà la 20.000^ pagina; lo ringrazio, come ringrazio tutti gli internauti per l'affetto, la curiosità e l'interesse verso questo blog. 
Più che un diario di azione e di record, ramecrodes 2 è e vuol rimanere un contenitore di immagini, di pensieri e di ricordi, venato da un pizzico di nostalgia verso la Montagna e soprattutto verso certi monti, sui quali ho scritto la mia storia personale, di "modesto escursionista" come mi definì un ingrato paesano. Grazie a tutti!
Aggiornamento del 12 febbraio: siamo ben oltre quota 20.000,adesso miriamo al 30.000. Critiche, osservazioni, suggerimenti sono sempre ben accetti.

7 feb 2013

Soddisfazione inversamente proporzionale alla quota raggiunta

La montagna su cui Iside e io pensiamo di aver provato una soddisfazione inversamente proporzionale alla quota raggiunta, è forse il Monte Falcone, cocuzzolo quotato 686 m nel quale culmina l’isola di Marettimo nelle Egadi, la più lontana dalla costa trapanese.
Ad esser sinceri, negli anni abbiamo salito cime anche più basse: il Cocusso (667 m) sul Carso triestino; il Poggio della Pagana (496 m) nell’isola del Giglio; Vulcano nell'omonima isola eoliana (391 m); il Monte della Guardia, vertice dell’isola di Ponza (280 m), e nel 2009 anche il Colle dell'Eremita, "top" di San Domino nelle Isole Tremiti (appena 116 m). 
Devo però affermare che il Falcone, lasciato come “chicca” alla fine di una lunga vacanza ricca di splendide e faticose camminate, è stato un’altra cosa.

Salendo sul Monte Falcone
Photo: courtesy of gulliver.it

Marettimo era, e spero sia rimasta, un'isola selvaggia, più adatta agli scarponi che agli ombrelloni. La sua cima più alta è un luogo di un certo fascino che non pare soffrire di grande affollamento: ci sono una croce e un altare, voluti da un gruppo di bolognesi e – almeno quando la salimmo - in vetta ci vollero vestiti caldi, perché spirava un vento che aveva poco da invidiare a quello della Marmolada.
La salita inizia a quota 0, e i quasi 700 m di dislivello furono più duri di quanto pensassimo: per fare un confronto coi nostri monti, da Malga Ra Stua alla Croda de r’Ancona il dislivello è lo stesso, ma l’impegno globale della gita sembra molto minore!
Comunque, il Falcone non ha difficoltà, giacché il sentiero che sale - non segnalato, ma ben tracciato come i nostri – si svolge nel bosco, nella macchia e infine lungo una cresta affacciata da entrambi i lati sul mare. La zona è priva di strade, rifugi, motori, gitanti fracassoni, bolli di vernice; la solitudine e il panorama che godemmo dalla sommità furono quanto di meglio poteva offrire un luogo scelto per una indimenticabile vacanza.
Guadagnare quel pregevole “686” al largo della costa siciliana, sul quale scarponi e giacca a vento non furono di certo un optional, fu un’esperienza che ci fece sentire “a casa”.

4 feb 2013

Invernale sul Becco Muraglia



Un lontano 4 di febbraio, con un paio d’amici salii sul Becco Muraglia,  piccolo dente roccioso del gruppo del Nuvolau ben visibile dalle ultime curve della strada che sale da Pocol verso il Passo Giau.
Più che per l’alpinismo, il Becco ha una certa rilevanza per la storia locale; per oltre quattro secoli, infatti, fu un confine di stato, ed oggi fa ancora da pacifico limite fra i pascoli sanvitesi di Giau e il territorio regoliero d’Ampezzo.
Anteriormente alla Prima Guerra Mondiale il dente, che tocca i 2271 m, non aveva un nome. Fu denominato Becco Muraglia-Bèco de la/ra Marogna in epoca moderna, poiché proprio ai suoi piedi inizia, o finisce a seconda dei punti di vista, la celebre Muraglia di Giau.
Il Becco Muraglia dal bosco del Forame
(foto E.M., settembre 2003)
Non si sa chi abbia scalato per primo la puntina, sulla quale nel 1972 Franz Dallago aprì una breve via, ritornando un quarto di secolo dopo per apportarvi una variante. La via "normale" del Becco si concentra in una parete inclinata di roccia ghiaiosa, con difficoltà di 1° su circa cinquanta metri di lunghezza; seppur non troppo difficile, la salita richiede comunque un minimo di disinvoltura.
Da quel giorno d'inverno l'ho ripetuta ancora un paio di volte, coronando sempre con l'ascensione la visita ad uno dei più selvaggi boschi della conca, il sottostante bosco del Forame. 
Il 4 di febbraio di non so quando (stranamente non l'ho annotato e non lo ricordo), seppure la parete fosse in buone condizioni, facemmo una vera e propria invernale: non saremo certamente stati i primi, ma l’inverno secco e asciutto e la voglia di qualcosa di diverso ci portarono a calcare la cima innevata, traendone una bella soddisfazione e tornandovi ancora:  il luogo silente e l'ampia visuale dalla vetta restano un ricordo prezioso.

1 feb 2013

Sul Montasio in pieno inverno

Da studenti, con Federico ed Enrico si andava abbastanza spesso in Val Rosandra e sulla Strada Napoleonica, suggestivi ambienti alla periferia di Trieste, per metter le mani sul magnifico calcare della zona.
1° febbraio 1981: con Enrico, in una giornata tiepida come sanno esserlo alcune giornate invernali in Carso (mentre quassù mancano ancora mesi alla primavera), saliamo il Montasio, piccola e slanciata guglia posta a sentinella della Val Rosandra, che per la forma ricorda l'omonima cima delle Alpi Giulie tanto cara a Julius Kugy.
Di quella breve, secca, bella salita ho un'immagine sfuocata, tornatami comunque in mente lo scorso 30 dicembre, passeggiando con Iside lungo la Napoleonica da Opicina a Prosecco, che non percorrevo da decenni.
Il 1° febbraio di 32 anni fa Enrico e io eravamo sul Montasio in pieno inverno; soddisfatto, il giorno dopo mi rimisi sui libri per l'esame di Diritto delle Comunità Europee, che superai brillantemente undici giorni più tardi.
Montagna e studio: che vita spensierata (o quasi)!

28 gen 2013

L’ometto più singolare che ricordo

Ometto sotto la vetta del Corno d'Angolo
(foto E.M., 9/8/2004)
L’ometto di vetta più singolare che ricordi? Quello trovato con Enrico L. sulla Torre Lagazuoi, pinnacolo abbastanza ardito che si eleva a NO di Forcella Travenanzes, evidente e staccato dalle cime retrostanti, che fanno parte del piccolo nodo di Lagazuoi. 
Eravamo saliti sulla torre per la via degli Scoiattoli sulla parete S, aperta l’8/9/1946 dal "Vecio", "Bibi" e "Suplein" con Mario Astaldi: un itinerario abbastanza breve ma non proprio banale, con un tratto iniziale infido per la roccia un po' sporca.
A proposito: a pag. 219 del “Berti”, la notizia della via ha una data errata. Essa non può essere stata salita l’8/9/1944, perché - guarda caso - quel giorno (vedi pag. 105) "Vecio" era impegnato con "Bòcia" sulla parete SE della Croda da Lago; fonti successive indicano, infatti, il 1946, che ritengo più plausibile. 
Nel minuscolo spazio che la cima contendeva al cielo, trovammo una piccola piramide di sassi immobili, verdastri e coperti di licheni, che pareva nessuno avesse mai sfiorato: eppure dal passaggio dei primi salitori erano passati "soltanto" 35 anni!
Quell’ometto mi comunicò la stessa emozione che mi avrebbe dato uno di Santo Siorpaes, Michele Innerkofler, Angelo Dibona, Paul Preuss o altri grandi. Esso rappresentava (oggi non più, visto che sulla cima sono stati aggiunti segni di vernice rossa e un chiodo cementato per la discesa) l’unica traccia umana: nulla incrinava quel ripiano espostissimo dove sostammo a lungo per il dovuto riposo fisico e mentale.
Lassù ebbi quasi una illuminazione: non eravamo in una zona proprio remota, era una bella giornata di luglio, ma  su quel terrazzino sassoso a 200 metri da terra, dove sicuramente non avevano ancora messo i piedi in molti e solo un cumulo di pietre intaccava l'immobilità della dolomia, per un attimo mi vidi sospeso ...
Fu quasi un fastidio smuovere qualche sasso per passare: calandoci poi in doppia sul lato E per alcuni camini inaspettatamente agevoli, sentii che ci eravamo volutamente mossi in punta di piedi per non infastidire la Torre, regina nella sua pace. E forse di questo essa sommessamente ci ringraziò.

24 gen 2013

Pioggia sui monti


Camminando in piazza sotto il diluvio in un pomeriggio della scorsa estate, riflettevo su quante volte ci capita di imbatterci, sopportare, uscire in concreto  indenne da un temporale di grossa portata, mentre ci troviamo sulle montagne.
Sotto il temporale, scendendo dalla normale
del Becco di Mezzodì (luglio 1980)
Ora a me non succede quasi più, e se prendiamo un po’ d'acqua,  capita di solito in situazioni abbastanza sicure, perché non salgo più pareti impegnative e, prima di partire, ci affidiamo alle previsioni. In gioventù, però, ho ricordi di diversi momenti abbastanza impegnativi.
Ne scelgo quattro, paradigmatici.
Due temporali di discreto calibro colsero me e gli amici, guarda caso, entrambe le volte in discesa dalla Cima Grande di Lavaredo.
Nel 1985, lungo la via normale levigata da oltre cent'anni di scarponi, eravamo in tanti, tutti sorpresi dal maltempo scatenatosi violento: scendemmo lenti, le corde si attorcigliavano, eravamo poco vestiti, faceva freddo, il nervosismo lievitava e una volta giù … liberatoria fu una memorabile bevuta.
Undici anni dopo eravamo in tre, con le corde smuovemmo un sacco di pietre ma senza ferire nessuno, arrivammo a Misurina con due millimetri di pelle asciutta e per consolarci dello scampato pericolo ci dovemmo far bastare un tè in un bar poco ospitale: giurai allora che, per la prossima salita della Grande, avrei aspettato un lungo periodo di siccità!
Per non parlare della complicata discesa dal Gran Campanile del Murfreid in Val Gardena, dove alla pioggia seguì una fitta nevicata (era il 10 di agosto!), facemmo un po' di casino con le corde, ci disorientammo al buio su terreno sconosciuto e alla fine dovettero venire su a prenderci!
E infine la meno antica, roba del '96: un lungo diluvio sulla "via dei cacciatori" della Cima Piatta Alta in Pusteria; fu un calvario rifare in discesa  3/4 dell'itinerario e divallare a rotta di collo al Rifugio Tre Scarperi, dove maternamente ci "prestarono" la caldaia per asciugare noi e i vestiti. Anche qui, un tè bollente concluse una bella avventura.
Ci sono state comunque tante altre occasioni in cui, dall'abbraccio con pareti o sentieri, siamo usciti fradici, tremebondi, scossi, anche un po’ nauseati, ma pronti a ripartire al primo balenare di un raggio di sole!

22 gen 2013

Quattro amici, due cordate


Giusto trent'anni fa, domenica 23 gennaio 1983: una giornata eccezionalmente asciutta, piuttosto scarsa di neve, con temperature autunnali e sole.

Ernesto, Enrico, Federico, Mauro
in cima alla Fiames - 23/1/1983
Quattro amici in due cordate (per la statistica: 88 anni in totale, dal  sottoscritto (24) a Mauro, 20), si avventuravano sulla via Dimai-Heath-Verzi della parete S della Punta Fiames, classico e noto banco di prova offerto da oltre un secolo a generazioni di amanti della roccia, e portavano a termine senza problemi l'invernale dell'itinerario, aggiungendovi la spensieratezza propria dell'età. 
La via di discesa non fu proprio il massimo dell'allegria, visto che il ripido canalone di Forcella Pomagagnon era parecchio gelato; la giornata si chiudeva comunque nel  modo migliore, lasciando un ricordo che, soprattutto in chi scrive, rimane ancora vivo e presente.

14 gen 2013

Sul vulcano di Vulcano

Spesso durante le vacanze abbiamo perlustrato isole, e tante di queste in Italia. Siccome neppure a "quota 0" riusciamo a stare senza qualche cima, abbiamo spesso cercato (e trovato) isole con elevazioni di altezza, se non considerevole, almeno accettabile.
Con questo sistema abbiamo visitato diverse sommità: nell'Isola del Giglio, Lipari, Marettimo, Ponza, San Domino, in Sicilia, Stromboli, Vulcano; e non è detto che la lista sia conclusa!
Il cratere
(photo : courtesy of quasarsail.it)
Dopo lo Stromboli, salito due volte, compiendo anche la traversata notturna con discesa per la Sciara Vecchia, un indimenticabile pendio di cenere sottile come borotalco, ricordiamo con particolare piacere il vulcano dell'isola omonima, nelle Eolie.
La cima raggiunge la quota di 391 m,  per salirla dal paese (quota 0) occorre un'oretta abbondante camminando di passo lesto, e più che un vulcano vero e proprio si tratta di un enorme avvallamento sassoso, rigato da  venature gialle di zolfo e sempre invaso da vapori maleodoranti.
Quella salita per noi ebbe un che "d’alpino" particolarmente gradevole. Dopo una comoda traccia tra la bassa vegetazione mediterranea, dalla quale spuntavano un po' dovunque conigli selvatici, seguimmo il cammino diagonale che incide la  tenera fascia di tufo sotto il cono sommitale. Giunti sul bordo del cratere, un sentiero sconnesso che ricorda ambienti più alti ci consentì di attorniare la voragine e toccare il segnale trigonometrico.
Viste le temperature di giugno, quel giorno eravamo partiti dal paese a piedi intorno alle 17.00. In vetta, dove incontrammo poche persone, il tempo però stava cambiando: faceva piuttosto fresco, le nuvole si addensavano  intorno al cratere e il tanfo di uova marce era pestilenziale, tanto  da non poterci trattenere con la dovuta calma.
Vulcano, una delle cime isolane salite in quel decennio, ci ha lasciato una certa soddisfazione e un bel ricordo, e vorremmo consigliare di cuore la salita a chi si trovasse a passare da quelle parti.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...