4 apr 2011

Girovagando sulla cima più bassa d'Ampezzo

Scalando le mura della Rocca di Podestagno:
la "ferrata più breve delle Alpi", 3 aprile 2011
Scrivo dopo la salita alla Rocca di Podestagno (11a dal 2004), compiuta ieri, in una giornata di primavera tiepida, ma ancora con qualche placca di neve sul versante più ombroso. Non volendo ritenere tali il Pichéto (Pierosà degli sciatori d'un tempo, oggi tornato quasi vergine, 1413 m), o il Sas Perón, che fronteggia gli opifici di Nighelonte e si sale in un amen dalla strada Fiames-Lago Ghedina (1342 m), la cima più bassa della valle d’Ampezzo potrebbe essere proprio Podestagno (1513 m). Dico “cima”, poiché verso il Rio Felizon la Rocca cade con un rispettabile precipizio, di un centinaio di metri almeno. Riaffermo “cima” perché una decina d'anni fa due giovani attaccarono la parete che incombe sul Rio, inventando una via di 80 m di dislivello, con difficoltà classiche. Sulla parete, forse già salita e di certo già discesa a scopi botanici da appassionati locali, i due alpinisti trovarono roccia discreta. In una spaccatura verso la cima, rinvennero poi alcuni scalini di ferro. Non sappiamo se risalgano alla Grande Guerra (quando lassù fu installata una vedetta italiana, che contribuì a smembrare gli ultimi resti del castello insediato otto secoli prima), o siano più antichi e rievochino oscure vicende medioevali. Di bello, oltre all'ambiente silenzioso che consente una rimarchevole passeggiata non molto lontana dal paese e l'interesse storico, Podestagno ha il fatto che fu “conquistato” in epoca remota, giacché il Castello, l’avamposto più a N del territorio veneziano, è citato ufficiosamente dal 1000, e compare nei documenti dal 1175. I primi “scalatori” della Rocca, sulla quale oggi si potrebbe arrivare in MTB a cinque minuti dalla panoramica sommità, accessibile mediante "la ferrata più breve delle Alpi" (una fune metallica di 5-6 m), sarebbero i nostri avi di 1000 anni fa. Se Podestagno si può considerare una cima, sarebbe curioso poter considerare gli ignoti che salirono a perimetrarlo per erigervi una fortezza che dominò su Ampezzo fino al XVIII secolo, i primissimi veri alpinisti sulle Dolomiti.

1 apr 2011

La rara solitudine del Becco Muraglia

Tempo fa, in un pomeriggio gonfio di pioggia (che si scatenò puntualmente, poco prima che rimontassimo in macchina), salii per la quinta e finora ultima volta una cima adatta per un "alpinismo della contemplazione": il Becco Muraglia, 2271 m. Il “Bèco de ra Marogna” per gli ampezzani, è una piramide rocciosa solitaria, visibile dalla strada del Giau nei pressi dell’omonima Casera, e definisce il punto d’inizio della celebre Marògna, della quale nel 2003 ricorsero i 250 anni dalla costruzione.
Salire sul Becco non è impresa lunga né effettivamente di grande impegno, anche se - data la roccia non proprio granitica - riserverei la gita ad escursionisti un po’ smaliziati.
Seguendo le tracce d’animali che solcano lo splendido bosco del Forame internandosi fra i mughi e gli alberi che sovrastano la strada, dopo aver incontrato una famiglia di caprioli, in circa tre quarti d’ora dal parcheggio guadagnammo il panoramico colletto erboso ai piedi della parete terminale del Becco.
Gli ultimi 50 m di salita, che personalmente valuto un buon I, si svolgono su roccia a gradini piacevole da salire, anche se un po' friabile e ghiaiosa. Sulla sommità, fra un ammasso di macerie, dopo un quarto di secolo esatto dalla prima visita ritrovai intatta la curiosa di vetta, un’asta di legno con infisse due tabelle, delle quali non conosco il significato.
Il Becco Muraglia riveste un interesse escursionistico ed alpinistico marginale, nessuna guida ne parla, ma mi sento di suggerirne la visita ai curiosi che, volendo deviare per mezza giornata dalle mete più comuni, cerchino un recesso lontano dalla bagarre, in una zona accessibile al pubblico ma che custodisce una solitudine sempre più rara.




31 mar 2011

Sul Becco di Mezzodì con gli amici

E' sabato 14/10/1995. Sfruttando una sfilza incredibile di weekend di bel tempo, iniziata a settembre e che durerà per altre due settimane, ho preso accordi con tre amici per una salita: la via normale del Becco di Mezzodì.
La conosco abbastanza bene: vent’anni fa vi mossi i primi passi in arrampicata, e da allora l’ho ripetuta cinque volte, sempre con emozione e soddisfazione.
L’avvicinamento al Becco, notoriamente non proprio breve se eseguito tutto a piedi, lo iniziamo dalla strada del Giau, all’altezza della diruta Capanna Ravà. Ci vorranno circa due ore per giungere ai piedi della parete SW della “Ziéta”, dove si svolge la nostra via. Sarà una splendida camminata, dapprima ombreggiata e molto fresca, poi ingentilita dal caldo sole di una irripetibile giornata d’autunno.
La salita della via non ha una grande storia. Salgo tranquillo in testa alle nostre due cordate, assaporando tutti i passaggi e piazzando qualche rinvio in più dove penso che occorra. In poco meno di un’ora siamo in vetta: il cielo è di un azzurro così intenso da parere pitturato, c'è parecchio caldo, siamo un po' stanchi e sull'ampia sommità, dove ritrovo ancora la vecchia caldaia arrugginita portata su da alcuni amici per i falò di Ferragosto tanti anni fa, sostiamo almeno un’ora, mangiando e abbronzandoci.
Dall’alto si sente un generatore, il che fa supporre che il Rifugio Croda da Lago sia ancora aperto. Così, scendiamo veloci con due corde doppie, paghi di aver scalato (per gli amici è la prima volta) il Becco di Mezzodì, dove il 5/7/1872 Santo Siorpaes schiuse all'alpinismo con Utterson Kelso il quieto e romantico gruppo della Croda da Lago.
Giungiamo allegri al Rifugio, dove una birra fresca s'impone, e qui ritrovo l’amica Lorenza, in zona per ulteriori ricerche sui suoi amati toponimi. Ci perdiamo in conciliaboli e così, quando arriviamo a Rocurto, è quasi buio, e ci toccherà camminare un'altra mezzora fino alla Capanna Ravà per recuperare le macchine.
Possiamo dire che è stata una giornata spesa bene, e non immagino certamente che sarà la penultima volta - fino ad oggi, 16 anni dopo – che ho calcato la vetta del Becco, la prima montagna che ho salito in arrampicata, il mio esordio sulla roccia dolomitica.

Scendendo dal Becco sotto la pioggia, estate 1980


30 mar 2011

Aspettando di salire il vulcano

La mattina di Capodanno 2010 non avevamo incontrato nessuno, quando varcammo l'ingresso del Rifugio Rinfreddo.
Posto a 1887 m di quota al limite di un pascolo, il Rifugio, già malga regoliera del Comune di Comelico Superiore, si trova nei pressi del confine Veneto - Sudtirolo, lungo il circuito delle malghe di Sesto.
Esso infatti è vicino alle malghe Coltrondo e Alpe di Nemes e un po' più lontano da Malga Klammbach (più meno tutte sui 1900 m). Con le quali forma il quartetto degli esercizi alpestri collegabili con un'escursione circolare trans-regionale, estiva e anche invernale, con base al valico di Montecroce Comelico.
Come detto, Rinfreddo è una vecchia malga, che recentemente è stata trasformata - nel rispetto delle caratteristiche pastorali - in un rifugio escursionistico, e si raggiunge anche in macchina per la Val di San Valentino.
E' il posto ideale dal quale partire alla scoperta del Col Quaternà, antico cono vulcanico che svetta inconfondibile lungo la Cresta Carnica, e fu salito anche dal Papa Giovanni Paolo II. Da Montecroce si risale per 6 km una forestale che s'interna a saliscendi nella impervia fascia boschiva tra il valico e i primi rilievi della Cresta Carnica. Si transita prima a Malga Coltrondo e si prosegue quindi leggermente in discesa per un buon quarto d'ora, per raggiungere Rinfreddo, dopo due comode orette di cammino.
Il Rifugio è noto agli escursionisti, che d'estate vi giungono a piedi, a cavallo o in MTB, e sembra ancora abbastanza discosto dalle folle dolomitiche. Nella nostra prima visita, infatti, in sala da pranzo eravamo solo in due: la famiglia dei gestori stava facendo le pulizie dopo un allegro cenone di San Silvestro, e per qualche ora riuscimmo a godere un rifugio e i boschi circostanti in tranquillità, progettando di salire di nuovo lassù d'estate, per toccare la vetta del sovrastante “vulcano”.
Davanti al Rifugio, 1° gennaio 2010

28 mar 2011

Pala de ra Fedes, una salita vissuta intensamente

La Pala de ra Fedes, nel gruppo della Croda Rossa d’Ampezzo, non è una "cima" nel senso vero del termine. Si tratta del primo e più marcato rilievo, quotato 2733 m, della dentellata cresta W della Croda Rossa d'Ampezzo, che inizia dalla conca di Ra Valbones e sale all’anticima della Croda Rossa.
Il vertice della Pala è un piccolo terrazzino detritico con qualche zolla erbosa: nel 1993 e poi nel 1994 lassù trovai solo due ometti, costruiti chissà quando da cacciatori o da escursionisti fantasiosi come noi.
Per salire la Pala, avevo colto lo spunto celato fra le righe del “Berti”. La relazione della cresta W della Croda Rossa (salita da Franz Nieberl nel 1915 e forse mai più ripercorsa integralmente), dice che la Pala è “facilmente raggiungibile per erbe e ghiaie” da Lerosa. Pur se sono solo sei parole, bastarono: dopo una salita piuttosto impervia, giungemmo in cima alla Pala dalla marcata sella che separa Ra Valbones dai Tremonti, sulla quale a quell'epoca si stendeva una singolare macchia di baranci arsi dai fulmini. 
Prima per gradevoli salti inclinati, poi per roccette un po' più ripide e detriti poco fermi, in circa tre ore dal deposito di Rufiedo fummo in cima, e ci trovammo davanti un ambiente davvero isolato e primordiale.
Sulla Pala sono salito due volte, la prima partendo da Rufiedo e salendo la Val di Gotres per "rinforzare" il dislivello, che così supera i 1200 m (1038 da Ra Stua). La discesa invece ci venne indicata da numerose, inequivocabili tracce di camosci, che lassù transitavano, e spero transitino ancora indisturbati.
Sul versante opposto a quello di salita, per brevi gradoni e un canale di sfasciumi friabile ed esposto, in cui trovammo ancora la neve, calammo con attenzione ma abbastanza veloci sui vasti ghiaioni alla testata della Val Montejela e da lì scendemmo al Bivacco Dall’Oglio e a Ra Stua.
Escursionisticamente la traversata fu seducente ma, dato l’ambiente impervio in cui si svolge, non mi sento assolutamente di reclamizzarla ai gitanti tranquilli. Certo che sovrastare Lerosa, Ra Valbones, la Croda d‘Ancona, le Lainores, Ra Stua e Cianpo de Crosc  distesi 1000 m più in basso, non fu cosa trascurabile.
Su quell’angusta vetta trovammo solo silenzio e solitudine: la Croda Rossa vegliò amichevole sui nostri passi, e oggi ricordo ben poche gite vissute intensamente come quella.

Pala de ra Fedes da Ra Ciadenes, 28 giugno 2004

27 mar 2011

Spunti per l'aggiornamento della guida "Dolomiti Orientali"


Un’imprecisione, che perdura dalla prima edizione della guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti ed è stata copiata anche in altre pubblicazioni, riguarda la prima salita della parete NW della Croda Rotta, cima minore delle Marmarole, che fu la penultima via nuova nelle Dolomiti delle forti sorelle Ilona e Rolanda von Eőtvős. Le baronesse ungheresi salirono la parete nel settembre 1910, con le guide Antonio Dimai, Agostino Verzi, Serafino “e G.” Siorpaes. La citazione è verosimile per Serafino Siorpaes de Valbona, guida dal 1901 al 1929, ma G. chi era? Non certo Giovanni Cesare, secondogenito di Santo, nato nel 1869 e guida dal 1890. All’epoca dell’ascensione della Croda Rotta, infatti, “Jan de Santo” se n’era già andato da un anno e mezzo, vittima di un imponderabile quanto tragico incidente occorsogli vicino al suo albergo a Cimabanche.
Dal diario di Giorgio Brunner “Un uomo va sui monti”, traggo altri dati che rettificano due affermazioni inesatte di Berti. Secondo la guida, infatti, la prima invernale della Zesta, corposa elevazione della “diramazione ampezzana” del Sorapis, fu eseguita dallo stesso Brunner per la via normale da N, il 7/2/1942. Nel suo diario però, l’alpinista dichiara di non essere stato solo, come nella prima invernale sulla vicina Punta Nera (27/2/1941), ma in compagnia della moglie Massimina Cernuschi e del cognato Mauro Botteri. Per inciso, la prima invernale solitaria della Zesta potrebbe spettare alla guida Ario Sciolari, che vi salì il 5/1/1995 (dal libro di vetta).
Reputando invernali solo le vie compiute fra il 21 dicembre ed il 21 marzo, Brunner indica infine come prima invernale della Punta del Sorapis la sua, compiuta con l’amico Ovidio Opiglia il 17/3/1938, smentendo il tenente Pietro Paoletti, che aveva salito la Punta con le guide Arcangelo e Giuseppe Pordon “in condizioni invernali”, il 26/11/1881.

25 mar 2011

"Un cedrone ci osserva". Apologo di montagna

Un giorno, appena la volpe vide il gallo cedrone appollaiato sul ramo di un albero, gli si avvicinò per chiedergli come stava. «Ti ringrazio per la premura, cara volpe. Sto molto bene, e spero che sia lo stesso per te». Ma la volpe fece finta di non aver udito: «Mio caro, da quaggiù non riesco a sentirti. E, come sai, io non posso raggiungerti. Perché non scendi così possiamo parlare un po’?» Ma il gallo, conoscendo la brutta fama della volpe, era titubante. La volpe se ne accorse e gli chiese: «Perché non vuoi scendere? Non mi dirai che hai paura di me?». «Ma no, cara volpe - rispose il gallo, che si vergognava di essere stato scoperto – non ho paura di te, ma di tutti gli altri animali che sono in giro per la foresta. Allora la volpe prese a rassicurarlo dicendogli che in base ad un nuovo decreto nessun animale poteva toccare, aggredire o sbranare gli altri. Dopo aver ascoltato attentamente, il gallo sorrise e indicò alla volpe un gruppo di cani che stavano sopraggiungendo, sottolineando la sua piena condivisione del decreto. La volpe, però, udendo i latrati dei cani, cominciò a fuggire con gran meraviglia del gallo cedrone, che le chiese che motivo ci fosse in tanto ardire. La volpe, anche lei colta in castagna, non sapeva che dire: «Ma… c’è anche la possibilità che il decreto non sia ancora stato pubblicizzato a dovere». Udito ciò, il gallo cedrone la guardò e se la rise nel vedere come se la dava a gambe levate.

(Tratto da "Un cedrone ci osserva. Simpatica presenza in valle" di Angela Alberti, in "Ciasa de ra Regoles" n. 129, marzo 2011).

21 mar 2011

Nostalgia



L'amica Lorenza sul "tremendo ghiaione" durante la salita, 28 giugno 2004
 
Chi li conosce li denomina per comodità “I Zuoghe” (questa Z va pronunciata come la s di rosa). In realtà, l’oronomastica tradizionale identifica il punto strategico del tratto di cresta che dal finestrone del Busc de r’Ancona scende verso E, come “Ra Ciadenes”. Durante la 1a Guerra Mondiale, i Zuoghe costituirono un passaggio obbligato per l'assalto a Son Pouses, e contro quella dorsale s’infransero pesantemente i tentativi di sfondamento dell’Esercito Italiano. La quota 2053, dove sorge il punto trigonometrico, e quella - cinquanta m più bassa - dove il sentiero, un tempo segnalato ma poi abbandonato per difficoltà di manutenzione, che sale dalla SS51 s’incontra con quello che giunge dalla Val de Gotres, offrono uno scenario magnifico e la possibilità di osservare numerose opere belliche. La zona è fra le migliori per un’escursione fuori stagione, in primavera per misurare i garretti in vista dei cimenti estivi ed in autunno per sfidare la neve, che lassù pare sempre arrivare un po’ più tardi che altrove. Del resto, la pala fittamente boscata che porta in cima è esposta in pieno sole, sicché ci è capitato di salirci anche in dicembre e in marzo, senza neve nella quale sprofondare. Ultimamente, vari motivi ci hanno portato a disertare il rituale appuntamento coi Zuoghe, ma conserviamo il ricordo dell'ultima volta in cui abbiamo effettuato l'anello, in condizioni tardo-estive: era il 26 novembre, un'irripetibile domenica! Resta sempre il proposito di rendere regolarmente omaggio ogni anno alla dorsale, dove il tempo pare si sia fermato. Di vero cuore, almeno finché vi salirò, mi auguro di non vedere mai lassù le ricorrenti manomissioni di “valorizzatori turistici" più o meno istituzionalizzati, che romperebbero l’atmosfera arcana di quei dirupi, così importanti in guerra e disertati in pace, dove mi sono sempre aggirato con la curiosità e l'entusiasmo del ragazzino salito per la prima volta con i genitori quasi quarant'anni fa, 1° maggio 1972.

16 mar 2011

La Via Inglese in Tofana, un itinerario dimenticato

Il 30/1/1955, Albino Michielli Strobel e Guido Lorenzi realizzarono in giornata la prima invernale della “Via Inglese” sulla parete SW della Tofana di Mezzo.
La via (aperta l’11/8/1897 da Phillimore e Raynor con le guide Antonio Dimai e Giuseppe Colli), rientra nel novero delle “vie inglesi” sulle Dolomiti. Presenta difficoltà di III e IV, e per salirla si prevedevano in media tre ore.
L’Inglese riscosse un certo favore nell’epoca d’oro dell’alpinismo, tanto che nel 1898 un difficile camino fu facilitato con alcuni metri di corda metallica. La via compariva già a fine Ottocento nel tariffario delle guide di Cortina: per salirla, si prevedeva un giorno e mezzo ed erano richieste 50 corone. Nel tariffario del 1962 la salita era ancora presente, e per effettuarla erano richieste 20.000 lire.
Penalizzata dal lungo accesso e dall'altrettanto lunga  discesa, dall’apertura della via ferrata sulla cresta SE della stessa Tofana (1957) e dalla costruzione della funivia fino in vetta (1971), l’Inglese fu abbandonata. Vittorio Dapoz, che gestì per un quarantennio il Rifugio Giussani, sosteneva di non aver mai incontratoin rifugio, almeno nei primi vent'anni, alpinisti intenzionati a salire la via!
Incuriosito dal destino dell’itinerario, mi presi la briga di contare le salite annotate nel libretto posto in vetta alla Tofana dall'agosto 1938 all’agosto 1958. Salvo errori ed omissioni (purtroppo vari dati si leggono con difficoltà), pare che in un ventennio abbiano salito la parete solo 147 persone.
L’anno di maggior afflusso fu il 1955, quando in un giorno salirono 13 belgi, divisi in sette cordate e accompagnati da altrettante guide. Nel 1938, 1944, 1952, 1954, 1956, 1957, 1958, lungo l’Inglese non si avventurò nessuno!
La media di 7-8 salitori l’anno è proprio scarsa, per una via che ai primi del ‘900 rientrava fra le più famose d’Ampezzo. Essa, come detto, sconta la lunghezza dell’accesso e del rientro, la quota alla quale si svolge e l'abbandono generale di scalate isolate, scomode, ombrose, con roccia sporca e protezioni scarse.
Nell'elenco appare un unico solitario, Luigi Menardi "Amanaco", salito nell’estate 1950. Sono rare le cordate accompagnate da guide, la prima delle quali nel 1942, e risultano pochi anche i salitori stranieri.
Alla fine dei conti, nel ventennio esaminato la “Via Inglese” sulla Tofana di Mezzo non ha sofferto d’eccessiva frequentazione, e in seguito forse ancora meno: chissà se qualcuno si prenderebbe la briga di rivisitarla?

15 mar 2011

L’ometto di vetta più particolare che ricordo

Nel centro la Torre Lagazuoi
L’ometto di vetta più particolare che ricordo? Senza dubbio quello che trovai con Enrico trent'anni fa, un lunedì di luglio del 1981, sulla Torre Lagazuoi. Lo snello pinnacolo si eleva circa 500 m a NW di Forcella Travenanzes, ben visibile e staccato dalla parete retrostante. Quel giorno ne raggiungemmo la sommità da S, per la via aperta l’8 settembre 1946 da Ettore Costantini, Mario Astaldi, Luigi Ghedina e Ugo Samaja: un itinerario godibile, non molto lungo né eccessivamente difficile, un po’ infido nel tratto basale esposto alla caduta di sassi. Approfitto per segnalare che a pag. 219 della guida “Berti”, la relazione di questa via ha una data errata. Essa non dev'essere stata salita l’8 settembre 1944, perché quel giorno (vedi a pag. 105) Costantini apriva con Armando Apollonio un'altra via sulla parete SE della Croda da Lago. In cima, nel piccolo spazio fra roccia e cielo, trovammo un cumulo di sassi immobili e coperti di licheni, che forse nessuno aveva mai smosso: eppure erano trascorsi “solo” 35 anni dal passaggio degli Scoiattoli! Quell’ometto mi infuse la stessa emozione che avrei provato se fosse stato costruito molti anni prima, magari da Siorpaes, Preuss o Dibona. Su quella cima poco battuta era (e magari oggi, tanto tempo dopo, è ancora) l’unica testimonianza dell’uomo: niente rompeva la perfezione del piccolo ripiano dove ci trattenemmo per un lungo attimo, riposando i muscoli e il cervello. Lassù ebbi una sensazione strana: pur trovandoci in una zona non proprio remota né abbandonata, eravamo sospesi su un quadratino roccioso a 180 m da terra, su una guglia dove pochi avevano avuto occasione di salire, in un angolo del mondo in cui solo un cumulo di pietre antiche scalfiva la naturalezza del luogo. Quasi mi dispiacque muovere alcuni sassi per passare: scendendo mediante un paio di aeree corde doppie ed una serie inaspettatamente agevole di camini lungo la parete orientale, ci muovemmo con rispetto, per non molestare la Torre, che fino a quel momento aveva avuto il destino di essere disturbata rare volte nella sua gran quiete.

14 mar 2011

Pensieri sull'alpinismo e gli alpinisti

L’alpinismo è un concetto definito; “la pratica di scalare le montagne e la tecnica che a ciò si richiede”. Giova però dividerlo in due categorie: l’alpinismo della necessità (la vita del montanaro, antica come le montagne) e l’alpinismo della volontà (il turismo alpino propriamente detto, che nelle Dolomiti ha 150 anni). Tutti gli abitanti delle montagne sono alpinisti, da sempre. Lo erano sicuramente i contadini, costretti a dissodare, arare e falciare fazzoletti di terra per ricavarne magri raccolti, in luoghi impervi, erti, pericolosi. La storia è ricca di “martiri” di questa vita: nell’800 una donna ampezzana precipitò dalle ripide Pales de Perosego durante la fienagione. Alpinisti erano i boscaioli, impegnati nel duro lavoro in situazioni atletiche, anche se limitate alla cintura mediana della valle: oltre i 2000 m, infatti, gli alberi che offrono buon legno si fanno rari e salire non serve. Erano alpinisti i pastori, che per sfruttare al massimo il territorio per l’allevamento spingevano i loro armenti su pendii prativi, cenge erbose isolate, raggiungibili con manovre spericolate. Gli alpinisti per eccellenza furono i cacciatori e i bracconieri, sempre spinti dalla necessità di sopravvivenza. Per secoli, costoro si avventurarono su cenge, pareti e cime alla ricerca del camoscio o del gallo cedrone, da portare in tavola o esibire come trofeo d’arditezza e di coraggio. I cacciatori, più degli altri, affinarono la tecnica alpinistica, sviluppando in modo proverbiale il senso dell’equilibrio, il fiuto nella ricerca dei passaggi, l’abilità nel superarli con attrezzi primitivi, la furbizia nel sorprendere gli animali, l’infallibilità nel colpirli (a Cortina un cacciatore ampezzano, poi divenuto guida, in vita sparò forse 200 colpi di schioppo, ma ad ognuno corrispose un camoscio, che rallegrò la magra e monotona dieta familiare, consentendo a lui di vivere fino ad 82 anni). Alpinisti furono i topografi, mandati dagli eserciti a misurare l’altezza delle cime, porre punti trigonometrici sulle vette, riordinare la toponomastica spesso confusa delle catene montuose. E’ nota la storia della Rocchetta di Campolongo, che i topografi scalarono già nel 1779, se non prima, per fissare uno dei confini tra il Tirolo e l’Italia. Alpinisti, infine, furono i guardaboschi e i guardacaccia, instancabili camminatori e perlustratori del perimetro boschivo della valle, ma anche di numerose cime. E’ principalmente merito loro, insieme ai cacciatori, se l’alpinismo nacque, si sviluppò ed ebbe fortuna. Mancano all’appello i raccoglitori di erbe alpine e prodotti del bosco, portato di un’epoca abbastanza recente e di un ritorno alla natura. Nell’antichità si usavano più di oggi le erbe e le bacche, meno i funghi: nei vocabolari dialettali, infatti, i termini botanici e micologici non hanno una vasta messe di corrispondenze, ma sono perlopiù generici.

12 mar 2011

Nel silenzio del lago

11 marzo 2011, nel silenzio del Lago
D'estate, la capanna che da tre quarti di secolo sorge sulle sponde del Lago d'Aial, il mediano dei tre specchi d'acqua della Val Federa, è una meta comoda, piena di sole e molto frequentata. Noi vi saliamo abbastanza spesso, sfruttando le varie possibilità che convergono tutte al lago: da Campo di Sotto, da Mortisa, dalla diga di Ciou del Conte, o infine, ed è la soluzione meno battuta, dalla strada del Passo Giau scendendo attraverso la località detta “Ra Sapada”. D'inverno ci andai la prima volta anni fa con amici, con il proposito di curiosare fra i “Cuaire”, le fenditure rocciose celate dal bosco che si aprono nelle immediate prossimità del lago ed erano frequentate già nell'800. Sulla porta d'ingresso del rifugio, allora chiuso, un “libro di vetta” invitava i visitatori a lasciare traccia del loro passaggio. Qualche anno fa i gestori si sono muniti di un piccolo battipista, con il quale liberano il tratto di strada che si stacca da quella diretta a Croda da Lago e consentono di salire all'Aial anche con la neve. L'esperienza è interessante, l'escursione non è molto lunga, si svolge in un ambiente solitario e silenzioso e merita la prova. Il rifugetto non potrebbe ospitare le folle di gitanti in sci, ciaspe o a piedi che invadono d'inverno altre strutture, per cui vi si sosta in tranquillità. In questi giorni lo specchio gelato del lago si va pian piano sciogliendo; il terreno sente già un po' di primavera e, anche se le sponde sono bianche e la strada che sale è ancora innevata e un po' scivolosa, la stagione avanza. Il luogo non sarà una base per ascensioni famose o tappa di trekking chilometrici, ma vi si sale volentieri per avvicinarsi ai vasti boschi di Federa, ricchi di natura e di leggende.

11 mar 2011

Il Corno d'Angolo

Bella punta dolomitica che sopra il Graon de Rudavoi conclude l’inflessione ad angolo retto del ramo delle Pale di Misurina, il Corno d’Angolo domina il torrente Rudavoi e l'avveniristico ponte, dai pressi del quale  si può ammirare. Da N (Val Popena Alta), è facilmente accessibile, ed è plausibile che sia stato salito in epoca antica da valligiani. Il Corno entra nella storia dolomitica con la prima salita per roccia, dovuta ad Emilio Comici, che nel 1933 superò lo spigolo S con Sandro del Torso. Nel 1955 sul Corno venne tracciato un altro itinerario, del quale manca la relazione; un'altra via è stata aperta nel 2009 da alpinisti triestini. Chi scrive vi scoprì il teatro di una salita in ambiente solitario e ancora poco battuto, nell'estate 1991. In questo ventennio vi sono tornato alcune altre volte, e mi ci sono affezionato, reputando meritevole la breve “via normale”, sia per la natura in cui si svolge, sia per il panorama, sia per la tranquillità dei luoghi, dove passa quasi più gente d’inverno che d’estate. Per salirvi, dalla sella coi ruderi del Rifugio Popena si risale la conca erbosa e detritica ai piedi del Piz Popena, mirando all’ultimo marcato dosso sul lato destro orografico. Giunti su una sella erbosa che si affaccia sul versante del Passo Popena, seguendo gli ometti si rimonta per una cinquantina di metri di dislivello il pendio N del Corno, con passaggi friabili di I, su roccia talvolta un po' bagnata. Sulla cima c’è un bastone, infisso fra due massi che si affacciano sull’esposto versante S, e un minuscolo libro di vetta, con le firme dei pochi appassionati che conoscono la cima.
Salendo verso il Corno d'Angolo, 9 agosto 2004

8 mar 2011

Prima Fiames d'inverno, sei lustri orsono


Non sembra, ma era inverno! Enrico e io sulla "parè", 23/1/83
Forse sarete anche stufi di sentirvi propinare le "cronachette alpestri" di chi scrive, in sostanza avventure dal I al IV, con qualche bella puntata un po’ più in alto. Ma tant’è: questo ho da offrire, nel rievocare alcune lontane giornate, e cerco sempre di farlo nel modo migliore. Prima di chi legge, soddisfa me stesso ricordare esperienze piacevoli, istruttive e che tornano spesso alla mente con piacere. Riprendo un argomento trattato spesso, ricordando che una delle mie due salite alpinistiche preferite è stata la parete S della Punta Fiames, per la via Dimai-Verzi-Heath del 1901. Dopo le prime due salite della “paré”, nell’estate 1976, lasciai passare qualche annetto, dedicandomi ad altro. Lunedì di Pasqua 1980 ripresi la strada della Fiames con Enrico: impiegammo molto per domare la via, in una giornata grigia e fredda: la soddisfazione fu sempre grande, anche se allora salivo solo da secondo. L'8/3/1981, giusto trent'anni fa, avvenne la quarta salita, prima d'inverno; era con noi anche Andrea, forte scalatore feltrino che morì qualche anno dopo in un incidente di moto. In agosto la quinta, che feci da primo, per fare esperienza ed anche per necessità, poiché il mio compagno non si sentiva di farlo. Nelle salite che sono riuscito a realizzare sulla via, c’è stato anche lo spazio per un’altra invernale in condizioni estive, una in meno di due ore “in conserva”, una in dolce compagnia, una conclusa con un piccolo incidente, una invernale con annessa piccola "cioca" in vetta. Per completezza, devo citare l’ultima, mezza salita: eravamo in tre e arrampicammo così lenti che sulla cengia inferiore (preso da arcani timori) proposi di tornare a casa se non volevamo uscire alle otto di sera. Il rientro, lungo i nuovi ancoraggi, fu veloce e divertente, ma un po’ mesto. Da allora non ho più sfiorato le rocce della “paré”, che ho percorso almeno una volta l’anno per un ventennio esatto e sulle quali devo dire che mi sono sempre divertito.

6 mar 2011

'Son là che no n é negun!

D'estate e d'inverno, quando usciamo in montagna, spesso mia moglie ed io ci palleggiamo un motto in ampezzano (di nostra invenzione) " 'Son là, che no n é negun ", che sarebbe a dire " Andiamo lì, che non c'è nessuno ". Il motto serve a indicare una malga, un rifugio, un sentiero una vetta che, secondo noi, nessuno  o pochi nostri paesani e confinanti frequentano e dove è quindi poco probabile dividere lo spazio con qualcuno che conosciamo. Orbene: pensavamo che domenica 6 marzo fosse lo stesso per la Obere Steinzgeralm -  Malga Montale di Sopra, rustico ristoro a 1891 m alto sopra il Lago di Anterselva, sui pascoli - frutto di antichi disboscamenti - che scendono dalla Rote Wand, panoramica e frequentata cima terza in altezza degli amati Monti di Casies. Saliamo in malga tranquilli, in una splendida giornata ormai pronta alla primavera; pranziamo, riposiamo e ad un certo momento chi vediamo sulla porta? Capo, Cencio, Magico, Martina e Mimmo (sono nomi e soprannomi noti nell'ambiente "crodaiolo" fra S. Vito e Cortina), un gruppo di appassionati che tornava da una magnifica scialpinistica sulla Rote Wand. Loro stupiti, e noi più di loro, di scovare ampezzani e cadorini in un angolo di Sudtirolo a due passi dal confine austriaco, che ingenuamente pensavamo di conoscere noi e pochi altri: ma si sa che la Montagna non ha confini, e poi alla Obere Steinzgeralm la birra è veramente buona ... 
Croda Rossa - Rote Wand, dal Lago di Anterselva

4 mar 2011

Un'idea per quando finirà l'inverno: l'anellino di Crepa

Quando finirà l'inverno prendiamo l’autobus, la macchina o saliamo a piedi oltre le case di Col, fino al caratteristico masso, già palestra di roccia, che incombe sulla strada prima della galleria. Qui vicino c'è il rinomato belvedere dove tanti automobilisti e motociclisti in transito si fermano spesso per ammirare Cortina. Di fronte a noi un sentiero, risistemato e segnalato qualche anno fa, s'imbuca fra i roccioni che strapiombano sulla strada. La traccia sale ripida nell'ombroso bosco di faggio, intercalato da salti di roccia dove ricordo che un tempo c'era un tratto di grossa fune di ferro per sicurezza. Rasenta poi una protezione di legno, dalla quale si ammira un bel panorama, e finisce sul piazzale dell’Ossario, un monumento che spesso neppure noi conosciamo e visitiamo. Dopo una breve sosta, sul retro dell’Ossario imbocchiamo il sentiero numero 451, che attraversa la rocca e scende fra gli alberi, con qualche altra facilitazione dato l’ambiente scosceso, giungendo in vista della strada d'Inpocrepa, fra Lacedel e Pocol. Passato un tratto sotto roccia, prima di congiungerci con la strada, dobbiamo deviare a destra e per una pista poco marcata tra gli alberi torniamo al punto di partenza. In un’oretta avremo compiuto una passeggiata ad anello piacevole e interessante. Caratteristiche del percorso: qualche anno fa, fra i roccioni di Crepa abitava la colonia di camosci più “meridionale” d’Ampezzo; sul sentiero raramente si trova qualcuno; soprattutto nel tratto in salita (che comunque si può fare anche al contrario), l’atmosfera è quasi ottocentesca, un po’ gotica e misteriosa. La camminata è gradevole, perché siamo appena sopra le case e pare di essere molto più in alto, e fra quelle rocce sembra ancora di vedere Maria de Zanin, il soldato che la insidiava, le anguane dei boschi di Federa e tanti altri leggendari personaggi.
Scendendo da Crepa verso la strada, 12 novembre 2006

2 mar 2011

1993-94, sul Campanile Toro



Un’ascensione portata a termine felicemente per due volte, nelle stagioni in cui, mantenendo l’interesse e l’entusiasmo per l’arrampicata e facendo sempre tutto con soddisfazione, abbassavamo man mano i gradi di difficoltà da affrontare, fu la normale del Campanile Toro, nel gruppo degli Spalti omonimi. Si trattò di un’esperienza completa ed interessante, tanto più pregevole perché fuori degli itinerari battuti. Ne serbo un buon ricordo soprattutto per l’orrenda sfacchinata che, come tutti i candidati alla vetta, dovemmo obbligatoriamente sorbirci per giungere all’attacco dal Rifugio Padova. Oltretutto la via fu piuttosto breve, condensandosi in circa un’ora di ginnastica attraverso camini e pareti interessanti e mai snervanti. Ma se il gusto della salita in sé si concentrò in poche lunghezze di corda, dopo un buon paio d’ore di cammino su ghiaioni ripidi e con poche tracce, lo scenario nel quale è inserita la sommità ed il colpo d’occhio che si dispiega da lassù, ci ripagarono sicuramente delle fatiche sopportate. Anche per noi (Carlo, Federico, Orazio, Roberto, Tomaso e l’onnipresente narratore di queste storie) la normale del Toro fu un’ottima occasione per avvicinarsi ad un mondo che conserva in buona parte le caratteristiche genuine incontrate dai primi salitori, gli austriaci Berger e Hechenbleickner, giunti per primi sulla vetta già vista da Domegge, il 22 luglio 1903. Del Campanile Toro, sul quale hanno lasciato la firma illustri alpinisti come Piaz, Stösser, Molin e i Ragni cadorini, ho gradita memoria ma quasi nessuna immagine. Il piacere di toccare, in punta di piedi, vista l’apparente fragilità della cima, la piccola piattaforma sommitale e di lassù far rintoccare la campana issata nel 1952, che si sente fino al Rifugio Padova, oltre 1000 metri più sotto, fu entrambe le volte inimitabile.

27 feb 2011

Una scoperta nel gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo

La "Tetta" con le Tofane sullo sfondo, luglio 2007
Ospiti del Rifugio Biella in occasione dei festeggiamenti per i cent'anni della costruzione, in una mattina di luglio 2007 ci capitò di salire una cima nuova. Una cima la cui vista s’impone, oltreché a chi guarda dal Rifugio verso S, anche in alcune cartoline del Biella di epoca austro-ungarica e dei primi del '900. La montagna non ha un nome, ma un pregio: il panorama che offre, nel quale si riescono a intravvedere persino la valle e i nuclei abitati più a N d’Ampezzo. Anche per questo gli escursionisti, non solo tedeschi, che salgono sempre numerosi soprattutto da Braies, mentre sostano al rifugio in attesa di riprendere le forze e la marcia, salgono la “Tetta”. Questo è il singolare ed evocativo oronimo che qualche burlone ha dato alla cupola arrotondata di sassi ed erba (non quotata, né indicata nelle carte che ho consultato), che emerge dall'altopiano di Fosses proprio in faccia al rifugio, dal quale si sale in meno di mezz’ora e senza difficoltà. In cima c'è un ometto e nessun altro orpello: il silenzio è assordante e si gode una grande visuale sul gruppo della Croda Rossa e su altre crode più lontane. La “Tetta” fu sicuramente raggiunta in epoca antica, magari dai cacciatori che scrutavano l’orizzonte alla ricerca degli ungulati, un tempo numerosi su quelle lande, che oggi si stanno lentamente ripopolando. Senza importanza per i collezionisti di vette ma utile per trascorrere un po' di tempo in relax, la cima è una delle ultime d'Ampezzo iscritte nel mio taccuino, ed è stata una gradevole sorpresa.

22 feb 2011

129 anni fa, la prima invernale del Cristallo?

Un episodio della storia dolomitica che merita sicuramente di essere approfondito, non fosse altro che per l'incertezza nell'esatta collocazione temporale, riguarda la prima salita invernale del Monte Cristallo. Tentata da Santo Siorpaes e Moritz Holzmann già sette anni dopo la conquista, nel gennaio del 1872, ma fallita per l'eccessivo innevamento, l'ascensione riuscì alla guida Pietro Dimai Deo con Bortolo Alverà, quest’ultimo apparso e subito scomparso dalla storia delle Dolomiti poiché non era un alpinista, ma l’Imperial Regio Maestro Stradale (come Santo Siorpaes, ma sulla strada del Passo Tre Croci). Piero de Jenzio (1855-1908) e Bortel de chi de Pol (1849-1922) vinsero il Cristallo il 22 novembre 1882. Per qualche fonte, per alcune altre, invece, era il 22 febbraio, quindi esattamente 129 anni fa). La guida aveva ventisei anni, e il suo compagno di cordata trentatrè, moglie e figli. Le maggiori difficoltà incontrate dai due ampezzani si dovettero sicuramente ascrivere al freddo, giacché l’itinerario si svolge fra i 2808 e i 3216 m di quota; le difficoltà sono alla portata di ogni alpinista che abbia piede fermo e abitudine all’esposizione, ma d'inverno le pareti poco ripide sono le peggiori, e non credo che in centotrent'anni quell’invernale abbia avuto ripetizioni a iosa. Chissà come Piero e Bortel videro la valle d’Ampezzo dalla cima del Cristallo: i suoi villaggi, i campi e i prati coperti di neve e immersi nel silenzio, un quadro da presepio che purtroppo non raccontarono per iscritto e si può solo immaginare. Quella fu la prima salita invernale di una montagna in Ampezzo, bissata nove anni dopo, il 10 dicembre 1891, dal medesimo Piero col cugino Tone e la cliente olandese Jeanne Immink sull’ancor più impegnativa, anche se molto più bassa Croda da Lago.


Cristallo e Piz Popena da Tre Croci, fine '800 (racc. E.M.)


20 feb 2011

A Forcella Maraia

Nel 1996, la prima volta che salimmo d'inverno a Forcella Maraia, il Rifugio Città di Carpi era chiuso. 15 anni fa, i rifugi e le malghe del circondario che offrivano ospitalità nella stagione fredda erano pochi, e Maraia era il regno degli scialpinisti, che infatti trovammo regolarmente davanti al rifugio spazzato dal vento. Qualche tempo dopo, col cambiare delle mode e l'ampliamento a varie strutture della prospettiva di sviluppare il turismo invernale senza sci, il rifugio aprì, e da allora vi siamo tornati in numerose occasioni, 5 negli ultimi tre anni. Usando la seggiovia che sale a Col de Varda, bisogna camminare per qualche chilometro, ma l'accesso al rifugio è quasi tutto in falsopiano. Ne esce una gita di impegno relativo, con dislivello ridotto e un panorama del Popena, Marmarole e parte dei Cadini di Misurina molto interessante. Per questo ogni anno dedichiamo una domenica al Carpi (tra l'altro, lo spostamento in auto è proprio breve). Qualche anno fa, si era provato a battere la strada che dal Rifugio scende per la Val d'Onge sino in Val Marzon, ottenendone una lunga pista di slittino inizialmente ricercata. Nel 2009/10, però, la strada è stata minacciata da una valanga, facendo riflettere sull'opportunità di non fomentare il rischio che può celarsi anche in una semplice strada alpestre. Il Carpi, quindi, è meta di una gita invernale fra le più comode del circondario: ovviamente si può “insaporire”, salendo e scendendo da Misurina per il ripido sentiero battuto (ma usato, purtroppo, anche da sciatori e slittinisti ...) che porta a Col de Varda. Così facendo, si aggiunge un'ora buona di salita e qualcosa meno in discesa, alla strada militare che solca comodamente i ghiaioni di Pogofa. Dipende dalle giornate: è certo che andare e tornare a Misurina a piedi dà alla gita un che di escursionistico più sostenuto, ma non è per niente obbligatorio.
Dai pressi del Rifugio Città di Carpi verso le Tofane, 20 febbraio 2011

18 feb 2011

Un rifugio romito

Il Rifugio Romiti sul Monte Froppa, nel gruppo del Cridola in Cadore, è una scoperta recentissima, poiché è stato aperto il 3/10/2009. La prima volta che ci siamo saliti era già primavera, poiché l’escursione è del 28 marzo dello scorso anno. Nonostante la data evocasse ancora la stagione sciistica, è stata la nostra prima gita della stagione su terreno asciutto. Il rifugio nasce dalla ricostruzione dell'eremo innalzato nel 1720 sul boscoso colle del Froppa, che diede ospitalità per alcuni anni ad un gruppo di eremiti dediti all'orto e alle api. Il posto è singolare: per arrivarci, vale la pena seguire la nuova Via Crucis che sale a ripidi tornanti fra gli abeti, mentre per scendere è consigliabile seguire l'antico “Troi de Maricona” e transitare per la Casera Malauce, dove pascola un gregge di capre. L'originalità del luogo, poco lontano dal lago del Centro Cadore ma frequentato fino a pochi anni fa solo da locali per onorare S. Giovanni Battista; la cordialità dei gestori; la quota del "Monte", che tocca soltanto i 1164 m ma si trova in un ambiente proprio “romito”, mi hanno indotto a tornarci in autunno ed a pensare di visitarlo anche in bel fine settimana invernale, quando la stradina forestale è battuta, mentre la Via Crucis si sale solo con le ciaspe. Come accade spesso con le novità, ho diffuso abbondantemente il nome del Rifugio, perciò le visite di amici dall’Ampezzano sono già frequenti. Saluto quindi con piacere l’apertura di questo rifugio, che non farà certo da base per leggendarie arrampicate o grandi traversate, ma costituisce un bel punto d’incontro fra amanti della montagna, della buona tavola e, perché no, un esempio di promozione turistica, se e dove possibile, da imitare.
Rifugio Romiti, 28 marzo 2010

16 feb 2011

Santo, Pietro o Giovanni? Un caso storico-alpinistico del 1893

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Pietro Dimai, Giovanni Cesare Siorpaes e Antonio Dimai - Ospitale, 1895
In “Wanderungen in den Dolomiten”, opera del barone Th. von Wundt tradotta in “Sulle Dolomiti d’Ampezzo” e pubblicata qualche anno fa dalla Cooperativa di Cortina, nel capitolo sul Rauhkofel appare l'immagine di uno strapiombo dal quale scende un alpinista a corda doppia. A destra in basso, un altro alpinista lo osserva. Ritengo che la fotografia, scattata nel 1893, sia al centro di un'inesattezza, tramandata da numerose fonti. In alcune pubblicazioni, i cui autori forse non lessero, o interpretarono male l'originale tedesco, l’alpinista a destra viene infatti, a ragione, riconosciuto nella guida Mansueto Barbaria Zuprian (1850-1932). Quello che scende sulla corda sarebbe invece Santo Siorpaes Salvador (1832-1900), antesignano della scoperta delle Dolomiti, attivo fra gli anni '60 e '80 del secolo XIX. Wundt però non parla mai di Santo, ma del “Santobua”. A mio parere, “Bua”, appellativo di un casato ampezzano oggi estinto, è la corruzione tirolese del tedesco “Bube” “ragazzo, moccioso”. Nel testo, la traduttrice scrive, con maggiore precisione, “il giovane Santo”. All'epoca della fotografia, scattata durante la traversata da Schluderbach alla Valfonda attraverso la cima del Rauhkofel, Santo Siorpaes aveva 61 anni e si era ormai ritirato dalle scalate più ardimentose. Per questo "il giovane Santo" potrebbe essere uno dei suoi figli, Pietro (1868-1953) o Giovanni Cesare (1869-1909), guide già affermate. Non intendo certo privare Siorpaes del piacere di un’eventuale impresa tardiva, che andrebbe a sommarsi a quelle compiute nel ventennio migliore. Rilevo però che talvolta, anche in queste ricerche, un termine frainteso rischia di stravolgere fatti che agli storici dell'andar per crode interessano da vicino. La traversata del Rauhkofel (cima minore del gruppo del Cristallo, salita ufficialmente per la prima volta da Wenzel Eckerth con la guida Michele Innerkofler il 2/7/1883 e poi fortificata e contesa durante la Grande Guerra), non ha visto di sicuro molti ripetitori, pur svolgendosi in un contesto suggestivo. Eckerth l’aveva suggerita nel volume “Il Gruppo del Monte Cristallo” (1891): poco tempo dopo, Wundt raccolse la sfida e la compì con successo, ma uno dei due compagni d’avventura forse non era quello che, fraintendendo il dialetto tirolese, si è creduto a lungo.

15 feb 2011

A tu per tu con l'urogallo

Domenica scorsa, il tempo incerto e avvilente ci ha indotto a rinunciare alla salita con gli amici Franca e Giacomo alla Steinzgeralm, sopra il lago di Anterselva e ai piedi della Rote Wand. Il luogo, sia d'estate che d'inverno, merita una giornata serena soprattutto per il contesto ambientale in cui si trova, e ci pareva che il lungo trasferimento non giustificasse una salita, breve ma probabilmente immersa nella foschia. Ci siamo quindi concessi la partenza a tarda ora, come semplici turisti, per andare a pranzo a Malga Rinbianco, sotto le Tre Cime. D'inverno, l'accesso a piedi alla frequentata malga richiede mezz'ora, e quindi dal punto di vista escursionistico ci siamo sentiti "assolti". Giunti a destinazione, però, abbiamo trovato il locale affollato come non mai; per pranzare, ci si sarebbe dovuti munire di biglietto (!) e attendere il proprio turno, ad occhio e croce non bastava un'ora. Veloce consulto e quasi immediato dietrofront; poco convinto assaggio al ristorante sul Lago di Landro, anch'esso strapieno data la giornata insipida, e mesto ritorno a casa, dove comunque ci siamo ristorati con un bel risotto. Prima di salire in macchina, nel giardino che fronteggia la casa Zangiacomi, a pochi metri dal Santuario della B.V. della Difesa, insieme ad alcuni curiosi avevamo potuto ammirare e fotografare un gallo cedrone, che adesso compare come immagine iniziale di questo blog. Con tutto quello che ho girato per i monti in oltre quarant'anni, era soltanto la terza volta in cui mi trovavo a tu per tu con un urogallo, fra l'altro privo di timore. Non è frequente oggi vedere questi pennuti, e pare che questo "frequenti" già da tempo il fondovalle, e soprattutto una casa in Crignes, dove trova qualcosa da mangiare. Quale sorpresa incontrarlo  in centro a Cortina, in pieno giorno, in mezzo al traffico, in questo inverno che non sa d'inverno: stranezze della natura! 

12 feb 2011

Sul monte più basso d'Italia

Credo di avere salito, nell'estate 2009, il monte più basso d'Italia. Non ne sono certo, poiché non so se esista una classifica delle italiche elevazioni montane, ma i 116 metri sul livello dell'Adriatico ai quali si erge il Colle dell'Eremita rappresentano di sicuro un simpatico primato. Ovviamente non si tratta di un monte vero e proprio, ma solo del punto più elevato dell'isola di San Domino, la più frequentata del piccolo arcipelago delle Tremiti, di fronte al promontorio garganico. Dal gregge di case del Villaggio San Domino, sede comunale, bastano circa tre quarti d'ora di camminata per raggiungere il culmine del Colle, prima per una strada pavimentata e scarsamente trafficata che solca la pineta di San Domino, e poi per una sterrata, che ci è rimasta impressa essendo ornata di lampioni sino in vetta. L'elevazione del Colle, piatta, e coperta di bassa macchia mediterranea, ospita i miseri resti della presunta Cappella dell'Eremita, unico relitto storico dell'isola, e schiude un'eccellente visione delle isole circostanti e della più lontana costa pugliese. Ricordo il Colle perché vi siamo saliti con soddisfazione nel tardo pomeriggio del secondo giorno di permanenza a San Domino (si sa che noi cerchiamo sempre le montagne anche in mezzo al mare ...), e la sensazione di stare sulla cima più bassa dello stivale fu per noi straniante.

10 feb 2011

Cime a ricordo di personaggi scomparsi

Ho constatato da tempo che diverse montagne ampezzane sono dedicate ad alpinisti scomparsi. Prendendo in esame solo alcuni gruppi, iniziamo con la Croda da Lago. Là troviamo la Cima Marino Bianchi, dedicata dai primi salitori alla guida ampezzano-cibianese caduta quattro anni prima sulla Torre del Lago. Nei suoi pressi si ergono il Torrione Dino Buzzati, intitolato allo scrittore bellunese che amò la Croda più d’ogni altra cima e nel 1966 vi compì la sua ultima scalata con Lino Lacedelli e Rolly Marchi, e la Punta Raffaele, che ricorda Raffaele Zardini, Scoiattolo caduto durante un volo col deltaplano. Le cime citate sono state battezzate da Franz Dallago, che nel gruppo ha aperto oltre 30 vie nuove. Ai piedi del Nuvolau c’è la Torre Anna: ritengo sia un omaggio di Franz ad una gentile, a noi non nota fanciulla. Sempre Franz è salito per primo su due guglie in Tofana, dedicandone una a Franco De Zordo di Cibiana, caduto in Tre Cime nel ’65 e l’altra ad Albino Michielli, illustre esponente dell’alpinismo locale degli anni ’50-’60. Spigolando qua e là, sul Pomagagnon troviamo il Campanile Dimai (dedicato alla guida che nel 1905 ne superò per primo la parete S), e la Punta Armando, che dal 1950 ricorda lo Scoiattolo Armando Apollonio. Nel Cristallo, infine, il Campanile Dibona è stato dedicato al simbolo delle guide ampezzane, che lo salì nel 1908 e vi tornò con Rizzi e i Mayer l’anno dopo. E così avanti, sorvolando su tante altre montagne, per non trasformare questo pezzo in un elenco telefonico. All’appello mancano comunque molte persone benemerite per Cortina: in nessun luogo, ad esempio, è ricordato Federico "Fritz" Terschak, Accademico del Cai che sulle nostre montagne aprì una ventina di vie nuove e fece tanto anche per lo sci alpino e nordico. Nemmeno Chéco da Melères, prima e storica guida ampezzana, è stato mai omaggiato in alcun modo. Montagne vergini, però, non se ne trovano più, quindi forse gli esclusi dovranno “accontentarsi” di altre forme di memoria!

8 feb 2011

Sul campanile più bello del mondo

In traversata sul Campanile
 Nel mio piccolo carnet d'alpinista non manca il “campanile più bello del mondo”, quello di Val Montanaia. Successe trent'anni fa, l’11 settembre 1981. Partiti con la 127 bordeaux di  Enrico il giorno prima da Trieste, dove studiavamo, muniti di panini al prosciutto e una bottiglia di aranciata, ci fermammo al termine della Val Cimoliana, poco distante dal Rifugio Pordenone. Le nostre finanze non ci autorizzavano a pernottare in rifugio, e così ci limitammo a farvi un salto la sera per una birra in compagnia. In un angolo cenavano soltanto due alpinisti silenziosi, che si presentarono come Vincenzo Altamura, medico milanese, e Stanislav Gilić, fiumano, esploratori delle Dolomiti d’Oltrepiave che solo tre giorni prima avevano aperto una grande via sulla Croda Cimoliana. Nella 127 dormimmo stretti e male, infastiditi per la maggior parte della notte dal gracidio di rane e rospi in una pozza vicina: così, alle cinque eravamo già in cammino lungo la valle che sale verso il Campanile. La salita si svolse regolarmente, una lunghezza per uno (le due più dure capitarono a Enrico!) e senza emozioni particolari, a parte il volo della mia giaccavento dalla seconda lunghezza fino alla base; al ritorno dovetti risalire da solo per un bel tratto, prima di disincagliarla da uno spuntone. Ricordo la traversata poco impegnativa: trovai invece molto scivolosa la Fessura Cozzi, consumata da 80 anni di passaggi, e scomodo il Camino Glanvell, dove dovetti issare lo zaino a braccia. In vetta trovammo un sacchetto del pane con la firma di Mauro Corona, salito pochi giorni prima - mi pare per l’82^ volta - ma non la campana, portata lassù da alpinisti veneti nel 1926 e che ogni “audace” dovrebbe far risuonare. Proprio quell’estate si trovava a Pordenone, nell’attesa di essere riparata! La storica calata nel vuoto degli strapiombi N ci divertì assai: nel primo pomeriggio eravamo a Cortina, già pronti a deliziare gli amici con la storia dell’ascensione ad una delle cime più note e sognate dell’arco dolomitico, "climbing must" della nostra gioventù.

7 feb 2011

Alpe di Nemes, panorami da UNESCO

Con le storiche malghe  Klammbach, Coltrondo e il più recente Rifugio Rinfreddo (queste ultime due costruzioni spostate sul versante comelicese), la malga dell'Alpe di Nemes completa il circuito escursionistico delle malghe di Sesto, nell'area del Passo Montecroce Comelico. Frequentata d'estate e d'inverno per la semplicità dell'accesso e i vasti panorami, Malga Nemes sorge a 1880 m sul pascolo omonimo, già citato nel Medioevo, ai piedi delle varie sommità con le quali inizia la Cresta Carnica. Per giungervi, le soluzioni e i tempi sono vari: 2 ore da Moso, 1 ora abbondante dal Montecroce, qualcosa di meno dal forte di Mitterberg sopra Sesto, oppure una buona mezz'oretta di traversata dalla Malga Coltrondo. Ed è in quest'ultimo senso che, fino all'altro ieri, negli ultimi dieci anni siamo passati a Nemes d'inverno, magari per il classico “bicchiere della staffa”. Domenica scorsa invece, dopo tanto, abbiamo voluto salire alla malga direttamente dal Passo, lungo la strada forestale affollatissima di pedoni, sciatori, "ciaspatori" e cani. La prima volta che salii a Nemes coi miei familiari fu nell'89: mi rimase particolarmente impresso un tratto dell'accesso piuttosto erto, franoso e munito di una lunga corda di sicurezza, che poi rincontrai d'inverno, gelato e diventato uno scivolo poco escursionistico. Quel tratto oggi non esiste più (o non ce ne siamo più accorti, ma è meglio così), e l'avvicinamento alla Malga lungo la strada alleggerita da alcune scorciatoie, è tranquillo e panoramico. Certo, a Nemes è improbabile trovare la "pace alpina" che sempre più spesso vorremmo nelle nostre uscite, ma un'escursione in questa zona merita senz'altro: la zona è bella, di ampio respiro, la neve, i boschi le conferiscono un aspetto quasi nordamericano, e la visuale che si gode verso la Cresta carnica e verso le Dolomiti evoca sensazioni, ricordi e progetti.

4 feb 2011

Salviamo un angolo delle Dolomiti patrimonio dell'umanità!


Dalla Rocheta de Cianpolongo, verso i boschi della Valle del Boite: spariranno?
L'angolo di mondo compreso fra le Rocchette e Mondeval è tornato alla ribalta, per svilupparvi un faraonico progetto di sfruttamento turistico invernale: 8 impianti a fune, 16 piste, un paio di rifugi, parcheggi e alberghi a fondovalle. Costo stimato dell'opera, realizzabile in un paio d'anni: 85 milioni di €. Chi ama la Montagna, dà valore alla storia, alla memoria, all'ambiente e condivide la necessità di godere con rispetto della natura e conservarla per le generazioni future, può sostenere l'appello del gruppo di sanvitesi che si batte per arginare la proposta, nella prospettiva di avviare un modello di turismo più sostenibile e rispettoso:

2 feb 2011

A cent'anni dalla nascita della guida alpina Ignazio Dibona (1911-1942)

Il 29/1/1942, travolto da una massa di neve a Campo della Scindarella, perdeva la vita a trent’anni Ignazio Dibona, guida alpina e maestro di sci di Cortina.
Tratti in salvo tre allievi investiti da una valanga, si stava impegnando per soccorrere altri tre sciatori sommersi prima di lui, coi quali invece perì tragicamente.
Nato a Cortina il 21/11/1911, era il primogenito di Angelo “Pilato”, simbolo delle guide di Cortina. Ignazio interpretò onorevolmente la tradizione di famiglia, che dopo di lui fu portata avanti dai fratelli Fausto e Dino e dal nipote Ivano, valenti guide.
Fin da piccolo seguiva il padre alla base delle pareti, attendendone poi il ritorno dalle salite. Adolescente, iniziò la sua vita di rocciatore sulle crode di casa, salendo le pareti e le cime più impegnative col genitore poi con amici e colleghi.
Nel 1927, non ancora sedicenne, col padre e il fratello Fausto, di soli quattordici anni, salì la Via Dimai della Punta Fiames, dando la prima testimonianza documentata di una scalata di un buon livello.
A vent'anni, con Giovanni Barbaria “Zuchin” fu promosso guida alpina, coronando così il sogno della sua vita e iniziando una professione di breve durata ma ricca di soddisfazioni, che lo vide protagonista di numerose salite importanti.
Durante il servizio militare a Belluno nel 7° Alpini, si distinse guidando i commilitoni in scalate e traversate su tutte le Dolomiti.
Fra le sue prime, non abbondanti ma qualificate, risaltano la “Centrale” sulla parete S della Punta Fiames (1933, con Dimai e Degasper), definita “Straordinariamente difficile, V grado superiore”; lo spigolo SE della Croda Marcora (1933, con Apollonio e Barbaria); lo spigolo del pilastro N del Siroka Pec (1935, col padre, Anna Escher e Lipovec, un passaggio di VI); la “Diretta Dibona” sulla Testa del Bartoldo (1937, col fratello Fausto ed Hermione Blandy).
Il suo capolavoro fu però la “Direttissima” sulla parete SE della Croda Rossa d’Ampezzo, tracciata in due giorni nel 1934 con Pietro Apollonio, che permise di risolvere un importante problema.
Furono molte le ripetizioni di vie di rilievo portate a termine dal “Pilato”, divenuto assai giovane anche maestro di sci. Col padre, Angelo Verzi e Emmy Mendl, compì nel 1929 la 1o^ salita della Via Miriam sulla Torre Grande d’Averau, ripetuta in seguito da solo in 17 minuti. Con Arcangelo Dandrea e Renato Zardini, nel 1932 Dibona portò a termine la 4^ salita della “Fessura Dimai”, aperta da un mese sulla stessa Torre e vi tornò con Alfonso Tanner per la 9^ ripetizione.
Nell’estate 1940 si legò in cordata col padre per ripetere due vie aperte da lui con Luigi Rizzi e i Mayer trent’anni prima: lo spigolo N del Grosser Oedstein e la parete N della Cima Una – Einserkofel: né vanno tralasciati i numerosi interventi di soccorso, per i quali Dibona si prestò sempre con generosità e coraggio.
Chiamato a dirigere la scuola di sci di Campo Imperatore, col suo carattere fermo e cordiale si guadagnò la stima e l’affetto di tutti i clienti. Non appena accaduta la disgrazia, i fratelli scesero a Campo Imperatore, dove poterono “raccogliere dalle genti fasciste delle montagne d’Abruzzo in cui il loro Ignazio cadde, le espressioni dell'unanime compianto e della generale ammirazione” e portarono “i genitori e alla sposa angosciati la solidarietà di un mondo estraneo al loro, ma che si unisce a loro, per confortarli”.
A Cortina, la notizia della morte di una delle più giovani e valenti guide locali si diffuse velocemente: sul “Notiziario di Cortina” del 30 gennaio, il Presidente della Sezione del CAI Bepi Degregorio scrisse un accorato necrologio, ripreso anche nel n. 8-9 (giugno-luglio) della rivista “Le Alpi”.
Degregorio, conformemente alla retorica del tempo, così concludeva: “Ignazio Dibona tu non sei morto. La tua figura di atleta è fissa nell’azzurro in vetta alla difficile parete della vita. Tu assicuri la nostra corda nel moschettone di puro ferro e ci comandi: avanti.”
Ai funerali, celebrati il 6 febbraio con la partecipazione di tutto il paese, la salma di Ignazio Dibona fu trasportata a spalle dalle guide, scortata dai maestri di sci e seguita dalle maggiori autorità locali e provinciali, con rappresentanze dell’ANA, del CAI e degli scolari di Cortina.
Nell’impossibilità di farlo di persona, la famiglia rivolse pubblicamente un ringraziamento alle autorità aquilane, bellunesi e ampezzane, al CAI, alle guide, ai maestri di sci e ai partecipanti al lutto, che segnò indelebilmente soprattutto il padre Angelo.
Oggi, oltre che nelle sue vie, alcune delle quali peraltro dimenticate, Ignazio Dibona è ricordato dalla lapide che nel cimitero di Cortina commemora le guide e i portatori scomparsi a partire dal 1886.

31 gen 2011

L'uomo dei camini

Fino ad oggi la guida ampezzana deceduta in età più avanzata è sicuramente Zaccaria Pompanin detto "Zacar de Radeschi", nato nel villaggio di Zuel il 26/8/1861 e scomparso il 22/3/1955, sulla soglia del novantaquattresimo anno d’età. Pompanin impersonò egregiamente il periodo d'oro dell’andar per crode in Dolomiti: divenne guida nel 1892 ed esercitò la professione senza soste per quasi trentacinque anni, ritirandosi nel 1926. Evidentemente il raggiungimento dell'età avanzata è un “vizio di famiglia”, giacché tre figlie del Pompanin hanno varcato la soglia dei novanta: Maria si è spenta a novantasei anni; Oliva ha raggiunto i novantacinque; Zita si è spenta a centodue. L’impresa più nota di Zaccaria Pompanin, che nel ventennio 1892 - 1912 ne portò a termine una quindicina, fra le quali alcune molto interessanti, è senz’altro il “Camino Pompanin” sulla parete N della Croda da Lago. La via, aperta il 28/8/1895 con il musicologo torinese Leone Sinigaglia e il collega Angelo Zangiacomi, offriva agli scalatori un camino alto 70 metri, che richiedeva una tecnica raffinata ed era molto "à la page" nell'epoca dell'esplorazione dolomitica. Oggi penso che la maggior parte di chi frequenta le cime ampezzane non sappia neppure dove sta di casa quel camino, che cent’anni fa portava al Rifugio Barbaria, nato nel 1901 sulle rive del Lago di Federa, alpinisti da tutta Europa. Delle tante vie del “Zaca”, che nei camini s'intrufolava come un gatto, forse un paio riceveranno ancora qualche visita nelle belle stagioni: è l’amaro destino dell’alpinismo d'una volta, che ormai richiede troppa fatica, sacrificio e rischio per essere gustato.

26 gen 2011

Fuori dalle tracce

Quando salgo a Pratopiazza, volgo sempre lo sguardo verso una cima poco nota e frequentata, perché priva di sentieri, da segnalare a chi ama l'alpinismo fuori dalle tracce, senza bolli né tabelle, in ambiente magnifico: la Ponta del Pin.
La Ponta emerge dalla dorsale che si allunga dalla Croda Rossa verso E, e la si può ammirare già da Cimabanche. Dal ramo che la montagna protende verso il Passo scende un crinale, in alto roccioso e sotto coperto di vegetazione, che limita in destra orografica la Val dei Canopi, storico punto di transito fra la Pusteria e Ampezzo.
La costiera si chiama Costa del Pin perché è rivestita da pini silvestri; l'elevazione che la domina, salita nel 1906 da alpinisti austriaci, pur non ospitando pini sulle sue pendici ha lo stesso nome, Ponta del Pin. Lungo il crinale della Costa corre il confine fra Veneto e Alto Adige, del quale - in mezzo a mughi inestricabili – volendo ci si può sbizzarrire a individuare i cippi.
Sulla Ponta si sale, faticosamente ma con impegno alpinistico non elevatissimo, da Pratopiazza, portandosi prima verso SW per prati e bosco, mirando quindi all´imbocco di un ghiaione che scende da un intaglio tra la Punta e lo sperone E. Per un corto, ma erto canale di blocchi, stando sulla destra si giunge ad una forcella presso un bell'arco roccioso. Girando ancora a destra, si continua sul fianco E per paretine, facili rocce e detriti con qualche ometto, che consentono di alzarsi, con delicatezza per la roccia friabile, fino all´anticima. Lungo la cresta un po´ esposta, in breve si è in vetta.
Salii per la prima volta la Ponta del Pin, ottima specola sul lato E della Croda Rossa e sul Picco di Vallandro, nel 1990. Ero documentato e incuriosito: mi guidava la breve descrizione che della salita fa Berti nella guida delle Dolomiti Orientali, e ne avevo parlato col figlio Camillo, che mi confermò di avere salito la Punta col padre negli anni '30 .
Da allora ho condiviso quella meta con diversi amici, per cinque-sei volte. Seguendo tracce labili e dimenticate, ho scoperto la magia di un angolo fra i più solinghi e meno calpestati delle Dolomiti, che ritengo meriti grande rispetto.
Da sinistra: Ponta del Pin, Croda Rossa, Crodaccia Alta, Piccola Croda Rossa
(da Pratopiazza, autunno 2009)


Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...