17 gen 2012

Corno d'Angolo-Eckhorn

Ne ho scritto più volte: del resto, ho la (eccentrica?) tendenza a ricordare luoghi e fatti montani di minor fama, ma interessanti e gratificanti più di tanti altri.
Traggo quindi ancora dal mio diario il Corno d’Angolo che quattro estati fa, dopo varie salite per mio conto, decisi di far conoscere ad oltre 20 soci del CAI Cortina e Treviso, portandoli tutti sulla sommità, tranne uno.
Il Corno si riconosce da ben lontano per la sua forma abbastanza caratteristica, e spicca dalla strada fra il Passo Tre Croci e Misurina.
Lo spalto esterno, che si eleva per oltre duecento metri sopra uno zoccolo detritico, offrì a Comici e Del Torso l'occasione per tracciare nel 1933 una via difficile e poco ripetuta, alla quale un paio di anni fa due triestini ne affiancarono un'altra parimenti impegnativa.
Verso l’interno, invece, il Corno sbalza per un centinaio di metri di dislivello dall'arido catino che s’insinua fin sotto le adiacenti vette, la Croda di Pousa Marza e le due Torri di Popena.
Con gli amici in vetta
(foto M.G.)
Giunti al sommo del catino è facile intuire, con passi poco meno che elementari, la via per la cima. Dalla sella con le macerie del rifugio Popena, bruciato nel '44  e mai riedificato, ci si porta in cresta fra il Corno e la Croda. La si asseconda, obliquando a sinistra su roccette e, con un minimo di attenzione alla esposizione (Franco ne sa qualcosa ...), si sale a conseguire i malfermi blocchi che formano l'angusta cima.
Considerata l'intuitività e  bassa difficoltà della via di salita, non è dato sapere chi toccò per primo la cima, sicuramente battuta ad uso venatorio già prima dello studio di Wenzel Eckerth sul gruppo del Cristallo, risalente al 1891.
A chi fa visita al Corno, estate o inverno che sia, sapere chi fu il primo salitore non cambia certamente la vita; l'essenziale è attingere, divagando dalle peste più battute, una sommità "d'antan", di medio impegno e poco usurata, dove un palo fra due blocchi e un libro di vetta accolgono i visitatori, che non credo straripino neppure nelle belle stagioni. 

Dal catino sottostante
9/8/2004
 Al cospetto di tanta grandiosità, per chi sale pensando non dovrebbe esser difficile indugiare lassù un attimo in silenzio, a rimestare nei propri ricordi o vagheggiare altri progetti.

14 gen 2012

Un cantone dolomitico suggestivo e poco battuto ...

Siamo appena alla metà di gennaio, ma ci "prendiamo un po' avanti"! Dunque: a chi avesse voglia di inoltrarsi, nella bella stagione, in un cantone dolomitico suggestivo e poco battuto, suggeriamo un'occhiata alle Pales de ra Pezories (Gruppo Pomagagnon). E crediamo che l'idea potrebbe essere interessante.
Oggetto del suggerimento è un crinale con sei cime, che affonda verso la valle del Boite con pareti di 650 m e verso la Val Granda presenta invece erti costoloni coperti di vegetazione.
3^ Pala, dalla Punta Fiames:
sullo sfondo la Croda Rossa (foto L.B.)
Guardando da N, incontriamo per primo il Pezovico, due quote distinte e poco frequentate, anche se si scorgono bene già da Fiames. Segue il Torrione Scoiattoli, dove si sale solo arrampicando sul difficile, e poi le Pale: la Prima (2348 m), più corposa e nota, la Seconda e la Terza, poco più basse e meno rilevanti ma non per questo da ignorare.
Il crinale fu fortificato dagli Alpini durante la Grande Guerra, e sulle sue pendici sono ancora visibili varie testimonianze del conflitto. La Pala meno complicata da visitare è la Terza, collegata ai sottostanti Prati del Pomagagnon con un sentiero militare a tornanti, rovinato ma ancora transitabile con attenzione. In vetta, noi abbiamo trovato soltanto una piccola croce di rami di mugo e nessun altro segno.
Forse la Terza Pala non giustifica la lunga camminata per salirvi dal fondovalle, ma potrebbe essere un diversivo, per chi, scendendo dalla prospiciente Punta Fiames, avesse ancora un po' di energia per completare la giornata con una cima facile e panoramica.
Pezories insolite, da Fiames
(foto I.D.F., 14/10/11)
Dal punto di vista alpinistico, oltre a tre itinerari sul Torrione Scoiattoli, ce n’é uno sulla N del Pezovico, che Casara mi raccontò di aver tentato senza esito negli anni ’40, fu assaggiato anche da due Scoiattoli e ultimato da Pozza e Petillo nell'inverno '91-'92.
Sulla Prima Pala c’è una via Dall’Oglio del '50, ripetuta un paio di volte alla fine di quel decennio, ed una di stampo esplorativo, che inizia a Forcella Alta e pare sovrapporsi in gran parte ad un accesso di guerra italiano.
Insomma, chi cerca un lembo di dolomia non ancora consumata, ma soprattutto chi vuol curiosare dietro l'angolo, sulle Pales de ra Pezories troverà certamente l'occasione di farlo.

11 gen 2012

Il Nuvolau: un rifugio, una scultura, vari personaggi

Il 14/9/2008 la Sezione CAI Cortina, che ne è proprietaria, ricordò con una celebrazione, che comprendeva l'edizione di una cartolina ricordo e un annullo postale, il "Jubilaeum" del Nuvolau, primo rifugio d’Ampezzo, se si eccettuino l'Ospizio Falzarego presso il Passo omonimo, voluto dal Comune nel 1868, e un rifugetto in legno sul Passo Tre Croci, costruito da un Manaigo e ceduto a fine '800 a Giuseppe Menardi de Marta, proprietario dell'Hotel sul valico (notizia fornita dall'amico M. F. Belli).
Il genetliaco sarebbe stato più familiare agli ambienti alpinistici germanofoni: non si ricordavano, infatti, né i 50 né i 100, ma i 125 anni del Rifugio Nuvolau, che aprì ufficialmente i battenti l’11/8/1883.
Eccone una breve storia. All’inizio degli anni Ottanta del XIX secolo, il colonnello Richard von Meerheimb di Dresda, dopo aver risolto una malattia alle gambe trasferendosi in Ampezzo, desiderò suggellare la sua riconoscenza alla valle che l’aveva ospitato, e la cui aria benefica aveva respirato per lunghi mesi.
Il Barone elargì quindi alla locale Sezione del Club Alpino Tedesco e Austriaco, sorta da circa un anno e già impegnata con entusiasmo a valorizzare il territorio, una discreta somma, da impiegare obbligatoriamente per costruire un ricovero alpino.
Sachsendankhutte, 11/8/1883
(arch. Print House - Cortina)
Sotto la presidenza del pittore Giuseppe Ghedina Tomasc, che dipinse una bella carta dei sentieri della valle, sorse così il primo rifugio di Cortina, appollaiato in cima a un monte famoso da tempo per il grande panorama che offre: il Nuvolau.
Già Paul Grohmann, infatti, aveva decantato il Nuvolau nel libro “Wanderungen in den Dolomiten” (1877): “… Un mare di montagne è davanti a noi, e sarebbe inutile volerle elencare o descrivere. Soltanto la macchina fotografica potrebbe fissare le nostre impressioni. Alla nostra destra e sinistra abbiamo, ben nitide, le due cime del Nuvolau (Averau e Gusela, N.d.A.). Imponente e grandiosa, davanti, la vedretta della Marmolada, tutta intera, ed i selvaggi contrafforti di Serauta e del Vernel. Più a destra, il gruppo del Catinaccio, il Sella col Boè, la Gardenaccia e la Croda Rossa. Altre montagne si levano davanti a questa cerchia possente, la catena del Monte Cappello (Sas Ciapel) fra Fedaia e Livinallongo, il verde Passo del Pordoi, il Sasso di Stria, i Settsass, il Col di Lana ecc. … A sinistra, oltre la Marmolada, il gruppo delle Pale di San Martino con un piccolo ghiacciaio, poi il Pelmo, e via via l’Antelao, il Sorapiss, la Punta (Cima) Bel Pra, i Cadini, il Cristallo, le tre Tofane. In fondo, lontano, il Duranno e cime nevose a intervalli. E questi ora citati non sono che i giganti che ci circondano …
Memore del gesto del colonnello, la Sezione Ampezzo battezzò la costruzione “Sachsendankhütte”, “rifugio del ringraziamento al Sassone”. L'apertura però fu rovinata dalla morte di Giuseppe Ghedina Tomasc, guida omonima del presidente del Club Alpino e primo salitore della Torre Grande d’Averau. La guida precipitò, per ragioni rimaste oscure, dalla terrazza antistante il Rifugio, che cade a piombo sui detriti del Masarè de l’Avoi.
Guide ampezzane in salita al Nuvolau
con una cliente, 1891
Trovandosi proprio sul fronte, durante la Grande Guerra il rifugio fu pesantemente danneggiato. Il CAI Cortina, confermato proprietario al termine del conflitto, lo riustrutturò con ingenti spese, e nel 1930 poté offrire agli alpinisti un ricovero più grande e accogliente.
Pur assediato da altri rifugi, impianti di risalita e piste, oggi il Nuvolau resta uno degli edifici di montagna più amati delle Dolomiti. Vi si sale solo a piedi, la quarantennale gestione della famiglia Siorpaes è preparata e cortese, e anche se non serve per famose scalate, il grandioso colpo d’occhio che si schiude dal Rifugio, soprattutto alla levata del sole, rende sempre emozionante salire lassù.
Fra i massi della cima campeggia una singolare scultura bronzea, con l’iscrizione “Per la 800^ salita al Nuvolau – “Non fatica ma gioia” 1975”, che ha una storia curiosa.
Opera di Natalino Sammartin di Montecchio Maggiore, la statua fu fatta collocare nel 1975 da Riccardo Dalla Favera di Alano di Piave, per celebrare la sua visita numero 800 alla montagna, festeggiata coi gestori e gli amici agordini.
Il donatore aveva salito il Nuvolau per la prima volta negli anni ’30, durante il servizio militare con i bersaglieri. Al Rifugio, appena riaperto dopo la Grande Guerra, Dalla Favera era arrivato in bicicletta da Cortina attraverso il Passo Giau, e scendendo poi a Caprile.
L'uomo ebbe una vita avventurosa. Laureato in agraria e veterinaria, appassionato ciclista, corse anche con Bartali. Prigioniero per sei anni in India, al rilascio, quasi cadavere, fu ospitato per lungo tempo dal medico condotto di Colle S. Lucia. Affezionatosi al paese, dal 1946 vi trascorse le ferie annuali, eleggendo il Nuvolau a sua cima preferita.
Dopo la posa della scultura, Dalla Favera non abbandonò il monte, salendovi ancora per molti anni, fino a toccare l'ineguagliato record di 1129 ascensioni. A Colle fu ospite dell’Albergo Posta fino al 1976, quando si costruì in paese una dimora originale, abbellita con le statue dell’amico Sammartin.
Nel 2000 si stabilì definitivamente lassù, poiché desiderava terminare l’esistenza fra i monti, e vi morì novantenne due anni dopo. Oggi riposa nel cimitero sul colle, e solo la chiesa gli toglie la vista del suo amato monte.
Chi conobbe, lo ricorda come un tipo atletico fino a tarda età; saliva sempre al rifugio in calzoncini, amava la grappa zuccherata e pranzava sempre allo stesso tavolo. Spesso i clienti lo riconoscevano, per averlo visto pedalare sui passi dolomitici. I suoi passaggi sono ricordati nei vari libri del Nuvolau, e ancora molti lo ricordano con simpatia e ammirazione.

9 gen 2012

Fra escursioni e arte: la cappella di San Salvatore ai Bagni

Un anno fa, risalendo la Untertal dai Bagni di San Candido, alla fine della valle trovammo una sorpresa: dopo trent'anni il vecchio Rifugio Baranci non c'era più, e aveva lasciato il posto al Rifugio Gigante Baranci: ad esso ho già dedicato un post fra i più "popolari".
Ieri le previsioni meteo davano "neve sulle creste di confine", e così, giunti a S. Maddalena in Casies e scartata l'idea di salire all'Aschtalm, immersa nella nebbia, nel nevischio e con visibilità quasi zero, siamo tornati al Rifugio Gigante Baranci, nostra classica meta invernale per la comodità e piacevolezza dell'accesso, che si raggiunge dalla strada statale fra San Candido e Sesto, passando per i diruti, un po' spettrali Bagni di San Candido.
San Salvatore ai Bagni, 9/1/2011
Poco oltre gli  edifici termali, una bella sorpresa!  Nella silenziosa Untertal, nel 1591 era stata costruita una cappella dedicata a San Salvatore, che dopo oltre quattro secoli versava in cattive condizioni (l'ho rilevato più volte, anche l'anno scorso).
Consacrata nel 1594, la cappella era legata a un eremo, soppresso nel 1786 da Giuseppe II d'Austria. Lo storia dice che già prima, però, nel bosco (posto a circa 40 minuti di cammino dalla strada carrozzabile) esistesse un piccolo luogo di preghiera, forse un luogo precristiano fatto risalire addirittura all'VIII secolo.
8/1/2012
Bene, tutto questo per dire che qualcuno si è dato da fare ed ha rimesso a nuovo la cappella, che ora finalmente gratificherà i visitatori. E' stato diradato il boschetto malamente cresciuto attorno ad essa, sono state sistemate e ridipinte le murature di bianco, la porta d'entrata è stata sostituita e chiusa.
Una serie di migliorie che andava fatta, per tutelare un suggestivo luogo di culto, il terzo fra quelli posti lungo le vie escursionistiche in alta Val Pusteria che frequentiamo; gli altri sono la cappella di San Silvestro al Monte presso la Malga omonima sempre a San Candido, e la Waldkapelle, tra il forte Mitterberg ed il Monte Elmo a Sesto.
Siamo contenti che si sia posto mano a San Salvatore ai Bagni, un luogo nel quale siamo passati già una dozzina di volte d'inverno e d'estate, rammaricandoci che quel grazioso edificio, nel ricco Sudtirolo, fosse lasciato alle intemperie e, perché no, ai vandali.

5 gen 2012

A 7-8 metri dalla cima

Dalla bassa Val di Fanes,
primavera 2010

Un gradino roccioso di 7 od 8 metri sul quale, durante la Grande Guerra, forse era appoggiata una scala, difende l'accesso a una cima interessante: il Taburlo.
Quotata 2268 m, compressa fra il retrostante e imponente Taé e il prospiciente, poco interessante da questo versante, Col Rosà, la cima dal misterioso oronimo si affaccia sulla Val di Fanes con una parete rossastra e verticale, salita nel 1963 da Dibona e Bonafede e chissà se ripetuta.
Un libro di vetta, collocato lassù nei primi anni '90 da alcuni ampezzani - due dei quali, Claudio "de ra Scia" e Alfonso "Surio", non sono più fra noi da tanto tempo - testimonia la ridotta frequentazione di una montagna tutto sommato un po' malagevole, riservata a chi sceglie ambienti impervi e solitari.
La cima, dal sentiero d'accesso
(foto L.S.)
Salito per la prima volta da tre austriaci nel 1906, il Taburlo è una croda “all’antica” ma gratificante, che può accontentare le brame di alpinisti scaltriti e impazienti di uscire dal recinto, sempre più ristretto, delle mete dolomitiche famose, agevoli, "à la page".
Salendo si ha a che fare con alcuni passi non banali e di un certo impegno; avendo calcato la cima 5 volte, di cui una in solitudine, debbo dire che mi sono sempre sentito sollevato nel guadagnare l’inaspettata sommità rotondeggiante, coperta di detriti e mughi e difesa su ogni lato da canaloni, pareti, strapiombi.
Ricordo bene ciò che provai mentre attendevo – standomene in fila – che i miei compagni superassero l’ultimo ostacolo che consente di uscire sulla cima, un lungo passaggio sprotetto che io ritengo almeno di II-.
Mi trovai a pensare che la montagna sulla quale mi stavo inerpicando, mai disturbata da folte presenze, aspra e nel contempo dolce, poteva essere una delle mie mete ideali.
Arrivando sul Taburlo, la cosa migliore è immergersi subito nell’atmosfera che avvolge la cima e la conserva così com’è. Non roviniamola, dunque!

3 gen 2012

Vent'anni fa: la Punta Fiames e una bottiglia di Prosecco (... maledetti ricordi ...)

Non sembra, ma mancava solo
una settimana a Natale ! (foto del 2003)

Alessandro, coetaneo e amico da lunga data, aveva concepito un progetto curioso: solennizzare il suo compleanno, nel caso di specie il numero 34, su una montagna.
Fin qui poco di straordinario, se non fosse che l’amico è nato il 5 gennaio: festeggiare il suo anniversario in roccia significava scontrarsi con giornate brevi, freddo, neve e ghiaccio.
Allora avevamo la scorza dura, e per questo  decidemmo con entusiasmo di cimentarci ancora con la parete S della Punta Fiames, salita che avevamo già fatto insieme anni prima (ma in agosto).
Grazie a Dio, quell’inverno fu piuttosto avaro di neve: le statistiche riportano 0 cm in dicembre, 0 in gennaio, 0 in febbraio! Per questo la parete era quasi asciutta e la salita non ci diede proprio alcun problema.
All'ora di pranzo eravamo in cima: nel mio zaino non c’erano regali, ma - all’insaputa dell’amico e con molta cautela - ero riuscito a portare lassù una bottiglia di Prosecco, che scolammo interamente, saltellando per il freddo davanti ad alcuni gracchi, che sicuramente non si capacitavano di quella inconsueta visita.
Punta Fiames, versante O
14/10/2011 (foto I.D.F.)
Gli effetti della bevuta si manifestarono in un lampo: presi dall'euforia decidemmo di non tornare alla base per il canalone detritico del Graon del Pomagagnon, ma per la ferrata Strobel, che si sviluppa sul versante O della Punta e ritenevamo meno problematica.
La discesa non fu comunque una passeggiata di salute: tralascio per pietà alcuni particolari della strampalata idea, che mi fece riflettere più volte su quello che stavamo facendo alla nostra "veneranda" età.
Avevamo iniziato a scenddere solo alle 15.00, e la sera avanzava: se d'estate la ferrata è abbastanza mansueta, in gennaio le grandi cenge erano coperte di neve, le funi d'acciaio erano gelate, le scarpette tenevano quel che tenevano e il sentiero d'attacco si era trasformato in uno scivolo duro come il cemento e penoso da scendere al tramonto, nonostante non fossimo sprovveduti né mal equipaggiati.
Arrivammo comunque a Fiames senza un graffio, servendoci della corda usata per la salita ma anche del piccozzino e della pila frontale, che il saggio Alessandro aveva estratto come per magia dal suo colossale zaino.
Una chiamata a casa per rassicurare chi attendeva e poi, come dessert, 3 chilometri a piedi al buio per ritrovare l’automobile al parcheggio del “Putti”. Stanchi, bagnati, intirizziti, ma sazi della nostra piccola, grande giornata.
Sceso dal suo mezzo sotto casa, proposi seduta stante all’amico di festeggiare anche il mio 34° su qualche parete: io sono nato il 24 ottobre, e – salvo il caso d’autunni proprio bizzarri – in quel periodo di solito la neve deve ancora arrivare.

1 gen 2012

Prima gita del 2012: la Kradorferalm

Prima escursione del 2012: la nostra quinta salita alla Kradorferalm, a Santa Maddalena in Val di Casies.
Per noi, appassionati di malghe, è una scoperta recente (febbraio 2008, quasi per caso), ma entrata subito fra gli appuntamenti invernali, anche se l'avvicinamento stradale è lungo quasi come quello a piedi.
La Kradorferalm sorge a 1704 m d'altitudine lungo il tratto superiore della lunga valle, boschiva in basso e poi pascoliva, che da Santa Maddalena si alza verso N sino a terminare a Forcella di Casies, sul confine con la Defereggental.
Per raggiungerla, si parcheggia nel “centro” di Santa Maddalena, dove c'è persino una rotatoria, e si inizia a salire, dapprima per un tratto asfaltato in piano, poi per strada forestale.
Trovando quest'anno per la prima volta più neve che ghiaccio (per cui i ramponcini sono rimasti nello zaino), si risale la valle mediamente ripida e, oltrepassata la graziosa Mesneralm, dopo un'ora abbondante si raggiunge la Pidigalm, chiusa. 
Kradorferalm, 1/1/2012
A destra, dopo un altro edificio e un piccolo ponte, ecco la meta, celata dagli abeti. Il luogo, piuttosto tranquillo, oggi era affollato, in barba alla crisi ... L'atmosfera è rustica ma in via di modernizzazione, la cucina buona, i prezzi anche, e soprattutto la passeggiata non è estenuante.
La neve ci ferma qui, ma d'estate si potrebbe proseguire verso un'altra malga ancora, la Obernbergalm, a due passi dall'Austria. Siamo ai piedi del Deferegger Pfannhorn - Corno Fana di Casies, seconda cima in altezza della valle e meta faticosa ma superba per l'ambiente e il panorama, che ricordo con soddisfazione.
Al ritorno, abbiamo seguito il bel "Sentiero Scoiattolo", che scende a Santa Maddalena in sinistra orografica della valle, traversa boschi e pascoli con piccoli fienili e confluisce nell'ennesima strada forestale che solca una valle ben conservata ed amata,  dove non arrivano Belen e Corona a fare sceneggiate al parcheggio, la cultura (e non solo) è ancora in mano ai residenti, il turismo è adeguato alla natura e all'uomo.

31 dic 2011

Addio al 2011: l'ultima gita dell'anno

Chiudiamo l'anno 2011 nel pomeriggio del 30 dicembre ... sulla pala dell'Albergo dei Peniés, ai piedi della Croda Marcora.
Giornata limpida: niente freddo fra i pini e niente neve fino alle mangiatoie. Più avanti invece, ma solo all'ombra, ce n'è qualche centimetro: impronte di animali ne troviamo molte, ma come previsto non scorgiamo nulla.
Le montagne intorno a noi splendono di luce intensa; la cascata del "Pissandul", scalata per la prima volta il 21 dicembre di un anno fa, non si è neppure formata: che sia colpa della luna? 
Mangiatoia pronta per l'inverno
Intorno al gran masso  che segna la fine della salita soffia il vento; così, dopo aver ripreso fiato, ci pare meglio tornare sui nostri passi. Alla "Baita" troviamo alcuni cacciatori, che hanno rifornito le mangiatoie e testimoniano di avere visto sei camosci.
Scambiamo qualche parola con loro (forse si chiederanno che diavolo ci facciamo in quel luogo ...) e riprendiamo la ripida trattorabile verso casa.
L'anno termina così, con la quinta visita al nostro "luogo del cuore", che ha rimpiazzato con un po' di rincrescimento l'anello di Podestagno, dopo la criticabile sarabanda in onore dell'Imperatore.
Lassù, in quel magro bosco di pini, imperatori non ne sono mai passati e cippi ricordo non ne servono: c'è soltanto il silenzio della natura, ed è bene così.
Buona fine e buon principio a tutti i lettori.

29 dic 2011

Costa del Bartoldo, una bella meta

Vedendola quasi ogni mattina, ho notato che fino ad oggi è incappucciata da ben poca neve: chissà se, con un po' di coraggio, si potrebbe salire ancora nonostante la stagione ...
Forse è più salutare guardarla dal basso, ma con questo post mi prendo almeno la soddisfazione di risalirla virtualmente ancora una volta.
Ovviamente si tratta di una montagna, ma quale?
Nell'estate '90, con alcuni amici che l'avevano già salita, giungevo sulla Costa del Bartoldo, la più nota sommità del Pomagagnon. 
La gita mi piacque molto, e quaranta giorni dopo la rifeci, tornandovi poi con regolarità, in compagnia e da solo, fino al '97.
Per otto stagioni non volli mancare all’appuntamento con una cima dove - come ha scritto un amico giornalista nel 2002 - “ci vanno in pochi, pochissimi, perché si fa fatica, non ci sono impianti a fune e neppure rifugi, non c’è proprio un sentiero e quella traccia non è segnata, niente cartelli.”
Sotto la vecchia croce, in un barattolo oggi arrugginito ma ancora adatto alla bisogna, il 28/9/96 riposi un libretto, tuttora presente e, mi dicono, utilizzato.
Dopo cinquant'anni, la croce di legno e lamiera che dal 1950 sfidava bufere e nevicate, crollò e fu sostituita con una nuova robusta e splendente; passato però l'attimo di celebrità di quell'anno, la cima è tornata di nuovo al suo silenzio.
Sono risalito ancora sulla Costa nel 2002 e nel 2005. La prima volta ero solo, avevo poca voglia di scendere, e così mi misi a sfogliare il quaderno lasciato anni prima, contandovi 164 firme: quindi fino ad allora 27 persone l'anno avevano seguito le orme di von Glanvell e compagni, gli austriaci scesi da lassù il 31/7/1900, dopo aver raggiunto la vetta traversando per cresta dalla Croda del Pomagagnon.
Testa e Costa del Bartoldo, da S
(14/10/2011, foto I.D.F.)
Per me la Costa rimane una delle più belle mete ampezzane. Dalla vetta, dove si arriva con un minimo di impegno, si ammira tutta Cortina, che si stende 1200 metri più in basso, e i monti circostanti rimandano a ricordi e progetti di salite.
Pur avendola raggiunta una decina di volte, se penso alla Costa d'estate mi vien voglia di lasciar correre altre idee e salire di nuovo: seguire il rio asciutto che s’interna fra le rocce, rimontare il declivio di ghiaie e pascolo, popolato da qualche camoscio, che guarda la meta e il grande lastrone inclinato e solcato da canali che adduce in cresta e, con gli ultimi esposti passi, alla cima.
Ne vale sempre la pena.

28 dic 2011

“Le Dolomiti Bellunesi” numero 67

È in distribuzione il fascicolo di Natale (il numero 67) di “Le Dolomiti Bellunesi”, semestrale delle Sezioni bellunesi del CAI diretto da Silvano Cavallet e Ernesto Majoni.
Una copertina in "controtendenza", sulla quale appare una delle opere esposte a Sass Muss (Sospirolo) nel contesto del progetto “Dolomiti Contemporanee”, apre il numero, che inizia con un pungente editoriale di Emanuele d’Andrea - già Presidente della Magnifica Comunità di Cadore, sull’urgenza per i Comuni cadorini di ricercare l'unità amministrativa e socio-economica.
Era poi doveroso il commovente ricordo, opera di Renato Belli, Presidente del CAI di San Vito, di Alberto Bonafede "Magico" e Aldo Giustina, i soccorritori sanvitesi investiti il 31 agosto da una frana sulla parete N del Pelmo.
Segue una documentata e stimolante relazione del sociologo Diego Cason su “Le Dolomiti Bellunesi patrimonio dell’umanità”; Gianluca D’Incà Levis presenta “Dolomiti Contemporanee”, il nuovo laboratorio di arti visive in ambiente che si impone come una importante scommessa culturale per la Provincia di Belluno.
Storia e cronaca dell’alpinismo e della speleologia s’intrecciano nei contributi di firme già note fra gli scrittori di montagna: “Quel giorno d’estate sull’Antelao” di Marcello Mason, “La rivisitazione del primo ricovero delle Dolomiti” di Giorgio Fontanive, “Alex, un vagabondo nelle Dolomiti” di Teddy Soppelsa, “Una storia nella storia” di Giovanni Di Vecchia, “Angelo Dimai Pizo e il primo tentativo alla Croda Rossa” di Ernesto Majoni, “La traversata” di Enrico D’Alberto.
Gianluca Calamelli con “Cernera, montagna trascurata” e Giuliano Dal Mas con ”Sul Taburlo, nel gruppo della Croda Rossa” offrono ai lettori proposte di escursionismo inconsueto, al margine degli itinerari dolomitici più celebrati ed affollati. 
Due collaboratori conducono i lettori in valli e cime lontane: il comelicese Mario Fait racconta la sua esperienza “A due passi dal Tibet”, mentre l'agordina Alice Prete ricorda l'“Ararat, una meravigliosa avventura”.
Seguono le rubriche “Senza barriere”, sempre ricca di interessanti bozzetti, cronache e storie di montagna, e il “Notiziario”, che ragguaglia su alcuni fatti occorsi nella stagione estiva fra le crode bellunesi. Sono molte le nuove vie di roccia riferite in questo fascicolo, segno di un‘attività esplorativa sui monti della Provincia che pare non essersi esaurita.
Alcune delle 18 Sezioni provinciali del CAI si raccontano nell’ampia rubrica loro dedicata, e il numero si chiude con le recensioni di vari libri, sia di autori bellunesi sia dedicati a temi bellunesi.
“Le Dolomiti Bellunesi” saluta così un altro anno di attività, mostrando di voler tendere a traguardi sempre più ambiziosi.

27 dic 2011

18 anni fa la prima invernale solitaria della Zesta


Massiccia, seppure poco aggraziata elevazione del cosiddetto "ramo ampezzano" del Sorapis, inferiore per quota solo alla prossima, più nota Punta Nera, la Zesta (un tempo detta anche Lacedel, 2768 m) non appartiene al Gotha alpinistico dolomitico: secondo P. Salvini, ad esempio, nella calda estate del 2003 fu salita soltanto sette volte.
Nonostante la ridotta affezione a questa elevazione, che incombe sull'Alpe di Tardeiba con una singolare parete a canne d'organo, e nonostante la dolomia friabile e poco invitante che la costituisce, la Zesta potrebbe meritare appena un po' più di considerazione per alcuni motivi, che sono poi i soliti: la via normale, non proprio elementare, è comunque divertente e di soddisfazione; la visuale dalla cima soprattutto verso il Sorapis è pregevole; il senso della montagna, dato l'isolamento della vetta, è altissimo.

Zesta e Lago del Sorapis col sottoscritto, dalla normale
della Punta Nera  (foto M.G., 26/7/2008)
Raggiunta forse da topografi in epoca imprecisata per la cresta N, che inizia a Forcella del Ciadin, nel 1929 fu visitata da Severino Casara, che trovò con alcuni amici una via (non molto difficile, ma neppure molto attraente) sul vasto declivio roccioso ed in basso erboso che guarda il Lago del Sorapis.
Zesta, dall'Alpe di Tardeiba, settembre 2003
La storia di questa cima, che ho salito 4 volte, compiendo due volte la traversata N-S con discesa per la via Casara, è modesta, ma registra qualche sussulto. Dopo una via di scarso interesse, aperta da Peterka con un compagno (1930), la prima invernale della cima spettò a tre triestini, Giorgio Brunner, Massimina Cernuschi e Mauro Botteri (7/2/1942).
52 anni dopo, gli amici Mara e Ivano, che si trovano a loro agio nelle Dolomiti meno "consumate", lasciarono in vetta un barattolo con un quaderno, che penso faccia fatica a riempirsi di firme, anche se poco tempo fa la cima fu scelta addirittura per una gita sociale da una Sezione cadorina del CAI.
Salitovi da solo a fine luglio 1995, scoprii con piacere il nuovo libro di vetta e una bella notizia. Il 5 gennaio di quell'anno, quindi poco meno di 18 anni orsono, la neo-guida Ario Sciolari aveva compiuto la probabile prima invernale solitaria della Zesta.
Di certo quel fatterello non fece e non fa notizia, ma a mio giudizio aggiunse un piccolo, bell'inciso alle scarne vicende di questa strana montagna.

24 dic 2011

"Fredi", sportivo e alpinista

Alfredo Dibona "Pilato", più noto come "Fredi", è morto ieri nella sua dimora di Ospitale, in quello che anticamente fu il ricovero dei pellegrini che dalla Germania scendevano a Roma passando per Ampezzo. 75 anni, "Fredi" era nipote di Angelo Dibona, icona delle guide ampezzane; figlio di Fausto, guida e custode nel 1946-47 del Rif. Biella alla Croda del Béco, e fratello di Ivano, guida anche lui, caduto con un cliente nel 1968 dallo spigolo E della Grande di Lavaredo, scalato dal nonno sessant'anni prima. 
La parete E della Croda Rossa Negli anni '60 Fredi
 vi ripeté col fratello Ivano la "Direttissima", aperta dallo zio
Ignazio Dibona e Piero Apollonio nel 1934
"Fredi" fu una delle glorie sportive d'Ampezzo. Ottimo fondista, entrò nel 1957 nella Nazionale. Corse alle Olimpiadi di Squaw Valley del 1960, giungendo 18° nella gara più emozionante, la 50 km. Partecipò poi a molte altre competizioni; ritiratosi dall'agonismo, gestì coi familiari prima il Rifugio Vandelli al Lago del Sorapis e poi per diversi anni il ristorante di Ospitale. Maestro di sci, fondò la Scuola sci fondo a Cortina e contribuì al lancio della Dobbiaco-Cortina, una gara ancor oggi importante per l'offerta sportiva locale, classificandosi 5° nella prima edizione (1977).
In ambito alpinistico, "Fredi" ha il merito di aver voluto ricordare il fratello Ivano, scomparso a 25 anni, riattando con una squadra di amici il lungo percorso di arroccamento dei soldati italiani sulle creste del Cristallo, da Forcella Staunies al Col dei Stonbe, inaugurato come "Sentiero attrezzato Ivano Dibona" il 6/9/1970 ed ancora oggi amato e percorso da migliaia di escursionisti di ogni nazione.

22 dic 2011

Rinaldo Zardini Foloin, scienziato e alpinista ampezzano

Ricorrono oggi 109 anni dalla nascita di Rinaldo Zardini "Foloin", modesto e straordinario paesano scomparso nel febbraio 1988 che, da collezionista di fossili e piante quasi autodidatta, divenne un autentico uomo di scienza.
Cortina lo ricorda al meglio, avendogli dedicato la Scuola Media Statale e il Museo Paleontologico delle Regole. Al sottoscritto, che conosce un po' di più la storia dell’alpinismo che quella naturale, non sfugge - e interessa far presente - che, tra i diversi interessi che animarono l'operosa esistenza di Rinaldo, rientrò anche l’arrampicata.
Cima Cason de Formin, versante ovest
19/7/2008
Non fu certamente un campione del VI grado, ma soprattutto tra gli anni '20 e '30 del secolo XX, svolse una buona attività alpinistica, spesso in cordata con l'ardita sorella Olga. Le crode di Cortina ne serbano grata memoria, testimoniando la sua passione con due vie: la “Olga”, sul diedro NW della Cima Ovest della Torre Grande d’Averau, salita il 15/7/1929 con la sorella e la giovane guida Enrico Lacedelli, e la parete W della Cima Caşon de Formin, scalata il 17/7/1930 sempre con Olga e le guide Angelo Dibona e Luigi Apollonio.
Quest’ultima via, che Berti valutava di difficoltà classiche, da uno Scoiattolo che la salì anni fa è stata stimata assai più impegnativa ma, a differenza delle "Olga", penso conti poche ripetizioni.
Oltre che nelle piante e nei fossili che raccolse, catalogò e studiò per tutta la vita, la figura di Rinaldo Zardini rimane perciò effigiata anche sulle montagne d’Ampezzo, che credo egli abbia esplorato tutte, salendole per anni e facendone conoscere i segreti al mondo intero.
Ricordo la sua signorile figura, soprattutto in occasione di un'escursione coi mei compagni delle scuole medie a Pratopiazza nel '70 o '71, durante la quale stimolava ognuno di noi a osservare e raccogliere i piccoli fossili marini che popolano l'Alpe di Specie.
Ad oltre vent'anni dalla sua scomparsa, mi piace rievocare la figura di questo studioso, che conobbi ed apprezzai personalmente già anziano, anche attraverso le vie nuove in cui si cimentò in giovane età, nelle quali la storia alpinistica ha eternato per sempre il suo nome.

21 dic 2011

Solo un'ampia, lunga, monotona scarpata?

Visto dal lato S, usualmente praticato d’estate a piedi e d'inverno con gli sci e anche con le ciaspe, non ha certamente un aspetto così regale da giustificare l'oronimo di Picco di Vallandro (Durrenstein per i pusteresi).
Anzi, è un'ampia, lunga, forse anche un po’ monotona scarpata di magro pascolo e detriti, solcata da un sentiero “da vacche” che nell'ultimo tratto si fa più interessante, s'inerpica su roccette, doppia un’anticima esposta mediante una fune metallica e termina presso la grande croce.
Visto da N, giungendo da Brunico, invece si rivela come un massiccio castello che signoreggia sull'alta Val di Braies con torrioni, canaloni, spigoli. Il Picco di Vallandro è una grande montagna, ricercata per il colpo d'occhio a giro d’orizzonte che ne fa una delle cime più ambite delle Dolomiti pusteresi.
Già nel 1877, Paul Grohmann, guidato lassù dal leggendario Michele Innerkofler, scriveva che dal Vallandro "La vista panoramica è una delle migliori delle Dolomiti ..." ed elencava una cinquantina fra cime e gruppi montuosi vicini e lontani, visibili dal punto più elevato.

Il Picco con la traccia della via normale
(Dal Col Rotondo dei Canopi, 16/10/2011)
 Grazie alla facilità dell'accesso, che richiede comunque circa 2,5 ore da Pratopiazza per coprire gli 850 m di dislivello (secondo l'infaticabile pioniere austriaco, bastava addiritttura un'ora e mezzo!), chissà quando e da chi venne salito per la prima volta.
Quanto alla sua storia, che annovera fra i protagonisti anche il citato Innerkofler, autore di una via sul versante N, conservo la notizia della prima probabile salita sciistica, realizzata il 29/4/1934 dai cortinesi Federico Terschak, Bepi Degregorio e Silvio Manassero partendo a piedi dalla strada che sale da Carbonin lungo la Val di Specie.
Stranamente, il Picco mi ha ospitato in vetta poche volte, l’ultima in tempi ormai non più vicinissimi. Di quella salita, effettuata da solo a fine giugno direttamente da Cimabanche, ricordo una spessa cornice di neve fra l’anticima e la cima, che mi dissuadeva dall’approccio alla croce sommitale.
Fin quando un deciso pusterese prese la situazione in mano e bucò la cornice, aprendo una traccia che consentì alle numerose persone riunite sull'anticima, e titubanti come me, di ammirare la grandiosa visuale dalla vetta.

19 dic 2011

Il 17 dicembre di diciassette anni fa, a Cortina non era ancora arrivata la neve

Il 17 dicembre di diciassette anni fa, a Cortina non era ancora arrivata la neve; suonava mezzogiorno quando, usciti all'asciutto dalla III Cengia del Pomagagnon, ponemmo piede sulla Punta Erbing, ambita meta di quella giornata rubata all'inverno.
Per chi non sapesse dove collocarla, la Punta è l’ultima elevazione della dorsale del Pomagagnon, prima che questa vada a concludersi sull’ampia sella di Sonforcia.
La vetta, dal sentiero d'accesso
Quotata 2301 m, cade a S con una considerevole parete alta almeno 350 m, mentre sul lato opposto un pendio roccioso coperto di mughi e ghiaie consente di giungere in vetta ripidamente, ma con impegno poco più che elementare.
Toccata quasi certamente in epoca prealpinistica a scopo venatorio o forse anche pastorale, visto che ai suoi piedi si estende il bel pascolo di Padeon, alpeggiato fino ad anni non lontani, la Punta trae il nome da un tale G. Erbing, che comparve una sola volta nelle cronache dell'alpinismo.
Costui, probabilmente germanico, nell’estate 1905, salì la parete che guarda Cortina con le due guide allora più ricercate della zona, Antonio Dimai e Agostino Verzi, per una via comunque di secondaria importanza. 
Nell'estate del 1942, Luigi Menardi del Bellevue e Toni Zanettin tracciarono una seconda via, un po' più impegnativa, sulla medesima parete, chiudendo così fino ad oggi la breve storia della Punta.
Per giungere sulla Erbing, oltre che dalla III Cengia, mi piace il sentiero segnalato che da Forcella Zumeles s'inerpica, dapprima nel bosco, poi per ghiaie con qualche gradino di roccia, fino al punto più alto.
Da questo lato non mi pare che la Punta sia frequentata a dismisura: forse, ma forse, vi giungono più spesso coloro che percorrono la citata III Cengia, che termina poco sotto la sommità.
In cima, 20 agosto 2009
Sulla vetta, che offre un bel panorama sulla valle, è posata solo una piccola croce di rami; null'altro, neppure il libretto, che avrei idea di collocare io, quando vi risalirò.
La Punta Erbing è ancora selvaggia, indisturbata, ammaliante: per questo mi piace, e nell'ultimo decennio vi sono salito, solo e con amici, per quattro volte, scoprendo sempre la romantica soddisfazione che nasconde un luogo poco noto, anche se alla vista di tutti.

16 dic 2011

Era la nostra meta preferita ...


Da Pian de ra Spines
6 novembre 2011
Qualcuno mi giudicherà esagerato, irriducibile, misoneista, "verde scuro", o chissà che altro.
Il fatto è che, fra settembre e ottobre, ritengo sia stata "rovinata" la meta preferita di una delle mie camminate, durante quasi tutto l'anno, la Rocca di Podestagno, di cui ho parlato e scritto spesso anche qui.
Ho deciso così che non mi aggirerò più nella zona, almeno fino a quando non mi sarà sbollita, o la natura avrà rimediato alle ferite subite.  
Sì perché, per ricordare i 5 secoli da quando Massimiliano I d'Austria prese Cortina (data secondo alcuni fondamentale per il nostro destino, ma che pochi, tranne gli storici di mestiere, conoscevano), quest'estate sono state attuate diverse cose, che non mi sento di condividere pienamente.
Tre cippi a ricordo (tutti e tre scritti in italiano: né ampezzano, né tedesco, quindi ...), uno in Corso Italia a Cortina, uno presso il ristorante  di Ospitale e l'ultimo sulla Rocca, già scalzato dalla sua sede, nel maldestro tentativo di eliminarlo.
Un gran parapetto intorno allo stretto spiazzo sommitale della Rocca, esposto e pericoloso, è vero, per i bambini, ma un po' meno per gli escursionisti adulti che arrivano lassù; due bandieroni svolazzanti sulla parete della Rocca per qualche settimana, poi asportati; un bel tratto di strada boschiva allargato e inghiaiato per la festa ma ... sempre, giustamente chiuso al traffico. A chi servirà, adesso? Alle mamme col passeggino, nostalgiche di Massimiliano I?
Troppe, troppe cose per una ricorrenza che a mio giudizio poteva avere toni più sfumati, e invece è stata presa di petto da due Comuni e, a Cortina, da enti e cittadini, con Messe, bande, costumi, discorsi, teatro, libri...
L'ambiente sopporta. Il sottoscritto un po' meno, e così cambierà camminata. C'è sempre e comunque, per ognuno, una montagna ...

13 dic 2011

Quattro volte quattro ...


Ho scritto più volte della mia prima salita, il Becco di Mezzodì nel luglio del 1975. Non ho invece detto tanto della seconda, che fu la prima realizzata effettivamente in cordata: la Torre Lusy, una delle frequentate Torri d’Averau.
Dopo aver scoperto che l'alpinista cui fu dedicata la Torre nel 1913, Marino Lusy (1880-1954), appassionato d'arte orientale, fu un benefattore e donò alla città di Trieste un elegante palazzo sull'angolo del centrale Corso Italia, rincorrendo uno dei miei pensieri mi sono accorto per caso  che, nella mia prima salita della Lusy, stranamente ricorse per 4 volte il numero 4. 
Torre Lusy, giugno 2009
Era il 4 di aprile, eravamo in quattro, il nostro inseparabile “Berti” classifica, forse un po’ in eccesso, la salita di 4°. Con Ivo, Luciano e Carlo, dopo essere giunti con mezzi di fortuna a Bai de Dones ed aver risalito la pista di sci ancora molto innevata (la seggiovia era già chiusa, ma comunque non avremmo avuto di che pagarla), con l’assistenza al “campo base” di Giacomino, ancora ragazzino, che si accontentò di stare a guardare, salimmo tutti insieme i 100 m della Torre, che in seguito avrei frequentato altre volte.
Finita questa, mentre Ivo e Carlo – più fegatosi di noi - affrontavano con baldanza la vicina parete N della Torre del Barancio (quella sì di 4°, e anche di più, che dovetti aspettare ancora del tempo per poter salire), Luciano e io ci cimentammo sulle meno difficili torri Quarta Bassa e Inglese.
Scesi da quest’ultima, i nostri due amici erano ancora in parete e il pomeriggio avanzava veloce: cosa fare, per evitare il buio?
Praticamente nulla! Accoccolati sui massi liberi dalla neve sotto le Torri, aspettammo nervosi finché Ivo e Carlo rimisero piede sulla terraferma e poi giù di corsa sulla neve fradicia, fino a Bai de Dones.
Là ci aspettava il padre di Luciano, che prima appioppò un sonoro manrovescio al figlio, poi ammonì noi altri e infine ci riportò a Cortina.
Il tutto succedeva quasi trentasei anni fa (che è un multiplo di quattro...)

6 dic 2011

Volarono anni corti come giorni ...

Un quarto di secolo fa, il 6 dicembre, con mio cugino Enrico (Scoiattolo e giovane guida) compimmo un piccolo, ma per noi memorabile exploit: la salita della Via Dimai sulla parete S della Punta Fiames, in 3 ore e 50 minuti complessivi. 
Lo studente imbronciato: sotto
la 2^ parete, 9/7/1985
(foto F.M.)
Partiti, infatti, dalla ex Birreria Pedavena in Corso Italia alle 10 del mattino, eravamo di nuovo lì alle 13.50. Quel giorno la “paré”, però, si era presentata in condizioni estive e così superammo la Dimai (che solitamente richiede 3 ore dall’attacco alla cima, più salita e discesa) in conserva, assicurandoci solo in due tratti.
C’è da aggiungere qualche altro particolare, che consentì una prestazione certamente risibile in altri contesti, ma della quale io menai vanto.
Quanto a Enrico, la sua capacità e abilità erano incontestabili, e ad esse aggiungo la possibilità che aveva di aprire la sbarra della strada forestale, salendo in macchina fino ai piedi del Graon del Pomagagnon.
Il dottore contento:
sul penultimo tiro, 24/5/87
(foto M.C.)
Aggiungo il mio buon allenamento stagionale e la "pratica" della via, che nel 1986 avevo salito altre due volte, il 25 maggio e il 2 novembre.
Questa della “paré” in meno di quattro ore house-to-house fu una prestazione unica, di cui conservo un bel ricordo per la soddisfazione alpinistica, per la giornata (eravamo a San Nicolò, ma le rocce erano calde come in settembre), e infine perché è già volato via un quarto di secolo, e come mi trovo ormai a ripetere spesso, "sembra ancora ieri"...

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...