25 lug 2019

Chi scoprì la variante al "Camin de Frasto" sulla Punta Fiames? Piccolo mistero dell'alpinismo ampezzano

Conosco bene la via Dimai-Heath-Verzi sulla Punta Fiames del Pomagagnon e la sua storia. Pur avendo consultato varie fonti bibliografiche però, non sono ancora riuscito a rispondere a uno di quei micro-enigmi che solleticano la curiosità e arricchiscono la storia dei nostri monti.
Chi scoprì, e quando lo fece, la risolutiva variante al passaggio chiave della via sulla parete sud-est della Punta, classica intramontabile aperta nel 1901?
La variante, lunga forse 30 metri e abbastanza tosta, aggira lo scuro camino, scivoloso se bagnato dall'acqua che cola dall’alto, che ha preso il nome di «Camin de Frasto» dopo una tragicomica avventura accaduta lassù al corpulento Teofrasto Dandrea «Jàibar».
Lungo il "Camin de Frasto" (foto F.G.)
Per evitare il camino quando non era in buone condizioni, per tradizione si usciva alla base, si traversava sul labbro sinistro e, stando attenti alla trazione della corda sullo spigolo intermedio, si rimontava l'espostissima parete parallela al camino; su di essa, almeno ai nostri bei tempi, faceva mostra di sé un chiodo, che dava la giusta sicurezza per mirare in alto senza guardare in basso.
Nelle descrizioni e schizzi delle guide d'arrampicata, anche di quelle recenti e più analitiche, non ho trovato traccia della furba scappatoia che, allo scrivente come a molti altri, consentì di eludere più volte lo scabroso anfratto, salito per la prima volta dalla guida Antonio Dimai e oggi valutato 4b. Il camino ha affidato all’aneddotica l'immagine di «Frasto» (1862-1944), insegnante, oste e albergatore che nel triennio 1898-1901 resse la Sezione Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco e si rese benemerito in vari ambiti. Proprio in quel camino, il 13 settembre 1905 Dimai «Tone Deo» e Verzi «Tino Sceco» riuscirono a mettere bonariamente un freno all’abituale arroganza del loro compaesano. Ma della variante nessuno sa alcunché.

22 lug 2019

Il poco noto "Troi dei milezinche"

Lungo la Strada Statale 51 d’Alemagna, poco prima di Carbonin-Schluderbach e accanto alla tabella che precisa la quota altimetrica, un piccolo slargo a bordo strada ospita spesso veicoli in sosta. Quando ve ne sono, solitamente appartengono ai battitori di un sentiero che nessuna pubblicazione o cartina considera, ma esiste ed è noto sia nella valle d'Ampezzo sia in Cadore e in Pusteria. 
Il sentiero si chiama “Troi dei milezinche” (“sentiero dei millecinquecento”), “Troi de Mariano” o (secondo una recente testimonianza) "Sentiero blu". Anzitutto, qual è l’etimologia del nome? Il primo, più diffuso significato nasce dal fatto che il sentiero inizia proprio a quota 1500 m. Il secondo ricorda Mariano Gaspari "Baldo", falegname ampezzano deceduto nel 1990, che lo percorreva spesso, decantandolo a paesani e amici; il terzo, più banale, deriva dal fatto che la traccia è segnata con pochi bolli di colore blu. 
Ma dove si trova, e a cosa serve? Col "Troi" si può salire all’altopiano di Pratopiazza-Plätzwiese tenendosi lungo le pendici del Col Rotondo dei Canopi-Knollkopf, nel pieno della fascia boschiva che sovrasta la Strada Statale 51, ed esso è meno lungo e più piacevole della carrareccia che sale da Carbonin al rifugio Vallandro. 
Il “Troi” inizia sulla strada, s’inerpica piuttosto ripido per un tratto, percorre una terrazza boscosa alta sul Rio di Specie-Platzerbach e, valicata una recinzione di pascolo tra i territori di Dobbiaco e di Braies, a 1900 m circa e presso alcune sorgenti si unisce alla carrareccia che percorre la Val di Specie, di recente dedicata a Paul Grohmann.
Il Col Rotondo dei Canopi,
dal termine del "Troi dei milezinche" (foto I.D.F.)
Facile da smarrire in un paio di punti, qualche anno fa fu segnalato con qualche bollo, poi cancellato forse da cacciatori, decisi a difendere la "privacy" venatoria della zona. Pur trovandosi in Pusteria è conosciuto anche da diversi appassionati della nostra provincia e non, e pure chi scrive l’ha percorso più volte, d'estate come d’inverno. 
È singolare, ma non ci turba per nulla, che la traccia non sia universalmente pubblicizzata, e venga praticata - in alternativa alla lunga e monotona strada bianca - solo da pochi buongustai, che accedono per un paio d’ore a una zona solitaria, certamente più calpestata da animali che da esseri umani.

24 giu 2019

Ciao Gianni! Per Gianni Pontel, alpinista e amico (1941-2019)

34 anni fa, ai primi di settembre. Ero giunto da poco ad Aiello del Friuli per svolgervi il servizio civile; non conoscevo ancora nessuno e mi dissero di presentarmi a Gianni Pontel, appassionato di montagna e bravo scalatore, un’autorità in materia in un paese a 17 metri sul livello del mare. 
Ernesto, Andrea (+), Paolo e Gianni (+)
in vetta al Monte Verzegnis, 6.1.1986
Detto e fatto: suggellata la conoscenza davanti a una bottiglia di bianco e recuperati uno zaino e un imbrago, domenica 8 settembre con Gianni e Paolo Birri andai a tentare una via nuova tra le Crode dei Longerin. Avevo già salito tante cime, ma l'esperienza della via nuova mi mancava. Ogni dubbio si sciolse subito pensando che ero piuttosto in forma, sette giorni prima avevo fatto lo Spigolo Dibona sulla Grande di Lavaredo, e soprattutto mi stavo affidando a due rocciatori più grandi di me, entusiasti e molto comunicativi. 
La via non ci riuscì: dopo un paio di cordate, ci fermò una parete marcia dove sarebbero occorsi fittoni più che chiodi, e a malincuore dovemmo ripiegare. Non tutto però era perduto: l’instancabile e pragmatico Gianni propose di "consolarci" con una via del suo amico Bulfoni su una guglia vicina, che solo anni dopo seppi chiamarsi Torrione Ezio Culino. Dopo tanto cammino non potevamo certo sprecare la giornata, e quella via poteva fare al caso nostro! 
La parete, 300 metri di III, fu un’esperienza senza infamia né lode: dopo quattro cordate preferimmo slegarci e salire ognuno per proprio conto in vetta allo slanciato torrione, posto al centro di un anfiteatro delizioso, allora a me sconosciuto pur trovandosi a soli 60 km da casa mia. In vetta, respirai a pieni polmoni il piacere della salita, della compagnia, del mio “battesimo” alpinistico con gli amici di pianura, svoltosi rapidamente e con successo. La discesa fu quasi più complicata della salita, ma tutto andò bene e tornammo soddisfatti a Casera Melin per il bicchiere della staffa. 
Ero al settimo cielo: avevo ripetuto una via di un ottimo scalatore friulano e proprio nel suo regno, i Longerin. Ho rivisitato ancora la zona, l'ultima volta una decina d'anni fa: il torrione sul quale Gianni e Paolo mi offrirono per la prima volta la corda e l'amicizia per una salita in compagnia, ormai mi era familiare. 
Ieri purtroppo, dopo anni di tormenti, Gianni ha smesso di combattere e ci ha lasciati: lo ricordo qui con affetto, simpatia e particolare nostalgia, per quella giornata di oltre trent’anni fa e per molte altre trascorse insieme d’estate e d’inverno, per ognuna delle quali avrei un ricordo da raccontare. 
Mandi Gianni, riposa in pace.

10 giu 2019

Salendo la Croda Rotta: dov'è l'erba?

Una slanciata appendice della Punta Nera, nel gruppo del Sorapis, chiude verso ovest l'impluvio detritico alla testata della Val Orìta culminando a 2670 m d'altezza. Raggiunta in epoca e da persone ignote, fu denominata "Croda Rotta", un toponimo che parla da solo. 
Per farsi un'idea della consistenza, basta osservare la cuspide, che si affianca dirigendosi da Faloria verso la Sella di Punta Nera per l'accidentato e faticoso sentiero Cai 215, che poi scende in ambiente grandioso al lago del Sorapis.
Un giorno, avendo letto la brevissima relazione della guida Berti, che prometteva un accesso alla cima "facile e su terreno erboso", mi venne in mente di andare a vedere, abbinando magari la Croda alla soprastante Punta Nera, grande e poco frequentata montagna. 
La Croda Rotta,. osservata dalla via normale
alla Punta Nera (foto M.G., luglio 2008)
Ero solo e mi limitai alla Punta Nera, ma al momento non mi pentii. Seppi poi da un conoscente, sbucato quasi per caso lassù durante una rocambolesca galoppata solitaria da Cortina a Cortina attraverso Faloria, i Tondi, la Punta Nera e il rifugio Vandelli, che la Croda Rotta non gli si era dimostrata né facile né tanto meno erbosa, ma l'ascensione si risolve in una lunga e ripida placca, con ghiaia scivolosa e passaggi delicati, dove il conoscente disse che il problema non fu tanto salire, quanto tornare indietro. 
Ho raccolto poi altre testimonianze di salite sulla Croda, tra cui quella di Sandro (inserita nel volume "Cime attorno a Cortina. 130 vie normali ...", che uscirà quest'estate per i tipi di Idea Montagna a Padova). Leggendola, ho rivissuto la mancata salita alla cima, visibile da Cortina, dall'accesso non molto lungo se si approfitta della Funivia Faloria e fonte di un vasto scenario sulla valle d'Ampezzo e oltre. 
Con buona pace dell'inimitabile Berti, mi sono chiesto: perché nel 1928, 1950, 1956, 1971 (anni di pubblicazione delle edizioni della guida delle Dolomiti Orientali) si volle scrivere, e riscrivere che la cima è “facilmente accessibile, preferibilmente dalla forcella tra Croda Rotta e Punta Nera, nei pressi della Sella di Punta Nera, per terreno in gran parte erboso”? Dove mai sarà finita l'erba che decorava la cima, oggi sconsolatamente pietrosa e malferma?

4 giu 2019

Alla scoperta del Sas Peron, falesia mancata

Un pomeriggio della primavera 19.., con Carlo, Sandro e qualche altro - attrezzati in maniera primitiva e, come al solito, di nascosto dai genitori - partimmo in bici col fermo proposito di conquistare il Sas Perón. 
La "nostra" falesia del Sas Peron
(foto E.M., 15.9.2013)
Il Sas (in italiano «Sasso Sassóne») è un alto blocco dolomitico che si fa largo tra gli alberi sulla destra del Boite, di fronte alla fabbrica Lacedelli a Nighelònte. Ben visibile dalla Statale 51 poco oltre le case di La Vèra, il blocco chiude a meridione la strettoia che la valle d’Ampezzo incontra a Fiames. 
Ai suoi piedi passa una carrareccia militare, numerata dal Cai col 413 e frequentata sia a piedi sia in MTB, che unisce Fiames alla borgata di Cadin di Sopra e fu la meta di tante nostre escursioni familiari. 
Il misterioso culmine del Sas - che si eleva modestamente a 1342 m. di quota e dovrebbe essere il meno alto d’Ampezzo - si potrebbe salire con minimo dislivello dalla strada, anch'essa militare, che dal campeggio di Fiames porta al Lago Ghedina, attualmente chiusa per frane, avanzando tra la vegetazione fitta e caotica; non ho ragguagli da alcuno che vi sia salito e pure noi ci abbiamo provato, senza esito. 
Era destino: l'assalto al Sas Perón - iniziato sul lato che scoscende sulla carrareccia (varie decine di metri di roccia verticale e anche strapiombante, sporca d'erba e ghiaia e non proprio ideale) - alla fine fallì e pensandoci, non dispiacque a nessuno. 
Passando di recente in zona, riflettevo sulla giornata e mi ha colpito l'entusiasmo col quale noi, dotati di poca tecnica e attrezzi scarsi, ma entusiasti come solo a sedici anni si poteva essere, avremmo preteso – in anticipo sull'apertura dei principali luoghi d'arrampicata d’Ampezzo - di crearci una falesia tutta nostra, a bassa quota e accessibile persino in bici. 
Dopo la batosta inflittaci dal Sas, non passò molto che potemmo comunque rinforzare la nostra passione, con risultati disomogenei per i singoli membri della compagnia che si stava formando (alcuni furono ammessi al Gruppo Scoiattoli e due poi anche a quello delle Guide). Il modo, diverso rispetto a quello di chi scala oggi, fu riferirsi a chi sapeva, nutrirsi di guide e manuali, lanciarsi subito su vie di montagna senza perdere tempo su massi infidi fioriti di rododendri. Se, come ci sembrò di capire, prima di noi nessuno si era spellato le dita sul Sas Perón, una ragione ci sarà stata di certo! 
Finisco constatando che non soltanto il «Sasso Sassóne» è rimasto una "falesia mancata", ma tempo fa (complice un progetto di riattivazione dell'aviosuperficie di Fiames, chiusa dopo la tragedia del 31 maggio 1976) avrebbe persino potuto correre un grosso rischio. Trovandosi proprio lungo il corridoio scelto per il decollo e l’atterraggio dei mezzi, alcuni illuminati progettisti pensavano di facilitare le manovre aeree ... proponendo di decapitare letteralmente  il romantico blocco, colpevole soltanto di trovarsi nel posto sbagliato e al momento sbagliato.

21 mag 2019

Spiz Gallina, wilderness ai piedi delle Dolomiti

In questi giorni di primavera, ma nel 1991, tre compagni accolsero la mia idea di provare una delle cime più "strane" del Bellunese: lo Spiz Gallina (1545 m), nel gruppo del Col Nudo-Cavallo e al margine delle Dolomiti.
Lo Spiz, boscoso, roccioso e non tanto semplice nonostante l'apparenza, prese il nome dalla valle sottostante; si slancia alto sul Piave di fronte a Longarone e fu definito dal primo salitore il "Cervino delle Dolomiti”.
Costui era il medico longaronese Giovanni Battista Protti, che giunse in vetta il 27 marzo 1898, con un compagno e due cacciatori locali ingaggiati come guide. 
Quasi un secolo più tardi, in una bella domenica di maggio partimmo da Provagna, borgata di Longarone oltre il fiume, e risalita l'aspra Val Masarei ci portammo sulla sella che separa lo Spiz dal massiccio retrostante. Qui c'era una baita di cacciatori, al tempo fatiscente e piena di zecche, che nel 2013 è stata riedificata in forma di rustica villetta e ricorda Franco Mezzavilla, caduto nella zona. 
Dalla sella la gita si trasformò in un’arrampicata "vegeto-minerale", con spezzoni di filo metallico assicurati alle piante come mancorrenti e un tratto di catena per superare un ostico salto. L'ultimo inciampo fu un ripido pendio di lope, dal quale spuntavano alcuni massi, utili per la direzione perché dipinti di rosso e come appigli, soprattutto per la discesa.
La morbida piattaforma di vetta, incerta tra la terra e il cielo e che evoca la nostra Bujèla de Padeon, stemperò la tensione offrendoci un ampio panorama sull’Oltrepiave e sulla Valbelluna, ma soprattutto estraniandoci col suo isolamento: lo Spiz, che è alto come il borgo di Pocol (300 metri più del centro di Cortina d'Ampezzo), domina la vallata da oltre un chilometro d’altezza! 
Lo Spiz Gallina  dalla valle omonima
(foto E.M., 20.4.2008)
Dopo essere scesi con attenzione alla sella, a valle incrociammo, più per fortuna che per giudizio, un sentiero alto sulla Val Gallina e con un ampio giro tornammo all'automobile, soddisfatti di una camminata che avevamo stimato durasse mezza giornata, ma in realtà ci occupò per quasi sette ore. 
Passando a Longarone, dopo tanto tempo da quella giornata lo sguardo cade ancora sulla piramide, evocando una salita che penso pochi conoscenti abbiano avuto l'occasione di compiere. In chiusura, ricordo con simpatia Luca Beltrame, l'amico di Udine caduto in montagna sei anni fa che nel gennaio 2004 salì lo Spiz in un'impegnativa invernale, affidandone la testimonianza a un pezzo sul semestrale "Le Alpi Venete".

10 mag 2019

La Gusèla (o Bujèla) de Padeon, angolo misterioso del Pomagagnon

Luglio '91: finalmente ho l'occasione di visitare un angolo d’Ampezzo che ignoravo, e nel quale vivrò una bella scoperta: la Gusèla (o Bujèla) de Padeon, nel sottogruppo del Pomagagnon. La cupola, rocciosa e cosparsa di mughi, raggiunge quota 2252 m e s'impone alla vista dalla SS51 d'Alemagna nei pressi della chiesa di Ospitale d'Ampezzo. Fino a poco più di trent'anni fa offriva due sole vie di accesso, tra cui la misconosciuta normale.
Il 28.7.1985 Paolo Bellodis - Scoiattolo e guida, mio coetaneo e amico - e Massimo Da Pozzo, nemmeno diciottenne, aprirono sul piastrone SO, alto duecento metri e lisciato da un’antica frana, la via "Gipsy" (V/VI), che in seguito sarà abbastanza ripetuta.
La Bujèla di Padeon, in un originale scorcio
dalla Val omonima (foto R. Vecellio)
Giusto ottantacinque anni prima, il 28.7.1900, in vetta erano giunti per la prima volta con intenti alpinistici gli austriaci von Glanvell e von Saar,  i quali seguirono la cengia che attornia la guglia con una spirale quasi regolare. il 30 luglio il terzo del gruppo, Karl Doménigg, salì da solo un alto camino che incrocia la via precedente; non ho capito da che parte sia, ma sono certo che se allora l'avessimo individuato, forse avremmo provato a salire anche quello.
Ignorata per decenni, anche se nel volume "Gruppo del Cristallo" (1996) Luca Visentini la cita tra le più suggestive della zona, la Gusèla (in ampezzano Bujèla, cioè ago), si pone tra l’escursionismo per esperti (EE) e il primo alpinismo (F). Non è una passeggiata, ma neppure una prova estrema: nel salirla ci si alterna tra vegetazione, detriti e roccette, e sotto la vetta c'è una solida paretina  quasi verticale, su cui una volta diedi una craniata che mi lasciò abbastanza stranito. Per toccare una sommità quasi piatta come un campo di calcio e ricoperta più di erba che di roccia, l’impegno non è di certo trascurabile.
Sono ritornato lassù in due occasioni: un sabato di novembre in cui la cengia era già in parte gelata, e una fresca domenica di settembre, in cui non sapevo che sarebbe stata l'ultima volta su quella cima solitaria.
Prima che gli sconvolgimenti meteorologici danneggino la via d'accesso e compromettano una gita molto gratificante, alla scorbutica Bujèla de Padeon i cultori di terreni aspri e di "wilderness" dovrebbero fare un pensiero. Da due anni in vetta c'è persino il libretto!

21 apr 2019

Sul Sassolungo di Cibiana: una via "che non esiste"

Il Sassolungo di Cibiana (2413 m, Gruppo del Bosconero) inquadra i boschi in destra orografica del Boite, dominando il paese e la valle del Rite con una parete di 500 m, che a sera si veste spesso dei colori dell'enrosadira.
Frequentata ab antiquo da cacciatori per le cenge e gli scaglioni ghiaiosi del versante O, la cima - classica meta dei cibianesi fin dai primi del XX secolo - ha richiamato l’interesse di molti alpinisti, tra cui compaiono per due volte quelli di Cortina.
Il 21.VI.1961 Marino Bianchi, guida di padre cibianese ma nato e vissuto sempre in Ampezzo, col cliente Erwin Urban tracciò una diretta di III-IV sulla parete N del Sasso; di essa non mancano i dati ma, almeno fino all'uscita del libro «Il Signore delle Montagne», dedicato da chi scrive al 40° della caduta della guida in montagna (Print House Cortina, 2009), pareva non fosse stata mai ripetuta.
Già quattordici anni prima di Bianchi, però, gli Scoiattoli Silvio Alverà e Lino Lacedelli erano saliti sul Sasso per lo spigolo NO, anch'esso di IV. Della via non abbiamo descrizioni, ed essa fu apparentemente dimenticata anche nel 1983, dal volume della «Guida dei Monti d'Italia» dedicato  da Angelini e Sommavilla al Pelmo e ai monti di Zoldo.
Il Sassolungo, versante N,
da Forcella Cibiana  (foto E.M., 21.6.2003)
La via Alverà-Lacedelli, citata per la prima volta in un opuscolo sull'attività degli Scoiattoli, opera di Carlo Gandini del 1968, rimane dunque pressoché ignota. Facilmente incrocia o ricalca qualche altra via sull'ampia parete, che salirono per primi Severino Casara e amici nel 1924, ma Boricio e Lino non possono più raccontare la giornata (era il 28.8.1947) trascorsa sulla N del Sassolungo, per cui alla fine si può affermare che la loro via "non esiste".
Problema soltanto bibliografico ed enciclopedico? Forse sì, ma comunque è un peccato non poter abbinare la memoria dei due alpinisti - almeno con uno schizzo su una foto - all'elegante cima simbolo di Cibiana, non proprio elementare e molto panoramica che abbiamo salito più volte con grande piacere.

27 mar 2019

Tra Pezié de Parù e il Lago de Federa: il monumento scomparso

Lungo il sentiero del Cai 434, che dall'agriturismo a Pezié de Parù, posto sulla Strada Provinciale 638 del Passo Giau, sale al pascolo di Formin e al Cason omonimo, per poi continuare verso il rifugio Croda da Lago, c'era una volta ... un piccolo monumento.
Un cippo di circa un metro d’altezza, in pietra rossa e di stile inequivocabilmente fascista, sulla sinistra orografica del sentiero, ai piedi de Ra Ciadénes, ricordava un italiano illustre, del quale noi stessi e tanti come noi sapevano poco e nulla.
Lombardo Radice con alcuni scolari 
durante una gita, anni Venti del '900
Qualche anno dopo, appresi che in quel punto preciso, il 16 agosto 1938, un malore aveva stroncato il cinquantanovenne professore Giuseppe Lombardo Radice, il pedagogista siciliano che nel 1923/1924 aveva tenuto - su incarico del ministro Giovanni Gentile - la direzione generale per l’istruzione elementare, collaborando alla riforma scolastica intitolata al ministro stesso. Passato alla cattedra di Pedagogia dell’Università di Roma, dopo l’omicidio Matteotti Lombardo Radice abbandonò gli incarichi ministeriali, in segno di opposizione al regime. Fondatore e direttore di periodici, autore di numerose opere di pedagogia, è ricordato come uno dei docenti “che dissero di no al Duce”. Appassionato di montagna, mentre si stava dirigendo in Svizzera si era fermato qualche giorno a Cortina, dove inaspettatamente trovò la morte. 
Non percorro da tempo il 434, oggi quasi sostituito dal più breve e meno ripido 437, che giunge a Formin dal ponte di Rucurto, e non ho più rivisto il monumento all'intellettuale, che mi era quasi sfuggito di mente. Un giorno Ermenegildo Rova, appassionato ricercatore e divulgatore degli “Amici del Museo" di Selva di Cadore, mi consegnò alcune immagini di un suo ritrovamento, chiedendomi se sapevo cosa fosse, se si trattasse magari di un reperto archeologico, se meritasse qualche ricerca.
Per quanto ormai poco leggibile, riconobbi a vista la lapide del 1938, spezzata e gettata tra l’erba sul ciglio del sentiero, e disillusi subito l’amico Gildo sul suo presunto "scoop" scientifico: il tempo e il disinteresse avevano semplicemente fatto sparire un cimelio di ottanta anni fa, che non dico andrebbe ripristinato, ma è giusto almeno ricordare, così come il personaggio che celebrava.

12 mar 2019

Montagne e compleanni

È cosa che ricorre tutti gli anni, e il 2019 non si esime dalla logica degli anniversari. Quanto alle storie dell’alpinismo e del turismo a Cortina, tema caro a chi scrive, è già in agenda il bicentenario dalla nascita di Angelo Dimai (1819-1880), precursore della scoperta e conquista delle Dolomiti e capostipite di una famosa dinastia di guide. Cento cinquant’anni fa, poi, nascevano quattro guide della schiatta che seguì quella dei pionieri: Angelo Colle, Giuseppe Menardi, “Jan de Santo” (Giovanni Siorpaes) e Agostino Verzi; cento anni or sono, infine, fu tracciata la prima via nella valle d'Ampezzo da poco passata all'Italia, la cresta sud della Punta Nera, sulla quale si misurarono i “senza guida” Federico Terschak ed Isidoro Siorpaes. 
Procedendo nei decenni, troviamo poi due ottantesimi di spessore: quello della fondazione della Società Rocciatori Sciatori Scoiattolo, il Gruppo Scoiattoli di oggi, che cadrà il 1° luglio, e quello dell’inaugurazione della funivia Cortina-Faloria, solida realtà dell’impiantistica ampezzana, ricordato il 5 febbraio scorso.
La Funivia Faloria, cartolina
degli anni Sessanta del '900 (raccolta E.M.)
 Avremo due sessantesimi, quello della via “Italo-Svizzera” sulla parete N della Cima Ovest di Lavaredo, di cui furono artefici gli Scoiattoli Beniamino Franceschi e Candido Bellodis, tuttora vivente, e quello dello "Spigolo Scoiattoli" sulla stessa cima, opera di Lorenzo Lorenzi, Albino Michielli, Lino Lacedelli e Gualtiero Ghedina, che seguì la via "Italo-Svizzera" di pochi giorni. In ottobre sarà mezzo secolo dalla fatale caduta dalla Cima del Lago della guida Marino Bianchi, e così via, lustro dopo lustro, con varie ricorrenze degne di risalto. Di alcune si è già scritto, anche ampiamente, in più occasioni; altre, per la loro unicità, finiranno sotto traccia nel calderone della Storia, ma tutte meriterebbero comunque un cenno nella microstoria. 
Sconfinando nelle giornate vissute sui monti, mi riprometto fin d’ora di ricordare l'80° dello spigolo sud-est del Sas de Stria. Salito dai vicentini Andrea Colbertaldo e Lorenzo Pezzotti il 1° agosto 1939, unica nuova via dell’anno a Cortina, lo ripetei molte volte, la prima nel 1977 e l'ultima nel 1993, e rimane fonte di tanti ricordi.

1 mar 2019

Sul Cristallo in pieno inverno

Ogni tanto tra i pochi appassionati riemerge l'interesse a una questione che oso dire “di lana caprina”, di quelle che invogliano i ricercatori a mettere il naso in articoli, guide, libri, testimonianze: la prima salita invernale del Cristallo, dovuta al Maestro Stradale Bortolo Alverà - per il quale forse fu l'unica salita importante - con Pietro Dimai a fargli da guida, cento quarant'anni fa, il 22 febbraio 1882.
Nel dettagliato studio «L’alpinismo a Cortina dai suoi primordi ai nostri giorni. 1863-1943», a pagina 32 (nota 5) Federico Terschak colloca la salita al 22 novembre 1882, citando quali fonti Don Pietro Alverà, fratello del primo salitore - ma senza accennare alla sua «Cronaca di Ampezzo nel Tirolo dagli antichi tempi fino al XX secolo» - e la rivista «Der Tourist» n. 8 del 1882. Quest'ultima fonte, recentemente consultata dall'amico di Dobbiaco Wolfgang Strobl, riporta una data ancora diversa, 21 febbraio 1882. 
Il Monte Cristallo, dai prati di Convento
(cartolina degli anni '40, raccolta E.M.)
Non è escluso che in questo caso il meticoloso Terschak abbia preso un abbaglio. Antonio Berti, fonte italiana ripresa da molta letteratura fin dall'inizio del '900, in «Le Dolomiti del Cadore» del 1908 datava la salita «22 febbr. 1882»; nelle edizioni successive del suo libro, fino all'ultima del 1971, dal titolo «Dolomiti Orientali Vol. I-Parte 1^», forse per un refuso apparve la data «22 XI 1882».
Quest'ultima data è stata ripresa praticamente da tutti coloro che hanno consultato la famosa guida del Cai-Tci, senza comunque considerare che, per quanto riguarda la storiografia, sono ritenute invernali solo le salite compiute tra il 21 dicembre e il 21 marzo, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche.
Quindi oggi, assodato che «Piero de Jènzio» (morto poco più che cinquantenne nel 1908) e «Bórtel de chi de Pòl», distintosi nel paese per molte iniziative tra cui la fondazione della prima banca locale, salirono per primi d'inverno l'ambito Cristallo, già tentato senza fortuna nel 1872 da Moritz Holzmann e Santo Siorpaes «Salvadór», gli appassionati si chiedono: a quando risalirà esattamente la prima invernale della grande cima? Al 22 novembre 1882 o allo stesso giorno, magari gelido e nevoso, di nove mesi prima?

20 feb 2019

L'appiglio risolutivo della Fessura Dimai

La Torre Grande d'Averua, con il rifugio Cinque Torri
(foto Ghedina, 1929 - raccolta E.M.)
La storia dell'alpinismo, in questo caso ampezzano, contiene alcuni caratteristici oronimi dialettali, perlopiù sconosciuti ai vocabolari della parlata locale e a molte fonti sull'argomento - a partire dalla guida delle Dolomiti Orientali di Antonio Berti - e tramandati soltanto in forma orale da chi ha frequentato e frequenta determinate cime e itinerari. 
Uno degli oronimi è «el secèl», voce che corrisponde all'acquasantiera («el secèl de r aga sènta»). L'oronimo ha circa novant'anni e si riferisce a un appiglio concavo che si trova lungo la via che solca la parete est della Torre Grande d’Averau - Cima Sud, aperta il 31 agosto 1932, sotto la pioggia incombente e in sole due ore, dalle guide Angelo e Giuseppe Dimai Déo e Celso Degasper Meneguto. 
La via, battezzata Fessura Dimai-Degasper, è conosciuta anche con l'oronimo di origine tedesca «el Ris»: sale verticalmente per 120 metri su una parete compatta e sempre esposta, con difficoltà valutate VI inf., e grazie anche al comodo accesso, fin dall'apertura fu apprezzata dai più ardimentosi. 
La prima ripetizione della Fessura, infatti, si fece attendere soltanto diciotto giorni. Il 18 settembre 1932, i secondi salitori furono Emilio Comici, Ernani Faé di Belluno e Fosco Maraini. Il giorno dopo la via fu salita da altri tre personaggi, l'agordino Attilio Tissi, Domenico Rudatis di Alleghe e il Barone Carlo Franchetti. La quinta salita, il 27 settembre, che fu pure la prima femminile, spettò alla statunitense Jane Tutino Steel, con Comici e Lucien Devies. Il 13 ottobre 1932, quarantatré giorni dopo la prima, sulla Fessura Dimai-Degasper si registrava la decima visita, ultima della stagione, per merito delle giovani guide ampezzane Enrico Lacedelli Melero e Giovanni Barbaria Zuchin.
L’appiglio, che permette di superare uno strapiombo duro ed esposto della fessura, ha proprio la forma del secchiello dell'acqua benedetta, un tempo presente nella maggior parte delle case di Cortina, di solito sulla parete della "stua". E sicuramente il nome glielo diede un ampezzano.

3 feb 2019

Punta Nera, una grande passione

Tanto nera, proprio non mi pare: la sua dolomia, in gran parte sfasciata e pericolante, è grigia con qualche intrusione giallo-rossastra, soprattutto presso la vetta, sbrecciata dai fulmini. Dunque, per quale strana ragione la cima più alta della Diramazione Ampezzana del Sorapis, fin da tempi antichi porta il nome di Punta Nera? Dovremmo chiederlo agli studiosi di toponomastica!
Molto tempo fa, passando una domenica sul sentiero che da Faloria raggiunge il solitario Ciadin del Loudo, me la indicò mio padre, e il nome mi fece una certa impressione: era una giornata nuvolosa, l'ambiente lassù - in condizioni di tempo sfavorevoli - è piuttosto tetro, e così per decenni ebbi la sensazione che la Punta nascondesse qualcosa di oscuro. 
In realtò, e lo capii nella prima salita il 30.8.1987, dopo aver lasciato i miei compagni di escursione Sisto e Paolo (frenati dalla paretina iniziale) sulla sella ai piedi della cresta, di oscuro la Punta non ha alcunché
La Punta Nera e la Croda Rotta, da Forcella Faloria
(foto E.M., luglio 2012)
È una montagna di cui ho scritto spesso e che conservo nel cuore. Questa volta desidero ricordare alcune persone che vi hanno legato il nome: Alessandro Lacedelli "Sandro da Melères", cacciatore e guida (primo a giungere in vetta da solo prima del 1877, forse inseguendo un camoscio); Zaccaria Pompanin "de Radéschi" (che ai primi del ‘900 aprì sulla Punta una via nuova, di cui il pronipote H. Mutschlechner ha trovato testimonianza nel libretto di guida); Federico Terschak e Isidoro Siorpaes (che salirono per primi la lunghissima cresta sud, il 10 agosto di cento anni fa); Giorgio Brunner di Trieste (che scalò per primo la "Nera" da solo e d’inverno, il 27.2.1941); l'amico Giulio Lancedelli "Iéza" (salito a 79 anni, portando lassù il primo libro di vetta); Mario Crespan (che il 26.7.2008, con sua moglie Paola e altri tre amici, collocò in cima il secondo libro, forse ancora presente). 
Altri uomini e donne protagonisti di quasi un secolo e mezzo di storia della Punta, non mi pare ce ne siano: immodestamente mi ci metto anch'io, visto che in un ventennio ho calcato la friabile vetta per sette volte, metà delle quali in «beata solitudo». Se non è passione, questa!

23 gen 2019

Quattro amici e la Fiames: cronaca di un'invernale

Trentasei anni fa, il 23 gennaio 1983, era una domenica anomala: si era nel pieno dell'inverno, ma la giornata era asciutta, la neve scarsa, la temperatura autunnale e c'era anche un pallido sole.
Quattro amici di nemmeno novant'anni in tutto, per chi ama i numeri (chi scrive, ventiquattrenne, era il "vecio"; i ventiduenni Enrico e Federico i "mediani" e il ventenne Mauro il "bocia"), salirono spensieratamente la via Dimai-Verzi sulla parete sud della Punta Fiames, rinomato "playground" per generazioni di appassionati, rivelato ottant'anni prima all'alpinismo dolomitico.
Dopo poco più di tre ore dalla partenza, conclusero felicemente una delle tante salite invernali della parete - tra l'altro, per due di loro era già la seconda occasione e non sarebbe stata neppure l'ultima - con l'entusiasmo e la fiducia nelle proprie capacità tipici dell'età.
Il "vecio", Enrico, Federico e il "bocia"
dopo la salita, 23 gennaio 1983
Dopo il rituale autoscatto in vetta in perfetta solitudine, la discesa – elementare in condizioni estive - fu invece fonte di qualche fastidio, giacché l'ombroso canale che scende da Forcella Pomagagnon era gelato e con le scarpette  leggere e lisce non fu una passeggiata. La domenica terminò comunque al meglio, lasciando uno dei ricordi che - soprattutto nel "vecio", affezionato a queste cose – non si sono mai scoloriti. 
Solo una settimana dopo, invece, era tornato l'inverno: il vento era pungente, nevischiava e non si andò sui monti: proprio quella mattina, nostra zia ci lasciò.

14 gen 2019

Bortolin, l'ultimo dei fondatori degli Scoiattoli, è andato avanti

Il 1° luglio ricorreranno ottant'anni dalla fondazione della Società Rocciatori Sciatori Scoiattolo, gruppo di alpinisti ampezzani che fece delle Torri d'Averau la propria palestra e formò la prima società del genere in Italia. 
Stamane, nella sua casa a Crignes è mancato l’ultimo ancora in vita dei soci fondatori, Bartolomeo Pompanin Bartòldo, per tutti “Bortolin”. Nato nel 1922, iniziò ad arrampicare da ragazzo e nel 1939 con gli amici Albino Alverà "Bòni" (classe '23), Silvio Alverà "Borìcio" ('21), Romano Apollonio "Nano" ('22), Angelo Bernardi "Alo" ('21), Ettore Costantini "Vecio" ('21), Siro Dandrea "Cajùto" ('21), Giuseppe Ghedina "Tomàsc" ('21), Luigi Ghedina "Bibi" ('24) e Mario Zardini "Zesta" ('21), creò un sodalizio ancora prospero, composto da amanti della montagna che hanno arrampicato in tutto il mondo: dalle Dolomiti alle Alpi, dall’Himalaya alla Cordillera Blanca e al Karakorum dove uno di loro, Lino Lacedelli, calcò il 31.7.1954 con Achille Compagnoni il K2, seconda vetta del pianeta. 
“Bortolin” fu uno sportivo polivalente: giocò a hockey in nazionale, fu maestro di sci e dal 1951 guida alpina, oltre che volontario del Soccorso Alpino e negli anni Novanta  consigliere della Sezione del Cai  di Cortina. 
"Bortolin" in Cinque Torri, anni '40
(arch. Gruppo Scoiattoli Cortina
)

Il suo curriculum di scalatore vanta moltissime vie, tra cui alcune prime nei gruppi della Croda da Lago, Fanes e Tofana: la “Via del Foro” sul Campanile Federa (con Ettore Costantini, Gino Soldà, Ivo Pozza, Ugo Illing "Manni", 1945), la parete SO della Cima Scotoni (con Costantini e Armando Apollonio "Bòcia", 1945), la fessura SO del Tridente Cantore (con Luigi Ghedina, 1945), lo Sperone Destro della Tofana di Mezzo, parete E (con Costantini, 1945), oltre alla prima ripetizione della Direttissima sulla parete S della Torre Grande d’Averau (1943). Simpatico ed estroverso, amante della compagnia, della buona musica e sempre pronto a ricordare in allegria i vecchi tempi, lascia la moglie Nadia e i figli Roberto - campione di sci e oggi pilota aeronautico - e Viana. Cortina lo ricorderà con simpatia.

3 gen 2019

Le 12 perle nascoste di Cortina, nel "lunario" 2019 della Cooperativa

Come ogni anno, è a disposizione di soci, clienti e ospiti “el lunario par el 2019 de ra Sozietà Coperatia de Anpezo”, calendario allestito e diffuso dalla Cooperativa di Cortina ogni dodici mesi. 
Date da ricordare, acquisti da compiere, bollette da saldare, scadenze da segnare: da anni ormai la Cooperativa si avvicina ai clienti proponendo il tradizionale calendario, che per qualcuno diventa un diario, quando le note a margine si trasformano in appunti di vita quotidiana. 
L’edizione del 2019 è dedicata, con l’occhio di riguardo che l'ente riserva all’ambiente, alla cultura e alla storia, anch'essa a un argomento locale: quest’anno tocca alle acque, con circa 20 suggestive immagini di cascate, laghetti, rii, sorgenti della valle, le quali dipingono un affresco del “bene acqua” che, oltre ad arricchire l’ambiente, implementa anche la cultura. 
Dalle tre fotografie della copertina, dedicate al lago del Sorapisc (noto per le acque cerulee, ma anche per la pressione turistica che ne insidia la fragilità) ai Pantàne de Fanes bagnati dall'omonimo rio, alle sorgenti del Felizon, che forniscono a Cortina gran parte dell’acqua potabile, fino al romantico lago de Limedes che guarda le Tofane: ogni mese svela una perla ambientale celata tra i monti.
Dalla cascata dello Sbarco de Fanes si passa poi all'Ansiei - il torrente che segna il confine con Auronzo - arabescato di ghiaccio; dalla profonda forra del rio Felizon si sale all’Aga de Cianpo de Crosc, porzione iniziale del Boite che bagna l'alpeggio di Ra Stua. Si avvicendano quindi il bucolico Lago Gran de Fosses, alle falde della Croda Rossa d'Ampezzo; le rumorose sorgenti del Rufiedo in Val de Gotres; il rio di Ra Vales de Sote, che scorre ai piedi della Tofana di Dentro; la cascata detta Souto de Ra Stua, da poco accessibile mediante un sentiero protetto; il rio di Federa, che dal lago omonimo scende ad alimentare quello della Costeana; e avanti col lago Ghedina, meta di escursionisti fin dall'800; il lago Negro al confine con Dobbiaco e quello di Federa, il più grande della conca d'Ampezzo, in cui si specchiano le guglie merlate della Croda da Lago. 
Il calendario si chiude con la statistica delle precipitazioni nevose a Cortina dell'ultimo settantennio, cui seguono tre approfondimenti: sui canyon, cascate e torrenti della conca, sulla salubrità dell’acqua locale e sulla geografia del Boite, che solca la vallata ampezzana scendendo poi lungo il Cadore fino al Piave. 
Alla pubblicazione, che si può trovare gratuitamente in Cooperativa, hanno fornito testi e immagini Thomas Bellodis, Francesco Chiamulera, Dino Colli, Michele Da Pozzo, Ernesto Majoni, Filippo Manaigo.

26 dic 2018

Hansi e il suo famoso trisnonno, la guida Zaccaria Pompanin

Johann “Battista” Mutschlechner, per gli amici Hansi, faceva il carpentiere; oggi, passata la cinquantina, si dedica invece con successo a tutt'altra professione, l'accompagnatore di media montagna. 
Pusterese DOC, nelle sue vene scorre però anche sangue ampezzano: la madre Clara, infatti, era bisnipote di Zaccaria Pompanin “'Sàcar de Radéšchi”, rinomata guida scomparsa quasi centenaria nel 1955, che si ricorda per una ventina di nuove vie, tra cui il Camino Pompanin sulla parete NO della Croda da Lago (28.8.1895, con Leone Sinigaglia e Angelo Zangiacomi, "Pizenìn 'Sachèo") e la parete SE del Col Rosà (26.6.1899, con Robert Corry e Antonio Dimai, "Tone Déo"). 
Hansi coltiva una lodevole passione per la storia del suo trisavolo e così, valendosi dei ricordi trasmessi dalle donne di casa (la madre, la nonna Norma e la bisnonna Lia), va raccogliendo tutto ciò che concerne la figura della guida, di cui parla sempre con sincero trasporto e ammirazione. 
Per renderle onore, recentemente Mutschlechner ha avuto un bel pensiero: è venuto a Cortina e, di propria iniziativa, ha sistemato l’urna cineraria di “’Sacar” nella cripta del cimitero, aggiungendo sulla lapide il soprannome del casato “(de) Radéšchi”, e una fotografia del trisavolo a circa trent'anni di età; per la cronaca, Pompanin fu guida autorizzata dal 1892 e risultò in esercizio fino al 1926. 
La lapide sull'urna di Zaccaria Pompanin
(foto H. Mutschlechner, 20.12.1208)
Il gesto avrà anche un valore unicamente privato, ma prova l'affezione di Hansi verso il ceppo materno e nei confronti della storia alpinistica ampezzana. Tra una escursione e l'altra, il nostro prosegue nelle sue ricerche, raccoglie immagini e testimonianze, parla con altri della figura e dell'attività dell'avo, che non ha conosciuto ma di cui si può ritenere un esperto; al proposito, è auspicabile che il grande lavoro che sta facendo possa trovare sbocco in qualcosa di duraturo, magari una pubblicazione, per perpetuare l'epopea di un pioniere delle Dolomiti. 
In una piacevole conversazione prenatalizia con Hansi, ho appreso una notizia che sapevo solo in parte e mi è rimasta impressa: nel 1912 “’Sacar”, con i colleghi Bortolo Zagonel di Primiero e Giovanni Conti di Resceto, venne ingaggiato dall'inglese Leo Amery, col quale aveva aperto anni prima una nuova via sulla Croda Marcòra, per visitare le Alpi Apuane. 
Da quelle cime marmoree, sulle quali tracciò un paio di itinerari che - almeno a Cortina - sono praticamente sconosciuti, a più di cinquant'anni la guida montanara ... vide per la prima volta il mare!

12 dic 2018

Celestino de Zanna guida alpina, maestro di sci e soldato

Si sta concludendo il centenario dalla fine della Grande Guerra, per cui propongo alcune note su una delle tre guide di Cortina scomparse nel conflitto: Celestino de Zanna "de Bepe de Poulo", nato a Majon nel 1877, guida patentata dal 1902 e istruttore di sci dal 1911, disperso nelle steppe dell'Uzbekistan dall'aprile 1916. 
Le notizie e le immagini che lo riguardano non sono molte: il ceppo familiare è estinto, e non è noto se esista ancora il libretto personale di guida, mestiere che lo consegnò alla storia grazie alla partecipazione a due salite innovative per l’epoca.
Campanile Rosà, da Val Fiorenza
(foto E. Majoni)
La prima delle due, capeggiate da Angelo Dibona "Pilato", ebbe come obiettivo l'intonso Campanile Rosà ai piedi del Col omonimo, sul quale il 17.8.1910 le guide condussero Amedeo Girardi "d'Amadio" dell'Hotel Vittoria e il medico comunale Leopoldo Paolazzi. Un paio di mesi dopo Angelo e Celestino col solo Amedeo salirono la Torre Grande d'Averau da nord, aprendo così sulle Cinque Torri la prima via con un tratto di 5°.
Celestino de Zanna intorno al 1910
(archivio E. Majoni)
Con S. Besso e la guida Remigio Gasperi della Val Rendena, de Zanna compì il 14.9.1909 anche la seconda salita della Punta Iolanda, cima del Brenta slanciata ed elegante ma alpinisticamente poco nota. In vetta i tre trovarono le tracce di una salita precedente per la stessa via, il canale tra la Punta e la vicina Cima Baratieri, compiuta il 18.7.1908. Secondo un'informazione da verificare, la prima salita sarebbe dovuta alla stessa cordata, ritornata sulla vetta un anno dopo.
Che de Zanna abbia salito la Punta Iolanda per primo o per secondo, comunque non ha grande importanza. Certo è che con Dibona e Bortolo Barbaria "Zuchin" fu tra i primissimi ampezzani a svolgere la nuova professione di maestro di sci. Celibe e abile al servizio militare, l'1 agosto 1914 fu richiamato sul fronte russo, ma dall'anno seguente fu dichiarato disperso nella zona di Tashkent. 
Il suo nome resta nel cimitero comunale, sulle lapidi dedicate alle guide defunte ed ai caduti e dispersi in guerra, nonché sulle due vie tracciate sulle cima ampezzane, meno percorse di un tempo, ma significative dell'innovazione registrata all'inizio del '900 nell'esplorazione delle Dolomiti.

30 nov 2018

La croce di vetta del Sas de Stria è caduta

Mercoledì 28 novembre: di buon mattino, incontro in Cooperativa Gianpaolo, membro del Cnsas di Livinallongo del Col di Lana, che viene spesso a Cortina per lavoro e ci tiene a farmi partecipe di un fatto che ha scoperto da qualche ora. 
La croce di vetta del Sas de Stria, il corno roccioso che sorge in territorio fodom fra il Passo Falzarego e il Passo Valparola e arricchisce qualsiasi immagine del valico che collega Ampezzo con l'Agordino, non c’è più. Anch’essa è stata distrutta dalla disastrosa bufera di vento e acqua che ha flagellato l'alto Bellunese alla fine d'ottobre.
La notizia è stata segnalata a Gianpaolo da Cesare, alpinista e membro del Cnsas di Colle Santa Lucia: loro due, nella zona sono proprio "di casa". Mi dispiace, perché sul Sas de Stria per tanti anni mi sono sentito "di casa" anch'io: l'avrò salito almeno trenta volte, per la via normale - semplice, ma dove occorre fare attenzione a due scale metalliche e alle scivolose rocce finali - e soprattutto per lo spigolo SE, risalito dalla divertente via Colbertaldo-Pezzotti del 1939; tra l'altro nella cordata finale di questa, facendo dell'abitudine una mia tradizione, ero solito fare sicurezza ai compagni proprio dal basamento della croce. Su di essa, ben visibile dal Falzarego, una targa ricorda il Sottotenente Mario Fusetti, caduto il 18.10.1915 subito dopo avere espugnato la cima, e per questo decorato di medaglia d'oro.
Non dubito che il manufatto, simbolo di guerra e oggi di pace, presto sarà rialzato dagli amici fodomi, splendente quanto e più di prima. Bisogna dire che il Sas de Stria è un obiettivo comodo e molto frequentato, anche perché fa parte del museo all'aperto della Grande Guerra in Lagazuoi, e il manufatto dovrà riprendere lo spazio in vetta che occupa da tanti anni, per non dimenticare.
Cima del Sas de Stria, verso la Val Badia. 28.11.2018
(foto Gianpaolo Soratroi)
Né fulmini né nevicate né vandali erano finora riusciti a rovinare la croce, dalla quale la vista spazia verso le Dolomiti d'Ampezzo, agordine e badiotte: c’è voluto il disastro del 29 ottobre, scatenatosi giusto un secolo dopo la fine della Grande Guerra, che lassù registrò scontri sanguinosi con decine di caduti e di feriti, per privarci di un importante simulacro. 
Da Gianpaolo ho cortesemente ricevuto tre immagini della croce divelta dal tornado di un mese fa. Con una di esse concludo la triste notizia, in attesa della prossima stagione.

22 nov 2018

Scompare Camillo Berti, grande uomo dolomitico

Prevista, ma sempre triste, è giunta la notizia che nella serata del 19 novembre si è spento novantottenne, nella sua casa di Venezia, l'avvocato Camillo Berti.
Ultimo figlio vivente del medico e alpinista Antonio, Camillo è stato il degno successore e prosecutore della eredità culturale paterna. Lo ha fatto in più modi: con la rivista semestrale “Le Alpi Venete” - fondata nel 1947, diretta e supervisionata fino a qualche tempo fa -; con la Fondazione Berti, nata per tramandare e valorizzare il patrimonio ideale del padre, che per decenni ha promosso molti bivacchi fissi sui monti triveneti; con vaste conoscenze e numerosi incontri.
Berti è stato un solido punto di riferimento per la cultura delle Dolomiti Orientali, che conosceva, amava e ha illustrato in tanti libri di alpinismo, di storia e di toponomastica. 
Davanti a tutti, l'edizione  (aggiornata in tre volumi nel 1971, 1973, 1982) della guida alpinistico-escursionistica del padre “Le Dolomiti Orientali”, uscita per la prima volta novanta anni or sono, custodita negli zaini da tanti alpinisti che la usarono almeno sino agli anni Ottanta e oggi chicca per bibliofili. 
Camillo Berti (1920-2018)
La figura e i meriti di Camillo Berti, che ho avvicinato e apprezzato più volte, saranno sicuramente ricordate in molte sedi dai suoi tanti amici, conoscenti ed estimatori: qui mi limito a un cordiale ringraziamento per quanto ha fatto per diffondere e far amare e rispettare le Dolomiti. Grazie, Camillo!

13 nov 2018

Il Casón dei Cianpeštris non c'è più!

Nutrendo ormai da lungo tempo interesse per l'alpinismo e la storia locale, mi ha colpito un fatto che ritengo utile divulgare – trattandosi di una notizia minima, ma interessante - perché ritengo che chi conosce e ama il territorio e le sue vicende se ne possa anche dispiacere. 
Qualche giorno fa, durante un sopralluogo di routine, la guardia del Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo Vittorio Alverà ha constatato che il Casón dei Cianpeštrìs, baita che sorgeva a quota 1900 metri circa in una radura ai piedi delle Rocchette, e costituiva la più antica costruzione agro-silvo-pastorale superstite d'Ampezzo, è stata distrutta dalle intemperie del 29 ottobre, che le hanno rovesciato addosso un robusto abete rosso.
Il Casón, domenica 11.11.2018 
(foto Roberto Vecellio)
Il danno ambientale ed economico non è ovviamente raffrontabile con quelli subiti da acquedotti, alberi, case, linee elettriche, ponti, strade di tanta parte del Bellunese e della Carnia: si tratta comunque della perdita di un bene storico-culturale (sulle travi interne del Casón spiccavano alcune firme di frequentatori antichi, tra i quali la futura guida Angelo Dibona "Pilato", che lassù fu pastore di ovini nell'estate 1897), e di questo dispiace. Consideriamo poi anche che di recente la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio competente per territorio ha respinto l'idea delle Regole d'Ampezzo, di trasferire il vetusto fabbricato di cui sono proprietarie, ritenuto un bene museale, dai boschi al Museo Etnografico regoliero, in cui avrebbe potuto fungere da eloquente testimone della storia agro-silvo-pastorale d'Ampezzo.
Fino a contrario avviso, dunque, per ora nella radura dei Cianpeštris si vedono assi, pali e travi tristi e mute, e poi resterà il ricordo di un monumento alle secolari fatiche degli ampezzani che avrebbe dovuto, e anche potuto, essere conservato.

29 ott 2018

Il Camino Pompanin sulla Croda da Lago

Fino a oggi la guida alpina di Cortina deceduta in età più avanzata è Zaccaria Pompanin, Şàcar de Radéšchi, nato a Zuel il 26 agosto 1861 e scomparso il 22 marzo 1955, sulla soglia del novantaquattresimo anno. 
Şàcar fece parte del periodo aureo dell’esplorazione dolomitica: ottenuta l'autorizzazione a fare la guida nel 1892, lavorò senza interruzioni per più di un trentennio, ritirandosi a 65 anni quando ormai si parlava di direttissime e di sesto grado.
Sfiorare il secolo di vita pare sia un genotipo familiare, se è vero che tre figlie della guida superarono i novant'anni: Maria, vedova Fontana (classe 1892) si spense novantaseienne; Oliva "Lia" (classe 1894), coniugata con Francesco Bernardi "Cuto Agnèl", giunse a novantacinque; Zita (classe 1905), coniugata con Luigi Michielli Pelèle, al momento della scomparsa di anni ne aveva centotré. 
La più celebre impresa ideata e condotta da Zaccaria, che lasciò la sua firma su una quindicina di nuovi itinerari, è il "Camino Pompanin", che risale la parete nord-ovest della Croda da Lago, in vista dell'alta Val Formin. 
1913. Le guide di Cortina:  Zaccaria Pompanin
è il 2° da sinistra, seduto
L'itinerario, percorso il 28 agosto 1895 col musicista Leone Sinigaglia (1868-1944) e la guida Angelo Zangiacomi "Şachèo" (1861-1937), offre ai visitatori un camino verticale di settanta metri che richiede una arrampicata tecnica e fu di moda tra '800 e '900.
Oggi gran parte degli alpinisti non sarà più neppure in grado di localizzare il camino, che tra i due secoli portò alpinisti da tutta Europa al Rifugio Barbaria, poi Reichenbergerhutte e infine rifugio Croda da Lago-Gianni Palmieri sul lago di Federa. 
Forse su un paio delle vie del “Zacca”, che si dice salisse nei camini come un felino, qualche nostalgico si gratterà ancora le dita nelle belle stagioni: è il destino dell’alpinismo antico, che - a prescindere dal cambio dei gusti e dai mutamenti morfologici di tanti itinerari - il più delle volte ormai richiede troppa fatica e sacrificio per essere gustato.

19 ott 2018

Roberto Pappacena, "ampezzano d'Abruzzo"

Roberto Pappacena, abruzzese di Lanciano classe 1923, spentosi a Bologna il 16 ottobre alla bella età di 95 anni, se non un alpinista, è stato sicuramente un uomo della nostra montagna.
da Il Notiziario di Cortina.com, 15.01.2013
Stimato docente di lettere come la consorte Gianna scomparsa qualche anno fa, negli anni '70 fu preside della Scuola Media Statale di Cortina; animò il Circolo Artistico nel periodo del suo fulgore; fu un fine critico d’arte; fondatore e vivace collaboratore di alcuni periodici e non da ultimo scrittore di storie paesane e delicato poeta di spessore  nazionale (l’ultimo suo lavoro, la raccolta “Tu” dedicata alla moglie, è del 2012). 
Sono davvero molte le qualità che hanno caratterizzato il professore, presente da decenni tra le Dolomiti, che amò e frequentò spesso; al proposito, citava più volte la disgrazia accaduta il 2 settembre 1967 sulla ferrata Merlone della Cima Cadin Nord Est, in cui morirono Armando Benozzi di Mestre e Silvio Pastrello di Mirano, saliti in comitiva con Pappacena, Augusto Menardi e la guida Marino Bianchi.
Cittadino di rilievo di Cortina, Pappacena ha sfiorato il secolo di vita in salute e freschezza d’intelletto. Chi lo ha conosciuto un po' di più saprà che non era certamente propenso a celebrazioni, citazioni, medaglie al merito; ma nel “dies obitus” non gli dispiacerà che la notizia della sua dipartita appaia anche su questo blog di montagna, in ricordo della sua attività, dei suoi meriti, del lungo e appassionato impegno per la cultura locale, portati avanti con energia, entusiasmo e bontà d'animo. 
Caro “Pappa” (il diminutivo affettuoso col quale in molti lo conoscevamo e non c'entra nulla col Papa, come qualche malevolo ha supposto): anche da qui le giunga un pensiero, colmo di stima e di riconoscenza.

13 ott 2018

Nuovo libro per il 50° del rifugio Staulanza

Domenica 23 settembre, la famiglia Sala “Tuze” ha voluto ricordare con un raduno raccolto ma festosamente animato, il cinquantesimo compleanno del rifugio aperto il 1° luglio 1968 ai 1783 metri del Passo Staulanza, tra Pelmo e Civetta.
Il rifugio, ideato da Olivo e Luigia Sala di Borca, all'inizio aveva sede in un prefabbricato ligneo, consolidato e ampliato nel tempo fino a conseguire l'aspetto e le dimensioni attuali e offrire gli agi di un albergo pluristellato; da oltre vent'anni è gestito da Marco, figlio di Olivo, con la moglie Cristina e i figli Giulia e Luca.
Il raduno, tenutosi in un luminoso pomeriggio sulla terrazza esterna del rifugio - sul quale troneggiano imponenti il Pelmo e il Pelmetto - ha visto l'afflusso di autorità, amici e conoscenti dal Cadore, da Cortina, dalla Val Fiorentina e da Zoldo. Hanno portato il proprio saluto e apprezzamento per la tenacia imprenditoriale della famiglia, i Sindaci Bortolo Sala di Borca, Silvia Cestaro di Selva e Camillo De Pellegrin di Val di Zoldo, Comune in cui ricade il rifugio. Poiché il territorio di Staulanza appartiene al censuario della ricostituita Regola di Borca, era presente anche il Presidente di quest'ultima, Omero De Luca.
Ernesto Majoni (Socio Accademico di Cortina del Gism - Gruppo Italiano Scrittori di Montagna), in omaggio all'amicizia con la famiglia ha scritto il volume in ricordo del cinquantenario, “Staulanza 1968-2018. Un rifugio e la sua storia”, 72 pagine ben illustrate, reperibile al rifugio o presso i proprietari. Durante il raduno, Majoni ha preso la parola per illustrare la genesi e il contenuto del lavoro, soffermandosi sulla constatazione che la storia dei rifugi alpini non è solo quella di fabbricati in quota, ma prima di tutto quella di chi li ha ideati, condotti e amati, come i “Tuze” che dal 1968 offrono la loro ospitalità montanara tra la Val Fiorentina e quella di Zoldo.
Una gustosa merenda, rallegrata dalla musica suonata da un gruppo locale e da qualche giro di valzer degli intervenuti, ha abbellito l’incontro, concluso nel tardo pomeriggio con l’auspicio di ritrovarsi in futuro; chi potrà, è invitato fin d'ora al prossimo compleanno del rifugio Staulanza!

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...