8 feb 2012

Esisteva l'alpinismo, prima del 1786?

Esisteva l'alpinismo, nel senso moderno del termine, prima della salita del Monte Bianco ad opera di Paccard e Balmat l'8 agosto 1786? 
Non si sa esattamente: si possono avanzare ipotesi, incrociando quanto raccontano i libri (commentari, resoconti di viaggio, saggi scientifici ecc.) dal 1500 in poi, non solo sulle Alpi ma anche negli altri continenti. 
Desiderio d'elevarsi spiritualmente verso l'alto, per avvicinarsi agli dei? Curiosità esplorativa e desiderio di conquista? Necessità di sopravvivenza, che spingevano gli avi a cercare pascoli e inseguire prede anche in luoghi abitati da draghi e da mostri? 
Innumerevoli possono essere stati i motivi per sfidare, spesso temerariamente, l'ignoto. Già i Greci e i Romani avevano avuto occasione di affrontare le montagne, non sempre per toccarne le sommità ma più spesso semplicemente per attraversarle. Si trovano testimonianze di tali spedizioni in Senofonte, Sallustio, Strabone. 
Vennero poi le celebri salite del Medioevo, da Francesco Petrarca sul Ventoux (1336) a Bonifacio Rotario d'Asti sul Rocciamelone (1358), da Antoine de Ville sul Mont Aiguille (1492) a Leonardo da Vinci sul Momboso (1511). E poi via via, sempre più in alto. 
Anche per la valle d'Ampezzo, riteniamo l'interrogativo di non facile né univoca soluzione, potendo contare su scarsi punti di riferimento.
Incisioni  scoperte solo nel 1999 sulla Rocheta de Cianpolongo, che
 testimoniano una salita alpinistica di 233 anni fa  (E.M., 8/6/2003)
Chi avrà salito le nostre crode prima del 1863, anno in cui Paul Grohmann giunse da Vienna ad inaugurare in Tofana di Mezzo l'era dell'esplorazione dolomitica? E soprattutto, perché lo avrebbe fatto?
Qualche cosa si ricava dalle cronache storiche e dalle testimonianze rinvenute sul terreno: ad esempio, per la prima fonte, nella "Cronaca di Ampezzo nel Tirolo dagli antichi tempi al sec. XIX" Don Pietro Alverà cita come scalatori ante litteram il suo omonimo avo cacciatore (+1861) e Don Giuseppe Manaigo (+1858); per la seconda fonte, ci sono ad esempio le croci scolpite lungo la linea confinaria di Ampezzo con le comunità contermini. 
Altro si può supporre, altro ancora manca, ma è  sempre uno stimolo per continuare a cercare.

4 feb 2012

Sullo Scoglio di San Marco

Giugno e settembre '06, luglio e agosto '07, maggio e giugno '08; nella nostra ricerca di recessi  il meno affollati possibile,  abbiamo  diretto finora per sei volte i nostri passi verso lo Scoglio di San Marco, di cui inizialmente non sapevamo nulla, pur trovandosi a pochi chilometri dalla nostra residenza. 
Tre Cime di Lavaredo, dalla Croda de l'Arghena,
25/5/2008
Lo Scoglio è un'ampia cupola coperta di  mughi, quotata 2006 m e solcata da una lunga trincea che termina in una galleria, e fa da contrafforte alla Croda de l’Arghena, ai piedi delle  Tre Cime di Lavaredo. 
Può interessare chi cammina anche perché – e ciò traspare con chiarezza dal nome – per secoli costituì l’avamposto più settentrionale della Repubblica di Venezia verso il Tirolo, e tuttora segna il confine fra le terre venete-cadorine e quelle sudtirolesi. 
La via  d’accesso allo Scoglio, realizzata dai fanti della Brigata Marche durante la prima   guerra mondiale e poi abbandonata, fino a pochi anni fa non era quasi percorribile. 
Essa è stata riscoperta, sistemata e segnalata con discrezione da alcuni volontari auronzani, che hanno dedicato il sentiero, inaugurato il 1° luglio 2006, all'ingegnere Silvano De Romedi, escursionista che amava i luoghi solitari. 
La targa nella galleria in vetta
allo Scoglio di San Marco
Per salire sullo Scoglio. si parte da Malga Rinbianco, lungo la strada delle Tre Cime. Dapprima nel bosco e poi risalendo  senza difficoltà la Costa dei Lares, dopo una novantina di minuti si giunge sulla sommità, dove sono visitabili la trincea e la galleria, che termina in un finestrone  affacciato verso la Val di Landro.
Ideale per una gita di poco più di mezza giornata, il “rinato” Scoglio di San Marco merita considerazione per più motivi. In primo luogo per la storia che lassù è stata scritta dal 16° secolo fino alla Prima Guerra Mondiale; per la natura  in cui la cima s’inscrive, per la visuale che offre e la solitudine delle sue pendici, che si allungano fino all'incombente Croda de l’Arghena lasciando intravedere un  interessante collegamento, segnato e percorribile con maggiore favore in discesa.

2 feb 2012

Torre Wundt, forse la montagna che ho amato di più in assoluto

La Torre Wundt, forse la montagna che  ho amato di più in assoluto e dove sono  salito per 19 volte nell'arco di un quindicennio, fin quasi alla fine del  secolo XIX non si chiamava così. 
Gli auronzani, sul cui territorio sorge il robusto torrione che domina dall'alto il magro Ciadin dei Toce, dove da tempo immemorabile pascolavano gli ovini della Val d'Ansiei, si chiamava Popena Piciol, Piccolo Popena. 
Chissà perché Popena, visto che le cime del Popena, la Val Popena Alta e Bassa, il Passo e la Forcella Popena, le Torri di Popena, il Dito di Popena si trovano  tutti dall'altra parte della valle, sul confine di Auronzo con Cortina? 
Torre Wundt, fessura SE, 27/8/1984
In ogni modo, soltanto nel 1893 due alpinisti posarono lo sguardo sul torrione. Erano la  guida di Cortina Giovanni Siorpaes Salvador detto “Jan de Santo”, e il  Barone Theodor von Wundt, alpinista germanico con due passioni: le scalate invernali e la fotografia. 
Il torrione, che incombe per circa 200 m d'altezza sul Passo dei Toce e i due alpinisti salirono il 27 giugno circuendolo dapprima da N per un canale, poi rimontando alcune cenge, un ripido pendio roccioso ed una parete di solida dolomia, dal 1893 si chiama Torre Wundt a ricordo del pioniere. 
La sua guida, morta quarantenne nel 1909, è ricordata invece poco lontano, dal Campanile e dalla Cima Antonio Giovanni. 
Dopo mezzo secolo dalla prima salita, nel 1938, fu scoperta la via da SE, lungo la fessura-camino che s'impone alla vista nell'ultimo tratto di salita dal Pian dei Spiriti al Rifugio Fonda Savio, ed  è diventata l'itinerario più frequentato, anche se non certamente facile, per accedere ai 2517 m della vetta.

31 gen 2012

In ricordo di un montanaro illustre: “Miscellanea di studi in memoria di Vito Pallabazzer”

L’Istituto di Studi per l’Alto Adige ha pubblicato un volume dedicato ad un montanaro illustre, la “Miscellanea di studi in memoria di Vito Pallabazzer”.
Lo studioso (1928-2009), originario di Colle S. Lucia e allievo di Carlo Battisti, visse per lunghi anni a Firenze, dove insegnò nell’Istituto Tecnico Commerciale “Duca d’Aosta”.
Durante l’insegnamento, Pallabazzer  trovò il modo di proseguire gli studi che aveva iniziato sul ladino nell’Istituto per l’Alto Adige, allora diretto da Battisti; nel 1973 divenne segretario di redazione della rivista dell’Istituto, l'“Archivio per l’Alto Adige”, e alla morte del suo Maestro (1976) gli succedette come direttore  dell’"Archivio" e dell’Istituto.
La miscellanea contiene 27 saggi, dedicati perlopiù a temi  di lingua, storia e cultura ladina. Circa metà di essi, infatti, affronta questioni relative agli idiomi ladini, friulani e grigionesi (autori: Balboni, Berchtold, Blasco Ferrer, Bracchi, Finco, Frau, Graf, Marchese, Mastrelli, Nocentini, Orioles, Parenti, Vicario).
Altri autori hanno analizzato temi vicini alla realtà bellunese e ampezzana: P. Barbierato e M.T. Vigolo hanno illustrato gli studi compiuti da Pallabazzer sul lessico dell’Alto Cordevole; A. Bonacchi ha commentato alcuni toponimi del Codice di Vigo di Cadore (parte latina); E. Croatto ha investigato la parlata di Casso, periferica e ignorata; F. Granucci ha postillato la voce “pont”, fossile toponimico in area alpino-cadorina; il sottoscritto si è interessato di un tema prettamente "montanaro", il gergo degli alpinisti ampezzani di oggi; C. Marcato ha indagato i cognomi del Bellunese, in particolare quelli “doppi” presenti in Cadore, Comelico e Zoldo.
Agostini, Albèri Auber, Cason Angelini, Cassi, Garbari, Laureti e Mosca hanno fornito invece contributi di argomento storico-culturale e geografico.
Il volume, introdotto dai “ricordi” di Carlo Alberto Mastrelli, presidente dell’Istituto di Studi per l’Alto Adige e di Paola Agostini, presidente dell’Union de i Ladign da Col, è stato curato da M.G. Arcamone e F. Granucci.
Per informazioni, si possono contattare l'editore istitutoaltoadige@libero.it o l’Istituto Ladin de la Dolomites info@istitutoladino.it

30 gen 2012

Aschtalm, una meta piacevole e rilassante

Domenica scorsa siamo saliti, dopo due anni di assenza e con Franca che ancora non la conosceva, alla malga Aschtalm, posta a 1950 m in Val Casies.
Alta sugli erti e soleggiati declivi che scendono dal Hoher Mann (o Fellhorn, nota meta scialpinistica), la malga si scorge già da Santa Maddalena.
Per giungervi, si sale alla frazione di Huiben, poco prima della quale si parcheggia. Lungo la strada che porta alla casa più alta, e poi risalendo sul lato destro orografico la pista, paradiso dei piccoli sciatori, ci si porta presso la stazione  a monte dell'unico skilift della valle.
Di fronte a questa s'imbocca una strada forestale, d'inverno adattata come tante in Sudtirolo a pista per slittini, e ci si alza a tornanti nel bosco fino ad uscire sui pascoli: con un ultimo curvone, dopo circa un'ora e mezza dalla partenza si è alla malga.
Dall'Ascht non si ha un panorama a 360 gradi, ma si ammirano comunque le cime in sinistra orografica di Casies, numerose malghe e paesi della valle, avviata a modernizzarsi sempre più, ma dove le attività agrosilvopastorali sono ancora fervide.
Se la gita fosse sembrata troppo breve, il volonteroso potrebbe continuare per la strada fino alle baite Pfinn, un po' più in alto: ma, considerata l'ospitalità della malga, ieri affollata più del solito da escursionisti e scialpinisti, è valsa sicuramente la pena di fermarsi, ristorarsi e riprendere la strada di casa con una meta piacevole e rilassante all'attivo.

29 gen 2012

A se vedei, Gilberto!

Domani, con un paio di persone del Cai Cortina, andremo ad Arabba a salutare per l'ultima volta un amico. Un personaggio singolare, venuto dal Sud ma divenuto montanaro delle Dolomiti ladine: Gilberto Salvatore.
Gilberto Salvatore (1937-2012)
Quest'uomo, in apparenza senza età, tarchiato e robusto come un torello, sempre col sorriso, è morto l'altro giorno ad Agordo, a quasi 75 anni. Storico Presidente della Lia da Mont da Fodom (Cai Livinallongo), si dedicò alla montagna a tutto tondo: sono sue alcune belle pubblicazioni sulla terra fodoma, destinate ad escursionisti, arrampicatori e amanti della montagna e molto apprezzate.
Molisano trapiantato ai piedi del Sella, Salvatore fu un alpinista puro, visceralmente legato a Livinallongo e alle sue montagne, fra le quali aprì anche alcune vie.
Meritorio promotore del turismo in valle, ideò e realizzò la Ferrata delle Trincee sulla Mesola e la più impegnativa Ferrata Cesare Piazzetta sul versante bellunese del Piz Boè.
Oltre a dedicarsi anima e corpo, fino all'ultimo, alla manutenzione dei sentieri della valle e all'attività della sua sezione del Cai, ideò il Bivacco Ernesto Bontadini sul Padon e il "Teriòl Ladin" sul Col di Lana.
E proprio lì ci accompagnò, magnificando la sua idea come parlasse di un figlio, in una gita della nostra Sezione nell'estate 2001.
Poco tempo fa mi aveva chiamato al telefono, informandomi dei suoi problemi  di salute e chiedendo, col suo solito entusiasmo, un aiuto per creare un anello escursionistico ai piedi del Sasso di Stria; anche questa sua idea si sta concretizzando, suggellando un legame fra le confinanti comunità d'Ampezzo e Fodom nel ricordo della 1^ Guerra Mondiale.
Sono certo che Gilberto, dall'alto della sua ultima vetta, ne sarà contento.

28 gen 2012

Il mistero dei Tonde de Cianderou resterà tale?


Tonde de Cianderou, da Cianderou
27/11/2011
Nel 2008, innescai su un periodico locale un piccolo "caso" prospettatomi da Ennio Fattor, davanti al quale mi ero trovato un po' spiazzato.
Visitando la q. 2273 dei Tonde de Cianderou, ai piedi della Tofana di Dentro, come altri prima e dopo di me, avevo notato un particolare che mi riusciva nuovo: un'ampia grotta, che al mio passaggio (ma anche più di recente, come mi ha testimoniato Alfredo, incontrato in Cianderou il 27/11/2011) era riempita da una pozza d’acqua abbastanza profonda, calma e trasparente: un laghetto in apparenza senza immissari né emissari. 
Sulla volta della cavità c'è una statuetta della Madonna a protezione dei viandanti, collocata dallo scomparso Renato Schiavon.
Commentando il pezzo del 2008, una lettrice obiettò che la pozza, visitata con un'amica, le aveva fatto una brutta impressione, avendovi trovato poca acqua stagnante e roccia poco più che umida; un altro lettore ipotizzò che il laghetto derivasse dall'accumulo della neve sulla soglia della grotta (neve che ovviamente, durante la guerra, era spalata con regolarità per mantenere asciutta la postazione); un terzo lettore, avvalorato da una testimonianza parallela, sosteneva di avere visto nella pozza una trota; una quinta persona, infine, mi ha confermato che nell'autunno scorso la pozza era bella profonda.
Se la grotta fosse stata usata come postazione, deposito di munizioni o ricovero, se non impermeabile avrebbe dovuto essere asciutta a sufficienza per alloggiarvi uomini e cose; così, valutati i vari pareri, ho pensato questo.
Poiché in guerra stazionarono a lungo nella zona militari italiani che, mancando sorgenti, avevano comunque bisogno di acqua per bere, cucinare, lavarsi, il lago fosse un semplice pozzo di raccolta.
D’inverno gelava, ma i militari che dovevano soggiornare sui Tonde a presidio delle postazioni, lo avranno mantenuto sicuramente sempre accessibile.
Resta il fatto, e lo hanno testimoniato Alfredo, Maurizio e Sabrina Ghedina, incontrati lassù in una domenica di fine autunno incredibilmente assolata e asciutta, che la pozza è sempre là, magari - a causa delle precipitazioni mutevoli - spesso un po' intorbidata dalle alghe.
Essa non sfugge comunque all'occhio dell'escursionista attento, e aspetta che qualcuno ne dia una spiegazione univoca.

25 gen 2012

Gita breve, ma piacevole: domenica scorsa al Rifugio Fondovalle

Croda Rossa di Sesto
Anche se per arrivarci ci vuole proprio poco, e basta mezz'ora di strada al cospetto della Cima Una, la croda da cui nell'ottobre 2007 caddero 60.000 mc di roccia che coprirono la valle di un dito di polvere bianca senza però causare danni a persone, vale sicuramente la pena di visitare almeno una volta la Talschlusshütte - Rifugio Fondovalle in Val Fiscalina.
Vale la pena, in primo luogo per la posizione del rifugio: nel soleggiato piano che corona la valle ci si trova, infatti, sulla soglia del Parco Naturale delle Dolomiti di Sesto e si gode di un grande panorama.
Intorno al Fondovalle si alzano cime che hanno rappresentato capisaldi della storia dell'alpinismo: dalla Croda Rossa di Sesto alla Cima Una, all'imponente e misteriosa Punta dei Tre Scarperi, alle Cime di Sesto e altre.
Il rifugio soddisfa grandi e piccoli: d'estate c'è un parco giochi sui prati, d'inverno si può arrivarci con la slitta a cavalli, sciare lungo una pista di fondo che da Moso risale la valle, o giocare sulla neve in uno scenario maestoso.
La capanna propone poi numerosi piatti della cucina locale, nei quali il rapporto qualità-prezzo è decisamente equilibrato. 
In poche parole, alla Talschlusshütte, accogliente e quasi sempre piuttosto affollata, non si troverà forse l'ambiente del rifugio "d'antan", ma un'atmosfera piacevole e rilassante.
Nonostante l'accesso da Cortina richieda un'ora di automobile e qualche volta sia dura parcheggiare al Piano Fiscalino, se non si ha voglia di camminare l'escursione merita un pensierino. Lo abbiamo fatto anche domenica scorsa, essendoci trovati obbligati a partire tardi e non avendo voglia di grandi sudate.
Godendo dell'ambiente circostante, si può anche progettare di tornarvi d'estate, per salire al Rifugio Comici, al Locatelli, ai Prati di Croda Rossa e più in alto, verso le crode.

21 gen 2012

Nemmeno i ghiaioni sono più quelli di una volta!

Tempo addietro, girovagando per le nostre montagne capitava spesso di percorrere in discesa canali detritici e ghiaiosi, e di solito ci si divertiva molto.
Da Forcella Pomagagnon, Forcella Ra Ola o dal Monte Valon Bianco (solo per citarne tre), vuoi per l’inclinazione, vuoi per le ghiaie spesso quasi polverose, sempre comunque con le dovute attenzioni, ci si abbassava veloci e comodi.
Da giovani) coprivamo mezzo chilometro e più di dislivello in un quarto d’ora, e alcune gite offrivano in discesa un buon elemento d’interesse. Altri canali, pur meno gustosi, erano comunque degni di una visita: ricordo al riguardo il Graon del Pesc sul Pomagagnon, ottimo diversivo al ritorno dalla Terza Cengia del Pomagagnon.
Il dissesto idrogeologico ha purtroppo alterato molti di questi canali in maniera più o meno significativa, e oggi - salvo il fatto che siamo cambiati anche noi e le nostre ginocchia - quelli percorribili con piacere sono diminuiti.
Uno che è lo ancora, perché poco battuto, è quello che scende dalla sella di cresta alla testata del Cadin di Croda Rossa, e s’innesta nel vallone che da Forcella Colfiedo porta a Cimabanche.

Questo canalone non si scendeva
e credo non si scenderà mai! Ma dov'è?
Quella volta il canale, noto anche agli scialpinisti, a me e amici offrì una discesa lunga e divertente, in un angolo nuovo, quasi lunare.
Passai così, per la prima e unica volta, sotto il Torrione Lorenzi, un singolare spuntone rossastro a prua di nave che caratterizza il versante S della Croda Rossa, e in basso feci i conti con l’intricata parte finale del Graon de Colfiedo, forse uno degli ultimi luoghi a Cortina senza un sentiero definito e segnalato.
Di recente ho disceso per l'ennesima volta il canale di Forcella Pomagagnon: con un po’ di destrezza, ma senza grande piacere, qualche scivolata e un paio di capitomboli sono riuscito ancora a farli.
Mi dicono che il mitico Valon de ra Ola in Tofana sia ormai quasi sconsigliabile d'estate, essendo tanto ruscellato dalle acque da aver persino cambiato tinta.
L'ultima volta che scendemmo il grande canale che dal Monte Valon Bianco giunge in Travenanzes, trovammo in alto ghiaie così dure che un amico si fece legare a corda per sentirsi più tranquillo.
Sarà un luogo comune, ma oggi "nemmeno i ghiaioni sono più quelli di una volta"!

17 gen 2012

Corno d'Angolo-Eckhorn

Ne ho scritto più volte: del resto, ho la (eccentrica?) tendenza a ricordare luoghi e fatti montani di minor fama, ma interessanti e gratificanti più di tanti altri.
Traggo quindi ancora dal mio diario il Corno d’Angolo che quattro estati fa, dopo varie salite per mio conto, decisi di far conoscere ad oltre 20 soci del CAI Cortina e Treviso, portandoli tutti sulla sommità, tranne uno.
Il Corno si riconosce da ben lontano per la sua forma abbastanza caratteristica, e spicca dalla strada fra il Passo Tre Croci e Misurina.
Lo spalto esterno, che si eleva per oltre duecento metri sopra uno zoccolo detritico, offrì a Comici e Del Torso l'occasione per tracciare nel 1933 una via difficile e poco ripetuta, alla quale un paio di anni fa due triestini ne affiancarono un'altra parimenti impegnativa.
Verso l’interno, invece, il Corno sbalza per un centinaio di metri di dislivello dall'arido catino che s’insinua fin sotto le adiacenti vette, la Croda di Pousa Marza e le due Torri di Popena.
Con gli amici in vetta
(foto M.G.)
Giunti al sommo del catino è facile intuire, con passi poco meno che elementari, la via per la cima. Dalla sella con le macerie del rifugio Popena, bruciato nel '44  e mai riedificato, ci si porta in cresta fra il Corno e la Croda. La si asseconda, obliquando a sinistra su roccette e, con un minimo di attenzione alla esposizione (Franco ne sa qualcosa ...), si sale a conseguire i malfermi blocchi che formano l'angusta cima.
Considerata l'intuitività e  bassa difficoltà della via di salita, non è dato sapere chi toccò per primo la cima, sicuramente battuta ad uso venatorio già prima dello studio di Wenzel Eckerth sul gruppo del Cristallo, risalente al 1891.
A chi fa visita al Corno, estate o inverno che sia, sapere chi fu il primo salitore non cambia certamente la vita; l'essenziale è attingere, divagando dalle peste più battute, una sommità "d'antan", di medio impegno e poco usurata, dove un palo fra due blocchi e un libro di vetta accolgono i visitatori, che non credo straripino neppure nelle belle stagioni. 

Dal catino sottostante
9/8/2004
 Al cospetto di tanta grandiosità, per chi sale pensando non dovrebbe esser difficile indugiare lassù un attimo in silenzio, a rimestare nei propri ricordi o vagheggiare altri progetti.

14 gen 2012

Un cantone dolomitico suggestivo e poco battuto ...

Siamo appena alla metà di gennaio, ma ci "prendiamo un po' avanti"! Dunque: a chi avesse voglia di inoltrarsi, nella bella stagione, in un cantone dolomitico suggestivo e poco battuto, suggeriamo un'occhiata alle Pales de ra Pezories (Gruppo Pomagagnon). E crediamo che l'idea potrebbe essere interessante.
Oggetto del suggerimento è un crinale con sei cime, che affonda verso la valle del Boite con pareti di 650 m e verso la Val Granda presenta invece erti costoloni coperti di vegetazione.
3^ Pala, dalla Punta Fiames:
sullo sfondo la Croda Rossa (foto L.B.)
Guardando da N, incontriamo per primo il Pezovico, due quote distinte e poco frequentate, anche se si scorgono bene già da Fiames. Segue il Torrione Scoiattoli, dove si sale solo arrampicando sul difficile, e poi le Pale: la Prima (2348 m), più corposa e nota, la Seconda e la Terza, poco più basse e meno rilevanti ma non per questo da ignorare.
Il crinale fu fortificato dagli Alpini durante la Grande Guerra, e sulle sue pendici sono ancora visibili varie testimonianze del conflitto. La Pala meno complicata da visitare è la Terza, collegata ai sottostanti Prati del Pomagagnon con un sentiero militare a tornanti, rovinato ma ancora transitabile con attenzione. In vetta, noi abbiamo trovato soltanto una piccola croce di rami di mugo e nessun altro segno.
Forse la Terza Pala non giustifica la lunga camminata per salirvi dal fondovalle, ma potrebbe essere un diversivo, per chi, scendendo dalla prospiciente Punta Fiames, avesse ancora un po' di energia per completare la giornata con una cima facile e panoramica.
Pezories insolite, da Fiames
(foto I.D.F., 14/10/11)
Dal punto di vista alpinistico, oltre a tre itinerari sul Torrione Scoiattoli, ce n’é uno sulla N del Pezovico, che Casara mi raccontò di aver tentato senza esito negli anni ’40, fu assaggiato anche da due Scoiattoli e ultimato da Pozza e Petillo nell'inverno '91-'92.
Sulla Prima Pala c’è una via Dall’Oglio del '50, ripetuta un paio di volte alla fine di quel decennio, ed una di stampo esplorativo, che inizia a Forcella Alta e pare sovrapporsi in gran parte ad un accesso di guerra italiano.
Insomma, chi cerca un lembo di dolomia non ancora consumata, ma soprattutto chi vuol curiosare dietro l'angolo, sulle Pales de ra Pezories troverà certamente l'occasione di farlo.

11 gen 2012

Il Nuvolau: un rifugio, una scultura, vari personaggi

Il 14/9/2008 la Sezione CAI Cortina, che ne è proprietaria, ricordò con una celebrazione, che comprendeva l'edizione di una cartolina ricordo e un annullo postale, il "Jubilaeum" del Nuvolau, primo rifugio d’Ampezzo, se si eccettuino l'Ospizio Falzarego presso il Passo omonimo, voluto dal Comune nel 1868, e un rifugetto in legno sul Passo Tre Croci, costruito da un Manaigo e ceduto a fine '800 a Giuseppe Menardi de Marta, proprietario dell'Hotel sul valico (notizia fornita dall'amico M. F. Belli).
Il genetliaco sarebbe stato più familiare agli ambienti alpinistici germanofoni: non si ricordavano, infatti, né i 50 né i 100, ma i 125 anni del Rifugio Nuvolau, che aprì ufficialmente i battenti l’11/8/1883.
Eccone una breve storia. All’inizio degli anni Ottanta del XIX secolo, il colonnello Richard von Meerheimb di Dresda, dopo aver risolto una malattia alle gambe trasferendosi in Ampezzo, desiderò suggellare la sua riconoscenza alla valle che l’aveva ospitato, e la cui aria benefica aveva respirato per lunghi mesi.
Il Barone elargì quindi alla locale Sezione del Club Alpino Tedesco e Austriaco, sorta da circa un anno e già impegnata con entusiasmo a valorizzare il territorio, una discreta somma, da impiegare obbligatoriamente per costruire un ricovero alpino.
Sachsendankhutte, 11/8/1883
(arch. Print House - Cortina)
Sotto la presidenza del pittore Giuseppe Ghedina Tomasc, che dipinse una bella carta dei sentieri della valle, sorse così il primo rifugio di Cortina, appollaiato in cima a un monte famoso da tempo per il grande panorama che offre: il Nuvolau.
Già Paul Grohmann, infatti, aveva decantato il Nuvolau nel libro “Wanderungen in den Dolomiten” (1877): “… Un mare di montagne è davanti a noi, e sarebbe inutile volerle elencare o descrivere. Soltanto la macchina fotografica potrebbe fissare le nostre impressioni. Alla nostra destra e sinistra abbiamo, ben nitide, le due cime del Nuvolau (Averau e Gusela, N.d.A.). Imponente e grandiosa, davanti, la vedretta della Marmolada, tutta intera, ed i selvaggi contrafforti di Serauta e del Vernel. Più a destra, il gruppo del Catinaccio, il Sella col Boè, la Gardenaccia e la Croda Rossa. Altre montagne si levano davanti a questa cerchia possente, la catena del Monte Cappello (Sas Ciapel) fra Fedaia e Livinallongo, il verde Passo del Pordoi, il Sasso di Stria, i Settsass, il Col di Lana ecc. … A sinistra, oltre la Marmolada, il gruppo delle Pale di San Martino con un piccolo ghiacciaio, poi il Pelmo, e via via l’Antelao, il Sorapiss, la Punta (Cima) Bel Pra, i Cadini, il Cristallo, le tre Tofane. In fondo, lontano, il Duranno e cime nevose a intervalli. E questi ora citati non sono che i giganti che ci circondano …
Memore del gesto del colonnello, la Sezione Ampezzo battezzò la costruzione “Sachsendankhütte”, “rifugio del ringraziamento al Sassone”. L'apertura però fu rovinata dalla morte di Giuseppe Ghedina Tomasc, guida omonima del presidente del Club Alpino e primo salitore della Torre Grande d’Averau. La guida precipitò, per ragioni rimaste oscure, dalla terrazza antistante il Rifugio, che cade a piombo sui detriti del Masarè de l’Avoi.
Guide ampezzane in salita al Nuvolau
con una cliente, 1891
Trovandosi proprio sul fronte, durante la Grande Guerra il rifugio fu pesantemente danneggiato. Il CAI Cortina, confermato proprietario al termine del conflitto, lo riustrutturò con ingenti spese, e nel 1930 poté offrire agli alpinisti un ricovero più grande e accogliente.
Pur assediato da altri rifugi, impianti di risalita e piste, oggi il Nuvolau resta uno degli edifici di montagna più amati delle Dolomiti. Vi si sale solo a piedi, la quarantennale gestione della famiglia Siorpaes è preparata e cortese, e anche se non serve per famose scalate, il grandioso colpo d’occhio che si schiude dal Rifugio, soprattutto alla levata del sole, rende sempre emozionante salire lassù.
Fra i massi della cima campeggia una singolare scultura bronzea, con l’iscrizione “Per la 800^ salita al Nuvolau – “Non fatica ma gioia” 1975”, che ha una storia curiosa.
Opera di Natalino Sammartin di Montecchio Maggiore, la statua fu fatta collocare nel 1975 da Riccardo Dalla Favera di Alano di Piave, per celebrare la sua visita numero 800 alla montagna, festeggiata coi gestori e gli amici agordini.
Il donatore aveva salito il Nuvolau per la prima volta negli anni ’30, durante il servizio militare con i bersaglieri. Al Rifugio, appena riaperto dopo la Grande Guerra, Dalla Favera era arrivato in bicicletta da Cortina attraverso il Passo Giau, e scendendo poi a Caprile.
L'uomo ebbe una vita avventurosa. Laureato in agraria e veterinaria, appassionato ciclista, corse anche con Bartali. Prigioniero per sei anni in India, al rilascio, quasi cadavere, fu ospitato per lungo tempo dal medico condotto di Colle S. Lucia. Affezionatosi al paese, dal 1946 vi trascorse le ferie annuali, eleggendo il Nuvolau a sua cima preferita.
Dopo la posa della scultura, Dalla Favera non abbandonò il monte, salendovi ancora per molti anni, fino a toccare l'ineguagliato record di 1129 ascensioni. A Colle fu ospite dell’Albergo Posta fino al 1976, quando si costruì in paese una dimora originale, abbellita con le statue dell’amico Sammartin.
Nel 2000 si stabilì definitivamente lassù, poiché desiderava terminare l’esistenza fra i monti, e vi morì novantenne due anni dopo. Oggi riposa nel cimitero sul colle, e solo la chiesa gli toglie la vista del suo amato monte.
Chi conobbe, lo ricorda come un tipo atletico fino a tarda età; saliva sempre al rifugio in calzoncini, amava la grappa zuccherata e pranzava sempre allo stesso tavolo. Spesso i clienti lo riconoscevano, per averlo visto pedalare sui passi dolomitici. I suoi passaggi sono ricordati nei vari libri del Nuvolau, e ancora molti lo ricordano con simpatia e ammirazione.

9 gen 2012

Fra escursioni e arte: la cappella di San Salvatore ai Bagni

Un anno fa, risalendo la Untertal dai Bagni di San Candido, alla fine della valle trovammo una sorpresa: dopo trent'anni il vecchio Rifugio Baranci non c'era più, e aveva lasciato il posto al Rifugio Gigante Baranci: ad esso ho già dedicato un post fra i più "popolari".
Ieri le previsioni meteo davano "neve sulle creste di confine", e così, giunti a S. Maddalena in Casies e scartata l'idea di salire all'Aschtalm, immersa nella nebbia, nel nevischio e con visibilità quasi zero, siamo tornati al Rifugio Gigante Baranci, nostra classica meta invernale per la comodità e piacevolezza dell'accesso, che si raggiunge dalla strada statale fra San Candido e Sesto, passando per i diruti, un po' spettrali Bagni di San Candido.
San Salvatore ai Bagni, 9/1/2011
Poco oltre gli  edifici termali, una bella sorpresa!  Nella silenziosa Untertal, nel 1591 era stata costruita una cappella dedicata a San Salvatore, che dopo oltre quattro secoli versava in cattive condizioni (l'ho rilevato più volte, anche l'anno scorso).
Consacrata nel 1594, la cappella era legata a un eremo, soppresso nel 1786 da Giuseppe II d'Austria. Lo storia dice che già prima, però, nel bosco (posto a circa 40 minuti di cammino dalla strada carrozzabile) esistesse un piccolo luogo di preghiera, forse un luogo precristiano fatto risalire addirittura all'VIII secolo.
8/1/2012
Bene, tutto questo per dire che qualcuno si è dato da fare ed ha rimesso a nuovo la cappella, che ora finalmente gratificherà i visitatori. E' stato diradato il boschetto malamente cresciuto attorno ad essa, sono state sistemate e ridipinte le murature di bianco, la porta d'entrata è stata sostituita e chiusa.
Una serie di migliorie che andava fatta, per tutelare un suggestivo luogo di culto, il terzo fra quelli posti lungo le vie escursionistiche in alta Val Pusteria che frequentiamo; gli altri sono la cappella di San Silvestro al Monte presso la Malga omonima sempre a San Candido, e la Waldkapelle, tra il forte Mitterberg ed il Monte Elmo a Sesto.
Siamo contenti che si sia posto mano a San Salvatore ai Bagni, un luogo nel quale siamo passati già una dozzina di volte d'inverno e d'estate, rammaricandoci che quel grazioso edificio, nel ricco Sudtirolo, fosse lasciato alle intemperie e, perché no, ai vandali.

5 gen 2012

A 7-8 metri dalla cima

Dalla bassa Val di Fanes,
primavera 2010

Un gradino roccioso di 7 od 8 metri sul quale, durante la Grande Guerra, forse era appoggiata una scala, difende l'accesso a una cima interessante: il Taburlo.
Quotata 2268 m, compressa fra il retrostante e imponente Taé e il prospiciente, poco interessante da questo versante, Col Rosà, la cima dal misterioso oronimo si affaccia sulla Val di Fanes con una parete rossastra e verticale, salita nel 1963 da Dibona e Bonafede e chissà se ripetuta.
Un libro di vetta, collocato lassù nei primi anni '90 da alcuni ampezzani - due dei quali, Claudio "de ra Scia" e Alfonso "Surio", non sono più fra noi da tanto tempo - testimonia la ridotta frequentazione di una montagna tutto sommato un po' malagevole, riservata a chi sceglie ambienti impervi e solitari.
La cima, dal sentiero d'accesso
(foto L.S.)
Salito per la prima volta da tre austriaci nel 1906, il Taburlo è una croda “all’antica” ma gratificante, che può accontentare le brame di alpinisti scaltriti e impazienti di uscire dal recinto, sempre più ristretto, delle mete dolomitiche famose, agevoli, "à la page".
Salendo si ha a che fare con alcuni passi non banali e di un certo impegno; avendo calcato la cima 5 volte, di cui una in solitudine, debbo dire che mi sono sempre sentito sollevato nel guadagnare l’inaspettata sommità rotondeggiante, coperta di detriti e mughi e difesa su ogni lato da canaloni, pareti, strapiombi.
Ricordo bene ciò che provai mentre attendevo – standomene in fila – che i miei compagni superassero l’ultimo ostacolo che consente di uscire sulla cima, un lungo passaggio sprotetto che io ritengo almeno di II-.
Mi trovai a pensare che la montagna sulla quale mi stavo inerpicando, mai disturbata da folte presenze, aspra e nel contempo dolce, poteva essere una delle mie mete ideali.
Arrivando sul Taburlo, la cosa migliore è immergersi subito nell’atmosfera che avvolge la cima e la conserva così com’è. Non roviniamola, dunque!

3 gen 2012

Vent'anni fa: la Punta Fiames e una bottiglia di Prosecco (... maledetti ricordi ...)

Non sembra, ma mancava solo
una settimana a Natale ! (foto del 2003)

Alessandro, coetaneo e amico da lunga data, aveva concepito un progetto curioso: solennizzare il suo compleanno, nel caso di specie il numero 34, su una montagna.
Fin qui poco di straordinario, se non fosse che l’amico è nato il 5 gennaio: festeggiare il suo anniversario in roccia significava scontrarsi con giornate brevi, freddo, neve e ghiaccio.
Allora avevamo la scorza dura, e per questo  decidemmo con entusiasmo di cimentarci ancora con la parete S della Punta Fiames, salita che avevamo già fatto insieme anni prima (ma in agosto).
Grazie a Dio, quell’inverno fu piuttosto avaro di neve: le statistiche riportano 0 cm in dicembre, 0 in gennaio, 0 in febbraio! Per questo la parete era quasi asciutta e la salita non ci diede proprio alcun problema.
All'ora di pranzo eravamo in cima: nel mio zaino non c’erano regali, ma - all’insaputa dell’amico e con molta cautela - ero riuscito a portare lassù una bottiglia di Prosecco, che scolammo interamente, saltellando per il freddo davanti ad alcuni gracchi, che sicuramente non si capacitavano di quella inconsueta visita.
Punta Fiames, versante O
14/10/2011 (foto I.D.F.)
Gli effetti della bevuta si manifestarono in un lampo: presi dall'euforia decidemmo di non tornare alla base per il canalone detritico del Graon del Pomagagnon, ma per la ferrata Strobel, che si sviluppa sul versante O della Punta e ritenevamo meno problematica.
La discesa non fu comunque una passeggiata di salute: tralascio per pietà alcuni particolari della strampalata idea, che mi fece riflettere più volte su quello che stavamo facendo alla nostra "veneranda" età.
Avevamo iniziato a scenddere solo alle 15.00, e la sera avanzava: se d'estate la ferrata è abbastanza mansueta, in gennaio le grandi cenge erano coperte di neve, le funi d'acciaio erano gelate, le scarpette tenevano quel che tenevano e il sentiero d'attacco si era trasformato in uno scivolo duro come il cemento e penoso da scendere al tramonto, nonostante non fossimo sprovveduti né mal equipaggiati.
Arrivammo comunque a Fiames senza un graffio, servendoci della corda usata per la salita ma anche del piccozzino e della pila frontale, che il saggio Alessandro aveva estratto come per magia dal suo colossale zaino.
Una chiamata a casa per rassicurare chi attendeva e poi, come dessert, 3 chilometri a piedi al buio per ritrovare l’automobile al parcheggio del “Putti”. Stanchi, bagnati, intirizziti, ma sazi della nostra piccola, grande giornata.
Sceso dal suo mezzo sotto casa, proposi seduta stante all’amico di festeggiare anche il mio 34° su qualche parete: io sono nato il 24 ottobre, e – salvo il caso d’autunni proprio bizzarri – in quel periodo di solito la neve deve ancora arrivare.

1 gen 2012

Prima gita del 2012: la Kradorferalm

Prima escursione del 2012: la nostra quinta salita alla Kradorferalm, a Santa Maddalena in Val di Casies.
Per noi, appassionati di malghe, è una scoperta recente (febbraio 2008, quasi per caso), ma entrata subito fra gli appuntamenti invernali, anche se l'avvicinamento stradale è lungo quasi come quello a piedi.
La Kradorferalm sorge a 1704 m d'altitudine lungo il tratto superiore della lunga valle, boschiva in basso e poi pascoliva, che da Santa Maddalena si alza verso N sino a terminare a Forcella di Casies, sul confine con la Defereggental.
Per raggiungerla, si parcheggia nel “centro” di Santa Maddalena, dove c'è persino una rotatoria, e si inizia a salire, dapprima per un tratto asfaltato in piano, poi per strada forestale.
Trovando quest'anno per la prima volta più neve che ghiaccio (per cui i ramponcini sono rimasti nello zaino), si risale la valle mediamente ripida e, oltrepassata la graziosa Mesneralm, dopo un'ora abbondante si raggiunge la Pidigalm, chiusa. 
Kradorferalm, 1/1/2012
A destra, dopo un altro edificio e un piccolo ponte, ecco la meta, celata dagli abeti. Il luogo, piuttosto tranquillo, oggi era affollato, in barba alla crisi ... L'atmosfera è rustica ma in via di modernizzazione, la cucina buona, i prezzi anche, e soprattutto la passeggiata non è estenuante.
La neve ci ferma qui, ma d'estate si potrebbe proseguire verso un'altra malga ancora, la Obernbergalm, a due passi dall'Austria. Siamo ai piedi del Deferegger Pfannhorn - Corno Fana di Casies, seconda cima in altezza della valle e meta faticosa ma superba per l'ambiente e il panorama, che ricordo con soddisfazione.
Al ritorno, abbiamo seguito il bel "Sentiero Scoiattolo", che scende a Santa Maddalena in sinistra orografica della valle, traversa boschi e pascoli con piccoli fienili e confluisce nell'ennesima strada forestale che solca una valle ben conservata ed amata,  dove non arrivano Belen e Corona a fare sceneggiate al parcheggio, la cultura (e non solo) è ancora in mano ai residenti, il turismo è adeguato alla natura e all'uomo.

31 dic 2011

Addio al 2011: l'ultima gita dell'anno

Chiudiamo l'anno 2011 nel pomeriggio del 30 dicembre ... sulla pala dell'Albergo dei Peniés, ai piedi della Croda Marcora.
Giornata limpida: niente freddo fra i pini e niente neve fino alle mangiatoie. Più avanti invece, ma solo all'ombra, ce n'è qualche centimetro: impronte di animali ne troviamo molte, ma come previsto non scorgiamo nulla.
Le montagne intorno a noi splendono di luce intensa; la cascata del "Pissandul", scalata per la prima volta il 21 dicembre di un anno fa, non si è neppure formata: che sia colpa della luna? 
Mangiatoia pronta per l'inverno
Intorno al gran masso  che segna la fine della salita soffia il vento; così, dopo aver ripreso fiato, ci pare meglio tornare sui nostri passi. Alla "Baita" troviamo alcuni cacciatori, che hanno rifornito le mangiatoie e testimoniano di avere visto sei camosci.
Scambiamo qualche parola con loro (forse si chiederanno che diavolo ci facciamo in quel luogo ...) e riprendiamo la ripida trattorabile verso casa.
L'anno termina così, con la quinta visita al nostro "luogo del cuore", che ha rimpiazzato con un po' di rincrescimento l'anello di Podestagno, dopo la criticabile sarabanda in onore dell'Imperatore.
Lassù, in quel magro bosco di pini, imperatori non ne sono mai passati e cippi ricordo non ne servono: c'è soltanto il silenzio della natura, ed è bene così.
Buona fine e buon principio a tutti i lettori.

29 dic 2011

Costa del Bartoldo, una bella meta

Vedendola quasi ogni mattina, ho notato che fino ad oggi è incappucciata da ben poca neve: chissà se, con un po' di coraggio, si potrebbe salire ancora nonostante la stagione ...
Forse è più salutare guardarla dal basso, ma con questo post mi prendo almeno la soddisfazione di risalirla virtualmente ancora una volta.
Ovviamente si tratta di una montagna, ma quale?
Nell'estate '90, con alcuni amici che l'avevano già salita, giungevo sulla Costa del Bartoldo, la più nota sommità del Pomagagnon. 
La gita mi piacque molto, e quaranta giorni dopo la rifeci, tornandovi poi con regolarità, in compagnia e da solo, fino al '97.
Per otto stagioni non volli mancare all’appuntamento con una cima dove - come ha scritto un amico giornalista nel 2002 - “ci vanno in pochi, pochissimi, perché si fa fatica, non ci sono impianti a fune e neppure rifugi, non c’è proprio un sentiero e quella traccia non è segnata, niente cartelli.”
Sotto la vecchia croce, in un barattolo oggi arrugginito ma ancora adatto alla bisogna, il 28/9/96 riposi un libretto, tuttora presente e, mi dicono, utilizzato.
Dopo cinquant'anni, la croce di legno e lamiera che dal 1950 sfidava bufere e nevicate, crollò e fu sostituita con una nuova robusta e splendente; passato però l'attimo di celebrità di quell'anno, la cima è tornata di nuovo al suo silenzio.
Sono risalito ancora sulla Costa nel 2002 e nel 2005. La prima volta ero solo, avevo poca voglia di scendere, e così mi misi a sfogliare il quaderno lasciato anni prima, contandovi 164 firme: quindi fino ad allora 27 persone l'anno avevano seguito le orme di von Glanvell e compagni, gli austriaci scesi da lassù il 31/7/1900, dopo aver raggiunto la vetta traversando per cresta dalla Croda del Pomagagnon.
Testa e Costa del Bartoldo, da S
(14/10/2011, foto I.D.F.)
Per me la Costa rimane una delle più belle mete ampezzane. Dalla vetta, dove si arriva con un minimo di impegno, si ammira tutta Cortina, che si stende 1200 metri più in basso, e i monti circostanti rimandano a ricordi e progetti di salite.
Pur avendola raggiunta una decina di volte, se penso alla Costa d'estate mi vien voglia di lasciar correre altre idee e salire di nuovo: seguire il rio asciutto che s’interna fra le rocce, rimontare il declivio di ghiaie e pascolo, popolato da qualche camoscio, che guarda la meta e il grande lastrone inclinato e solcato da canali che adduce in cresta e, con gli ultimi esposti passi, alla cima.
Ne vale sempre la pena.

28 dic 2011

“Le Dolomiti Bellunesi” numero 67

È in distribuzione il fascicolo di Natale (il numero 67) di “Le Dolomiti Bellunesi”, semestrale delle Sezioni bellunesi del CAI diretto da Silvano Cavallet e Ernesto Majoni.
Una copertina in "controtendenza", sulla quale appare una delle opere esposte a Sass Muss (Sospirolo) nel contesto del progetto “Dolomiti Contemporanee”, apre il numero, che inizia con un pungente editoriale di Emanuele d’Andrea - già Presidente della Magnifica Comunità di Cadore, sull’urgenza per i Comuni cadorini di ricercare l'unità amministrativa e socio-economica.
Era poi doveroso il commovente ricordo, opera di Renato Belli, Presidente del CAI di San Vito, di Alberto Bonafede "Magico" e Aldo Giustina, i soccorritori sanvitesi investiti il 31 agosto da una frana sulla parete N del Pelmo.
Segue una documentata e stimolante relazione del sociologo Diego Cason su “Le Dolomiti Bellunesi patrimonio dell’umanità”; Gianluca D’Incà Levis presenta “Dolomiti Contemporanee”, il nuovo laboratorio di arti visive in ambiente che si impone come una importante scommessa culturale per la Provincia di Belluno.
Storia e cronaca dell’alpinismo e della speleologia s’intrecciano nei contributi di firme già note fra gli scrittori di montagna: “Quel giorno d’estate sull’Antelao” di Marcello Mason, “La rivisitazione del primo ricovero delle Dolomiti” di Giorgio Fontanive, “Alex, un vagabondo nelle Dolomiti” di Teddy Soppelsa, “Una storia nella storia” di Giovanni Di Vecchia, “Angelo Dimai Pizo e il primo tentativo alla Croda Rossa” di Ernesto Majoni, “La traversata” di Enrico D’Alberto.
Gianluca Calamelli con “Cernera, montagna trascurata” e Giuliano Dal Mas con ”Sul Taburlo, nel gruppo della Croda Rossa” offrono ai lettori proposte di escursionismo inconsueto, al margine degli itinerari dolomitici più celebrati ed affollati. 
Due collaboratori conducono i lettori in valli e cime lontane: il comelicese Mario Fait racconta la sua esperienza “A due passi dal Tibet”, mentre l'agordina Alice Prete ricorda l'“Ararat, una meravigliosa avventura”.
Seguono le rubriche “Senza barriere”, sempre ricca di interessanti bozzetti, cronache e storie di montagna, e il “Notiziario”, che ragguaglia su alcuni fatti occorsi nella stagione estiva fra le crode bellunesi. Sono molte le nuove vie di roccia riferite in questo fascicolo, segno di un‘attività esplorativa sui monti della Provincia che pare non essersi esaurita.
Alcune delle 18 Sezioni provinciali del CAI si raccontano nell’ampia rubrica loro dedicata, e il numero si chiude con le recensioni di vari libri, sia di autori bellunesi sia dedicati a temi bellunesi.
“Le Dolomiti Bellunesi” saluta così un altro anno di attività, mostrando di voler tendere a traguardi sempre più ambiziosi.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...