24 gen 2011

Di nuovo alla Kradorferalm

Siamo tornati alla Kradorferalm in Val Casies, per la quarta volta in meno di tre anni. La malga è una delle nostre ultime scoperte escursionistiche, ed è entrata subito fra gli obiettivi invernali più piacevoli, nonostante l'accesso stradale sia lungo quasi quanto quello a piedi. La costruzione sorge a 1704 m, lungo il tratto finale della valle che da Santa Maddalena s'interna verso N sino a incontrare il confine italo-austriaco. Per raggiungerla, dopo una cinquantina di km di automobile da Cortina per Dobbiaco, Villabassa, Monguelfo e l'intera Val Casies, parcheggiamo nel “cuore” di Santa Maddalena, dove c'è una rotatoria, e proseguiamo a piedi. Dapprima per un tratto asfaltato e pianeggiante, poi per strada forestale nel bosco, trovando quasi sempre più ghiaccio che neve (i ramponcini non sono una cattiva idea ...), risalendo con media pendenza la valle, passando a sinistra della Mesneralm (anch'essa aperta), dopo una buona ora giungiamo alla Pidigalm. A destra, dopo un'altra malga e un ponte, immersa fra gli abeti sorge la nostra meta. Il luogo è tranquillo, l'atmosfera rustica, la cucina ottima e la passeggiata non ha comportato sforzi sovrumani. D'inverno ci si ferma qui, ma d'estate si può continuare incontrando un'altra malga ancora, la Oberbergalm, a pochi passi dall'Austria. Siamo poi alle pendici del Corno Fana di Casies, seconda cima della valle e meta superba con un vasto panorama, che ricordo con piacere. Per la discesa, abbiamo provato una deliziosa novità: il "Sentiero Scoiattolo", che torna a Santa Maddalena restando sempre sulla sinistra orografica della valle, attraversa prati e pascoli con piccoli fienili e confluisce nell'ennesima strada boschiva che movimenta questo territorio conservato ed amato, dove il turismo è in armonia con la natura.
Piacevole novità, scendendo dalla Kradorferalm, 23 gennaio 2011

23 gen 2011

Torrione Ezio Culino dei Longerin, 1985


Al termine della via Bulfoni al Torrione Ezio Culino, con Paolo, 8 settembre 1985

Tutto accadde qualche anno fa, una domenica di settembre. Ero giunto da poco in paese, non conoscevo quasi nessuno e mi fu consigliato di far visita a Gianni che, come me, era un grande appassionato di montagna. Detto e fatto: recuperato uno zaino e un imbrago, l’indomani Gianni, Paolo ed io eravamo già in marcia per ... tentare una via nuova! Avevo fatto diverse salite, ma la via nuova era un’esperienza che ancora mi mancava. Ogni perplessità si sciolse subito, pensando che ero abbastanza allenato, solo una settimana prima avevo salito lo “Spigolo Dibona” sulle Tre Cime, e soprattutto mi stavo affidando a due rocciatori navigati ed entusiasti. La via nuova non ci riuscì: dopo un paio di lunghezze, fummo bloccati da una parete così friabile che avrebbe accettato fittoni più che chiodi, e a malincuore dovemmo scendere. Non era però tutto perduto: l’instancabile Gianni propose di consolarci, ripetendo una via del suo amico Marcello, su un torrione lì vicino. Dopo tanto cammino non potevamo sprecare la domenica, e quella via doveva essere simpatica! La parete costituì un’esperienza senza infamia né lode: dopo circa quattro lunghezze preferimmo slegarci e salire ognuno  per proprio conto sull’aguzzo torrione, che sorge al centro di un anfiteatro delizioso, allora a me ignoto. Per alcuni minuti respirai a pieni polmoni la gioia della scalata, della compagnia, del fatto che il mio “battesimo” alpinistico con gli amici di pianura si era svolto così in fretta e felicemente. La discesa fu quasi più complessa della salita, ma tutto si svolse come doveva e giungemmo allegri alla Malga per il “taiut” di rito. Ero al settimo cielo: avevo ripetuto una via di Marcello e proprio nel suo regno, le Crode dei Longerin. Ho rivisto la zona ancora alcune volte, l'ultima nel luglio 2010: il torrione su cui Gianni e Paolo mi offrirono la corda e l'amicizia per una salita in compagnia, ormai mi è familiare anche da lontano. Sono trascorse ormai venticinque stagioni, purtroppo!

22 gen 2011

Venanzio Zardini, portatore

Tra le guide e i portatori ampezzani che praticarono l’attività ai tempi dei pionieri, compare anche un tale Venanzio Zardini, curiosamente soprannominato "de ra morte". Nato nel 1842 e morto a settantaquattro anni, di professione effettiva Zardini faceva il calzolaio. Nelle carte, non ho ancora trovato il suo nome legato a salite, e una delle sue poche immagini “in attività” lo fissa mentre accompagna su una portantina, con altri colleghi, una turista invalida alla Sachsendank Hütte, il rifugio inaugurato nel 1883 sulla vetta del Nuvolau. Del personaggio non ho dati che rilevino per la storia dell’alpinismo. Faceva il portatore e forse non s’impegnò mai in grandi performances, limitandosi a condurre i clienti in camminate di medio impegno oppure, più facilmente, a varcare forcelle e passi dove oggi si passa comodamente in automobile, ma che allora erano ancora ritenuti misteriosi. E’ peccato saperne poco, poiché anche le guide “minori” come Zardini contribuirono alla storia dell’alpinismo a Cortina. Nel suo caso, poi, è enigmatico anche l'inquietante soprannome assegnatogli, tramandato anche agli eredi. Quando porterò a termine la sognata ricerca analitica complessiva sulle guide ampezzane della belle époque che, non avendo lasciato documentazione sulla conquista di cime o prime salite su di esse, sono state relegate nell’oblio? Per intanto, riservandomi di analizzare magari a fondo l’origine del soprannome, prendo atto che anche Zardini, nell’ultimo quarto del XIX secolo, contribuì a far conoscere le montagne del circondario d’Ampezzo e allo sviluppo del concorso dei forestieri, che in quel periodo si andava affermando anche nella nostra vallata.

21 gen 2011

Popena Basso, piccolo ma non minore

Nel gruppo del Cristallo, l'oronimo “Popena”, di origine molto antica, identifica più di un luogo: due valli (la Val Popena Alta e la Val Popena Bassa), una cima (il Piz Popena), un Passo, una Sella, due Torri, una Guglia, una torre che cambiò nome nel 1893, ed infine una cima decisamente poco ardita. Abbastanza famosa perché 85 anni fa un giovane vicentino, Severino Casara, vi inaugurò la palestra di roccia di Misurina, oggi sulle sue pareti corrono varie vie di tutte le difficoltà. La cima in questione, il Popena Basso, è un'ampia cupola ricoperta di mughi che raggiunge il culmine a 2225 m dominando il Lago di Misurina con una vasta parete grigia e gialla, alta da cento a duecento m. Ha un doppio oronimo: qualcuno, fra cui chi scrive, la chiama Monte Popena, altri Popena Basso, ma tanti la confondono con il “fratellone”, il Piz Popena, che gli sta giusto alle spalle ma ha altre caratteristiche. Il nostro “piccolo, ma non minore” Popena è la meta di una piacevole camminata, che costituisce una interessante fuga, magari autunnale, nella natura. Consigliabile soprattutto quando in alto non si sale già più e si ha voglia d'immergersi in un bosco antico, la via normale prevede la risalita di un dorso barancioso e mansueto e schiude una vetta in parte erbosa, con un bel panorama sulla Val Popena Alta e sul Cristallino. Tre anni fa, una domenica di fine settembre, dopo tanto tempo, siamo risaliti lassù per godere la solitudine di una cima che gli scalatori snobbano e molti escursionisti non conoscono. Ovviamente, in mezzo alla nebbia traforata da un pallido sole autunnale, quel giorno eravamo solo in due.

In vetta, 21 settembre 2008

18 gen 2011

Croda Rotta: ma è davvero facile ed erbosa?


La Croda Rotta, dalla Punta Nera - 26 luglio 2004
 Secondo “Monti boschi e pascoli ampezzani nei nomi originali”, la Croda Rotta (Cròda Róta, 2670 m) è una punta rocciosa nel settore SW del Sorapis, a NW della Punta Nera. Citata nella Carta del Regno Lombardo Veneto con l’oronimo attuale, ripreso nella tavoletta IGM e nelle guide e carte successive, è uno sperone di forma non particolarmente ardita e roccia friabile, che chiude verso Cortina l’appendice protesa verso occidente dalla citata Punta Nera. La Croda domina l'impluvio detritico che scende in Val Orita, sul lato destro orografico del quale s’inerpica il sentiero CAI 215, che congiunge Forcella Faloria con la Sella di Punta Nera per scendere poi ai Tondi di Sorapis. Dal punto di vista alpinistico, la Croda Rotta non ha rilevanza: non è noto chi vi salì per primo, né si sa quando ciò sia avvenuto. L’accesso alla sommità, descritto in “Dolomiti Orientali” di Antonio Berti come facile salita per terreno in gran parte erboso, prevede in realtà la risalita di una rampa breve, ma marcia ed esposta, valutabile di II. Fermo restando che, pur se la dolomia inaccessa oggi è merce rara, non saranno certamente in tanti a smaniare per appendersi alla Croda Rotta, dai testi consultati emergono le imperfezioni di tante fonti. Probabilmente il compilatore non ebbe modo di verificare la salita, oppure la notizia fu tradotta in fretta da una fonte straniera. C'è da pensare anche che, nei decenni, la cima possa avere subito qualche sconquasso (come la Gusela di Padeon, nel gruppo del Pomagagnon: nel 1971, la guida Berti cita un “recente franamento”, che era "recente" già nel 1928). Ai pochi andati a curiosare, fra i quali Stefano, che salì da solo nel 2003, la Croda Rotta è apparsa sì breve, ma non certo erbosa né facile. Uno fra gli ultimi, salito il 22/8/2010, così relaziona la salita (www.vienormali.it): “Dal rifugio si segue il sentiero n. 223 per la Forcella Faloria, quindi si gira a destra verso il sentiero n. 215, che risale verso la Sella di Punta Nera. In vari punti ci sono da affrontare brevi passaggi di I; si arriva poi nel punto in cui il sentiero gira decisamente verso la Sella e lo si abbandona per seguire un altro sentiero con direzione Croda Rotta. Giunti sul ciglio che guarda la conca di Cortina, si gira verso la cima per arrivare rapidamente all’attacco vero e proprio (lato E-NE, bastone, 1 ora circa dal rifugio). Da qui si scende qualche metro verso una cengia rossiccia e la si segue facilmente; dopo aver doppiato uno spigolo, si procede su una rampa inclinata molto friabile (II, poi I) da risalire fino al suo culmine. Dalla forcellina al culmine della rampa, si sale a sinistra per pochi metri su rocce instabili arrivando in neanche 15 minuti dall’attacco sull’esilissima vetta”, osservando che si tratta di una montagna selvaggia, frequentata pochissimo per la roccia marcia, che offre un senso di vetta unico. Chi scrive, che pure al tempo delle avventure giovanili aveva una certa propensione ad accumulare orrori alpinistici, non si è mai peritato di salire la Croda Rotta. Vi è passato ai piedi almeno 7-8 volte, per portarsi all’attacco della soprastante Punta Nera, ma si è sempre limitato ad osservarla dal sentiero e dal ripiano sotto la Sella, donde la possibilità di salire in vetta appare evidente. Pur se prossima al comprensorio sciistico di Faloria, anche nel XXI secolo la Croda rimane una sommità selvaggia che, per disgrazia o per fortuna, non richiama schiere d’alpinisti. Può così starsene tranquilla, visitata solo dai camosci che forse riescono a strappare qualche zolla di muschio dalla distesa ghiaiosa che le fa da piedistallo.
 

17 gen 2011

Un diedro entusiasmante



21 luglio 1985, a comando alternato con Sandro

“Con entusiasmante scalata portarsi sul fondo del diedro e rimontarlo fino ad uscire sulla cresta sommitale in prossimità della cima.” Queste parole identificano l’ultima lunghezza di una vie alpinistiche delle più soddisfacenti che mi è stato dato di salire, e ricordo con orgoglio e soddisfazione. Aperta da Dall’Oglio, Consiglio e Micarelli nel 1954, la via in questione supera una parete di dolomia ideale, articolata a sufficienza in alcuni punti strapiombanti. L’itinerario sale, con una dirittura che mi pare strano sia stata svelata solo nel 1954, lungo la porzione superiore, regolare e compatta, del diedro formato dalla Cima con la Torre del Lago, nei monti di Fanes. Nella porzione inferiore, si giunge al diedro, rotto da strapiombi poco abbordabili, salendo senza via obbligata per alcune lunghezze meno impegnative ma ugualmente divertenti, sulla sua sinistra. Questo è tutto: si tratta del diedro WSW della Cima del Lago, che incornicia il Lago del Lagazuoi. Fu Enrico a portarmici la prima volta, all'inizio dell’autunno 1980. Vi portai poi Mario da capocordata undici mesi dopo (quando iniziai col mio vezzo, non ancora abbandonato, di lasciare ogni tanto libretti su vie o cime che frequento), tornai nel 1982, nell'85 e conclusi le visite con Nicola in una calda domenica di ottobre 1986. Cinque salite di una via davvero “entusiasmante”, la più bella lunghezza della quale ricordo che era l’ultima. Dopo una parete da manuale, esposta e solida, essa deposita l’alpinista a mezzo busto proprio in cresta fra la Cima e la Torre del Lago. Giunti lassù la via era proprio finita, ma ogni volta mi sarebbe piaciuto che continuasse ancora per altrettante lunghezze! Oggi il diedro della Cima del Lago, che ho rivisto da vicino nello scorso agosto, si conferma come uno dei ricordi più pregnanti di un tempo felice, un gran piacere per la mia carriera di appassionato quartogradista, che tanti anni dopo da vie come quella trae ancora un sacco di emozioni e sensazioni da raccontare.

... su in Sonforcia ...


Su in Sonforcia, 5 settembre 2004

La Forzela Sonforcia (del Col Jarinei, "Forcella in cima alla forcella del colle delle pernici") si trova a E della Croda da Lago, a 2069 m di quota. Posta sulla proprietà della Regola di Anbrizora, è un'insellatura erbosa sul crinale che si protende verso N dalla Rocheta de Prendera. Funge da valico, in verità forse più battuto dai bovini che passano da Federa al pascolo di Col Jarinei, che non dagli esseri umani, fra la testata della Val Federa - il pascolo suddetto - e la Val d'Ortié. In forcella, qualche anno fa Carlo Michielli poté ricostruire, sul sedime di un "cason" già esistente, un capanno da usare con familiari e amici durante le battute di caccia in zona. Il luogo è panoramico e silenzioso; nell'ultima occasione che vi  salii, il 9 ottobre 2004, mi venne spontaneo stendermi sull'erba ancora tiepida per ammirare prima la visuale sulle Rochetes, che chiude l'orizzonte da una parte, e poi girarmi dall'altra ad ammirare un ampio e inconsueto scorcio d'Ampezzo. Attraverso la forcella passa un sentiero segnalato, non molto noto e che non soffre certo di affollamento: se folla c'è, è in prevalenza di locali. Finora sono arrivato su in Sonforcia non più di una dozzina di volte, la maggior parte delle volte per salire la Rocheta de Cianpolongo, e attualmente giudico la forcella uno dei luoghi più suggestivi della valle d'Ampezzo, un posto "che è già Parco senza essere Parco".

13 gen 2011

Cima Cason de Formin, 1930-1970


La Cima Cason de Formin, 19 luglio 2008

È quantomai verosimile che la cuspide rocciosa che fa da sfondo alla piccola Monte de Formin e all'omonimo Cason regoliero nel gruppo della Croda da Lago, e sorveglia con una verticale parete gialla e rossa l'imbocco della Val Formin, fino al 1930 non avesse ancora ricevuto un nome. Ma per quale motivo? Perché non aveva ancora suscitato l'interesse di alcun alpinista. Le cose cambiarono il 17/7/1930, quando il cinquantenne Angelo Dibona , con il più giovane collega Luigi Apollonio e i fratelli Olga e Rinaldo Zardini, attaccò per primo la parete W di quella cima. La via Dibona, invero ripetuta poco di frequente negli anni che seguirono, consentì alle due cordate ampezzane di giungere sulla vetta e, molto probabilmente, di battezzarla con l'odierno oronimo. Dopo di loro, numerosi altri alpinisti si sono sbizzarriti lungo i diedri, le pareti e gli spigoli di una delle poche montagne della zona che presentano roccia perlopiù solida: da Marino Bianchi e Antonio Menardi nel 1944 a Paolo Bellodis e Cecilia De Filippo nel 2003. In mezzo si posizionano Franz Dallago e Dino Constantini, che quarant'anni dopo Dibona, il 23/9/1970, superarono il diedro W, incredibilmente mai toccato da nessuno. Il diedro sarebbe divenuto teatro di un bell'itinerario di difficoltà classiche in ambiente solitario, lungo il quale negli anni '80 anche il sottoscritto ha potuto cimentarsi per cinque volte. Dimenticavo: la cima di cui sopra, quotata 2376 m, è nota, per l'appunto, come Cima Cason de Formin.

12 gen 2011

Rifugio Gigante Baranci, novità del 2011

Dieci mesi fa, era già una costruzione piuttosto grande: domenica scorsa vi siamo tornati, constatando che il nuovo nome rispecchia le mutate dimensioni del fabbricato. A 30 anni dall'apertura, infatti, l'"Haunoldhütte" ha cambiato gestione, e in breve tempo è stato ricostruito come "Riesen Haunoldhütte - Rifugio Gigante Baranci”. Il rifugio è situato a 1499 m d'altezza sopra S. Candido e alle falde di due montarozzi senza difficoltà alpinistiche ma piuttosto interessanti, saliti già più volte: la Piccola Rocca dei Baranci (2157 m) sulla sinistra e la Pausa Ganda (2130 m) sulla destra. Il rifugio, servito da una rapida seggiovia, può essere meta di alcune passeggiate da più versanti, tutte belle e di media lunghezza. D'inverno, salirvi a piedi è assai rilassante. Di solito, si parte dalla strada fra S. Candido e Sesto e si segue la forestale adattata (come innumerevoli altre in Sudtirolo) a pista di slittino. Essa sale lungo la Valle di Sotto, fittamente alberata, passa presso gli abbandonati Bagni di S. Candido e la cappella molto mal tenuta di S. Salvatore ai Bagni e spiana all'altezza di un grande prato falciato d'estate, i Prati della Ferrara. Qui, nel 2010 abbiamo trovato una variante al solito percorso, che evita l'ultimo tratto della strada entrando nel bosco, passa ai piedi di un enorme masso attrezzato a falesia e spunta di faccia al rifugio. Al Rifugio Gigante Baranci non si trova la “solitudine alpina”; anzi – nelle belle giornate d'inverno – si ha generalmente a che fare con una mastodontica folla di sciatori grandi e piccoli: ma il luogo è confezionato apposta, soprattutto per i bambini e per le persone tranquille. Il nuovo rifugio, tutto in legno e molto elegante, ha le prerogative (ed anche i prezzi) di un ristorante cittadino di discreto lusso: si mangia bene, e soprattutto le porzioni sono in tema, davvero ... giganti. Domenica scorsa non faceva freddo, la neve a terra era già poca e la strada era gelata, tanto da consigliare l'uso dei "ferri da tacco": e siamo appena in gennaio!
Il nuovissimo Rifugio Gigante Baranci in Val Pusteria

10 gen 2011

Alcuni ruderi in un ambiente stupendo

Nel 1938, sull'ampio valico a 2214 m che separa il Corno d’Angolo dalle Pale di Misurina, dove le Torri di Popena bipartiscono la testata della Val Popena Alta in due conche minori ed a pochi metri dal confine fra Auronzo e Ampezzo, alcuni privati eressero un rifugio, gestito inizialmente da tale Lino Conti. Penso che l'idea mirasse a creare una base per salite sulle montagne dei dintorni (il Piz Popena, che si eleva proprio in faccia al valico, la Punta Michele, il Corno d’Angolo, il Cristallino di Misurina, la Croda di Pousa Marza, le guglie di Val Popena Alta, le Pale di Misurina), ed anche per una frequentazione invernale della valle, tuttora amata come meta scialpinistica. Il rifugio però ebbe vita breve, poiché fu raso al suolo da un incendio qualche anno dopo (durante la guerra secondo alcune fonti, nel 1947-1948 secondo altre), e non fu più ricostruito. La questione torna talvolta alla ribalta, ed ogni stagione potrebbe essere quella buona per avviare la risistemazione di quei ruderi ormai ultrasettantenni, che non fanno bella mostra sul luogo, molto panoramico e frequentato. Il valico funge da nodo per escursioni e salite di grande interesse, e non so se una nuova struttura potrebbe avere un’utilità, distando solo un’oretta dal Lago di Misurina e trovandosi in un contesto ambientale ancora ben preservato. Passando spesso in zona e dovendo scegliere, preferirei senz'altro trovare su quel valico – al posto dell'ennesimo alberghetto chic, magari servito da una strada – eventualmente un ricovero incustodito. Sarebbe solo un “affare” per l'alpinismo e per l'ambiente, forse non per l'economia della zona. Così però la Val Popena non rischierebbe di diventare anch’essa oggetto di banalizzazione estiva e invernale, magari a causa delle motoslitte, dei “quad” e quant’altro, e resterebbe ancora per un po’ immune dai successi e dagli eccessi del turismo massificante. Se non verranno sviluppi e i ruderi dell'ex Rifugio Popena resteranno ruderi fino a cadere completamente, credo che ne guadagneranno senz'altro la natura, la pace e il silenzio di una sella fra le più belle della zona.
L'ex Rifugio Popena, 19 ottobre 2008

7 gen 2011

Un pensiero per gli amici scomparsi

Penso che sia difficile non ricordare amici e conoscenti con i quali abbiamo compiuto escursioni e scalate, ed oggi sono "andati avanti", specie se in circostanze sfortunate e dolorose. Non dimentico le cime, le forcelle, i ghiacciai, le traversate, le vie di roccia in cui mi sono trovato insieme con persone che oggi non ci sono più, e talvolta questi ricordi intristiscono un po’. Dal vecchio Angelo, guida alpina degli anni '30 che ci guidò lungo un sentiero attrezzato in Tofana prima ancora che venisse ufficialmente aperto, a Luciano, che intenerito dalla nostra timidezza ci fece fare la prima scalata sulla Torre Inglese; e poi Orazio e la lieta traversata con lui capogita da Malga Ciapela a Canazei; Luigi, con il quale salimmo sul Teston di Monte Rudo e sulla Rocchetta di Campolongo, scomparso ancora ragazzo in un incidente stradale; e ancora Claudio, compagno di cordata sul Campanile Secondo di Popera, sulla via Ampferer-Berger del Catinaccio, nella traversata di Forcella Fanis, caduto dalla Punta dei Tre Scarperi. E poi Alfonso, con il quale divisi per una decina d’anni escursioni e scalate, e Luciano, che arrampicava sicuramente meglio di me, ma ebbi l’onore di portare da primo di cordata sulla rampa del Ciavazes. Per non dimenticare mio Padre, che oltre quarant'anni fa mi iniziò alla via dei monti, insegnandomi un cammino che continuo ancora a percorrere. Per qualcuno queste constatazioni saranno ovvie, ma pensandoci mi viene inevitabile considerare la fragilità della vita e la vividezza di certi momenti del passato, che credo ci resteranno impressi per sempre. Il mondo va avanti, e noi vorremmo continuare a salire le montagne finché sarà possibile; ripercorrendo i passi seguiti con gli amici che non ci sono più, sicuramente ci sarà sempre un pensiero anche per loro.

6 gen 2011

Sulla Pala SW di Misurina

A distanza ormai di decenni, quando trovo su riviste e libri notizie su vie che ho conosciuto, mi viene spontaneo chiedermi quale fosse la molla che mi spingeva a scegliere proprio quelle per compiervi le nostre avventure alpine. E’ il caso della Pala SW di Misurina nel Gruppo del Cristallo-Popena, uno dei due rilievi più accentuati della breve dorsale che scorre in alto sul Lago di Misurina, tra la Sella di Val Popena e il Passo delle Pale. Verso NW, entrambe le cime guardano la Val Popena Alta con pareti sulle quali si trovano alcune vie che possono rivestire un discreto interesse. Nell’estate 1986 fu una di queste, lo spigolo NW della Pala SW, la più bassa delle due, che colpì la mia attenzione. Percorso da una via aperta da Del Torso e Pompei nel 1938, nella parte bassa lo spigolo offre una salita su roccia mediocre, ma piacevole. Posso confermarlo, anche se – dei sei tiri di corda che risalgono il pilastro arrotondato in cui si allarga lo spigolo - ne ricordo solo uno di un certo interesse, esposto e con passaggi variegati. Il resto mi parve un po' banale: le tre lunghezze superiori non superano il II, e percorrono un largo colatoio poco solido. A noi piacquero lo stesso, come ci piacque l’uscita in vetta e la traversata all’antistante Pala NE. Nonostante sia vicina a Misurina, la Pala è solitaria e sicuramente poco frequentata: ricordo la croce di vetta che trovammo, ottenuta da un segmento d’antenna TV che chissà chi ebbe la fantasia di portare lassù! Al tempo, a me e ad Andrea che mi seguiva sovente con entusiasmo, la Via Del Torso parve discreta: almeno, non ritenemmo di aver sprecato la giornata, pur essendoci trovati su una via che non è passata alla storia. Avevamo trascorso un mercoledì di vacanza in un angolo solitario, su un percorso che, oltre alla nostra, avrà poche altre ripetizioni ma dove, sicuramente, nessuno ci importunò.

La Pala NW dal Passo delle Pale, 31 agosto 2008

3 gen 2011

Intorno al Lago d'Aial, d'inverno

D'estate, la capanna che da settant'anni sorge a 1412 m d'altezza presso il Lago d'Aial, il mediano dei tre specchi d'acqua della Val Federa, è un obiettivo facile da raggiungere e molto frequentato perché baciato dal sole. Vi saliamo abbastanza spesso, alternando le possibilità che convergono al lago: da Campo di Sotto, da Mortisa, dalla diga di Ciou del Conte, o infine, forse la soluzione meno nota, dalla SP638 del Passo Giau per “Ra Sapada”. D'inverno, invece, c'ero stato anni fa con amici a curiosare fra i “Cuaire”, le fenditure rocciose celate dal bosco dove la neve resiste fino a tarda primavera. Il rifugio era chiuso, ma sulla porta d'ingresso era appeso un “libro di vetta”, perché i viandanti lasciassero traccia del loro passaggio. Da un paio di stagioni i gestori si sono muniti di un piccolo battipista, con il quale rendono agevole ai camminatori il tratto di strada che devia da quella diretta a Croda da Lago e consentono di frequentare il rifugio, aperto anche d'inverno. L'escursione non è molto lunga, e si svolge in un ambiente solitario che merita attenzione. Il piccolo rifugio non è adatto a contenere le folle di sciatori e "ciaspaioli" che d'inverno caratterizzano altre strutture, per cui all'Aial si sta tranquilli, magari anche soli. Nell'ultima occasione in cui vi giungemmo, il 1° febbraio 2009, il cielo prometteva ancora neve, faceva un gran freddo e lo specchio d'acqua chiuso tra gli abeti era quasi tutto sepolto nel bianco. Nel centro del lago una macchia d'acqua sembrava un occhio; e così, sorvegliati da quella curiosità naturale, trascorremmo un paio d'ore in relax, godendo di un rifugio che non sarà noto per itinerari o ascensioni famose, ma è immerso nei grandi boschi di Federa, ricchi di natura, di leggende e di silenzi.
Il Lago d'Aial, 1° febbraio 2009


Nato il 5 gennaio

Il coetaneo Alessandro, amico da oltre vent'anni, un giorno mi fece partecipe di un'idea curiosa: celebrare il suo trentaquattresimo compleanno salendo una via di roccia. Fin qui niente di straordinario: il fatto è che l’amico è nato il 5 gennaio, per cui onorare il suo genetliaco significava cimentarsi in una salita con neve e ghiaccio. Noi abbiamo la scorza dura, e così stabilimmo seduta stante di scalare l'arcinota “paré” della Punta Fiames. Grazie a Dio, quell’inverno non era stato prodigo di neve, per cui la parete era quasi asciutta e la salita non oppose problemi insormontabili. Nel primo pomeriggio sbucavamo sulla cima, deserta e silenziosa: nello zaino non avevo regali, ma – all’insaputa di Alessandro e con cautela per non romperla – ero riuscito a superare “ra paré” portando una bottiglia di ottimo prosecco. Per festeggiare ce la scolammo quasi interamente, saltellando per il freddo sul dorso innevato della cima. Naturalmente gli effetti non tardarono a manifestarsi: nell'impeto dell’euforia, decidemmo infatti all’unanimità di tornare alla base per la ferrata. Ometto per decenza i particolari della nostra idea, strampalata ma certamente più sicura della discesa per Forcella Pomagagnon. Il tempo corse veloce: sulla ferrata, d’estate abbastanza mansueta, le cenge erano coperte di neve gelata, le scarpette tenevano quel che tenevano e il ghiaione d’attacco era diventato un ripido scivolo, duro come il cemento e abbastanza penoso da scendere. Arrivammo incolumi a Fiames soltanto per merito della corda che avevamo usato in salita, della piccozza e la torcia che il previdente amico aveva tratto fuori dal suo colossale zaino. Una telefonata di rassicurazione a casa, e poi alcuni chilometri a piedi nella notte fino al “Putti”, per riprendere l’automobile. Al buio, al freddo e al gelo, ma contenti della nostra piccola, grande avventura. Sceso dal mezzo sotto casa, proposi ad Alessandro di festeggiare anche il mio trentaquattresimo inerpicandoci su qualche parete: il bello è che sono nato a fine ottobre, e – salvo in caso di autunni bizzarri – in quel periodo di solito la neve deve ancora fare la sua comparsa.

28 dic 2010

La Brunnerwiesenalm, una proposta

Vi racconto di una malga che gli escursionisti di lingua italiana non conoscono in molti. Sorge nel territorio di Rasen Antholz-Rasun Anterselva, all'inizio dell'ampia vallata dominata da alte e cupe montagne che dalla Pusteria si dirama verso la Defereggental austriaca. La Brunnerwiesenalm si raggiunge comodamente da Taisten-Tesido, soleggiata frazione di Welsberg-Monguelfo. Per salire alla malga, posta a 1969 m in una radura circondata dal bosco alla base del Lutterkopf-Monte Luta e aperta sia d'estate che d'inverno, si parte dal Mudlerhof, dove parcheggiano i visitatori della sempre affollata Taistner Vorderalm-Malga di Tesido di Fuori, punto di partenza di una pista di slittini nota in tutta la Pusteria. Anziché a destra, si volge a sinistra seguendo una strada forestale che sale prima nel bosco con media pendenza, poi lungo un crinale pianeggiante in alto sopra la valle di Anterselva e da ultimo s'impenna con uno strappo sui pascoli, fino al piccolo edificio pastorale. Per fortuna per noi, forse meno per i gestori, la Brunnerwiesenalm è generalmente poco affollata. gli ospiti sono in prevalenza locali, e si sta davvero bene. L'interno è rustico e in questi anni è animato dalla vivace presenza di alcuni bambini, figli e parenti dei gestori, che lassù vivono giornate spensierate. Mezz'oretta più in alto della malga si eleva l'erbosa cupola del Lutterkopf (2145 m), conosciuto soprattutto per la facile e panoramica cresta erbosa che lo unisce al Durakopf-Monte Salomone, sopra la citata Malga di Tesido. Insomma, forse è più facile prendere e salire a questa simpatica ed accogliente struttura che non descriverla ed elencare le cime della zona. Noi vi siamo stati due volte, d'inverno e d'estate, ricavandone grande soddisfazione: il Luta, poi, è una meta imperdibile per chi cerchi una vetta facile,  erbosa, piena di sole.
La Brunnerwiesenalm, 7 marzo 2010

27 dic 2010

Del Bus del Diau e di altri luoghi


Ogni settimana, già da qualche anno, passo almeno un paio di volte ai piedi del versante S dell’Antelao. E guardandolo mi vengono in mente alcune cose: il Bus del Diau, caverna di leggendaria memoria dove Phillimore, Raynor e le loro guide con in testa l’indomabile Tone Dimai, dormirono a metà agosto del 1898 prima di attaccare l'alta parete; Bettella e i padovani, Casara e Paolo Fanton, Cozzolino, Bee, Massarotto e chi quella parete ha scalato nel corso del '900. Infine il bivacco dedicato a Giovanni e Giulio Brunetta, installato su una forcella di mughi sotto il Bus, a picco sulla Valboite. Al Brunetta arrivai in una calda giornata del giugno 1984, dopo aver superato con la debita fatica oltre mille metri di dislivello fra detriti, mughi e neve che ancora resisteva alla testata del rio, rovinato due anni fa su Cancia di Borca. Da qualche anno il bivacco è sparito: lo spostamento d’aria dovuto ad una valanga lo ha frantumato in mille pezzi e scaraventato lungo il pendio, e nessuno si è più preso la briga di rimetterlo dov’era. Se proprio vogliamo, quel dado di lamiera arancione lassù aveva scarsa utilità: lo usavano i sempre più rari aspiranti a qualche via della S, fra i quali l'amico Luciano (che con Ivano vi dormì, prima di impiegare un giorno intero per toccare la vetta del “Re”), ma tante divagazioni là intorno non se ne fanno, e il previsto anello attrezzato che avrebbe dovuto collegare il Bus alla via normale dell’Antelao, è rimasto una pia intenzione. Al Brunetta non sono più tornato e non ho mai esplorato il Bus, che dicono interessante; mi sono limitato percorrere tre volte, specialmente nel tardo autunno, la bella “alta via” che unisce San Vito a Vinigo attraverso il Bosco Nuovo, in parte lungo tracce militari. Si tratta di una passeggiata ai piedi della più alta vetta del Cadore, che mi sento di raccomandare. E' da verificare però se, dopo gli sconvolgimenti del versante S dell'Antelao, sia sempre agibile.
L'Antelao da S, tra neve e nuvole (salendo a  Malga Ciauta, 26.12.2010)

24 dic 2010

La via di Natale

E' già un impegno aprire una via di roccia d'estate: figuriamoci se ciò accade durante l’inverno! Una delle rare vie aperte in epoca abbastanza recente sui monti d’Ampezzo in piena stagione fredda fu quella sulla parete S dei Lastoi del Formin: la salirono Modesto Alverà, Carlo Menardi e Paolo Pompanin (cinquantasei anni in tre), il 24 e 25/12/1977. La via superava un dislivello di trecento metri, e oppose ai primi salitori difficoltà estreme: per venire a capo del problema occorsero cinquanta chiodi e ventiquattr'ore, con un bivacco in parete. Per i tre giovani dev'essere stato sicuramente un modo originale per festeggiare il Natale: un Natale di sofferenza per la temperatura e le difficoltà, senz’albero né presepe o luci scintillanti, ma anche un Natale di felicità e soddisfazione per l'avventura portata a lieto fine. La via appartiene all’ultimo periodo “classico” dell’arrampicata dolomitica, in cui si scalava ancora con gli scarponi e i pantaloni al ginocchio, le massime difficoltà superate in libera erano classificate di VI e si ricorreva all'artificiale ogni volta che ve n'era bisogno. Modestissimamente, anche chi scrive conobbe quel periodo, salendo alcune vie classiche e poco note che si mantenevano su ben altre difficoltà, e sentendosi sempre "grande". Il ricordo che ne rimane è a tratti incancellabile.

23 dic 2010

Il sentiero del poliziotto

Non so se risponde a verità o è soltanto una leggenda, di quelle che piacevano a scrittori come Casara, la storia dell’origine del “Troi del Jandarmo”. Il “sentiero del poliziotto” unisce la spianata di Cianpo de Crosc, poco oltre Malga Ra Stua, con Fodara Vedla, una ventina di anni fa era pressoché ignoto e poi è stato riportato sommessamente “in auge” dal Parco d’Ampezzo. Da quanto so, la nscita del sentiero anticipa di molto la realizzazione della carrareccia militare che da Cianpo de Crosc rimonta a larghe serpentine la costa boscosa sulle pendici delle Lainores e, valicando il confine di Ampezzo con Marebbe, porta a Fodara Vedla. Un gendarme, forse un doganiere o un finanziere, abitava a Marebbe e lavorava in Ampezzo. Dovendo andare e tornare ogni giorno dal lavoro, e non esistendo allora una comunicazione più agevole attraverso la Monte de Rudo, studiò un percorso tra gli alberi e le rocce, dai Orte de Ra Stua al Lago de Rudo. Il sentiero gli consentì di superare con il tragitto meno lungo possibile l'accidentata fascia boscosa tra Ra Stua e Fodara, accorciando la marcia da e verso casa. Oggi il sentiero si percorre quasi come un secolo fa: è indicato da pochi segni di vernice, che individuano due strettoie rocciose e l’inizio del tracciato sotto Fodara; vi sono radi ometti e gli animali del bosco e delle crode pascolano indisturbati. Da alcuni anni, più di qualche escursionista conosce il sentiero, che non è indicato né reclamizzato in alcun luogo. Non lo si segue certo per collegare più velocemente Ra Stua e Fodara, ma per il gusto d’immergersi in un ambiente selvaggio d’acque, cespugli, conifere, detriti, macigni, mughi, dove l’uomo s’intromette di rado. Due metri o poco più di roccia, dove si narra che un tempo una scala di legno agevolasse il transito, si superano con una radice che fa da appiglio: e quando la radice non ci sarà più?

Serafino Siorpaes de Valbona, una vita fra le Tofane

Qualche anno fa, iniziando le ricerche sulla vita e sulle opere delle guide alpine di Cortina, una fra le meno note attrasse subito la mia curiosità: “Sarafìn de Valbona”, al secolo Serafino Siorpaes fu Pietro Antonio “Salvador”, nipote del pioniere Santo Siorpaes e fratello minore di Arcangelo, lui pure guida e albergatore. Vissuto dal 13/12/1870 al 5/1/1945, “Sarafìn” non fu famoso. Non consegnò imprese alpinistiche alla storia, fu poco o nulla coinvolto nelle vicende d'Ampezzo, e nei documenti sull’andar per crode il suo nome non è frequente. Questo non esclude però che sia stato meno esperto dei suoi colleghi, meno abituato a fatiche e strapazzi, meno predisposto a spingersi sulle vette per esplorarle e farle conoscere.
Guardaboschi nel distretto forestale di Valbona, area che si estende al confine con Auronzo e ha dato il nome al ceppo familiare, Siorpaes fece la guida dal 1901 al 1929. Nella Illustrierter Fűhrer von Cortina - Dolomiten (1930) fra le guide disponibili per la stagione estiva il suo nome, però, risulta ancora presente. Dal punto di vista delle “conquiste”, Serafino partecipò ad un'unica prima salita: una via di media difficoltà e di limitato interesse, che sale lungo la parete NW della Croda Rotta, nelle Marmarole Centrali. Siorpaes la salì un secolo fa, un giorno imprecisato di settembre 1910, con le due guide ampezzane più richieste dell'epoca, Antonio Dimai “Deo” e Agostino Verzi “Sceco”, e le sorelle Ilona e Rolanda Eőtvős.
In quest’occasione rilevo ancora una volta che la citazione fra i primi salitori della Croda Rotta anche di un “G. Siorpaes”, riportata in varie fonti (una per tutte, la guida “Dolomiti Orientali” di Antonio Berti) è inesatta. Le guide ampezzane identificabili come “G. Siorpaes”, infatti, avevano entrambe cessato l'attività nel 1909: Giuseppe Siorpaes “Refo” perché già ultrasessantenne; Giovanni Cesare Siorpaes “Jan de Santo”, figlio secondogenito di Santo e cugino di Serafino, perché aveva dovuto soccombere ancora giovane alle complicanze di un grave incidente.
Conoscere, almeno in parte, la vita e le opere di Siorpaes, mi è stato possibile grazie alla collaborazione del professor Emilio Bassanin, che mi ha fatto avere copia dell'ultimo libretto della guida, attualmente in possesso delle nipoti. Purtroppo il Libretto di legittimazione per il Servizio di Guida Alpina, rilasciato dal Commissariato Civile di Cortina d'Ampezzo il 17/7/1922 ai sensi del Regolamento per le Guide Alpine per la Venezia Tridentina in vigore dal 30 gennaio di quell’anno, contiene poche notizie, ma che sono comunque interessanti.
Premesso che sicuramente prima della Grande Guerra la guida aveva svolto una buona attività, le note del suo ultimo libretto contengono quasi soltanto salite in Tofana. La frequenza di tali ascensioni è dovuta al fatto che negli anni '20 Serafino gestì per un periodo il rifugio ricavato dal CAI Cortina nella caserma eretta dagli Italiani a fianco dell'originario Tofanahütte a Forcella Fontananegra. Dedicato al Generale Antonio Cantore, caduto nelle vicinanze, e aperto il 5/9/1921, esso fu poi sostituito nel settembre 1972 dall'attuale Rifugio Camillo Giussani.
L'avvocato Luigi Sambettini e Antonio Laschettini del CAI Firenze annunciano il 12/8/1922 di essere “felicissimi di poter aprire il libretto con un sincero elogio alla brava guida Serafino Siorpaes che con prudenza e abilità” li “ha condotti in un’ora e mezzo alla Cima della Tofana di Rozes, da cui in un’altra ora e mezza tra folate di nebbia“ sono “scesi al Rifugio”. Il successivo 22, cinque clienti dai nomi indecifrabili, uno dei quali comunica di essere socio del CAI Venezia, si professano “perfettamente soddisfatti del servizio della guida Serafino Siorpaes, che con grande perizia ci guidò sulla Tofana di Rozes”. La via comune della Tofana de Rozes sale lungo l’ampia fiancata orientale. Percorsa per la prima volta con intenti alpinistici nel 1864, da Paul Grohmann con le guide Francesco Lacedelli “Checo da Meleres”, Angelo Dimai “Deo” e Santo Siorpaes, oggi è rinomata anche come scialpinistica. Secondo i parametri moderni è poco più di una camminata su detriti e facili roccette, spesso innevate nella parte sommitale, ma non va sottovalutata e spesso è teatro di disavventure.
Nelle giornate estive, infatti, è una cima molto trafficata, e in caso di peggioramento del tempo è preferibile non indugiare lungo la via normale: la vetta supera pur sempre abbondantemente i 3000 m, e la cresta terminale è molto esposta al vento. Negli anni Venti, da quella salita una guida alpina ricavava un compenso di 100 lire: considerato che, partendo dal rifugio, l’itinerario comporta 1350 metri di dislivello fra salita e discesa e richiede tre ore o poco più, si trattava pur sempre di un lauto guadagno, se rapportato all’impegno complessivo dell’escursione.
Italo Speccher, ingegnere di Trento, scrive il 27/8/1922: “Esprimo un sincero elogio e gratitudine alla brava guida Serafino Siorpaes che mi accompagnò sulla Tofana II Via Inglese con grande sicurezza e prudenza facendomi provare la più intima e completa soddisfazione. Questa salita (Via Inglese) venne fatta tanto da parte mia che della guida per la I volta”. L’itinerario citato dall'ingegnere sale in Tofana di Mezzo per la parete S.O.. Scoperto nel 1897 da John S. Phillimore e Arthur G. S. Raynor con le guide Antonio Dimai “Deo” e Giuseppe Colli “Paor”, fu ripetuto per la prima volta il 2 settembre dello stesso anno da Dimai col cliente Giorgio Lőwenbach. Nel 1898 alcune guide fissarono una fune metallica di 7-8 m di lunghezza (contestata da qualche alpinista) per superare il tratto più impegnativo, valutabile forse oltre il IV. L’itinerario fu molto noto nel periodo aureo dell'alpinismo, ma poi venne abbandonato; in quegli anni, la sua salita fruttava ad una guida 150 lire.
Il resoconto del primo anno d’attività di Siorpaes in Cortina italiana si conclude qui. Il 19/2/1923, la guida ottiene dalla Prefettura il visto per proseguire la professione. La riprende il 21 agosto, con gli studenti triestini Giuseppe Pezzo e Paolo Cleva che annotano telegraficamente sul libretto: “Serafino Siorpaes ci accompagnò alla Tofana di Rozzes essendoci ottima guida e compagno gradevolissimo. Si raccomanda a tutti caldamente”. Qualche giorno dopo tre clienti, uno dei quali socio del CAI di Padova, scesi dalla normale della Rozes, lasciano scritto “Saliti benissimo. Giornata splendida. Guida ottima (…). Partiti alle 5 ¼, alle 8 ¼ eravamo di ritorno, dopo fermata di ½ ora in vetta”. Risulta chiaro che la comodità della dimora estiva permetteva a Siorpaes di lavorare come guida in aggiunta alla conduzione del Rifugio. Partendo all’alba, all'ora di colazione poteva stare di nuovo dietro il bancone, con oltre un chilometro di dislivello nelle gambe100 cento lire in più in tasca e un altro attestato di soddisfazione sul libretto. A fine agosto, la guida sale in Tofana come un razzo: due ore e cinque minuti dal Rifugio al Rifugio. Per l’occasione, accompagna nella sua prima gita dolomitica il professor Federico De Gaetani che, soddisfatto della prestazione, lascia anche il suo indirizzo “Via Cassiodoro 19, Roma”. L’avvocato Attilio Del Monego di Bologna è l'ultimo cliente della stagione. L’11 settembre sale con Serafino la Rozes e ringrazia la guida, “provetta nell’espletamento della sua funzione“, per “l’ottima e amabile compagnia”. Da quando Cortina fa parte della Provincia di Belluno, il rilascio del visto annuale per l’esercizio della professione dipende dalla Sezione CAI, che inizialmente lo munisce solo del visto del Presidente Marchi, ma nel 1925 vi aggiungerà anche quello del Segretario Terschak.
Nel 1924 l’alpinismo dolomitico, dopo il forzato quinquennio di sosta, sta tornando velocemente in auge, ma pare che la guida non abbia lavoro. Solo Giuseppe Soave “fu Zenone di Vicenza” ricorre ai suoi servigi, per ripetere il 12 agosto la Via Inglese in Tofana di Mezzo e complimentarsi “per la perizia dimostrata”. L'anno dopo, l’orizzonte di Siorpaes pare ampliarsi. Il 21 luglio 1925 guida il torinese Alessandro Malvano “in una sola giornata” sulla Rozes e sulla Torre Grande d’Averau, una salita breve e piuttosto distante dal Rifugio. L’11 agosto, il bolzanino Luigi Rebora attesta di avere salito con Serafino la Via Nuvolau della Torre Grande, la Torre Inglese, la via normale della Croda da Lago con discesa per la Sinigaglia e il Becco di Mezzodì. La guida termina la stagione qualche giorno dopo, salendo di nuovo la Torre Grande.
Dopo il visto per il 1926, sottoscritto dal Presidente del CAI e dal referente delle Guide Alpine Degregorio, questi certificano che in maggio Siorpaes, già abbondantemente oltre la cinquantina, “ha frequentato il corso di prima assistenza infortuni in montagna”, antesignano delle odierne prove di soccorso alpino. Hermann Tihl, professore universitario di Praga, certifica in buon italiano di aver “fatto colla guida Siorpaes Serafino il 4 agosto 1926 l’ascensione del Nuvolau Alto e lo stesso giorno le Cinque Torri (Torre Grande per la Via Nuvolau), poi il 7 agosto il Monte Cristallo per la via comune da Tre Croci, in condizioni poco favorevoli (neve nuova).” Il professore afferma “di essere rimasto molto contento del suo servizio accurato. In speziale modo“ deve ” lodare la sua attenzione e la sua gentilezza”. Il libretto si avvia ormai alla conclusione. Il 21/7/1927, Serafino Siorpaes accompagna “con somma perizia” in Tofana di Mezzo quindici soci del CAI Bassano “battendo la via con i due soci sotto la sua diretta responsabilità dal titolare del libretto”: la dichiarazione è controfirmata dal Segretario sezionale.
Il 2 agosto, “Sarafin” sale ancora in Tofana di Mezzo con Duilio Roiatti di Udine, che sul libretto lascia scritto: “Le difficoltà sono state attenuate dalla grande conoscenza che la guida ha della montagna, conoscenza perfetta che accompagnata ad un istinto pronto dei pericoli rende facile ogni percorso difficile.” Il 4, Roiatti sale con la guida la via normale del Cristallo e conferma le sue “ottime qualità di arrampicatore, che sa adattare la sua esperienza e valentia alla portata di ogni alpinista, insegna e consiglia”. Secondo l'udinese, “queste sono buone lezioni per uno che si avventura per la prima volta sulla roccia”. Con l'ascensione del 4/8/1927 terminano le note ufficiali sull’ultimo libretto di legittimazione di “Sarafin de Valbona”. Serafino Siorpaes, classe 1870, autorizzato all'alba del secolo ad “esercitare il mestiere di guida alpina nei luoghi del Regno” e attivo sulle montagne per almeno un trentennio, fu un ampezzano modesto e tenace che, pur senza maturare exploit straordinari, contribuì a scrivere alcuni interessanti paragrafi della storia dell'alpinismo e del turismo nella conca d'Ampezzo.
 
(Relazione tenuta per l'Università degli Adulti Anziani Ampezzo-Oltrechiusa a San Vito di Cadore, il 22.12.2010)

22 dic 2010

Beco de ra Marogna in invernale


Dal Rifugio 5 Torri, 27/6/2009 (la via normale sale da destra)
Un limpido giorno di febbraio d’alcuni anni fa, salii con un paio d’amici sulla vetta del Beco de ra Marogna (Becco Muraglia, 2271 m), torrione roccioso secondario del gruppo del Nuvolau che s’intravede salendo lungo la strada del Passo Giau. Più che per l’alpinismo, il Becco interessa per la storia, giacché segnò per quattrocento anni un confine di stato, ed oggi marca il limite fra i pascoli sanvitesi del Giau e il territorio regoliero d’Ampezzo. In tempi antichi il picco non aveva un oronimo specifico. Il nome di Becco Muraglia gli fu affibbiato in epoca moderna, giacché la celebre Muraglia di Giau trova ai suoi piedi uno dei due capisaldi d’inizio. Non so chi sia salito per primo su quella puntina, dove la nostra guida Franz Dallago ha tracciato nel settembre 1972 una breve via di medie difficoltà, ed un quarto di secolo dopo è tornato ad apportarvi una variante. La breve "via normale" del Becco si risolve in una parete inclinata di roccia cosparsa di detrito, con difficoltà che si aggirano sul I per una cinquantina di metri di lunghezza. Vi sono salito diverse volte, per coronare la passeggiata in uno dei migliori boschi della nostra conca, il sottostante Forame. So di averne fatto una ripetizione invernale: non sarò stato il primo, ma l’inverno asciutto di quell’anno e la voglia di respirare un’aria diversa ci spinse a calcare quella cimetta, dove sono tornato diverse volte, perché il silenzio dei luoghi e la visuale che si gode dalla vetta sono un bene davvero prezioso.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...