10 apr 2014

Il crocifisso delle Ruoibes de Inze

Nel corso di uno studio sui crocifissi campestri della valle d'Ampezzo (al momento, non sono stati esaminati tutti, manca una parte di quelli che adornano le frazioni di Cortina e quelli - rustici, ma non sempre - che ci accolgono sulle nostre montagne), ho rivisto le immagini scattate una domenica di luglio, in una visita alla riserva ambientale del "Bosco de ra Ciòces", ai piedi della Croda d'Antruiles nel Gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo.
Ho provato così a raccogliere qualche notizia sulla croce che abbiamo fotografato alla base del Bosco. Si tratta di un piccolo crocifisso montato su una piastra metallica chiara e ricoperto da un tettuccio a capanna, affisso ad una grossa conifera nell'impluvio di Ra Ruoibes de Inze, lungo il sentiero che dalla Monte de Antruiles porta in alto, verso il Ciadin del Taé, il Taburlo, il Taé e il Col Bechéi. 
Nonostante abbia contattato persone competenti e che avevano presente il crocifisso, non sono riuscito a sapere chi possa aver collocato lassù quel segno di devozione, e quando lo abbia fatto.
Il crocifisso delle Ruoibes de Inze
(photo courtesy of idieffe)
Nell'ultimo venticinquennio ho percorso Ra Ruoibes de Inze un buon numero di volte, ma non mi sembra di avere mai fatto particolare attenzione a quella croce. Essa dovrebbe essere abbastanza recente, dato l'aspetto del manufatto; ai suoi piedi, a mo' di vaso da fiori, è stata appesa una bomba (ovviamente privata della spoletta e della polvere), secondo una pratica assai diffusa almeno mezzo secolo fa, che contemplava il riciclo di residuati bellici come contenitori di materiali vari, spesso fiori e piante.
In ogni caso, porto una grande simpatia a colui che, magari a ricordo di una persona cara o anche soltanto come ringraziamento a "Chi, finché gli piace, ci lascia camminare per le sue montagne" (la frase è del letterato Manara Valgimigli), ha arricchito Ra Ruoibes de Inze e il sentiero che le risale, tra le pendici del Col Bechéi a destra e quelle del Taburlo a sinistra, con un simbolo cristiano. 
Sotto il crocifisso, fresco o di plastica, vorrei che non mancasse mai almeno un fiore.

6 apr 2014

Passo Popena: dove non si passa più

Nel gruppo dolomitico del Cristallo c'è un passo dove oggi ... non si passa. 
E’ il Passo Popena, apertura tra la Croda de Poussa Marza e il Piz Popena, utilizzato in passato da guide e alpinisti perché consentiva di avvicinarsi alla Val Popena Alta e all’attacco del Piz direttamente dal versante ampezzano (incluso nel vecchio Tirolo) o eventualmente di traversare dal Passo Tre Croci a Carbonin.
In un’esplorazione precedente alla frana del 5/9/1997 che tanti danni fece nella zona, avevamo provato a scendere il largo – e a prima vista non tanto ostile – canalone detritico che cala verso il Ponte Rudavoi. 
Dopo pochi passi, però, ci parve igienico retrocedere, a causa del fondo durissimo e scivoloso della colata e di infidi lastroni cosparsi di ghiaino, inciampare sui quali si sarebbe rivelato sicuramente pericoloso. 
Il Passo Popena, in centro
(photo courtesy summitpost.org)
Assunte informazioni a Cortina, seppi che – fino agli anni ’60 del Novecento – quel Passo veniva valicato tranquillamente e senza eccessive difficoltà. La guida “Dolomiti Orientali” lo cita come transitabile, anche se ripido e non facile. 
Poco dopo il tentativo di discesa, il tenace amico che era stato con noi lo riprovò in salita, uscendo in Val Popena dopo notevoli sforzi e qualche passo d’arrampicata su roccette e ghiaia dura come il cemento, dove suppongo che avesse visto i “sorci verdi”. 
Anche lassù, come in altri angoli dolomitici, eseguire lavori di adeguamento alle esigenze escursionistiche non credo che sarebbe utile, poiché la zona è talmente soggetta all’erosione (vedi la frana del Rudavoi, che ha valicato la Strada 48 bis), che sarebbero tempo, energie e denaro sprecati. 
Del Passo Popena restano le testimonianze storiche di Orazio De Falkner, Wenzel Eckerth e altri che lo valicarono: oggi comunque lo si può ugualmente raggiungere dalla Val Popena Alta, ammirare il notevole panorama che si svela  da lassù, magari far merenda sugli spuntoni meno esposti del valico per evitare sgraditi scivoloni e concludere così una bella gita.

31 mar 2014

Il Sas da Pèra, Angelo Dibona, Pierosà ...

Una bella immagine, risalente forse agli anni Venti del '900, ritrae la guida Angelo Dibona sul Sas da Pèra, il roccione sotto il Pomagagnon che pare fosse la sua palestra preferita.
Oltre a confermarmi che anche nei tempi andati gli alpinisti si tenevano in forma salendo montagne in miniatura, magari vicine al fondovalle (Dibona abitava a Chiave, poco lontano dal Sas da Pèra), quest'antica “palestra” mi aveva incuriosito già molto prima di vedere la fotografia.
photo courtesy derstandard.at
Da giovanissimo ero stato in zona, ma il ricordo di quella prima esplorazione era ormai sbiadito. Così, vi siamo ritornati un giorno di settembre, salendo prima lungo l’ex skilift fin sul colle di Pierosà, ai piedi del quale raccomando il Bar omonimo dell'amico Paolo; è un grazioso "rifugio" a 15 minuti a piedi dal centro, il posto giusto per riposare, prendere il sole, ristorarsi con ottimi dolci, lasciare i bimbi a divertirsi nel parco giochi e soprattutto gustare un superbo panorama sulle montagne ampezzane.
Dal colle, il "Picheto" di quando eravamo ragazzi, traversando in alto sopra Staulin per tracce nel bosco e passando ai piedi del famoso Sas, chiudemmo la breve escursione pomeridiana a Col Tondo. Solo che ... il roccione dei tempi di Dibona non c'era più. Mi fu detto in seguito che era stato in parte sbancato anni prima, e usato per lavori all’Hotel Savoia. Quello che ne resta oggi, è soffocato da alberi, cespugli, erbe alte e la falesia a due passi dalle case non è più distinguibile.
La piccola zona prativa e boschiva fra Verocai e Chiave è comunque interessante da esplorare, perché il “Picheto”, sul quale in tanti muovemmo i primi passi con gli sci, è tornato quasi vergine. Basi e tralicci dei due impianti sono stati smantellati, e la natura si è ripresa ciò che aveva dato in prestito agli uomini. Anche la possibilità di vedere la palestra sulla quale il “Pilato” si sgranchiva in previsione delle sue imprese.
Verso il colle di Pierosà, 3/9/2003
(foto E.M.)
Domenica scorsa, passeggiando da quelle parti, ho elaborato un'idea forse stramba: sul colle di Pierosà, che considero una cima vera e propria (ha anche la sua quota, 1413 m) non starebbe male una piccola croce di vetta (il libro firme magari è troppo). 
Il "Picheto", che si raggiunge con una salita un po' ripida, ma breve e panoramica, potrebbe essere più frequentato - da Grava e Pierosà ho calcolato circa 130 m di dislivello -, e diventare l'Hüttenberg, o cima del rifugio, del Bar sottostante; ormai quasi ogni rifugio alpino ha la sua!

26 mar 2014

Un angolo della vecchia Cortina che non c'è più

Il più noto e frequentato belvedere sulla conca d'Ampezzo è senz'altro la “Galarìa de Pocòl”. Il nome dialettale indica il tunnel stradale di soli 20 m di lunghezza, scavato nella viva roccia del soprastante roccione di Crépa oltre un secolo fa, durante la costruzione dell'ultimo tratto della “Strada delle Dolomiti”, proveniente da Bolzano per Arabba e ufficialmente inaugurata l'11 settembre 1909. 
La galleria si trova ad una quota di 1400 m circa, a 4 chilometri dal centro del paese: poco più a valle, sulla destra, uno slargo protetto da una ringhiera offre una visuale decisamente suggestiva, soprattutto di notte o dopo una spolverata di neve, su tutta la valle ampezzana e le montagne che le fanno corona. 
Il punto panoramico è assai famoso, e attrae in modo particolare i motociclisti, soprattutto stranieri. Le possibilità di usufruirne in sicurezza però sono ridotte e, nella buona stagione, spesso tutte occupate; eventualmente, è meglio lasciare i veicoli un po' più avanti scendendo, nei pressi di un enorme macigno isolato che incombe sulla strada. 
La "Galarìa de Pocol", oggi (foto E.M.)
Non lontano dal macigno, sul limitare del bosco di Sote Crepa, quasi un secolo fa sorse il Ristorante Miravalle, una caratteristica osteria in muratura e legno. Costruito all'inizio degli anni '20 del Novecento, fra le due guerre mondiali il Miravalle fu gestito dalle sorelle Angela Teresa (Anjelina) e Rosa (Rosele) Colli, dette "ra Saèries" e figlie di quel Giacomo (1855-1918), che fu guida alpina dal 1889 e fino agli anni '10 custodì l'Ospizio Falzarego.
L'esercizio, abbastanza comodo da raggiungere a piedi dal paese e perciò obiettivo di belle passeggiate domenicali in un'epoca di traffico assai ridotto, nell'immediato secondo dopoguerra fu demolito, perché minacciato dall'instabilità del terreno sul quale era stato eretto. 
Scompariva così un angolo caratteristico della vecchia Cortina, che nessuno - salvo l'amico Luciano Cancider, nel suo bel volume “Cronache dalla valle d'Ampezzo”, edito nel 2012 dalle Regole - ha mai pensato di far rivivere.

22 mar 2014

Rauhkofel, una piacevole ascensione

Un dato che nella guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti non c'è, e magari può interessare bibliofili e curiosi, è quello della prima salita turistica del Rauhkofel-Monte Scabro (non Rauchkofel-Monte Fumo, come riportano alcune fonti), piccolo satellite del gruppo del Cristallo. 
L'erto dosso ricoperto di mughi, d'importanza soltanto escursionistica, s'impone sopra Carbonin con tre vette allineate, e da quel lato ostruisce la visuale verso le cime del Cristallo. Vi si può salire mediante un sentiero militare, non banale e in parte esposto, che circa trent'anni fa fu ripristinato col concorso della Fondazione Antonio Berti e battezzato “Standschützenweg”. 
La conquista della quota 2126 m, oggetto in guerra di ardite azioni, tra le quali risalta quella del 30/3/1916, spettò a Wenzel Eckerth. L'ingegnere boemo giunse in vetta per primo con la sua fidata guida Michele Innerkofler (che sicuramente aveva già esplorato tutte le cime per ragioni venatore), il 2/7/1883. La notizia è confermata nel volume che nel 1891 Eckerth dedicò al gruppo del Cristallo, ristampato in prima traduzione italiana dalla Cooperativa di Cortina nel 1989. 
Quota 2126 m del Rauhkofel 
da Carbonin, 16.3.2014
(foto idieffe)
Intorno alla scoscesa quota 2126 m ruota un interessante giro ad anello, che prevede la salita dal versante incombente su Carbonin e la discesa lungo la Val di San Sigismondo, regno di accanite cacce al camoscio della guida Innerkofler, che dal 1872 lavorò presso l'Hotel Ploner di Carbonin. 
Il sottoscritto la compì integralmente due volte, una delle quali in "beata solitudo". La sommità salita di solito è la prima, guardando dal fondovalle; una sporgenza rocciosa coperta di pascolo da camosci e di mughi, sulla quale - in un pomeriggio di metà settembre del 2000 - mi riuscì di schiacciare una delle più meritate, comode e saporite pennichelle di vetta che ricordi. 
Quella domenica, lassù, non c'era anima viva: unico compagno mi fu un tiepido sole, preludio del primo acquazzone d’autunno che poi mi seguì per tutta la discesa lungo la Val di San Sigismondo, quel giorno diventata quasi tetra.

20 mar 2014

Sulla Costa del Bartoldo, una cima interessante

In questi giorni, non sembra più incappucciata da tanta neve: ma chissà come sarà a nord, visto che proprio da lì deve passare (magari fra qualche mesetto) l'aspirante salitore! 
A me piace ammirarla da Cortina, e così voglio prendermi la soddisfazione di salirla virtualmente, ancora una volta. Ovviamente è una cima, ma quale?
Ventiquattro anni fa d'agosto, con alcuni amici che la conoscevano già, finalmente giunsi anch'io sulla Costa del Bartoldo, la sommità più nota del Pomagagnon. Mi piacque molto; quaranta giorni dopo vi tornai di nuovo e poi ancora, con una certa regolarità, fino al 1997.
Per otto anni, quindi, le mie estati furono cadenzate da almeno una visita alla cima dove - scriveva una dozzina di anni fa un amico giornalista giunto in vetta - “ci vanno in pochi, pochissimi, perché si fa fatica, non ci sono impianti a fune e neppure rifugi, non c’è proprio un sentiero e quella traccia non è segnata, niente cartelli.”
Tra i sassi, in un barattolo del caffè, oggi arrugginito ma forse ancora sufficiente alla bisogna, il 28/9/1996 posi un quadernetto che due estati fa era ancora presente e - ho saputo - sempre utilizzato.
Libro di vetta della Costa del Bartoldo
(photo courtesy F. Menardi, estate 2012)
La rustica croce di legno e lamiera che dal luglio 1950 sfidava bufere e nevicate, giusto mezzo secolo dopo fu spazzata via dal vento, e al suo posto ne sorse un'altra, robusta e splendente; passato però il lampo di celebrità dell'estate in cui fu celebrata con una festa la nuova posa, sulla Costa è calato di nuovo un silenzio discreto.
Io vi sono tornato ancora nel 2002 e nel 2005. La prima volta ero solo, e mentre riposavo sfogliai il quaderno lasciato lassù sei anni prima. C'erano 164 firme: quindi, fino ad allora, una trentina di persone l'anno aveva seguito le orme di Von Glanvell e compagni, scesi dalla cima centodue anni prima, dopo esservi arrivati traversando per cresta dalla Croda del Pomagagnon.
La Costa è meta di soddisfazione e non scontata, consigliabile all'escursionista curioso. Dalla cima il panorama è grande: tutta Cortina, stesa 1200 metri più in basso, e tante cime - quasi a giro d'orizzonte - che rinviano a mille ricordi e progetti.
Chiudo gli occhi e mi rivedo lassù con gli amici: come un tempo, ripercorro il rio asciutto che s’interna fra le rocce, il vallone di ghiaie e verdi dove saltava sempre il camoscio, il divertente lastrone inclinato e solcato da canali che porta in cresta, e gli ultimi, esposti passi verso la croce.
E il pensiero mi è dolce, in questo inizio di primavera.

18 mar 2014

Basta neve!

Brutto tempo, neve, macchina rotta,  impegni vari: sono quasi cinquanta giorni che non camminiamo, se non casa-ufficio, ufficio-casa e poco più. Urge una soluzione! 
Domenica 16 marzo: bella giornata, anche se si rivelerà un po' ventosa. Si parte: ma per dove? Sempre le stesse mete, ora basta! E allora? Val Fiscalina, Rifugio Fondovalle? Pochetto, più in macchina che a piedi, ma meglio di niente. 
Prima sorpresa: il parcheggio di Campo Fiscalino, seppur abbastanza grande, è strapieno, il semaforo d'entrata segna rosso e vi sono cinque automobili (di italici volponi) in vana attesa che qualcuno già se ne vada, alle 11 del mattino. Retro, e la lasciamo come i selvaggi, lungo la strada. 
Partenza. Fin dai primi passi la neve è fradicia, la strada è scivolosa, piena di gobbe, buche colme d'acqua, resti dei cavalli che trainano le slitte (ne incontreremo almeno cinque, in andata e in ritorno). 
Poi ci sorpassano anche due jeep che zigzagano sulla strada, fiancheggiata da muri di neve più alti di me: ma sono il Soccorso Alpino e la Finanza ... 
Sapremo il perché, una volta al Rifugio. Tra i tavoli esterni e quelli interni, ci saranno 500 persone: molti si sono ammassati qui per una gara di scialpinismo, che - ci è stato possibile capire - saliva al Rifugio Comici, passava al Locatelli, traversava (intorno?) al Sasso di Sesto e scendeva di nuovo fino qui. 
Per leggere, bisogna ... chinarsi!
(foto idieffe)
Un'ora e trentadue, dicono, per il vincitore (un vicino di tavolo dice: " in un'ora e trentadue me ne vado al mare a Jesolo, ma in macchina!" 
Comunque, al rifugio si respira la vera "solitudine alpina": è pieno quasi da scoppiare, c'è un cicaleccio assordante, bambini e fisarmoniche. 
Per fortuna, rimediamo due sedie a un tavolo già occupato da quattro locali; intorno a noi, le cameriere corrono come trottole, stracolme di piatti e bicchieri. Chapeau!
Riusciamo in ogni caso a mangiare, bene, come ogni volta. Dopo un'oretta, basta uno sguardo. Pago e via; di nuovo la strada piena di gobbe, buche colme d'acqua, resti dei cavalli che trainano le slitte, e adesso c'è anche il vento, sembra gennaio ... 
Proviamo a spostarci sul bordo della pista di fondo: la neve è un po' migliore, ma il guadagno non è granché. Una veloce sosta "tecnica" al bar di Campo Fiscalino e poi via, ... più veloci della luce... 
Escursioni invernali ne abbiamo fatte di migliori: però, volete mettere Croda dei Toni, Cima Una, Punta dei Tre Scarperi, Croda Rossa di Sesto, bianche contro il cielo azzurro, come il Fitz Roy che abbiamo visto in Patagonia? Pareva di toccarle con un dito! 
Infine, una chicca: la Val Fiscalina, come quella d'Ampezzo, è patrimonio dell'Unesco ma, a differenza di Cortina, te lo sa sbattere in faccia ad ogni piè sospinto, anche sui tovaglioli del Rifugio!

15 mar 2014

Punta Col de Varda: l'ultima salita di Piero Mazzorana

Il 4/9/1977 avevo appena finito il liceo. Con Enrico - diciassettenne ma già proiettato verso l'alpinismo di alto livello - ripetei  per la prima volta la via aperta l'1/9/1934 (N.B.: fra poco saranno 80 anni!) da Emilio Comici e Sandro del Torso sulla parete orientale della Punta Col de Varda, che guarda il Lago di Misurina. 
La via Comici è nota per un mix di fattori, che la rendono ancora oggi un itinerario amato e frequentato. In uno degli ultimi tiri di corda c'è un tratto aereo e difficile, che a me diede sempre una piccola emozione in più. 
Punta Col de Varda dal Rifugio omonimo
(foto E.M., 12.12.2010)
In un barattolo fra i sassi della vetta trovai un biglietto, che già allora lessi con l'interesse dello storico. Il biglietto testimoniava che, il giorno prima, era salito sulla Punta nientemeno che Piero Mazzorana, famosa guida auronzana e gestore fino a poco tempo prima del Rifugio Auronzo, ma soprattutto autore di circa sessanta vie nuove, perlopiù sui Cadini di Misurina, alcune delle quali avrei apprezzato negli anni a venire. 
Quel 3 settembre, Mazzorana aveva salito da solo la “Via Obliqua”, che incrocia la Comici, con la stessa passione che fin da ragazzo lo aveva visto esplorare i gruppi dei Brentoni, Cadini, Cristallo-Popena, Croda dei Toni, Popera, Sella, Tre Cime  ecc. 
Avere in mano quel pezzettino sgualcito di carta mi colpì, solo pensando che allora Mazzorana aveva già 67 anni e, nonostante tutto. la voglia di Dolomiti non lo aveva ancora abbandonato. 
Quando, nella primavera del 1980, seppi da mio padre - che lo conosceva - che era scomparso dopo breve malattia, mi dispiacque di non aver fotografato quella firma tremolante nascosta in mezzo ai sassi. 
Forse era l’ultima testimonianza alpinistica della guida Piero Mazzorana.

11 mar 2014

Il cordino blu di Forcella Bassa

Data l’ovvietà dell’oronimo, di “Forcella Bassa” nelle Dolomiti ce ne sarà sicuramente più di una. 
Quella che colpisce per la sua “inutilità geografica" separa le due cime del Pezovico, q. 1933 e q. 2014, sprofonda da entrambi i lati con forre scoscese e per nulla attraenti e non consente di scavalcare alcun versante. 
Luogo di un isolamento pressoché assoluto, divide il lato delle Pales de ra Pezories che domina la Val Granda da quello che incombe sulla Valle del Boite, all’altezza di Fiames. 
Vidi la forcella per la prima volta in una calda giornata di primavera, scendendo dal Pezovico sul quale Antonio ci aveva portato per la via normale, che inizia dall'ex ponte ferroviario sul Felizon. 
In forcella, annodato ad alcuni massi, troneggiava un lungo cordone blu, che sembrava nuovo di zecca. Ripassando in fretta le poche notizie sull'alpinismo che riguarda la dorsale delle sei cime delle Pezories, mi parve di poter arguire che fosse stato lasciato poco tempo prima dalla cordata Alfredo Pozza - Maria Petillo. 
Le due cime del Pezovico, divise
da Forcella Bassa (photo: courtesy idieffe, 5.9.13)
Il 23/2/1992, i due trevisani, infatti, avevano salito per primi la parete N del Pezovico, già tentata da Severino Casara e dagli “Scoiattoli” Menardi e Ghedina, tracciando una via dedicata all'ampezzana Luciana Joy Zardini. Ricordavo di aver letto sul giornale che, essendo in quei giorni le condizioni meteorologiche abbastanza sfavorevoli, il mancato rientro in serata degli scalatori aveva subito allertato il Soccorso Alpino. 
Forse la guida Pozza e la compagna Petillo non sapevano come fare per il ritorno; così - dopo 12 ore di scalata e un bivacco tra i mughi e i salti di roccia del Pezovico - la mattina del 24 febbraio decisero di calarsi in doppia verso N, nel precipite impluvio che confluisce in Val Granda. 
Per la prima calata, proprio in forcella, dovettero lasciare un cordino nuovo. Poi, per quindici mesi, di là certamente non passarono altri: alla fine di maggio dell'anno dopo, quando lo vedemmo, il cordino sparì senza indugio nei tasconi dello zaino di uno di noi...

7 mar 2014

La scalata della Frankfurter Würstl

Ispirato da una cartolina acquistata su un banchetto al Festival Montagnalibri di Trento, mi fa piacere ricordare un luogo (montano, ovviamente) che ebbi occasione di conoscere quasi trent'anni fa, nel giugno 1985, dopo aver salito con due amici la via Innerkofler-Biendl sullo spigolo NNO del Monte Paterno. 
Su quella cartolina, che a prima vista potrebbe risalire al 1910 ed è  colorata a mano, come era abitudine al tempo, si nota un alpinista che si sta calando dalla Frankfurter Würstl, Salsiccia di Francoforte, sullo sfondo della Torre di Toblin.
La montagna col nome "gastronomico" è un piccolo campanile abbastanza aguzzo, che sorge lungo la cresta del Paterno a breve distanza dal Drezinnenhűtte, oggi Rifugio Antonio Locatelli-Sepp Innerkofler di fronte alle Tre Cime. 
Alla fine del XIX secolo il campaniletto, alto solo una ventina di metri e poco significativo dal punto di vista alpinistico, anche se non è proprio banale da salire, era un obiettivo rinomato nell'ambiente locale. 
Le guide ampezzane e pusteresi erano solite condurvi i clienti, prima di salire qualche itinerario impegnativo sulle vicine cime di Lavaredo, per appurare che l'indomani riuscissero a far superare loro certe difficoltà, e non avessero invece a che fare con intrattabili zavorre. 
Sulla Salsiccia, dove ricordo che c'era posto solo per due persone e un chiodo di calata, ho messo i piedi due volte; ma all'epoca non avevamo l'abitudine di scattare fotografie, e così oggi me ne manca la testimonianza. 
Quando ho visto quella cartolina a Trento l'ho acquistata d'impulso, insieme con alcune altre, ricordando così due giornate ormai lontane, nelle quali provai la sensazione di condividere quel pilastrino roccioso con qualche pioniere delle Dolomiti.

3 mar 2014

Tre salite della via "Armida" in Cinque Torri

Alla fine di luglio del 1942 giunsero al Rifugio Cinque Torri, con l’intenzione di passarvi un fine settimana rivelatosi poi molto produttivo, due “Ragni” di Pieve di Cadore: il ventiduenne Roger Petrucci Smith e l'amico Italo Da Col. 
Il 31 luglio i giovani scoprirono una nuova linea di salita sulla inaccessa parete ONO della Cima Ovest della Torre Grande d'Averau, superandola nel settore che si eleva a sinistra del diedro della via “Olga”, già salito nel 1929 e divenuto un percorso classico.
Il nuovo tracciato fu dedicato alla giovane Armida (Ermida all’anagrafe, classe 1914 e ancora vivente), figlia di Annamaria Apollonio in Zardini, che a quel tempo gestiva con energia sia il sottostante rifugio che la Capanna Gino Ravà lungo la strada del Passo Giau, oggi non più esistente. 
La via dei "Ragni" si sviluppa per oltre cento metri, dei quali una settantina più impegnativi, in parte su roccia insicura e con difficoltà che toccano il VI-. Venticinque anni più tardi (agosto 1967), fu rettificata nel tratto finale dai due "Scoiattoli" Franz Dallago Naza e Raffaele Zardini Laresc, nipote di Armida, con una breve variante su roccia più solida, che è quella seguita comunemente ancora oggi. 
photo: F. Burattini, 
courtesy digilander.libero.it
Chi scrive ricorda di avere salito almeno tre volte la via “Armida”, che gli riuscì sempre più dura di quanto pareva osservandola dalla base, e ne ebbe una certa soddisfazione. 
Forse quel percorso sulle amate Cinque Torri, surclassato da altri itinerari più divertenti e soddisfacenti, non entrerà mai fra le vie classiche dolomitiche; ma il liscio ed esposto passaggio d'uscita della variante, che allora si dribblava attaccandoci una staffa ma ci pareva ugualmente piuttosto difficile, era una "chicca" che valeva l’intera arrampicata.

1 mar 2014

Popéna Basso, via "Scoiattoli" sotto la neve

Un 2 novembre, sotto una precoce e fitta nevicata, feci da spettatore a una ripetizione della via "Scoiattoli" sul Popéna Basso, il cimotto coperto di mughi che domina il Lago di Misurina con  una larga parete grigia e gialla, alta fino a duecento metri e solcata da una ragnatela di vie. La guida "Berti" classifica di sesto grado la via, aperta da "Boni" Alverà e "Nano" Apollonio il 29 giugno 1942, e dice che per superarla servirono 22 chiodi e sei ore di scalata. L’itinerario, pur se piuttosto breve, fu il primo dei tanti "sesti" realizzati dal gruppo di giovani di Cortina. 
I secondi salitori  della "Scoiattoli" furono Francesco Corte Colò "Mazzetta" e Valerio Quinz (13 settembre 1949), e il primo solitario (estate 1952) fu Alziro Molin. 
Popéna Basso, parete est 
(foto E.M., 21.9.2008)
I protagonisti della salita del 2 novembre erano due amici di qualche anno più giovani di me: Enrico, entrato poco dopo negli Scoiattoli e poi nelle guide, e Stefano, non ancora sedicenne, anche lui passato per gli Scoiattoli e divenuto guida qualche anno più tardi. La via non era certo alla mia portata, per cui sfruttai parte della giornata salendo la prima lunghezza della vicina “Mazzorana-Adler”, aperta dalla nota guida di Misurina col cliente Adler nel 1936. Costretto a scendere per il maltempo, riuscii a completarla nella splendida giornata del 3 novembre di cinque anni dopo, con Carlo; data la piacevolezza dell'itinerario, vi tornai poi altre volte. 
Una domenica di settembre  di pochi anni fa proposi a Iside di tornare, stavolta a piedi, sull'erbosa cima del Popéna Basso. Rividi così, con piacere e ovviamente un po' di nostalgia, quei diedri e quelle pareti che serbano alcuni ricordi della mia piccola carriera di alpinista, che non si espresse male su difficoltà abbordabili ma oltre, saggiamente, si arrestò. 
In futuro mi piacerebbe calcare ancora la sommità di quella cupola che guarda Misurina: salire per il silenzioso sentiero militare, ignorato dai gitanti perché non segnalato, che zigzaga nel bosco tra mughi e ghiaie fino alla piatta cima, e da lassù perdermi fra forcelle, valli, vette e vie note e sconosciute: sarebbe un altro bel bagno nei ricordi.

19 feb 2014

Monte Nero di Braies, una vetta dimenticata

Il Monte Nero di Braies (Schwarzberg, 2147 m) è l´ultimo rilievo roccioso e barancioso proteso dalla dorsale dei Colli Alti in direzione del Lago di Braies. 
Scarsamente frequentata, anche per la mancanza di una traccia definita nell'ultimo tratto, la vetta offre però un grande panorama: Sasso del Signore, Monte Alpe del Camoscio, grande e piccola Croda del Béco, Cima Cadin di Sennes, Col del Ricegon, Punte Riodalato, Monte Punta, Cima dei Colli Alti e Monte Muro, Piz da Peres, Punta delle Tre Dita... 
Tanti anni fa avevo letto la stringata citazione della salita sulla guida "Dolomiti Orientali" di Berti; non le diedi però mai importanza, vista la bassa quota, che diceva poco, e la presenza di mughi su ogni versante, che lasciava presagire soltanto grandi sudate.
L'idea di andare a curiosare lassù venne dall'amico Marino Dall'Oglio il quale, dopo averla salita con una delle sue guide nei primi anni 2000, una sera a cena mi raccontò che - in più di un sessantennio di alpinismo - il Monte Nero era l'ultima cima intorno a Braies che ancora gli mancava.
Incuriosito, pochi giorni dopo andai a salirla, tornandovi poi altre due volte, anche con una gita sociale del Cai Cortina, che fu molto apprezzata. La prima visita, con Iside domenica 4 agosto 2002, mi lasciò la deliziosa sensazione di un viaggio a ritroso nel tempo fino all'epoca dei pionieri, che a Braies si chiamavano principalmente Josef Appenbichler, Anton Müller, Viktor von Glanvell, Karl von Saar, Karl Domenigg. 
Proprio da cime come quella, che si sale dal Lago di Braies alzandosi dapprima nel bosco, poi sui pascoli, tra alberi e mughi e infine lungo un instabile, esposto costone di rocce e detriti che porta all'inclinata parete finale, penso che gli alpinisti dell'800 scrutassero le loro future conquiste nella zona. 
I pionieri, magari accompagnati da valligiani esperti o dalle prime guide, certamente salivano prima sulle sommità più semplici e vi si fermavano a lungo, per osservare nei dettagli anfratti, cenge e pareti e scoprire gli accessi più logici e praticabili alle vette circostanti ancora inscalate. 
L'altissima parete N della Croda del Béco che fa da sfondo al Lago di Braies, fu salita da Von Glanvell il 4/8/1892, 110 anni esatti prima che io mi sorprendessi ad ammirarla dal Monte Nero. 
Il Monte Nero di Braies, dalla Sella di Val Foresta
(foto E.M., 28/9/2003)
La storia non lo dice, ma magari il carinziano, per rendersi conto della complessità del versante che voleva affrontare, potrebbe aver raggiunto proprio il dirimpettaio, strategico Monte Nero: magari in un pomeriggio di tempo incerto, col fido "Seppele" Appenbichler che lo aveva instradato, appena quindicenne, sulla via della Montagna. 
Dal Monte Nero oggi la visuale resta immutata, ma credo che scoperte pionieristiche ne siano rimaste ben poche. La piccola croce consumata dagli anni che adorna la sommità di quella vetta dimenticata, attende sempre paziente chi scelga di indirizzarsi con gambe e cuore ad un monte  solitario, umile ma suggestivo e inserito in una splendida arena dolomitica.

13 feb 2014

Fuoripista in Val Orita

Tre anni fa, su questo blog dubitavo che nel futuro - visti i manti nevosi spesso risicati e le temperature sovente ballerine rispetto alle stagioni che, in fin dei conti, caratterizzano da anni le Alpi, specie in primavera - gli appassionati di scialpinismo potessero ancora percorrere sci ai piedi la Val Orita. 
Guardandola oggi, non so se, date le ciclopiche precipitazioni che in questo periodo ci tengono in ostaggio, devo ricredermi e auspicare che la discesa per la valle - un luogo citato già da Paul Grohmann e utilizzato nel 1879 da Arcangelo Dimai Déo col suo cliente Bencke per traversare la Punta Nera, della quale avevano fatto la seconda salita – possa tornare a essere, sempre e soltanto con neve assestata e sicura, una sci alpinistica fattibile e ricercata.
La valle di detriti e mughi con lo strambo nome di Orita (Grohmann supponeva che la forma originaria di Falòria, anch'esso di significato non evidente, fosse '*Val Òria', e il nome Orita fosse legato a quest'ultima. Il confronto però, secondo Lorenza Russo, non ha elementi sufficienti su cui fondarsi, cosicché il nome rimane oscuro) inizia alla base della Croda Rota, appendice della Punta Nera. Aggirato lo zoccolo della Croda, scende quasi in picchiata verso la valle del Boite, terminando dopo circa 1200 m alle spalle di Acquabona, ultima frazione di Cortina verso S. 
Quando non esisteva ancora il concetto di “sci ripido” o “free ride”, la discesa per Val Orita, dai Tondi di Faloria ad Acquabona (o anche prima, a Fraina) era un vero e proprio "fuoripista", divertente, di medio impegno, in una zona solitaria e panoramica. 
Chi scese la valle d'inverno fino agli anni ’70, me lo ha confermando, sottolineando, fra l'altro,il ricordo di comici capitomboli tra i noti, tenaci mughi che emergevano dalla neve, spesso alti quanto un uomo! 
Comunque, passando all'estate, la Val Orita è poco battuta in salita e un po' di più in discesa (così al sottoscritto è piaciuta diverse volte). Vi passa il sentiero 214, che per un paio d'ore attraversa un ambiente aspro, caldo e asciutto, lasciando spesso intravvedere camosci, offrendo scorci inediti e garantendo il silenzio. 
Val Orita dai boschi di Federa,
ottobre 2007
A parte, dunque, quest'inverno che immagino ci lascerà una lunga primavera, sicuramente adatta per galoppate come quella (ipotesi da cogliere al volo!), l'antico fuoripista dai Tondi di Faloria a Acquabona è rimasto un bel ricordo per chi lo effettuò, e magari un progetto mancato per chi racimola discese in ogni canale nevoso. 
Credo che in quel bell'angolino della valle d'Ampezzo, un po' per l'abbandono e un po' per i metri di neve che lo ricoprono, anche quest'anno 'San da Ran e Dona Dindia, il Dio Silvano, la pittrice del Faloria, gli elfi che ancora riescono a vivere tra l'erba del misterioso prato di Ranpogniei e gli animali della zona potranno starsene tranquilli e indisturbati.

6 feb 2014

Il piccolo "giallo" del Rauchkofel

Nel libro “Wanderungen in den Dolomiten”  del barone Theodor von Wundt, tradotto in italiano come “Sulle Dolomiti d’Ampezzo. 1887-1893” e pubblicato nel 1996 dalla Cooperativa di Cortina, c'è un capitolo dedicato al Rauchkofel (Monte Fumo), cima del gruppo del Cristallo salita, ufficialmente per la prima volta, dall'ingegnere Wenzel Eckerth con la guida Michl Innerkofler il 2/7/1883, e che fu fortificata ed aspramente contesa tra italiani e austriaci nella guerra 1915/1918.
Nel testo compare la famosa fotografia di uno strapiombo roccioso alto almeno venti metri, dal quale sta scendendo una persona a corda doppia. A destra in basso, un'altra persona la osserva. 
Questa immagine, datata 1893, è oggetto di un "qui pro quo" che si trascina da 120 anni.  Alcuni scrittori che non lessero, o forse non capirono l'originale tedesco, infatti, riconobbero nella persona a destra la  guida di Cortina Mansueto Barbaria Zuprian. L'uomo che scende lungo la corda fu invece identificato in Santo Siorpaes da Sorabances, protagonista della scoperta dolomitica fra il settimo e il nono decennio del 19° secolo. 
L'immagine di Theodor Wundt
Wundt però non parlò mai di Santo, ma di “Santobua”. Credo che “Bua/Pua”, fra l'altro soprannome di una famiglia ampezzana  oggi estinta, sia solo la storpiatura tirolese del tedesco “Bube”, “ragazzo, moccioso”. Nel testo, la traduttrice lo ha interpretato, con buona approssimazione, come “il giovane Santo”. Al tempo dell'immagine, ripresa durante la traversata da Schluderbach alla Valfonda attraverso il Rauchkofel (v. “Dolomiti Orientali Volume I Parte 1^” di Antonio Berti, 1971, pagina 542), Santo Siorpaes aveva 61 anni e si era ormai ritirato dall'alpinismo attivo. Per questa ragione, il "giovane Santo" potrebbe essere stato più ragionevolmente uno dei suoi figli, Pietro "Piero" o Giovanni Cesare "Jan", già affermati come guide anche se avevano soltanto 25 e 24 anni. 
Lungi da me voler sottrarre al mitico "Salvador" l'onore di un’eventuale impresa tardiva, che andrebbe a far cumulo con tutte quelle realizzate nel suo ventennio migliore. Rilevo però come spesso, nelle ricerche storiche, un solo termine equivocato possa stravolgere fatti che a chi studia (in questo caso l'andar per crode), interessano da vicino. 
In 120 anni la traversata del Rauchkofel non ha visto di sicuro molti ripetitori, pur svolgendosi in un contesto di grande fascino. Non attrasse nemmeno noi, che pure il Berti lo avevamo sfogliato meticolosamente e avremmo potuto trovarci uno stimolo per fare qualcosa di nuovo.  Eckerth l'aveva descritta nel 1891 nel suo lavoro su “Il Gruppo del Monte Cristallo": von Wundt raccolse la sfida e due anni dopo la portò a termine con successo.
Uno dei suoi due compagni in  quell'avventura, però, non era quello che, fraintendendo l'ostico dialetto "Puschtra" dei nostri vicini, la storia ha sempre creduto.

2 feb 2014

Curiosità di Cortina: "el bràzo del pùlpito"

Questa volta propongo ai lettori una curiosità di carattere storico-ecclesiastico più che alpinistico, comunque legata alla montagna, visto che riguarda sempre la valle d'Ampezzo. 
Nell'ultimo sessantennio, la nostra Basilica Minore dei Santi Filippo e Giacomo ha accumulato una vasta bibliografia: sono almeno una decina, infatti, le pubblicazioni su di essa, di cui la più recente è "Pietre vive", opera del 2011 di sei autori locali ristampata per la seconda volta nello scorso autunno. 
Tutti i testi si diffondono sui pregi storici, architettonici e artistici del settecentesco edificio di culto, ma - salvo errori - nessuno cita, nemmeno di striscio, l'elemento noto agli ampezzani come “el bràzo del pùlpito”. 
Dal “pùlpito”, ossia il palco ricoperto da un piccolo tetto e situato nella parte sinistra della Basilica, sopra il portone che vi accede dal corso principale - sul quale parlava il predicatore in tempi lontani - sporge un braccio ligneo, vecchio di almeno 180 anni, che regge un crocifisso. 
Rimesso al suo posto qualche anno fa, dopo essere stato rinforzato per scongiurarne il crollo, è noto agli ampezzani come “el bràzo del pùlpito”, e stranamente non si trova citato in testi di storia o storia dell'arte, ma ... in un vocabolario! 
"El bràzo del pùlpito"
"Cortina d'Ampezzo nella sua parlata. Vocabolario ampezzano con una raccolta di proverbi e detti dialettali usati nella valle", edito nel 1929 dal medico Angelo Majoni, nella sezione “Raccolta di proverbi e modi di dire ampezzani”, paragrafo “Lavoro, riposo”, riporta infatti un detto: 'Crédesto ch'ebe 'l brazo del pulpito?', 'Credi che abbia il braccio del pulpito?', che forse da piccolo udii in famiglia anch'io. 
Majoni spiegava il detto con queste parole: '... sul pulpito della parrocchia c'è un braccio di legno, che da oltre 100 anni tiene in mano un crocifisso; il significato dunque è: pretendi un po' troppo.' 
Il braccio col crocifisso quindi, pur privo di particolari pregi architettonici o artistici, fu così importante per la gente di Cortina da generare persino un detto. In considerazione del suo valore storico e devozionale,  merita uno sguardo da chi entri in Basilica e si soffermi, con occhio appena un po' curioso, sulle peculiarità dell'edificio.

27 gen 2014

Jora: prima il dovere, poi il (grande) piacere!

Prima che questo robusto inverno porti altra neve (ma solo al di qua del Passo Cimabanche, visto che in Val Badia, Val Gardena e in Pusteria finora i fiocchi non sono abbondati), siamo tornati in un rifugio scoperto solo l'anno scorso, dove il fine è senz'altro l'escursione a piedi, ma essa non può essere disunita dalla tentazione di proposte gastronomiche di lusso, quanto a qualità e presentazione.
Circa a metà fra la strada San Candido-Sesto e il Rifugio Gigante Baranci, al quale ogni inverno indirizziamo un paio di visite ma che di recente abbiamo un po' "tradito", c'è un altro rifugio, o forse un elegante ristorantino d'alta quota, che un impianto unisce al soprastante Rifugio Gigante Baranci, facendone un luogo  frequentato perlopiù con gli sci ai piedi, ma aperto anche ai pedoni: lo Jora, quotato "soltanto" 1317 m. 
Per raggiungerlo d'inverno senza sci o ciaspe, bisogna seguire l'accesso al Rifugio Gigante Baranci, che passa dagli inquietanti Bagni di San Candido e dalla cappella di San Salvatore ai Bagni, oggi ripristinata e suggestiva per il suo isolamento in mezzo ai boschi. 
Poco oltre la cappella, dove la strada forestale s'impenna verso i Prati della Ferrara, un bivio a destra immette in un'altra forestale, che passa per un ampio recinto con le sorgenti d'acqua del Comune di San Candido, piega nel bosco a destra e con un lungo traverso quasi in piano, dopo un'oretta dalla partenza, termina presso il rifugio.
Durante l'avvicinamento, purtroppo, il panorama è molto scarso, ma la strada sulla quale si procede è piacevole, anche se domenica - per i nostri canoni - era alquanto affollata. Al Rifugio, visibile fin dalla piazza centrale di San Candido, d'estate si salirebbe più brevemente dal paese per un'altra ripida sterrata. 
Rifugio Jora, 15/12/2013
(photo: courtesy of idieffe)

Giuntì lassù, al "dovere" della camminata, subentra poi il "piacere", ormai noto, del pranzo: una lista di pietanze con proposte degne di autentici gourmet. E, con questo, non ce ne vogliano gli altri rifugi e malghe della zona dove siamo stati, e dove torneremo. 
Lo Jora, più ristorante che rifugio alpino ma che in ogni caso richiede almeno 60 minuti per essere raggiunto a piedi, è una meta deliziosa. Se poi, oltre al canonico tè caldo, ci si lascia coinvolgere da qualche sfiziosa proposta dello chef Markus, l'escursione è davvero completa: e ... Trip Advisor ringrazia!

23 gen 2014

Casera Campestrin, oltre trent'anni fa

Lasciatemi indulgere per l'ennesima volta (ma ramecrodes si alimenta anche di questo), a un piacevole ricordo, che voglio condividere con voi.
Di recente l'amico Roberto mi ha donato due diapositive passate in digitale, di una giornata in montagna di cui ricordo ancora un flash, ma che è ormai impallidita nel tempo: la traversata dal Passo Cibiana a Ospitale di Cadore attraverso il gruppo del Bosconero (Forcella Bella dei Sfornioi, Bivacco Casera Campestrin, Casera Valbona).  Due considerazioni: 
- mentre a Forcella Bella dei Sfornioi e a Casera Valbona sono passato altre volte, anche in anni non lontani, al Bivacco Casera Campestrin, di cui nel 2013 ricorreva il 50° dall'apertura, non ho avuto altre occasioni di salire, quindi la diapositiva è un "unicum"; 
- nell'immagine, datata 11 ottobre 1981 (son già trentadue anni ..., eravamo in gita sociale con altri soci del Cai di Cortina, del quale ero consigliere da pochi mesi) rivedo me, mio fratello, amici e conoscenti. Alcuni di loro sono scomparsi, in Montagna e non, altri non li ho più rivisti e non ne ricordo neppure il nome, altri ancora sono rimasti a Cortina e ci si ritrova, anche abbastanza spesso. 
E io dov'ero? Davanti, a sinistra:  giovane studente di Giurisprudenza, allampanato, con addosso cinquanta libbre in meno, capelli lunghi, un maglione grigio non certo di marca, e l'aria beata di chi sa che, il giorno prima, ha salito per la prima volta una bella via, il diedro Mazzorana sul Popena Basso. 
Ah, che tempi!

20 gen 2014

Un'ascensione lunga cinque minuti: il Col Jarinei

Un sabato d'ottobre ormai lontano passavamo da quelle parti, quando la curiosità ci spinse a deviare dal sentiero Cai 457 per avvicinarci a un luogo che non conoscevamo, e trovammo delizioso: la massima elevazione della cresta del Col Jarinei, che inizia a Forcella Sonforcia (più esattamente "Forcella Sonforcia de Col Jarinei" per distinguerla dall'omonima sul Cristallo) e si sviluppa verso N, dominando i pascoli che scendono verso Federa. 
La “cima” (null'altro che alcuni affioramenti rocciosi coperti di vegetazione) ha la sua quota altimetrica 2102 m, e si raggiunge in cinque minuti, superando la bellezza di 33 m di dislivello dalla citata forcella, sul crinale proteso dalla Rocheta de Prendera a N, fra la testata della Val Federa e quella della Val d’Ortié. 
A due passi dalla cima
photo: courtesy of idieffe
Una buona traccia di passaggio, certamente ascrivibile al bestiame che pascola a Federa, convalidata da un grande bollo di vernice rossa su un masso, accompagna sul culmine della cresta, che sarebbe curioso seguire in discesa, finché si esaurisce sui pascoli più bassi. 
La zona, usata da tempi antichi per l'alpeggio e la caccia, è ideale per una camminata in solitudine (quel giorno noi incrociammo ben due persone, che con noi tre "facevano le dita di una mano"): complice anche l'autunno, vi ricordo un’atmosfera malinconica e molto rilassante. 
Non riuscimmo a scorgere  le famose “jarines” (pernici di monte) che hanno dato il nome alla cresta, e fu un peccato: in compenso Iside, Lorenza e io assaporammo la tranquillità di un angolo fra i meno consumati della valle d’Ampezzo, che si spera possa restare così com'è, ancora a lungo.

15 gen 2014

Lainòres, montagna verde

L'ampia cupola pascoliva e striata da barre rocciose delle Lainòres sovrasta a S i grandi alpeggi di Fodara Vedla (in ampezzano Rudo de Sote) e Sennes (Rudo de Sora), cuore degli Altipiani Ampezzani nel gruppo della Croda Rossa. 
La cima, su cui giunge un sentiero che si diparte dalla carrareccia militare tra Ra Stua e Fodara, offre un panorama meritoriamente rinomato sugli Altipiani e sul crinale che li delimita, dalla Croda del Béco alla Croda Rossa d'Ampezzo, che qui espone i suoi valloni occidentali. 
Per l'ascensione, praticabile da più versanti e da parte di ogni buon camminatore, la naturalità della vetta e delle sue pendici e l'ampiezza degli orizzonti, le Lainòres sono apprezzate come meta escursionistica e scialpinistica; d'inverno furono salite dal pioniere Federico Terschak già nel 1910 .
Autunno verso le Lainòres
(photo: courtesy of idieffe)
Il nome, caratteristico perché declinato al plurale, significa “piccole slavine” e si riferisce ai valangosi pendii a S: in Marebbe, invece, la cima viene chiamata “Sas dla Para”, in relazione alle ripide pale erbose che la distinguono. 
Come la maggior parte delle cime del sottogruppo ampezzano della Croda Rossa, anche quella delle Lainòres mi è nota e cara.
Dal 20 luglio 1969, giorno in cui l'uomo metteva piede sulla Luna e io, poco meno che undicenne, giungevo con papà e mamma lassù - alzando con stupore un paio di pernici bianche -, vi sono tornato almeno dieci volte, fino ad un'estate non lontana.
Scelsi proprio quella cupola silenziosa per festeggiare in anticipo con gli amici Claudio, Mauro e Sisto il mio trentesimo compleanno, nella limpida giornata del 23 ottobre 1988. 
Non avrei potuto solennizzare in modo migliore l'anniversario, se non su una delle crode “facili” più interessanti delle Dolomiti Ampezzane.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...