28 feb 2018

Torre Wundt, via Mazzorana: 80 candeline!

La ricorrenza avrà rilievo solo per i fans di storia dell'alpinismo, ma il ricordo delle avventure vissute su quella torre è vivo, e va sfogato. Da poco ho acquisito una foto di Piero Mazzorana che risale agli ultimi anni '60, quando la guida gestiva magistralmente il rifugio Auronzo alle Tre Cime. Per l'occasione, mi è venuto in mente che in settembre saranno ottant'anni dalla salita di una delle vie Mazzorana più note: quella sulla fessura sud-est della Torre Wundt, torrione dei Cadini in vista già da Misurina, che la guida percorse col cliente-amico Sandro Del Torso il 7 settembre 1938.
Mazzorana, il "Re" dei Cadini di Misurina
("Le Tre Cime di Lavaredo 1869-1969" di A. Sanmarchi)
Piero, venuto da ragazzo da Longarone ad Auronzo con i familiari, aveva ventotto anni ed era guida dal 1936: la fessura sulla Torre Wundt fu una delle sue 54 vie nuove (secondo Casara; qualcuna in più, tenuto conto delle varianti), scoperte in vent'anni dai Brentoni ai Cadini, dal Cristallo alla Croda dei Toni, dal Sella alle Tre Cime. Passato nel dopoguerra al rifugio Bruno Caldart a Forcella Longères (denominato Auronzo nel 1957, dopo la ricostruzione), lo gestì fino alla pensione. Ritiratosi a Merano, vi morì nell'aprile 1980.
Mi sono preso la briga di raccogliere i principali dati storici della via Mazzorana (200 m, AD+), in un elenco che propongo di seguito. 7.9.38: prima salita; 14.8.42, seconda con variante: Mario Pavesi - Cesare Carreri, Mantova; 25.7.54, altra variante: Bruno Crepaz - Piero Zaccaria, Trieste; 13.3.56, prima invernale: Bruno Baldi - Fabio Pacherini, Trieste; 10.8.72, terza variante: Diego Zandanel - guida, Cortina e Giuseppe Buleghin; 12.8.81, prima delle salite di chi scrive, con Mario Sanvito, Bologna; luglio '86, chiodatura di alcune soste e della via di discesa: Florian Pörnbacher, figlio del gestore del rifugio Fonda Savio e oggi suo successore.
Sulla fessura, che inizia a dieci minuti dal rifugio stesso, ogni estate si accalcano molte cordate, spinte da vari pregi: la brevità e comodità della via, la roccia solida, le difficoltà classiche, lo scenario che schiude la cima, l'accoglienza del Fonda Savio. A tutte le cordate rivolgo un pensiero, e l'auspicio che la Wundt, in tempi di sfide e "primati" sempre più estremizzati, dia ancora la soddisfazione semplice e pura che ha dato a me in 19 salite. Non dimenticando che - nel varcare la soglia del rifugio per il dovuto ristoro - Hans e famiglia mi accoglievano, con la loro cadenza pusterese, così: “Sei venuto su per la tua Torre?

20 feb 2018

Una cima dimenticata "alla fine del mondo", ma splendida!

Tita Valiér sull'Antelao con clienti, 
anni '30 (raccolta E.M.) 

Un giorno giunsi con un amico su una cima che giudicammo “alla fine del mondo”: Cima Scotèr (2800 m), nella porzione sanvitese del gruppo delle Marmarole, visibile già dalla piazza centrale del paese cadorino ma inspiegabilmente dimenticata. 
La notavo da decenni e mai avrei pensato di salirla, fin quando ne ebbi lo spunto dal libro “Antelao Sorapiss Marmarole”, in cui Luca Visentini così la descriveva: “È cima tra le più belle di questa regione. Irragionevolmente dimenticata e trascurata. Notata, indicata sulle carte, ma sprofondata nel segreto di quei pochi - 10 salite dal 1940 al 1985! - che hanno potuto ammirare, calcando la sua vetta, l’immagine più diretta ed ideale dell’Antelao.” 
Arrivammo lassù a metà agosto: sfogliando lo sgualcito  libro di vetta notammo che in quella stagione eravamo solo i secondi. Ignoro quanti ne siano seguiti negli anni a venire, ma credo non siano moltissimi a visitare una cima tanto arcana quanto stuzzicante, distanziata dal rovinoso Passo del Camoscio da meno di un'ora di cenge e paretine mai troppo difficili, ma friabili e esposte. 
Secondo le cronache, i primi a salire la Scotèr furono tre tedeschi, i coniugi Otto ed Ernestine Lecher con C. Reissig e quattro guide di Cortina, Giovanni Barbaria Zuchìn, Arcangelo Dibona Bonèl, Pietro Dimai Deo e Arcangelo Siorpaes de Valbòna: data della salita, 25 agosto 1900. 
Una curiosità: mentre raccoglievo notizie e immagini per il volume in onore del 150° della conquista del Pelmo, grazie alla cortesia del figlio Giovanni mi fu possibile consultare due libretti di una brava guida alpina sanvitese, Battista Del Favero "Tita Valiér" (1878-1952, attivo dal 1910 al 1937).
In essi erano attestate quattro ascensioni sulla vicina, più alta e più nota Cima Bel Pra; stranamente invece, in un trentennio di carriera il “Valiér” non salì mai con clienti la Scotèr, che domina anch'essa il suo paese con una sagoma massiccia e tutto sommato invitante. 
Nell'agosto 1997 partii con tre amici per salirla di nuovo. Sotto il Passo del Camoscio, l'incontro ravvicinato dell'unica ragazza del gruppo con alcuni sassi smossi da incauti turisti che ci precedevano, annullò purtroppo la gita. Ancora adesso, osservando la cima al tramonto o dopo un temporale o nelle migliori giornate d'inverno, mi dico: sarà pure dimenticata "alla fine del mondo", ma la Cima Scotèr è proprio una bella montagna!

16 feb 2018

"Zu Gast in Schluderbach", nuovo libro di montagna dello storico pusterese Wolfgang Strobl

Wolfgang Strobl, insegnante di Dobbiaco e autore di studi sulla letteratura latina del Rinascimento, sul fascismo in Italia e sugli albori del turismo tirolese, ha recentemente pubblicato a Innsbruck “Zu Gast in Schluderbach. Georg Ploner, die Fremdenstation und die Anfänge des Tiroler Alpintourismus” (pp. 423), un saggio frutto di minuziose ricerche in archivi e istituzioni italiane e straniere, sulla storia di Schluderbach - Carbonin, del genius loci Georg Ploner e dell'inizio a metà '800 della valorizzazione turistica della Val di Landro, percorsa dalla Strada d'Alemagna che collega la Pusteria e Cortina.
La fase storica esaminata incarna al meglio la scoperta e la conquista delle Dolomiti. L'imprenditore che intuì le potenzialità dei luoghi e le seppe sfruttare fu Georg Ploner, figlio di un contadino del maso Schluderbach presso Dobbiaco. Sul bivio fra la Val di Landro e la Val Popena Bassa - nel luogo detto Am Leger, dove nel 1835 circa suo padre aveva installato una tenda per ristorare chi percorreva, per lavoro o diletto, la Strada d'Alemagna – fondò un albergo, divenuto in breve un importante centro turistico e alpinistico, apportatore di fama e benefici sia alla Val Pusteria che a quella d'Ampezzo.
L'Hotel, condotto dalla famiglia Ploner fino agli anni Settanta del '900 e poi trasformato in un Residence, non serviva solo ai turisti - che fin dal 1871 raggiungevano Dobbiaco in trento da tutta Europa - ma anche agli alpinisti, che a Schluderbach trovavano guide valenti come gli Innerkofler, e con essi affrontavano le Tre Cime, i Cadini, il Cristallo e il Popena, e a infine a chi voleva riposare tra boschi e monti, accolto da una struttura moderna e dotata di tutti i comfort.
Nel periodo di maggior fulgore del turismo tirolese artisti, musicisti, nobili, regnanti, scienziati e scrittori sostarono a Schluderbach, confermando il proprio passaggio con articoli, diari, lettere e libri. Servendosi di quelle preziose testimonianze, Wolfgang Strobl ha ricostruito con meticolosità le secolari vicende della piccola stazione di villeggiatura ai confini dell'Impero, i personaggi che l'animarono, l'ascesa e il consolidamento della vocazione turistica di un luogo divenuto celebre e influente per la storia economica e sociale della regione.
L'ampio corredo iconografico del saggio onora le peculiarità di Schluderbach, del suo circondario e dei suoi frequentatori; 1300 note e una vasta bibliografia fanno di quest'opera una fonte informativa difficilmente eguagliabile su una struttura nata su un bivio stradale, oggi un po' decaduta ma ancora permeata dall'ineffabile fascino delle Dolomiti.

13 feb 2018

Sesto grado sulla Pala Perosego

Il 26 gennaio, dopo lunga malattia, è mancato Mario Dimai Casciàn, falegname di Cortina nato nel 1947. Lo conoscevo solo di vista ma – poiché da anni mi dedico a scoprire e divulgare fatti, personaggi e storie dell'alpinismo, soprattutto ampezzano - penso sia bello ricordarlo, facendo sapere che il suo nome è legato a una delle cime più piccole e meno note d'Ampezzo.
Pala Perosego da Coiana, con lo spigolo in evidenza
(foto I.D.F., 3.2.2018)
L'11 maggio 1968, in cordata col suo coetaneo Diego Valleferro - Scoiattolo e futura guida - Dimai salì lo spigolo sud della Pala Perosego, piccolo rilievo orientale del Pomagagnon che emerge dalla cresta di Zumèles a pochi passi dalla Forcella omonima, e mostra verso Cortina una parete e uno spigolo di un centinaio di metri. Per inciso, sulla Pala mi sento un po' "di casa": l'ho salita quattro volte da nord (lato Val Granda) e nel 2000 collocai lassù una custodia e un quaderno per le firme, presto distrutto dal maltempo; lo sostituii nel 2005, ma non so più se sia ancora in loco.
In un trentennio la Pala attrasse una decina di scalatori locali e non, che nel 1973, 1977 e 1995 vi aprirono altre vie di varia difficoltà. La prima in ordine di tempo, quattro tiri che risalgono fedelmente lo spigolo, fu stimata - quando si usavano ancora gli scarponi - di sesto grado: per risolverla, a Diego e Mario occorsero cinque ore e  35 chiodi, sette dei quali rimasti in parete.
Chissà se altre cordate dopo il 1968 avranno ripetuto la via Valleferro - Dimai sulla Pala: onestamente, a me la dolomia della cima non sembra particolarmente robusta e, guardandole da vicino, le pareti non così attraenti...
In ogni modo dal 26 gennaio il secco spigolo, che si nota bene già da vari punti del fondovalle e i salitori vollero dedicare ad Armando Menardi (forte alpinista, scomparso a soli ventun anni nel 1966), potrà ricordare anche Mario "Casciàn" e il suo sesto grado di mezzo secolo fa.

10 feb 2018

"Corvo Alto 1" e "Corvo Alto 2": dubbi irrisolti

Ispirato dalla salita odierna di due conoscenti, ripropongo un “rebus” toponomastico: una questioncina dolomitica di quelle che stuzzicano spesso gli studiosi e animano i dibattiti. 
Nel gruppo della Croda da Lago, sottogruppo del Cernera, fondale del Passo Giau tra San Vito e Selva di Cadore che prospetta obiettivi montuosi di buon interesse, pare, dico pare, che due cime vicine condividano lo stesso nome: Corvo Alto
Il “Corvo Alto 1” risulta denominato nelle fonti Monte Mondevàl (2455 m); si tratta di una singolare intrusione di bancate di lava e tufo nerastro in un contesto tutto dolomitico. A picco verso SO e SE, a NE scende invece con un pendio erboso poco ripido, che permette di salire sulla cima - dove qualcuno ha posto una piccola croce - a piedi, con gli sci o le ciaspe partendo dal ceruleo laghetto de la Bastes. 
Di solito, chi vi sale identifica il rilievo come “Corvo Alto” (e così fece anche il linguista Vito Pallabazzer, nel suo saggio sui toponimi del territorio di Selva di Cadore), ma non pare che il nome sia accettato in toto da selvani e sanvitesi; nella bozza dell' atlante toponomastico di San Vito (edita nel 2009), infatti, la cima in questione è detta Mandoàl (Montdevàl a Selva). 
Il “Corvo Alto 2” invece è il dirimpettaio Piz del Corvo (2383 m, Corvo Alto secondo la guida delle "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti; Piz a Corf, Pizacòrf secondo il professor Pallabazzer).
Verso il Monte Mondevàl, col Pelmo sullo sfondo 
(foto G. Da Vià, 10 febbraio 2018) 

Si tratta della maggiore elevazione del bastione dolomitico che scoscende sulle valli del Loschiesuoi e Fiorentina, e a NE si articola in un pendio pascolivo, lungo il quale si guadagna il culmine liberamente e senza difficoltà da Forcella Vallazza, alla testata del catino tra Piz e Mondevàl. 
Chi frequenta queste, come tante altre cime, ovviamente di rado si pone dubbi toponomastici. Il Mondevàl (“Corvo Alto 1") è una meta forse quasi più famosa d'inverno, anche se in veste estiva lo ricordiamo molto piacevole: meno noto e frequentato è invece il “Corvo Alto 2", sul quale salimmo nel 2009 dietro indicazione di amici e trovandolo meritevole.
Dalla croce della vetta, posta in ricordo di Vittorino Cazzetta che esplorò a fondo quelle zone, trovando lassù la morte nell’estate 1996, si dominano S. Fosca e Pescul, paesi sui quali scendono pareti percorse da vie di scalata, alcune di alta difficoltà. 
Per quanto riguarda i nomi delle due cime, ci chiediamo: chi avrà ragione? Antonio Berti, Vito Pallabazzer, gli scialpinisti, i selvani, chi discute su Facebook?

30 gen 2018

150 anni dalla nascita di Piero de Santo, guida ampezzana

Fra poco saranno centocinquant'anni dalla nascita di un alpinista e guida di Cortina fra i più rinomati del suo tempo: Pietro Siorpaes Salvador, più noto come Piero de Santo. 
Figlio di Santo, una delle prime guide dolomitiche, e fratello del bravo ma sfortunato Giovanni Cesare (più noto come Jan de Santo), armaiolo e cacciatore provetto, Pietro visse tra il 1868 e il 1953. Guida già dal 1887, rimase in attività per un periodo non molto lungo, avendo dovuto ritirarsi nel 1903 a causa di un incidente. Fino allora, tra le sue prime salite rientravano fra l'altro la parete NE del Piz Popena e la cresta NE della Punta Michele.
Cambiato il lavoro, batté ugualmente le montagne come guardacaccia, al servizio delle nobili anglo-americane Anna Powers Potts e Emily Howard Bury, proprietarie dal 1898 della villa Sant’Hubertus, lungo la strada per Dobbiaco. 
Appena patentato, Piero aveva salito per primo con due clienti la Cima Eötvös, dedicata al pioniere Rolando e seconda in altezza nei Cadini di Misurina, che i Siorpaes - soprattutto Giovanni - esplorarono spesso. 
Il 20 agosto 1888, dalla cima del Cristallo dove si trovava, assistette all'incidente e scese subito in aiuto del collega Michl Innerkofler, caduto in un crepaccio del ghiacciaio della Valfonda mentre tornava con due studenti da una delle sue trecento ascensioni alla celebre vetta.
Felix Pott con Piero de Santo, 1900 circa (raccolta E.M.) 
Piero fu protagonista di numerose scalate sulle Dolomiti, anche oltre Cortina, e i suoi clienti ebbero spesso parole di elogio per la bravura, la cordialità e la sicurezza con cui conduceva le cordate. Dopo l'incidente che ne fermò l'attività, non potendo più caricarsi della responsabilità di condurre turisti in gite impegnative, mantenne la sua passione guidando facoltosi cacciatori all'inseguimento delle prede nel territorio ampezzano. 
Si dice che, senza volerlo, sia stato anche il primo etologo di Cortina. Dal Barone Guido von Sommaruga (fondatore con Paul Grohmann del Club Alpino Austriaco), ricevette infatti alcune coppie di marmotte, che chiuse in una capanna alle pendici della Tofana per studiarne il comportamento. Gli animali, forse affamati, però fuggirono, e gli esemplari che popolano oggi la valle d'Ampezzo potrebbero discendere dalle marmotte sfuggite a Siorpaes.
Non è noto se corrisponda a verità la diceria secondo cui, dopo la morte nel 1906 della Contessa Potts, sua datrice di lavoro, la guida avrebbe sotterrato intorno a Sant’Hubertus uno scrigno con un "tesoro" affidatogli dalla nobildonna, mai ritrovato. Se così avvenne e gli sconvolgimenti bellici non contribuirono al disseppellimento di quanto nascosto lassù, il segreto di quel "tesoro" è scomparso con lui.

23 gen 2018

35 anni fa, sulla via Dimai...

Trentacinque anni fa, il 23 gennaio 1983, era domenica: una giornata anomala d'inverno, asciutta, con poca neve, temperatura ottobrina e un bel sole, quasi come oggi...
Selfie sulla cima: Ernesto, Enrico.
Federico e Mauro
Quattro amici (ottantotto anni in tutto, per gli amanti dei numeri: chi scrive, di 24, era il "vecio"; Enrico e Federico, di 22, i "mediani"; Mauro, di 20, il "bocia"), salirono tranquilli la parete sud della Punta Fiames, classico terreno di gioco svelato fin dall'inizio del secolo a generazioni di alpinisti, e conclusero la salita invernale della via Dimai-Heath-Verzi - per due di loro era già la seconda volta - con la spensieratezza tipica dell'età.
La via del ritorno, invece, causò un po' di apprensione, dato che l'ombroso canalone di Forcella Pomagagnon era molto ghiacciato; ma la domenica si concluse al meglio, lasciando un ricordo che - soprattutto nel "vècio" - è ancora vivo. La domenica seguente, invece, il vento era pungente, nevischiava e non si andò da nessuna parte; anche perché, proprio quella mattina, nostra zia Lisa morì.

5 gen 2018

5.1.92: compleanno al Prosecco sulla Punta Fiames

Alessandro, amico dal 1984 e ottimo compagno di corda in tante avventure, del quale purtroppo non trovo più i recapiti, compie 60 anni. Tanti cari auguri, "California"!
Nel 1992 Alessandro mi fece partecipe di un'idea: festeggiare insieme il suo 34° compleanno, in arrampicata. Fin qui nulla di eccezionale: il fatto è che l’amico è nato il 5 gennaio, per cui onorare il suo genetliaco sottintendeva compiere una salita almeno con un po' di neve e ghiaccio.
La Punta Fiames, d'inverno
(foto E. Maioni, guidedolomiti.com)
Dove andare? Eravamo giovani e decisi, e pensammo di provare la parete sud della Punta Fiames, lungo la quale ero già salito due volte d'inverno, e con Alessandro altre due d'estate. Per fortuna, fino a quel 5 gennaio non si erano viste grandi precipitazioni, per cui la parete era in buono stato e salimmo regolarmente, senza trovare ostacoli di rilievo.
Dopo le canoniche tre ore di scalata, uscimmo in cima allegri, godendo della solitudine assoluta: nel mio zaino c'era poco da mangiare e non c'erano regali, ma – di nascosto da Alessandro e con cautela per non romperla – ero riuscito a portare lassù una buona bottiglia di prosecco.
Ce la scolammo quasi tutta, mentre saltellavamo per il freddo sulla vetta innevata. Ovviamente gli effetti non mancarono: presi dall’euforia, infatti, alle tre del pomeriggio decidemmo di scendere per la ferrata Strobel. Tralascio i particolari del ritorno, secondo molti più consigliabile d'inverno (ma soltanto se la ferrata non sia troppo innevata!) e comunque più sicuro della traversata a Forcella Pomagagnon lungo la quale, nel marzo di due anni prima da solo, non mi ero trovato tanto bene...
Il tempo passava implacabile: scendevamo lenti, perché sulla pur mansueta ferrata le cenge erano coperte di neve dura, le scarpe non tenevano granché e il ghiaione basale si era trasformato in uno scivolo ripido e compatto, cosicché l'ultima mezz'ora, al tramonto, risultò abbastanza penosa.
Arrivammo integri all'Hotel Fiames solo grazie alla corda che avevamo usato in salita, al piccozzino e alla pila che il previdente amico, come per magia, aveva estratto dal suo zaino di epiche dimensioni. Un "pronto" a casa per rassicurare chi attendeva, e poi via lungo la Statale, a riprendere l’auto al parcheggio del Putti. Nel buio, al freddo e al gelo: ma dentro di noi c'era grande soddisfazione per la bella giornata appena conclusa.
Salutando l'amico che proseguiva per San Vito, gli proposi di festeggiare anche il mio 34° insieme su qualche via: solo che a me "piace vincere facile". Sono nato il 24 ottobre, e – salvo in stagioni anomale – normalmente in quei giorni l'inverno vero deve ancora farsi vedere...

18 dic 2017

Isidoro Siorpaes, "amico e buon compagno di corda"

Fra poco saranno sessant'anni dalla morte di un alpinista ampezzano che lasciò una traccia, seppur lieve, sui nostri monti: Isidoro Siorpaes Péar (dal soprannome materno, del casato Godini).
Classe 1883, scomparso settantacinquenne senza eredi, guida alpina secondo qualche autore, Siorpaes fu spesso ricordato da Federico Terschak, benemerito d'Ampezzo, come amico e buon compagno di corda.
Proprio con Terschak, il 10 agosto 1919 si rese protagonista di una salita che, se non per la difficoltà su roccia (2° grado), spicca per l'inventiva e perché fu la prima via aperta in Ampezzo italiana: la cresta sud della Punta Nera, oltre un chilometro sopra la valle del Boite.
Per superare la cresta, che fu ripetuta in tempi non lontani dall'alpinista Antonella Fornari, i due amici impiegarono sette ore, con un impegno non elevatissimo ma in un ambiente aspro.
Dibona, Apollonio e Siorpaes sulla via Dimai
in Tofana de Rozes (foto Terschak, raccolta E.M.)


Almeno finora, non è comunque quella l'unica prova disponibile dell'alpinismo del Péar. Ne ho altre due: una è la probabile prima ripetizione nel dopoguerra della via Dimai-Eötvös sulla parete sud della Tofana de Rozes, compiuta il 9 settembre 1920 con Terschak, Angelo Dibona e Giulio Apollonio; a essa si riferisce l'immagine qui accanto, tratta dall'edizione 1929 della Guida illustrata di Cortina d’Ampezzo e della conca ampezzana, fortunata opera dello stesso Terschak.
L'altra prova risale al 29 ottobre dello stesso 1920, quando Isidoro e Federico, col bellunese di madre ampezzana Gianangelo Sperti e Agostino Cancider, si aggiudicarono la II salita del Campanile Rosà, aguzzo torrione che si staglia sopra la piana di Fiames, per la via aperta un decennio prima da Angelo Dibona e Celestino de Zanna con Amedeo Girardi e Leopoldo Paolazzi.
Nessuna delle tre salite citate fu di scarso rilievo, neppure per il valente Isidoro, del quale purtroppo non ho altri dati. La convinzione che mi sono fatto su di lui, comunque, è che gli si debba riconoscere un ruolo nella cronaca alpinistica di Cortina del secolo scorso. 
Osservando la cresta della Punta Nera, che dai 2847 metri della cima scende verso il vecchio confine di Dogana tra canali, ghiaie, gendarmi e mughi, viene da pensare: ma quanti oggi la affronterebbero con lo spirito, la tecnica, l’attrezzatura di 99 anni fa (e senza la funivia di Faloria, che in un quarto d'ora porta in centro a Cortina)? 
Anche per questo, voglio ricordare il Péar,  con Terschak, Cancider, Apollonio e altri, anzitutto come uno dei primi "senza guida" ampezzani, modesto e valente esploratore delle nostre montagne.

14 dic 2017

79° incontro con "Le Dolomiti Bellunesi", semestrale delle Sezioni Cai della provincia di Belluno

Anche per questo Natale Le Dolomiti Bellunesi. Dalla Piave in su, semestrale delle Sezioni Cai della provincia di Belluno, propone ricerche sull'alpinismo, l'escursionismo, la natura e la storia; approfondimenti su uomini e montagne; divagazioni narrative; attività e problemi di alcune Sezioni provinciali del Cai; notizie di prime salite su vette bellunesi; recensioni di opere di autori o su argomenti locali.
Tutto questo anima il 79° numero del semestrale diretto da Silvano Cavallet ed Ernesto Majoni e pubblicato dalle Grafiche Antiga. In 123 pagine, dotate di ampia iconografia, il periodico illustra le opere e l'impegno di alpinisti, scrittori, donne e uomini che vivono tra le crode del Bellunese. Sin dal primo numero (estate 1978), la rivista ha avuto lo stesso obiettivo: quello di dare voce e volto all’alpinismo, nonché alla cultura, alla storia e alla vita delle valli tra il Comelico e il Grappa, di chi vi abita e le ama.
Anno per anno, con l'ausilio di decine di collaboratori, LDB ha acquistato credibilità e interesse fra i soci Cai della Provincia e oltre, riscuotendo il gradimento dei lettori e degli esperti del settore e proponendosi con successo nel panorama della pubblicistica nazionale.
Tra gli studi storico-culturali che occupano le prime 50 pagine del fascicolo, risaltano il racconto, affettuoso più che tecnico, di Andrea Carta sulla via normale alla Punta dei Tre Scarperi, il più misterioso Tremila dolomitico; Biciclette in Dolomiti, sul turismo a pedali tra i monti, di Giorgio Fontanive; Alla riscoperta della “Cava dell'Onice” di Caprile, sulla rivisitazione di una miniera ai piedi della Civetta, compiuta da Gianni Lovato col Gruppo Speleologico Proteo; Lino Conti e il suo Rifugio Popena, in cui Enrico Maioni e Mirella Conti tracciano la storia di un rifugio dalla vita breve e dall'amaro destino. Da segnalare poi La traversata delle quattro Rocchette, da Cortina a San Vito di Bruno Martinolli e Claudio Olivier,  una cavalcata in un angolo selvaggio e ricco di spunti esplorativi, naturalistici e storici, lungo il crinale che fu confine tra Ampezzo e il Cadore, il Tirolo e l'Italia.
La rivista concede spazio a un commosso ricordo di Armando Aste, grande alpinista molto legato alle Dolomiti Bellunesi, a relazioni di nuove salite e a recensioni di libri usciti da poco, che riguardano le nostre montagne. La foto di copertina di Apollonio Da Deppo, con gli Spalti di Toro innevati, rende omaggio al mezzo secolo dalla fondazione della Sezione Cai di Domegge, caduto la scorsa estate. 
Le Dolomiti Bellunesi di Natale 2017 spazia comunque anche su altri argomenti, cercando sempre di raccontare con partecipazione e orgoglio la cultura, la natura, la storia di monti e montanari dalla Piave in su.

9 dic 2017

Punta Giovannina, storia di una montagna difficile

Fa da sentinella, incombente, al rifugio Giussani nel cuore delle Tofane: ma quanti conoscono il nome e la storia di quella montagna?
La massiccia cima in questione si trova sul versante SO della Tofana Seconda ed è divisa dalla vetta più alta d'Ampezzo da Forcella del Valon, valico toccato durante la traversata dalle Tofane Seconda e Terza al rifugio. 
Quotato 2936 metri, domina Forcella Fontananégra con una parete gialla, nera e strapiombante, alta oltre 300 metri e visibile da lontano: il suo nome è Punta Giovannina. 
L'origine del toponimo, non molto antico e verosimilmente dovuto a una donna, è singolare. "Punta Giovannina" fu suggerito dalla guida Celso Degasper, primo salitore il 5 ottobre 1933, col collega Giuseppe Dimai Déo, della parete sud della montagna, che durante la Prima Guerra Mondiale forse gli Italiani avevano già visitato. 
Per festeggiare la salita, la Punta ebbe il nome di Giovann(in)a, Apollonio, dal 1930 moglie di Celso Degasper. La via delle due guide, ripetuta probabilmente una sola volta nell'estate 1951, dagli Scoiattoli Ettore Costantini e Bruno Alberti Rodèla, fu poi devastata da una frana e oggi non è più percorribile.
Lacedelli, Michielli e Zardini  in vetta alla Giovannina,
14/7/60 (foto: Fini-Gandini, Zanichelli 1983)
In compenso, lungo gli strapiombi sovrastanti il rifugio Giussani, dal luglio 1960 furono aperte quattro vie, tutte di 6°. La prima fu quella di Lino Lacedelli, Albino Michielli e Claudio Zardini, seguiti nel 1968 da Ivano Dibona e Diego Zandanel; dopo la prima solitaria della via Dibona (Angelo Ursella, 1968), nel 1975 toccò a Carlo e Agostino Demenego; nel marzo 1976 Modesto Alverà e Diego Ghedina salirono per primi, con un bivacco, la via Lacedelli d'inverno; nel 1996 Davide Alberti e Paolo Tassi hanno aperto "Super Toio", suggellando così, salvo ulteriori novità, la storia della cima. 
La Giovannina non è comunque solo per "iniziati"; è possibile toccare il culmine, con difficoltà non elevate, traversando per cenge da Forcella del Valon. La conquista però ha valore di dettaglio, più panoramico e fotografico che altro.

1 dic 2017

Dove il vecchio Pelèle sparava all'orso

Nell'esplorazione, oggi più storiografica e cartografica che pedestre, dei toponimi legati alle persone che animano, soprattutto, la grande distesa  boschiva ai piedi delle cime delle Rochétes - in una delle zone di Cortina più ricche e misteriose in questo senso - mi è capitata "tra i piedi" la Tòuta del Pelèle.
Come la Sciàra del Zorzi e il Ziérmo del Tòuta, anche questo toponimo è localizzato in destra orografica della Val d'Ortié, alla base della Pala de l Orso, pendio posto ai margini delle rocce sul confine tra Ampezzo e S. Vito.
Secondo la storia, la ceppaia biforcuta che esisteva lassù sotto la quarta Rochéta ("fino a poco tempo fa", secondo il dizionario toponomastico di I. De Zanna e C. Berti, 1983) sarebbe nata tagliando due abeti gemelli e fu usata da un cacciatore Michielli, che di solito vi sistemava il fucile durante i suoi appostamenti.
Non è la "Tòuta del Pelèle", ma rende l'idea!
(foto p. g.c. italianostrasiena, 2015)
Il nome si lega dunque a un ceppo familiare, i Michielli Pelèle di Campo, ancora presenti in Ampezzo e Cadore: il loro nomignolo ricorda una voce dialettale tirolese, ma si trova anche in spagnolo col significato di “fantoccio, pagliaccetto”, e denomina un brano per pianoforte di "Goyescas" (1916), celebre raccolta del musicista iberico Granados.
Nel suo studio “Pallidi nomi di monti. Camminare nel territorio delle Regole d'Ampezzo tra linguistica, natura e storia" (1994), Lorenza Russo dubitava che la "ceppaia d'albero abbattuto del Michielli" (così suona letteralmente il toponimo) esistesse ancora - per cause naturali, giacché è facile pensare che un bosco così remoto non abbia mai subito cospicui tagli - e si poneva anche un'altra domanda. 
Se il Pelèle, cacciatore dei tempi andati ed esperto delle selve sotto le Rochétes, potesse essere stato l'uccisore dell'orso che diede il nome alla vicina Pala: il plantigrado è ufficialmente scomparso da Ampezzo intorno alla metà dell'800, ma si è rivisto nella zona di Pòusa Marza, in una fugace visita nella primavera 2009.

24 nov 2017

"Pala di Marco" sul Mondeciasadió: probabile prima sci-alpinistica?

Un'immagine scattata da casa negli ultimi giorni d'autunno prima dell'arrivo della neve, al crestone di Mondeciasadió - dagli anni '30 denominato (Monte) Faloria, che si estende verso il Passo Tre Croci - mi ha fatto tornare in mente un'avventura riferitami anni fa da un amico comune.
Dal crestone scende verso Màndres una pala rocciosa (in verità, più un diedro-canale) che taglia l'intero versante in destra orografica della funivia. Quasi sicuramente il canale non ha mai attratto alcuno, tranne i camosci: ma, in un inverno in cui era ben coperto di neve, suscitò la curiosità del giovane Marco S. Qualche tempo fa, ho incontrato il giovane di allora: gli ho ricordato l'episodio, che aveva ancora presente, e lui mi ha reso volentieri partecipe di quella sua piccola “impresa”.
Il compaesano scese con gli sci il canale, che avrà un dislivello di almeno 400 metri e mi piace citare come "Pala di Marco", appena sedicenne. Era il 1976: in quegli anni Don Claudio, dinamico cappellano di Cortina e sciatore abile e spericolato, stava segnando nuove linee sulle pareti e nei canali più ripidi della conca, e Marco pensò: “Se lo fa lui, perché non posso farlo anch'io, visto che sugli sci me la cavo piuttosto bene?”
Così quell'inverno si misurò con la pala, o canale sul Mondeciasadió: non per una, ma per due volte, e in un'occasione - tra l'altro - era solo, poiché il suo "socio" aveva dato forfait.
La "Pala di Marco" sul Mondeciasadió, in un
bel pomeriggio di novembre 2017 (foto E.M.) 

Non dunque un'impresa straordinaria, ma forse una prima sci-alpinistica, in un luogo che non so se abbia un nome preciso, e non è passato alla storia come altri canali e pareti della zona. Una discesa quasi "estrema" di quaranta anni fa, compiuta una volta in neve fresca e l'altra su neve crostosa e dura, incontrando anche un salto roccioso scoperto, che impose una derapata e un salto di 5-6 metri: e questo fu tutto.
Chissà se dopo Marco S., altri si saranno infilati ancora in quel budello: ma per lo sport locale la cosa ha poco rilievo. L'amico ricorda invece un ultimo particolare: quando gli addetti alla funivia notarono che si stava avviando da solo al suo obiettivo, si agitarono un po': ma lui non si scompose minimamente. 
"A sedici anni - ha concluso sorridendo - facevamo queste e anche altre cose, senza tanto pensarci su!"

20 nov 2017

Curiosità nei boschi di Cortina: la "Scala del Zorzi"

Gli antroponimi ampezzani,  ovvero i nomi di luogo legati a persone vere o leggendarie, furono raccolti, analizzati e descritti ampiamente da Lorenza Russo in un libro che conseguì grande apprezzamento, "Pallidi nomi di monti" (1994). 
L'autrice scrisse poi un racconto (probabilmente rimasto in un cassetto) su un antroponimo singolare, che attira perché non si capisce se possa essere ancora riscontrabile sul terreno: "Sciàra del Zorzi". 
Il nome è legato al ceppo Zorzi di Zuel (villaggio dove un tempo ne abitava un ramo, detto "de chi de 'Sòrso"), di origine veneziana ed estinto da mezzo secolo, quindi d'indubbia storicità. 
Con altri due toponimi legati a casate locali, la "Tòuta del Pelèle" (Michielli) e il "Ziérmo del Tòuta" (Bigontina), la "Sciàra del Zorzi" si trova in destra orografica della Val d'Ortié, ai piedi della dorsale delle Rochétes. Si tratta di un bastione roccioso, situato nel bosco a circa 1800 metri vicino alla Pala del Orso (fra il Pian de ra Bàita e il Zìgar): l'angolo è uno dei più selvaggi della valle, accidentato, con scarsi sentieri e raramente battuto da turisti. 
I boschi sotto la Rochéta, in cui si trovava la Sciàra del Zorzi 
(foto I.D.F., autunno 2014) 

Perché ebbe il nome di "Sciàra del Zorzi"? Si dice che un Giorgio o Zorzi vi avesse facilitato un salto roccioso, fissando una rudimentale scala di legno. Forse Giorgio-Zorzi, che non si sa chi fosse né quando visse, era un cacciatore ("de chi de ra tribù" si dice, riferendosi agli abitanti di Zuel) e sul salto cui diede il nome aveva una posta al camoscio favorita. 
Sarebbe suggestivo curiosare tra la Pala del Orso e il Zigar, il dente roccioso visibile da Cortina che nel 1700 fu importante per marcare il confine tra il Tirolo e Venezia, cercando le tracce di una scala che - per quanto se ne sa - potrebbe essere stata collocata due o trecento anni fa, o forse più.
Pensandoci bene, in quella zona chi scrive è già stato:  in una lontana escursione fuori traccia, con Roberto ci recammo a vedere la cavità ai piedi della Rochéta de Cianpolòngo che ospita la croce di confine n. 1 (ufficiosamente passata vent'anni fa a n. 2) con i millesimi 1779-1852-1964 e dev'essere prossima al salto del Zorzi.
Però, anche se ce ne fosse stato un minimo avanzo, lassù una scala di legno proprio non la vedemmo.

15 nov 2017

Il Rifugio Col Druscié sulle Tofane compie 80 anni

E' prossimo un 80° che riguarda il turismo ampezzano. Il 2 dicembre 1937, infatti, alcuni privati furono autorizzati ad aprire la prima capanna con ristoro sul Col Druscié, il culmine boscoso quotato 1778 m che sorge nel settore nord-est delle Tofane e domina la zona di Rumèrlo.
Sul colle, raccomandato fin dal 1877 dal pioniere Grohmann per il vasto panorama che offre sulla conca d'Ampezzo, nella Grande Guerra erano state installate postazioni italiane. La capanna, che sorse al posto di queste ultime, fu collegata al sottostante Col Fiére con una slittovia, tra i primi impianti a fune della vallata. 
Nel 1952 alla slittovia subentrò una seggiovia in due tronchi, che partiva da Campo Corona, presso Ronco; nel 1968 giunse sul colle il primo dei tre tronconi  della funivia “Freccia nel Cielo”, che dallo Stadio del Ghiaccio porta sotto la vetta della Tofana di Mezzo.
Il rifugio Col Druscié
(cartolina A. Zardini del 1953, raccolta E.M.) 

La promozione del Col Druscié fu ancora più ricca: negli anni '60 ai suoi piedi fu chiodata una falesia ancora in voga, il Sasso Col Fiére; nel 1975 in vetta sorse l'osservatorio astronomico, poi dedicato allo svizzero Helmut Ullrich; di recente la strada che da Pietofana sale sul Col è divenuta una pista.
Intorno al 1949 il rifugio fu affidato a Luigi “Ijùco” Majoni, che lo gestì sino al 1982, rendendolo famoso e apprezzato; dopo la sua morte, in Druscié restarono la moglie Lina e la figlia Dora, che proseguirono l'attività per altri 11 anni, fino al ritiro. 
Dopo un triste abbandono, durato un decennio, lo storico rifugio fu demolito, ricostruito e riaperto nel 2003 come ristorante, raggiungibile con gli impianti ma anche a piedi, per i sentieri 406, 410 ("Passeggiata Montanelli") e 413.
Sul colle è rimasto immutato il colpo d'occhio che sorprese già Paul Grohmann; ci sono ancora, rimodernati e più funzionali, gli impianti e le piste che ospitarono gare olimpiche e sono ormai note a più generazioni. Però l'atmosfera della terrazza e della stua foderata di legno, in cui i gestori servivano piatti mitici come la zuppa d'orzo con l'osso di pecora affumicata e la torta di mele, non esiste più. 
Preciso che “Ijùco” Majoni era mio zio.  In Druscié, dove da giovane lavorai per qualche tempo durante le vacanze natalizie, mi sentivo quasi a casa e, tra la folla di turisti e sciatori ricordo di aver incontrato anche Margherita Hack, Tognazzi, Villaggio e altri personaggi della Cortina che fu: anche per questo, il Col Druscié di oggi non lo percepisco più come "un po' mio".

10 nov 2017

Simone Lacedelli, la guida che salì la Torre Esperia

Fra un mese, il 15 dicembre, cadranno i 130 anni dalla nascita, nel villaggio di Val di Sotto a Cortina, di Simone Lacedelli, noto alla comunità come Scimon da Róne o Jùscia.
Primo figlio dell'ebanista Antonio, Tòne da Róne (1852-1909), che dal 1893 al 1905 si prestò come portatore e guida di montagna, con il coetaneo Alessandro Cassiano Zardini Nòce - morto sotto la valanga del 13 dicembre 1916 sul Gran Poz in Marmolada, che causò oltre 300 caduti - Lacedelli fu il più giovane ampezzano a conseguire, nel 1912, il titolo di guida nell'Ampezzo asburgica.
Simone Lacedelli, anni '40 
(da Fini e Gandini, Zanichelli 1983) 
Nonostante oltre quarant'anni di lavoro e moltissime salite di rilievo, Lacedelli poté vantare una sola prima: quella della Torre Esperia ai piedi del Costón d’Averau (gruppo del Nuvolau), salita l’8 agosto 1928 con il collega Celso Degasper Menegùto, Emma e Giovanna Apollonio Varentìn.
Pare che la torre, denominata dalle sorelle Apollonio in omaggio alla villa nel centro di Cortina, in cui gestivano un negozio di "chincaglieria", non sia stata molto ripetuta. Negli anni scorsi, però, le vicine pareti della Cròda Négra (anche detta El Coolo, in guerra battezzata Col Gallina) sono state scoperte e rese appetibili con molte vie di stampo moderno, assai apprezzate.
La Torre Esperia 
(da D. Colli)
Simone Lacedelli fu un camminatore e scalatore instancabile. Batté, infatti, le sue montagne fino a età piuttosto inoltrata: negli anni '40 del Novecento individuò e segnò il percorso oggi noto come Sentiero attrezzato Astaldi, ai piedi della Punta Anna in Tofana, e negli anni '50 ideò le escursioni con guida per adulti e ragazzi.
A quasi settant'anni fu ancora fotografato con due clienti sulla Torre Grande di Averau, raggiunta per la via normale: negli anni '70 poi, su una rivista locale un anonimo descrisse un'escursione alla Porta del Dio Silvano, effettuata con la guida prossima agli ottanta. 
Scimon forse avrebbe camminato ancora a lungo se, il giorno di San Silvestro 1970, si fosse accorto in tempo utile di un'autovettura, che lo investì mentre passeggiava sotto la neve in Via Cesare Battisti, nel centro di Cortina.
Con un ricordo di Lacedelli, pubblicato nel 100° dalla nascita sul semestrale Le Dolomiti Bellunesi, la giornalista Giovanna Orzes Costa volle ricordare ai suoi concittadini e al pubblico un alpigiano d'altri tempi, esempio di un'esistenza votata alla Montagna.

7 nov 2017

Rochéta de Cianpolòngo, amore a prima vista

Non era una giornata uggiosa e fredda come oggi, il 7 novembre di trent'anni fa. Quel giorno "Lux", amico scomparso nel 2006, col quale condivisi tante giornate alpine, mi fece conoscere una montagna che fu un amore a prima vista: la Rochéta de Cianpolòngo, quarto rilievo della dorsale che dal Bèco de Meśodì si estende sulla destra orografica del torrente Boite, facendo da limite tra Cortina e San Vito.
238 anni fa sulla Rochéta de Cianpolòngo c'era già qualcuno!
(foto E.M.)
In quegli anni la Rochéta - sulla quale già nel 1779 giunsero alcuni mappatori, incaricati da Maria Teresa d'Austria di fissare il primo cippo di confine tra il Tirolo e la Serenissima - riscoperto per caso dopo oltre due secoli - era praticamente nota solo ai locali. Nell'estate 1986 gli amici del gruppo ”Vecchio Scarpone” di Zuèl avevano iniziato a farla conoscere, segnando a minio l'accesso alla cima dal Parù de Sonfórcia e collocando lassù una tabella e un libro di vetta, sostituito più volte perché danneggiato dall'umidità o dalla sbadataggine di qualcuno. 
La Rochéta mi ha accolto in sei occasioni, di cui una in solitudine. Faticosa da raggiungere, anche se si può spezzare la salita facendo base al rifugio Croda da Lago-Palmieri, oggi è visitata anche da appassionati venuti da lontano. Mi è stato riferito che l'allora incerta traccia, animale più che umana, che risale la pala erbosa fino alle rocce e poi si dipana in cresta, è ormai quasi un sentiero: ma non l'ho più vista dal 5 settembre 2004, quando con un bel gruppo di compaesani e un cagnolino vi svolgemmo una gita del Cai Cortina.
Le Rochétes de Sorarù e de Cianpolòngo e il Bèco de Meśodì 
nei colori dell'autunno (foto A. Roilo) 
Nell'autunno 2016 la parete sud della cima, visibile fin da Vodo, è stata rivalutata con una via nuova di Marco e Gianluca, che ha eseguito per mio conto le fotografie del libro di vetta, consentendomi di tornare virtualmente su quel balcone, grandioso belvedere sulla valle.
Il 4 luglio scorso infine, in dieci ore, Bruno di Cortina e Claudio di San Vito hanno compiuto la traversata integrale per cresta delle 4 cime: la facile Rochéta de Prendèra, la lunga Rochéta de Ruóibes, la friabilissima Rochéta de Sorarù e la "nostra" de Cianpolòngo, chiudendo sul torrione del Zìgar un'avventura che potrebbe spingere ad altri, responsabili approfondimenti della dorsale.
Formulo l'auspicio che chi rimonterà le sue ripide balze e si immergerà "nella" Rochéta, dai boschi di Fedèra verso il cielo, non ignori la cura che a mio giudizio la cima merita, per restare a lungo com'è ora. La traccia c'è; i bollini per non perdersi sono al loro posto; non manca il libretto di vetta; la relazione della salita si trova nel web e in una guida di successo, e tanto dovrebbe bastare per avvincere anche il salitore più disincantato.
Aggiungo i fatti che coinvolsero la Rochéta nella storia, le dicerie popolari che aleggiavano nella zona e le favolose storie del Bestiario d'Aiàl, ambientate nel circondario dalla scrittrice Lorenza Russo, per chiudere agevolmente il cerchio.

1 nov 2017

Campanile De Zordo, a ricordo di un amico

25.10.1965, lunedì: Franco De Zordo “Zordetto”, giovane di Cibiana nato nel 1944, cade ferendosi a morte mentre scende dalla Piccolissima di Lavaredo, appena raggiunta - verosimilmente per la Fessura Preuss - con il compagno carnico Aldo Gardel.
Il lunedì seguente, festa di Ognissanti, tre giovani di Cortina che stanno iniziando a esplorare le crode di casa, Francesco "Franz" Dallago (ventitrenne, promosso poi Scoiattolo e guida), suo cugino Armando (diciottenne, promosso poi anch'egli Scoiattolo e guida) e Armando Menardi (classe 1945, deceduto poco più di un anno dopo a causa di una malattia), salgono e battezzano una guglia che sorge ai piedi della Tofana III, in sinistra orografica del canalone che da Pietofana porta a Forcella Ra Zéstes, poco prima della forcella.
Da allora la guglia, settanta metri di solida dolomia, porta il nome di Campanile De Zordo a ricordo dello sfortunato cadorino: la via Dallago-Menardi, che sale per la parete sud-est ed è ancora l'unica sul Campanile dopo oltre cinquant'anni, si sviluppa in quattro lunghezze, con difficoltà di V, VI e artificiale superate con 12 chiodi in cinque ore e mezzo di scalata. Per la discesa, ai tre bastò una lunga calata a corda doppia sul lato opposto.
I dossi alla base della Tofana Terza, tra cui si cela
il Campanile De Zordo (foto I.D.F., 28.10.2017)
La notizia della prima nuova via di Franz e compagni apparve su "Le Alpi Venete" della primavera-estate 1967, con la data del 1° febbraio 1965. Conosco l'immagine a corredo della notizia, ma non mi sono mai avvicinato al Campanile, né sono a conoscenza se dopo i primi salitori, due dei quali camminano ancora per le montagne, qualcun altro abbia seguito le loro orme. 
Sul Campanile, salito 52 anni fa proprio come oggi, resta il ricordo di uno dei pochi rocciatori nativi di Cibiana, solitario paese ai piedi del Sassolungo omonimo, che morì appena ventenne, e non ebbe il tempo di fare qualche cosa di più.

23 ott 2017

La Zésta: un libro di vetta per 24 anni di storia

Il 17 ottobre scorso Corrado Menardi ha recuperato il libro di vetta della Zésta (detta anche Cesta, in antico La Cedèl, 2768 m), secondo risalto per altezza del ramo ampezzano del Sorapìs, affacciato sul Lago omonimo. 
Menardi ha trovato il libro non ancora esaurito ma “tutto bagnato e rovinato”, e coerentemente lo ha portato alla Sezione del Cai, che ha interpellato una rilegatrice per sistemarlo e poi archiviarlo in sede, a testimonianza delle vicende di una cima - per dirla con vecchie parole - "umile e bella".
Il libro della Zésta ha quasi un quarto di secolo: fu infatti collocato lassù da Mara Apollonio e Ivano Pasutto, appassionati escursionisti di Cortina, l'ormai lontano 31 luglio 1994. 
Consta di una novantina di pagine scritte, integralmente scansionate da chi scrive in un file PDF; dalle prime due risulta che nel primo scorcio di stagione fu firmato solo due volte, da tre salitori; nel 1995 si avvicendarono sulla cima 7 visite con 12 persone, tra cui il 5 gennaio la guida Ario Sciolari, probabilmente primo salitore in invernale solitaria.
Spulciando a campione, oltre vent'anni dopo, nel 2016, risulta che la vetta abbia avuto 9 visite, per un totale di 16 persone. Quest'anno fino al ritiro del libro, che è auspicabile si provveda a sostituire nella prossima stagione estiva, le visite sono rimaste nella media: 8, con 12 persone salite. 
Il libro di vetta della Zèsta 1994-2017 
(foto E.M., 23.10.17) 
Chi scrive non ha controllato tutte le firme, ma stima che nell'arco di 24 anni non abbiano raggiunto la Zésta più di 220-250 alpinisti; la maggior parte proveniva da Cortina e dal Cadore, uno "zoccolo duro" ha percorso la via normale quasi ogni anno, alcuni sono scesi in traversata al rifugio Vandelli, mentre gli alpinisti esteri sono stati rari.
Seppur massiccia e spesso presente nella pubblicistica, la Zésta non è una meta battuta, perché c'è poco da scalare e la roccia non è sicura. Sui suoi versanti si contano solo la normale, che sale da nord, e due vie di alpinisti celebri (Casara e Berti con due compagni, 1929; Peterka da solo, 1930), che hanno scarsi pregi; la Casara però è una via percorsa da qualche amante degli spazi solitari, per la sua valenza esplorativa e panoramica.
Grazie a Corrado, amante di luoghi poco noti, e all'interesse di un consigliere del Cai, ora l’archivio sezionale possiede qualcosa in più. Nel libro si dipana quasi un quarto di secolo di storia di una cima: la Zèsta, salita in epoca ignota da ufficiali mappatori, visitata per la prima volta d'inverno dai triestini Giorgio Brunner, Massimina Cernuschi e Mauro Botteri nel febbraio 1942, oggi è lasciata al piacere di chi segue direttrici insolite, "fuori mercato", non spettacolari né sempre sicure, ma tra le quali si celano ancora angoli di natura primigenia.

16 ott 2017

Croda Rotta, montagna da evitare?

E’ un rilievo, invero non molto ardito, che chiude a ovest lo sperone della Punta Nera verso Faloria: già il suo nome, Croda Rotta, funge da biglietto da visita! Si eleva alla testata del potente ghiaione che scende verso le Crepedèles, sulla cui destra orografica si snoda il sentiero che dal rifugio Faloria, attraverso la Sella di Punta Nera, scende ai Tonde de Sorapisc. Alpinisticamente, la Croda non ha rilievo, tanto che non è neppure noto chi l'abbia salita per primo, né quando ciò sia avvenuto. 
Presente già in "Le Dolomiti Orientali" nel 1928 come “facile salita per terreno in gran parte erboso”, secondo le informazioni assunte in più sedi, risulta invece che l'ascensione riguarda una rampa delicata e friabile, con difficoltà di buon II. 
Assodato che, pur avendo oggi sempre meno cime da scoprire, non saranno in molti a smaniare per la Croda Rotta, dalle fonti consultate risalta l'approssimazione di certa letteratura alpinistica, che potrebbe ancora trarre in inganno e in difficoltà chi si avventuri fuori dalle tracce.
La Punta Nera, a sinistra, e la Croda Rotta,
dai boschi di Larieto (foto I.D.F.)
E' probabile che la salita non sia stata verificata dal compilatore della guida Berti, o questi si sia fidato di una traduzione da una lingua straniera; inoltre, nel corso del tempo, la cima ha sicuramente patito cambiamenti strutturali (un esempio simile è la Bujèla de Padeon: nell'edizione della guida del 1971 risultava interessata da “un recente franamento”, citato pari pari nell'edizione del 1928). 
Il fatto è che a chi l'ha salita, ne ha scritto o parlato (ricordo Andrea, Fabio, Luca, Sandro, Stefano), la Croda non è parsa né facile né erbosa, ma ripida e non sicura, pur se offre un "senso di vetta unico". Al sottoscritto, che aveva una certa inclinazione verso i marciumi, pur essendo passato spesso da quelle parti, la cima non ha mai fornito stimoli. L'ho osservata da varie angolature, dovunque si potesse seguire la presunta via normale, ma non l'ho mai salita.
Credo che, non so se per sfortuna o fortuna, la Croda Rotta non richiamerà mai folle di visitatori, e così potrà starsene appartata e battuta solo dai camosci - che ai suoi piedi riescono a brucare qualche ciuffo d’erba tra i detriti - e in balia dei mutamenti geologici...

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...