23 ago 2018

Il "Calvario", misterioso sentiero del Pomagagnon

Non so quanti frequentatori della Fiames, punta che caratterizza lo sfondo della valle d'Ampezzo verso nord, conoscano il "Calvario". Noto agli scalatori perché utile solo a loro, non è altro che il sentiero, definito ma sempre un po' misterioso, che dalla base del Pomagagnon consente di accedere alle principali vie della Punta: Dimai (1901), Spigolo Jori (1909), Direttissima Castiglioni (1930), Centrale (1933), Paolo Rodèla (1988). 
Per capire il toponimo, dato al sentiero non si sa quando né da chi e diffuso solo oralmente, seguiamolo in un bel giorno di sole, magari in tarda mattinata; complice l'implacabile esposizione a sud, il percorso si rivelerà torrido e faticoso. Se ci aggiungiamo l'assenza d'acqua sul tragitto, che dall'Istituto Putti – comoda base di partenza per la parete - richiede oltre un'ora di cammino, il quadro è completo. 
Sconsigliabile per l'escursionista visto che, a un certo punto, va a sbattere contro venti metri di ripido camino di erba, terra e rocce stimato di III-, il sentiero fu scoperto nel 1901 dalle guide Antonio Dimai e Agostino Verzi studiando la parete, lungo la quale condussero poi con successo il londinese Heath. 
Chapeau alle guide, anime fino alla Grande Guerra della cordata più famosa di Cortina, che intuirono un passaggio da cacciatori nell'intrico vegeto-minerale che sale al vero e proprio attacco delle vie. Il "Calvario" inizia sotto la Punta della Croce (nomen omen), a sinistra della verticale della Fiames; s'insinua tra detriti terrosi e arbusti, obliqua verso la Fiames, scavalca il colatoio che la divide dalla Punta della Croce e raggiunge una macchia ghiaiosa già visibile da lontano. 
Verso il "Calvario" (foto I.D.F.)

Di scritto c'è poco, e per salire ci si è sempre giovati della pratica, di accenni verbali o dell'intuito. Il percorso devia dal sentiero Cai 202 ai piedi del canalone di Forcella Pomagagnon e inizialmente traversa quasi in piano, superando alcuni canali ogni anno più franosi.
Ho ben presente il "Calvario" avendolo percorso venti volte, sempre per salire la Punta Fiames, a parte una: il 16 dicembre 1984, quando partii senza corda per farlo conoscere all'amico Roberto. Giunti alla macchia ghiaiosa, durante la merenda gli nominai la via Dimai, che avevo salito più volte, l'ultima a fine agosto. Il riposo e le chiacchiere in quella nicchia dolomitica isolata e fuori dal tempo, ci resero meno sgradevole del previsto il dover riprendere la via di casa. 
Io gustai appieno quella singolare divagazione, pensando che - debitamente attrezzati - mi sarebbe piaciuto continuare (a metà dicembre!) sulla parete che, per chi dà il giusto valore alle cose, ha anche un'importanza storica, oltre che alpinistica. Tra decine di avventure di ogni livello, ricordo quella escursione prenatalizia con affetto particolare.

20 ago 2018

Cima Piccola di Lavaredo, salendo per la via normale

L'incidente mortale occorso qualche giorno fa a un alpinista solitario che saliva senza mezzi di assicurazione, mi induce a rievocare la prima volta (or sono quasi quarant'anni) in cui volgemmo i nostri passi verso una via normale tra le meno banali delle Dolomiti: quella della Cima Piccola di Lavaredo. 
All'amico Mario, il cui entusiasmo quell'estate mi spronò a diverse scoperte, la salita non diede tanta soddisfazione: a me invece piacque e in seguito la rifeci diverse volte in salita, più una in discesa tornando dalla via Helversen. 
La normale, scoperta dai pusteresi Michl e Hans Innerkofler il 25 luglio 1881 dopo i tentativi di alpinisti illustri, e corretta dai fratelli Zsigmondy nel 1884, è senz'altro una pietra miliare dell'alpinismo, se non dal punto di vista atletico almeno da quello storico. 
Michl Innerkofler, primo salitore
della Piccola di Lavaredo nel 1881
Gran parte delle lunghezze si attestano sul III (grado rilevante per l'epoca): il camino finale, levigatissimo e facilitato da un cordone, si spinge verso il IV, per cui l'Innerkofler, pur essendo la normale, non è un'avventura banale e la Piccola accessi meno impegnativi non ne ha. 
Sull’avancorpo ghiaioso basale, evidente dalla stradina tra i rifugi Auronzo e Lavaredo, scegliemmo sempre di salire slegati, per non perdere tempo in manovre e corde doppie e smuovere sassi il meno possibile. 
Sulla parete soprastante, nota agli amanti di salite classiche e utilizzata anche da chi rientra da altri versanti, i passaggi caratteristici sono più di uno: la traversata, il diedro susseguente, il camino Zsigmondy. Memorabile è l’uscita sulla vetta, composta da tre blocchi uno di fianco all'altro, così lisci da parere quasi piallati. 
Del vuoto respirato sul terrazzino sommitale, a 300 metri dalle ghiaie, ho un ricordo indelebile: che dire della volta in cui, giunti lassù disidratati e desiderosi solo di qualcosa da bere, ci vedemmo invece offrire da due gentili tedeschi ... due grossi e asciutti panini di pane nero e speck? 
Sommando la salita e la discesa (piuttosto lunga con una sola corda, meno complessa con due), la Cima Piccola di Lavaredo non va certamente sottovalutata, anche se è "solo" un III. Posso dire che noi la affrontammo sempre col dovuto rispetto, ed essa ci ricompensò ampiamente, facendoci sentire parte del suggestivo mondo dolomitico.

16 ago 2018

Un pensiero per Sergio De Infanti, alpinista carnico

Ieri 15 agosto, è deceduto all'ospedale di Tolmezzo a 74 anni Sergio De Infanti, alpinista e maestro di sci di Ravascletto, albergatore, scrittore e voce genuina della Carnia. Lo conobbi nel 2005, quando la nostra Sezione del Cai accettò di presentare a Cortina "Vietato volare", diario postumo del suo compagno di cordata Paolo Bizzarro di Udine. In quella piacevole serata, sentii istintivamente Sergio quasi come un amico, ed ebbi poi il modo di approfondirne la conoscenza al raduno del GISM dell'autunno 2014, che venne ospitato alla fine di settembre nel suo albergo "Alla Pace Alpina".
Mirco, Sergio e il sottoscritto
Albergo Alla Pace Alpina - Ravascletto, 28.9.14
Oltre che un dinamico scopritore e valorizzatore delle crode tra Sappada e Tarvisio, protagonista di centinaia di scalate e avventure liete e meno liete in vari angoli della terra, vedevo in Sergio De Infanti un uomo all'apparenza un po' rude ma ricco di sentimento e di cultura, disponibile e comunicativo: un vero figlio della sua dura terra.
Accanto ad alcuni suoi libri e qualche fotografia, desidero conservarne il ricordo attraverso la simpatia che mi seppe trasmettere.

13 ago 2018

Cinquant'anni fa, sulla nord della Cima Nord-Ovest del Cristallo

Sentirsi un “topo di biblioteca” e un “alpinista di penna”, sono qualifiche che tornano sempre utili ed emergono spesso. Come a metà dello scorso giugno, in occasione dell'89° incontro sociale del G.I.S.M. a Pécol di Zoldo. Durante l'assemblea del gruppo, è stata nominata Revisore dei conti una gentile signora che non conoscevo. Sentendo il nome Brunella Marelli, l'ho disturbata per sapere se fosse la stessa che tanti anni fa salì dal versante nord sulla Cima Nord-Ovest del Cristallo, minuscola appendice del noto 3000 ampezzano, che sovrasta di poco la Forcella Staunies e sulla quale svetta una croce, issata dal gestore del vicino rifugio Lorenzi, lo Scoiattolo Beniamino Franceschi “Mescolin” scomparso nel 2001.
Il rifugio Lorenzi, con la croce
della Cima NO del Cristallo
Molto lusingata per la citazione, la signora ha confermato con malcelata emozione di essere proprio lei; ha chiesto come mai ricordassi il suo nome (ho sfogliato molto spesso la guida Berti, viatico di migliaia di amanti della montagna, e Brunella Marelli è uno dei pochi nomi citati per esteso), precisando che il suo capocordata, G. Accorsi, in realtà si chiama C., Claudio, e - ho saputo poi - è cugino e coetaneo del noto fotografo ampezzano Stefano Zardini "Foloin". 
La signora Brunella ha evocato qualche flash della salita, di cui ricorrono oggi i cinquant'anni; ha ricordato la decisione di allora di avventurarsi sulla parete, già visibile dalla Val di Landro ma assai remota; le difficoltà incontrate; il fatto che mezzo secolo fa l'approccio e le rocce erano coperti di neve e ghiaccio, oggi quasi del tutto assenti.
La Cima Nord-Ovest del Cristallo (2950 m) fu salita da un alpinista illustre: il Barone Lorànd von Eötvös, che giunse per primo lassù il 10 luglio 1892 con Seppl Innerkofler, guida di Sesto. La vetta dista pochi passi dalla forcella sottostante, ma a fine Ottocento non c'erano impianti né rifugi, e la cordata dovette sicuramente partire dal fondovalle, 1600 m più sotto. Trovo bello ricordare oggi la Accorsi-Marelli, unica e misconosciuta via su una parete “segreta” di una cima dimenticata delle Dolomiti; e ancor più dimenticata dal 25 luglio 2016, giorno di chiusura del rifugio e dell'ovovia che giungeva a due passi dalla vetta.

7 ago 2018

100 anni dalla nascita di Marino Bianchi, guida alpina di Cortina

Marino Bianchi non è più tra noi. Era un uomo che adorava la montagna. Un uomo che per «andare in montagna» non era mai stanco. Era un uomo tranquillo, aperto, dedito alla famiglia, libero da preconcetti, desideroso di riuscire in qualunque cosa nella vita. Era legato ad un lavoro silenzioso a contatto con la natura, nato perciò per fare la guida alpina. Marino ha tratto in salvo molte persone che si erano ferite in montagna, senza prendere nessuna ricompensa, era perciò un uomo di buon cuore. Scalò tutte le vette delle Dolomiti ed il Kilimangiaro. Dopo ogni impresa descriveva con grande signorilità le sue impressioni sulle scalate. Morì la sera del 23 ottobre 1969 cadendo dalla Torre del Lago. Il giorno prima della tragedia disse: «Sono vecchio, ma la montagna mi vuole molto bene.»” 
È il testo, comprensivo di due imprecisioni, del tema che il titolare di "ramecrodes", nemmeno dodicenne, scriveva sotto la guida della professoressa d'italiano Betty Menardi per “La nostra valle", numero unico dedicato a Cortina nell'anno scolastico 1969-70 dalla classe 1a D della Scuola Media Statale, in ricordo di Marino Bianchi da poco mancato. Il giornalista in erba che esordiva con quello scritto poco meno di mezzo secolo fa, nel quarantesimo della morte ha dedicato alla guida Bianchi la biografia “Il Signore delle montagne” (120 pagine riccamente illustrate, Print House - Cortina, 2009) e desidera ricordarlo ancora una volta a cent'anni dalla nascita, avvenuta il 23 aprile 1918. 
Marino e Margherita Alverà "de chi de Pol" sposi, 
6 novembre 1958 (arch. fam. Bianchi) 

La memoria di Marino Bianchi, “Fouzìgora” nel soprannome di famiglia, dura ancora: nei congiunti e negli amici; in chi lo conobbe, lavorò e scalò con lui; nelle vie che portano il suo nome, sulle Dolomiti (la "Ada" sul Col dei Bòs è indubbiamente la più nota) come sulle cime dell'Africa; nella ferrata della Cima di Mezzo del Cristallo, oggi penalizzata dalla chiusura dell'ovovia di Forcella Staunies e del rifugio Lorenzi; nel cortometraggio di Giuseppe Taffarel (1962); nelle immagini della guida; nel libro e nella cima della Croda da Lago dedicategli. A cento anni dalla nascita, pare giusto rinnovare il ricordo di uno sportivo e amante della montagna buono e sempre disponibile, impegnato sulle crode e nel suo paese dagli anni '30 del Novecento fino al 21 ottobre 1969, quando cadde con una cliente dalla Cima del Lago in Fanes. Il ricordo di una persona che ha lasciato un segno nella Cortina del ventesimo secolo.

3 ago 2018

Il Camino Barbaria del Becco di Mezzodì non attira più nessuno?

In questo agosto potremmo tener conto del 110° anniversario di una via alpinistica che un secolo fa riscosse un cospicuo favore tra i pionieri, ma in seguito fu surclassata da cose più comode e sicure, su rocce più solide e accarezzate dal sole, più divertenti e così via.
Era il "Barbariakamin", il camino che solca quasi verticalmente per circa 200 m il versante nord del Becco di Mezzodì, in faccia al rifugio Croda da Lago. L’ombroso camino, “di un pulito quarto grado” secondo Dino Buzzati, fu salito il 19 agosto 1908 (e non il 2 settembre 1908, come riportano le fonti che copiano da altre fonti inesatte), dai veneziani Francesco Berti - dedicatario del percorso attrezzato della "Cengia del Banco" sulla Croda Marcora - e Ludovico Miari, scortati dagli ampezzani Bortolo Barbaria e Giuseppe Menardi.
Bortolin Zuchin, tra Bruno Sceco
e Celso Meneguto, anno 1941?
“Bortolìn Zuchìn”, figlio e padre di guide e specialista dell'arrampicata in camino, aveva trentacinque anni ed era guida da sette: lo troveremo in montagna per lungo tempo visto che ancora nel 1939, poco meno che settantenne, firmò il libro di vetta del Piz Popena, sul quale era giunto con un cliente.
“Bepe Bèrto”, contadino nel villaggio di Crignes, celibe, di anni ne aveva trentanove ed  era in esercizio dal 1896. Allo scoppio della guerra, nonostante l’età matura fu richiamato lo stesso e concluse tristemente l'esistenza in un ospedale militare nel novembre 1918.
Prime ripetitrici del camino, il 31 luglio 1909, furono le baronesse ungheresi Ilona e Rolanda von Eötvös, scortate dai famosi "Tone Déo" e "Tino Scèco". il 7 agosto 1910 Fritz Terschak fu il primo a cimentarvisi senza guide con A. Mayer; quattordici giorni più tardi Francesco Jori, giovanissima guida, giunse a Cortina da Alba di Canazei per fare il “Barbariakamin” da solo, impiegando due ore dal rifugio alla cima del Becco. Nulla si sa invece di un'eventuale prima salita invernale.
Il camino Barbaria-Berti-Menardi-Miari, salito fino al 1914 circa venticinque volte, manca dalle antologie di scalate dolomitiche classiche. Personalmente mi era venuta voglia di infilarmici nel luglio 1982, ma non trovai chi fosse disposto a condividere l'avventura, che oggi non posso raccontare. Da nessuno degli scalatori che conosco meglio ho sentito mai nominare e apprezzare la via, che fra poco compirà centodieci anni, ricorda un'abile guida che si distinse anche come intarsiatore, ma forse non attira più nessuno.

1 ago 2018

Nel ricordo di Ivano Dibona "Pilato", 1968-2018

Mercoledì 8 agosto (giorno in cui sarà ricordato con due Sante Messe nella Basilica Minore a Cortina), saranno passati giusto cinquant'anni dalla scomparsa di Ivano Dibona "Pilato", caduto con il cliente Antonio Muratori dallo "Spigolo Dibona" della Cima Grande di Lavaredo (salito per la prima volta nell'estate 1909 da suo nonno Angelo, simbolo delle guide ampezzane, con Emil Stubler).
Ivano Dibona
1.6.43 - 8.8.68 

Figlio di Fausto, anch'egli guida, e di "Mitzi" Bachmann, Ivano era nato a Cortina l'1 giugno 1943, e a vent'anni era già Scoiattolo e guida alpina. Esponente di punta dell'alpinismo degli anni '60, in un lustro di esplorazioni avviato nel 1963 con una diretta sulla parete sud della Cima Bel Pra nelle Marmarole - in cui iniziò un sodalizio con l'amico e collega Marcello Bonafede di San Vito di Cadore - Dibona aprì itinerari di alto rango, sia in libera che col massiccio uso di chiodi a espansione (in linea con le tendenze dell'epoca) e ripeté decine di vie dolomitiche, come alpinista e con clienti. Dopo la diretta sulla Bel Pra, tracciò otto vie nuove di estrema difficoltà sul Taburlo, Torrione Salvella e Cima Piccola di Lavaredo (giugno e luglio 1963), Torre Romana (ottobre 1965), Col Rosà, Taé e Tofana di Mezzo (aprile, giugno e settembre 1966) e Punta Giovannina (luglio 1968); quest'ultima fu terminata con Diego Zandanel "Béco", dopo cinquanta ore di salita, meno di un mese prima della morte.
Sempre presente anche negli interventi di soccorso alpino, aveva espresso spesso il proposito di ripetere tutte le settanta vie nuove aperte dal nonno tra il 1903 (sulla Torre Wundt, con Siorpaes e Schubert) e il 1944 (sulla Punta Michele, con Casara, Cavallini, Menardi e Trenker). Subito dopo la disgrazia, amici e colleghi lo ricordarono con una nuova via sulla Torre Fanes (L. Lorenzi e L. Salvadori, 15 agosto 1968), la Direttissima sulla Cima Scotoni (D. Valleferro, B. Menardi e F. Dallago, 10-13 marzo 1969) e con il percorso di cresta da Forcella Staunies al Col dei Stónbe, tracciato in guerra dalle truppe italiane di stanza sul Cristallo, che Dibona aveva esplorato più volte col fratello Fredi, olimpionico di sci nordico e per molti anni conduttore del rifugio Ospitale. Dopo la scomparsa di Ivano, Fredi mantenne l'impegno e con un gruppo di amici completò la sistemazione del sentiero, ufficialmente aperto il 6 settembre 1970.
Battuto da migliaia di persone e teatro anche di numerosi spiacevoli incidenti, il "Sentiero attrezzato Ivano Dibona" - ora "quasi abbandonato", a causa della chiusura dell'ovovia da Sonforca a Staunies e del rifugio Lorenzi in Forcella Staunies - resta una delle passeggiate dolomitiche di croda più note e apprezzate, e ricorda al meglio un giovane alpinista che incise una profonda traccia sulle cime di casa.

30 lug 2018

Pensando alle vie di tanti grandi alpinisti

Saranno forse constatazioni solo intime e immeritevoli di un post; ma avendo visitato negli anni tante montagne, oggi trovo un motivo di orgoglio nel ripensare agli itinerari percorsi su di esse che recano il nome di grandi personaggi dell’alpinismo remoto, prossimo e presente.
Due cime ampezzane, due vie normali
di grandi alpinisti che non mancano nel mio carnet

Seguendo questo pensiero, che non vuole scadere nell'auto-celebrazione, perché riguarda cose normali di una persona normale, e certamente non “giorni grandi” alla Bonatti, Casarotto o Maestri, ho radunato alcuni dati per ricordare. In oltre trent'anni di galoppate, mi è occorso di ricalcare con corda e moschettoni, ma anche senza, le orme di numerosi alpinisti che hanno lasciato un segno nella storia: penso a itinerari aperti da John Ball e Antonio Berti, Severino Casara ed Ettore Castiglioni, Emilio Comici e Marino Dall'Oglio, Sandro Del Torso e i Dibona, i Dimai, Hans Dulfer e Paul Grohmann, gli Innerkofler e Gustav Jahn, Julius Kugy e Piero Mazzorana, Reinhold Messner (anche una via del re degli 8000!) e Tita Piaz, e poi Santo Siorpaes, Luis Trenker, Wolf Von Glanvell...
Per non parlare di vie realizzate da Scoiattoli e guide di Cortina, dal Vecio a Strobel, o da capicordata meno noti alla massa, ma protagonisti di molte scoperte, come Otto Ampferer e Paolo Bonetti, Marcello Bulfoni e i cacciatori ertani, Andrea Colbertaldo e Piero Dallamano, Michele Happacher e Ingenuin Hechenbleikner, Hans Klug e Severino Lussato, Heinrich Noë, Gianni Orsoni e Fred Wiegele... Dall'elenco mancano comunque tanti autori di vie rinomate e acquisite al patrimonio collettivo ma spesso troppo dure, come Riccardo Cassin, Luigi Micheluzzi, Alziro Molin, Gino Soldà, Hans Steger e decine di altri...
Ora che ho messo sulla carta l'elenco (l'idea mi è venuta sfogliando la recente biografia, di Alfredo Paluselli che riguarda Tita Piaz, del quale a fine luglio 1985 con Paolo salii la via Maria sul Sas Pordoi), penso di avere onorato il debito con una schiera di alpinisti di cui sono lieto di aver calcato le orme. Un giorno, ad uso solo statistico e intimistico, alla sfilza di nomi citati potrei collegare quelli delle vie su cui mi è occorso di mettere mani e piedi, e delle quali conservo emozioni e ricordi nella mente e nel cuore.

27 lug 2018

27.7.1978-27.7.2018: ricordo di Severino Casara, poeta delle Dolomiti

14.8.1976: durante una gita alle Tre Cime con mio padre e mio fratello, un temporale ci obbligò a ripararci al rifugio Lavaredo dove, tra la folla, riconoscemmo Severino Casara. L’alpinista era a Cortina in occasione del 20° della scomparsa di Angelo Dibona, per presentare il suo film "Cavalieri della Montagna", girato trent’anni prima proprio in Lavaredo. La guida ampezzana era uno degli interpreti dell'opera, riproposta qualche anno fa ad Auronzo in una rassegna di film di montagna organizzata dal Cai.
Avevo diciott'anni e iniziavo ad appassionarmi di libri di alpinismo; di Casara avevo letto "Il vero arrampicatore" e "Preuss l'alpinista leggendario", sapevo vita, morte e miracoli di rocciatori, cime e scalate, e con grande emozione entrai in confidenza con l'avvocato vicentino, figura significativa e ingiustamente criticata dell’alpinismo del ‘900. Lo portammo a percorrere la facile ferrata “Giovanni Barbara” allo Sbarco de Fanes; d’inverno ci sentimmo al telefono e l’anno dopo, quando Casara tornò a Cortina col compagno di cordata Cavallini, visitammo con lui il cimiterino di San Vito di Braies nel quale, ai piedi della Torre del Signore, voleva essere sepolto. 
L'anno dopo, Enrico e io salimmo il camino N della Torre Toblin dietro il Rifugio Locatelli, per una via sinceramente bruttina aperta da Casara nel 1923; scattammo alcune fotografie e le spedimmo all'avvocato, che le gradì molto. Prima di iniziare l'Università, con un amico fui suo ospite a Vicenza e passammo insieme una bella giornata, parlando solo di montagne. Uomo semplice, dimesso e cordiale, Casara era già molto malato, ma non lo sapevamo; si spense il 27 luglio 1978, e a quel ventenne entusiasta che ero allora dispiacque molto, come se avessi perduto un amico d'infanzia.
Spigolo NO del Pelmetto da Staulanza: cartolina inviata
da Casara a Majoni il 17.12.77
Per conservare qualcosa della sua vita alpina, oltre alla cartolina del Rifugio Staulanza che m’inviò nel 1977 con gli auguri di Natale, iniziai a raccogliere i suoi libri, partendo da quello che giudico il più suggestivo, "Al sole delle Dolomiti". Trovai a caro prezzo "Arrampicate libere nelle Dolomiti", poi “Il libro d’oro delle Dolomiti”, “Fole e folletti delle Dolomiti” e altri, che oggi conservo in biblioteca.
Una volta, a chi gli chiese un parere su Casara, un alpinista che passa per uno dei più forti del mondo rispose che lui si occupava soltanto di grandi personaggi, non di “mezze figure”.
La “mezza figura” sarebbe stato lui, Severino Casara, nato a Vicenza il 26.4.1903. Di famiglia numerosa, crebbe in una casa serena e religiosa. Iniziò ad arrampicare già da bambino sul castello di Giulietta e Romeo a Montecchio Maggiore, col nonno che lo guardava terrorizzato, lo aiutò a scendere e come regalo gli affibbiò ... un ceffone. Il 3.11.1918 Severino sale a Trento in bicicletta per assistere alla liberazione della città dagli austriaci. Nel '19 pedala fino a Cortina, Dobbiaco, Brunico, Bolzano, Trento e torna a casa per la Valsugana. L'impresa non è da poco: aveva solo sedici anni, e le strade e i mezzi non erano quelli di oggi...! Frequenta le tendopoli della Sucai e si avvicina alla montagna, iniziando nel 1920 con la prima salita italiana della Punta Frida in Lavaredo. 
Nel 1921 apre sui monti di casa la prima via nuova; l’anno dopo giunge in Dolomiti, dove ne scopre altre. Nel 1924 gli itinerari nuovi sono 10; nel 1925 12, compresa la contestata salita sul Campanile di Val Montanaia. Seguono 9 vie nel 1926, anno in cui inaugura sul Popena Basso una palestra di roccia per Misurina; il 19 settembre di quell'anno risale sul "campanile più bello del mondo” per l'inaugurazione della campana di vetta. Nel 1927 festeggia la laurea con una via sulla parete SE della Croda Marcora, e apre 9 nuovi tracciati; 10 nel 1928, 14 nel 1929, di cui uno con Comici, 4 nel 1931. Poi l'irruenza giovanile diminuisce, subentrano impegni e difficoltà e sulle Dolomiti torna meno frequentemente. 
Nel 1936, con Walter Visentin, sale lo spigolo NO del Pelmetto, nel 1938 tenta con Comici la parete E del Montanaia, ritirandosi per il maltempo. Apre altre tre vie nel 1940 e nel 1942 scappa in Cadore; è antifascista e in pianura per lui tira una pessima aria. Si rifugia in Val d'Ansiei e su quelle crode apre 5 vie nel 1942, 3 nel 1943, 11 nel 1944 (fra cui una molto dura sul Mescol e una sulla Punta Michele, con l'ultrasessantenne guida e amico Angelo Dibona), 7 nel 1945, con la prima salita della torre dedicata a Comici in Lavaredo.
Tornata la pace, risale sulle Dolomiti: sono 4 le vie nuove del 1947 e 2 quelle del 1949. Si sposta quindi in Oltrepiave, dove ne apre 6 nel 1950, 3 nel 1951, 2 nel 1954 e 2 nel 1961. Ha sessant'anni quando, con due bellunesi, apre l'ultima via dolomitica, una variante diretta alla Preuss sulla Piccolissima di Lavaredo; ma l’ultimissima scoperta è del 1972, un 3° grado sulla Bottiglia delle Grime nelle Piccole Dolomiti.
Autografo sdi Severino Casara
Casara aprì tutte le sue vie in libera e solo due in artificiale, sulla Cima d’Auronzo (1937) e sul Salame del Sassolungo (1940): in entrambe era con Comici, che poco dopo il Salame morì in falesia in Val Gardena. In totale le prime assolute di Casara dovrebbero essere oltre 150, un numero importante per la storia delle Dolomiti. 
Il palmarès del vicentino conta poi salite classiche, invernali e sciistiche, e basta per dimostrare che fu un ottimo alpinista, anche se da capocordata non si spinse oltre il 5° grado. Non era solo un entusiasta e un fantasioso, un romantico malato di roccia; era un idealista puro, un uomo schietto.
Lasciata l’avvocatura, iniziò a scrivere, pubblicando nel 1944 “Arrampicate libere nelle Dolomiti” (II ed., 1950), sulle sue amate montagne. Seguirono “Al sole delle Dolomiti” (1947); “Cantico delle Dolomiti” (1955); “L’arte di arrampicare di Emilio Comici” (1957, II ed. 2010) e “Le meraviglie delle Alpi”; “Fole e folletti nelle Dolomiti” (1966); “Le Dolomiti di Feltre” (1969); “Preuss l’alpinista leggendario” (1970). Postumi usciranno “L'incanto delle Dolomiti” e “Il libro d’oro delle Dolomiti”. A nome suo ci sono altri due libri senza anno d’edizione, “Arrampicare come Comici” e “Rapsodia africana”, e un inedito, “Sulle Dolomiti del Piave”, stampato pochi anni fa per completare la trilogia dedicata alle valli del Boite, dell'Ansiei e del Piave. 
Casara voleva scrivere anche il saggio “Processo ad un alpinista”, per raccontare la sua verità sugli strapiombi N del Montanaia e sulla linciatura morale che derivò da quella salita, secondo taluni inventata per farsi un nome. Il saggio non uscì mai; forse non fu mai scritto, anche perché nel suo archivio non se n’è trovata traccia. La questione degli strapiombi è stata riesumata nel 2008 da Dalla Porta Xydias e poco dopo da Gogna e Zandonella Callegher in “La verità obliqua di Severino Casara”. 
L’opera del vicentino annovera dunque 14 titoli letterari. Oltre che alpinista e scrittore, però, Casara fu anche regista cinematografico. Iniziò nel 1947 con “Cavalieri della Montagna”, girato d’inverno con lui stesso nella parte di Comici, Cavallini in quella di Preuss e Angelo Dibona in quella del custode del rifugio Longeres, e terminò l'esperienza nel 1967 con ”Gioventù sul Brenta”, in cui alcuni giovani salgono in Brenta per far festa ma poi, calamitati dalla montagna, rimangono ad ammirare il trentino Diego Baratieri, da solo sul Campanile Basso. In un ventennio, tra corti e lungometraggi, Casara girò 27 lavori, spesso permeati dalla stridente retorica di metà '900, ma tutti nati da sentimenti genuini, privi di finzioni e pieni d’amore per la montagna. 
Questo fu Severino Casara, la “mezza figura” secondo l'infelice definizione di un “grande”. Il Casara delle vie nuove sulle Dolomiti Orientali; dei libri che gli valsero l'ammissione al GISM, dei film, delle conferenze, delle foto, delle amicizie. L’uomo che per la Montagna subì la gogna, solo perché avrebbe raccontato una prima salita ritenuta impossibile per uno come lui. Non si è mai saputo se salì davvero gli strapiombi del Montanaia, perché non ci sono testimoni, ma processarlo non serve. L’inflessibile opinione pubblica e il “puro” mondo degli alpinisti lo inchiodarono crudelmente, e così per mezzo secolo Casara si portò addosso un macigno e rimase un bravo alpinista, ma un emarginato. Ne valeva la pena?
Quello che poteva diventare il Torrione Casara,
dalla Val Orita (foto E.M., luglio 2008)
Nel 1978 avevo pensato di onorare l’amico scomparso: non con una via, ma addirittura intestandogli un torrione senza nome ai piedi della Croda Rotta sul Sorapis. Ero convinto che fosse (e forse è ancora) inviolato: ha una struttura possente ma non ho mai capito se sia una cima indipendente o non piuttosto solo una piramide  di dolomia in bilico sulle ghiaie della Val Orita. 
Pensavamo di provare a salirlo, e in caso dedicarlo al vicentino che si era consacrato alle Dolomiti, inviando relazioni, schizzi e fotografie alle riviste in cambio di un po’ di gloria. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare; forse il torrione era troppo difficile, forse la roccia non meritava di rischiare, forse non eravamo motivati o poco organizzati. Non se ne fece nulla e fu un peccato; ancora oggi, quando lo vedo, quello per me è sempre il Torrione Severino Casara!

24 lug 2018

1993-2018, nozze d'argento con l'Aiàrnola

Un quarto di secolo fa, il 25 luglio 1993, con mio fratello e l'amico Carlo decidemmo di far visita a un monte un po' "lontano" dal nostro solito raggio d'azione: l'Aiàrnola, tra Auronzo e Padola. 
immagine da: abcdolomiti.com

Tre domeniche prima eravamo saliti sulla vetta, poco distante e assai remunerativa, del Monte Rinaldo, e ci stuzzicava tornare da quelle parti, che al tempo non conoscevamo. Negli anni ci furono altre occasioni di frequentare i monti tra le Dolomiti Orientali e le Alpi Carniche, e oggi ritengo di aver conosciuto a sufficienza molte delle cime che incorniciano il Comelico.
Della traversata dell'Aiàrnola però mi resta solo qualche impressione, non credo di aver scattato neppure fotografie. Partimmo dal Passo Sant'Antonio di buon'ora, e della gita mi sono rimasti impressi alcuni momenti topici: l'accesso alle rocce tra prati e abetaie umide di rugiada; la traccia di salita sempre più erta, fino all'incrocio col sentiero che giunge dal lontano fondo della Val d'Ansiei; alcuni passaggi di roccia. nonostante l'età e l'allenamento, assolutamente non banali e infine, oltre gli impegnativi mille metri di dislivello, la visuale che si aprì dalla cima immersa nella solitudine.
Alla merenda e al riposino sotto il sole di luglio, seguì la discesa, su rocce friabili e delicate, a Forcella Valdarìn, in un'atmosfera fattasi di colpo nebbiosa e fredda, che aggiunse un po' di pepe alla traversata. Nel primo pomeriggio eravamo di nuovo al Passo, soddisfatti della nuova salita ma senza neppure una birra, poiché era tutto chiuso e abbandonato.
Quel 25 luglio, sui 2456 m della “fosca Aiarnola” di carducciana memoria, un mondo che mi parve quantomai remoto e isolato, non eravamo solo in tre. Accanto a noi vedevo i cacciatori, i pastori, i topografi cadorini e comelicesi e poi Franceschini e Bareggi, Mazzorana e Zandegiacomo, Sacco e De Zolt, Martini e Zambelli, i De Martin Pinter: tutti coloro che su quella cima hanno lasciato tracce di storia, contribuendo a far conoscere e apprezzare l'”avamposto del Popèra”, un angolo di mondo che purtroppo non abbiamo più toccato.

20 lug 2018

Giulio Apollonio: alpinista, progettista e protagonista del turismo ampezzano

La storia turistica, soprattutto impiantistica, di Cortina non può dimenticare Giulio Apollonio, deus ex machina della Freccia nel Cielo, una delle funivie più importanti d'Italia che permette di guadagnare senza fatica la Tofana Seconda o di Mezzo – cima più alta d'Ampezzo, simbolo alpinistico dal quale il 29.8.1863 Paul Grohmann schiuse con Francesco Lacedelli "da Melères" le porte alla conquista dei monti della valle - e godere da lassù di un colpo d'occhio senza pari.
Giulio - classe 1896 - si laureò nel primo dopoguerra in ingegneria. Buon rocciatore, il 9.9.1920 compì con Angelo Dibona, Isidoro Siorpaes Péar e Fritz Terschak la prima salita "in Ampezzo italiana" della via Eötvös-Dimai sulla parete S della Tofana di Rozes. Il 3.8.1922, con Dibona, Enrico Gaspari e Agostino Cancider, fu tra i secondi salitori, a tredici anni dall'apertura, dello spigolo Jori della Punta Fiames, una delle più severe scalate dolomitiche dell'epoca.
Apollonio tra Dibona e Siorpaes, sulla parete S 
della Tofana de Rozes, 1920 (foto Terschak)
Seguendo la tradizione familiare, che vide lo zio Annibale tra i fondatori della Società Alpinisti Tridentini (di cui fu consigliere nel decennio 1881-90) e il progettista dei primi singolari rifugi “a cubo” del Trentino, Giulio Apollonio presiedette la SAT nel 1942-44 e 1949 e ne fu consigliere nel 1934-41, 1948 e nel triennio 1950-1952. Gran parte della sua attività professionale fu rivolta alla progettazione e al restauro dei rifugi alpini, e il suo impegno confluì nello studio “Come costruire i nostri rifugi”, presentato al LXX Congresso del Club Alpino Italiano, svoltosi a Lucca nell'estate 1958.
Il nome dell'ingegnere è legato soprattutto a un fortunato modello di bivacco in legno e lamiera per il ricovero di alpinisti ed escursionisti. Apollonio lo ideò durante la seconda guerra mondiale e lo attuò a Cortina nel 1954, inaugurando il bivacco fisso a Forcella Grande, tra le crode di Fanes: dedicato a Gianni Della Chiesa, il manufatto fu poi demolito per vetustà e utilizzo inappropriato nel 2013. Il ricovero modello Apollonio, dell'ampiezza media di 6 mq, non era a semibotte come quelli installati nelle Alpi Occidentali fin dagli anni Venti del '900, ma a parallelepipedo con tetto arcuato e 9 brande che, rovesciate, diventano ripiani e tavolini; una novità era il sistema di areazione, assicurato da una presa d’aria sulla porta e uno sfiatatoio sul tetto.
Comproprietario del Grand Hotel Savoia, in esercizio nel 1923, e presente a Cortina anche in ambito amministrativo, negli anni Sessanta Giulio promosse il progetto della funivia in tre campate dallo Stadio Olimpico del Ghiaccio a 3195 m, sotto la vetta della Tofana. Lo seguì e poté vederlo terminato nell'estate 1971. 
Morì il 9 agosto 1981, lasciando all'alpinismo e alla valle nativa una cospicua eredità tecnica, culturale e di accoglienza in campo turistico.

13 lug 2018

Curiosità di storia: la prima guida turistica di "Cortina italiana", 1923

Nonostante ostinate ricerche, fino a un anno fa supponevo che l'attività pubblicistica di promozione del turismo a Cortina svolta per decenni da Federico Terschak, alpinista, dirigente sportivo e scrittore di chiara fama, avesse esordito nel 1929.
È quello, infatti, l'anno cui risale la “Guida illustrata di Cortina d'Ampezzo e della conca ampezzana”, pubblicata dallo Studio Editoriale Dolomiti e ristampata per almeno quindici volte (fino al 1970) sia in italiano che in tedesco, con titoli e presso  editori diversi. 
Grazie a un incontro con un amico, anch'egli appassionato dell'editoria  su Cortina, però, ho dovuto rivedere le mie nozioni in materia. Terschak aveva esordito come autore di pubblicazioni turistiche a 24 anni, editando col padre Emil - allo scoppio della Grande Guerra - la “Führer durch Ampezzo und die Hochtouren um Cortina”. La guida, interessante pezzo d'antiquariato ristampato con accrescimenti e miglioramenti da S. Hirzel a Lipsia già nello stesso anno della prima edizione, contiene molte immagini, tra le quali alcune di scalate e rifugi alpini scattate da Federico, buon alpinista con e senza guide ed eccellente fotografo.
Passata Cortina all'Italia, nel 1923 la Tipografia Ronzon di Longarone licenziò subito la prima opera di Terschak in italiano, intitolata semplicemente “Guida di Cortina”; il giovane Federico ne risultava editore, mentre le sorelle Apollonio, titolari di un “negozio di chincaglieria” sul Corso Vittorio Emanuele, ne detenevano la proprietà riservata.
Munita di una carta stradale automobilistica curata dall'ufficio viaggi di Albino Dandrea con le “gite giornaliere attraverso le Dolomiti con automobili di lusso”, gli orari degli autoservizi e alcuni box pubblicitari, in una quarantina di pagine la Guida contiene gli argomenti essenziali per conoscere Cortina: cenni storici sulla valle, descrizione del paese, passeggiate, gite, attività invernali e cenni pratici, terminando con l'elenco di alberghi, ville e case private, esercizi e servizi turistici. 
Nel piccolo volume, privo di immagini e sicuramente non comune, c'è tutto il germe dell'entusiasmo di Terschak, un germanico che - dopo la baraonda della 1^ Guerra Mondiale e l'aggregazione di Cortina alla Provincia di Belluno – s'impegnava per far continuare l'ascesa del paese nel firmamento turistico internazionale: un progetto meritevole di plauso, di una persona che non va dimenticata.

9 lug 2018

La pace alpina dei Śuoghe

Chi conosce e frequenta quei luoghi estranei al tempo e allo spazio, li denomina “I Śuoghe”, ma la toponomastica ampezzana identifica il punto più strategico della dorsale, in prevalenza boscosa, che scende a est della Croda de r’Ancona fino allo sbocco della Val di Gotres, come “Ra Ciadénes”. 
Un secolo fa, sui Śuoghe i combattenti di entrambi gli schieramenti furono costretti a passare per attaccare e difendere la sottostante posizione di Son Pòuses, e contro la dorsale fallirono senza rimedio i tentativi di assalto portati dal Regio Esercito fin dal giugno 1915. 
La quota 2053, coperta di conifere e distinta da un segnale trigonometrico, e quella - 50 m più bassa e su terreno aperto - dove la traccia di sentiero aperta dai soldati (già segnata e numerata, ma dismessa da decenni per problemi di manutenzione), giungendo lassù dalla SS 51 incontra quella che sale dalla Val di Gotres, offrono uno scenario solitario e struggente, e la possibilità di osservare sia opere belliche che fauna selvatica in un contesto di autentica pace. 
La zona, per fortuna poco reclamizzata, è un'ottima meta primaverile per misurare i garretti in vista di ben altri impegni, e di escursioni autunnali per sfidare la neve, che lassù pare arrivi spesso in ritardo rispetto ad altrove. 
Del resto, il pendio alberato e percorso da più tracce, che s'inerpica da Ospitale per 563 m di dislivello fino alla sommità della dorsale, è ben esposto al sole e al vento, tanto che è capitato di salirci d'inverno su terreno quasi asciutto. 
L'ultima salita in vetta, 26.11.2006
(foto I.D.F.)
Oggi non onoro più l'appuntamento che per anni avevo instaurato coi Śuoghe, ma resta dolce e indelebile il ricordo dell'ultima occasione in cui traversammo da Ospitale a Gotres in condizioni tardo-estive: era un'irripetibile domenica di fine novembre, vissuta fino agli ultimi istanti di cammino. 
Vale sempre l'auspicio di non sapere né vedere se anche lassù dovessero prendere piede le valorizzazioni, talvolta aberranti, di "promotori turistici" di ogni provenienza, che infrangerebbero definitivamente l’atmosfera di quel magnifico mondo. 
Anche da grande ho visitato i Śuoghe o Ra Ciadenes, fondamentali in guerra e quasi dimenticati in pace, sempre con la stessa curiosità e la gioia dello studente che salì per la prima volta lassù coi genitori, firmando a matita la trave di colmo della casamatta sommitale quasi cinquant'anni fa, il 1° maggio 1972. 

5 lug 2018

Punta Nera, cresta sud: una sola ripetizione?

Credo sia noto che, nelle indagini che mi diverto a svolgere sull'alpinismo a Cortina, sulla sua storia più che centenaria e su molti suoi personaggi, compare spesso un uomo dalla vita lunga e movimentata: Federico "Fritz" Terschak, alpinista, scialpinista, dirigente sportivo e scrittore germanico accasato in Ampezzo, che dagli anni '10 fin quasi ai '70 del secolo scorso fornì importanti contributi alla storia locale.
Per decenni Terschak esplorò a fondo - con la corda come con gli sci - la conca dov'era giunto bambino e dove si spense nel 1977, quasi novantenne, lasciando sui monti ampezzani molti percorsi inediti e oggi in massima parte snobbati dalle mode. 
Uno di questi riveste per me una certa curiosità: la cresta sud della Punta Nera, salita il 10 agosto di novantanove anni fa da Terschak e Isidoro Siorpaes, al tempo referente delle guide per la Sezione Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco (ribattezzata nel 1920 Sezione di Cortina d'Ampezzo del Cai). L'interesse della via, più che nelle sue caratteristiche tecniche, sta nella cornice storica: fu infatti la prima via di roccia - e unica del 1919 - aperta sulle Dolomiti divenute da pochi mesi italiane.
Da S. Vito verso la Punta Nera (cartolina
austriaca del 1910, raccolta E.M.)
La via Terschak, di sviluppo chilometrico e con peculiarità esplorative in un contesto selvaggio, che inizia poco lontano dal trio di case di Dogana Vecchia, per quattro secoli confine di Stato, si conclude a 2847 metri sulla sommità martoriata dai fulmini della Punta Nera. Essa ha avuto almeno una ripetizione: quella di Antonella Fornari, cadorina d'adozione, scrittrice prolifica e cultrice delle vicende della Grande Guerra in Dolomiti.
Non ho i dati che, da "cronista di paese", servirebbero a contestualizzare meglio il fatto (data della ripetizione, nome dei compagni di cordata, ore impiegate, difficoltà riscontrate, eventuali curiosità), né immagini specifiche della cresta, ma sono riuscito a convincere Antonella a fissare qualche flash della sua lontana avventura in un pezzo, apparso nel numero Estate 2018 della rivista “Le Dolomiti Bellunesi” col titolo di “Sulla Punta Nera per la cresta sud”. 
Tanto può bastare, per integrare la storia e la memoria di Terschak, della Punta Nera, dell'alpinismo del primo '900 sulle Dolomiti a cavallo del confine, di una via che mi piacerebbe aver conosciuto.

30 giu 2018

“Escursioni nelle Dolomiti d'Ampezzo”, nuova pubblicazione del Parco

È in libreria “Escursioni nelle Dolomiti d'Ampezzo”, un volume in edizione italiana e inglese curato da Michele Da Pozzo, Direttore del Parco Naturale nel territorio di Cortina. Nell'ampio panorama della pubblicistica sulle crode ampezzane, emerge per una caratteristica: nasce da "dentro", cioè da chi il territorio lo possiede e gestisce, le Regole d'Ampezzo.
Il libro mira alla valorizzazione culturale, in modo ragionato, dell’incalcolabile ricchezza paesaggistica e naturalistica della valle, senza intaccarne i lembi di integrità più vulnerabili e preziosi. In 191 pagine, l'opera - agile e di piccolo formato - presenta decine di opportunità di escursioni, suddivise per gruppi montuosi e dotate tutte di un minimo e costante livello di manutenzione, segnalazione e periodico controllo della sicurezza.
Oltre che per singolo gruppo montuoso, le escursioni vengono ripartite per tipo d'accesso: ad anello, con partenza/arrivo in un unico punto, o in traversata, con maggiori necessità di collegamento, anche con mezzi pubblici. Sono poi distribuite per grado di difficoltà, con particolare attenzione alle ferrate, su cui occorrono una congrua attrezzatura e preparazione psico-fisica.
“Escursioni nelle Dolomiti d'Ampezzo” intende introdurre il fruitore alle peculiarità ambientali, naturalistiche, storico-culturali dei monti di Cortina, e contiene una cartografia essenziale per ubicare gli itinerari nel circondario e nelle sue varie sub-zone geografiche. È pertanto necessario che il lettore intenzionato a partire porti al seguito cartine escursionistiche aggiornate, almeno in scala 1:25.000, per poter individuare nel dettaglio l’itinerario da seguire e i punti critici per l’orientamento.
L’opera offre 137 proposte: 65 anelli, 39 traversate e 33 ferrate, integrate da una ricca iconografia che propone svariati punti di vista, molto spesso inusuali, sull'assortimento e il fascino del paesaggio ampezzano; non mancano ragguagli su tempi e difficoltà di ogni itinerario, basati sulla stima delle capacità di un fruitore “medio”. Il volume si trova presso gli uffici delle Regole d'Ampezzo e in alcuni punti vendita di Cortina, a € 10,00 la copia.

28 giu 2018

Guglia Giuliana, due poco note vie di Comici

Risalendo il sentiero, sconnesso ma sistemato di recente, verso il canalino terminale d'accesso al Popena Basso (la cupola boscosa sopra Misurina, la cui larga parete giallo-grigia - grazie all'intuito di Severino Casara, che la superò per primo - da quasi un secolo fa da falesia di arrampicata), ho scattato alcune immagini a un elegante spuntone di forma curiosa che, nel suo piccolo, ha una bella storia. 
La Guglia Giuliana
(foto tratta da flickr.com)
Lo spuntone, che dal punto più basso si eleva per oltre 60 metri verso il cielo, ma dal lago non si scorge proprio agevolmente, si chiama Guglia Giuliana. Nel 1944 (una targa alla base della parete nord, presso il sentiero che sale sul Popena Basso, ricorda l'evento) la guglia ebbe il nome della padovana Giuliana Massaro, che arrampicò spesso a Misurina, partecipò ad un paio di vie nuove sui Cadini e lassù precipitò, ferendosi mortalmente. 
Fino al '44 la guglia si chiamava GUF, ed era stata dedicata - come volevano i tempi - ai Giovani Universitari Fascisti, articolazione universitaria del Partito, da Cavallini, Cottafavi, Fabjan e Pompei, i quali - con capocordata Emilio Comici, per alcuni anni guida a Misurina - l'avevano salita il 19.7.1934. 
Dopo di allora, sulla guglia tracciarono una variante alla via Comici la guida di Cortina Giuseppe Dimai e una via nuova in solitaria la guida di Auronzo Piero Mazzorana. Nel frattempo, il 4.9.1937, Comici risalì in vetta con Pompei per la parete nord, per un itinerario valutato di 5° e 6°. 
Ecco la cronistoria essenziale della guglia, cui gli eventi di metà secolo fecero cambiare nome. Non è un caso isolato: pure nel Sella c'era una Torre GUF, battezzata così da Arturo Tanesini nel 1934 e, dopo la caduta del regime, riportata al nome originario di Fiechtlturm, e nel gruppo del Cristallo c'è un rilievo che i primi salitori nel 1931 chiamarono "Croda Medaglia d'oro Giuriati" per ricordare Mario Giuriati, eroe di guerra milanese: poi il nome sparì dalle pubblicazioni, nonostante la cima sia massiccia e ben visibile. 
Sono piccoli dilemmi della storia patria!

26 giu 2018

Cinque Torri, via "Felix": itinerario da riscoprire?

Sull'ombrosa parete nord della Torre Grande, tra il percorso con cui nel 1910 Angelo Dibona spinse al 5° il limite dei gradi su quelle pareti, e quello di 5°+ segnato il 6.8.1933 da Angelo e Giuseppe Dimai, in allenamento per il balzo finale sulla nord della Cima Grande di Lavaredo, salita con Emilio Comici il 12-13-14 dello stesso mese, c'è anche la via ”Felix”. E' poco nota, e anche chi scrive la "scordò" nel libro dedicato nel 2000 alle Torri, “Su par ra Pénes de Naeròu. Storia, alpinismo, oronomastica delle Cinque Torri d'Averàu con varie curiosità”.
Parete N della Torre Grande: "Felix" sale a sinistra 
della visibile fessura centrale (foto E.M.) 

“Felix” fu aperta cinquant'anni dopo la vicina Dimai, nell'estate 1983, dal “Ragno” cadorino Icio Dall'Omo con Roberto Gaspari Moroto di Cortina. Potrebbe essere la prima delle circa 100 vie delle Torri aperte in ottica sportiva, poiché dopo due cordate, giunta su una cengia, va a confluire nella Dibona.
Lunga un'ottantina di metri e valutata fino al 6°, fu aperta senza chiodi, supponiamo con protezioni “moderne”, e fu il primo di una serie di tracciati ideati da Dall'Omo e amici sulle Torri e divenuti poi di moda. Corrisponde forse in parte alla via aperta successivamente dalla guida Mario Dibona con Armando Nascè, che però sale dritta fino in vetta alla Torre, con difficoltà più o meno uguali a "Felix".
Credo che la via di Icio e Roberto segni il discrimine tra l'alpinismo classico e quello attuale di itinerari di falesia, d'alto impegno, attrezzati a prova di bomba e sui quali la prestazione mira a limiti sempre più alti. 
Passata la gioventù, non sarei riuscito a salire di là e così, un giorno in cui con l'amico Mirco scendevo per lo sconnesso ghiaione che rasenta la parete, mi accontentai di sostare un attimo per osservare i movimenti di una cordata impegnata lassù.
Voglio ricordare qui la "Felix" a 35 anni dall'apertura, pensando che la solida parete sulla quale fu disegnata, non sia snobbata da chi apprezza anche le salite non fini a sé stesse, indirizzate verso una cima come la Torre Grande, che custodisce tante storie curiose.

19 giu 2018

Rocchetta di Campolongo: regina delle Dolomiti dimenticate

Una cima delle Dolomiti Ampezzane negletta dai visitatori, assente dai libri fino al 2012 e paradossalmente – per quanto mai molto battuta – più nota oggi, in un momento in cui sempre più spesso si vanno a cercare luoghi “diversi”, estranei alle mode, alla confusione, al “preconfezionamento alpinistico”, è senza dubbio la Rocchetta di Campolongo, quarta e penultima per altezza delle cime che continuano la dorsale del Becco di Mezzodì a SO di Cortina e vanno a concludere il perimetro comunale all’altezza di Dogana Vecchia.
Quotata 2371 metri e priva di serie difficoltà alpinistiche, accessibile con una robusta escursione che si può iniziare al ponte di Socòl (1276 m di dislivello) o a quello di Rocurto sulla strada del Passo Giau (666 m di dislivello, tragitto comunque piuttosto lungo), è frequentata in buona parte da locali. Secondo il libro di vetta, che rimpiazza quello originario, posto nell'estate 1986 con una tabella lignea e qualche bollo rosso sulla "via normale" da un gruppo di amici di Zuel, spesso però registra salite di alpinisti provenienti da lontano.
Meta di gite collettive (la Sezione del Cai di Cortina vi portò 18 persone e un cagnolino nel settembre 2004, quella di Conegliano vi è salita nell'estate 2013), solcata sul versante cadorino da alcune vie di roccia di difficoltà classiche, la Rocchetta è nota perché il 16.10.1999 una coppia di locali scoprì casualmente sulle rocce del culmine, 220 anni dopo l’incisione, un “doppio” termine di confine numero 1 tra Ampezzo e San Vito di Cadore (dal 1511 al 1918 tra Tirolo e Venezia).
Gita sociale del Cai Cortina sulla Rocchetta di Campolongo,
5.9.04 (foto Carlo Bortot)
In quel periodo ne scrissi, cercai chiarimenti, formulai ipotesi, poi tutto si è adagiato tra i misteri della microstoria; comunque, sulla cima e alle sue falde il segno di confine numero 1 tra Cortina e Cadore è ben marcato in due luoghi diversi, e ci sono voluti oltre due secoli per evidenziarlo. 
So che appassionati di luoghi romiti di recente sono saliti sulla Rocchetta anche direttamente dal lato nord, che guarda verso la conca d'Ampezzo, per un itinerario forse inedito, di cui però non ho altre notizie e forse scriverò qualcosa in futuro. 
In ogni caso, la cima della Rocchetta - ormai sgombra dalla neve - attende anche quest’anno qualche altro curioso e disposto a fare fatica per godere lassù l’aria finissima e i grandi silenzi delle Dolomiti dimenticate.

17 mag 2018

Ristampato il libro “Rifugio Cinque Torri 1904-2004 - Un’avventura lunga cent’anni”

La famiglia Alberti Lèlo, proprietaria e gestrice della struttura, ha promosso in questi giorni la ristampa anastatica di “Rifugio Cinque Torri 1904-2004 - Un’avventura lunga cent’anni”, volume di Ernesto Majoni uscito 14 anni fa in occasione del secolo di vita del rifugio sotto la Torre Grande d'Averau. Le 64 pagine ricche di immagini d'epoca erano esaurito da tempo ma ancora richieste da alpinisti e bibliofili: ora il volume è nuovamente disponibile presso la famiglia Alberti a Zuel di Sopra, in alcune rivendite e dal 9 giugno al rifugio, che riaprirà per la stagione estiva.
In "Rifugio Cinque Torri 1904-2004" l'autore inizia la storia nel 1842 con la nascita di Giuseppe Ghedina Tomàsc, guida alpina che il 17.9.1880 condusse l’inglese C. G. Wall sulla Torre Grande, massima elevazione del gruppo detto Monte Castellat, dando avvio alla sua esplorazione. Nel 1904 i fratelli Mansueto e Giuseppe Manaigo e Agostino Colli, intuendo che le torri – alcune delle quali già note ai primi alpinisti - costituivano un buon richiamo ma difettavano di un ricovero e ristoro per i visitatori, costruirono l’Albergo 5 Torri, inizialmente in legno a piano unico e poi in muratura a tre piani e con una ventina di cuccette. Uscito praticamente indenne dai due conflitti mondiali, nel '63 l'edificio fu ampliato con la sala da pranzo e oggi – costantemente migliorato e raggiungibile anche con una strada, chiusa in agosto e ottima pista per escursioni invernali con gli sci o le ciaspe - conserva ancora lo stile della casa originaria.
Le Cinque Torri sono una meta molto gettonata e di facile accesso. Tanti escursionisti che passano lassù si dirigono poi più avanti, verso il Nuvolau, la Croda da Lago, i passi Falzarego e Giau o le vie ferrate della Gusela e dell’Averau, ma sulle Torri gli scalatori non mancano. Un tempo erano molto battute tutte le vie classiche delle guglie: Via delle Guide, Myriam, Riss, Diretta, Nord del Barancio, Lusy, Quarta Bassa, Inglese. Da un buon trentennio esse sono state in parte superate dai numerosi tiri moderni, molto duri, spesso brevi ma privi del piacere della vetta.
Il rifugio ha sempre tanto lavoro. Noto anche per la ricca offerta culinaria, è una tappa obbligata per escursionisti, guide alpine e scuole di roccia, scalatori d'antan, climbers, buongustai italiani e stranieri che lassù si satollano. La storia del Cinque Torri offre fatti e curiosità di rilievo: passato per due guerre, dall'Impero al Regno e alla Repubblica, il rifugio lavora da oltre un secolo con impegno e sacrificio, sempre affrontati di buon grado dai proprietari (giunti alla quarta generazione), che sotto le Torri hanno realizzato un valido punto di riferimento per Cortina e l'alpinismo. L’accogliente struttura, in cui si respira ancora l'autentica aria del rifugio alpino, è una pietra miliare dell'ospitalità in Dolomiti, nota e amata, e il libro di Majoni appena ristampato vuole perpetuarne la storia e la memoria.

Ernesto Majoni, “Rifugio Cinque Torri 1904-2004 - Un’avventura lunga cent’anni”, Tipografia Print House Cortina d’Ampezzo 2004 – ristampa anastatica 2018, pagine 64 con immagini in b/n.

8 mag 2018

Giacomo Colli, guida e rifugista, a 100 anni dalla morte

Poco meno di un secolo fa, il 22 giugno 1918, concludeva l'esistenza nella sua casa, nel villaggio di Col, Giacomo Colli Saèrio. Nato nel 1855, a trentaquattro anni aveva conseguito la licenza per esercitare la professione di guida, che gli venne poi rinnovata per un quarto di secolo. 
Giacomo Colli Saèrio, guida e rifugista
(20.5.1855-22.6.1918)
Pur trovandosi nella piena maturità nel periodo in cui “il livello tecnico alpinistico delle guide locali era altissimo”, fu soltanto una "guida per montagne basse", una di quelle disponibili a condurre clienti a piedi o a cavallo attraverso i passi e le valli dolomitiche o in semplici escursioni. Nella storia locale, di Colli si ricorda il soprannome “di Falzarego”, poiché fu uno dei primi, se non proprio il primo rifugista della conca. 
Rilevò, infatti, dal padre Francesco Saverio e poi mantenne per lungo tempo la gestione dell’Ospizio Falzarego, situato prima del passo omonimo sulla Strada delle Dolomiti, completata nel 1909, che sostituì la carreggiabile fra Ampezzo e Livinallongo. Il fabbricato, eretto dalla Magnifica Comunità ampezzana già nel 1868 per ospitare chi transitava per Falzarego, pur essendo la prima struttura d'interesse alpinistico della conca, non fu mai ritenuto un rifugio alpino; anzi, dopo essere stato dotato di una stazione postelegrafonica, nel 1905 fu trasformato in un vero e proprio albergo. 
All'epoca, per rilasciare la concessione a gestirlo, il Comune poneva obblighi rigorosi: apertura garantita fino al 20 novembre di ogni anno e in ogni condizione di tempo; obbligo per il custode di “mantenere la strada dal confine di Livinallongo fino a Cianzopé”, e di essere “fornito di vettovaglie e di buone bibite nonché di foraggi, dei quali avrà sempre una provvigione di almeno 300 chili di fieno e sufficiente quantità di avena”; il capitolato infine, curiosamente stabiliva che “l’Ospizio non potrà giammai essere abbandonato in mano a sole donne.” Per cui, tra il lavoro e gli obblighi ai quali sottostare e avendo moglie e due figlie femmine, quando mai il Saèrio avrà avuto il tempo di scorrazzare per le montagne?
Nel 1907 la gestione dell'Ospizio passò all'imprenditore, bolzanino ma nato in Grecia, Theodor Christomannos (1854-1911). Fautore della Strada delle Dolomiti, il successore di Colli  gestiva già una struttura analoga  sul Pordoi e tenne quella di Falzarego per poco tempo, poiché morì a soli cinquantasei anni. Raso al suolo dall'artiglieria allo scoppio della prima guerra mondiale, dell'Ospizio - Albergo Falzarego sopravvive in pratica soltanto qualche fotografia.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...