9 mag 2020

Dubbi, misteri e segreti tra le crode d'Ampezzo

Quanti misteri e quali segreti nasconde ancora la conca ampezzana, al pari di altre valli alpine?
Ci rifletto soprattutto quando escono notizie sulla scoperta di qualche materiale antico e logicamente inedito. Si tratti di archeologia, botanica, geologia, archeologia industriale, pastorale o storia militare, ogni ritrovamento suscita emozione. E non solo: anche un pizzico di invidia nei confronti di coloro che -  muniti delle dovute conoscenze e dell'occhio che dedicandosi a certe indagini si può sviluppare - incappano in qualcosa di originale, mai toccato, udito o visto.
Spesso le novità sconvolgono l'impianto della storia (due esempi abbastanza freschi: gli scavi iniziati sulla rocca di Podestagno, che sembrano retrodatare di molto vicende che parevano cristallizzate nel Medioevo; la doppia croce confinaria n. 1 con San Vito sulla cresta delle Rocchette, riscoperta soltanto duecentoventi anni dopo l'incisione, nell'ottobre 1999).
La croce n. 1 del confine Ampezzo - San Vito,
riscoperta soltanto nel 1999 (foto E.M.)
Talvolta anche elementi non millenari incidono tra le pieghe della microstoria; ricordo la pagina della rivista del 1914 che dava merito a Bortolo Barbaria, e non a Zaccaria Pompanin come sostenuto da tutte le fonti, per la prima salita - 1.8.1913 - della Torre Lusy in Averau.
Segreti e misteri generano entusiasmo e – con le forze, l'occhio, la scienza necessari - spingono ad indagare sempre più a fondo gli eventi di una valle tra le più pubblicizzate delle Alpi intere. Comunque, alcuni piccoli dubbi sono rimasti in parte insoluti.
Donde venivano, e dove saranno le monete trovate nel 1914 da una signora ampezzana nel suo orto a Cadin, e giudicate d'epoca romana? A che cosa servivano i blocchi di pietra posti in circolo sulle rive del laghetto sotto i Lastoi del Formin? C'era veramente una chiesetta vicino al vecchio confine col Cadore, che Don Pietro (Alverà o Da Ronco?) scriveva esistesse ancora nel 1866? Che cosa potrebbero contenere i cunicoli tra Son Pòusses e Podestagno?
Assodato che le ricerche sul campo e sui documenti sono comunque impegnative, a noi - che sul campo andiamo molto poco -  oggi interessano soprattutto i fatterelli di una branca della storia, stimolante ancorché non sempre valutata a dovere: quella delle nostre crode. Perché, se è vero che ai nostri antenati la montagna “serviva” soltanto fin dove finisce la vegetazione e quindi la produttività, siamo certi che quel limite riservi sempre piccole novità e sorprese.

1 mag 2020

Sui Zuoghe, luogo del tempo immobile

Chi conosce il luogo, per comodità lo denomina “I Zuoghe”, cioè "i gioghi" (Z = s di rosa). In verità, la dorsale che dal finestrone del Busc de r’Ancona si allunga verso est, viene identificata più precisamente con il toponimo di “Ra Ciadenes”, ovvero "le catene". 
Siamo nel gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo, in una zona divenuta tristemente famosa ai primi di giugno 1915, quando divenne un varco obbligato per assaltare la roccaforte di Son Pousses. Contro la dorsale delle Ciadenes s’infransero, infatti, con grande versamento di sangue i tentativi di sfondamento della linea da parte degli italiani. 
La quota 2053, dove si trova un segnale trigonometrico, e quella - 50 m. più bassa - su cui la traccia che sale dalla Statale d'Alemagna incrocia quella che scende dalla dorsale in Val di Gotres, offrono un ambiente unico, che permette di osservare animali selvatici e resti di guerra. 
La ripida salita da Ospitale è indicata in primavera per saggiare i muscoli in previsione della stagione estiva, e poi alla fine dell'estate per sfidare l’inverno, che lassù pare sempre arrivare un po' più tardi. Del resto l'intricato pendio boscoso che sale in cima, solcato da tracce che si ricongiungono ad anello e di recente interessato in parte da un incendio, è ben esposto al sole: ricordo che ci capitò di salirci in marzo e aprile e poi in novembre e dicembre senza neppure bagnarci gli scarponi. 
Sui Zuoghe, il 1° maggio 2005
Oggi abbiamo purtroppo abbandonato quello che fu un appuntamento di rito, pre o post-stagionale, con i nostri Zuoghe, che chiudemmo un 26 novembre trovando tutto l’anello in condizioni tardo-estive. 
Invitiamo gli aspiranti visitatori a salire con il dovuto rispetto su quella dorsale, dove il tempo sembra sia rimasto immobile. Ci auguriamo anche di non venire mai a sapere di eventuali manomissioni sui Zuoghe, perpetrate da “valorizzatori” turistici più o meno istituzionali, sempre all'erta.
Esse servirebbero solo a spezzare l'atmosfera che caratterizza quei dirupi, tanto strategici in guerra quanto poi disertati in pace, che frequentai per trent'anni e oltre, sempre con l'entusiasmo e la curiosità del ragazzo salito per la prima volta coi genitori 48 anni fa, il 1° maggio 1972.

22 apr 2020

Iaron de Pampanin, un'idea molto originale

Fino a qualche anno fa, gli ampi pendii di pini, mughi e detriti sopra la Statale d’Alemagna nel tratto da Acquabona - presso Cortina - a Chiapuzza, all’imbocco nord di San Vito, erano sicuramente un po' più appetibili per l'escursionista. 
In seguito alle grandi colate di ghiaia, reali o prevedibili, che affliggono il versante sud della Croda Marcora e ai lavori di regimazione in corso di completamento, infatti, l'area ha perso un po' in estetica e in agibilità, e incute un certo riguardo anche ai più smaliziati. Solcata da un solo sentiero segnato, un paio di piste forestali e numerose tracce di animali e di cacciatori, a inizio e fine stagione - data la quota e la favorevole esposizione - offre comunque possibilità alternative di svago. 
Le nostre mete più frequenti erano tre: la galleria militare ai piedi della Punta Nera, «Ra man», con gli antichi segni confinari numero 9 e 10 tra Ampezzo e il Cadore, Tirolo e Venezia, la Baita Peniés e la soprastante pala erbosa sovrastata da una cascata intermittente. Luoghi minori, ma di sicuro fascino e solitudine: a parte una volta «su da ra man» e una ai Peniés, per molti anni lassù ci accolse il silenzio. 
Di mete perseguibili ce ne sono poche altre e a una di esse, scelta forse per caso, salii con Clara e Roberto, un giorno di primavera. L’obiettivo era il Iaron (ghiaione) de Pampanin, il lungo e ripido canale detritico che dal bosco s’insinua tra le rocce, terminando sotto una cospicua frana che ha smosso una porzione della parete soprastante, lasciando una grande nicchia giallastra e dal sinistro aspetto. 
Il versante meridionale della Croda Marcora:
a destra in basso, la grande nicchia di frana (foto I.D.F.)
Quella mattina salimmo sotto la nicchia, con un po' di fatica a causa delle ghiaie mobili e della carenza di tracce, e lassù sostammo per poco, accompagnati dal ronzio inquietante di qualche sasso in caduta. Fu tra l'altro singolare scoprire proprio al culmine del canalone ...una piccola cassetta di legno per la frutta, portata chissà quando, forse dal vento? 
Il Iaron de Pampanin, oronimo che si collega ai casati Pompanin di Cortina e Pampanin di Zoppè di Cadore (un tempo anche di San Vito), non fu di certo un traguardo indimenticabile, ma un'idea molto originale; e come tale ci ricorda quelle primavere.

3 apr 2020

Ezio, "rifugista ad honorem" in Valbona

In questi giorni se n'è andato Ezio Bellodis, classe 1946, già guardia campestre del Comune di Cortina. Per tanti di noi che lo frequentammo tra gli anni '80 e '90 del Novecento, è  stato sicuramente il «rifugista ad honorem» di Valbona. 
Non praticava la montagna da alpinista, ma amava la cultura, le Regole e tutto ciò che riguarda la conca d'Ampezzo, e si cimentò anche nel teatro e nella scrittura. Nel periodo che ricordo, aveva in comodato un Cason (baita) regoliero sul pascolo di Valbona, verso Auronzo; quello piccolo in muratura, a destra della strada che da Federa Vecchia sale verso Tre Croci. Con l’aiuto di alcuni amici lo aveva risistemato per bene e lo usò assiduamente e in ogni stagione per diversi anni. 
Il Cason in muratura de Valbona
In Valbona si andava soprattutto con i giovani del gruppo di ballo ladino, e là partecipammo a scampagnate e serate memorabili, persino a una rustica gara di fondo, spesso accompagnate da grigliate e libagioni. 
Nel Cason erano di casa, tra i tanti, gli scomparsi Roberto ed Elio, ragazze e ragazzi del "Baleto", ma le porte erano aperte a molti amici, di Cortina e non solo. Ricordo in particolare quando Ezio accolse in Valbona Teofilo, «ragazzo del ‘99» che a quasi novant'anni, una sera di fine novembre con un freddo polare, aveva «sbagliato» un cervo durante una battuta col guardiacaccia Bruno. 
In Cason il via vai era quasi continuo; c’era sempre da fare e da divertirsi ed Ezio lo manteneva e lo curava con passione, sorvegliandolo anche dopo il lavoro, quando ne aveva il tempo. Con la sua regia (pensandoci, come dimenticare le gustose braciole che gli forniva il macellaio Caldara?) si stava tanto, e bene, in compagnia; in quegli anni, per me Valbona era diventata una piccola succursale della nostra comunità, in un angolo pieno di pace. 
Quando, passati i 40, Ezio «mise la testa a posto» sposandosi e lasciando il Cason, affidato a turno ad altri regolieri, pian piano ci perdemmo. Salvo ritrovarci qualche tempo fa, in un confronto breve e un po' acido sull’aggiornamento dell’antico Laudo delle Regole d’Ampezzo, operazione sulla quale era fortemente critico. Ciao Ezio!

29 mar 2020

Una cima da (ri)scoprire: il Piz Checco sul Sorapis

È possibile che il pioniere dell’esplorazione dolomitica Francesco Lacedelli, il famoso «Chéco da Meleres», a Cortina non abbia neppure un angolo che lo onori? 
Ci sono, bisogna dirlo, la targa in cimitero sulla quale il suo nome è inciso al terzo posto, e quella all’inizio di Via Grohmann, che lo ricorda col suo primo e affezionato cliente: e basta. 
Ovvero qualcosa c’è, ma non si sa esattamente dove sia e se esista ancora. Sfogliando il volume di Grohmann «Wanderungen in den Dolomiten» (1877), che 105 anni dopo i coniugi Sanmarchi resero accessibile a chi non sa il tedesco, traducendolo in «La scoperta delle Dolomiti. 1862», è emerso un riferimento. 
Nella precisa cronaca della conquista del Sorapis, Grohmann propose un oronimo con cui intendeva battezzare «un sottile rilievo, una guglia che Checco salì ad esplorare» durante la prima ascensione del "3000" ampezzano, compiuta il 16 settembre 1864 con Francesco Lacedelli e il guardaboschi Angelo Dimai Deo. 
Chéco da Melères, 
intorno al 1865
Secondo l'austriaco, la guglia, che svetta sulla «Forcelletta Pian della Foppa, la più alta del gruppo del Sorapiss», da cui «scendevano ripide le rocce nell’imponente Fond de Rusecco» non aveva un nome per i cadorini: il versante sud del Sorapis ricade, infatti, verso San Vito, allora parte del Regno d’Italia. Fu così che Grohmann volle denominarla Piz Checco, «in onore dell’uomo al quale tanto devo per la mia attività nelle Dolomiti». 
156 anni dopo l’incredibile tour de force del trio, che per salire il Sorapis, scendere e tornare a Cortina camminò senza sosta per ventidue ore (e Chéco aveva quasi settant'anni), il Piz non è semplice da individuare sul terreno e nei documenti.
Nonostante anche il nome si sia praticamente perso, resta però l’unico omaggio a Lacedelli, che non fu solo un cacciatore e un alpinista, ma anche un abile orologiaio e un combattente per la libertà. Chéco morì a novant'anni il 30 agosto 1886, due settimane dopo l’inaugurazione del secondo rifugio della conca ampezzanaa Forcella Fontananegra, tra due delle vette che proprio lui aveva conquistato: la Tofana di Mezzo e quella di Rozes.

22 mar 2020

Torrione Guido Lorenzi, una cima da conoscere

Poiché non sappiamo quando si potrà avvicinare di nuovo, o anche solo fotografarla dal basso senza una giustificazione opportuna, facciamo un volo pindarico verso una cima sicuramente poco nota della valle d'Ampezzo: il Torrione Guido Lorenzi. 
L’occasione viene dalla recente scomparsa di Candido Bellodis, uno dei cinque che lo scalarono per primi sessantun anni fa: deceduti Bruno Menardi, Beniamino Franceschi e Claudio Zardini, del quintetto è ancora tra noi soltanto Carlo Gandini. 
Dove ci troviamo? Al cospetto di un «pronunciato spuntone che, a foggia di prora, si stacca sul versante meridionale della Costa del Pin», «intitolato dai primi salitori alla memoria dello Scoiattolo cortinese Guido Lorenzi»
Il Torrione, per chi lo volesse localizzare, è evidente dalla sella di Cimabanche, e ci si passa sotto traversando da Pratopiazza per la forcellina «della Quaira del Pin»; probabilmente poche persone lo fanno d’estate, forse qualcuna di più d’inverno con gli sci. 
Indubbiamente fuori dal mondo, il luogo non ha grande rilevanza confronto ad obiettivi più gettonati; può attrarre più che altro dal punto di vista della storia e della memoria. 
Guido Lorenzi, lo Scoiattolo e guida morto giovanissimo nel 1956 a seguito di un incidente sul lavoro, oltre che dal Torrione è ricordato dal rifugio a Forcella Staunies (attualmente chiuso), dedicatogli dal collega «Mescolin», che lo costruì e lo gestì per decenni con la moglie Antonia. 
Da Valfonda verso la Croda Rossa d'Ampezzo.
Il Torrione Lorenzi è in basso a destra (foto E.M., 2011)
Gli Scoiattoli che s’inventarono di salire la cima il 17.6.1959, formavano due cordate: in una c'erano Bellodis e Zardini e nell'altra Franceschi, Menardi e Gandini. Essi giunsero in vetta rispettivamente per la parete e lo spigolo S (V grado) e per il camino S (IV) dopo tre ore di salita. 
Del Torrione oltre a quelle che ci dà la guida Berti, ci sono poche attestazioni: ma  la cosa non è importante. Per gli appassionati di storia alpinistica conta il ricordo dell’avventura di quei giovani (Bellodis e Franceschi, avevano 27 anni, Zardini 26, Menardi e Gandini, solo 20); conta il fatto che lo sfortunato Lorenzi sia ancora presente tra le sue montagne, e soprattutto conta il ricordo di chi non c’è più. 

14 mar 2020

In ricordo di Candido Bellodis, Scoiattolo e guida

Ieri se n'è andata la seconda guida ampezzana in ordine di età, tra quelle ancora in vita: Candido Bellodis, il "Fantorìn". Valente artigiano lattoniere, Bellodis era nato nel 1932; divenne guida autorizzata nel 1956 e fu anche maestro di sci. Scoiattolo dai primi anni ‘50, si mise in luce a vent'anni iniziando con il coetaneo Beniamino Franceschi Mescolin (deceduto nel 2001) una serie di scalate di grande rilievo. 
Il 23 gennaio 1953 esordì con la prima salita invernale della via Dallamano-Ghirardini sulla parete O del Cristallo, con il Mescolin ed Elio Valleferro. Il 26 luglio con Lino Lacedelli, il Mescolin e Claudio Zardini partecipò alla sua prima nuova salita, la parete S del Cernera, visibile da Selva in Val Fiorentina; un sesto grado che si dice non sia mai stato ripetuto. 
Nel giugno 1954 toccò a un altro sesto grado dolomitico: il "Gran Diedro" SE della Croda dei Rondoi in Val Pusteria, salito in giornata con Franceschi, Zardini e Bibi Ghedina; l’anno seguente a Ferragosto Candido superò, in venti ore con un bivacco in parete e con l’inseparabile Mescolin, l’ambita parete NO della Torre d'Alleghe, nel gruppo della Civetta. Un mese prima, sempre con Franceschi, aveva salito in diciotto ore consecutive il Torrione S del Pelmo, difficile pilastro che domina il sottostante rifugio Venezia-Alba Maria De Luca. 
1956. Scoiattoli di Cortina allo Stadio Olimpico
del Ghiaccio. Candido Bellodis è il 2° da sinistra
Nel 1959, ancora una volta col Mescolìn, Candido fu al centro della polemica con gli svizzeri Albin Schelbert e Hugo Weber, per la conquista della Direttissima sulla parete N della Cima Ovest di Lavaredo. Dopo la pacificazione delle due cordate la via, conclusa il 6 luglio, fu battezzata «Via Italo- Svizzera». Nel corso della sua attività, il Fantorin aprì anche altri itinerari nei gruppi del Cridola, Cristallo, Spalti di Toro, Tofana e Tre Cime; nel settembre 1970, con Luciano Da Pozzo, si cimentò in un'ultima via nuova di sesto grado, la parete S della Cima Formenton, ai piedi della Tofana Terza. 
Con Candido scompare uno degli ultimi tra gli Scoiattoli e guide ampezzane attive soprattutto negli anni Cinquanta del ‘900; un alpinista tenace e parco di parole, che ricordiamo con riconoscenza.

1 mar 2020

Prima invernale sulla Croda Rossa d'Ampezzo

Il 9 marzo di sessantasette anni or sono fu realizzata l’impresa che qui ricordo. Ne fu sede la Croda Rossa d'Ampezzo, importante cima dolomitica tentata per la prima volta nel 1865, da Paul Grohmann, Angelo Dimai Déo e Angelo Dimai Pizo. Poco sotto la vetta, i tre commisero un errore di valutazione che fece fallire la salita, e il successo toccò poi a Whitwell, Christian Lauener e Santo Siorpaes il 20 giugno 1870. Durante la guerra, l’esercito austro-ungarico installò sul culmine un osservatorio, destinato forse a funzionare tutto l’anno, ma non è noto se fu mai usato. 
Per la prima salita della Croda d'inverno occorsero 83 anni. Riuscirono a compierla infatti il 9 marzo 1953 tre guide, Lino Lacedelli, Ugo Pompanin e Guido Lorenzi, e Angelo Menardi Milar, all'epoca segretario del CAI Cortina. 
Dopo aver dormito al Cason dei Cazadore di Ra Stua, i quattro partirono prima dell’alba, in una giornata radiosa, e per la via Wachtler uscirono in vetta insieme al sole. Prescindendo dalla difficoltà della via, che con neve e ghiaccio sicuramente oppose qualche ostacolo, la prima della Croda Rossa d’inverno fu anzitutto un'avventura tra amici, allora tutti poco più che ventenni. 
La Croda Rossa d'Ampezzo (foto C.B.)
Durante una gita a Malga Federa mezzo secolo dopo, Lino confidò che per il quartetto, molto allenato, l’invernale fu soltanto una bella gita, portata a termine con il preciso intento di «soffiarla» al gruppo di alpinisti romani che in quei decenni batteva a tappeto le Dolomiti. 
In seguito la Croda, forse l’ultimo grande 3000 dolomitico ad essere salito d’inverno, è stata raggiunta altre volte. La seconda salita, nel 1967, spettò a uno dei romani, Marino Dall’Oglio, Accademico del CAI e profondo conoscitore della zona, che salì con la moglie e la guida Bruno Menardi Gim. Secondo Dall’Oglio, la salita fu meno difficile di quella estiva, poiché il freddo aveva saldato le pietre mobili rendendo più sicura la roccia della Croda, tristemente nota per la sua consistenza inquietante. 
Oggi la cima è poco visitata anche d’estate; per questo, è bello ricordare gli autori della scalata del 1953 (dei quali rimane soltanto Ugo Pompanin, inossidabile novantatreenne), evocando una «bella gita» che chiuse il periodo pionieristico dei nostri monti. 

17 feb 2020

Scalatori inglesi sulle Dolomiti

Ah, gli inglesi! Se dalle isole britanniche non fossero sbarcati loro intorno al 1860 per visitare le Dolomiti, senza dubbio sarebbe venuto qualcun altro. Ma furono praticamente i primi, e così il merito dell’apertura al mondo dei Monti Pallidi, delle valli e dei paesi che li popolano, va attribuito a gallesi, inglesi, irlandesi e scozzesi. 
Una delle prime turiste a varcare la Manica per vedere i nostri monti fu Amelia Edwards, che camminò molto, ma non scalò grandi cime. Nel settembre 1857 arrivò John Ball da Dublino e, grazie una guida cadorina, salì il Pelmo; poi, via via, comparvero Tuckett, Freshfield, Phillimore e Raynor, Wall, Wyatt, Heath, Broome e Corning, solo per citare alcuni che hanno lasciato il nome nelle fonti. Questo fino alla Grande  Guerra: poi tutto cambiò e lo spirito della conquista si affievolì, cedendo il posto ad altri alpinismi. 
Con la loro presenza e metodicità, gli inglesi esplorarono le Dolomiti dal Brenta alle Pale di San Martino; anche a Cortina e nel Cadore frequentarono quasi tutti i gruppi montuosi. Nell'agosto del 1890 Sidney Jones e poi E.M. Cockburn furono i primi a salire, guidati da Antonio Constantini, la Croda Longes e la Croda del Pomagagnon nella valle d'Ampezzo. 
Dal 1896 al 1900, grandi cose fece la coppia John S. Phillimore - Arthur G.S. Raynor, con nuove vie sul Catinaccio, Tofana, Croda da Lago, Cristallo, Pomagagnon, Antelao, Tre Cime, Paterno. I due lasciarono la sigla su diverse vie: si ricorda l’ardito Ago Inglese, lungo l’accesso alla via normale della Croda da Lago (forse salito da Phillimore con Antonio Dimai e Agostino Verzi nell'estate 1899, di rientro dall'ascensione del Campanile Federa). 
Piz Popena sulla ds., con la cresta S
della via Inglese (foto E.M., 2003)
Poi la quinta delle Cinque Torri, detta proprio Torre Inglese, salita da G.W. Wyatt con Sigismondo Menardi e Angelo Maioni nel 1901; due Vie Inglesi in Tofana, di cui la più nota è quella sulla parete SO della Tofana II (Phillimore e Raynor con Dimai e Giuseppe Colli, agosto 1897); il Passo Phillimore, punto più ostico della prima via sulla parete S della Costa del Bartoldo del Pomagagnon, dove salirono  Phillimore e Raynor con Dimai, nel 1899. Infine, anche il Piz Popena ha la sua via Inglese sulla cresta S, salita da Phillimore, Raynor, Dimai, Michl Innerkofler, Zaccaria Pompanin nel 1898. Sugli alpinisti, e sulle alpiniste inglesi si è già scritto a profusione e approfonditamente: qui ci limitiamo a constatare che, soprattutto per la conoscenza delle crode d'Ampezzo, le cordate d'oltre Manica furono fondamentali, e la storia non le ha dimenticate. 

30 gen 2020

Il sentiero attrezzato più breve delle Dolomiti

Ai lettori pongo un curioso interrogativo: qual era il sentiero attrezzato più breve - e anche semplice - delle Dolomiti, forse anche delle Alpi?
Dico "era", perché da tempo - con l’avvio degli scavi archeologici sulla rocca - è stato sostituito da una robusta scala metallica, e rispondo: il sentiero creato dal Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo per giungere più agevolmente al ripiano dove sorgeva la torre del castello di Podestagno.
Fino agli anni '80 tutta la zona - che culmina a 1513 m. di quota, a strapiombo sulla Strada d'Alemagna - non era battutissima. Per salire sul luogo del castello, fortilizio risalente al 1100 che durò otto secoli, fu abbandonato a metà '800 e raso al suolo durante la Grande Guerra, per lasciare spazio ad un osservatorio italiano atto a sorvegliare la 1a linea, oltre alla curiosità occorreva un po' di piede fermo.
Il "sentiero attrezzato" sulla rocca di Podestagno, 
oggi scomparso (foto E.M. del 3.04.2011) 
Nel 1990 il neonato Parco intraprese i primi lavori di miglioria intorno all’ingresso all'area protetta. A scanso di incidenti, si ritenne opportuno sistemare subito la traccia per l’accesso alla rocca dalla SS51, alcuni cunicoli e i resti del muro originario del castello. 
Così, per giungere sulla rocca di Podestagno si usufruì per un periodo abbastanza lungo di un cavo metallico di una decina di metri, ancorato ai resti di muratura con alcuni spit. Fu senz'altro il sentiero attrezzato più breve dei monti d’Ampezzo, sui quali - tra gli anni '50 e '70 del Novecento, ma poi di nuovo in questo secolo - chiodi, corde, scale e scalini ne sono stati posti a iosa.
Sul culmine magramente erboso e con qualche pianta, sul quale si spingevano anche i camosci, era bello fermarsi a guardare il mondo. Visitando il luogo in ogni stagione, per dodici volte negli ultimi sette anni prima che iniziassero gli scavi, lassù ci trovammo spesso da soli; il sito era l'optimum per chi, dopo una gita piacevole e non lunga, desiderava godere in silenzio del profumo della natura e della storia.
La ferratina di Podestagno non ha fatto in tempo a essere inserita nelle guide escursionistiche e sulle carte topografiche; ma è esistita ed è stata usata con profitto, per rendere sicuri gli ultimi passi verso un luogo che testimonia fatti cruciali del nostro passato.

14 gen 2020

Pala de Marco: una prima sci alpinistica?

Dopo una lunga sofferenza, il 20 dicembre scorso è scomparso Marco Schiavon di Cortina, classe 1960. Lo ricordo con amicizia, soprattutto per un episodio.
Come alpinista, credo non avesse all'attivo più di quanto si faceva durante il servizio di leva in Cadore; ma negli anni giovanili, fu un valente sciatore. Un inverno, la sua curiosità fu attratta da una pala di roccia e detriti, quasi un diedro-canale che dalla cresta del Mondeciasadió - noto dagli anni Trenta come (Monte) Faloria - scende verso Cortina sulla destra orografica della funivia. Sicuramente il luogo è popolato soltanto dai camosci: qualche decennio fa, però, fu testimone anche di una piccola "impresa" invernale.
Schiavon aveva solo sedici anni quando scese con gli sci lungo la pala, che ha un dislivello di circa 400 m. e da tempo ho battezzato di mia iniziativa "Pala de Marco". Proprio in quel periodo Don Claudio Sacco, "prete volante" precursore dello sci ripido, stava disegnando nuove linee su tanti canali e pareti dolomitiche (rilevante fu la prima discesa della parete est della Tofana III, nel 1976-1977), e Marco pensò: “Se lo fa lui, perché non posso farlo anch'io, visto che gli sci li padroneggio piuttosto bene?
La Pala de Marco a sin., con il Rifugio Faloria in alto
(foto I.D.F., dicembre 2019)
Così un giorno si cimentò con la pala, evidente già dal centro di Cortina: non una, ma due volte di seguito, in una delle quali era solo, data la rinuncia del suo "socio". La discesa non è riconosciuta dalla storia, ma fu una probabile prima, una delle tante palestre di sci ripido a Cortina, oggi nota tra i free riders con un altro nome. Una sciata certamente avventurosa per l'epoca, realizzata sia a neve fresca che con neve dura e crostosa, incontrando un gradone scoperto, superato con una derapata e un salto di 5-6 m.: e fu tutto.
Con l'amico Marco in questi anni ci si vedeva abbastanza spesso e l'ultima volta che ne parlammo, ricordò un altro particolare: quando gli addetti alla funivia lo avevano visto puntare da solo all'obiettivo, avevano cercato di dissuaderlo: ma lui era deciso. "A sedici anni – aggiunse sorridendo - si faceva questo e altro, senza tanto pensarci su!"
Ciao Marco, che la terra ti sia leggera: per me d'ora in poi la pala del Mondeciasadió conserverà, almeno ufficiosamente, il tuo nome.

7 gen 2020

La croce di vetta del Pomagagnon compie 70 anni

La croce del Pomagagnon, che da settant'anni svetta a 2435 m. sulla Costa del Bartoldo, la sommità più nota della dorsale che fa da sfondo verso nord-est a Cortina, assunse notorietà nel 1999, grazie a uno scritto pubblicato da "Le Dolomiti Bellunesi" e arricchito da fotografie inedite degli archivi P. Polato e D. Dandrea.
Abbattuta dal maltempo nell'inverno 1999-2000, nella primavera seguente - su iniziativa del Cai di Cortina, in special modo di Luciano Bernardi - si rimediò alla mancanza, sostituendo la vecchia croce con una nuova d'acciaio, benedetta e inaugurata con una Messa e una festa in Val Padeon, alla presenza dell'anziano prof. Giuseppe Richebuono, cappellano d'Ampezzo negli anni '50 e promotore della croce, e di molti dei giovani saliti a posarla mezzo secolo prima.
La croce sulla Costa del Bartoldo,
ripristinata nell'agosto 2014
Nell’estate 2019, in occasione di alcuni lavori nel precario Cason dei Casonàte in Val Padeon (ai piedi della Costa), gli operai delle Regole ampezzane si sono imbattuti in un reperto cartaceo dimenticato. Il foglio conteneva l'elenco delle persone che, per l’Anno Santo 1950, sotto la regia del cappellano contribuirono al trasporto e al montaggio della prima croce, di legno ricoperto d'alluminio.
Mentore dell'iniziativa, come detto, fu Giuseppe Richebuono; al primo trasporto dei materiali alla base il 30.6.1950, portò con sé 9 ragazzi, di cui oggi ne restano ancora quattro. Per la posa del manufatto, il 6.7.1950, erano presenti 40 persone; metà di esse è ancora in vita e di alcune non si hanno notizie.
Per non elencare tutti i giovani, allora tra i 10 e i 17 anni (il più grande era Pierluigi Polato, classe 1933), che salirono e scesero varie volte, con entusiasmo e senza tanti timori, le ripide placche a nord della Costa, portando in spalla i segmenti della croce, voglio ricordare le maestranze che contribuirono ad un’opera che ha sfidato il tempo per mezzo secolo esatto: Don Alberto Palla; il Comune di Cortina d'Ampezzo e Isidoro Menardi, fornitori del legname; Silvestro Zangiacomi, che donò il rivestimento metallico; Attilio Cazzetta, che lo modellò; Silvio Bernardi, che con la sua mitica Campagnola portò più volte persone e materiali al "campo base".
Dopo vent'anni dalla festa del 2000, il foglio ritrovato nel Cason dei Casonàte dà modo di accennare all’avventura di tanti anni prima, che sono rimasti ormai in pochi a ricordare.

11 dic 2019

"ramecrodes" ha compiuto 12 anni!

11.12.2007: da un'idea sorta per caso, nasce "ramecrodes". Per un inghippo informatico tre anni dopo, il 28.11.2010, sono costretto a rilanciare il blog originario come "ramecrodes 2", ma fino ad ora esso è rimasto sempre fedele al proposito iniziale: in un novennio sono stati inseriti 734 post, cioè almeno un migliaio di pagine di vita e cultura alpina.
Scorrendo l'elenco dei feedback, si nota che ciò che inserisco - con cadenza piuttosto rallentata rispetto a una volta - pare ancora gradito, al passo con i tempi e con le aspettative dei lettori appassionati di montagna. Le oltre 150.000 pagine aperte fino ad oggi, lo confermano.
Ernesto, Fabio, Mario ed Enrico
sotto le 5 Torri, 1979 (arch. E.M.)
Certo, riesce un po' difficile scovare sempre argomenti, notizie e proposte originali e "up to date", anche in considerazione del fatto che la mia frequentazione della montagna praticamente si è quasi fermata.
Per questo motivo, da qualche mese "ramecrodes 2" ha scelto di concentrarsi su ricordi di vita alpina, biografie di personaggi, episodi di storia locale non solo alpinistica: pare che il blog così congegnato susciti comunque emozioni, e quindi - per non confonderlo tra i tanti contenitori di gite, scalate e sciate, e perché non sia soltanto una "guida" comoda di idee per ogni stagione (di "guide", sul mercato ce ne sono a bizzeffe) - preferisco rafforzarlo come un diario storico di montagna.
Se il proposito mantenesse il gradimento dei lettori, proseguirò così, cavalcando a passo lento fra la cronaca, la storia e la memoria. La previsione di concludere questo lungo viaggio proprio oggi, in occasione del dodicesimo compleanno, per ora si può dunque rimandare. Grazie, e buona montagna a tutti.

8 dic 2019

Visioni dolomitiche: la "Bella dormiente"

Guardando dal fondovalle, il profilo combinato della Rocchetta di Prendèra (un tempo detta solo Rochéta; il nome attuale è alpinistico) e dell'adiacente Rocchetta de la Ruoibes (nota anticamente come El Zóco), osservato da destra a sinistra, evoca il profilo di una giovane donna, distesa ed immersa nel sonno. 
Per questo motivo, al profilo è stata cucita addosso una storia da alcuni romantici, che hanno battezzato la visione dolomitica "Bella dormiente". Con un po' di fantasia, sulla cresta si può pensare, infatti, di vedere fronte, naso, bocca, mento e seno di una fanciulla che riposa al cospetto del cielo, in attesa di un principe che la baci per ridestarla. 
Anni fa, quasi persuaso di aver esplorato a sufficienza le cime ampezzane, inseguivo un'idea: sfiorare - almeno per un tratto - il profilo della "Bella dormiente". Decidemmo così di iniziare mettendo piede sulla Rocchetta di Prendèra, un belvedere a 360 gradi su Cortina, la Valle del Boite e il circondario dolomitico. Di solito sulla Rocchetta, dove soltanto un decennio fa fu eretta una croce di legno, salgono più sci-alpinisti che escursionisti; dal versante ampezzano ci si arriva in circa due ore dal Lago di Federa, per dossi detritici e erbosi. 
Le quattro Rocchette, con la "Bella dormiente"
(foto I.D.F.)
Da San Vito, invece, il “versante italiano” del Tenente Paoletti (quello che per primo salì l'Antelao e il Pelmo d'inverno), che nell'autunno 1881 mise piede sulla Rocchetta "in condizioni invernali" con la guida Gio. Battista Zanucco "Nasèla" di San Vito, ci si porta a Forcella Col Duro, oltre Forcella Ambrizzola. Da lì, per detriti ed erbe con vaghe tracce, tenendosi sulla destra del Becco di Mezzodì si raggiunge la cresta e, seguendo il "naso" della "Bella", la quota finale. 
Giunti in vetta da quel lato, dopo la meritata pausa decidemmo di scendere piegando sotto il Becco di Mezzodì in direzione di Federa, e traversammo la distesa di El Gròto, un angolo penoso da percorrere, ma affascinante quanto a naturalità. Sulla Rocchetta avevamo trovato soltanto due persone che, come noi, ripudiavano la congestione agostana; ma, alla fin fine, il tratto mancante del viso della "Bella" non lo completammo mai. 

28 nov 2019

Dieci anni dalla scomparsa di Don Claudio Sacco Sonador

Dieci anni fa di questi giorni, in una notte di luna piena che spronava a lodare il Creato, Don Claudio Sacco Sonador - "prete volante" che arricchiva la missione pastorale con la musica, il canto, la scrittura e la frequentazione della montagna - scompariva tragicamente sotto una valanga, a poco più di sessant'anni, mentre scendeva dal Pore, la cima erbosa che troneggia su Colle Santa Lucia e il Passo Giau.
Lo ricordo con grande simpatia, anche perché ... avevo un "credito" con lui, che era stato dinamico cappellano di Cortina negli anni della mia adolescenza. 
Da ottimo alpinista e trascinatore di giovani qual era, un giorno che ci trovammo all'ombra del campanile, fece una promessa: sapendo della mia passione, mi avrebbe condotto sullo spigolo della Punta Fiames, come premio per il primo esame universitario che dovevo sostenere. L'esame lo superai il 16 marzo 1978, ma lo spigolo in cordata col Don rimase purtroppo una promessa.
Don Claudio Sacco (1945-2009), 
tra i suoi monti (archivio A.A.)
Alla notizia della scomparsa, sulle falde della cima che ho visitato varie volte, mi tornarono in mente due fatti: il patto siglato all'ombra del campanile e la salita della ferrata Strobel sulla Punta Fiames, fatta con Don Claudio e altri ragazzi - all'insaputa dei miei familiari - nell'estate che seguì gli esami di terza media, quando frequentavo la Gioventù Studentesca. 
Un decennio è trascorso dalla salita in cielo di quel vulcanico sacerdote, musicista, scrittore, amante della Montagna; come in tanti altri che lo conobbero e l'apprezzarono, il suo ricordo in me è ancora presente, e mi fa piacere poterlo riproporre.

20 nov 2019

Lino Lacedelli e l'ultima salita

Caro "babo" Lino!
Sono trascorsi dieci anni da quando te ne sei andato. Tante persone ti hanno conosciuto, frequentato e ricordato in modo ampio e degno, e due nuove strutture, la palestra d'arrampicata e una pista di sci a Cortina portano giustamente il tuo nome.
Per cui, con queste quattro righe voglio soltanto rinnovare la simpatia e la gratitudine nei tuoi confronti.
Non ci frequentammo molto, ma non dimentico le occasioni in cui ci siamo incontrati in montagna (la ferrata austriaca del Coglians, 1987; a malga  Tessenberg in Austria, 2002; a Malga Federa, 2003). Ripenso anche a quant'altre occasioni avremmo potuto sfruttare, ma soprattutto a ciò che hai realizzato, con la caparbietà (per questo i primi Scoiattoli ti avevano soprannominato "Testa"...), l'orgoglio e l'umiltà della gente di montagna, la tua famiglia, la tua gente, l'alpinismo e il turismo.
L'esempio e la tenacia che hai sempre saputo dimostrare ci accompagnano. Una robusta stretta di mano, come quelle che erano il tuo famoso "biglietto da visita"!

3 nov 2019

Sulla via Adler al Monte Popena

In una giornata "da urlo", con l'amico Carlo - oggi docente universitario a Trieste - salii per la prima volta la via aperta il 17 agosto 1936 dalla guida di Auronzo Piero Mazzorana con il (o la?) cliente Mulli Adler sulla parete sud-est del Monte Popena, sopra il lago di Misurina; una salita divertente che richiede mezza giornata e si svolge in parete aperta e compatta, con difficoltà medie ma omogenee (quelle che noi cercavamo).
Tornando sotto le pareti, 
a 24 anni di distanza 

Dopo di quella, salii alcune altre volte la via, 150 metri abbastanza aerei e articolati, con ottimi scorci verso le Tre Cime e i Cadini. La buona chiodatura (oggi ci sono spit, allora c'era anche un cuneo di legno) e la discesa facile e veloce, la rendevano ideale per le nostre avventure, e l'ambiente poi ci metteva del suo. 
La Adler è la seconda delle vie che s'incontrano salendo verso la normale del Monte Popena: inizia di fronte alla Guglia Giuliana, poco prima della rampa che raggiunge la forcella tra la parete e i torrioni antistanti, nel diedro che un pilastro forma con la parete stessa. Cinque divertenti lunghezze, di cui la meno facile è quella terminale.
Ultimata la salita, con gioia di Carlo perché saliva lassù per la prima volta, ma anche con mia grande soddisfazione (visto che il 2 novembre di qualche anno prima, la Adler "non mi aveva voluto", a causa di una improvvisa nevicata), oziammo per un'oretta al sole, sotto il cielo azzurro, sulla terrazza della Pensione Al Lago di Valerio Quinz. 
Era sabato 3 novembre 1984.

31 ott 2019

Punta della Croce: cercando la solitudine

Elevazione centrale delle tre che caratterizzano la porzione a occidente della dorsale del Pomagagnon, già nota ab antiquo a cacciatori e pastori, fino al tardo '800 la Punta della Croce non aveva né un nome né una quota precisi.
Il nome glielo diede una croce, probabilmente di legno, piantata sulla cima da Giuseppe Ghedina Tomasc, la guida morta in circostanze poco chiare sul Nuvolau il giorno dell'apertura del rifugio omonimo, l'11 agosto 1883. La quota che la contraddistingue è quella di 2297 metri sul livello del mare.
Punta Fiames, Punta della Croce, Campanile Dimai (da Brite, foto E.M.) 
Non si sa perché Ghedina volle segnalare con una croce quel risalto di cresta, d'importanza tutto sommato relativa. Poco marcato, però, soltanto se lo si guarda dal lato nord, sul quale cala con un pendio di rocce e ciuffi d'erba verso i Prati del Pomagagnon, antica sede di pascolo di pecore. 
Sul lato di Cortina, invece, dalla Punta scende una parete solcata da un'evidente fessurazione; parete che – per quanto sia soltanto in parte verticale – supera i 600 metri d'altezza. 
Pur essendo stata scalata già all'alba del 20° secolo dal germanico Felix Pott con le guide Giovanni Siorpaes e Agostino Verzi, la Punta della Croce non gode della fama delle sue vicine, la Punta Fiames e il Campanile Dimai. Nemmeno la via più agevole per la cima, che richiede circa mezz'ora da Forcella Pomagagnon e presenta difficoltà nel complesso ridotte, suscita eccessivi entusiasmi, anche se fino agli anni '70 la Punta era una delle mete previste nelle gite estive delle guide ampezzane. 
Domenica 31 ottobre 1999, giusto vent'anni fa, era una giornata di sole e di cielo, proprio rubata all'estate; intorno a mezzogiorno giungevo di nuovo, con gli amici Claudia e Alessandro, sulla cima, dove passammo un'oretta di beata contemplazione. Perché mi piaceva la Punta (ma tutta la dorsale del Pomagagnon mi è sempre piaciuta), e perché la salii più volte, fino a quel giorno d'autunno, dopo il quale mi sono sfuggite le occasioni di tornarci? 
Perché una volta sulla sommità, dove non c'è più traccia della croce e ti accoglie soltanto un ometto di sassi, basta spingere lo sguardo - viene quasi spontaneo - sulla dirimpettaia Punta Fiames, cima alla moda e animata per vari mesi all'anno da ferratisti e scalatori. Ci si renderà conto che la Punta della Croce è sì una montagna di minore rilevanza, ma anche un'oasi di solitudine, che merita di essere cercata.

20 ott 2019

Marino Bianchi, il "Signore delle Montagne", 50 anni dopo

Marino Bianchi non è più tra noi. Era un uomo che adorava la montagna. Un uomo che per «andare in montagna» non era mai stanco. Era un uomo tranquillo, aperto, dedito alla famiglia, libero da preconcetti, desideroso di riuscire in qualunque cosa nella vita. Era legato ad un lavoro silenzioso a contatto con la natura, nato perciò per fare la guida alpina. Marino ha tratto in salvo molte persone che si erano ferite in montagna, senza prendere nessuna ricompensa, era perciò un uomo di buon cuore. Scalò tutte le vette delle Dolomiti ed il Kilimangiaro. Dopo ogni impresa descriveva con grande signorilità le sue impressioni sulle scalate. Morì la sera del 23 ottobre 1969 cadendo dalla Torre del Lago. Il giorno prima della tragedia disse: «Sono vecchio, ma la montagna mi vuole molto bene.»” (E.M.)
È il testo, comprensivo di un paio di piccoli errori, del componimento scritto da me undicenne, sotto la guida della docente Betty Menardi, nell'anno scolastico 1969-70 per “La nostra valle” (numero unico dedicato a Cortina d'Ampezzo dalla classe 1a D della Scuola Media Statale), in ricordo della guida Marino Bianchi. Il giornalista in erba che esordiva con quel breve scritto quasi mezzo secolo fa, per il quarantennale dalla morte dedicò poi a Bianchi la biografia “Il Signore delle Montagne” e oggi vuole ricordarlo ancora una volta a cinquant'anni esatti dalla fatale caduta del 21 ottobre 1969 sui monti di Fanes.
Marino Bianchi (1918-1969)
Nella valle d'Ampezzo e non solo, la memoria di Marino “Fouzìgora” è ben viva: nei congiunti e negli amici, in chi lo conobbe, gli fu compagno nel lavoro e in montagna. Il ricordo rimane nelle vie aperte sulle rocce dolomitiche e africane, nella ferrata da Forcella Staunìes alla cima del Cristallo di Mezzo, nel documentario dedicatogli dal regista Giuseppe Taffarel nel 1962, in tante fotografie, nel libro del 2009 e nella guglia della Croda da Lago che porta il suo nome. 
In quest'occasione, vada ancora un pensiero a quella figura di uomo sempre disponibile, di sportivo e alpinista impegnato sulle montagne e nel paese, dagli anni '30 fino all'ultimo giorno. Ad una persona che ha lasciato una traccia luminosa nella storia di Cortina del ventesimo secolo.

15 ott 2019

Angelo Colle, guida alpina d'altri tempi

Ripercorrere la vita di qualcuno attraverso immagini non è sempre agevole, ma utile comunque per scoprire cosa ci sia dietro ambienti, situazioni, volti. Una vecchia foto, inerente all’alpinismo e utile per questa prova, risale al 1913 e ritrae 19 guide alpine di Cortina d'Ampezzo.
Dovrebbe essere l'ultima fotografia ufficiale di un gruppo di guide di Cortina prima della Grande Guerra, che stravolse senza rimedio le usanze antiche e aprì mondi nuovi. Lo sfondo del ritratto, che ne segue altri risalenti al 1893, 1897 e 1901 e non include comunque tutte le guide in servizio, dovrebbe essere l’Albergo, poi Rifugio Cinque Torri, amato punto di ritrovo fin da inizio secolo. 
Tra i signori con tanto di barba, cappello e mustacchi come d'uso si vedono Antonio Dimai (1866-1948, 4° da sinistra seduto), e Angelo Dibona (1879-1956, seduto davanti nel mezzo). Una delle guide in posa non tornò dal fronte (Celestino de Zanna, 1877-1915, 4° da sinistra in seconda fila); un’altra, Agostino Verzi (1869-1958, 1° da destra davanti), risulta aver calcato montagne fin quasi alla 2a guerra mondiale.
Non mancano personaggi passati nella storia senza clamori; ad esempio Angelo Colle (3° da sinistra seduto), nato esattamente centocinquant'anni fa, dall'aspetto quasi pingue e dallo sguardo bonario e sornione. La Sezione Ampezzo del D.Oe.A.V., fondata nel 1882, gli aveva permesso di svolgere la professione di “Bergführer” all’età, ormai quasi veneranda per l’epoca, di 36 anni, dopo aver respinto più volte le sue domande di ottenere la licenza. Nella “Guida della Valle di Ampezzo e dei suoi dintorni” del 1905, Colle è registrato ancora come “aspirante”, accanto ai giovani Arcangelo Colli, Celestino de Zanna, Florindo Pompanin e Baldassare Verzi.
Ottenuta l’agognata autorizzazione, Colle se la tenne stretta e la rinnovò sino al 1932, gestendo nel contempo per un periodo il rifugio Antonio Cantore, ricavato dalla caserma di Forcella Fontananégra, tra le Tofane di Rozes e di Mezzo e nei pressi della storica Tofanahütte. 
La guida vantava un'unica prima ascensione, la Cima V di Furcia Rossa nel gruppo di Fanes. Su di essa, il 6 agosto 1909 il Nèno scortò i tedeschi Thiel, Jung e Kleyensteuber, lungo un tragitto poi agevolato in guerra da cospicui lavori, poiché tutta la linea di cresta fu saldamente in mano agli austriaci.
Di Colle, spentosi nel 1960, non rimane la memoria di ardite imprese alpinistiche, ma più quella di un esponente della Belle Époque ampezzana a cavallo tra Otto e Novecento. Leggendo tra le righe, nel ritratto di gruppo del 1913 pare di scorgere, più che una rude guida, quasi un dandy brillante e loquace, disposto a intrattenere il pubblico durante le sue avventure alpine con battute e storie, e magari anche a spararle grosse.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...