Nel 1981 morì il professor Oliviero Olivo, cittadino bolognese ma di origini cadorine di Venas. E’ sepolto a Cortina, accanto alla moglie Eletta e al figlio Franco, caduto nel 1963 dalla Via Miriam della Torre Grande. Oltre che insigne cattedratico nel campo dell'anatomia umana, Olivo fu un ottimo alpinista. Fanno fede delle sue capacità numerose vie nuove sulle Dolomiti, realizzate tra il 1921 e il 1955, perlopiù in solitaria, nei gruppi degli Spalti di Toro, Duranno, Antelao e Marmarole, le cime di casa. Anche a Cortina però c'è una via di Olivo, quella tracciata il 19/8/1923 sulla Punta Marietta, massiccio torrione che si eleva dal fianco E della Tofana di Rozes e domina Forcella Fontananegra. Classificato di II grado, il percorso si tiene sul versante N della Punta, una montagna d’importanza del tutto trascurabile, e sale su roccia non sempre buona. Nel luglio 1994, a corto d’idee, cercammo di salire la Marietta e optammo dapprima per la via originaria di Műller con le guide Angelo Zangiacomi Zacheo e Luigi Bernard, che compiva proprio in quei giorni cento anni. Non avendola ben identificata (!), optammo subito per la Olivo. Nonostante però avessimo accerchiato la Punta da ogni lato, non riuscimmo esattamente a intuire neppure quella via: le pareti sembravano tutte maledettamente ripide, umide e friabili, e non potevamo credere, guardandole, che la salita si mantenesse nell’ambito, all’epoca per noi congeniale, del II grado della scala Welzenbach. Quando finalmente pensavamo di aver scovato l’attacco, ci preparammo e partii. Percorsi un tratto della lista iniziale, che traversa subito in piena esposizione e salii qualche metro verso l'alto: ad un ceto momento diedi un’occhiata in su, una preoccupata nell’abisso sottostante e ... girammo i tacchi. Pensai che, se era quello il II grado salito in solitaria dallo spericolato dottor Olivo 71 anni prima, chissà com'erano i suoi famosi IV gradi sull’Antelao e sulle Marmarole ...
Le mie montagne, con la loro storia e le vicende di chi le ha vissute e amate e oggi le conserva nei pensieri: anzitutto le montagne ampezzane, ma qualche volta anche altre. Berg Heil!
5 dic 2010
Due idee per un pizzico di gloria
Chi ama andare in giro d'inverno su cime elevate, per vie poste a settentrione, magari con difficoltà medie ma – in stagioni normali – incrostate di neve e ghiaccio come si conviene (ma ce ne sono ancora?), avrebbe diverse possibilità di assurgere alle cronache, ripetendo itinerari che sinora, salvo smentite, attendono di essere ripetuti nella stagione fredda. Due idee per un po' di gloria invernale: lo spigolo Dibona sulla Cima Grande di Lavaredo, molto battuto d’estate, ma posto proprio a NE, e poi la via Schlögel-Innerkofler sulla parete E della Croda Rossa, aspettano ancora qualche volonteroso! Per quanto riguarda quest'ultima, credo che in 127 anni (tanto è passato dalla prima salita, della guida di Sesto Michele Innerkofler con un cliente) l'avvicinamento lungo la morena di un antico ghiacciaio, il versante di salita poco baciato dal sole, l’andamento della via per camini, canali e cenge, la discesa lunga e laboriosa, abbiano dissuaso molta gente dal mettervi mano. Una decina d'anni fa, per opera di guide sudtirolesi e alpinisti cadorini, il versante N della Croda Rossa fu fatto oggetto di due invernali del famigerato canalone Winkler, a destra della Schlögel, superato in solitaria da Georg Winkler nel 1887. Può darsi che l’interesse invernale per questa cima (dove c’è un’altra via che attende ripetizioni estive e nella stagione fredda da 97 anni) si fosse improvvisamente risvegliato?
4 dic 2010
La prima invernale della Punta Nera compirà tra breve 70 anni
Compirà tra breve settant'anni la prima salita invernale di una cima ampezzana: la Punta Nera. Ritengo la salita degna di nota per due motivi: primo, perché fu anche la prima invernale solitaria, essendo stata compiuta il 27/2/1941 da Giorgio Brunner (1897-1966), triestino esperto di scalate invernali che era stato compagno di Emilio Comici; secondo perché, grazie alla Funivia Faloria aperta due anni prima, Brunner riuscì a salire in vetta, scendere e tornare all’appartamento che aveva affittato nella frazione di Alverà, in sei ore e mezzo soltanto. Ho scritto spesso della Punta Nera perché m'ispira una grande simpatia. E' una cima di medio impegno alpinistico: la via normale, infatti, individuata nel 1876 da Alessandro Lacedelli da Meleres mentre inseguiva un camoscio, richiede poco più di 30 minuti dalla stretta forcella tra le Crepedeles e i Tondi di Sorapis, dove transita un sentiero segnalato, e presenta difficoltà di I su roccia friabile, dove le mani servono giusto per l’equilibrio. Brunner partì con la funivia da Cortina alle dieci e alle quattro e mezza era già di ritorno: usò gli sci fino alla forcella ai piedi della Punta e trovò ottima neve, aggiudicandosi così una invernale di valore e inspiegabilmente ignorata dagli ampezzani, su una cima imponente ma tutto sommato poco battuta. Due anni fa, il 26 luglio, con Adriano, Mario, Mirco e Paola abbiamo riportato in cima un libro per le firme: negli otto anni precedenti erano state registrate mediamente venti firme per stagione. Strano, perché con due ore e poco più di marcia da Faloria, l'alpinista che intende trascorrere una giornata in relax trova una punta con alcune grandi caratteristiche delle vette alpine: grandi panorami, grandi silenzi, una grande pace.
3 dic 2010
Cianpolongo e/o Salvaniera: una storia di confine
Sabato 16/10/1999 Mara Apollonio e Ivano Pasutto, due appassionati escursionisti di Cortina che escono spesso dalle piste battute, fecero una scoperta, tanto più interessante poiché casuale, in un remoto angolo del territorio comunale di Cortina.
Salendo verso la Rochéta de Cianpolòngo, una cima posta sul crinale fra Cortina e San Vito, dopo aver visitato il cippo “numero 1” del confine fra le due comunità, a pochi passi dalla vetta gli escursionisti s’imbatterono … in un altro cippo “numero 1”.
Su un lastrone roccioso apparve, infatti, ai loro occhi stupiti una croce incisa, con la data 1779 e il numero 1, che fa esattamente il paio con quella presente circa 250 metri più in basso, ai piedi del Zìgar, piccola piramide visibile anche da Cortina che ebbe rilievo per definire i confini del territorio, al tempo anche confini fra l’Impero d’Austria e la Repubblica Serenissima.
Di questa duplice pietra di confine è probabile che fino allora nessuno avesse notizie. Non venne citata nei suoi studi da Giuseppe Richebuono, storico d’Ampezzo; non la trovò né ne fece menzione Illuminato de Zanna, il ricercatore che negli anni ’60 aveva scandagliato per primo i 75 km del perimetro confinario ampezzano; non lo conoscevano i cultori di storia e d’alpinismo che all'epoca volli interpellare.
Il secondo confine “numero 1”, ripassato in vernice e copiosamente fotografato dagli “scopritori” (e poi da me visitato in tre occasioni, nel 2000, 2003, 2004), si è inserito come tessera preziosa nel mosaico dell’esplorazione del territorio d’Ampezzo, del quale spesso anche noi residenti sappiamo poco o nulla.
Raggiungibile con fatica ma senza difficoltà di roccia, poiché si mimetizza bene sulla dolomia, evidentemente l’iscrizione sfuggì a coloro che toccarono la vetta dopo il 1779. Non lo notarono, o non ne fecero parola, i cacciatori, i contrabbandieri, i pastori, i pochi scalatori che salirono la cima, e tutti coloro che sulla Rochéta trovano la meta di una gratificante escursione da quando, nel 1986, alcuni amici hanno segnalato l’accesso e portato in vetta una croce e un quaderno per le firme.
Resta ancora da decifrare, e non sembra del tutto intuitivo, il motivo di una duplice confinazione. Ad onore del vero, comunque, una citazione illuminante sull’argomento c’è.
Leggendo il “Protocollo” del 20/8/1779, che descriveva l’andamento dei confini, i cippi e le distanze intermedie fra di loro espresse in pertiche viennesi, il primo termine del confine Ampezzo - San Vito, quindi Tirolo – Cadore, avrebbe dovuto trovarsi in vetta ad una montagna, la cosiddetta “Rocchetta di Selvaniera”. Il testo originale recita così: “… la linea prosegue per la sommità delle più alte crode fino alla Rocchetta di Selvaniera rupe di grande estensione in continuazione delle crode di Ambrizzola.Ora a fianco detta cima, non potendo arrivare alla sommità, guardando verso Ampezzo fu scolpito il primo termine principale n. 1 ed una croce col millesimo 1779, in distanza dal Sasso di Mezzodì pertiche 1000.”
Non è la stessa cosa, ma giacché nella fascia boschiva ai piedi delle Rochetes, sul lato di San Vito, oltre al toponimo “Ciampolongo” esiste anche un “Taulà Salvaniera”, il parallelo fra Salvaniéra e Cianpolòngo pare facile e remunerativo.
Posso azzardare che, in prima battuta, i topografi del 1779 avessero iniziato a marcare i confini sul terreno dal visibile Zìgar, dopo aver giudicato la Rochéta inaccessibile. Analogo sistema fu seguito al termine dei lavori anche sulla sponda opposta della Valle del Boite. Non riuscendo a salire il fianco S della Croda Marcora (su cui i primi scalatori si avventurarono soltanto nel 1927), gli agrimensori incisero, accanto al cippo numero 10, la celebre manina che traccia una linea di confine immaginaria verso la soprastante Croda.
Verificata in seguito la facilità, in senso alpinistico, della cresta che dalla Rochéta scende verso il Boite, probabilmente già nel medesimo anno i mappatori ritornarono in vetta, dove incisero la “nuova” croce con il numero 1.
L’ipotesi, più che logica, sembra probabile. La pietra di confine della vetta poi, a differenza di quella che si trova ai piedi del Zìgar, non fu fatta oggetto di ricognizione nel 1852, data della seconda" mappatura, e nemmeno nel 1964, da parte di Illuminato de Zanna e amici. I topografi la dimenticarono, o non la conoscevano?
Non essendo citato nel “Protocollo” né in altri documenti, il cippo “ritrovato” nel 1999 potrebbe essere rimasto ignoto e invisibile per oltre due secoli. Altra soluzione ragionevole non ho saputo fornire a questo piccolo “giallo” della storia ampezzana, il quale attende ancora chi possa dargli una risposta definitiva.
2 dic 2010
Un "volo" fortunato
Due mesi dopo la laurea, un sabato di giugno, con il giovane amico Nicola - che aveva iniziato da poco ad arrampicare – volli ripetere lo spigolo SE del Sas de Stria, che sovrasta il Passo Falzarego. Conoscevo bene quella via, avendola già percorsa fino ad allora forse una dozzina di volte, quindi mi sentivo tranquillo. Il tempo era ottimo, sullo spigolo non c'era nessuno e salimmo senza fretta godendo i passaggi, che ormai sapevo quasi a memoria. Giunti al muretto superiore, levigato da mezzo secolo di scarponi ma protetto e sicuro, lo affrontai come al solito. Poco prima di saltar fuori, forse colpito da un malore passeggero (capogiro o svenimento?), caddi all’indietro nel canalone retrostante. Questione di un attimo: poiché a quel livello lo spigolo è inclinato, picchiai duramente sulla roccia ma, ben assicurato da Nicola, mi fermai dopo un volo di almeno 5 metri. Incredibile, ma vero: avevo solo un livido bluastro sul coccige, i pantaloni a pezzi, e mi era uscito di tasca il portafoglio! Mi calai pian piano a riprendere il prezioso accessorio e, superato lo sconcerto dell'imprevisto episodio, ripresi a salire respirando a fondo. Poco dopo uscimmo in vetta e scendemmo alla base senza altri fastidi. Ripensandoci, mi sono domandato più volte che cosa mi potesse essere capitato quel giorno d'estate: non avevo problemi, la via era alla mia portata e per fortuna avevo appena rinviato la corda nell’anello sotto il muretto. Meno male che il colpo rimediato non era violentissimo e - oltre al fondo schiena - non coinvolse altre parti del corpo... Dieci anni dopo, quando in una visita medica mi fu chiesto se non avessi mai accusato contusioni violente a carico dei nervi, la prima cosa che mi sovvenne fu la caduta sullo spigolo del Sas de Stria, dove peraltro insistetti a tornare ancora un'altra volta, per poi rivolgere le mie attenzioni alla tranquilla, sempre affollata via normale.
Una disgrazia di 94 anni fa
Delle due guide ampezzane scomparse in montagna d'inverno, la prima fu Alessandro Cassiano Zardini Noce, nato il 24/4/1887 a Staulìn e travolto senza scampo dalla gigantesca valanga del Gran Poz in Marmolada il 13/12/1916, dove perirono circa trecento soldati austroungarici. Zardini, guida dal 1912, non aveva ancora avuto tempo di esprimersi in grandi imprese. Col tenente Norbert Gatti, quattro mesi prima della morte e per motivi più strategici che alpinistici, aveva portato a termine la prima ripetizione della via di L. Laufenbichler e G. Langes sulla N della Roda del Mulon in Marmolada (800 m, difficoltà fino al V). Morendo a ventinove anni, il Noce lasciò in Ampezzo la vedova con tre figli, l'ultima delle quali scomparsa nel gennaio 2001: il suo nome non manca sulla lapide che ricorda gli oltre 130 caduti ampezzani della Grande Guerra. Purtroppo, oltre al biglietto recuperato negli anni '50 sulla Roda del Mulon, cima di minore rilievo del gruppo della Marmolada, non credo circolino altre fonti sull’attività alpinistica del Noce, che porterebbero certamente lumi su una pagina di storia locale. Di Zardini scrissi già qualche anno fa sulla Rivista “Cortina”, ritenendo interessante far luce, per quel poco che mi fu possibile, sull'esistenza di un compaesano troncato nel fiore della giovinezza dall’assurda strategia dei superiori, che dovette pagare con la vita la sventurata installazione di un accampamento in un uno dei punti più rischiosi del fronte della Marmolada.
Il gergo degli scalatori ampezzani
L’alpinismo a Cortina vanta una tradizione ultrasecolare, che si fa iniziare il 29/8/1863. Quel giorno, infatti, il giovane giurista viennese Paul Grohmann, in compagnia di Francesco Lacedelli detto “Checo da Meleres”, orologiaio e valente cacciatore, giunse dal versante W in vetta alla Tofana Seconda (o di Mezzo), la più elevata delle montagne che circondano Cortina. La conquista diede il via ad una disciplina che ha reso famosa la valle in tutto il mondo, fornendo cospicui motivi di gloria alla storia paesana e creando una fonte di reddito fondamentale per l’economia della conca, soprattutto nell’epoca dei trionfi dolomitici.
Dalle esplorazioni di Grohmann (avvenute fra il 1862 e il 1869), che fece conoscere Ampezzo dovunque, sono passati quasi 150 anni. Sulle montagne ampezzane sono state aperte centinaia di vie di roccia, sentieri, ricoveri e vie attrezzate; oltre centocinquanta valligiani sono stati autorizzati a portare clienti in montagna; da mezzo secolo funziona una validissima stazione di soccorso alpino, e la pratica dell’alpinismo gradualmente ha interessato tutti i ceti sociali, tutte le fasce d’età e tutte le nazioni. Il resto fa già parte della cronaca.
Questo saggio mira ad illustrare il modo di comunicare di cui si serve in montagna, più specificamente nell’arrampicata, la popolazione ampezzana. E’ appena il caso di notare che Cortina ha dato i natali a varie generazioni di guide alpine e “Scoiattoli”, i dilettanti che dal 1939 sono riuniti in un affiatato gruppo, ed hanno portato il nome del paese su tutte le cime del globo; quindi il gergo è stato ed è tuttora piuttosto diffuso nella categoria.
Per quanto ci consta, non sappiamo, però, come gli alpinisti e le guide di Cortina parlassero di montagna nei tempi andati. Ed oggi? Il vocabolario degli scalatori locali, soprattutto dei più giovani, risente in modo massiccio della fraseologia tecnica italiana e inglese, lingue alle quali l’alpinismo e l’arrampicata sono debitori di numerosi prestiti.
Ad oltre 150 termini e frasi italiane inerenti alla pratica della montagna, sono stati associati i corrispondenti dialettali, raccolti dagli anni '70 ad oggi perlopiù nell’ambiente giovanile.
Sono state raccolte e trascritte le espressioni e i vocaboli che più di frequente ricorrono nella parlata dei praticanti l’alpinismo, sia in parete sia nei resoconti delle imprese compiute. Scavando localmente però, potranno senz’altro emergere idioletti, peculiari di una o poche persone.
In ogni caso, anche se la maggior parte del vocabolario usato dagli scalatori si è “ampezzanizzata”, un buon numero di lemmi è sicuramente autoctono, in gran parte registrato dai vocabolari, noto agli appassionati ed ancora vivo nella toponomastica.
Alle fonti bibliografiche usate per questo studio, mi permetto di aggiungere la discreta, ma appassionata esperienza alpinistica maturata in un trentennio, ed alcune testimonianze di persone che conoscono bene le emozioni derivanti dal “‘sì in croda”.
Questo breve studio non ambisce certamente ad illuminare chi vi cercasse novità in campo strettamente linguistico, ma intende solo schiudere una finestra fino ad oggi inesplorata sul mondo dell’alpinismo, uno degli aspetti fondamentali della vita fra le nostre montagne.
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Afferrare: ciapà inze; afferrarsi: se ciapà inze
Aguzzo: a ponta, a spizon
Anticima: anticima
Appeso (restare): tacà su; nel vuoto: a pendoron (restà)
Appiglio: apilio/apilie, scafa/scafes, busc/buje, taca/taches, secèl (anche toponimo); a. grosso: mantia/manties
Aprire (una via): daerse (na via)
Arrampicare: ‘sì in croda/ranpegà; a. con decisione: tazà; a. faticosamente: stentà/scarpedà, lense; a. in cordata: ‘sì (su) leade; a. in libera: ‘sì (su) in libera; a. in conserva: ‘sì (su) in conserva; a. in aderenza: ‘sì (su) in aderenza; a. su terreno friabile: ‘sì (su) sui voe
Arrampicata: artificiale: artificiale, da se tirà su (par) i ciode; a. libera: libera
Arrampicatore: che và in croda; a. poco abile: zanpedon/zapoton
Assicurare: fei segura, segurà, assicurà; assicurarsi: se assicurà, se tacà inze
Assicurazione: segura; a. a spalla: a spala
Attaccare (una via): tacà (na via)
Attacco: ataco/atache; a. faticoso: Calvario (toponimo)
Attenzione (escl.): ocio!/tendi!
Attrezzare (una lunghezza di corda): atrezà
Bastoncini (per la marcia): bastoi
Bivaccare: bivacà; dromì fora
Bivacco: bivaco/bivache
Borraccia: boracia/boraces
Cadere: tomà (‘sò)
Calare: calà (‘sò); calarsi: se calà (‘sò)
Calata: calata/calates
Calosce da neve: stieles, ghetes (oggi poco usate)
Camino: camin; c. stretto: busc/buje (anche toponimo)
Campanile: cianpanin/cianpanis
Canalone: canal/canai; canalon/canaloi
Capocordata: prin; arrampicare da c.: ‘sì da prin/‘sì daante
Cascata (di ghiaccio): cascata/cascates; su par el jazo
Casco: casco/casche; iron.: elmo/elme
Cavalcioni, a: a caal, a caaloto
Caverna: landro/landre
Cengia: cengia/cenges, cenja/cenjes; accr. cengion/cengioi, cenjon/cenjoi
Chiodare: ciodà, petà ciode
Chiodo: ciodo/ciode; c. ad anello: c. col anel; c. a pressione: c. a prescion; c. ad espansione: c. a espans(c)ion/spit; c. fisso: c. zementà, resinà; c. di sosta: c. de sosta
Cima: zima/zimes; ponta/pontes (anche toponimi); in cima: su in son
Clessidra: clessidra/clessidres
Colatoio: (gelato, pericoloso per caduta sassi) canalato/canalate; colatoio/colatoie
Corda: corda/cordes (da croda); c. doppia: corda dopia; c. fissa: corda fissa; c. metallica: corda metalica
Cordata: cordata/cordates
Cordino: cordin/cordin, chevlar
Costone: coston/costoi
Crepaccio: crepo/crepe (anche toponimo)
Cresta: cresta/crestes
Croce di vetta: crosc/crojes
Cuneo: coin/cognes (de len) (oggi poco usato)
Diedro: diedro/diedre
Difficile: duro/difizile
Dirupo: crepo/crepe
Discensore: discensor/discensore; secèl; d. a otto: l oto
Dislivello: disliel
Dissipatore: dissipator/dissipatore
Esposto: esposto
Facile: fazile
Fessura: fessura/fessures, scendedura/scendedures; Ris (solo toponimo)
Fettuccia: fetucia/fetuces
Forcella: forzela/forzeles
Frana: frana/franes; (di terra) boa/boes
Franare: vienì ‘sò, franà (‘sò)
Fulmine: saeta/saetes
Ghiacciaio: jazo (anche toponimo, poco usato)
Ghiacciato: jazà
Ghiaccio: jazo; g. duro: j. duro patoco; g. trasformato: j. verde; arrampicare su ghiaccio: (‘sì) su jazo
Ghiaia: jera; g. fine: jerin
Ghiaione: graon/graoi; jeron/jeroi; di pietre grosse: sassera/sasseres; (raro) majiera/majieres
Gradi di difficoltà: prin/secondo/terzo/cuarto/cuinto/sesto; inferiore: inferiore/meno (es. terzo meno/cuinto meno); superiore: superiore/più (ad es. cuarto più/sesto più)
Gradinare: sciarinà, fei sciaris
Gradino: sciarin/sciaris
Guida alpina: guida/guides
Imbracatura: inbragadura/inbragadures; inbrago/inbraghe
Incassato: incassà (inze)
Incastrare: incastrà; incastrarsi: s’incastrà (inze)
Incrodarsi: s’incrodà/se ficià
Legarsi (in cordata): se leà
Libro di vetta: libro/libre
Lunghezza di corda: tiro/tire
Martello: martel/martiei
Masso incastrato: sas incastrà/sasc incastrade
Mollare la corda: molà (mòla!)
Moschettone: moscheton/moschetoi
Naso: nas; Naso Gialo (toponimo)
Neve: gnee; n. farinosa: sfaria; n. crostosa: crosta; n. dura: todo; n. marcia: g. marzo; n. primaverile: firn
Nicchia: busc/buje
Nodo: gropo/grope (nomi propri: barcaiolo, oto, meso barcaiolo, prussic, ecc.)
Ometto: ometo/omete
Orizzontale: via dreto
Palestra di roccia: palestra
Pancia (rigonfiamento roccioso): panza/panzes
Parete: paré/pares; paretina: paredina; (toponimo: Lasta)
Passaggio: passagio/passage (anche toponimo); passagiato/passagiate
Passo: pas/pasc
Pendio: spona/spones; con arbusti: grebano/grebane
Pendolo: pendolo
Piastrina per assicurazione: piastrina/piastrines
Piccozza: picoza/picozes; (non più usato) saponéto/saponéte
Pilastro: pilastro (anche toponimo)
Pino mugo: barancio/barance
Placca: di roccia: placa/plaches, lastron/lastroi; di ghiaccio: lastra/lastres; lastron
Posto di cordata: posto/poste de sosta
Precipitare: tomà ‘sò; toccare terra: pionbà ‘sò, se schiantà (‘sò)
Proseguire: ‘sì inaante
Punta: ponta/pontes; spizon/spizoi
Quota: cuota/cuotes
Rampa: ranpa
Ramponi: ranpoi, grife
Recuperare (la corda, una persona): tirà (su/‘sò), recuperà (recupera!)
Rifugio: rifujo/rifuje
Rinvio: rinvio/rinvie
Ritirarsi: tornà indrio/in ‘sò
Roccia: croda; r. solida: c. sana; r. friabile: c. marza/marzo/marzumera; r. gialla (spesso friabile): c. ‘sala/el ‘sal/i ‘sai (toponimo); r. nera (solida): c. negra/i negre (toponimo); r. liscia: slisc, c. sliscia; r. consumata dai passaggi: c. onta
Salire: ‘sì su; s. con sforzo: stentà; iron. ‘sì su come un vermo; s. di forza: jbreà (su)
Salto (anche roccioso): souto
Salvare: tirà ‘sò (calchedun)
Salvarsi: se salvà, se ra caà
Sasso: sas/sasc; coolo/coole
Scaglia: scaia/scaies
Scala: sciara/sciares
Scarpette da arrampicata: scarpete; balerines; iron. zapote
Scarponi: scarpoi
Schiena rocciosa: schena/schenes (anche toponimo)
Schiodare: des-ciodà
Scivolare: slezià
Scivoloso: slizego (raro)
Scorciatoia: curta/curtes
Secondo di cordata: secondo; arrampicare da s. di cordata: ‘sì da secondo; ‘sì dadrio
Segnavia: segno/segne
Sentiero: troi/troes
Sicurezza (fare): fei segura
Slegare (sciogliere la corda): desgropà; slegarsi (sciogliere la cordata): se desleà
Soccorrere: fei socorso
Soccorso: socorso
Sosta (posto di): sosta/sostes
Spaccata: spacata/spacates
Spalto: spalto/spalte (anche toponimo)
Spigolo: spigolo/spigole (anche toponimo)
Sporgente: che sporse/che vien in fora
Spuntone: spunton/spuntoi
Staffa: stafa/stafes
Strapiombante: strapionbante
Strapiombo: strapionbo/strapionbe; souto/soute
Superare (un passaggio): fei (fora) un passagio/passajo; soutà (su/fora)
Terrazzino: terazin/terazis
Tetto: cuerto/cuerte; dim. cuertin; accr. cuertazo
Tirare la corda: tirà (tira!)
Torre: tore/tores
Traversare: tra(v)ersà/scaazà; in quota: (‘sì via) a soman
Traversata: traversata/traversates; traerso/traerse
Tuono: tonada/tonades (anche nel senso di colpo)
Uscire (terminare una via): ruà su, soutà fora
Valanga: laina/laines
Variante: variante/variantes
Verticale: su dreto/a pionbo
Via: via/vies; normale: comune/normale; diretta: direta; direttissima: diretissima; facile/di poco rilievo; vieta/vietes; ferrata: ferata/ferates; lunga ed impegnativa: vion/vioi
Vite (da ghiaccio): vida/vides
Volare (cadere da una parete): volà (‘sò), oujorà (‘sò)
Zaino: saco/sache
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Quali considerazioni possiamo trarre dalla lettura e dall’analisi di questo breve glossario? Come già anticipato, molti dei lemmi utilizzati dagli scalatori sono autoctoni, compaiono nei vocabolari, e sono normalmente usati dai parlanti (‘sì in croda, bastoi, cianpanin, a caaloto, cenja, zima, ponta, corda da croda, crepo, crosc, coin, scendedura, gropo, tazà, cuerto).
Una parte perdura ancora nella microtoponomastica ampezzana, la cui conoscenza valica talvolta i confini paesani e potrebbe dar luogo ad interessanti ricerche (Busc de Frasto, Calvario, Lasta, Naso Giallo, Pilastro, Ris, Passagio Strobel), mentre un’altra parte cospicua è stata “ampezzanizzata”, ossia adattata dall’italiano alle peculiarità linguistiche dell’ampezzano, con risultati spesso sgraditi alle orecchie dei puristi, ma ormai consolidati: ad es. apilio, ataco, bivaco, boracia, calata, casco, clessidra, diedro, elmo, fetucia, palestra, placa, posto de sosta, fei segura/sicura, terazin, variante, ferata.
Premesso che numerose espressioni del linguaggio alpinistico si sono formate abbastanza di recente, possiamo costatare che molte di loro di solito sono attinte direttamente dall’italiano, scavalcando le autentiche voci locali, per motivi di maggiore frequenza d’uso, forse per pigrizia o forse soltanto per l’opportunità di farsi comprendere da interlocutori estranei (apilio, calata, cascata, casco, cordata, franà, inbrago, tiro, passagio, pendolo, ranpoi, rinvio, saco, scarpoi, socorso, spacata, spunton, strapionbante, superiore, traversata, via comune).
Da ultimo, alcuni lemmi sono peculiari del gergo alpinistico locale: ‘sì su come un vermo per salire con sforzo, tazà per arrampicare con decisione, jazo verde per ghiaccio trasformato, pionbà ‘sò, se schiantà (‘sò) per precipitare, croda onta per roccia lisciata dai passaggi, soutà fora per uscire da una via, vion per via alpinistica lunga e importante, lense per arrampicare faticosamente, soprattutto su placche.
E’ facile vedere che il gergo degli arrampicatori ampezzani d’oggi, ancora diffuso e resistente, deriva da una singolare combinazione fra lemmi autoctoni, ampezzanizzati ed italiani. Prescindendo da approfondimenti dialettologici e sociolinguistici, e tenendo conto che praticamente l’arrampicata di stampo classico ha ormai ceduto il passo all’arrampicata in palestra e sulle falesie, ambito sportivo perlopiù anglofilo che non ha troppo a che fare con l’alpinismo, è comunque auspicabile che il gergo della categoria degli amanti locali della roccia sopravviva ancora, senza farsi schiacciare troppo in fretta dalle lingue dominanti. Sarebbe certamente una cospicua perdita, sia per la linguistica sia per la cultura locale!
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Per questo lavoro, un ringraziamento va anzitutto agli amici coi quali ho condiviso tante avventure in montagna. Un grazie speciale a Enrico Lacedelli, guida alpina e Scoiattolo, e a Enzo Croatto, dialettologo e alpinista, per tutti i consigli e i suggerimenti forniti.
1 dic 2010
Via dalla pazza folla
Un suggerimento per il prossimo Ferragosto: chi pensa che a Cortina, in agosto, non si trovi un angolo di pace, ... forse non conosce Cortina. Smentisco, infatti, tale preconcetto, almeno per quanto concerne le adiacenze del paese. “Via della pazza folla” (senza vilipendere la folla), facendo qualche passo in più dei soliti due o quattro, si aprono anche in piena estate luoghi romiti, valichi appartati, cime deserte, boschi silenziosi dove si è in compagnia soltanto di se stessi. Un esempio sperimentato: la Cima NE di Marcoira, nel gruppo del Sorapis, splendida montagna di medio impegno alpinistico che sovrasta il Passo Tre Croci, nota solo a pochi appassionati. Molti visitatori hanno scoperto la cima grazie agli articoli che chi scrive ha pubblicato su quotidiani e riviste a partire dal 1999. Nonostante la faticosa Forcella Marcoira e la vicina Forcella del Ciadin, trovandosi sulla via di unione fra Tre Croci, i rifugi di Faloria e il Lago del Sorapis, siano piuttosto battute, la Cima NE, che verso le forcelle suddette si adagia con un pendio erboso ripidissimo seminato di stelle alpine, resta sola e indisturbata quasi tutta l'estate. Nota un tempo per alcune vie di roccia aperte negli anni ’30-’40, oggi è tornata ad essere il regno dei camosci. Sulle tracce degli ungulati, partendo dalla forcella sottostante si può raggiungere la vetta senza "mettere giù le mani". Se già nel bosco verdissimo di Tardeiba, mano a mano che ci si avvicina alle rocce, è palpabile una solitudine ovattata, sulla Cima ci si sentirà lontani “anni-luce” dal consorzio umano: e per una giornata, soprattutto in alta stagione, è un’esperienza da provare!
30 nov 2010
A zonzo sul Pomagagnon
Dopo molti vagabondaggi alpestri, sono particolarmente affezionato al Pomagagnon, la dorsale che incornicia verso N la valle d'Ampezzo e offre svariate opzioni, per camminare e salire cime e pareti dal I in poi. Ho avuto la fortuna di poter salire 13 vette del gruppo: Pezovico, Quota 2014, Punta Fiames, Punta della Croce, Campanile Dimai, III Pala Pezories, Gusela de Padeon, Croda Longes, Croda del Pomagagnon, Testa del Bartoldo, Costa del Bartoldo, Punta Erbing, Pala Perosego. Dato per assodato che il Torrione Scoiattoli, ai piedi delle Pezories, presenta difficoltà dal V in su, e la Punta Armando sulla cresta W del Campanile Dimai non ha rilevanza escursionistica, mi mancherebbero ancora tre vette, due Pale de ra Pezories e la misteriosa Croda dei Zestelìs. Escludendo la Punta Fiames, le altre sono cime poco visitate, ancora abbastanza selvagge nel loro isolamento, e alcune sono ideali per la stagione avanzata quando più in alto la neve ha già fatto la comparsa. So di salite sulla I Pala Pezories, non invece ho informazioni aggiornate sui Zestelìs. Luca Visentini, nel suo libro sul Gruppo del Cristallo, ne suggeriva la salita da N, partendo da Forcella Zumeles, ma un'altra fonte riportava la possibilità di accesso anche da S, dal canalone tra la Croda e l’adiacente Costa del Bartoldo, che si raggiunge per la III Cengia del Pomagagnon e con difficoltà contenute dovrebbe scaricare sulla Forcella dei Zestelìs e in cresta. Come le Pale Pezories, anche questa rimane una cosa da fare. Per ora, perfeziono lo studio della zona vagabondandovi attorno, e immagino cosa possano offrire quelle tre cime che mancano alla collezione, dove l'uomo fa capolino di rado e che, nonostante siano accessibili abbastanza facilmente, sono pochi quelli che si prendono la briga di visitare.
Un libro per Don Claudio
Sulla parete NW del monte Póre, salito e disceso tante volte, intorno a mezzanotte del 2/12/2009 la prima valanga d’inverno travolgeva Don Claudio Sacco Sonador, strappando alla terra un Parroco, musicista, alpinista, sciatore, missionario ed amico di tanta gente.
Un anno dopo, interpretando il desiderio dei familiari, il fratello Don Sergio ha riunito in “Don Claudio Sacco. Testimonianze e ricordi” articoli, documenti, impressioni, lettere, testimonianze della vita del sacerdote, che con la sua personalità ha caratterizzato il Decanato e le Parrocchie, la Missione e gli enti nei quali svolse un ministero quasi quarantennale.
La presentazione compendia con efficacia le varie facce di quest’opera. Diviso in 12 intensi capitoli, il libro non vuol essere una semplice biografia del religioso di Dosolédo, anche se i testi raccolti seguono la cronologia della sua vita tra di noi. Non è opera di un solo autore, ma di molte e diverse penne, poiché le testimonianze che lo compongono, oltre che da scritti dello stesso sacerdote, sono state attinte da 20 mass media e da circa 70 collaboratori. Molti altri ancora, forse, avrebbero potuto integrarle, considerata la rete di conoscenze e amicizie e la diffusa stima che Don Claudio seppe attirarsi durante il suo percorso terreno.
Non è neppure un libro di ricordi, anche se questi, autentici e toccanti, delineano la figura del “Don” in maniera particolareggiata: dal ministero sacerdotale alle avventure di roccia e di neve, dall’amore per la musica e il canto liturgico all’impegno parrocchiale e diocesano ed all’apostolato missionario.
E soprattutto, cosa che si palesa dovunque, non si tratta di un libro triste, perché Don Claudio è sempre con noi, nella Pasqua senza tempo. Ha finito di cercare, ora è a casa, con gli altri, vestito di luce nell’eternità. E in ultimo, da questo volume tracima un grande affetto. Ogni pagina dimostra il bene dal quale il sacerdote è stato circondato nella sua industriosa esistenza, e quello che rimane oggi nella memoria di molti.
Con questo omaggio, i familiari hanno voluto prolungare la sua voce e il suo cuore, e la partecipazione corale di tante persone note e meno note che lo hanno conosciuto e stimato, fa capire che la sua figura non sarà dimenticata. È un libro da leggere con calma, “scegliendo fior da fiore” tra le lettere, le storie e le impressioni che scandiscono il mosaico esistenziale del sacerdote che tutti sapeva trascinare con il suo entusiasmo.
Per chiudere, mi sia concesso un aneddoto personale. Poiché Don Claudio, cappellano a Cortina negli anni Settanta del ’900, fu senza dubbio “il Cappellano” dei giovani della mia generazione, anch’io vanto alcuni nitidi ricordi. Mi piace soprattutto pensare a quel martedì 5/9/1972, quando - caricandosi di una responsabilità oggi improponibile ad un “non professionista” - nell’ambito delle escursioni estive della Gioventù Studentesca, guidò sette ragazzi, tra cui il sottoscritto, sulla via ferrata “Strobel” della Punta Fiames.
Giunti poco lontano dalla fine della ferrata, ci lasciò, raccomandandoci di proseguire da soli, ché lui voleva sbizzarrirsi in una variante, per accarezzare dolomia vergine. Pochi minuti dopo, lo vedemmo sbracciarsi e chiamarci sorridendo da una roccia sotto la vetta, alla quale era giunto per una via più breve, a noi ignota.
Quasi una metafora, ripensata oggi guardando la copertina di questo volume, dell’intenso cammino di Don Claudio, della sua scalata verso l’Eterno, della sua gioia riconquistata nel Paradiso.
Tino, dieci anni dopo
Il 9/9/2000, dopo breve malattia, si spegneva a Pieve di Cadore Agostino Girardi de Jesuè, classe 1929, un uomo che ha fatto e lasciato molte cose per la cultura ampezzana. Dal 1965, anno in cui uscì il primo numero di “Due Soldi”, indimenticato mensile della Cassa Rurale che diresse per quasi 8 anni e nel quale, grazie alla collaborazione di vari studiosi, confluirono cronache, curiosità, documenti, fatti e personaggi d’Ampezzo che rischiavano di essere facilmente dimenticati, fino a poco prima della scomparsa, Tino studiò la cultura, la lingua, la storia paesana con ingegno, passione e versatilità. Alla sua maniera, certamente disordinata e poco affidabile (avrebbe dovuto collaborare anche al notiziario delle Regole d'Ampezzo, ma presto se ne ritrasse), ma conobbe e studiò Cortina con lucidità e profondità. Ne sono testimoni, oltre ad articoli e collaborazioni disperse in ogni dove, gli otto fascicoli di "Cemódo che se diš par anpezan" (1988-1994), in cui catalogò commentandole centinaia di frasi idiomatiche, locuzioni, modi di dire ampezzani antichi e attuali, facendo uso della sua vasta cultura e della grande memoria e condendo il tutto con ironia ed un bello stile affinato negli anni. Oltre che parente, ne fui amico e collaboratore in qualche avventura editoriale, e lo seguii fin quasi alla fine. Ricordo con piacere e nostalgia le lunghe chiacchierate con Tino, le sue conoscenze sugli argomenti più diversi; i consigli che dispensava; le critiche al mondo paesano, osservato con distacco e forse con delusione; l’entusiasmo per la ricerca, che ne avrebbe sicuramente fatto un intellettuale di rilievo, non solo per la nostra valle. Da lui, fra l’altro, ricevetti l’impulso a studiare i nostri soprannomi di famiglia e a non strafare nell’uso e nella divulgazione dell’ampezzano scritto, che riteneva una forzatura, data la secolare oralità del ladino. Non ho seguito tutti i suoi consigli, ma di tutti ho fatto tesoro. Oggi, a oltre vent’anni dall’uscita, mi piacerebbe rivalutare quegli 8 fascicoli che Tino scrisse con lentezza e pignoleria, rigorosamente a mano con la stilografica, e volle fossero stampati in anastatica, sotto forma di modesti quaderni dalla copertina color cammello. Modesti forse ma ricchi, per l’inesauribile miniera di notizie che contengono e il quadro dell’ampezzanità d’un tempo che compongono con garbo e intelligenza. Prima che la memoria di Tino de Jesuè vada a disperdersi nel vorticoso meccanismo della nostra vita, lancio un’idea: gli si renda in qualche modo il dovuto merito di ricercatore. Penso che Tino de Jesuè possa sicuramente fare compagnia a Bruno Apollonio, Angelo Majoni, Illuminato de Zanna, Rodolfo Girardi, Rinaldo Zardini e agli altri che hanno dato dignità alla cultura e all’idioma d’Ampezzo, studiandoli e valorizzandoli. Per non dimenticare.
29 nov 2010
Un ghiaione che sembra un pesce?
Un toponimo che identifica un luogo noto ai camminatori più curiosi e smaliziati: quello di “Graa” o meglio “Graon del pesc”, ossia “Ghiaione del pesce”. E' quel canale detritico ripido e abbastanza lungo, situato ai piedi del Pomagagnon e visibile fin dal centro di Cortina. Il ghiaione scende dai Crepe de Zumeles (una zona che, seppure di ridotta estensione, può vantare oltre 20 toponimi diversi), fra la Pala Magra e Spiolto. L'identificazione è un po' difficile da inquadrare, ma è immediato capire perché il canalone tira in ballo un pesce. La sua forma, infatti, ricalca proprio quella di un pesce, o di una clessidra, con una evidente strozzatura nel mezzo. Il ghiaione, percorso da tracce non segnate, permette di collegare velocemente i versanti N e S della dorsale di Zumeles, e viene percorso da alcuni tra coloro che seguono la III Cengia del Pomagagnon e, senza traversare fino a Forcella Zumeles, hanno fretta di calare a valle. Incidendo però una fascia di terreno ripida e instabile, peculiare dell'intero versante, il canalone non offre comunque una discesa fulminea, perché è fatto di detriti piuttosto grossi e duri; si trova però in un ambiente selvaggio e interessante, che qualche volta giustifica l'esperimento. Ho sceso il "Graon del Pesc" per almeno tre volte, l'ultima delle quali nel maggio '97, rientrando con mia moglie dalla III Cengia, e ricordo anche quella discesa con una certa simpatia.
Attenzione alle normali!
Sovente, lungo le vie normali che adducono alle cime delle nostre montagne (e non sono sempre necessariamente le più semplici), s’incontrano situazioni più o meno complesse, nelle quali sta la chiave dell’intera salita. Per conoscenza diretta e brevità espositiva, tra i tanti cito quattro casi. Sul Cridola in Cadore, una salita non molto impegnativa ma al tempo stesso non banale, occorre superare in salita e in discesa un camino di 5 metri, un po' problematico per chi ha le gambe corte. Sul Cristallo c’è la famosa Lasta, 3 metri piuttosto esposti e scarsi di appigli, dove un’anima pia infisse un chiodo per calarsi, se c’è bisogno, con un lungo cordino. Sulla via normale del Piz Popena c’è un canale, mediamente impegnativo ma normalmente coperto di neve dura, dove servono spesso i ramponi, a pena di scivolate rovinose. All’inizio della normale del Sorapisc, si alza un camino levigato, nei cui pressi sembra che i primi salitori abbiano sperimentato la corda doppia, e dove, per scendere, la corda è quasi indispensabile. Di conseguenza, si può affermare che spesso itinerari superabili in salita con discreta facilità, al ritorno possono opporre ostacoli anche seri, e in tal caso la previdenza non è mai troppa. Muoversi con un pezzo di corda, qualche cordino e moschettone nello zaino, per chi intende affrontare le classiche dei nostri monti, non è mai superfluo. Ricordo che cent'anni fa Angelo Moròto, brava guida ampezzana, precipitò dalla Lasta del Cristallo, tentando di salvare l’improvvido cliente che vi era scivolato; scendendo il canalone nevoso del Popéna, l’amico Ivano - sprovvisto di ferramenta – scivolò rimediando una nutrita serie di botte e lividi, soprattutto sul viso. Il mio è un caldo invito a non prendere mai sottogamba le vie normali delle crode dolomitiche. Alcuni di quei primi e secondi gradi celano insidie inattese e farsi male lungo quelle celebri e godibilissime salite è davvero un peccato!
Michl e la pulzella boema
Per mitigare l'irrequietezza dovuta alle condizioni meteorologiche di questo periodo, che ci hanno obbligato a passare un paio di domeniche nell'ozio anziché addentrarci fra i monti, darò notizia di una via normale dolomitica oggi totalmente abbandonata. La percorsi nel 1994 con Orazio, Roberto e Roland: non mi piacque per niente, non la rifarei più, ma devo ammettere che mi rivelò una cima intrigante dal punto di vista storico e panoramico. Si tratta della via di Michl Innerkofler e Mitzl Eckerth sulla Torre dei Scarperi-Schwabenalpenkopf, visibile fin da Misurina, che si eleva solitaria su un piedestallo cupoliforme alla testata di Val Campodidentro, a N delle Tre Cime. La via, scoperta nel 1883 dalla guida Innerkofler con la giovanissima cliente, probabilmente non è più quella originale, poiché durante la Grande Guerra, la Torre - strategico punto d’osservazione sulla zona adiacente - fu alacremente fortificata, l’accesso alla sommità fu facilitato artificialmente, vi si tennero combattimenti furiosi e la morfologia della montagna fu modificata da lanci di bombe, scoppi ecc.. Debbo ammettere che non trovai del tutto agevole la salita. La via sarebbe valutata di media difficoltà, ma è molto friabile, alcuni passaggi sono rischiosi e la spianata della vetta è aerea e malferma: quindi, soddisfazione ne provai ben poca. In ogni modo, personalmente fui contento d’esservi salito, almeno per una questione estetica: la Torre sorge, infatti, in un ambiente grandioso, al cospetto della “Magnifica Trinità”, di certo viene salita raramente e quelle rocce sgretolate videro pagine alpinistiche e belliche di rilievo. Della non ricordo bene soprattutto l’oscuro e stretto camino iniziale; nella discesa attrezzammo un paio di calate a corda doppia, perché ai residuati bellici non era il caso di affidarsi, e alla fine dei conti fummo beati di salutare di nuovo la terra. Però, volete mettere la contentezza, per noi che a queste cose ci teniamo, per aver calcato a 109 anni di distanza le orme del grande Innerkofler e della sua pulzella boema?
28 nov 2010
Un'avventura selvaggia sui monti d'Ampezzo
Nell’estate 1977 per la prima volta con Enrico, e poi in diverse altre occasioni fino al 10/11/1990 con Massimo e Alessandro, scesi per il profondo incavo roccioso in cui alloggia il Ru de r’Ancona, nel gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo. Dall'omonimo Busc (teatro della nota leggenda ampezzana del diavolo, che da lassù scappò forando a cornate la rossastra parete, poiché non era riuscito a convertire gli ampezzani) il canalone scende fino a incrociare la Strada d’Alemagna, all’altezza del Ponte de r’Ancona.
Il canalone si sviluppa in un recesso assai impervio per circa 600 m di dislivello. Con un po' di attenzione, visto il letto detritico accidentato e la mancanza di tracce, è tutto percorribile, a parte un tratto.
Giunto, infatti, abbastanza in basso, il torrente si allarga in una vasca levigata, oltre la quale un salto di 15 metri, irrorato da una cascatella, non permette di continuare naturalmente. La soluzione del problema si cela sulla destra orografica del canalone. Ripide tracce risalgono fino ad un cippo forestale e poi scendono, consentendo di scavalcare l’ostacolo e rientrare comodamente nel sassoso solco del Ru.
Il canale, che secondo me pochi hanno percorso, anche perché in alto è friabile e non del tutto sicuro, fu sceso con gli sci nel 1984 da Nina Bartoli Ford, da sola. Della singolare impresa scialpinistica diede notizia il semestrale “Le Dolomiti Bellunesi”.
Fra le numerose avventure selvagge possibili a Cortina, questa è consigliabile a persone esperte e abili, munite di ottimi polpacci e robuste calzature. Salire fino al Busc per la mulattiera militare che rasenta il canale sulla sinistra orografica (parsimoniosamente indicata con bolli rossi), varcare l’originale finestrone roccioso e destreggiarsi tra le ghiaie fino alla strada: è un “sentiero selvaggio” che credo nessun libro abbia ancora pubblicato, e permette di recuperare un frammento di “wilderness” altrove ormai scomparsa.
Lipella: prima che una ferrata, era un soldato!
Nel 1967 le guide di Cortina costruirono una ferrata che dal Castelletto permette di salire in vetta alla Tofana de Rozes, prima lungo una serie di cenge che corrono sulla parete ovest (in parte utilizzate durante la Grande Guerra e poi sagacemente collegate fra loro) e infine risalendo l’anfiteatro e la cresta NW. Lo spettacolare percorso, divenuto subito famoso, fu tracciato, segnalato, attrezzato con 1400 m di fune metallica e 216 chiodi e dedicato alla memoria del volontario Giovanni Lipella. Sfido chiunque a sapere chi era costui. Nel volume del 1921 “Il martirio del Trentino”, ho trovato alcune notizie, che riporto per fornire un elemento in più alla nostra storia alpinistica. Giovanni Lipella, originario di Riva del Garda, aspirante ufficiale della 994^ Compagnia Mitragliatrici Fiat, cadde il 15/6/1918 sul Monte Asolone e fu decorato “di motu proprio di S.M. il Re” con la medaglia d’oro, con la seguente motivazione: “Irredento e volontario di guerra, portò e comunicò fede ed entusiasmo nei suoi mitraglieri. Durante l’infuriare del bombardamento nemico corse da un’arma all’altra, tutti incitando con la parola e con l’esempio alla resistenza e alla fiducia nelle sorti del combattimento. Rimasta un’arma senza tiratori e senza serventi ed in una posizione ormai insostenibile, noncurante del violento fuoco avversario, se la caricò sulle spalle e, portatala in altro luogo, riaperse da sé solo il fuoco sulle ondate nemiche. Ferito una prima e una seconda volta, continuava a tirar fino a che, colpito ripetutamente al petto, cadde offrendo alla Patria la sua bella esistenza”. Non conosco l’anno di nascita del Lipella, ma presumo che quando morì avesse circa 25 anni. Sul terreno e sulle numerose pubblicazioni consultate, non c’è alcuna traccia della sua vita e dei suoi meriti, e mi auguro che queste righe possano servire a ricordare un volontario caduto per la patria ed onorato con uno dei più famosi e suggestivi percorsi attrezzati delle Dolomiti.
Adolescenti allo sbaraglio
Nelle nostre menti di adolescenti, scalare sassi era quasi un mezzo di promozione sociale. Nei primi anni ‘70, nel bosco poco oltre le case di Mortisa, avevamo scoperto un masso, “parente” di quelli di Volpèra, che spuntava dagli alberi, oggi sempre più fitti, come un grosso dente. Complice il parziale e primitivo adattamento che ne avevano fatto in passato i ragazzi della zona, vi andavamo spesso per esercitare, più che le braccia, la fantasia. Da uno di noi, il masso era stato battezzato (mi chiedo ancora perché) “Sas del orso bianco”: se non ricordo male, esso si articolava in un blocco principale dall’angusta sommità, sul quale si saliva per zolle e rocce instabili. Nei dintorni c’era un terrazzo dove con lamiere e plastica era stato ricavato un prototipo di bivacco, una cengia attrezzata con chiodi, fil di ferro e una scaletta di legno ed altri ammennicoli. L’unica zona in cui non mettemmo mai il naso è la parete che guarda Campo di Sotto, non molto alta ma verticale e liscia, dove poi dev’essere salito lo Scoiattolo Carlo Michielli. Noi per il nostro Sas avevamo un sacco d’idee e progetti: dall’attrezzare una via ferrata, per collaudare la quale erano già disponibili due bravi parenti, all’aprire “dirette”, “direttissime”, “spigoli” in ogni centimetro libero. Le difficoltà dei brevi tratti dove era necessario mettere giù le mani per salire toccavano forse il II, ma la roccia era così incerta e mista ad erba e ghiaia, che comunque il masso non sarebbe mai potuto diventare una “palestra” come si deve! Dentro di me, il mito del Sas s’infranse il giorno in cui, dalla stradina sterrata che sale verso il Lago d’Aial, vedemmo sulla parete di fronte al nostro regno due tizi atletici che arrampicavano, su roccia senza dubbio migliore e con difficoltà degne del loro nome. Conoscemmo allora Diego Campi di Vicenza, compagno anche di Renato Casarotto, che in un pomeriggio di “disperazione” stava tracciando con un tale Scattolin una “diretta” in un posto senza nome, snobbando il nostro piccolo mondo di roccia a favore di una parete seria. Lungo la quale noi, comunque, non saremmo mai riusciti a salire.
Inizia Ramecrodes2!
Misteri dell'informatica! Volente o nolente, per non so quali cause sono costretto a "rifondare" il mio blog, che da adesso in poi si chiamerà "Ramecrodes 2", ma sarà sempre lo stesso e riprenderà lentamente a raccontare cronache, curiosità, episodi, storie di montagna, in Ampezzo e non solo. Cominciamo dunque con un pezzo gastronomico. Durante l’estate, generalmente non gradiamo troppo andar per rifugi, e rispetto all’inverno è meno frequente che, nelle nostre escursioni, facciamo tappa espressamente in qualche rifugio per l'ora di pranzo. Con i rigori invernali, ovviamente, come ogni escursionista abbiamo piacere di finalizzare la camminata alla sosta in una malga o rifugio, per mandar giù qualche cosa di caldo e mettere un piatto gustoso sotto i denti. Dopo numerosi anni di frequentazione delle strutture ricettive alpestri nel circondario ampezzano e pusterese con qualche incursione in Cadore e Comelico, non è assolutamente nostra intenzione stilare una graduatoria in base all’accoglienza, alla simpatia, alla buona cucina, alle tariffe favorevoli; sarebbe antipatico e in questa sede politicamente poco corretto. Intendo soltanto comunicare che il metro di paragone che utilizziamo nelle trasferte, prevalentemente pusteresi perché di qua dal valico di Cimabanche quella purtroppo è una pietanza introvabile, è lo “smorm” ampezzano, ossia il “Kaiserschmarren” tirolese, la frittata dolce e spezzettata, servita con marmellata di mirtilli rossi o, talvolta, con frutta sciroppata, un’autentica delizia senza essere troppo pesante né troppo calorica. E’ un piatto che, insieme alla minestra d’orzo o ai canederli, ci fa spesso compagnia, quando saliamo ad una malga o un rifugio del Sudtirolo, e in conformità a quello, misuriamo generalmente il ricordo e la predilezione per quel determinato luogo. La classifica ha un valore puramente interno, ma siccome in questo campo la memoria ci soccorre spesso, sono ormai diversi i luoghi nei quali ci rifacciamo vivi volentieri per numerosi fattori, non ultimo quello gastronomico; perché siamo certi che lì, se non cambia il cuoco, dovremmo sempre trovare uno “smorm” caldo, abbondante, saporito e accompagnato da un’ottima marmellata. Che volete, credo che il camminare d’inverno sia godibile anche, soprattutto, per questo!
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