16 giu 2012

È in uscita il 68° fascicolo di “Le Dolomiti Bellunesi”,

Locandina originale di "Cavalieri della Montagna"
 (1949, arch. M.  Mason - LDB)
È in uscita il 68° fascicolo di “Le Dolomiti Bellunesi”, semestrale delle Sezioni bellunesi del CAI. Una copertina classica ma inedita, su cui campeggia la locandina "Cavalieri della Montagna", film del 1949 di Severino Casara, presenta  il numero, che inizia con due editoriali: uno del direttore responsabile Silvano Cavallet e uno dell'ex Presidente della Magnifica Comunità di Cadore Emanuele D'Andrea, il quale riflette sulle strategie e sulle energie da mettere in campo per vivere (o sopravvivere) in montagna. 
Un ampio saggio di Marcello Mason sul cinema di montagna dai Lumière ad oggi, arricchito dalle locandine di famosi lungometraggi di ogni epoca, occupa le prime 20 pagine del numero e introduce la grande novità: dopo oltre trent'anni, "Le Dolomiti Bellunesi" è tutta a colori! Subito dopo, Teddy Soppelsa è l'autore di una moderna e vivace presentazione di Paolo, Thomas, Eric e Marino, ragazzi bellunesi di "pianura" che hanno intrapreso di recente la carriera di Guida Alpina. Seguono alcune riflessioni del direttore editoriale Ernesto Majoni, sul ruolo che la cultura locale può rivestire oggi per il nostro territorio: ostacolo o valore aggiunto per la crescita? 
Storia militare e  sportiva, memorie di alpinisti e cime grandi e piccole s’intrecciano nei contributi di firme familiari ai lettori: “Quei ragazzi del '99” di Elio Silvestri, “L'umana pietà nella Grande Guerra” di Giovanni Di Vecchia, “Alle origini della Transcivetta” di Giorgio Fontanive, “Ricordiamo Vincenzo Altamura (1930-2009)” di Nico Zuffi, “Pelmo, montagna differente” di Piergiovanni Fain e Piero De Marco Martin, “Chies e le sue montagne” di Maudi De March. Da ultimo Filippo Frank, con “Dolomiti sconosciute: il monte Porgeit”, guida alla scoperta di una cima ai margini della nostra Provincia, ben poco nota ma meritevole di attenzione. 
Seguendo un palinsesto ormai consolidato, si avvicendano quindi le rubriche: “Senza barriere”, sempre ricca di bozzetti, storie e cronache alpine; le Sezioni provinciali del CAI che raccontano l'attività nella rubrica loro riservata; il “Notiziario”, che informa su vari fatti occorsi nella scorsa stagione fra le vette del Bellunese. 
Le prime invernali e le vie nuove relazionate in questo fascicolo confermano un‘attività esplorativa in Provincia che ancora non si esaurisce, e il numero si chiude con le recensioni di alcune pubblicazioni di montagna, di autori bellunesi o dedicate al nostro territorio. 
Va sottolineata un'interessante iniziativa, che prende avvio da questo numero: il concorso "Blogger Contest 2012", nel quale abbonati e lettori sono stimolati a proporre brevi scritti di alpinismo e cultura alpina adatti alla pubblicazione on line nel blog "Altitudini"; per i primi classificati sono in palio alcuni premi di sicuro interesse, e i migliori post selezionati dalla giuria saranno pubblicati sul prossimo numero della rivista. Il Comitato di Redazione di LDB invita quindi abbonati e lettori a partecipare. 
“Le Dolomiti Bellunesi” a colori inizia il 34° anno di attività, confermando l'intenzione di ritagliarsi un posto di rilievo nella pubblicistica nazionale di montagna.

14 giu 2012

14 giugno 1869: Tuckett, Lauener e Siorpaes sul Cristallo

Ricordo di un anniversario alpinistico di 143 anni fa che riguarda Cortina:
Il Cristallo da Faloria
(immagine provvisoria, da wikipedia)

"1869. Già il 14 giugno, insieme a Christian Lauener di Lauterbrunnen (1826-1891), una delle grandi guide svizzere dell' Ottocento, con il quale formerà un affiatato binomio, Santo (Siorpaes, 1832-1900) accompagna il britannico Francis Fox Tuckett (1834-1913) nella seconda salita del Cristallo, per la via scoperta quattro anni prima (14 settembre 1865: Paul Grohmann con Angelo Dimai e Santo Siorpaes).
Al ritorno, Tuckett propone di cambiare tragitto e i tre scendono sul versante settentrionale, lungo il ghiacciaio della Valfonda fino a Carbonin, compiendo la prima traversata del Passo del Cristallo da sud verso nord. ..."
(da: E. Majoni, "Santo Siorpaes Salvador (1832-1900). Vita e opere di una guida alpina d'Ampezzo", Cortina d'Ampezzo 2004, pagina 11).

12 giu 2012

Tragicomico volo sul Sas de Stria

Il Sas de Stria da Falzarego: a sin. lo spigolo e l'anticima 
(webmaster, da "frontedolomitico.it")
25 anni fa, il 12 giugno era venerdì. Con il giovane amico Nicola - da poco introdottosi nel magico mondo delle montagne – salii lo spigolo SE del Sas de Stria, il fotogenico e frequentato torrione, noto in guerra e in pace, che fa da sfondo al Passo Falzarego.
Conoscevo bene quell'itinerario, che avevo già percorso almeno una dozzina di volte, e mi sentivo tranquillo. Il tempo era bello, sulla via non c'era nessuno e così salimmo senza premura, godendoci uno per uno i passaggi, che al tempo sapevo quasi a memoria.
Giunti ad uno strapiombo di 3+, lisciato da cinquant'anni di scalate ma protetto e sicuro, l'affrontai di slancio. All'uscita, forse a causa di un subitaneo malore, caddi all’indietro nel canale che separa il monte da una specie di anticima.
Fu questione di un attimo: poiché a quel livello lo spigolo non è molto verticale, battei per bene sulle rocce sottostanti e, trattenuto da Nicola, mi fermai dopo circa cinque metri. Incredibile ma vero: avevo solo un livido sull’osso sacro, i pantaloni a brandelli e, cosa ben "più grave", mi era sfuggito di tasca il portafoglio!
Mi feci calare piano verso il prezioso effetto personale, lo riagguantai e, vinto lo smarrimento per quella caduta così inaspettata, rifeci il passaggio con l'adrenalina che sempre si elabora in situazioni di questo genere.
Sostammo un attimo sotto la croce di vetta a rinfrancarci; io sbottai in una risata isterica e liberatoria, dopo la quale scendemmo allegramente alla macchina.
Ripensandoci, mi sono chiesto più di una volta che cosa mi possa essere accaduto quel giorno: non avevo problemi fisici, la salita era alla mia portata e per fortuna avevo appena rinviato nel chiodo fisso ai piedi del passaggio in questione.
Grazie a Dio, il colpo rimediato non era violento e - oltre al fondoschiena - non coinvolse altre parti delicate. Comunque dieci anni dopo, quando ad una visita medica mi chiesero se avessi mai accusato contusioni violente a carico dei nervi, la prima cosa che mi venne in mente fu lo spigolo del Sas de Stria. Dopo quel tragicomico ma fortunato volo ho ripercorso lo spigolo soltanto un'altra volta, in compagnia dell'amico Claudio, nel giugno 1993.

11 giu 2012

60 anni della via Lacedelli-Ghedina-Lorenzi alla Cima Scotoni

10-11-12/6/1952: Lino Lacedelli, Luigi Ghedina e Guido Lorenzi, giovani Scoiattoli e guide di Cortina, dopo alcuni tentativi, in trentotto ore di scalata salgono la parete SO della Cima Scotoni nel gruppo di Fanes, che si specchia nel Lago del Lagazuoi.
"L'ultima grande salita dolomitica prima dell'avvento del chiodo a pressione" la definirà anni dopo Reinhold Messner, appena sceso dalla via di cui fu il secondo ripetitore (i primi erano stati i giovanissimi e allora sconosciuti friulani Ignazio Piussi, Lorenzo Bulfon e Arnaldo Perissutti, nell'agosto 1955).
600 metri di parete giallo-nera sempre con alte difficoltà, 140 fra chiodi e cunei piantati e una "rivoluzionaria" piramide umana a tre per superare un tratto particolarmente duro: insieme al Pilastro di Rozes (Costantini-Apollonio, 1944), fu forse la via più impegnativa tracciata da ampezzani fino a quel tempo.
Per anni la Lacedelli-Ghedina Lorenzi fu ritenuta la scalata più impegnativa delle Dolomiti, soprattutto pensando agli "artifici" che i primi salitori avevano dovuto usare, tutti quelli che allora si conoscevano, per superare una parete durissima.
Fino al 1967 fu ripetuta soltanto due volte, perché intimoriva più di qualche cordata famosa; nel 1970 tre trentini ne fecero la prima invernale e pochi anni dopo un ragazzo venuto dal Comelico se ne aggiudicò la prima solitaria.
Oggi la Lacedelli, ancora molto apprezzata, viene ripetuta forse con metà del materiale usato dai primi salitori, e perlopiù in arrampicata libera. Su quella parete, che si specchia nel verde laghetto sull'Alpe di Lagazuoi, sono state tracciate altre vie più dure ma la via degli ampezzani resta un bell'esempio dell'abilità, del coraggio e della fantasia degli Scoiattoli, che allora scrissero una luminosa pagina nella storia delle Dolomiti, e tutte le pubblicazioni storiche ne fanno menzione.
A distanza di sessant'anni, i primi salitori sono tutti scomparsi, e come feci per il 40° e per il 50°, stavolta mi pare giusto ricordare nuovamente la loro impresa; se fossero fra noi, a Lino, Bibi e Guido farebbe sicuramente piacere.

5 giu 2012

Due ore nel bosco, sull'Anellino dei Ponti



Il "doppio" segno n. 1 di confine con San Vito, sulla cima
della Rocheta de Cianpolongo (foto E.M., 8/6/2003)
 Domenica il tempo non prometteva bene, quindi (ancora) niente trasferte sostanziose. Così, dopo aver sbrigato alcune faccende a casa, ho “inventato” un breve giro a bassa quota, che potrei intitolare l'“Anellino dei Ponti”, in una zona che non ci vedeva da qualche tempo (e, stranamente, questa volta non avevo al seguito la macchina fotografica...)
Dal Ponte de Socol (1095 m) abbiamo raggiunto in breve il pascolo dei Ronche, animato dai bovini che sabato 9 saliranno sulla Monte de Federa; quindi su per la stradina forestale 427 al Ponte dei Aiade, sulla suggestiva forra del Ru d'Aiade o de Val d'Ortié (1236 m); giù per il ripido sentiero segnato ma non numerato che per il bosco dei Laghe porta ai Pontes de Val d'Ortié (1078 m), e ritorno al Ponte de Socol per la stradina forestale 426.
Bel giro, ambiente verdissimo, luminoso e solitario (abbiamo incrociato solo due bikers, già alla fine dell'anello); un paio d'ore di relax nei boschi ai piedi della Rocheta de Cianpolongo - sulla quale contiamo di risalire, per rivedere il "doppio" segno numero 1 del confine Cortina-San Vito -, un recesso dolomitico che “è Parco senza essere Parco”, sempre se la centralina sul Ru d'Aiade resterà solo un progetto...
Al rientro nel “consorzio civile”, dopo quel bagno verde, i lavori per i grandi condomini di Acquabona e la stalla delle Regole ai Ronche, pur essendo ancora in fase di esecuzione e anche se sicuramente porteranno qualche cosa alla comunità, hanno rotto un pochino l'incanto!

1 giu 2012

Medaglia d'oro al valor civile per Alberto Bonafede e Aldo Giustina

Il Pelmo dalla Valle del Boite
(arch. Istituto Ladin de la Dolomites - Borca di Cadore)
Attorno ad esso viviamo in molti: più vicino l'Oltrechiusa, un po' più in disparte Cortina, ma il Pelmo fa comunque parte del nostro orizzonte quotidiano. Dal 31 agosto 2011 a tanti di noi, al cospetto di questa grande montagna, lo sguardo sfugge, si abbassa, i pensieri corrono, i ricordi bruciano; lassù, sulla tetra parete N, in un supremo atto di coraggio, abbiamo perso due amici, due uomini dal sorriso franco e pulito che vivevano per la Montagna e per gli altri.
Dieci mesi dopo la tragedia, il prossimo 10 giugno, a San Vito Alberto Bonafede "Magico" e Aldo Giustina "Olpe" riceveranno la medaglia d'oro al valor civile, con una cerimonia che si preannuncia sobria; la Repubblica Italiana concederà quindi il dovuto riconoscimento a due ragazzi che hanno donato la loro vita nel tentativo di salvare quella di due sconosciuti, trovatisi in difficoltà sul grande Pelmo.
Presenzieranno per l'occasione personalità politiche, amministrative, religiose; non mancheranno i discorsi, i momenti di commozione, le lacrime. La sala comunale di San Vito potrà contenere solo gli invitati, ma nei nostri paesi, intensamente abbracciata ad Alberto e Aldo, ci sarà comunque una comunità intera, quella di tutta la valle; amici, conoscenti, alpinisti e non, tutti scossi nel profondo da quel 31 agosto in cui il “Caregon del Padreterno” ha respinto uno spontaneo atto d'amore verso il prossimo.
Spunta una frase dalla mia memoria, e in questo frangente la dedico con affetto ai due ragazzi, che non mi pare retorico chiamare “eroi”: “L'anima del loro agire ed il senso del loro essere nella storia era più alto. Alto come le rocce e i dirupi da superare, per arrivare a dare speranza a chi si era perduto.”

31 mag 2012

Lainores, cima di confine


Lainores con la sottostante Alpe di Rudo de Sote
(da skiforum.it)
La cima arrotondata e coperta di verdi delle Lainores (2462 m), che si eleva a O di Ra Stua nel settore meridionale  della Croda Rossa d'Ampezzo, chiude sul lato al sole gli alpeggi di Fodara Vedla - Rudo de Sote e Sennes  - Rudo de Sora, sul confine fra la valle d'Ampezzo e quella di Marebbe.
L’oronimo ampezzano significa “piccole slavine”, e nasce dalle ripide pale prative, d'inverno valangose, a S del monte: i marebbani lo chiamavano “Sas dai Lavinures", oggi più di frequente "Sas dla Para”, sempre in relazione alle grandi pale, pascoli di camosci.
Dalla sommità,  osservatorio austriaco nella 1^ Guerra Mondiale che si raggiunge per sentiero e tracce segnate dall'effimero Lago de Rudo presso il Rifugio Fodara Vedla, si gode una visuale giustamente celebre sugli altipiani e il crinale che li circoscrive dalla Croda del Béco agli appicchi occidentali della Croda Rossa.
La discreta facilità dell’accesso e il valore panoramico e naturalistico della salita e della traversata, rendono le Lainores una meta appetibile sia per gli escursionisti che per gli sciatori, i quali giunsero per primi in vetta già nel 1910. 
Come la maggior parte delle elevazioni a N di Cortina, anche le Lainores mi sono familiari: vi salii per la prima volta coi genitori appena decenne il giorno dello sbarco sulla Luna, e da allora vi sarò tornato almeno una dozzina di volte.
Per non dimenticare, ci tengo a chiudere questo post sottolineando che, salito su quella tranquilla cima di confine con tre amici nella fresca giornata del 23/10/1988, festeggiai idealmente lassù il mio trentesimo compleanno: quale miglior modo di solennizzarlo, se non su una delle cime escursionistiche più interessanti d’Ampezzo?

28 mag 2012

Due vie "pseudo-nuove" sui nostri monti

Per due volte nella vita ho creduto di aver aperto una via nuova in montagna.
Nell'ormai lontana estate '74, quando salimmo il ripido, selvaggio  canalone-colatoio che divide il Taburlo dal Taé sul lato di Antruiles, che penso oggi non sia neppure considerato dalle persone con un po' di senno, escluso il gentile lettore che ha commentato questo post; la seconda volta alla fine di luglio '85, quando, in seguito ad un abbaglio, anziché salire la Via Sinigaglia o la Pott sulla parete N della Croda da Lago, uscimmo in vetta - divisi in due cordate - per un percorso che ci pareva originale, ma era già stato disceso nel 1895 dalla guida Pietro Dimai Deo con due clienti tedeschi.
La prima volta, imbevuti del classico entusiasmo adolescenziale, eravamo intenzionati a spedire alla stampa specialistica la relazione della salita e discesa del canalone, dove trovammo difficoltà forse al massimo di II, ma un terreno tremendamente friabile, franoso, opprimente.
Nel 1985, invece, (ne parlavo domenica scorsa con Claudio B., uno dei componenti la lunga fila che salì per quella parete) ci limitammo a segnare l’andamento delle vie su una cartolina, denominando la nostra “Via Belzebù”, a causa della pioggia infernale di sassi che presi tutta e mi segnò indelebilmente un polso, il giorno prima di partire per dare il mio contributo alla Patria.
Credo comunque che il canalone del Taburlo, percorso soltanto perché avevamo capito male le indicazioni di Dino, salito da quelle parti qualche giorno prima, fosse stato già calcato da cacciatori o magari, considerata la zona, da soldati italiani durante la 1^ Guerra Mondiale.
Così le nostre aspirazioni ad entrare nella guida “Berti” furono stroncate per due volte sul nascere.
La cosa ovviamente non c’è mai stata di alcun peso, ma sotto sotto avremmo gradito leggere, in un’ipotetica riedizione della guida, “ Taburlo, Via Menardi-Majoni per canalone S” oppure “Croda da Lago, parete N, via Alverà e compagni con variante finale Majoni”.

Croda da Lago, versante N, in una cartolina del 1910
(arch. E. Majoni)
Ricordo in particolare questa ultima, che presentò un paio di passaggi piuttosto duri considerando l'esposizione e la roccia non celestiale della parete, risolti da Federico e da me con eleganza e soddisfazione, per cui la nostra ambizione sarebbe stata doppiamente giustificata!

25 mag 2012

Un pittore e una montagna: Luigi de Zanna e il Taè


Il centro della mostra dedicatagli tre estati fa dal Comune e dalle Regole d'Ampezzo, era occupato da uno dei quadri più intriganti del pittore Luigi de Zanna (1858-1918).
Buona parte dei lavori di de Zanna ha per soggetto la montagna, e un quadro che prediligo in modo particolare è quello dipinto il 3 novembre 1909dai prati di Nighelonte, presso Fiames, poi rifatto in varie versioni e formati.
Al centro del dipinto, avvolta da una luce che ne evidenzia la fisionomia in modo straordinario, emerge una cima che rimane fra le mie preferite anche oggi, che non vi salgo da qualche stagione: il Taé (2511 m).
E' una delle sei cime del sottogruppo di Bechei, appendice della Croda Rossa, ed è una montagna "bifronte". Da N, infatti, appare come una calotta rocciosa e detritica, e si avvicina risalendo le Ruoibes de Inze e in alto traversando una scomoda distesa di blocchi fino in cresta. A S, invece, una parete stratificata e multicolore domina la Val di Fanes con grandi strapiombi incisi da sottili cenge, evidenti soprattutto d'inverno.
L’analogia della cima con un tagliere rigato dal coltello pare ovvia, e il nome ampezzano si rifà proprio a quell’utensile. De Zanna non era uno scalatore, ma ho l'impressione che conoscesse i monti che ritraeva.
Il Taé, comunque, era noto molto prima che gli fosse dedicato quel magico dipinto. La sottostante Monte d’Antruiles, infatti, fin da tempi antichi ospita un pascolo ovino, e sicuramente i pastori rincorsero spesso le greggi sulle balze sovrastanti, spingendosi su nella splendida conca del "Ciadin del Taé" e, visto che c’erano, magari in cima. Nella zona bazzicarono sempre anche i cacciatori, giacché, appartata e silenziosa com’è, offre ottimo rifugio agli animali selvatici.
Nell'estate 1906, tre tedeschi furono i primi a far conoscere il Taè, salito da Progoito per il canale che lo separa dal più basso Taburlo. Nel 1953 i giovani Albino Michielli Strobel e Beniamino Franceschi Mescolin ritennero che fosse giunto il momento e salirono in due giorni la verticale parete S, dove in seguito sono stati scovati altri percorsi sempre più duri.
Il Taé, protagonista di un emozionante quadro di Luigi de Zanna, sembra quasi scontare lo stesso destino del pittore: poco noto e apprezzato per lungo tempo, infatti, rimane ancora appannaggio di pochi appassionati, anche se per “conquistarlo” non occorrono certamente acrobazie, ma basta una lunga camminata in un angolo dolomitico integro e sempre gratificante.

23 mag 2012

"Cronache dalla Valle d'Ampezzo", il nuovo libro di L. Cancider

“Cronache dalla Valle d'Ampezzo” di Luciano Cancider (239 pagine con immagini in bianco e nero, Tipolitografia Print House - Cortina, maggio 2012) raccoglie la maggior parte dei contributi di taglio storico e di costume scritti nell'ultimo ventennio da Luciano Cancider per il bimestrale delle Regole d'Ampezzo “Ciasa de ra Regoles”.
Nei suoi contributi Cancider, appassionato e diligente spigolatore di documenti, ha scoperto e esaminato numerosi fatti di storia locale, perlopiù inediti e curiosi. Scorrendo il lavoro si passa, ad esempio, da spiegazioni storico-tecniche sulla costruzione del campanile di Cortina (1853-58) alla descrizione della caccia agli animali “feroci” nei secoli scorsi, dall’analisi di un carme latino composto per l’ingresso del Pievano Constantini nel 1860 al progetto, per fortuna accantonato, di una centrale idroelettrica sul Boite, e così via.
Dai 60 contributi raccolti, accompagnati da belle immagini d'archivio, emergono informazioni e curiosità sulla vita della comunità ampezzana di un tempo, sugli eventi naturali che colpirono la valle, sugli uomini e le donne che l’animarono, sulle associazioni che ne valorizzarono il tessuto socio-culturale, su antichi documenti riscoperti dopo secoli.
Dal 1992 al 2011, periodo in cui ha collaborato con regolarità a “Ciasa de ra Regoles”, Cancider ha saputo disegnare, gradualmente e senza presunzione, un grande e multicolore affresco storico, che può svelare anche ai più informati le pieghe nascoste della storia di Cortina.
Sarebbe stato un peccato relegare tutto questo lavoro solo nel bollettino informativo che esce dal 1990, per quanto i quasi 140 numeri pubblicati fino a oggi siano scaricabili dal sito web delle Regole.
L'ente ha così ritenuto doveroso, in omaggio all’autore e in segno di riconoscenza per la collaborazione che questi ha prestato in vari campi, trarre gli scritti dall’oblio al quale potevano avviarsi, offrendoli a chi li lesse a suo tempo e a chi oggi ancora non li conosce.
Pare quantomai opportuno invitare chi sfoglierà questo volume a non lasciar morire le proprie radici, se non si vuole ritrovarsi un domani senza Storia. Vorremmo che fosse la motivazione principale attorno alla quale far ruotare questa bella antologia di spigolature storiche e di costume di Luciano Cancider, al quale personalmente rivolgo un plauso per l'inclinazione sempre dimostrata verso ricerche sulla storia, le usanze e la parlata locale, sfociata in questa ed in altre opere interessanti e di rilievo. Peccato per uno svarione: il titolo di copertina non corrisponde a quello sul dorso e sulla prima pagina, ma la cosa non influisce sulla sostanza del libro, piacevole e meritevole di lettura da parte di ampezzani e non.

15 mag 2012

Peniésmania


Salendo  a q. 1427, 13/5/2012
Domenica 13 maggio, per la sesta volta nell'arco di un anno, siamo saliti alla baita di Peniés e a q. 1427, ai piedi della Croda Marcòra.
Per noi è diventato ormai un appuntamento, perché Peniés è un luogo che prediligiamo in modo particolare; perché è perso in una vasta pineta che fascia le crode; perché è panoramico e rilassante; perché lassù non s'incontra mai nessuno; perché tutto sommato è una meta comoda e senza pericoli; perché ... è Peniés.
Sono due ore di passeggiata, con trecento e trenta metri di dislivello; non ci sono tabelle, vernice né cartacce; il luogo è sconosciuto in quanto esula dai circuiti dei sentieri, delle ferrate, dei trekking, delle scalate; a Peniés bisogna "volerci" salire e una volta giunti lassù... c'è poco altro da fare.
Il luogo è una meta ideale per le mezze stagioni; la passeggiata impegna soltanto una mezza giornata, ma regala sempre una grande soddisfazione.
Siamo ritornati a Peniés, e credo che ci torneremo ancora.

10 mag 2012

Il 10 giugno esce "111 Cime attorno a Cortina" di Majoni, Caldini e Ciri

VieNormali.it  e Idea Montagna presentano:
111 Cime attorno a Cortina
Guida escursionistica e alpinistica a 111 cime di 17 gruppi dolomitici
di Ernesto Majoni, Sandro Caldini, Roberto Ciri
Idea Montagna - Editoria e alpinismo
Collana vienormali - 1
con le descrizioni di 111 vie normali di cime famose e meno note, relazioni dettagliate, fotografie, tracciati, cartine, notizie storiche e culturali.
Si tratta di una guida escursionistica con la descrizione di 111 itinerari fra vie normali e vie di roccia in 17 gruppi montuosi delle Dolomiti che circondano Cortina, con vari livelli di difficoltà: dalle escursioni facili alle vie normali che richiedono esperienza e capacità di orientamento in terreni poco battuti, alle vie di roccia dove sono necessarie capacità ed esperienza di arrampicata.
Un libro per avvicinare escursionisti ed alpinisti alle vie normali delle montagne intorno a Cortina, che cerca di soddisfare l'escursionista semplice, quello più evoluto e l’alpinista, senza mai sconfinare in difficoltà oltre il 4° grado.
Accanto a cime molto frequentate sono presenti mete meno note o del tutto sconosciute ai più, dove il senso di avventura prende corpo man mano che ci si discosta dai sentieri battuti e trafficati. Le 111 cime appartengono a 17 gruppi:
Antelao - Marmarole,
Averau - 5 Torri,
Cadini di Misurina,
Col di Lana,
Cristallo,
Croda da Lago - Cernera,
Croda Rossa d'Ampezzo,
Conturines,
Dolomiti di Sesto,
Fanis,
Monte Piana,
Picco di Vallandro - Colli Alti,
Pomagagnon,
Rondoi - Baranci,
Sorapìs,
Tofane,
Tre Cime di Lavaredo - Paterno.
Le cime sono suddivise in 111 schede che descrivono la posizione, il percorso di salita (e discesa, se diverso), cenni storici e cose da vedere nei dintorni, completate con i dati riassuntivi dell’ascensione ed alcune immagini. Gli itinerari proposti intendono far riscoprire sia alcune vie normali percorse spesso al ritorno da vie alpinistiche di più ampio respiro e maggior difficoltà, sia le escursioni a cime spesso offuscate dalla fama di vette di maggior richiamo.
Caratteristiche del volume:
- 111 itinerari ad altrettante vette ed informazioni su altre 10 cime secondarie;
- pp. 392 con foto a colori, cartine topografiche dei percorsi e relazioni dettagliate;
- immagini a colori col tracciato dei percorsi;
- note tecniche, dislivelli, tempi, difficoltà, punti di appoggio, note storiche, curiosità turistiche;
- indice degli itinerari per gruppi montuosi e tabella riassuntiva delle cime;
- prezzo: € 25,50.
Per informazioni e ordini si possono contattare:

3 mag 2012

A 180 anni dalla nascita del grande Santo, quello del Becco di Mezzodì


Il 5/7/1872 Santo Siorpaes Salvador, nato nel villaggio ampezzano di Staulin 180 anni fa, il 2/5/1832, e allora al culmine della forma, guidava il capitano William Emerson Utterson Kelso, uno scozzese amante delle Dolomiti, su una vetta di dimensioni e fama ridotte, ma piuttosto grintosa: il Becco di Mezzodì, storica “meridiana” dei valligiani d’Ampezzo.
Prima del successo, Santo aveva sicuramente circuito più volte il Becco, il cui unico lato accessibile con difficoltà moderate non guarda Cortina, ma la cadorina Val Fiorentina. Ciò nonostante, per venire a capo della salita, i due alpinisti dovettero superare in scarpe chiodate uno stretto e liscio camino, alto 18 m e le cui difficoltà rientrano ancora oggi nell’ordine del III grado.
La seconda salita del Becco spettò al pioniere Gottfried Merzbacher, nell’estate 1878. Lo accompagnava di nuovo Siorpaes, quello che aveva trovato la chiave del mistero. Storiografi cinici riferirono che il germanico si trovò abbastanza a mal partito nel superare il liscio camino centrale ...
Il Becco, da Forcella Sonforcia de Col Jarinei
(foto C. Bortot, 5/9/2004)
La prima salita invernale della cima fu effettuata vent'anni dopo, nel 1891-1892, dall'olandese Jeanne Immink con guide ampezzane (facilmente i cugini Antonio e Pietro Dimai, coi quali il 10/12/1891 l'intrepida alpinista aveva salito per prima la Croda da Lago).
La prima invernale solitaria della cima, infine, spettò a Bepi Degregorio, l'Accademico trentino del Cai venuto a Cortina dopo la 1^ Guerra Mondiale, che il 13/1/1925 festeggiò sul Becco immerso nella neve il suo trentaseiesimo compleanno. Centotrè anni e nove giorni dopo Santo Siorpaes, anche l'estensore di queste note, allora sedicenne, poneva piede con soddisfazione sulla friabile cima, che ospitò la sua prima indimenticata arrampicata nelle Dolomiti.

30 apr 2012

Sul Ciavazes con Luciano e Mauro


L'ineluttabile abbandono ai ricordi che spesso mi prende, mi fa tornare in mente, a distanza di anni, alcune occasioni in cui mi legai in cordata o, semplicemente, calpestai sentieri sulle nostre montagne con amici scomparsi, fra i quali Luciano, che è "andato avanti" ormai da quasi sei anni.
Un giorno del 1987 venne a sapere da qualcuno che tempo prima, con altri cinque, avevo salito la “Via della Rampa”, aperta nel 1935 dal Conte Del Torso con la guida Emilio Lezuo sulla nota parete S del Piz Ciavazes: una classica di medio impegno e molto battuta, che non poteva mancare nel nostro modesto carnet. 
Così il 31 maggio di quell'anno, a Mauro, con il quale mi ero accordato per tornare sulla via, si aggiunse anche Luciano, e salimmo la rampa in tre. I miei compagni spedirono me in testa, perché conoscevo già il tracciato, e devo affermare che, su quei 350 m di buon IV, già allora levigatissimo dopo oltre mezzo secolo di passaggi, non me la cavai male.
Non ho altri specifici ricordi di quella salita, a parte uno: prima di rientrare alla macchina, ci fermammo un momento al Rifugio Monti Pallidi al Pian dei Schiavaneis, per la rituale birra che tuttora accompagna moltissime giornate all’aria aperta.
Fu lì che incrociammo due paesani che rientravano dalla Via Schubert sullo stesso Ciavazes: una dei due era la compianta “Iaia” Walpoth, vittima di una valanga sulle Creste Bianche il giorno di Natale 1989.
Sarà una coincidenza, ma di quei cinque ragazzi che bevvero la birra al Rifugio Monti Pallidi in quella domenica di primavera, oggi siamo ancora in tre, ultracinquantenni.
E’ un vero peccato che non abbia alcuna immagine di quella salita, solo perché al tempo la Olympus a tracolla mi avrebbe dato fastidio.
Oggi la digitale ce l'ho sempre addosso, ma ovviamente le testimonianze che fisso non sono le stesse di quel periodo scanzonato.

23 apr 2012

Camminando a Zumeles

La Forcella Zumeles, incisa nel crinale dei Crepe omonimi, nel gruppo del Pomagagnon, è un prezioso balcone sulla conca ampezzana e consente il transito fra Cortina e la Val Padeon.
Vi si giunge da Sonforcia, alla testata della valle appena citata, per il sentiero ex militare n. 205, che sottende senza dislivelli notevoli la Pala Perosego. Da Cortina vi sale il sentiero n. 204, ristrutturato nel 1998 dal CAI Cortina.
Il sentiero si dirama dalla strada forestale che da Larieto traversa verso Mietres, e rimonta i pendii prativi, una volta tutti falciati, delle Pales de Perosego.
Dopo il maltempo dell’autunno 1997, che inferse il colpo di grazia ad un tracciato già penalizzato dalla natura del terreno su cui scorre, il sentiero fu sistemato con traversine e passerelle e offre ora un percorso comodo.
Non so se tutti sanno che vicino alla Forcella, accessibili dal sentiero n. 204 per un’angusta galleria, si trovano i ruderi di una casermetta affacciata su Cortina, dove tanti anni fa, la sera del 14 agosto, brillava uno dei classici falò in onore della Madonna.
Dalla Forcella, per una buona traccia, si può salire la Punta Erbing, ultimo rilievo del Pomagagnon, o scendere al Brite de Padeon, nel cuore della valle omonima.
Il valico merita una passeggiata, soprattutto in autunno, quando il bosco d’abeti e larici che ricopre il versante nord dei Crepe de Perosego si tinge di tonalità magnifiche.
Anni fa si vociferava di un impianto seggioviario, che doveva scavalcare la forcella partendo da Mietres, per allacciare quest’ultima zona al comprensorio del Cristallo. Non potendo esprimere giudizi di carattere tecnico od economico, penso soltanto che sarebbe stata una follia dal punto di vista naturalistico seppellire sotto ferro e cemento, la zona selvaggia che attornia Zumeles e Perosego!


Cortina da Zumeles


18 apr 2012

Era d'inverno, sul Monte Verzegnis ...

Era d'inverno, sul Monte Verzegnis ...
6 gennaio 1986
Forse nessuno, o quasi, fra coloro che seguono questo blog saprà individuare tre protagonisti della foto a fianco, una delle poche che conservo d'una gita in compagnia sulle Prealpi friulane, risalente ormai a diversi anni orsono.
Da sinistra: il secondo è Andrea di Aiello del Friuli, poi c’è Paolo di Crauglio (San Vito al Torre), e infine Gianni, il capogita, anch'egli di Aiello. Il primo è il sottoscritto, al tempo obiettore di coscienza nella Bassa Friulana, e la foto ricorda la via normale del Monte Verzegnis da Sella Chianzutan, portata a termine con buon impegno il giorno dell’Epifania 1986.
Di quella giornata fredda e faticosa conservo alcuni flash: ricordo soprattutto la sensazione di fratellanza e condivisione dell’”impresa” che pervase il nostro gruppo durante la salita, e ce la fece poi ricordare e rievocare diverse volte.
In quella giornata, più adatta a starsene a casa sul divano che non a "cercar notte" tra la neve, fummo sempre soli, in un ambiente freddo e nebbioso circondato da un silenzio ovattato; salimmo una montagna estranea a grandi imprese, dove d’estate forse si giunge anche in MTB, ma a noi richiese piccozza, ramponi e la corda su un tratto di cresta delicata ed esposta.
Ricordo il 6 gennaio sul Verzegnis come un'avventura giovanile di quelle che ti riempiono gli occhi e il cuore di emozione. Ringrazio gli amici per quella e per tante altre giornate trascorse sui monti, e soprattutto oggi rivolgo un caro pensiero ad Andrea, che qualche giorno fa ha lasciato all'improvviso la famiglia, gli amici, il suo paese, ad appena 51 anni. Mandi Pit!

15 apr 2012

Piccola e abbastanza cattiva ...

Avevo ventitré anni, quando scoprii una "via normale" dolomitica non proprio semplice e storicamente importante: quella della Cima Piccola di Lavaredo. A Mario, che  mi seguiva quell’anno, non sembrò gran cosa: a me invece piacque discretamente, tanto che poi la rifeci tre volte.
Tre Cime e  una nuvola
(foto Enrico Maioni)
La via, è pregevole se non dal punto di vista della scalata, almeno da quello della storia: fu scoperta da Michel (il quale solo pochi anni prima pensava che per salire su quella cima ci volessero le ali) e Hans Innerkofler il 25/7/1881 e poi rettificata dai fratelli Zsigmondy.
Alcuni passaggi della via si attestano sul III, mentre il camino finale, ormai lisciato da migliaia di suole, rasenta il IV: quindi la via, pur essendo una “normale”, non è una soluzione banale per salire la Piccola, che comunque accessi più facili non ne ha.
Al tempo usavamo salire e scendere slegati il primo tratto della via, l’avancorpo che si nota dalla strada fra il Rifugio Auronzo e il Lavaredo, per non perdere tempo con le laboriose corde doppie che depositano comunque poco lontano dall'attacco.
Il resto della salita, utilizzata soprattutto da chi scende da altre vie, presenta comunque passaggi interessanti: la “traversata” immortalata dal Wundt con Jeanne Immink e i suoi guanti di camoscio, il diedro, il camino finale.
Poi l’arrivo sull’esile vetta, tre blocchi orizzontali in fila che sembrano quasi piallati a mano... La sensazione che ricordo stando appollaiato lassù a 2857 m su quel terrazzino, era emozionante, quasi da capogiro.
Sommando salita e discesa a corda doppia (lunga e complessa, disponendo di un’unica corda), anche per noi la Piccola di Lavaredo non fu un’esperienza da prendere sottogamba.
Lassù ci divertimmo sempre molto e ci sentimmo immersi appieno nell'universo dolomitico.

13 apr 2012

Cime poco visitate, selvagge nel loro isolamento

Nel corso degli anni, ho maturato più di una simpatia per il Pomagagnon, la dorsale che incornicia la conca d'Ampezzo a N-NE, offrendo varie possibilità di percorrere sentieri e salire pareti e cime di difficoltà diverse.
Lo sbalzo sommitale della Croda dei Zestelis,
dalla Punta Erbing (20/8/2009)
Dal 1967 ad oggi, ho raggiunto la maggior parte della ventina di elevazioni in cui si frammenta la dorsale: Q. 1933 e 2014 del Pezovico, Punta Fiames, Punta Croce, Campanile Dimai, III Pala de ra Pezories, Gusela de Padeon, Croda Longes, Croda del Pomagagnon, Testa e Costa del Bartoldo, Punta Erbing, Pala Perosego.
Dato per certo che il Torrione Scoiattoli, ai piedi delle Pezories, presenta difficoltà di arrampicata fuori dalla mia portata, e la Punta Armando (sulla cresta del Campanile Dimai) non ha valore escursionistico, mi mancano tre vette, due Pale de ra Pezories e la Croda, o Punta dei Zestelìs.
Sono tre cime poco visitate, selvagge nel loro isolamento, forse adatte per la stagione avanzata quando in alto la neve ha già fatto la sua comparsa.
So di amici saliti sulla I Pala delle Pezories, ma non ho informazioni aggiornate sui Zestelìs. Luca Visentini, nel suo libro sul Cristallo, suggeriva la salita da N, prendendo le mosse da Forcella Zumeles, ma in altra fonte ho trovato anche una possibilità di accesso da S, dal grande colatoio tra la Croda e la Costa del Bartoldo. Il colatoio si scavalca seguendo la III Cengia del Pomagagnon, e con difficoltà presumibilmente abbordabili porterebbe sulla Forcella dei Zestelìs e in cresta.
Come le Pale, anche questa cosa rimane da fare nelle prossime estati. Per ora, gironzolo ai piedi delle rocce, immaginando cosa possano nascondere quelle cime disertate, dove l’escursionista si avventura di rado e che, nonostante siano abbastanza facilmente visitabili, credo ben pochi si prendano la briga di visitare.


10 apr 2012

Il Col Rosà, una cima simpatica e remunerativa

Il 26, o forse il 30 giugno 1899, l'inglese Robert Corry salì con le guide Antonio Dimai e Zaccaria Pompanin la parete SE del Col Rosà. La cima chiude a N il gruppo delle Tofane; mentre a settentrione scende sulla Val di Fanes con salti coperti di mughi, a meridione guarda la piana di Fiames con un’alta parete.
Così a fine secolo il Col Rosà ebbe anch'esso la sua via (difficoltà intorno al IV, roccia non sempre ottima), che attirò molti pretendenti. Le guide Angelo Gaspari, Antonio Constantini, Giuseppe Menardi e, dopo la 1^ Guerra Mondiale, anche Celso Degasper corressero con alcune varianti il percorso, in origine un po' complicato.
La via Corry divenne di moda se non altro per l'agevole accesso e rientro, il quale ultimo sfrutta l'antico sentiero di cacciatori che inizia sul Pian de ra Spines, fatto sistemare dalla proprietaria della Villa Sant'Hubertus a Podestagno, Anna Powers Potts, per poter salire in vetta a cavallo.
Il Col Rosà a metà ottobre,
dall'ex aeroporto di Fiames (foto I.D.F.)
Tra il 1943 e il 1966 Scoiattoli e guide aprirono sul Col Rosà altre vie, ma oggi pare che nessuna susciti più le brame dei rocciatori. La cima, peraltro, è assai gettonata dai "ferratisti", che spesso affollano la breve, esposta via attrezzata “Ettore Bovero” sul fianco SO, inaugurata nel 1965.
Chi scrive, dopo aver percorso la "Bovero" più volte anche in solitaria, oggi  ama rifare al contrario il percorso normalmente utilizzato per la discesa.
Il sentiero, numerato col 447, è ripido, un po' faticoso (dislivello 900 m) e non breve, ma dopo la sistemazione curata dal Parco d’Ampezzo non presenta problemi, se non la copiosa sudata che può far fare a chi lo salga durante l'estate.
Anche se Grohmann non se la sentiva di consigliare la cima, perché a suo parere a Cortina ce n'erano “altre … che con minor fatica offrono maggiori attrattive”, ci piace avvicinarci al Col Rosà soprattutto in autunno e, potendo, fino alle soglie dell'inverno, per gustare i silenzi e i colori dell’ambiente circostante. Così questa cima si propone senz'altro come una meta simpatica e remunerativa.

6 apr 2012

Gli anniversari alpinistici vanno celebrati o no?

Ricordare anniversari legati a persone o a determinati fatti può essere una forma di omaggio alla memoria, un fatto di cultura o anche, più prosaicamente, un'operazione di business.
Gli anniversari possono essere noti o del tutto ignoti ai più, riscuotere risonanza mediatica o sparire nel bailamme dei fatti della vita; ad esempio, proprio oggi ricorrono 100 anni dalla morte del grande poeta Giovanni Pascoli, un autore che ogni italiano dovrebbe conoscere; e guarda caso, anche il 6/4/1912 era Venerdì Santo. Eppure di questo anniversario non ho trovato neppure una riga, da nessuna parte: forse non fa abbastanza audience ...
Per quanto riguarda la Montagna, com'è logico, tra alpinisti, bivacchi, ferrate, rifugi e vie si potrebbe trovare un anniversario al giorno o quasi, per l'anno intero. Ad esempio: fra cinque mesi esatti, il 6 settembre, saranno 100 anni dalla morte di Luigi Cesaletti "Colòto", una delle prime guide alpine del Cadore, l'uomo che nel 1877 osò scalare da solo per una via più difficile di quelle note fino ad allora nel circondario, la Torre dei Sabbioni, sconosciuta cima delle Marmarole.
A San Vito, paese natale di Cesaletti, era balenata l'idea di ricordare il centenario del pioniere, oltre che con un'eventuale targa da apporre a Forcella Grande presso l'attacco della "sua" via, con la ristampa aggiornata di un prezioso libro, "La conquista del 3° grado", scritto nel 1977 dal giornalista e storico sanvitese Mario Ferruccio Belli con l'aiuto di Tarcisio De Lotto e da molti anni esaurito e irreperibile.
Luigi Cesaletti "Colòto" (1840-1912)
pioniere del 3° grado
L'iniziativa pareva avviarsi sul binario giusto, quando la Sezione del Cai competente ha cambiato parere; così la ristampa, almeno per ora, non si farà e forse quel giorno si faciliterà la salita di appassionati e curiosi sulla Torre con corde fisse, come già si fece nell'agosto 1977, per il 100° della salita.
Nel 2013, fra l'altro, si ricorderà il 150° della fondazione a Torino del Club Alpino Italiano, che coinvolge le Sezioni di tutta Italia; Cortina invece avrà il 150° della conquista della cima dove nacque l'alpinismo nella valle: la Tofana di Mezzo, scalata da Paul Grohmann col cacciatore ampezzano Francesco Lacedelli da Meleres il 29/8/1863.
A Selva di Cadore, infine, è balenata l'idea di ricordare con una targa, e forse anche con una piccola pubblicazione, il 150° della prima salita "alpinistica" del Pelmo da parte di Grohmann con Francesco e Alessandro Lacedelli da Meleres e i cacciatori di Pescul Melchiorre e Luigi Zuliani, che cadrà  - come l'anniversario di Cesaletti - il 6 settembre. Per il piccolo paese di Selva, dove non c'è nemmeno la Sezione del Cai, ci sembra una bella idea.

4 apr 2012

Sulla Preuss, estate 1981

Marina la padovana, Cinzia (meno alta e infilata nel bagagliaio della 127 per risparmiare il pedaggio …), Enrico, Ernesto.
Cima Piccolissima con la Fessura Preuss-Relly
 da Forcella Lavaredo (foto Enrico Maioni)
Questo quartetto, l'ultimo giorno di luglio del 1981, arrivò al Rifugio Auronzo con l’intento (riservato ai due E, amici e compagni di croda da tempo), di salire la via Preuss della Piccolissima, nel 70° della prima scalata: a vent'anni, però, il genetliaco ci diceva ben poco!
Salimmo veloci a Forcella Lavaredo, e lì lasciammo le ragazze ad ammirare le nostre evoluzioni. Attaccammo quindi con emozione la variante Casara, e ci volle poco per picchiare il muso sulla famigerata Parete Preuss.
“Achtung, Tiger!” Così aveva detto Paul al compagno Relly, superandola di slancio senza chiodi, e così avranno urlato i primi ripetitori, quando la via, purtroppo, registrava quasi più disgrazie che salite.
Su quel muro ricordo non chiodi né cunei, ma una cosa simile al manico di una manèra, con un cordone come appiglio, come appoggio, come elemento tranquillizzante per un tratto di dolomia gialla diritto fino alle ghiaie.
Da secondo stavo da papa, e tale rimasi per l’intera salita, che Enrico condusse come sempre con calma olimpica (pochi anni dopo divenne guida). Oggi non so più scandire singoli fotogrammi della via; mi pare comunque di sentire ancora nelle gambe le spaccate in camino, che al tempo mi costavano meno fatica giacché pesavo una settantina di chili; ho negli occhi l'aguzza punta della Piccolissima, lanciata nel cielo 250 metri sopra la baraonda di Forcella Lavaredo, sulla quale entrambi gustammo in silenzio il piacere della salita appena conclusa; ricordo anche il mio orgoglio di ventenne - accresciuto dal fatto che in basso avevamo ben due ammiratrici - che poteva fregiarsi di una delle vie dolomitiche più note, un exploit del grande Preuss che morì prima di poter apprezzare, o condannare, i progressi dell’arrampicata dopo la Prima Guerra Mondiale.
In quel periodo avevo già qualcosa in carniere, dal Sas de Stria al Becco di Mezzodì e alla semi-sconosciuta Torre Lagazuoi; altro avrei fatto fino all'autunno, dalla Torre Wundt alla Piccola di Lavaredo, Punta Fiames, Torre del Lago, Popena Basso, Campanile di Val Montanaia, Cristallo.
Per quanto riguarda le crode, l'estate fu intensa: se non di capacità atletiche, ero ricco di entusiasmo, conoscevo a menadito la guida Berti, mi piaceva il contatto con la dolomia e sulle difficoltà classiche non me la cavavo male!
La discesa nel canale che guarda il Rifugio Lavaredo, fatale a tanti per la propensione a convogliare ogni pietra che si stacca dalla vetta, si svolse in un lampo. Alla base della Piccolissima, mentre il "robot" friggeva dallo sforzo, ritrovammo le amiche e scendemmo subito al rifugio per la birra, che in quei frangenti non poteva mancare.
È trascorso un secolo dalla salita di Preuss e tre decenni dalla nostra; pur avendo frequentato altre cime in Lavaredo, sulla Piccolissima non ho avuto più occasione di tornare. Con queste righe, mi è parso di essere ancora lassù e ho rivissuto l’emozione di aver “conosciuto” Preuss, accarezzando le rocce dove egli salì e scese da primo di cordata, senza mezzi artificiali, il 5-6 settembre 1911.

2 apr 2012

Alcuni dei personaggi illustri ricordati sulle nostre montagne

Nel corso degli anni, numerose cime di Cortina e dintorni sono state dedicate a personaggi scomparsi, locali e non.
Prendendo in esame a campione alcuni gruppi, inizio con quello della Croda da Lago, dove troviamo la Cima Marino Bianchi, dedicata nel 1973 alla guida alpina di padre cibianese, caduto quattro anni prima sulla Torre del Lago.
Cresta della Croda da Lago:
in centro, il Campanile Dino Buzzati
Nelle vicinanze emerge il Torrione Dino Buzzati, il quale ricorda lo scrittore che amò la Croda più d’ogni altra montagna e nel 1966 vi compì la sua ultima scalata con Lino Lacedelli e Rolly Marchi,  e la Punta Raffaele, dedicata a Raffaele Zardini Laresc, Scoiattolo e guida caduto nel 1975 col deltaplano. Queste ultime due cime sono "scoperte" di Franz Dallago, guida che solo nel gruppo della Croda da Lago ha trovato oltre 30 vie nuove.
Sotto il Nuvolao c’è la Torre Anna: ritengo sia un omaggio di Franz ad una gentile, a me ignota fanciulla. Sempre Dallago ha salito per primo due torri della Tofana, dedicandone una a Franco De Zordo di Cibiana, caduto sulle Tre Cime nel 1965 e l’altra ad Albino Michielli Strobel, Scoiattolo e guida attivo negli anni 1950-1960.
Spigolando qua e là, sul Pomagagnon c'è il Campanile Dimai (dedicato ad Antonio Dimai, la guida che nel 1905 ne superò la parete S), e la Punta Armando, intitolata allo Scoiattolo Armando Apollonio, scomparso nel 1950.
Nel Cristallo, poi, il Campanile Dibona è stato intitolato al simbolo delle guide ampezzane, che lo salì in solitaria nel 1908 e con Luigi Rizzi e i fratelli Mayer l’anno dopo. 
Cambiando per un attimo zona, non mancano all'appello neppure gli amici Alberto Bonafede  (1968-2011) e Aldo Giustina (1969-2011), caduti il 31 agosto scorso durante un soccorso sulla parete N del Pelmo; il 2 novembre dello scorso anno Paolo Michielini ha scalato e dedicato loro una torre senza nome ai piedi del Pelmo, nei pressi della Torre dei Bellunesi.
Mi piacerebbe andare avanti, ma per ora sorvolo sulle altre montagne, per non trasformare questo contributo in un arido elenco telefonico.
A Cortina manca comunque un ricordo di molti benemeriti della montagna; nessun luogo, ad esempio, fa memoria di Federico Terschak, accademico del CAI e scrittore (1890-1977), che sulle nostre montagne aprì una ventina di vie nuove e scrisse alcuni libri interessanti e importanti per Cortina.
Neppure Francesco Lacedelli "Chéco da Melères" (1796-1886), prima storica guida locale, è ricordo sulle nostre Dolomiti, e nemmeno del pioniere di queste crode, Paul Grohmann (1838-1908) qui sulle nostre montagne ci si è ricordati ...
Le cime vergini, però, oggi non si trovano quasi più,  e le vie nuove sono sempre meno e vengono battezzate con nomi di tutt'altro genere. Quindi ai personaggi esclusi dobbiamo riservare altre forme d’omaggio alla memoria.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...