15 mar 2012

Oggi è morto un ragazzo di appena vent'anni ...

S. Maria in Siariis con a destra il Cippo Comici
Sullo sfondo, Trieste
Oggi Igor, un ragazzo di appena 20 anni, è caduto nei pressi del Cippo Comici in Val Rosandra, vicino a Trieste.
L'incidente, avvenuto in un luogo splendido dove il mare bacia la montagna e si sono formati fior di scalatori, oltre che pena per la morte assurda, mi ha ricordato l'ultima volta in cui con Iside raggiunsi il Cippo. Era il 24 aprile '06 e quel giorno, dopo una ventina d'anni, ritrovai in quell’angolo di Carso la gioia delle domeniche primaverili da studente, quando cercavamo sempre la montagna anche a livello del mare.
Dal Premuda, il rifugio più basso d’Italia, ho visitato il Cippo diverse volte. Quotato 343 m, il "Comici" non è una vetta, ma un aguzzo rilievo roccioso nel mezzo della valle carsica che si apre a 12 km da Trieste ed è molto nota per le innumerevoli scalate e passeggiate.
Dedicato a Emilio Comici (1901-40), il Cippo sorge a picco sulla valle ed è piuttosto frequentato. Dal rifugio della Società Alpina delle Giulie, che sorge a 70 m di quota sulla riva sinistra del torrente Rosandra e si raggiunge da Bagnoli Superiore con una breve passeggiata, si segue il sentiero presso il torrente, passando per ciò che rimane dell’acquedotto romano in uso fino al 500 d.C.
Il sentiero continua verso il centro della valle e, sempre affiancando il torrente, raggiunge un bivio. A destra si va a S. Maria in Siariis, piccola chiesa di cui si ha testimonianza già nel 14° secolo e presso la quale pare sia caduto lo sfortunato ragazzo di Caresana.
Sale poi ripido su detriti fino alla cresta del "Crinale", la supera e passa nella valletta tra il "Crinale" e il Monte Carso. In breve, destreggiandosi su roccette, si esce sull’aereo promontorio dove fu realizzato il Cippo, in memoria dell'alpinista triestino caduto in una palestra di roccia della Val Gardena.
Da qui in breve si potrebbe scendere a Botazzo, quattro case note per un’osteria, oggi chiusa. Per tornare al Premuda, dal Cippo si scende nella valletta interna lungo le pareti del "Crinale". Attraverso i cespugli, si giunge alla base di quest'ultimo, dove s’incrocia il sentiero presso il torrente, che riconduce al rifugio.
Dal Cippo Comici, belvedere di prim'ordine, si ammira la Val Rosandra, un canyon ricco di possibilità escursionistiche e alpinistiche e molto interessante per l'ambiente, la flora, la geologia, la storia.
Purtroppo oggi la sua magnifica atmosfera è stata infranta da un incidente che ha portato via un giovanissimo amante della montagna. 

14 mar 2012

Ai piedi della S dell'Antelao

La parete S dell'Antelao, da Borca
24/11/2011, pomeriggio
Lavorando in Valboite, vedo ogni giorno la grande parete S dell’Antelao. E dandole un occhio mi vengono in mente alcune cose: il Bus del Diau, enorme antro presso il quale Phillimore, Raynor e le loro guide, con a capo l’instancabile "Tone Deo", bivaccarono a Ferragosto del 1898 prima di attaccare i 1200 m della parete S.
E poi Bettella, Barbiero, Scalco, Casara, Fanton, Cozzolino, Bee, Massarotto e diversi altri, che su quelle pareti poco di moda si sono arrampicati nel corso del '900.
E infine il Bivacco Giovanni e Giulio Brunetta, installato nel 1970 su una selletta baranciosa ai piedi del Bus, a picco sulla Valboite. Al Brunetta salimmo in tre in una calda giornata di inizio estate, dopo aver superato non senza fatica più di un chilometro di dislivello fra detriti, mughi e una lunga lingua di neve che ancora resisteva alla testata del rio, precipitato anni dopo sulle case di Cancia. Fu davvero una bella gita, adatta per sgranchirsi dopo un inverno passato sui libri. 
Oggi il bivacco non c’è più: lo spostamento d’aria susseguito a una frana sulla parete soprastante,l’ha polverizzato, scaraventando i rottami lungo la china. Nessuno si è più preso la briga di rimetterlo dov’era e neppure, mi dicono, di fare un po' di pulizia.
Volendo proprio dirla, quel cubo rosso di lamiera aveva poco senso: era riservato ai rarissimi aspiranti a qualche via della S, fra i quali l'amico Lux (che vi passò la notte con Ivano prima di impiegare il giorno seguente per toccare la vetta dell'Antelao), ma escursioni là vicino non se ne possono fare, e il previsto anello attrezzato che doveva collegare il Bus del Diau con le Laste dell’Antelao, è rimasto una pia intenzione.
Non sono più tornato in quei paraggi, né ho esplorato il Bus, che mi  confermano sia interessante; mi sono limitato a percorrere alcune volte, specie in tardo autunno, l'“alta via”, oggi anch'essa in parte danneggiata da sconquassi idrogeologici,  che unisce Resinego con Vinigo attraversando il Bosco Nuovo, in parte su tracce militari.
Si tratta di una lunga passeggiata alle pendici della più alta vetta del Cadore, che allora non presentava difficoltà: non la dimentico.

12 mar 2012

Chiusura anticipata di stagione alla Kradorferalm


Verso la Kradorferalm, 11/3/2012
L'inverno è ormai agli sgoccioli, o almeno così pensiamo noi, fedelissimi delle gite a piedi. Ieri, in una giornata serena e abbastanza dolce anche se frustata da qualche sbuffo di vento, siamo saliti per la seconda volta quest'anno ad una delle nostre mete abituali, scoperta nel febbraio 2008 ma già visitata in sei occasioni: la Kradorferalm, in Val Casies.
Questa bella malga si trova a 1700 m di quota sul limitare di un pascolo punteggiato di fienili, lungo il solco vallivo che da S. Maddalena sale verso N e sulla Forcella di Casies - Gsiesertorl, ai piedi del Corno Fana omonimo, incontra il confine con l'austriaca Defereggental. 
Dal parcheggio nel centro del paesino, per arrivare lassù basta un'oretta abbondante di cammino lungo una stradina forestale di media pendenza, dove molto spesso abbiamo trovato più ghiaccio (e asfalto) che neve.
La stradina si può anche evitare, stando sulla sinistra orografica del rio che accompagna la valle, lungo cui si sviluppa il "Sentiero Scoiattolo"; ieri ne abbiamo percorso una parte in salita, ma la neve ormai rammollita non ci ha dato grande soddisfazione.
In ogni modo, il 18 marzo sarà l'ultima domenica di apertura iinvernale della Kradorferalm, dove abbiamo incontrato anche due compaesani. Forse la gita di ieri potrebbe chiudere questo strano inverno perché ormai, senza sci né ciaspe, sulle strade forestali e sui sentieri che pratichiamo con la neve non è più tanto piacevole camminare.
Ci siamo ripromessi però di passare alla Kradorfer in estate o autunno, per raggiungere magari la Forcella soprastante (personalmente ne ho un lontano ricordo; vi transitai una sola volta nel 1990, diretto al faticoso Corno Fana di Casies, seconda cima in altezza della valle).
C'è poco da fare; pare che la Val Casies ci attiri sempre, sia d'inverno che d'estate, ed ormai ci siamo fatti una discreta cultura sulle sue malghe e su molte delle sue vette.
Potrebbe essere un'idea per qualcosa di organico da scrivere in un prossimo futuro.

10 mar 2012

Mille guglie di pietra e una piramide con le facce muschiate

“Mille guglie di pietra e una piramide con le facce muschiate” lo definì l'amica scrittrice Lorenza. Io aggiungo: un angolo dolomitico molto suggestivo, cupo ma non troppo, immerso in un’immobilità misteriosa e fonte di belle vedute su Cortina.
Bèco d'Aial, da Ciou del Conte
24/7/2008
E’ il Bèco d’Aial,   piramide scura che spunta come un enorme dente canino dal bosco di Federa e vanta un "record" tutto suo: toccando la quota di 1846 m (1880 m secondo Berti), potrebbe essere la montagna meno elevata tra tutte quelle ampezzane.
Individuato come punto strategico nella 1^ Guerra Mondiale, quando gli italiani alzarono in vetta una postazione antiaerea di cui oggi rimangono muri diroccati e una galleria, cinquant'anni fa il Bèco d'Aial fu scoperto dagli scalatori.
Solo la fantasia di un personaggio come Albino Michielli Strobel poteva concepire una via sulla parete N, visibile da Cortina e riparata dal sole. Strobel la salì con il collega Arturo Zardini Tamps nell’estate 1962, tracciando una via con difficoltà fino al 6°, che fu poi ripetuta alcune volte.
Sullo stesso versante, anni dopo, altri scalatori ampezzani e cadorini trovarono vie nuove, e di recente, sul Bèco e sulle guglie che lo circondano sono apparsi gli spit su alcuni itinerari d’arrampicata sportiva.
Quella che pochi conoscono è la via normale di salita da SE; un sentierino che, biforcandosi dal 431 fra i laghi d’Aial e di Federa, s’infila tra alberi e umide vallette, toccando la cima dopo aver difeso la cima con una cengia, lunga solo una quindicina di metri ma esposta e scivolosa, e alcune roccette.
Fino a qualche anno fa, ogni 14 agosto alcuni amici affiatati salivano sul Bèco per accendere il rituale "fò de ra Madona" e festeggiare con una grigliata, alla quale ebbi il piacere di partecipare anch'io nell'86-'87.
Lassù tutto tace: sul Bèco è diventato raro incrociare altre persone, inerpicatesi per abbracciare con lo sguardo la conca di Cortina o, più da vicino, i boschi di Federa.
E alla cima sicuramente non dispiace.

8 mar 2012

Ruderi che mettono un po' di tristezza

Nel 1937-38, sull'ampia sella tra il Corno d’Angolo e le Pale di Misurina, dove le Torri di Popena dividono la testata della Val Popena Alta in due conche e a pochi passi dal confine fra Auronzo e Cortina, alcuni privati eressero un rifugio.
L'idea mirava a costituire una base per salite nei dintorni (sul Piz Popena, che si eleva proprio di fronte al valico, sul Corno d’Angolo, Cristallino di Misurina, Croda di Pousa Marza, guglie di Val Popena Alta, Pale di Misurina, Punta Michele), e anche per una frequentazione invernale della valle, buona meta scialpinistica.
Il rifugio non ebbe lunga vita. Gestito per alcune stagioni da tale Lino Conti, fu raso al suolo da un incendio, durante la guerra secondo alcune fonti, nel 1947-48 secondo altre, e non venne più ricostruito.
La questione dei ruderi rimasti lassù sulla sella si sente talvolta riesumare, ed ogni stagione potrebbe essere buona per avviare almeno una minima sistemazione di quei muri semicrollati, che mettono un po’ di tristezza considerato il luogo panoramico e frequentato nel quale sorgono.
Dai ruderi del Rif. Popena verso il Piz Popena,
l'Ago Loeschner e la Punta Michele, 19/10/2008
La Sella di Popena funge da nodo per gite e salite di grande interesse, e forse una struttura potrebbe avere qualche utilità, pur distando poco più di un'ora dal fondovalle e trovandosi in un contesto ambientale ben conservato e che non ha bisogno di ulteriori manomissioni.
Nulla di certo: il sottoscritto, passato abbastanza spesso da quei paraggi, dovendo scegliere, preferirebbe senz'altro trovare sul valico – al posto di un altro alberghetto – eventualmente un ricovero, giusto un tetto per ripararsi dalla pioggia e dai fulmini.
Potrebbe essere un “affare” per l'alpinismo e per la natura, non per l'economia della zona. Così però la Val Popena non rischierebbe di essere anch'essa inglobata nella banalizzazione estiva e invernale propria di tanti altri bei luoghi, magari condita con motoslitte, “quad” e quant’altro, e ancora per un po’ resterebbe fuori dai successi e dagli eccessi di un turismo di massa.
Attendiamo sviluppi: se non ne verranno, ci riterremo ugualmente soddisfatti.

7 mar 2012

Croda d'Antruiles, "mons horribilis"

Risalendo la strada che dal "Tornichè" di Podestagno conduce ai pascoli di Ra Stua, sulla destra orografica della Val di Rudo e oltre il silenzioso catino erboso di Antruiles, si nota un torrione rossastro di circa duecento metri d’altezza, che si protende da uno sperone del Col Bechei orientato verso est.
Questo torrione, che fa da divisorio fra i due impervi impluvi delle Ruoibes de Inze o Val de Mez, e Ruoibes de Fora o Val d'Antruiles, si chiama Croda d'Antruiles e tocca i 2405 m.
Croda d'Antruiles, dal Ciadin del Taé
23/8/2004
Appartiene al gruppo della Croda Rossa d’Ampezzo: il nome, legato al sottostante pascolo sfruttato ab antiquo dagli ampezzani, si trova citato per la prima volta sulla "Oesterreichischer Alpenzeitung" dell'annata 1901. Esso risale con buona certezza alla prima salita della montagna, compiuta l’11/9/1900, dopo un bivacco in tenda presso la Casera d’Antruiles, da Viktor Wolf von Glanvell e Karl Guenther von Saar.
I pionieri austriaci scelsero per la salita la dentellata cresta O della montagna, che evoca il dorso di un mastodontico drago, prende avvio dalla Forcella d’Antruiles e si snoda fino in vetta con un dislivello di 72 m ed una lunghezza di almeno 300.
Dopo il 1900 pare che la cima non abbia più ricevuto visite umane. Fino all'estate 1991, quando l'Accademico Marino Dall’Oglio e la guida Fabio Lenti, dopo aver tentato la via originaria (ripetuta per la prima volta 20 anni dopo, nell'autunno 2011, dalla guida alpina Andrea Piccoliori e Corrado Menardi di Cortina: appena avrò notizie dettagliate di questa ripetizione, le dedicherò un articolo apposito) aprirono una via dalle Ruoibes de Fora, con difficoltà elevate.
Finora la Croda è stata salita 3-4 volte, da alpinisti che hanno accettato le difficoltà e i rischi insiti nella friabilità dei versanti e nel costante pericolo di caduta di sassi.
Nel 1990, la cima aveva pericolosamente attratto l’amico Alessandro e me; per fortuna (o purtroppo?) restò soltanto un'idea e mi limitai a scriverne su un periodico locale, definendola “mons horribilis” …

4 mar 2012

Il "Carpi" e la neve di marzo

La prima volta che salimmo d'inverno a Forcella Maraia con Ferruccio e Noemi, il Rifugio Città di Carpi era chiuso.
In quegli anni i rifugi dolomitici disponibili nella stagione invernale erano ancora pochi, e Maraia era dominio degli scialpinisti, che infatti trovammo puntuali, davanti al rifugio spazzato dal vento.
In seguito, cambiando le mode e ampliandosi la prospettiva di coltivare il turismo invernale non sciistico, aprì anche il "Carpi". Da allora ci siamo saliti almeno dieci volte, anche più di una nella stessa stagione.
Bisogna premettere che, usando la seggiovia di Col de Varda,  questa gita è abbastanza tranquilla; la distanza non è proprio breve, ma il dislivello è limitato e l'ambiente suggestivo. 

Per il Rifugio? Ancora due passi!
4 marzo 2012
Per questo, ogni inverno (per il 2012 è successo ieri, domenica grigia e poco fredda ma fustigata dopo le 13.30 da una fitta nevicata) mettiamo in previsione anche la salita al "Carpi", una meta che, fra l'altro, non richiede grandi spostamenti da Cortina e consente di partire anche "due minuti" più tardi.
Per inciso, fino a tempo fa dal "Carpi" partiva anche una lunga slittata; si era provato infatti a battere la strada che scende da Maraia per la Val d'Onge, ricavandone una divertente pista di oltre 7 km. Quando la strada fu minacciata da una valanga, si fece una riflessione sull'opportunità di non fomentare i rischi insiti anche in una semplice carrareccia alpestre e ... si tornò a piedi, con gli sci e con le ciaspe. 
D'inverno, quindi, il rifugio è una bella meta, che si raggiunge da Col de Varda con la caratteristica, piacevole traversata per la ex stradina militare che taglia i ghiaioni di Pogofa ai piedi dei Cadini.
Volendo, si può allungare la gita salendo per il sentiero battuto (purtroppo usato come pista di sci e snowboard, anche da alcuni maestri coi loro allievi) che porta fino a breve distanza dal Rifugio Col de Varda e confluisce nella strada citata.
Così facendo, si aggiungono un'ora alla salita e tre quarti d'ora alla discesa. Dipende dalle giornate e dalle condizioni: è certo che Misurina-Misurina a piedi dà alla camminata un sapore un po' più "alpinistico", ma la seggiovia non è proprio da disprezzare ...

2 mar 2012

2/3/1952: termina dopo 26 stagioni il libro di vetta della Punta Fiames


Presso la Sezione di Cortina del Cai, insieme ad altri documenti si trova un quaderno di 22 per 15 cm, rilegato con una grossa copertina verde per preservarlo dall’usura del tempo.
La terza pagina, vergata con la grafia ordinata che torna anche in altri libri del tempo, reca l’intestazione “Club Alpino Italiano Cortina – Punta Fiames”: su ogni pagina compare una griglia con tre colonne, “Data”, “Cognome e nome”, “Provenienza”.
Si tratta di un documento curioso: è forse il più antico libro di vetta della Punta Fiames, il pilastro roccioso del gruppo del Pomagagnon che sovrasta e prende il nome dall'omonima località a N di Cortina, noto per le scalate sul versante S e per la ferrata dedicata alla guida Albino Michielli Strobel, che ne risale il fianco O.
Più che della Punta in sé, il libro di vetta documenta 26, quasi 27 stagioni (1926-1952) della nota via sulla parete S, tracciata nel 1901 dall'inglese J.L. Heath con le guide ampezzane Antonio Dimai e Agostino Verzi  ed oggi andata un po' in disuso.
Punta Fiames da Fiames, ottobre 2011
Bisogna premettere che sulla Fiames possono salire senza grandi difficoltà anche i semplici camminatori, per il sentiero che da Forcella Pomagagnon taglia in obliquo il detritico lato N della dorsale e porta in cima.
Visto quindi l'accesso non difficile, sicuramente la Punta fu già "scalata" in antico dai pastori che alpeggiavano gli ovini sui sottostanti Prati del Pomagagnon, dai cacciatori che battevano i recessi settentrionali della catena e dai topografi che misurarono le cime incuranti della toponomastica, qui rimasta incerta fino ai primi del ‘900.
Ma giungiamo al "piccolo" motivo di questa nota: dopo avere registrato per un quarto di secolo centinaia di nomi, uomini e donne illustri e meno illustri che si godettero l'ascensione della parete in ogni stagione, il libro di vetta terminava esattamente 60 anni orsono, il 2 marzo 1952, con le firme di Lino Lacedelli, Albino Michielli e Alfredo Zardini, scomparsi da tempo.
Dopo aver studiato la cronologia della via Dimai ed avendola salita molte volte, spero che in futuro essa veda ancora tante cordate all’opera, con lo stesso piacere che la scalata ha infuso in chi l’ha effettuata in più di cento anni!

29 feb 2012

Marino Lusy, mecenate e alpinista

Capita ancora, dopo un secolo dalla salita, di trovare citata la "Torre Lusy" delle Cinque Torri, pilastro aguzzo alto un centinaio di metri e quasi appoggiato alla Torre del Barancio (con la quale e con la Torre Romana forma la Torre Seconda), come "Torre Lucy".
A sinistra la Torre Lusy
Lucy (Lucia, in inglese) non c'entra nulla. La grafia esatta dell'oronimo è "Lusy". Esso è legato al primo salitore, che giunse in cima il 1° agosto 1913 con la guida ampezzana Bortolo Barbaria Zuchìn (1873-1953), il quale propose d'intitolare la guglia al suo cliente. 
Riguardo a Barbaria, dalla Rivista del Cai del 1914 appare inesatto che Lusy avesse salito la torre con un'altra guida ampezzana, Zaccaria Pompanin "Zàcar de Radeschi" (1861-1955), come riportato da tante fonti  a partire dalla guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti. Forse questa inesattezza ora potrà essere corretta, dopo oltre 80 anni?
Ma chi era Lusy? Per saperlo, andiamo a Zurigo. La città elvetica ospita una delle collezioni di xilografie giapponesi "Surimono" (che significa semplicemente "cose stampate") più vaste e importanti d'Europa, composta di 300 pezzi.
Zurigo deve questa raffinata raccolta a Marino Lusy, collezionista e mecenate che la donò al Museum fuer Gestaltung. Dal 2005 la collezione è stata trasferita in prestito permanente al Rietberg Museum, sempre a Zurigo.
Marino Lusy era nato il 28/12/1880 a Trieste,  ma i suoi genitori erano originari dell'isola greca di Cefalonia. Studiò architettura ma non ne fece una professione, seguendo invece le sue inclinazioni artistiche e l'interesse particolare per le incisioni. Anche se alcune sue opere grafiche esposte a Parigi, Chicago e Bonn lo definivano un artista, esse non gli diedero fama.
Visse a Trieste, Parigi, Montreux e viaggiò molto nel Medio e nell'Estremo Oriente (soprattutto in Giappone, che visitò più volte) e in Africa.
Buon alpinista, in Dolomiti ha lasciato il nome alla torre omonima e ad una via sulla Cima d'Ambrizzola, aperta sempre con Bortolo Barbaria l'11/9/1913.
Visse in maniera riservata, e di lui si sa poco. Come testimoniano i suoi ex libris, si occupò anche di psicologia e di occultismo. Nel 1921, dopo aver frequentato per acquisti di antiquariato il Canton Vallese, chiese la cittadinanza elvetica. Morì l'1/2/1954 a Châtelard, presso Montreux.
Dal 1960 lo ricorda una  targa sul palazzo di Via Pellico 1 a Trieste, da lui donato alla città perché fosse destinato a fini caritatevoli.
Ecco dunque svelata la questione Lucy-Lusy!

27 feb 2012

Torre Inglese, oronimo "moderno"


La quinta delle Cinque Torri d'Averau (che, credo si sappia, non sono solo cinque, ma erano 11 e dopo il crollo della Trephor nel 2004 sono rimaste in 10) da oltre un secolo si chiama “Torre Inglese”.
Come per tanti oronimi alpini che hanno spesso una storia abbastanza recente, anche questo ha un suo perché "moderno".
La caratteristica torre, alta 53 metri e riconoscibile anche da Cortina (ad esempio, da Peziè-Manaigo) per la sua forma a corno, venne salita per la prima volta nell'estate 1901.
La cordata che giunse sull'esile sommità era composta da due guide locali, Angelo Maioni Bociastorta (35 anni) e Sigismondo Menardi de Jacobe (32), che accompagnavano un cliente inglese, tale Wyatt.
Torre Inglese, giugno 2009
In omaggio al britannico, da quel giorno la torre, terza ad essere salita nel gruppo, si chiamò Inglese.
Obiettivo di una salita breve e adatta ai principianti (due tiri di III), sulla solida dolomia dell'Inglese hanno lasciato il nome personaggi importanti dell'alpinismo: Severino Casara nel 1924 aprì per caso una breve variante alla via originaria; una dozzina di anni dopo Gino Soldà superò da solo il breve spigolo N; nel 1960 Bepi Pellegrinon e Vittorio Fenti, forse però preceduti da altri, salirono il fotogenico spigolo S.
La Torre è stata anche lo sfondo di riprese cinematografiche: nel 1927, infatti, sulla normale furono girate alcune scene invernali di "Maciste nelle Dolomiti", con Bartolomeo Pagano.
La Torre Inglese è stata la mia prima cima salita in arrampicata, con lo Scoiattolo Luciano Da Pozzo nell'estate 1975. La risalii da capocordata con un altro Luciano nell'aprile 1976 e qualche tempo dopo, infine, fu una delle mie rare salite solitarie.

24 feb 2012

D.Oe.A.V. - Sektion Ampezzo 26.2.1882 § Cai - Sezione di Cortina d'Ampezzo 26.2.2012

Domenica 26 febbraio il Cai - Sezione di Cortina, nato come Sektion Ampezzo del Deutsch und Oestereichischer Alpen Verein,  festeggerà il 130° compleanno durante il consueto "Incontro d'inverno" al Rifugio Croda da Lago - G. Palmieri, storico punto d'appoggio di proprietà sezionale fin dal 1919.
Ritrovo previsto alle 8.30 nel piazzale di Campo di Sotto, da dove i partecipanti si trasferiranno con l'autobus, gentilmente messo a disposizione dalla SE.AM. Srl, fino a Rucurto, sulla strada del Passo Giau.
Rifugio Croda da Lago - G. Palmieri
Incontro d'Inverno 15/2/2004
Da qui saliranno insieme al Rifugio lungo i sentieri 437 e 434; il tragitto può essere compiuto a piedi con le "ciaspe" o con gli sci da alpinismo.
Per l'occasione, al Rifugio la Sezione sarà lieta di offrire a soci, amici e simpatizzanti un brindisi, accompagnato da un dolce dei gestori, Modesto Alverà e famiglia.
Complimenti al Cai Sezione di Cortina per i 130 anni, raggiunti in salute e freschezza!

23 feb 2012

Con Andrea sulle Pale di Misurina


Quando ritrovo su riviste e libri di montagna vie che ho conosciuto, mi viene da chiedermi quale sia stata la molla che mi spingeva a scegliere proprio quelle vie per passarvi le nostre giornate.

Pala NE di Misurina col versante della via normale,
dal Passo delle Pale, 31/8/2008

E’ il caso della Pala SO di Misurina (gruppo del Popena), uno dei due maggiori rilievi del crinale che scorre sopra il lago di Misurina, tra la sella dove sorgono i ruderi dell'ex Rifugio Popena e il Passo delle Pale.

Verso NO le Pale (la NE e la SO, di soli 2 metri più alta) guardano la Val Popena Alta con belle pareti che nascondono alcune vie di difficoltà classiche e di discreto interesse esplorativo.

Quell’anno fu proprio una di queste, lo spigolo NO della Pala più elevata, a colpire chissà come la mia fantasia. Solcato da una via aperta da Sandro Del Torso con Gianfranco Pompei nel 1938, nella prima parte lo spigolo offre una salita su roccia mediocre, ma piacevole.

Lo confermo, anche se – delle tre cordate che superano il pilastro arrotondato basale - ne ricordo solo una di un certo interesse, esposta e con bei passaggi. Il resto mi parve un po' banale: le tre cordate superiori non superano il II e rimontano un largo colatoio né solido né godibile, ma ci piacquero lo stesso, come ci piacque arrivare in cima e traversare verso l’antistante Pala NE, distante una manciata di minuti di cresta sottile e piuttosto esposta. 

Nonostante siano molto vicine a Misurina, le due Pale di Popena sono solitarie e raramente frequentate: mi è rimasta impressa la croce che trovammo in vetta alla Pala NE, ottenuta da un rugginoso segmento d’antenna televisiva, che chissà chi aveva avuto la fantasia di portarsi fin lassù!

A me e all’amico Andrea che mi seguiva con entusiasmo, la via Del Torso - Pompei parve abbastanza carina: almeno, non ritenemmo di aver sprecato la giornata, pur essendoci trovati su cime, pareti, itinerari che non sono passati alla storia.

Avevamo perlomeno trascorso una giornata in pace, su una via forse modesta e che, oltre alla nostra, in tanti anni non avrà avuto moltissime ripetizioni ma sulla quale, e questo fu il pregio maggiore, ci godemmo un silenzio d'oro.

21 feb 2012

130 anni fa (?): Piero e Bortel sul Cristallo, d'inverno


Un fatto storico  che merita un ricordo anche a lunga distanza di tempo, se non altro per la "dicotomia" dell'esatta collocazione temporale, riguarda la prima salita del Monte Cristallo d'inverno. 
Monte Cristallo e Piz Popena, versante S, 
dall'Alpe Faloria (settembre 2003)
Già tentato dal britannico Moritz Holzmann con Santo Siorpaes Salvador nel gennaio del '72 e fallito per l'eccessivo carico di neve, il Cristallo riuscì - e divenne uno dei suoi  camei - alla guida Pietro Dimai Deo in compagnia di Bortolo Alverà,  apparso e subito scomparso dalla storia  dell'alpinismo poiché non era uno scalatore, ma l'I.R. Maestro Stradale (come Siorpaes, ma impiegato sulla strada da Cortina al valico di Tre Croci).
I due, rispettivamente noti in Ampezzo come "Piero de Jènzio" e "Bortel de chi de Pòl", avrebbero calcato la sommità del Cristallo il 22/11/1882, in un momento a rigore escluso dal calendario alpinistico invernale, che inizia col 21 dicembre e si conclude col 21 marzo
Per qualcuno la salita andrebbe collocata invece al 22 febbraio dello stesso 1882, 130 anni fa. Pietro Dimai, ventisettenne, era ancora celibe, mentre il suo occasionale compagno, di sei anni più anziano, a casa aveva moglie e figli.
I due ampezzani dovettero trovare difficoltà sicuramente a causa della temperatura, poiché tutto sommato la via normale del Cristallo si svolge fra i 2800 e i 3200 m ;  d'estate era ed è alla portata di chi abbia un po' di disinvoltura e magari l'abitudine ad una certa esposizione, ma d'inverno pareti poco ripide come quella cambiano molto; diventano le peggiori, e in 130 anni forse l’invernale non ha avuto tante imitazioni (ricordo la recente salita della guida Mario Dibona Moro, durante la sua traversata ad anello dei monti di Cortina, un decennio fa).
Chissà come videro Piero e Bortel la loro valle dai 3216 m del Cristallo? Frazioni, campi, prati immersi nella neve e nel silenzio, strade ridotte a sentieri, un quadretto da presepio del quale purtroppo non rimase traccia scritta e oggi possiamo soltanto immaginare. 
Fu quella la prima invernale ufficiale di una montagna ampezzana, bissata nove anni dopo, il 10/12/1891, da Piero con il giovane cugino "Tone Deo" e Jeanne Immink sulla più difficile, anche se più bassa Croda da Lago.
Pochi mesi più tardi, la Immink si ripeté salendo per prima d'inverno anche una cima minore, ma "cattiva": nell'inverno 1891-1892 infatti, le riuscì di salire il Becco di Mezzodì, la celebre meridiana degli ampezzani.

17 feb 2012

Bei tempi: cinque "parés" in undici mesi

Bei tempi? Finiamola, per una volta, di vagheggiare sempre quello che fu: accade anche oggi, seppure in maniera  diversa! Ma soprattutto allora, ogni occasione era buona per festeggiare qualcosa o qualcuno. 
16^ salita della "paré de ra Fiames":
sul penultimo tiro, con Mauro, 24/5/87
Non avrei potuto non farlo anche per la mia sudata laurea. E perché non con una bella salita ? 
Detto  e fatto, chiamai Nicola, con cui nell'autunno precedente avevo salito due famosi quarti gradi dolomitici, il diedro Dallago sulla Cima Cason de Formin e il  diedro Dall’Oglio sulla Cima del Lago, prima di accingermi con riluttanza   a scendere a Trieste per gli ultimi esami, e gli sparai una proposta: "ra paré de ra Fiames", ovvero la Via Dimai-Heath-Verzi sulla parete SE della Punta Fiames, nel gruppo del Pomagagnon. 
Era il 20 di aprile, tredici giorni dopo il coronamento dei miei studi; il cielo non mostrava colori proprio estivi, ma la temperatura ormai era piacevole e così partimmo di gran carriera, fidando - come sempre - nella nostra buona stella. 
Stranamete, quel giorno lungo la "paré" non c’era nessuno, e così ci godemmo come si conviene una classica, che conoscevo quasi appiglio per appiglio e sulla quale mi sentivo più che sicuro. 
Nicola non l'aveva mai salita, data anche la giovanissima età. Per lui fu una scoperta; per me l'occasione di condividere con un altro amico il piacere di una gita divertente, generò l'ennesimo motivo di soddisfazione
Non ho particolari nitidi da raccontare di quella giornata, in cui misi in carniere la mia  salita n. 15, la quinta nell'arco di soli undici mesi, della "paré". 
Ricordo però che, scendendo lungo il ghiaione di Forcella Pomagagnon, il tempo si fece nero e cominciò a piovere di brutto. 
Sotto l’acqua fine ma insistente di quella giornata di primavera, corremmo lungo il bosco fino al Putti, saltammo in macchina e via a casa di Nicola, dove l'umidità (e la giustificabile ansia di sua madre) furono presto fugate da una bella asciugatura col phon e da un tè bollente, che ci rimisero in pace con il mondo. 
Naturalmente, venimmo dettagliatamente interrogati sulla salita, della quale credo anche Nicola  conservi ancora il ricordo. 
E per me quella fu la prima via alpinistica “da dottore in giurisprudenza”: volete mettere il gusto di farlo sapere?

15 feb 2012

"Poco più di una passeggiata": quasi 59 anni fa la prima invernale della Croda Rossa


La Croda Rossa d'Ampezzo dalla Valfonda,
23 ottobre 2011
Seppure mi risulti che in vetta alla Croda Rossa d'Ampezzo, durante la I  Guerra Mondiale l’esercito austroungarico installò un posto di vedetta, forse presidiato in ogni stagione, la prima invernale ufficiale della cima fu portata a termine solo nel secondo dopoguerra, quasi 59 anni fa. 
Il 9/3/1953, infatti, cinque ampezzani, gli Scoiattoli Lino Lacedelli de Mente, Ugo Pompanin Baa (unico ancora vivente, classe 1926), Guido Lorenzi dai Pale e Albino Michielli Strobel, con il segretario della sezione del Cai Angelo Menardi Milar, si aggiudicarono la salita in giornata, prendendo le mosse dalla Val Montejela.
Il gruppo, diviso in due cordate, seguì il percorso lungo il versante NO della Croda, tentato da Paul Grohmann con i cacciatori Angelo Dimai Deo e Angelo Dimai Pizo nel 1865, arenatosi  a poca distanza dalla cima e completato cinque anni dopo da Edward R.  Whitwell con Christian Lauener e Santo Siorpaes Salvador, che giunsero in cresta dopo aver risalito il canalone O. 
Prescindendo dalle difficoltà tecniche della salita (secondo Berti,  II grado superiore), che però d'inverno aumentano considerevolmente, la prima invernale della Croda Rossa, che non mi pare sia stata ripresa dalla stampa del tempo, ebbe un certo valore alpinistico.
Anche se Ugo Pompanin, ad una mia precisa domanda, tempo fa ammise che, tenuto conto delle ottime condizioni in cui le cordate trovarono la via, per quei cinque giovani allenati si trattò di "poco più di una passeggiata".
L'invernale di quella imponente e poco consumata montagna fu ripetuta per la prima volta dopo 14 anni; la seconda salita infatti, è del 1967 e spettò a Marino Dall’Oglio, accademico del Cai e profondo conoscitore della montagna,  con la consorte Klara.
Quasi certamente  d'inverno la Croda Rossa fu, e rimane meno problematica che d'estate, poiché il freddo solidifica e rende più sicure le rocce, soprattutto su questa cima, celebre per la sua consistenza a dir poco inquietante.

13 feb 2012

Il senso della vetta.

Su di una vetta, nel piccolo spazio.
Un panorama vasto, infinito, si perde all'orizzonte.
Dedicato a Mario Crespan (1941-2010):
con lui su di una vetta, 26 luglio 2008 
Silenzio pauroso, immensità che sgomenta, luce abbagliante che acceca, profondità nere, piene di mistero.
Che cosa cerca il piccolo essere, lassù?
Quasi sperduto, in alto dominante nel profilo del cielo, il suo occhio volge attorno sul mondo.
Una gioia interna lo esalta, lo rende fiero di sè, sente nell'anima la forza della conquista.
(da W. Maestri, Dove la neve cade d'està, Bologna 1948)

11 feb 2012

Solo

Una delle poche ma godute avventure in cui sperimentai la vera e beata solitudine, risale al 1995, anno in cui si svolse una delle fasi più impegnate del mio vagare per i monti. 
A quel tempo, gli amici mi avevano assegnato l’iperbolica qualifica di “Re del marzo” (ossia della roccia friabile). 
Non so come, ma nelle uscite tendevo spesso a proporre obiettivi di difficoltà limitate,  però spesso con roccia infida e non immuni da rischi oggettivi che, peraltro, la buona sorte ci consentì sempre di evitare. 
A fine luglio ero in ferie: il 25 feci con un'amica  la normale della Costa del Bartoldo e il giorno dopo, essendo feriale, progettai di godermi da solo una traversata “marza”, che avevo già effettuato qualche tempo prima in compagnia. 
Partito da Tre Croci, salii sulla Zesta per la  via normale e scesi per la via Casara da SO al Rifugio Vandelli, tornando poi a Tre Croci. 
Pur lunghetta, non si trattò invero di una prestazione d’impegno esorbitante. La  normale della Zesta da N è valutata di 1°, anche se - a mio modesto parere - almeno l’aggiramento del gendarme nel tratto basale della cresta, esposto e instabile, presenta difficoltà di 2°. 
La via Casara sul lato opposto fu anch’essa giudicata di 1°, e può starci, perché il camino finale (unico passaggio delicato, una decina di m di 2°) si può aggirare, ed il resto è poco più di un pendio molto erto di rocce sgretolate con ghiaie ed erba. 
L’ambiente in cui si svolge la traversata, nonché la natura della dolomia palesemente scadente in tutta l’area, la rendono comunque  non banale soprattutto per un solitario, per quanto preparato, attrezzato e veloce possa essere. 
La Zesta dalla Punta Nera, luglio 2008; a destra sull'erba 
passa la Via Casara
Quel giorno mi sentivo in forma, ma mi trovai davvero solo, soprattutto scendendo verso i Tondi di Sorapis, dove indovinai il varco per toccare il fondo dell'anfiteatro solo grazie alle peste di alcuni camosci che avevo intravisto da lontano. 
In seguito tornai sulla Zesta nel settembre 1997. Ero in dolce compagnia, e per questo giudicai più prudente tornare a Forcella del Ciadin per la normale, eludendo il primo tratto della cresta N con una rapida variante, della quale fino allora mi era ignota l’esistenza. 
La traversata del 1995 si dimostrò una gita  fra le più appaganti della mia carriera; ma non so se la ripeterei ancora, tanto più in solitaria ...

8 feb 2012

Esisteva l'alpinismo, prima del 1786?

Esisteva l'alpinismo, nel senso moderno del termine, prima della salita del Monte Bianco ad opera di Paccard e Balmat l'8 agosto 1786? 
Non si sa esattamente: si possono avanzare ipotesi, incrociando quanto raccontano i libri (commentari, resoconti di viaggio, saggi scientifici ecc.) dal 1500 in poi, non solo sulle Alpi ma anche negli altri continenti. 
Desiderio d'elevarsi spiritualmente verso l'alto, per avvicinarsi agli dei? Curiosità esplorativa e desiderio di conquista? Necessità di sopravvivenza, che spingevano gli avi a cercare pascoli e inseguire prede anche in luoghi abitati da draghi e da mostri? 
Innumerevoli possono essere stati i motivi per sfidare, spesso temerariamente, l'ignoto. Già i Greci e i Romani avevano avuto occasione di affrontare le montagne, non sempre per toccarne le sommità ma più spesso semplicemente per attraversarle. Si trovano testimonianze di tali spedizioni in Senofonte, Sallustio, Strabone. 
Vennero poi le celebri salite del Medioevo, da Francesco Petrarca sul Ventoux (1336) a Bonifacio Rotario d'Asti sul Rocciamelone (1358), da Antoine de Ville sul Mont Aiguille (1492) a Leonardo da Vinci sul Momboso (1511). E poi via via, sempre più in alto. 
Anche per la valle d'Ampezzo, riteniamo l'interrogativo di non facile né univoca soluzione, potendo contare su scarsi punti di riferimento.
Incisioni  scoperte solo nel 1999 sulla Rocheta de Cianpolongo, che
 testimoniano una salita alpinistica di 233 anni fa  (E.M., 8/6/2003)
Chi avrà salito le nostre crode prima del 1863, anno in cui Paul Grohmann giunse da Vienna ad inaugurare in Tofana di Mezzo l'era dell'esplorazione dolomitica? E soprattutto, perché lo avrebbe fatto?
Qualche cosa si ricava dalle cronache storiche e dalle testimonianze rinvenute sul terreno: ad esempio, per la prima fonte, nella "Cronaca di Ampezzo nel Tirolo dagli antichi tempi al sec. XIX" Don Pietro Alverà cita come scalatori ante litteram il suo omonimo avo cacciatore (+1861) e Don Giuseppe Manaigo (+1858); per la seconda fonte, ci sono ad esempio le croci scolpite lungo la linea confinaria di Ampezzo con le comunità contermini. 
Altro si può supporre, altro ancora manca, ma è  sempre uno stimolo per continuare a cercare.

4 feb 2012

Sullo Scoglio di San Marco

Giugno e settembre '06, luglio e agosto '07, maggio e giugno '08; nella nostra ricerca di recessi  il meno affollati possibile,  abbiamo  diretto finora per sei volte i nostri passi verso lo Scoglio di San Marco, di cui inizialmente non sapevamo nulla, pur trovandosi a pochi chilometri dalla nostra residenza. 
Tre Cime di Lavaredo, dalla Croda de l'Arghena,
25/5/2008
Lo Scoglio è un'ampia cupola coperta di  mughi, quotata 2006 m e solcata da una lunga trincea che termina in una galleria, e fa da contrafforte alla Croda de l’Arghena, ai piedi delle  Tre Cime di Lavaredo. 
Può interessare chi cammina anche perché – e ciò traspare con chiarezza dal nome – per secoli costituì l’avamposto più settentrionale della Repubblica di Venezia verso il Tirolo, e tuttora segna il confine fra le terre venete-cadorine e quelle sudtirolesi. 
La via  d’accesso allo Scoglio, realizzata dai fanti della Brigata Marche durante la prima   guerra mondiale e poi abbandonata, fino a pochi anni fa non era quasi percorribile. 
Essa è stata riscoperta, sistemata e segnalata con discrezione da alcuni volontari auronzani, che hanno dedicato il sentiero, inaugurato il 1° luglio 2006, all'ingegnere Silvano De Romedi, escursionista che amava i luoghi solitari. 
La targa nella galleria in vetta
allo Scoglio di San Marco
Per salire sullo Scoglio. si parte da Malga Rinbianco, lungo la strada delle Tre Cime. Dapprima nel bosco e poi risalendo  senza difficoltà la Costa dei Lares, dopo una novantina di minuti si giunge sulla sommità, dove sono visitabili la trincea e la galleria, che termina in un finestrone  affacciato verso la Val di Landro.
Ideale per una gita di poco più di mezza giornata, il “rinato” Scoglio di San Marco merita considerazione per più motivi. In primo luogo per la storia che lassù è stata scritta dal 16° secolo fino alla Prima Guerra Mondiale; per la natura  in cui la cima s’inscrive, per la visuale che offre e la solitudine delle sue pendici, che si allungano fino all'incombente Croda de l’Arghena lasciando intravedere un  interessante collegamento, segnato e percorribile con maggiore favore in discesa.

2 feb 2012

Torre Wundt, forse la montagna che ho amato di più in assoluto

La Torre Wundt, forse la montagna che  ho amato di più in assoluto e dove sono  salito per 19 volte nell'arco di un quindicennio, fin quasi alla fine del  secolo XIX non si chiamava così. 
Gli auronzani, sul cui territorio sorge il robusto torrione che domina dall'alto il magro Ciadin dei Toce, dove da tempo immemorabile pascolavano gli ovini della Val d'Ansiei, si chiamava Popena Piciol, Piccolo Popena. 
Chissà perché Popena, visto che le cime del Popena, la Val Popena Alta e Bassa, il Passo e la Forcella Popena, le Torri di Popena, il Dito di Popena si trovano  tutti dall'altra parte della valle, sul confine di Auronzo con Cortina? 
Torre Wundt, fessura SE, 27/8/1984
In ogni modo, soltanto nel 1893 due alpinisti posarono lo sguardo sul torrione. Erano la  guida di Cortina Giovanni Siorpaes Salvador detto “Jan de Santo”, e il  Barone Theodor von Wundt, alpinista germanico con due passioni: le scalate invernali e la fotografia. 
Il torrione, che incombe per circa 200 m d'altezza sul Passo dei Toce e i due alpinisti salirono il 27 giugno circuendolo dapprima da N per un canale, poi rimontando alcune cenge, un ripido pendio roccioso ed una parete di solida dolomia, dal 1893 si chiama Torre Wundt a ricordo del pioniere. 
La sua guida, morta quarantenne nel 1909, è ricordata invece poco lontano, dal Campanile e dalla Cima Antonio Giovanni. 
Dopo mezzo secolo dalla prima salita, nel 1938, fu scoperta la via da SE, lungo la fessura-camino che s'impone alla vista nell'ultimo tratto di salita dal Pian dei Spiriti al Rifugio Fonda Savio, ed  è diventata l'itinerario più frequentato, anche se non certamente facile, per accedere ai 2517 m della vetta.

31 gen 2012

In ricordo di un montanaro illustre: “Miscellanea di studi in memoria di Vito Pallabazzer”

L’Istituto di Studi per l’Alto Adige ha pubblicato un volume dedicato ad un montanaro illustre, la “Miscellanea di studi in memoria di Vito Pallabazzer”.
Lo studioso (1928-2009), originario di Colle S. Lucia e allievo di Carlo Battisti, visse per lunghi anni a Firenze, dove insegnò nell’Istituto Tecnico Commerciale “Duca d’Aosta”.
Durante l’insegnamento, Pallabazzer  trovò il modo di proseguire gli studi che aveva iniziato sul ladino nell’Istituto per l’Alto Adige, allora diretto da Battisti; nel 1973 divenne segretario di redazione della rivista dell’Istituto, l'“Archivio per l’Alto Adige”, e alla morte del suo Maestro (1976) gli succedette come direttore  dell’"Archivio" e dell’Istituto.
La miscellanea contiene 27 saggi, dedicati perlopiù a temi  di lingua, storia e cultura ladina. Circa metà di essi, infatti, affronta questioni relative agli idiomi ladini, friulani e grigionesi (autori: Balboni, Berchtold, Blasco Ferrer, Bracchi, Finco, Frau, Graf, Marchese, Mastrelli, Nocentini, Orioles, Parenti, Vicario).
Altri autori hanno analizzato temi vicini alla realtà bellunese e ampezzana: P. Barbierato e M.T. Vigolo hanno illustrato gli studi compiuti da Pallabazzer sul lessico dell’Alto Cordevole; A. Bonacchi ha commentato alcuni toponimi del Codice di Vigo di Cadore (parte latina); E. Croatto ha investigato la parlata di Casso, periferica e ignorata; F. Granucci ha postillato la voce “pont”, fossile toponimico in area alpino-cadorina; il sottoscritto si è interessato di un tema prettamente "montanaro", il gergo degli alpinisti ampezzani di oggi; C. Marcato ha indagato i cognomi del Bellunese, in particolare quelli “doppi” presenti in Cadore, Comelico e Zoldo.
Agostini, Albèri Auber, Cason Angelini, Cassi, Garbari, Laureti e Mosca hanno fornito invece contributi di argomento storico-culturale e geografico.
Il volume, introdotto dai “ricordi” di Carlo Alberto Mastrelli, presidente dell’Istituto di Studi per l’Alto Adige e di Paola Agostini, presidente dell’Union de i Ladign da Col, è stato curato da M.G. Arcamone e F. Granucci.
Per informazioni, si possono contattare l'editore istitutoaltoadige@libero.it o l’Istituto Ladin de la Dolomites info@istitutoladino.it

30 gen 2012

Aschtalm, una meta piacevole e rilassante

Domenica scorsa siamo saliti, dopo due anni di assenza e con Franca che ancora non la conosceva, alla malga Aschtalm, posta a 1950 m in Val Casies.
Alta sugli erti e soleggiati declivi che scendono dal Hoher Mann (o Fellhorn, nota meta scialpinistica), la malga si scorge già da Santa Maddalena.
Per giungervi, si sale alla frazione di Huiben, poco prima della quale si parcheggia. Lungo la strada che porta alla casa più alta, e poi risalendo sul lato destro orografico la pista, paradiso dei piccoli sciatori, ci si porta presso la stazione  a monte dell'unico skilift della valle.
Di fronte a questa s'imbocca una strada forestale, d'inverno adattata come tante in Sudtirolo a pista per slittini, e ci si alza a tornanti nel bosco fino ad uscire sui pascoli: con un ultimo curvone, dopo circa un'ora e mezza dalla partenza si è alla malga.
Dall'Ascht non si ha un panorama a 360 gradi, ma si ammirano comunque le cime in sinistra orografica di Casies, numerose malghe e paesi della valle, avviata a modernizzarsi sempre più, ma dove le attività agrosilvopastorali sono ancora fervide.
Se la gita fosse sembrata troppo breve, il volonteroso potrebbe continuare per la strada fino alle baite Pfinn, un po' più in alto: ma, considerata l'ospitalità della malga, ieri affollata più del solito da escursionisti e scialpinisti, è valsa sicuramente la pena di fermarsi, ristorarsi e riprendere la strada di casa con una meta piacevole e rilassante all'attivo.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...