2 mar 2011

1993-94, sul Campanile Toro



Un’ascensione portata a termine felicemente per due volte, nelle stagioni in cui, mantenendo l’interesse e l’entusiasmo per l’arrampicata e facendo sempre tutto con soddisfazione, abbassavamo man mano i gradi di difficoltà da affrontare, fu la normale del Campanile Toro, nel gruppo degli Spalti omonimi. Si trattò di un’esperienza completa ed interessante, tanto più pregevole perché fuori degli itinerari battuti. Ne serbo un buon ricordo soprattutto per l’orrenda sfacchinata che, come tutti i candidati alla vetta, dovemmo obbligatoriamente sorbirci per giungere all’attacco dal Rifugio Padova. Oltretutto la via fu piuttosto breve, condensandosi in circa un’ora di ginnastica attraverso camini e pareti interessanti e mai snervanti. Ma se il gusto della salita in sé si concentrò in poche lunghezze di corda, dopo un buon paio d’ore di cammino su ghiaioni ripidi e con poche tracce, lo scenario nel quale è inserita la sommità ed il colpo d’occhio che si dispiega da lassù, ci ripagarono sicuramente delle fatiche sopportate. Anche per noi (Carlo, Federico, Orazio, Roberto, Tomaso e l’onnipresente narratore di queste storie) la normale del Toro fu un’ottima occasione per avvicinarsi ad un mondo che conserva in buona parte le caratteristiche genuine incontrate dai primi salitori, gli austriaci Berger e Hechenbleickner, giunti per primi sulla vetta già vista da Domegge, il 22 luglio 1903. Del Campanile Toro, sul quale hanno lasciato la firma illustri alpinisti come Piaz, Stösser, Molin e i Ragni cadorini, ho gradita memoria ma quasi nessuna immagine. Il piacere di toccare, in punta di piedi, vista l’apparente fragilità della cima, la piccola piattaforma sommitale e di lassù far rintoccare la campana issata nel 1952, che si sente fino al Rifugio Padova, oltre 1000 metri più sotto, fu entrambe le volte inimitabile.

27 feb 2011

Una scoperta nel gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo

La "Tetta" con le Tofane sullo sfondo, luglio 2007
Ospiti del Rifugio Biella in occasione dei festeggiamenti per i cent'anni della costruzione, in una mattina di luglio 2007 ci capitò di salire una cima nuova. Una cima la cui vista s’impone, oltreché a chi guarda dal Rifugio verso S, anche in alcune cartoline del Biella di epoca austro-ungarica e dei primi del '900. La montagna non ha un nome, ma un pregio: il panorama che offre, nel quale si riescono a intravvedere persino la valle e i nuclei abitati più a N d’Ampezzo. Anche per questo gli escursionisti, non solo tedeschi, che salgono sempre numerosi soprattutto da Braies, mentre sostano al rifugio in attesa di riprendere le forze e la marcia, salgono la “Tetta”. Questo è il singolare ed evocativo oronimo che qualche burlone ha dato alla cupola arrotondata di sassi ed erba (non quotata, né indicata nelle carte che ho consultato), che emerge dall'altopiano di Fosses proprio in faccia al rifugio, dal quale si sale in meno di mezz’ora e senza difficoltà. In cima c'è un ometto e nessun altro orpello: il silenzio è assordante e si gode una grande visuale sul gruppo della Croda Rossa e su altre crode più lontane. La “Tetta” fu sicuramente raggiunta in epoca antica, magari dai cacciatori che scrutavano l’orizzonte alla ricerca degli ungulati, un tempo numerosi su quelle lande, che oggi si stanno lentamente ripopolando. Senza importanza per i collezionisti di vette ma utile per trascorrere un po' di tempo in relax, la cima è una delle ultime d'Ampezzo iscritte nel mio taccuino, ed è stata una gradevole sorpresa.

22 feb 2011

129 anni fa, la prima invernale del Cristallo?

Un episodio della storia dolomitica che merita sicuramente di essere approfondito, non fosse altro che per l'incertezza nell'esatta collocazione temporale, riguarda la prima salita invernale del Monte Cristallo. Tentata da Santo Siorpaes e Moritz Holzmann già sette anni dopo la conquista, nel gennaio del 1872, ma fallita per l'eccessivo innevamento, l'ascensione riuscì alla guida Pietro Dimai Deo con Bortolo Alverà, quest’ultimo apparso e subito scomparso dalla storia delle Dolomiti poiché non era un alpinista, ma l’Imperial Regio Maestro Stradale (come Santo Siorpaes, ma sulla strada del Passo Tre Croci). Piero de Jenzio (1855-1908) e Bortel de chi de Pol (1849-1922) vinsero il Cristallo il 22 novembre 1882. Per qualche fonte, per alcune altre, invece, era il 22 febbraio, quindi esattamente 129 anni fa). La guida aveva ventisei anni, e il suo compagno di cordata trentatrè, moglie e figli. Le maggiori difficoltà incontrate dai due ampezzani si dovettero sicuramente ascrivere al freddo, giacché l’itinerario si svolge fra i 2808 e i 3216 m di quota; le difficoltà sono alla portata di ogni alpinista che abbia piede fermo e abitudine all’esposizione, ma d'inverno le pareti poco ripide sono le peggiori, e non credo che in centotrent'anni quell’invernale abbia avuto ripetizioni a iosa. Chissà come Piero e Bortel videro la valle d’Ampezzo dalla cima del Cristallo: i suoi villaggi, i campi e i prati coperti di neve e immersi nel silenzio, un quadro da presepio che purtroppo non raccontarono per iscritto e si può solo immaginare. Quella fu la prima salita invernale di una montagna in Ampezzo, bissata nove anni dopo, il 10 dicembre 1891, dal medesimo Piero col cugino Tone e la cliente olandese Jeanne Immink sull’ancor più impegnativa, anche se molto più bassa Croda da Lago.


Cristallo e Piz Popena da Tre Croci, fine '800 (racc. E.M.)


20 feb 2011

A Forcella Maraia

Nel 1996, la prima volta che salimmo d'inverno a Forcella Maraia, il Rifugio Città di Carpi era chiuso. 15 anni fa, i rifugi e le malghe del circondario che offrivano ospitalità nella stagione fredda erano pochi, e Maraia era il regno degli scialpinisti, che infatti trovammo regolarmente davanti al rifugio spazzato dal vento. Qualche tempo dopo, col cambiare delle mode e l'ampliamento a varie strutture della prospettiva di sviluppare il turismo invernale senza sci, il rifugio aprì, e da allora vi siamo tornati in numerose occasioni, 5 negli ultimi tre anni. Usando la seggiovia che sale a Col de Varda, bisogna camminare per qualche chilometro, ma l'accesso al rifugio è quasi tutto in falsopiano. Ne esce una gita di impegno relativo, con dislivello ridotto e un panorama del Popena, Marmarole e parte dei Cadini di Misurina molto interessante. Per questo ogni anno dedichiamo una domenica al Carpi (tra l'altro, lo spostamento in auto è proprio breve). Qualche anno fa, si era provato a battere la strada che dal Rifugio scende per la Val d'Onge sino in Val Marzon, ottenendone una lunga pista di slittino inizialmente ricercata. Nel 2009/10, però, la strada è stata minacciata da una valanga, facendo riflettere sull'opportunità di non fomentare il rischio che può celarsi anche in una semplice strada alpestre. Il Carpi, quindi, è meta di una gita invernale fra le più comode del circondario: ovviamente si può “insaporire”, salendo e scendendo da Misurina per il ripido sentiero battuto (ma usato, purtroppo, anche da sciatori e slittinisti ...) che porta a Col de Varda. Così facendo, si aggiunge un'ora buona di salita e qualcosa meno in discesa, alla strada militare che solca comodamente i ghiaioni di Pogofa. Dipende dalle giornate: è certo che andare e tornare a Misurina a piedi dà alla gita un che di escursionistico più sostenuto, ma non è per niente obbligatorio.
Dai pressi del Rifugio Città di Carpi verso le Tofane, 20 febbraio 2011

18 feb 2011

Un rifugio romito

Il Rifugio Romiti sul Monte Froppa, nel gruppo del Cridola in Cadore, è una scoperta recentissima, poiché è stato aperto il 3/10/2009. La prima volta che ci siamo saliti era già primavera, poiché l’escursione è del 28 marzo dello scorso anno. Nonostante la data evocasse ancora la stagione sciistica, è stata la nostra prima gita della stagione su terreno asciutto. Il rifugio nasce dalla ricostruzione dell'eremo innalzato nel 1720 sul boscoso colle del Froppa, che diede ospitalità per alcuni anni ad un gruppo di eremiti dediti all'orto e alle api. Il posto è singolare: per arrivarci, vale la pena seguire la nuova Via Crucis che sale a ripidi tornanti fra gli abeti, mentre per scendere è consigliabile seguire l'antico “Troi de Maricona” e transitare per la Casera Malauce, dove pascola un gregge di capre. L'originalità del luogo, poco lontano dal lago del Centro Cadore ma frequentato fino a pochi anni fa solo da locali per onorare S. Giovanni Battista; la cordialità dei gestori; la quota del "Monte", che tocca soltanto i 1164 m ma si trova in un ambiente proprio “romito”, mi hanno indotto a tornarci in autunno ed a pensare di visitarlo anche in bel fine settimana invernale, quando la stradina forestale è battuta, mentre la Via Crucis si sale solo con le ciaspe. Come accade spesso con le novità, ho diffuso abbondantemente il nome del Rifugio, perciò le visite di amici dall’Ampezzano sono già frequenti. Saluto quindi con piacere l’apertura di questo rifugio, che non farà certo da base per leggendarie arrampicate o grandi traversate, ma costituisce un bel punto d’incontro fra amanti della montagna, della buona tavola e, perché no, un esempio di promozione turistica, se e dove possibile, da imitare.
Rifugio Romiti, 28 marzo 2010

16 feb 2011

Santo, Pietro o Giovanni? Un caso storico-alpinistico del 1893

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Pietro Dimai, Giovanni Cesare Siorpaes e Antonio Dimai - Ospitale, 1895
In “Wanderungen in den Dolomiten”, opera del barone Th. von Wundt tradotta in “Sulle Dolomiti d’Ampezzo” e pubblicata qualche anno fa dalla Cooperativa di Cortina, nel capitolo sul Rauhkofel appare l'immagine di uno strapiombo dal quale scende un alpinista a corda doppia. A destra in basso, un altro alpinista lo osserva. Ritengo che la fotografia, scattata nel 1893, sia al centro di un'inesattezza, tramandata da numerose fonti. In alcune pubblicazioni, i cui autori forse non lessero, o interpretarono male l'originale tedesco, l’alpinista a destra viene infatti, a ragione, riconosciuto nella guida Mansueto Barbaria Zuprian (1850-1932). Quello che scende sulla corda sarebbe invece Santo Siorpaes Salvador (1832-1900), antesignano della scoperta delle Dolomiti, attivo fra gli anni '60 e '80 del secolo XIX. Wundt però non parla mai di Santo, ma del “Santobua”. A mio parere, “Bua”, appellativo di un casato ampezzano oggi estinto, è la corruzione tirolese del tedesco “Bube” “ragazzo, moccioso”. Nel testo, la traduttrice scrive, con maggiore precisione, “il giovane Santo”. All'epoca della fotografia, scattata durante la traversata da Schluderbach alla Valfonda attraverso la cima del Rauhkofel, Santo Siorpaes aveva 61 anni e si era ormai ritirato dalle scalate più ardimentose. Per questo "il giovane Santo" potrebbe essere uno dei suoi figli, Pietro (1868-1953) o Giovanni Cesare (1869-1909), guide già affermate. Non intendo certo privare Siorpaes del piacere di un’eventuale impresa tardiva, che andrebbe a sommarsi a quelle compiute nel ventennio migliore. Rilevo però che talvolta, anche in queste ricerche, un termine frainteso rischia di stravolgere fatti che agli storici dell'andar per crode interessano da vicino. La traversata del Rauhkofel (cima minore del gruppo del Cristallo, salita ufficialmente per la prima volta da Wenzel Eckerth con la guida Michele Innerkofler il 2/7/1883 e poi fortificata e contesa durante la Grande Guerra), non ha visto di sicuro molti ripetitori, pur svolgendosi in un contesto suggestivo. Eckerth l’aveva suggerita nel volume “Il Gruppo del Monte Cristallo” (1891): poco tempo dopo, Wundt raccolse la sfida e la compì con successo, ma uno dei due compagni d’avventura forse non era quello che, fraintendendo il dialetto tirolese, si è creduto a lungo.

15 feb 2011

A tu per tu con l'urogallo

Domenica scorsa, il tempo incerto e avvilente ci ha indotto a rinunciare alla salita con gli amici Franca e Giacomo alla Steinzgeralm, sopra il lago di Anterselva e ai piedi della Rote Wand. Il luogo, sia d'estate che d'inverno, merita una giornata serena soprattutto per il contesto ambientale in cui si trova, e ci pareva che il lungo trasferimento non giustificasse una salita, breve ma probabilmente immersa nella foschia. Ci siamo quindi concessi la partenza a tarda ora, come semplici turisti, per andare a pranzo a Malga Rinbianco, sotto le Tre Cime. D'inverno, l'accesso a piedi alla frequentata malga richiede mezz'ora, e quindi dal punto di vista escursionistico ci siamo sentiti "assolti". Giunti a destinazione, però, abbiamo trovato il locale affollato come non mai; per pranzare, ci si sarebbe dovuti munire di biglietto (!) e attendere il proprio turno, ad occhio e croce non bastava un'ora. Veloce consulto e quasi immediato dietrofront; poco convinto assaggio al ristorante sul Lago di Landro, anch'esso strapieno data la giornata insipida, e mesto ritorno a casa, dove comunque ci siamo ristorati con un bel risotto. Prima di salire in macchina, nel giardino che fronteggia la casa Zangiacomi, a pochi metri dal Santuario della B.V. della Difesa, insieme ad alcuni curiosi avevamo potuto ammirare e fotografare un gallo cedrone, che adesso compare come immagine iniziale di questo blog. Con tutto quello che ho girato per i monti in oltre quarant'anni, era soltanto la terza volta in cui mi trovavo a tu per tu con un urogallo, fra l'altro privo di timore. Non è frequente oggi vedere questi pennuti, e pare che questo "frequenti" già da tempo il fondovalle, e soprattutto una casa in Crignes, dove trova qualcosa da mangiare. Quale sorpresa incontrarlo  in centro a Cortina, in pieno giorno, in mezzo al traffico, in questo inverno che non sa d'inverno: stranezze della natura! 

12 feb 2011

Sul monte più basso d'Italia

Credo di avere salito, nell'estate 2009, il monte più basso d'Italia. Non ne sono certo, poiché non so se esista una classifica delle italiche elevazioni montane, ma i 116 metri sul livello dell'Adriatico ai quali si erge il Colle dell'Eremita rappresentano di sicuro un simpatico primato. Ovviamente non si tratta di un monte vero e proprio, ma solo del punto più elevato dell'isola di San Domino, la più frequentata del piccolo arcipelago delle Tremiti, di fronte al promontorio garganico. Dal gregge di case del Villaggio San Domino, sede comunale, bastano circa tre quarti d'ora di camminata per raggiungere il culmine del Colle, prima per una strada pavimentata e scarsamente trafficata che solca la pineta di San Domino, e poi per una sterrata, che ci è rimasta impressa essendo ornata di lampioni sino in vetta. L'elevazione del Colle, piatta, e coperta di bassa macchia mediterranea, ospita i miseri resti della presunta Cappella dell'Eremita, unico relitto storico dell'isola, e schiude un'eccellente visione delle isole circostanti e della più lontana costa pugliese. Ricordo il Colle perché vi siamo saliti con soddisfazione nel tardo pomeriggio del secondo giorno di permanenza a San Domino (si sa che noi cerchiamo sempre le montagne anche in mezzo al mare ...), e la sensazione di stare sulla cima più bassa dello stivale fu per noi straniante.

10 feb 2011

Cime a ricordo di personaggi scomparsi

Ho constatato da tempo che diverse montagne ampezzane sono dedicate ad alpinisti scomparsi. Prendendo in esame solo alcuni gruppi, iniziamo con la Croda da Lago. Là troviamo la Cima Marino Bianchi, dedicata dai primi salitori alla guida ampezzano-cibianese caduta quattro anni prima sulla Torre del Lago. Nei suoi pressi si ergono il Torrione Dino Buzzati, intitolato allo scrittore bellunese che amò la Croda più d’ogni altra cima e nel 1966 vi compì la sua ultima scalata con Lino Lacedelli e Rolly Marchi, e la Punta Raffaele, che ricorda Raffaele Zardini, Scoiattolo caduto durante un volo col deltaplano. Le cime citate sono state battezzate da Franz Dallago, che nel gruppo ha aperto oltre 30 vie nuove. Ai piedi del Nuvolau c’è la Torre Anna: ritengo sia un omaggio di Franz ad una gentile, a noi non nota fanciulla. Sempre Franz è salito per primo su due guglie in Tofana, dedicandone una a Franco De Zordo di Cibiana, caduto in Tre Cime nel ’65 e l’altra ad Albino Michielli, illustre esponente dell’alpinismo locale degli anni ’50-’60. Spigolando qua e là, sul Pomagagnon troviamo il Campanile Dimai (dedicato alla guida che nel 1905 ne superò per primo la parete S), e la Punta Armando, che dal 1950 ricorda lo Scoiattolo Armando Apollonio. Nel Cristallo, infine, il Campanile Dibona è stato dedicato al simbolo delle guide ampezzane, che lo salì nel 1908 e vi tornò con Rizzi e i Mayer l’anno dopo. E così avanti, sorvolando su tante altre montagne, per non trasformare questo pezzo in un elenco telefonico. All’appello mancano comunque molte persone benemerite per Cortina: in nessun luogo, ad esempio, è ricordato Federico "Fritz" Terschak, Accademico del Cai che sulle nostre montagne aprì una ventina di vie nuove e fece tanto anche per lo sci alpino e nordico. Nemmeno Chéco da Melères, prima e storica guida ampezzana, è stato mai omaggiato in alcun modo. Montagne vergini, però, non se ne trovano più, quindi forse gli esclusi dovranno “accontentarsi” di altre forme di memoria!

8 feb 2011

Sul campanile più bello del mondo

In traversata sul Campanile
 Nel mio piccolo carnet d'alpinista non manca il “campanile più bello del mondo”, quello di Val Montanaia. Successe trent'anni fa, l’11 settembre 1981. Partiti con la 127 bordeaux di  Enrico il giorno prima da Trieste, dove studiavamo, muniti di panini al prosciutto e una bottiglia di aranciata, ci fermammo al termine della Val Cimoliana, poco distante dal Rifugio Pordenone. Le nostre finanze non ci autorizzavano a pernottare in rifugio, e così ci limitammo a farvi un salto la sera per una birra in compagnia. In un angolo cenavano soltanto due alpinisti silenziosi, che si presentarono come Vincenzo Altamura, medico milanese, e Stanislav Gilić, fiumano, esploratori delle Dolomiti d’Oltrepiave che solo tre giorni prima avevano aperto una grande via sulla Croda Cimoliana. Nella 127 dormimmo stretti e male, infastiditi per la maggior parte della notte dal gracidio di rane e rospi in una pozza vicina: così, alle cinque eravamo già in cammino lungo la valle che sale verso il Campanile. La salita si svolse regolarmente, una lunghezza per uno (le due più dure capitarono a Enrico!) e senza emozioni particolari, a parte il volo della mia giaccavento dalla seconda lunghezza fino alla base; al ritorno dovetti risalire da solo per un bel tratto, prima di disincagliarla da uno spuntone. Ricordo la traversata poco impegnativa: trovai invece molto scivolosa la Fessura Cozzi, consumata da 80 anni di passaggi, e scomodo il Camino Glanvell, dove dovetti issare lo zaino a braccia. In vetta trovammo un sacchetto del pane con la firma di Mauro Corona, salito pochi giorni prima - mi pare per l’82^ volta - ma non la campana, portata lassù da alpinisti veneti nel 1926 e che ogni “audace” dovrebbe far risuonare. Proprio quell’estate si trovava a Pordenone, nell’attesa di essere riparata! La storica calata nel vuoto degli strapiombi N ci divertì assai: nel primo pomeriggio eravamo a Cortina, già pronti a deliziare gli amici con la storia dell’ascensione ad una delle cime più note e sognate dell’arco dolomitico, "climbing must" della nostra gioventù.

7 feb 2011

Alpe di Nemes, panorami da UNESCO

Con le storiche malghe  Klammbach, Coltrondo e il più recente Rifugio Rinfreddo (queste ultime due costruzioni spostate sul versante comelicese), la malga dell'Alpe di Nemes completa il circuito escursionistico delle malghe di Sesto, nell'area del Passo Montecroce Comelico. Frequentata d'estate e d'inverno per la semplicità dell'accesso e i vasti panorami, Malga Nemes sorge a 1880 m sul pascolo omonimo, già citato nel Medioevo, ai piedi delle varie sommità con le quali inizia la Cresta Carnica. Per giungervi, le soluzioni e i tempi sono vari: 2 ore da Moso, 1 ora abbondante dal Montecroce, qualcosa di meno dal forte di Mitterberg sopra Sesto, oppure una buona mezz'oretta di traversata dalla Malga Coltrondo. Ed è in quest'ultimo senso che, fino all'altro ieri, negli ultimi dieci anni siamo passati a Nemes d'inverno, magari per il classico “bicchiere della staffa”. Domenica scorsa invece, dopo tanto, abbiamo voluto salire alla malga direttamente dal Passo, lungo la strada forestale affollatissima di pedoni, sciatori, "ciaspatori" e cani. La prima volta che salii a Nemes coi miei familiari fu nell'89: mi rimase particolarmente impresso un tratto dell'accesso piuttosto erto, franoso e munito di una lunga corda di sicurezza, che poi rincontrai d'inverno, gelato e diventato uno scivolo poco escursionistico. Quel tratto oggi non esiste più (o non ce ne siamo più accorti, ma è meglio così), e l'avvicinamento alla Malga lungo la strada alleggerita da alcune scorciatoie, è tranquillo e panoramico. Certo, a Nemes è improbabile trovare la "pace alpina" che sempre più spesso vorremmo nelle nostre uscite, ma un'escursione in questa zona merita senz'altro: la zona è bella, di ampio respiro, la neve, i boschi le conferiscono un aspetto quasi nordamericano, e la visuale che si gode verso la Cresta carnica e verso le Dolomiti evoca sensazioni, ricordi e progetti.

4 feb 2011

Salviamo un angolo delle Dolomiti patrimonio dell'umanità!


Dalla Rocheta de Cianpolongo, verso i boschi della Valle del Boite: spariranno?
L'angolo di mondo compreso fra le Rocchette e Mondeval è tornato alla ribalta, per svilupparvi un faraonico progetto di sfruttamento turistico invernale: 8 impianti a fune, 16 piste, un paio di rifugi, parcheggi e alberghi a fondovalle. Costo stimato dell'opera, realizzabile in un paio d'anni: 85 milioni di €. Chi ama la Montagna, dà valore alla storia, alla memoria, all'ambiente e condivide la necessità di godere con rispetto della natura e conservarla per le generazioni future, può sostenere l'appello del gruppo di sanvitesi che si batte per arginare la proposta, nella prospettiva di avviare un modello di turismo più sostenibile e rispettoso:

2 feb 2011

A cent'anni dalla nascita della guida alpina Ignazio Dibona (1911-1942)

Il 29/1/1942, travolto da una massa di neve a Campo della Scindarella, perdeva la vita a trent’anni Ignazio Dibona, guida alpina e maestro di sci di Cortina.
Tratti in salvo tre allievi investiti da una valanga, si stava impegnando per soccorrere altri tre sciatori sommersi prima di lui, coi quali invece perì tragicamente.
Nato a Cortina il 21/11/1911, era il primogenito di Angelo “Pilato”, simbolo delle guide di Cortina. Ignazio interpretò onorevolmente la tradizione di famiglia, che dopo di lui fu portata avanti dai fratelli Fausto e Dino e dal nipote Ivano, valenti guide.
Fin da piccolo seguiva il padre alla base delle pareti, attendendone poi il ritorno dalle salite. Adolescente, iniziò la sua vita di rocciatore sulle crode di casa, salendo le pareti e le cime più impegnative col genitore poi con amici e colleghi.
Nel 1927, non ancora sedicenne, col padre e il fratello Fausto, di soli quattordici anni, salì la Via Dimai della Punta Fiames, dando la prima testimonianza documentata di una scalata di un buon livello.
A vent'anni, con Giovanni Barbaria “Zuchin” fu promosso guida alpina, coronando così il sogno della sua vita e iniziando una professione di breve durata ma ricca di soddisfazioni, che lo vide protagonista di numerose salite importanti.
Durante il servizio militare a Belluno nel 7° Alpini, si distinse guidando i commilitoni in scalate e traversate su tutte le Dolomiti.
Fra le sue prime, non abbondanti ma qualificate, risaltano la “Centrale” sulla parete S della Punta Fiames (1933, con Dimai e Degasper), definita “Straordinariamente difficile, V grado superiore”; lo spigolo SE della Croda Marcora (1933, con Apollonio e Barbaria); lo spigolo del pilastro N del Siroka Pec (1935, col padre, Anna Escher e Lipovec, un passaggio di VI); la “Diretta Dibona” sulla Testa del Bartoldo (1937, col fratello Fausto ed Hermione Blandy).
Il suo capolavoro fu però la “Direttissima” sulla parete SE della Croda Rossa d’Ampezzo, tracciata in due giorni nel 1934 con Pietro Apollonio, che permise di risolvere un importante problema.
Furono molte le ripetizioni di vie di rilievo portate a termine dal “Pilato”, divenuto assai giovane anche maestro di sci. Col padre, Angelo Verzi e Emmy Mendl, compì nel 1929 la 1o^ salita della Via Miriam sulla Torre Grande d’Averau, ripetuta in seguito da solo in 17 minuti. Con Arcangelo Dandrea e Renato Zardini, nel 1932 Dibona portò a termine la 4^ salita della “Fessura Dimai”, aperta da un mese sulla stessa Torre e vi tornò con Alfonso Tanner per la 9^ ripetizione.
Nell’estate 1940 si legò in cordata col padre per ripetere due vie aperte da lui con Luigi Rizzi e i Mayer trent’anni prima: lo spigolo N del Grosser Oedstein e la parete N della Cima Una – Einserkofel: né vanno tralasciati i numerosi interventi di soccorso, per i quali Dibona si prestò sempre con generosità e coraggio.
Chiamato a dirigere la scuola di sci di Campo Imperatore, col suo carattere fermo e cordiale si guadagnò la stima e l’affetto di tutti i clienti. Non appena accaduta la disgrazia, i fratelli scesero a Campo Imperatore, dove poterono “raccogliere dalle genti fasciste delle montagne d’Abruzzo in cui il loro Ignazio cadde, le espressioni dell'unanime compianto e della generale ammirazione” e portarono “i genitori e alla sposa angosciati la solidarietà di un mondo estraneo al loro, ma che si unisce a loro, per confortarli”.
A Cortina, la notizia della morte di una delle più giovani e valenti guide locali si diffuse velocemente: sul “Notiziario di Cortina” del 30 gennaio, il Presidente della Sezione del CAI Bepi Degregorio scrisse un accorato necrologio, ripreso anche nel n. 8-9 (giugno-luglio) della rivista “Le Alpi”.
Degregorio, conformemente alla retorica del tempo, così concludeva: “Ignazio Dibona tu non sei morto. La tua figura di atleta è fissa nell’azzurro in vetta alla difficile parete della vita. Tu assicuri la nostra corda nel moschettone di puro ferro e ci comandi: avanti.”
Ai funerali, celebrati il 6 febbraio con la partecipazione di tutto il paese, la salma di Ignazio Dibona fu trasportata a spalle dalle guide, scortata dai maestri di sci e seguita dalle maggiori autorità locali e provinciali, con rappresentanze dell’ANA, del CAI e degli scolari di Cortina.
Nell’impossibilità di farlo di persona, la famiglia rivolse pubblicamente un ringraziamento alle autorità aquilane, bellunesi e ampezzane, al CAI, alle guide, ai maestri di sci e ai partecipanti al lutto, che segnò indelebilmente soprattutto il padre Angelo.
Oggi, oltre che nelle sue vie, alcune delle quali peraltro dimenticate, Ignazio Dibona è ricordato dalla lapide che nel cimitero di Cortina commemora le guide e i portatori scomparsi a partire dal 1886.

31 gen 2011

L'uomo dei camini

Fino ad oggi la guida ampezzana deceduta in età più avanzata è sicuramente Zaccaria Pompanin detto "Zacar de Radeschi", nato nel villaggio di Zuel il 26/8/1861 e scomparso il 22/3/1955, sulla soglia del novantaquattresimo anno d’età. Pompanin impersonò egregiamente il periodo d'oro dell’andar per crode in Dolomiti: divenne guida nel 1892 ed esercitò la professione senza soste per quasi trentacinque anni, ritirandosi nel 1926. Evidentemente il raggiungimento dell'età avanzata è un “vizio di famiglia”, giacché tre figlie del Pompanin hanno varcato la soglia dei novanta: Maria si è spenta a novantasei anni; Oliva ha raggiunto i novantacinque; Zita si è spenta a centodue. L’impresa più nota di Zaccaria Pompanin, che nel ventennio 1892 - 1912 ne portò a termine una quindicina, fra le quali alcune molto interessanti, è senz’altro il “Camino Pompanin” sulla parete N della Croda da Lago. La via, aperta il 28/8/1895 con il musicologo torinese Leone Sinigaglia e il collega Angelo Zangiacomi, offriva agli scalatori un camino alto 70 metri, che richiedeva una tecnica raffinata ed era molto "à la page" nell'epoca dell'esplorazione dolomitica. Oggi penso che la maggior parte di chi frequenta le cime ampezzane non sappia neppure dove sta di casa quel camino, che cent’anni fa portava al Rifugio Barbaria, nato nel 1901 sulle rive del Lago di Federa, alpinisti da tutta Europa. Delle tante vie del “Zaca”, che nei camini s'intrufolava come un gatto, forse un paio riceveranno ancora qualche visita nelle belle stagioni: è l’amaro destino dell’alpinismo d'una volta, che ormai richiede troppa fatica, sacrificio e rischio per essere gustato.

26 gen 2011

Fuori dalle tracce

Quando salgo a Pratopiazza, volgo sempre lo sguardo verso una cima poco nota e frequentata, perché priva di sentieri, da segnalare a chi ama l'alpinismo fuori dalle tracce, senza bolli né tabelle, in ambiente magnifico: la Ponta del Pin.
La Ponta emerge dalla dorsale che si allunga dalla Croda Rossa verso E, e la si può ammirare già da Cimabanche. Dal ramo che la montagna protende verso il Passo scende un crinale, in alto roccioso e sotto coperto di vegetazione, che limita in destra orografica la Val dei Canopi, storico punto di transito fra la Pusteria e Ampezzo.
La costiera si chiama Costa del Pin perché è rivestita da pini silvestri; l'elevazione che la domina, salita nel 1906 da alpinisti austriaci, pur non ospitando pini sulle sue pendici ha lo stesso nome, Ponta del Pin. Lungo il crinale della Costa corre il confine fra Veneto e Alto Adige, del quale - in mezzo a mughi inestricabili – volendo ci si può sbizzarrire a individuare i cippi.
Sulla Ponta si sale, faticosamente ma con impegno alpinistico non elevatissimo, da Pratopiazza, portandosi prima verso SW per prati e bosco, mirando quindi all´imbocco di un ghiaione che scende da un intaglio tra la Punta e lo sperone E. Per un corto, ma erto canale di blocchi, stando sulla destra si giunge ad una forcella presso un bell'arco roccioso. Girando ancora a destra, si continua sul fianco E per paretine, facili rocce e detriti con qualche ometto, che consentono di alzarsi, con delicatezza per la roccia friabile, fino all´anticima. Lungo la cresta un po´ esposta, in breve si è in vetta.
Salii per la prima volta la Ponta del Pin, ottima specola sul lato E della Croda Rossa e sul Picco di Vallandro, nel 1990. Ero documentato e incuriosito: mi guidava la breve descrizione che della salita fa Berti nella guida delle Dolomiti Orientali, e ne avevo parlato col figlio Camillo, che mi confermò di avere salito la Punta col padre negli anni '30 .
Da allora ho condiviso quella meta con diversi amici, per cinque-sei volte. Seguendo tracce labili e dimenticate, ho scoperto la magia di un angolo fra i più solinghi e meno calpestati delle Dolomiti, che ritengo meriti grande rispetto.
Da sinistra: Ponta del Pin, Croda Rossa, Crodaccia Alta, Piccola Croda Rossa
(da Pratopiazza, autunno 2009)


25 gen 2011

15 agosto in montagna

Ho sempre sentito dire che, adempiendo ad un’antica costumanza, a Cortina (e forse non solo  qui) il giorno di Ferragosto le guide alpine e gli alpinisti non salivano sulle montagne, onorando in paese la festa religiosa. Fino ad un certo periodo la regola valse per le guide (con qualche eccezione), ma non per gli Scoiattoli che spesso, proprio quel giorno, in montagna ci andavano eccome. Limitandomi alle realizzazioni dei primi 40 anni di vita del gruppo, nel 1945 Ettore Costantini, Luigi Menardi e Armando Apollonio raccordarono con un tratto di VI le Vie “Miriam” e “Diretta” sulla Torre Grande delle 5 Torri; l’anno dopo, Albino Alverà e Ugo Pompanin conclusero la II ripetizione della Via Comici sulla parete N del Salame (Sassolungo); nel 1955 Beniamino Franceschi e Candido Bellodis iniziarono a salire la parete NW della Torre d’Alleghe (Civetta), terminando la scalata il giorno seguente dopo 20 ore; nel 1968, Lorenzo Lorenzi e Luciano Salvadori scalarono la parete S della Torre Fanes per una via dedicata allo Scoiattolo Ivano Dibona, scomparso da pochi giorni. Nel 1974 infine, per ricordare il ventennale della conquista del K2, Raniero Valleferro, Carlo Demenego e Alberto Dallago - dopo 40 ore di parete – giunsero sulla sommità dello Sperone Centrale della Tofana di Mezzo. Per gli anni seguenti, a memoria non ricordo imprese di rilievo da abbinare al 15 agosto. Nel 1982, toccò proprio a me trasgredire l'antico precetto, salendo per la prima volta il diedro W della Cima Cason de Formin (Croda da Lago). La bella giornata trascorsa mitigò il senso di colpa provato nell’infrangere una usanza paesana...

24 gen 2011

Di nuovo alla Kradorferalm

Siamo tornati alla Kradorferalm in Val Casies, per la quarta volta in meno di tre anni. La malga è una delle nostre ultime scoperte escursionistiche, ed è entrata subito fra gli obiettivi invernali più piacevoli, nonostante l'accesso stradale sia lungo quasi quanto quello a piedi. La costruzione sorge a 1704 m, lungo il tratto finale della valle che da Santa Maddalena s'interna verso N sino a incontrare il confine italo-austriaco. Per raggiungerla, dopo una cinquantina di km di automobile da Cortina per Dobbiaco, Villabassa, Monguelfo e l'intera Val Casies, parcheggiamo nel “cuore” di Santa Maddalena, dove c'è una rotatoria, e proseguiamo a piedi. Dapprima per un tratto asfaltato e pianeggiante, poi per strada forestale nel bosco, trovando quasi sempre più ghiaccio che neve (i ramponcini non sono una cattiva idea ...), risalendo con media pendenza la valle, passando a sinistra della Mesneralm (anch'essa aperta), dopo una buona ora giungiamo alla Pidigalm. A destra, dopo un'altra malga e un ponte, immersa fra gli abeti sorge la nostra meta. Il luogo è tranquillo, l'atmosfera rustica, la cucina ottima e la passeggiata non ha comportato sforzi sovrumani. D'inverno ci si ferma qui, ma d'estate si può continuare incontrando un'altra malga ancora, la Oberbergalm, a pochi passi dall'Austria. Siamo poi alle pendici del Corno Fana di Casies, seconda cima della valle e meta superba con un vasto panorama, che ricordo con piacere. Per la discesa, abbiamo provato una deliziosa novità: il "Sentiero Scoiattolo", che torna a Santa Maddalena restando sempre sulla sinistra orografica della valle, attraversa prati e pascoli con piccoli fienili e confluisce nell'ennesima strada boschiva che movimenta questo territorio conservato ed amato, dove il turismo è in armonia con la natura.
Piacevole novità, scendendo dalla Kradorferalm, 23 gennaio 2011

23 gen 2011

Torrione Ezio Culino dei Longerin, 1985


Al termine della via Bulfoni al Torrione Ezio Culino, con Paolo, 8 settembre 1985

Tutto accadde qualche anno fa, una domenica di settembre. Ero giunto da poco in paese, non conoscevo quasi nessuno e mi fu consigliato di far visita a Gianni che, come me, era un grande appassionato di montagna. Detto e fatto: recuperato uno zaino e un imbrago, l’indomani Gianni, Paolo ed io eravamo già in marcia per ... tentare una via nuova! Avevo fatto diverse salite, ma la via nuova era un’esperienza che ancora mi mancava. Ogni perplessità si sciolse subito, pensando che ero abbastanza allenato, solo una settimana prima avevo salito lo “Spigolo Dibona” sulle Tre Cime, e soprattutto mi stavo affidando a due rocciatori navigati ed entusiasti. La via nuova non ci riuscì: dopo un paio di lunghezze, fummo bloccati da una parete così friabile che avrebbe accettato fittoni più che chiodi, e a malincuore dovemmo scendere. Non era però tutto perduto: l’instancabile Gianni propose di consolarci, ripetendo una via del suo amico Marcello, su un torrione lì vicino. Dopo tanto cammino non potevamo sprecare la domenica, e quella via doveva essere simpatica! La parete costituì un’esperienza senza infamia né lode: dopo circa quattro lunghezze preferimmo slegarci e salire ognuno  per proprio conto sull’aguzzo torrione, che sorge al centro di un anfiteatro delizioso, allora a me ignoto. Per alcuni minuti respirai a pieni polmoni la gioia della scalata, della compagnia, del fatto che il mio “battesimo” alpinistico con gli amici di pianura si era svolto così in fretta e felicemente. La discesa fu quasi più complessa della salita, ma tutto si svolse come doveva e giungemmo allegri alla Malga per il “taiut” di rito. Ero al settimo cielo: avevo ripetuto una via di Marcello e proprio nel suo regno, le Crode dei Longerin. Ho rivisto la zona ancora alcune volte, l'ultima nel luglio 2010: il torrione su cui Gianni e Paolo mi offrirono la corda e l'amicizia per una salita in compagnia, ormai mi è familiare anche da lontano. Sono trascorse ormai venticinque stagioni, purtroppo!

22 gen 2011

Venanzio Zardini, portatore

Tra le guide e i portatori ampezzani che praticarono l’attività ai tempi dei pionieri, compare anche un tale Venanzio Zardini, curiosamente soprannominato "de ra morte". Nato nel 1842 e morto a settantaquattro anni, di professione effettiva Zardini faceva il calzolaio. Nelle carte, non ho ancora trovato il suo nome legato a salite, e una delle sue poche immagini “in attività” lo fissa mentre accompagna su una portantina, con altri colleghi, una turista invalida alla Sachsendank Hütte, il rifugio inaugurato nel 1883 sulla vetta del Nuvolau. Del personaggio non ho dati che rilevino per la storia dell’alpinismo. Faceva il portatore e forse non s’impegnò mai in grandi performances, limitandosi a condurre i clienti in camminate di medio impegno oppure, più facilmente, a varcare forcelle e passi dove oggi si passa comodamente in automobile, ma che allora erano ancora ritenuti misteriosi. E’ peccato saperne poco, poiché anche le guide “minori” come Zardini contribuirono alla storia dell’alpinismo a Cortina. Nel suo caso, poi, è enigmatico anche l'inquietante soprannome assegnatogli, tramandato anche agli eredi. Quando porterò a termine la sognata ricerca analitica complessiva sulle guide ampezzane della belle époque che, non avendo lasciato documentazione sulla conquista di cime o prime salite su di esse, sono state relegate nell’oblio? Per intanto, riservandomi di analizzare magari a fondo l’origine del soprannome, prendo atto che anche Zardini, nell’ultimo quarto del XIX secolo, contribuì a far conoscere le montagne del circondario d’Ampezzo e allo sviluppo del concorso dei forestieri, che in quel periodo si andava affermando anche nella nostra vallata.

21 gen 2011

Popena Basso, piccolo ma non minore

Nel gruppo del Cristallo, l'oronimo “Popena”, di origine molto antica, identifica più di un luogo: due valli (la Val Popena Alta e la Val Popena Bassa), una cima (il Piz Popena), un Passo, una Sella, due Torri, una Guglia, una torre che cambiò nome nel 1893, ed infine una cima decisamente poco ardita. Abbastanza famosa perché 85 anni fa un giovane vicentino, Severino Casara, vi inaugurò la palestra di roccia di Misurina, oggi sulle sue pareti corrono varie vie di tutte le difficoltà. La cima in questione, il Popena Basso, è un'ampia cupola ricoperta di mughi che raggiunge il culmine a 2225 m dominando il Lago di Misurina con una vasta parete grigia e gialla, alta da cento a duecento m. Ha un doppio oronimo: qualcuno, fra cui chi scrive, la chiama Monte Popena, altri Popena Basso, ma tanti la confondono con il “fratellone”, il Piz Popena, che gli sta giusto alle spalle ma ha altre caratteristiche. Il nostro “piccolo, ma non minore” Popena è la meta di una piacevole camminata, che costituisce una interessante fuga, magari autunnale, nella natura. Consigliabile soprattutto quando in alto non si sale già più e si ha voglia d'immergersi in un bosco antico, la via normale prevede la risalita di un dorso barancioso e mansueto e schiude una vetta in parte erbosa, con un bel panorama sulla Val Popena Alta e sul Cristallino. Tre anni fa, una domenica di fine settembre, dopo tanto tempo, siamo risaliti lassù per godere la solitudine di una cima che gli scalatori snobbano e molti escursionisti non conoscono. Ovviamente, in mezzo alla nebbia traforata da un pallido sole autunnale, quel giorno eravamo solo in due.

In vetta, 21 settembre 2008

18 gen 2011

Croda Rotta: ma è davvero facile ed erbosa?


La Croda Rotta, dalla Punta Nera - 26 luglio 2004
 Secondo “Monti boschi e pascoli ampezzani nei nomi originali”, la Croda Rotta (Cròda Róta, 2670 m) è una punta rocciosa nel settore SW del Sorapis, a NW della Punta Nera. Citata nella Carta del Regno Lombardo Veneto con l’oronimo attuale, ripreso nella tavoletta IGM e nelle guide e carte successive, è uno sperone di forma non particolarmente ardita e roccia friabile, che chiude verso Cortina l’appendice protesa verso occidente dalla citata Punta Nera. La Croda domina l'impluvio detritico che scende in Val Orita, sul lato destro orografico del quale s’inerpica il sentiero CAI 215, che congiunge Forcella Faloria con la Sella di Punta Nera per scendere poi ai Tondi di Sorapis. Dal punto di vista alpinistico, la Croda Rotta non ha rilevanza: non è noto chi vi salì per primo, né si sa quando ciò sia avvenuto. L’accesso alla sommità, descritto in “Dolomiti Orientali” di Antonio Berti come facile salita per terreno in gran parte erboso, prevede in realtà la risalita di una rampa breve, ma marcia ed esposta, valutabile di II. Fermo restando che, pur se la dolomia inaccessa oggi è merce rara, non saranno certamente in tanti a smaniare per appendersi alla Croda Rotta, dai testi consultati emergono le imperfezioni di tante fonti. Probabilmente il compilatore non ebbe modo di verificare la salita, oppure la notizia fu tradotta in fretta da una fonte straniera. C'è da pensare anche che, nei decenni, la cima possa avere subito qualche sconquasso (come la Gusela di Padeon, nel gruppo del Pomagagnon: nel 1971, la guida Berti cita un “recente franamento”, che era "recente" già nel 1928). Ai pochi andati a curiosare, fra i quali Stefano, che salì da solo nel 2003, la Croda Rotta è apparsa sì breve, ma non certo erbosa né facile. Uno fra gli ultimi, salito il 22/8/2010, così relaziona la salita (www.vienormali.it): “Dal rifugio si segue il sentiero n. 223 per la Forcella Faloria, quindi si gira a destra verso il sentiero n. 215, che risale verso la Sella di Punta Nera. In vari punti ci sono da affrontare brevi passaggi di I; si arriva poi nel punto in cui il sentiero gira decisamente verso la Sella e lo si abbandona per seguire un altro sentiero con direzione Croda Rotta. Giunti sul ciglio che guarda la conca di Cortina, si gira verso la cima per arrivare rapidamente all’attacco vero e proprio (lato E-NE, bastone, 1 ora circa dal rifugio). Da qui si scende qualche metro verso una cengia rossiccia e la si segue facilmente; dopo aver doppiato uno spigolo, si procede su una rampa inclinata molto friabile (II, poi I) da risalire fino al suo culmine. Dalla forcellina al culmine della rampa, si sale a sinistra per pochi metri su rocce instabili arrivando in neanche 15 minuti dall’attacco sull’esilissima vetta”, osservando che si tratta di una montagna selvaggia, frequentata pochissimo per la roccia marcia, che offre un senso di vetta unico. Chi scrive, che pure al tempo delle avventure giovanili aveva una certa propensione ad accumulare orrori alpinistici, non si è mai peritato di salire la Croda Rotta. Vi è passato ai piedi almeno 7-8 volte, per portarsi all’attacco della soprastante Punta Nera, ma si è sempre limitato ad osservarla dal sentiero e dal ripiano sotto la Sella, donde la possibilità di salire in vetta appare evidente. Pur se prossima al comprensorio sciistico di Faloria, anche nel XXI secolo la Croda rimane una sommità selvaggia che, per disgrazia o per fortuna, non richiama schiere d’alpinisti. Può così starsene tranquilla, visitata solo dai camosci che forse riescono a strappare qualche zolla di muschio dalla distesa ghiaiosa che le fa da piedistallo.
 

17 gen 2011

Un diedro entusiasmante



21 luglio 1985, a comando alternato con Sandro

“Con entusiasmante scalata portarsi sul fondo del diedro e rimontarlo fino ad uscire sulla cresta sommitale in prossimità della cima.” Queste parole identificano l’ultima lunghezza di una vie alpinistiche delle più soddisfacenti che mi è stato dato di salire, e ricordo con orgoglio e soddisfazione. Aperta da Dall’Oglio, Consiglio e Micarelli nel 1954, la via in questione supera una parete di dolomia ideale, articolata a sufficienza in alcuni punti strapiombanti. L’itinerario sale, con una dirittura che mi pare strano sia stata svelata solo nel 1954, lungo la porzione superiore, regolare e compatta, del diedro formato dalla Cima con la Torre del Lago, nei monti di Fanes. Nella porzione inferiore, si giunge al diedro, rotto da strapiombi poco abbordabili, salendo senza via obbligata per alcune lunghezze meno impegnative ma ugualmente divertenti, sulla sua sinistra. Questo è tutto: si tratta del diedro WSW della Cima del Lago, che incornicia il Lago del Lagazuoi. Fu Enrico a portarmici la prima volta, all'inizio dell’autunno 1980. Vi portai poi Mario da capocordata undici mesi dopo (quando iniziai col mio vezzo, non ancora abbandonato, di lasciare ogni tanto libretti su vie o cime che frequento), tornai nel 1982, nell'85 e conclusi le visite con Nicola in una calda domenica di ottobre 1986. Cinque salite di una via davvero “entusiasmante”, la più bella lunghezza della quale ricordo che era l’ultima. Dopo una parete da manuale, esposta e solida, essa deposita l’alpinista a mezzo busto proprio in cresta fra la Cima e la Torre del Lago. Giunti lassù la via era proprio finita, ma ogni volta mi sarebbe piaciuto che continuasse ancora per altrettante lunghezze! Oggi il diedro della Cima del Lago, che ho rivisto da vicino nello scorso agosto, si conferma come uno dei ricordi più pregnanti di un tempo felice, un gran piacere per la mia carriera di appassionato quartogradista, che tanti anni dopo da vie come quella trae ancora un sacco di emozioni e sensazioni da raccontare.

... su in Sonforcia ...


Su in Sonforcia, 5 settembre 2004

La Forzela Sonforcia (del Col Jarinei, "Forcella in cima alla forcella del colle delle pernici") si trova a E della Croda da Lago, a 2069 m di quota. Posta sulla proprietà della Regola di Anbrizora, è un'insellatura erbosa sul crinale che si protende verso N dalla Rocheta de Prendera. Funge da valico, in verità forse più battuto dai bovini che passano da Federa al pascolo di Col Jarinei, che non dagli esseri umani, fra la testata della Val Federa - il pascolo suddetto - e la Val d'Ortié. In forcella, qualche anno fa Carlo Michielli poté ricostruire, sul sedime di un "cason" già esistente, un capanno da usare con familiari e amici durante le battute di caccia in zona. Il luogo è panoramico e silenzioso; nell'ultima occasione che vi  salii, il 9 ottobre 2004, mi venne spontaneo stendermi sull'erba ancora tiepida per ammirare prima la visuale sulle Rochetes, che chiude l'orizzonte da una parte, e poi girarmi dall'altra ad ammirare un ampio e inconsueto scorcio d'Ampezzo. Attraverso la forcella passa un sentiero segnalato, non molto noto e che non soffre certo di affollamento: se folla c'è, è in prevalenza di locali. Finora sono arrivato su in Sonforcia non più di una dozzina di volte, la maggior parte delle volte per salire la Rocheta de Cianpolongo, e attualmente giudico la forcella uno dei luoghi più suggestivi della valle d'Ampezzo, un posto "che è già Parco senza essere Parco".

13 gen 2011

Cima Cason de Formin, 1930-1970


La Cima Cason de Formin, 19 luglio 2008

È quantomai verosimile che la cuspide rocciosa che fa da sfondo alla piccola Monte de Formin e all'omonimo Cason regoliero nel gruppo della Croda da Lago, e sorveglia con una verticale parete gialla e rossa l'imbocco della Val Formin, fino al 1930 non avesse ancora ricevuto un nome. Ma per quale motivo? Perché non aveva ancora suscitato l'interesse di alcun alpinista. Le cose cambiarono il 17/7/1930, quando il cinquantenne Angelo Dibona , con il più giovane collega Luigi Apollonio e i fratelli Olga e Rinaldo Zardini, attaccò per primo la parete W di quella cima. La via Dibona, invero ripetuta poco di frequente negli anni che seguirono, consentì alle due cordate ampezzane di giungere sulla vetta e, molto probabilmente, di battezzarla con l'odierno oronimo. Dopo di loro, numerosi altri alpinisti si sono sbizzarriti lungo i diedri, le pareti e gli spigoli di una delle poche montagne della zona che presentano roccia perlopiù solida: da Marino Bianchi e Antonio Menardi nel 1944 a Paolo Bellodis e Cecilia De Filippo nel 2003. In mezzo si posizionano Franz Dallago e Dino Constantini, che quarant'anni dopo Dibona, il 23/9/1970, superarono il diedro W, incredibilmente mai toccato da nessuno. Il diedro sarebbe divenuto teatro di un bell'itinerario di difficoltà classiche in ambiente solitario, lungo il quale negli anni '80 anche il sottoscritto ha potuto cimentarsi per cinque volte. Dimenticavo: la cima di cui sopra, quotata 2376 m, è nota, per l'appunto, come Cima Cason de Formin.

12 gen 2011

Rifugio Gigante Baranci, novità del 2011

Dieci mesi fa, era già una costruzione piuttosto grande: domenica scorsa vi siamo tornati, constatando che il nuovo nome rispecchia le mutate dimensioni del fabbricato. A 30 anni dall'apertura, infatti, l'"Haunoldhütte" ha cambiato gestione, e in breve tempo è stato ricostruito come "Riesen Haunoldhütte - Rifugio Gigante Baranci”. Il rifugio è situato a 1499 m d'altezza sopra S. Candido e alle falde di due montarozzi senza difficoltà alpinistiche ma piuttosto interessanti, saliti già più volte: la Piccola Rocca dei Baranci (2157 m) sulla sinistra e la Pausa Ganda (2130 m) sulla destra. Il rifugio, servito da una rapida seggiovia, può essere meta di alcune passeggiate da più versanti, tutte belle e di media lunghezza. D'inverno, salirvi a piedi è assai rilassante. Di solito, si parte dalla strada fra S. Candido e Sesto e si segue la forestale adattata (come innumerevoli altre in Sudtirolo) a pista di slittino. Essa sale lungo la Valle di Sotto, fittamente alberata, passa presso gli abbandonati Bagni di S. Candido e la cappella molto mal tenuta di S. Salvatore ai Bagni e spiana all'altezza di un grande prato falciato d'estate, i Prati della Ferrara. Qui, nel 2010 abbiamo trovato una variante al solito percorso, che evita l'ultimo tratto della strada entrando nel bosco, passa ai piedi di un enorme masso attrezzato a falesia e spunta di faccia al rifugio. Al Rifugio Gigante Baranci non si trova la “solitudine alpina”; anzi – nelle belle giornate d'inverno – si ha generalmente a che fare con una mastodontica folla di sciatori grandi e piccoli: ma il luogo è confezionato apposta, soprattutto per i bambini e per le persone tranquille. Il nuovo rifugio, tutto in legno e molto elegante, ha le prerogative (ed anche i prezzi) di un ristorante cittadino di discreto lusso: si mangia bene, e soprattutto le porzioni sono in tema, davvero ... giganti. Domenica scorsa non faceva freddo, la neve a terra era già poca e la strada era gelata, tanto da consigliare l'uso dei "ferri da tacco": e siamo appena in gennaio!
Il nuovissimo Rifugio Gigante Baranci in Val Pusteria

10 gen 2011

Alcuni ruderi in un ambiente stupendo

Nel 1938, sull'ampio valico a 2214 m che separa il Corno d’Angolo dalle Pale di Misurina, dove le Torri di Popena bipartiscono la testata della Val Popena Alta in due conche minori ed a pochi metri dal confine fra Auronzo e Ampezzo, alcuni privati eressero un rifugio, gestito inizialmente da tale Lino Conti. Penso che l'idea mirasse a creare una base per salite sulle montagne dei dintorni (il Piz Popena, che si eleva proprio in faccia al valico, la Punta Michele, il Corno d’Angolo, il Cristallino di Misurina, la Croda di Pousa Marza, le guglie di Val Popena Alta, le Pale di Misurina), ed anche per una frequentazione invernale della valle, tuttora amata come meta scialpinistica. Il rifugio però ebbe vita breve, poiché fu raso al suolo da un incendio qualche anno dopo (durante la guerra secondo alcune fonti, nel 1947-1948 secondo altre), e non fu più ricostruito. La questione torna talvolta alla ribalta, ed ogni stagione potrebbe essere quella buona per avviare la risistemazione di quei ruderi ormai ultrasettantenni, che non fanno bella mostra sul luogo, molto panoramico e frequentato. Il valico funge da nodo per escursioni e salite di grande interesse, e non so se una nuova struttura potrebbe avere un’utilità, distando solo un’oretta dal Lago di Misurina e trovandosi in un contesto ambientale ancora ben preservato. Passando spesso in zona e dovendo scegliere, preferirei senz'altro trovare su quel valico – al posto dell'ennesimo alberghetto chic, magari servito da una strada – eventualmente un ricovero incustodito. Sarebbe solo un “affare” per l'alpinismo e per l'ambiente, forse non per l'economia della zona. Così però la Val Popena non rischierebbe di diventare anch’essa oggetto di banalizzazione estiva e invernale, magari a causa delle motoslitte, dei “quad” e quant’altro, e resterebbe ancora per un po’ immune dai successi e dagli eccessi del turismo massificante. Se non verranno sviluppi e i ruderi dell'ex Rifugio Popena resteranno ruderi fino a cadere completamente, credo che ne guadagneranno senz'altro la natura, la pace e il silenzio di una sella fra le più belle della zona.
L'ex Rifugio Popena, 19 ottobre 2008

7 gen 2011

Un pensiero per gli amici scomparsi

Penso che sia difficile non ricordare amici e conoscenti con i quali abbiamo compiuto escursioni e scalate, ed oggi sono "andati avanti", specie se in circostanze sfortunate e dolorose. Non dimentico le cime, le forcelle, i ghiacciai, le traversate, le vie di roccia in cui mi sono trovato insieme con persone che oggi non ci sono più, e talvolta questi ricordi intristiscono un po’. Dal vecchio Angelo, guida alpina degli anni '30 che ci guidò lungo un sentiero attrezzato in Tofana prima ancora che venisse ufficialmente aperto, a Luciano, che intenerito dalla nostra timidezza ci fece fare la prima scalata sulla Torre Inglese; e poi Orazio e la lieta traversata con lui capogita da Malga Ciapela a Canazei; Luigi, con il quale salimmo sul Teston di Monte Rudo e sulla Rocchetta di Campolongo, scomparso ancora ragazzo in un incidente stradale; e ancora Claudio, compagno di cordata sul Campanile Secondo di Popera, sulla via Ampferer-Berger del Catinaccio, nella traversata di Forcella Fanis, caduto dalla Punta dei Tre Scarperi. E poi Alfonso, con il quale divisi per una decina d’anni escursioni e scalate, e Luciano, che arrampicava sicuramente meglio di me, ma ebbi l’onore di portare da primo di cordata sulla rampa del Ciavazes. Per non dimenticare mio Padre, che oltre quarant'anni fa mi iniziò alla via dei monti, insegnandomi un cammino che continuo ancora a percorrere. Per qualcuno queste constatazioni saranno ovvie, ma pensandoci mi viene inevitabile considerare la fragilità della vita e la vividezza di certi momenti del passato, che credo ci resteranno impressi per sempre. Il mondo va avanti, e noi vorremmo continuare a salire le montagne finché sarà possibile; ripercorrendo i passi seguiti con gli amici che non ci sono più, sicuramente ci sarà sempre un pensiero anche per loro.

6 gen 2011

Sulla Pala SW di Misurina

A distanza ormai di decenni, quando trovo su riviste e libri notizie su vie che ho conosciuto, mi viene spontaneo chiedermi quale fosse la molla che mi spingeva a scegliere proprio quelle per compiervi le nostre avventure alpine. E’ il caso della Pala SW di Misurina nel Gruppo del Cristallo-Popena, uno dei due rilievi più accentuati della breve dorsale che scorre in alto sul Lago di Misurina, tra la Sella di Val Popena e il Passo delle Pale. Verso NW, entrambe le cime guardano la Val Popena Alta con pareti sulle quali si trovano alcune vie che possono rivestire un discreto interesse. Nell’estate 1986 fu una di queste, lo spigolo NW della Pala SW, la più bassa delle due, che colpì la mia attenzione. Percorso da una via aperta da Del Torso e Pompei nel 1938, nella parte bassa lo spigolo offre una salita su roccia mediocre, ma piacevole. Posso confermarlo, anche se – dei sei tiri di corda che risalgono il pilastro arrotondato in cui si allarga lo spigolo - ne ricordo solo uno di un certo interesse, esposto e con passaggi variegati. Il resto mi parve un po' banale: le tre lunghezze superiori non superano il II, e percorrono un largo colatoio poco solido. A noi piacquero lo stesso, come ci piacque l’uscita in vetta e la traversata all’antistante Pala NE. Nonostante sia vicina a Misurina, la Pala è solitaria e sicuramente poco frequentata: ricordo la croce di vetta che trovammo, ottenuta da un segmento d’antenna TV che chissà chi ebbe la fantasia di portare lassù! Al tempo, a me e ad Andrea che mi seguiva sovente con entusiasmo, la Via Del Torso parve discreta: almeno, non ritenemmo di aver sprecato la giornata, pur essendoci trovati su una via che non è passata alla storia. Avevamo trascorso un mercoledì di vacanza in un angolo solitario, su un percorso che, oltre alla nostra, avrà poche altre ripetizioni ma dove, sicuramente, nessuno ci importunò.

La Pala NW dal Passo delle Pale, 31 agosto 2008

3 gen 2011

Intorno al Lago d'Aial, d'inverno

D'estate, la capanna che da settant'anni sorge a 1412 m d'altezza presso il Lago d'Aial, il mediano dei tre specchi d'acqua della Val Federa, è un obiettivo facile da raggiungere e molto frequentato perché baciato dal sole. Vi saliamo abbastanza spesso, alternando le possibilità che convergono al lago: da Campo di Sotto, da Mortisa, dalla diga di Ciou del Conte, o infine, forse la soluzione meno nota, dalla SP638 del Passo Giau per “Ra Sapada”. D'inverno, invece, c'ero stato anni fa con amici a curiosare fra i “Cuaire”, le fenditure rocciose celate dal bosco dove la neve resiste fino a tarda primavera. Il rifugio era chiuso, ma sulla porta d'ingresso era appeso un “libro di vetta”, perché i viandanti lasciassero traccia del loro passaggio. Da un paio di stagioni i gestori si sono muniti di un piccolo battipista, con il quale rendono agevole ai camminatori il tratto di strada che devia da quella diretta a Croda da Lago e consentono di frequentare il rifugio, aperto anche d'inverno. L'escursione non è molto lunga, e si svolge in un ambiente solitario che merita attenzione. Il piccolo rifugio non è adatto a contenere le folle di sciatori e "ciaspaioli" che d'inverno caratterizzano altre strutture, per cui all'Aial si sta tranquilli, magari anche soli. Nell'ultima occasione in cui vi giungemmo, il 1° febbraio 2009, il cielo prometteva ancora neve, faceva un gran freddo e lo specchio d'acqua chiuso tra gli abeti era quasi tutto sepolto nel bianco. Nel centro del lago una macchia d'acqua sembrava un occhio; e così, sorvegliati da quella curiosità naturale, trascorremmo un paio d'ore in relax, godendo di un rifugio che non sarà noto per itinerari o ascensioni famose, ma è immerso nei grandi boschi di Federa, ricchi di natura, di leggende e di silenzi.
Il Lago d'Aial, 1° febbraio 2009


Nato il 5 gennaio

Il coetaneo Alessandro, amico da oltre vent'anni, un giorno mi fece partecipe di un'idea curiosa: celebrare il suo trentaquattresimo compleanno salendo una via di roccia. Fin qui niente di straordinario: il fatto è che l’amico è nato il 5 gennaio, per cui onorare il suo genetliaco significava cimentarsi in una salita con neve e ghiaccio. Noi abbiamo la scorza dura, e così stabilimmo seduta stante di scalare l'arcinota “paré” della Punta Fiames. Grazie a Dio, quell’inverno non era stato prodigo di neve, per cui la parete era quasi asciutta e la salita non oppose problemi insormontabili. Nel primo pomeriggio sbucavamo sulla cima, deserta e silenziosa: nello zaino non avevo regali, ma – all’insaputa di Alessandro e con cautela per non romperla – ero riuscito a superare “ra paré” portando una bottiglia di ottimo prosecco. Per festeggiare ce la scolammo quasi interamente, saltellando per il freddo sul dorso innevato della cima. Naturalmente gli effetti non tardarono a manifestarsi: nell'impeto dell’euforia, decidemmo infatti all’unanimità di tornare alla base per la ferrata. Ometto per decenza i particolari della nostra idea, strampalata ma certamente più sicura della discesa per Forcella Pomagagnon. Il tempo corse veloce: sulla ferrata, d’estate abbastanza mansueta, le cenge erano coperte di neve gelata, le scarpette tenevano quel che tenevano e il ghiaione d’attacco era diventato un ripido scivolo, duro come il cemento e abbastanza penoso da scendere. Arrivammo incolumi a Fiames soltanto per merito della corda che avevamo usato in salita, della piccozza e la torcia che il previdente amico aveva tratto fuori dal suo colossale zaino. Una telefonata di rassicurazione a casa, e poi alcuni chilometri a piedi nella notte fino al “Putti”, per riprendere l’automobile. Al buio, al freddo e al gelo, ma contenti della nostra piccola, grande avventura. Sceso dal mezzo sotto casa, proposi ad Alessandro di festeggiare anche il mio trentaquattresimo inerpicandoci su qualche parete: il bello è che sono nato a fine ottobre, e – salvo in caso di autunni bizzarri – in quel periodo di solito la neve deve ancora fare la sua comparsa.

28 dic 2010

La Brunnerwiesenalm, una proposta

Vi racconto di una malga che gli escursionisti di lingua italiana non conoscono in molti. Sorge nel territorio di Rasen Antholz-Rasun Anterselva, all'inizio dell'ampia vallata dominata da alte e cupe montagne che dalla Pusteria si dirama verso la Defereggental austriaca. La Brunnerwiesenalm si raggiunge comodamente da Taisten-Tesido, soleggiata frazione di Welsberg-Monguelfo. Per salire alla malga, posta a 1969 m in una radura circondata dal bosco alla base del Lutterkopf-Monte Luta e aperta sia d'estate che d'inverno, si parte dal Mudlerhof, dove parcheggiano i visitatori della sempre affollata Taistner Vorderalm-Malga di Tesido di Fuori, punto di partenza di una pista di slittini nota in tutta la Pusteria. Anziché a destra, si volge a sinistra seguendo una strada forestale che sale prima nel bosco con media pendenza, poi lungo un crinale pianeggiante in alto sopra la valle di Anterselva e da ultimo s'impenna con uno strappo sui pascoli, fino al piccolo edificio pastorale. Per fortuna per noi, forse meno per i gestori, la Brunnerwiesenalm è generalmente poco affollata. gli ospiti sono in prevalenza locali, e si sta davvero bene. L'interno è rustico e in questi anni è animato dalla vivace presenza di alcuni bambini, figli e parenti dei gestori, che lassù vivono giornate spensierate. Mezz'oretta più in alto della malga si eleva l'erbosa cupola del Lutterkopf (2145 m), conosciuto soprattutto per la facile e panoramica cresta erbosa che lo unisce al Durakopf-Monte Salomone, sopra la citata Malga di Tesido. Insomma, forse è più facile prendere e salire a questa simpatica ed accogliente struttura che non descriverla ed elencare le cime della zona. Noi vi siamo stati due volte, d'inverno e d'estate, ricavandone grande soddisfazione: il Luta, poi, è una meta imperdibile per chi cerchi una vetta facile,  erbosa, piena di sole.
La Brunnerwiesenalm, 7 marzo 2010

27 dic 2010

Del Bus del Diau e di altri luoghi


Ogni settimana, già da qualche anno, passo almeno un paio di volte ai piedi del versante S dell’Antelao. E guardandolo mi vengono in mente alcune cose: il Bus del Diau, caverna di leggendaria memoria dove Phillimore, Raynor e le loro guide con in testa l’indomabile Tone Dimai, dormirono a metà agosto del 1898 prima di attaccare l'alta parete; Bettella e i padovani, Casara e Paolo Fanton, Cozzolino, Bee, Massarotto e chi quella parete ha scalato nel corso del '900. Infine il bivacco dedicato a Giovanni e Giulio Brunetta, installato su una forcella di mughi sotto il Bus, a picco sulla Valboite. Al Brunetta arrivai in una calda giornata del giugno 1984, dopo aver superato con la debita fatica oltre mille metri di dislivello fra detriti, mughi e neve che ancora resisteva alla testata del rio, rovinato due anni fa su Cancia di Borca. Da qualche anno il bivacco è sparito: lo spostamento d’aria dovuto ad una valanga lo ha frantumato in mille pezzi e scaraventato lungo il pendio, e nessuno si è più preso la briga di rimetterlo dov’era. Se proprio vogliamo, quel dado di lamiera arancione lassù aveva scarsa utilità: lo usavano i sempre più rari aspiranti a qualche via della S, fra i quali l'amico Luciano (che con Ivano vi dormì, prima di impiegare un giorno intero per toccare la vetta del “Re”), ma tante divagazioni là intorno non se ne fanno, e il previsto anello attrezzato che avrebbe dovuto collegare il Bus alla via normale dell’Antelao, è rimasto una pia intenzione. Al Brunetta non sono più tornato e non ho mai esplorato il Bus, che dicono interessante; mi sono limitato percorrere tre volte, specialmente nel tardo autunno, la bella “alta via” che unisce San Vito a Vinigo attraverso il Bosco Nuovo, in parte lungo tracce militari. Si tratta di una passeggiata ai piedi della più alta vetta del Cadore, che mi sento di raccomandare. E' da verificare però se, dopo gli sconvolgimenti del versante S dell'Antelao, sia sempre agibile.
L'Antelao da S, tra neve e nuvole (salendo a  Malga Ciauta, 26.12.2010)

24 dic 2010

La via di Natale

E' già un impegno aprire una via di roccia d'estate: figuriamoci se ciò accade durante l’inverno! Una delle rare vie aperte in epoca abbastanza recente sui monti d’Ampezzo in piena stagione fredda fu quella sulla parete S dei Lastoi del Formin: la salirono Modesto Alverà, Carlo Menardi e Paolo Pompanin (cinquantasei anni in tre), il 24 e 25/12/1977. La via superava un dislivello di trecento metri, e oppose ai primi salitori difficoltà estreme: per venire a capo del problema occorsero cinquanta chiodi e ventiquattr'ore, con un bivacco in parete. Per i tre giovani dev'essere stato sicuramente un modo originale per festeggiare il Natale: un Natale di sofferenza per la temperatura e le difficoltà, senz’albero né presepe o luci scintillanti, ma anche un Natale di felicità e soddisfazione per l'avventura portata a lieto fine. La via appartiene all’ultimo periodo “classico” dell’arrampicata dolomitica, in cui si scalava ancora con gli scarponi e i pantaloni al ginocchio, le massime difficoltà superate in libera erano classificate di VI e si ricorreva all'artificiale ogni volta che ve n'era bisogno. Modestissimamente, anche chi scrive conobbe quel periodo, salendo alcune vie classiche e poco note che si mantenevano su ben altre difficoltà, e sentendosi sempre "grande". Il ricordo che ne rimane è a tratti incancellabile.

Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria

Ernesto Majoni e Roberto Vecellio, Sachsendank 1883 Nuvolau 2023. 140 anni di storia e memoria , pp. 96 con foto b/n e a colori, Cai Cortina...